Arafat, il leader indiscusso

Arafat, il leader indiscusso
della lotta palestinese

Yasser Arafat

ROMA – Arafat è nato il 24 agosto 1929 al Cairo, ma lui sostiene di esser nato il 4 agosto dello stesso anno a Gerusalemme e alcune biografie ne attribuiscono i natali a Gaza o in altre località. Anche il suo nome sarebbe Mohammed o Abdul Rahman e Yasser solo un nomignolo familiare.

La sua adesione alla causa palestinese risale ai primi anni Cinquanta, quando frequenta l’università al Cairo. Nel 1956 partecipa alla guerra di Suez nelle fila dell’esercito egiziano.

Successivamente va in Kuwait e fonda nell’ottobre 1959 Al Fatah, un movimento di liberazione che, dopo la creazione dell’Olp nel 1964, ne diventerà la principale componente. Entra in clandestinità e riappare, dopo la guerra del 1967, con il nome di battaglia di Abu Ammar.

Supera indenne il ‘settembre nero’ del 1970, quando re Hussein scatena una repressione militare contro i feddayn e lo caccia dalla Giordania: il quartier generale dell’Olp si trasferisce a Beirut. L’invasione israeliana del Libano nel 1982 lo costringe a spostare la direzione Olp a Tunisi.

Musulmano sunnita, nel 1992 sposa la propria assistente, la cristiana Suha Tawil, da cui ha una figlia.
Nel settembre 1993, dopo trattative segrete tra Olp e Israele mediate dalla Norvegia, riesce ad arrivare alla storica firma della Dichiarazione di principi comune e alla indimenticabile stretta di mano con il premier israeliano Yitzhak Rabin a Washington, che gli vale il Nobel per la pace.

Nel 1994, dopo 27 anni di esilio, Arafat torna nei territori palestinesi e alla guida dell’Anp, nata in seguito agli accordi di Oslo. Nel 1996, con l’87,1% dei voti, è eletto presidente dell’Anp.

 

Dopo il fallimento degli accordi di pace di Wye Plantation e con l’inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, la leadership di Arafat viene apertamente messa in discussione da Israele e dagli Stati Uniti, che lo accusano di incoraggiare il terrorismo, e anche da settori palestinesi: quelli radicali che lo considerano troppo ‘morbido’ e quelli che denunciano la corruzione della sua gestione politica e chiedono una riforma dell’Anp.

Dal dicembre del 2001, Arafat viene tenuto confinato nel suo quartier generale di Ramallah, che fino a maggio 2002 viene assediato dai carri armati israeliani per rappresaglia contro i crescenti attentati esplosivi che Israele gli rimprovera di non fermare.
Sotto la pressione degli Stati Uniti, ideatori della “road map” per la pace in Medio Oriente, nel marzo 2003 Arafat nomina primo ministro palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas), considerato un interlocutore più credibile per i negoziati. Tra Arafat e il premier da lui designato si creano però da subito dei contrasti sulla linea da tenere, interpretati dagli osservatori come la dimostrazione che il vecchio rais non ha nessuna intenzione di vedere scavalcata la sua leadership.
Il 6 settembre dello stesso anno Abu Mazen si dimette e il rais lo sostituisce subito con Abu Ala (Ahmed Qrea), presidente del parlamento palestinese e architetto degli accordi di Oslo sull’autonomia della Palestina. Pochi giorni dopo il governo israeliano decide di espellere il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) dai Territori, provocando grandi manifestazioni di protesta da parte dei suoi sostenitori. Arafat in risposta al provvedimento afferma: “Nessuno mi caccerà

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“Massimo Ferrario, direttore di Rai 2, è stato accoltellato

“Massimo Ferrario, direttore di Rai 2, è stato accoltellato
insieme alla moglie, mentre dormiva. Sono restati
sconvolti doppiamente quando accendendo la luce
grondanti di sangue, per le ferite al viso e al collo, hanno
scoperto che l’accoltellatore era il loro figlio di 17 anni.
Se ne stava impietrito con un coltello e un’accetta in
mano. Per fortuna le ferite riportate dai Ferrario sono
state ritenute guaribili in 20 giorni.
Ora lo so che in questi casi la buona educazione
richiederebbe di starsene in silenzio. Ma non riesco.
Non ti sembra simbolico che uno che ha la responsabilità
etica di comunicare cultura a milioni di italiani sia
riuscito a non comunicare con suo figlio talmente tanto
da non accorgersi che era completamente impazzito?
C’è un nesso tra i destini privati di un alto dirigente e il
fatto che Rai dedichi così poco spazio al parto dolce,
all’allattamento, al far dormire i bambini insieme ai
genitori nel lettone (invece di segregarli in una stanzetta
singola), a esperimenti di asili e scuole che rispettino la
creatività e l’emotività dei bambini, a storie positive e
buone notizie?
Allora, non è che produrre cultura di serie C fa male alla
salute psichica dei tuoi familiari?
Lo so che questo discorso è fastidioso e che può
succedere anche a me che mi impazzisca una figlia, e
magari Ferrario è stato veramente un padre amorevole ed
empatico. Non so niente di lui. Mi limito a leggere
l’agghiacciante linguaggio delle coincidenze”

La Redazione: Simone Canova, Jacopo Fo, Gabriella Canova, Maria Cristina Dalbosco

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Francia: Pet Therapy

Pet Therapy
In Francia sono ormai 60 gli ospedali che utilizzano gli animali nelle terapie di recupero, soprattutto di bambini.
Recenti studi hanno dimostrato che chi possiede un animale domestico va dal medico fino a 20 volte in meno di chi non lo ha.
(Fonte: www.Ansa.it )

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Coldiretti: dichiarare il proprio territorio libero da Ogm

Con la delibera adottata dalla giunta regionale della Liguria salgono a tredici le Regioni, sei di centrodestra e sette di centrosinistra, che hanno adottato o stanno per adottare provvedimenti per dichiarare il proprio territorio libero da Ogm.
Sembra dunque che stia avendo successo la campagna Liberi da Ogm sostenuta dalla Coldiretti, che ha portato in meno di un anno oltre 1300 comuni e la maggioranza delle regioni a tutelare il proprio territorio dai rischi di contaminazione da biotech.
Fonte: www.Greenplanet.it

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Sharon e il destino di tutti i frankenstein

Sharon li ha creati,
imprimendo in loro la sua immagine e sembianza,
 essi, i sionisti più estremisti,
i coloni più malvagi e crudeli, hanno sempre serbato per il loro ispiratore rispetto e  fedele sudditanza,
la giusta allenza di una politica di conquista ad ogni costo,
senza alcuna remora nello sterminare giorno per giorno il popolo palestinese occupato.
 
Ora come tutti i   frankenstein
i mostri creati da una mente malata,
si ribellano al loro creatore e minacciano della stessa violenza che per anni sharon ha insegnato loro.

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Pregare per la morte di Sharon”

Annuncio shock di un rabbino: “Pregare per la morte di Sharon” 

REDAZIONE

 

Terrorismo, religione, politica e magia. C’è un po’ di tutto nell’annuncio del rabbino israeliano Yosef Dayan, che in diretta tv ha minacciato una cerimonia religiosa per chiedere a Dio di porre fine all’esistenza del premier dello Stato ebraico Ariel Sharon.
Il rabbino contesta al capo del Governo il suo piano di smantellamento delle colonie dalla Striscia di Gaza.
L’esponente religioso, dicono le cronache e forse anche le leggende metropolitane, aveva già svolto il macabro rituale nel 1995. A quell’epoca invocava il passaggio a miglior vita del premier Yitzhak Rabin, che fu “infatti” assassinato qualche tempo dopo.

Inutile dire che la magistratura israeliana ha aperto un’inchiesta. I giudici e la polizia stanno inoltre indagando sulle minacce di morte ricevute da Sharon e da alcuni componenti della “Commissione per il Disimpegno” negli scorsi giorni.
La scorsa settimana il capo del Governo aveva espresso tutta la sua preoccupazione per l’estremismo della destra religiosa. Alcuni militanti hanno infatti recentemente minacciato un’insurrezione armata contro un’eventuale approvazione del piano di ritiro da Gaza. “C’è il rischio concreto di una guerra civile”, aveva affermato Sharon

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Israele: in grave pericolo la vita di Ariel Sharon

Israele: in grave pericolo la vita di Ariel Sharon  

REDAZIONE

 

La vita del premier israeliano Ariel Sharon è in pericolo. L’ennesimo allarme per l’incolumità del primo ministro arriva questa volta dal capo del principale partito di opposizione. Il massimo esponente dei laburisti, Shimon Peres, non ha nascosto le sue gravi preoccupazioni, spiegando che il clima che si vive oggi in Israele è molto simile a quello che si respirava alla vigilia dell’attentato che ferì a morte l’allora premier Yitzhak Rabin.
“Temo per la vita di Sharon – ha affermato Peres – gli incitamenti alla violenza sono terribili come nei giorni che precedettero l’assassinio di Rabin”.

Il pericolo non arriva dal terrorismo islamico, bensì da quello interno, dai gruppi extra parlamentari della destra religiosa israeliana, che si oppongono al piano di ritiro da Gaza del primo ministro.
Il Governo ha infatti deciso che i coloni che vivono da moltissimi anni negli insediamenti dovranno lasciare entro il prossimo luglio le loro abitazioni e, se non lo faranno, saranno sgomberati con l’uso della forza. Un progetto aspramente condannato dai partiti dell’estrema destra.

Poco più di un mese fa il rabbino Yosef Dayan arrivò addirittura a minacciare una cerimonia religiosa per chiedere a Dio di porre fine all’esistenza di Sharon.
La magistratura israeliana ha da tempo aperto un’inchiesta in merito alle numerose minacce ricevute dal primo ministro e da diversi esponenti della “Commissione per il Disimpegno”.
La situazione è molto più grave di quanto si possa immaginare, qualche settimana fa lo stesso Sharon, proprio commentando il suo piano di ritiro dalla Striscia di Gaza, parlò del “rischio concreto di una guerra civile”.

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i veri obiettivi di sharon

Il premier israeliano Ariel Sharon ha annunciato due giorni fa alla Commissione esteri del Parlamento l’intenzione di abbandonare la striscia di Gaza, smantellando le colonie illegali, a cominciare dal maggio 2005 entro dodici settimane. Esponenti palestinesi hanno espresso la preoccupazione che Sharon intenda lasciare l’area dopo averla distrutta. Non sarà quindi la riedizione del ritiro dal Libano meridionale, ma bensì un’altra Quneitra, la città del Golan restituita alla Siria dopo aver dinamitato tutto meticolosamente, trasformandola in un monumento al crimine.

Dow Weisglass, consigliere di Sharon, in una recente intervista a un quotidiano del suo Paese, non ha nascosto che i veri obiettivi del ritiro sono quelli di impedire la nascita dello Stato palestinese indipendente, definire i suoi confini, affrontare lo status di Gerusalemme e parlare della sorte dei profughi palestinesi. Si tratta delle questioni fondamentali, materie rispetto alle quali lo Stato ebraico ha una posizione di totale e assoluto rifiuto. 

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Fanciulle e guerrieri, di Israel Shamir

Non e’ molto divertente essere un musulmano in occidente, oggi. E neanche essere scambiato per uno di essi. L’ ho provato sulla mia pelle mentre ero in volo per gli USA. Avendo un aspetto mediterraneo, compresi i baffi, mi fu chiesto da un funzionario della dogana se leggessi molto il Corano. Una carta stropicciata con un fumetto sembrò al funzionario un’istruzione per pregare a bordo dell’aeroplano, probabilmente gridare Allahu Akbar ed attaccare l’equipaggio. “Non me la conti giusta”, concluse. Fui preso alla sprovvista. Noi israeliani siamo piuttosto simili – per quello che concerne i tratti del viso – ai nostri fratelli palestinesi. Vengo scambiato spesso per palestinese da entrambe le parti, ma non mi aspettavo che i funzionari dell’immigrazione USA imitassero la polizia di frontiera israeliana.

Mi venne in mente di dire: “Non sono musulmano”. Non mi sembrò giusto. Nella Danimarca occupata del 1940, i tedeschi ordinarono agli ebrei di indossare la Stella di Davide gialla. Il re del paese, in segno di solidarietà con i suoi sudditi ebrei, indossò a sua volta quella stella. Ed io dovrei fallire questo esame di comune umanità e dichiarare la mia origine kosher non-musulmana? Sarebbe stato come se io stesso avessi sacrificato un musulmano. Cercai un compromesso: “Non leggo molto il Corano”, dissi. Il funzionario, un certo Gomez, un uomo grosso e nero, non si addolcì. “Ma leggi il Corano?”. “Occasionalmente”, provai nuovamente. Questa pusillanime risposta fu l’inizio della mia rovina. Fui perquisito, abusato verbalmente, ogni pezzo del mio bagaglio fu ripetutamente ispezionato.

Non m’importa dell’affronto personale. Nel 1812, un soldato francese per le strade della Mosca occupata sbarrò il passo a Pierre Bezuchov, il nobiluomo russo di Guerra e Pace, di Tolstoj. “Il soldato ha fermato la mia anima immortale”, pensò Bezuchov, e rise. San Francesco d’Assisi trovò una gioia ancora maggiore nell’essere respinto all’ingresso di un monastero, in una notte fredda e piovosa. Un po’ di umiliazione fa bene all’anima, spiegò al suo compagno San Bernardo.

E’ molto più disturbante vedere l’Islam come l’accusato nella cultura giudeo-americana. Sui giornali USA e su internet sono tornati in voga dibattiti teologici con una vendetta acuta come non mai, dopo una pausa di otto secoli. Persino i buoni amici dei musulmani cominciano ad esitare, mentre il potente lavaggio del  cervello produce i suoi detestabili risultati. L’Islam viene accusato di essere la fede del jihad, la guerra permanente contro gli infedeli, di intolleranza e di crudeltà, e di fornire basi teologiche al terrorismo. Le insinuazioni non si fermano alla politica.
I semi-analfabeti crociati del 12esimo secolo accusavano i musulmani di fare orge di fronte alla loro divinità, Baphomet (una corruzione del nome del Profeta). L’ultimo attacco frontale all’Islam nella pubblica opinione americana ha assunto divertenti sottintesi sessuali. L’appello a bombardare senza pietà Afghanistan, Iraq, Siria e Palestina di solito contiene anche una pesante disapprovazione delle usanze sessuali del Profeta  e del presunto maltrattamento inflitto dai musulmani alla loro controparte femminile.

L’amore del profeta per la sua giovane sposa, Aisha, causa molta costernazione in America; quasi cinquant’anni dopo che la Corte Suprema ha rimosso la messa al bando dell’ode all’amore adolescenziale, Lolita di Nabokov. Agli accusatori non importa che Mohammad amasse Aisha e fosse da lei riamato. Essi sanno molto meglio ciò che e’ bene per ciascuno. Se il Profeta avesse scelto un giovane dell’età di Aisha, probabilmente il timore dell’omofobia avrebbe ammorbidito i toni, ma il Profeta aveva abitudini ortodosse. Modesto scolaro talmudico di Jaffa, lo difenderò in nome della nostra tradizione ebraica. Mohammad (pace sia su di lui) si comportò secondo la lettera e lo spirito della nostra santa fede. Il biblico Giacobbe si innamorò di Rachele quando questa aveva solo sette anni, e da lei ebbe origine una linea di santi che include Maria, la madre di Cristo. […] Aveva più di una moglie, continuano gli accusatori. Beh, la legge mosaica ci permette di avere quante mogli desideriamo. In realtà, al musulmano e’ posto un limite e delle costrizioni che noi ebrei non abbiamo.

Il presunto barbaro costume musulmano di velare le donne e tenerle lontane degli sguardi lussuriosi degli estranei scoccia molto gli accusatori di oggi. Un fedele lettore del Washington Post presume che gli USA hanno attaccato l’Afghanistan per far cadere i veli a suon di bombe. Come primo risultato della “vittoria” americana in Afghanistan, la CNN ha presentato la vendita di materiale osceno nella Kabul colpita.
Anche in questo caso, la nostra legge ebraica resiste fermamente al fianco dei talebani. Un saggio talmudico, Rabbi Isaac, insegnò: se si guarda il dito piccolo della donna, e’ come se si guardasse alla sua “sai cosa”. Rabbi Hisda disse malinconicamente: la gamba di una donna e’ senza dubbio un incitamento. Rabbi Sheshet migliorò la frase, ricordando che anche i capelli della donna sono un incitamento sessuale. Ecco perché le ebree ortodosse e pie indossano la parrucca. E quel maestro di supremazia maschile che risponde al nome di Samuel, sorpassò entrambi quando disse che anche la voce di una donna e’ un incitamento sessuale, secondo la citazione delle Scritture: “dolce e’ la tua voce”. La conclusione del dibattito fu la regola kvod bat ha-melech pnima, cioè che una ebrea pia dovrebbe stare in casa, che e’ l’idea dei talebani, o abbastanza vicina ad essa.

I nemici dell’Islam non oserebbero attaccare la nostra fede ebraica nonostante che tutte le caratteristiche dell’Islam che essi dichiarano di aborrire si trovano anche nel giudaismo. Ciò va oltre le questioni di carattere sessuale. Il jihad non e’ che il termine arabo del concetto ebraico di Milhemet Mitzva, la Guerra Comandata (o Preordinata). I due concetti differiscono in questo: nel jihad, non e’ permesso uccidere civili, mentre nel mitzva e’ ordinato di farlo. Guardate il Pentateuco e lo troverete senza sforzo. Il Profeta, pace su di lui, addolcì questo messaggio.

Se pensate che l’Islam sia intollerante, lasciate che vi citi la storia scritta dal “perfetto saggio ed eccellente dottore in medicina Samuel Sholem di Costantinopoli, capitale del grande Re, il nostro governatore, il potente sultano Solimano”, su Rabbi Isaac Campanton (morto nel 1463), rabbino capo della comunità castigliana, la più illuminata comunità ebraica di tutti i tempi. Sholem scrive; “Il grande rabbino, l’onorevole Isaac Campanton, bruciò il rabbino Samuel Sarsa sul rogo. Una volta, i rabbini si erano radunati per annunciare un contratto di matrimonio. essi lessero “tale e tale anno fin dalla creazione del mondo” e questo Sarsa si pose la mano sulla barba alludendo all’esistenza del mondo fin da tempi immemorabili. Il rabbino Campanton si alzò in piedi ed esclamò: Perché questo cespuglio non si e’ ancora consumato? Che bruci!”. Lo condannarono a morte perché aveva negato che la Creazione avesse avuto luogo 5000 anni fa, e lo bruciarono sul rogo”.

Se credete che l’Islam sia la ragione del terrorismo dei musulmani, allora il giudaismo e’ la ragione del terrorismo ebraico. Fino ad oggi, i musulmani sono riusciti ad assassinare un solo ministro israeliano. Quando invece noi ci occupiamo di terrorismo privato (opposto a quello di stato), i miei santi antenati assassinarono due zar russi, ed una sfilza di ministri, funzionari, ambasciatori e statisti di Gran Bretagna, Germania,  Svezia, Russia e paesi arabi. Fino ad oggi, il nostro record di terrorismo e’ imbattuto, e, da fiero ebreo, respingo i futili sforzi fatti per passare lo scettro ai musulmani o a chiunque altro.

In America, gli ebrei non possono sbagliare, e chiunque pensi il contrario e’ definito anti-semita o ebreo che si auto-odia. Dimostrando le origini ebraiche delle presunte colpe dell’Islam, abbiamo dimostrato che coloro che colpiscono l’Islam sono anti-semiti e probabilmente negazionisti [dell’Olocausto] camuffati. Chiunque ne dubiti, guardi il Washington Post del 27 novembre. L’editoriale dell’ex-capo della CIA James Woolsey e’ accompagnato dall’immagine isterica e ritoccata del bestiale e demoniaco semita, dalla pelle bruna, labbra carnose, crudele e selvaggio. Der Sturmer, il quotidiano nazista, l’avrebbe apprezzato. Anche il contenuto dell’editoriale si adatta perfettamente a Der Sturmer. Woolsey, nell’ articolo orwellianamente intitolato “Obiettivo: democrazia”, invita a “bombardare le difese irachene aeree e terrestri, come abbiamo fatto in Afghanistan”.

Il grande commediografo russo, Anton “Il Gabbiano” Chekov, stabilì le regole della scena: se c’e’ un fucile appeso alla parete nel primo atto, esso sarà usato nel terzo atto. La vita imita il teatro o, per dirla come Shakespeare, questo mondo non e’ che un palcoscenico. Il fucile dell’anti-semitismo ha sparato, come era da aspettarsi, ma ha colpito i veri semiti, gli arabi. Paradossalmente, tra i nuovi anti-semiti vi sono persone con nomi ebraici, o noti per le loro simpatie verso Israele. Come può essere? 

Torniamo all’adagio dei nostri saggi sui pedofili e sui proseliti. La fede ebraica e’ estremamente sospettosa dei proseliti. Sono come piaghe sulla testa di Israele, insegnava rabbi Helbo, ela pratica moderna supporta la sua dotta opinione. L’ebraismo e’ troppo complicato per essere ricevuto in età matura. Gente nata e cresciuta con la religione ebraica si abitua a considerarsi parte del Popolo Eletto, e riescono a gestire la cosa con disinvoltura, ma i neofiti sono presi da vertigini al solo pensiero.

Non e’ strano. Il vero aristocratico inglese Tony Benn supporta i diritti della gente comune, mentre il parvenu di recente conversione, Conrad Black, promuove l’oppressione di europei e musulmani al tempo stesso dalle colonne dei suoi numerosi giornali. Alcuni dei peggiori razzisti di Hebron, la linea di frontiera dell’apartheid israeliano, sono in realtà proseliti che hanno preso alla lettera alcune rischiose idee bibliche. Si guardi al convertito gentile americano nazista che ha preso il nome di Eli Hazeev (il lupo) e che e’ stato ucciso dalla guerriglia palestinese, o al flagello del ciberspazio, il dottor Andrew Mathis, che si e’ convertito ed ha cominciato a difendere la sua personale visione del giudaismo su vari siti internet. Alcuni non-ebrei sono comprendono che il giudaismo e’ una religione interamente interpretata/ commentata, in cui nessuna parola biblica può significare ciò che sembra voler dire in realtà.

Una lettrice mi ha inviato una lettera disturbante: “Mia sorella si e’ convertita al giudaismo alcuni anni fa (sebbene fossimo WASP) e sta oltrepassando i limiti. La scorsa notte, quando le chiesi si mettere fine alla sua negrizzazione degli arabi  abbastanza a lungo da permettermi di farle un altro esempio … ogni volta nella storia … in cui Israele ha fatto qualcosa di sbagliato … qualsiasi cosa, il massimo che lei può dire e’ parlare di “danni collaterali” – cioè il non intenzionale bombardamento di civili quando intende colpire un obiettivo “legittimo”. Mia sorella e’ molto attiva nella comunità ebraica di St.Louis, e forse nella posizione di fare molti danni alle ultime chance  rimaste per la pace nel mondo”.

Sì, rabbi Helbo aveva ragioni fondate per i suoi sospetti. I veri ebrei sapevano di vivere in un mondo reale, e confinavano le loro fantasie allo shabbath. Rimasero umili, studiarono il Talmud e non cercarono l’equivalente moderno di Amalek o della Giovenca Rossa, allo scopo di impossessarsi con la forza o con l’inganno della Terra Santa, né di predicare l’odio verso i gentili. Lo sapevano: questi concetti devono restare intoccabili come i files nascosti del sistema Windows. Ci sono per motivazioni storiche e non bisogna andare a ficcarvici il naso. Ai neofiti manca l’abilità per fare queste importanti distinzioni.

Non e’ una questione di razza: i neofiti, sia di estrazione ebraica che gentile, sono ugualmente ciechi di fronte alla ragione. Ecco perché i feroci neo-cons americani, i supremazisti israeliani di estrazione gentile come Jeanne Kirkpatrick e gli ebrei secolari come il famigerato Norm Podhoretz, invocano senza posa la distruzione del mondo islamico ed avvelenano la mente degli americani.

L’Islam e’ una forma di Cristianesimo particolarmente vicina al Giudaismo. Mentre la Chiesa Orientale Ortodossa e’ stata influenzata dalla cultura greca, e quella Cattolica dal mondo romano, l’Islam ha riportato l’idea della cristianità al suo ambiente semita. Il Profeta, la pace sia su di lui, confermò i  concetti giudaici di stretto monoteismo, di rifiuto delle immagini, di protettività verso le donne e li integrò con il messaggio universale di Cristo e dei suoi apostoli. I codardi nemici dell’Islam infangano questa fede  perché temono ed invidiano il suo spirito indomito, il valore dei suoi guerrieri e la castità delle sue fanciulle.

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Brasile: Lula, gli ogm e l’ambiente

Brasile
Lula, gli ogm e l’ambiente

Tra gli ambientalisti brasiliani e il governo di Lula non corre buon sangue. A Brasilia infatti sembra passato un secolo dalla gloriosa campagna elettorale che portò Lula alla presidenza con il sostegno di verdi, attivisti per i diritti umani e il movimento dei senza terra. A due anni da quelle elezioni l’elenco delle lamentele ambientaliste sembra non aver fine.

C’è il caso più famoso, quello degli organismi geneticamente modificati, fatti entrare nel paese nonostante le promesse elettorali e la mancanza di dati certi sul loro impatto ambientale. Ma anche sul versante energetico e di riduzione dell’inquinamento le cose non vanno meglio. “Senza badare ai danni ecologici e sociali, la sinistra al governo continua a finanziare la costruzione di grandi dighe”, scrive Carta Capital. “E perfino la comunità internazionale si è lamentata per i deboli investimenti nelle fonti rinnovabili”.

Ulteriore buco nero dell’amministrazione Lula: la foresta amazzonica. Nel 2004 gli incendi dolosi in aree protette sono aumentati del 13 per cento, per un totale di 23.750 chilometri quadrati di foresta disboscati contro i 14.242 del 1990. E questo nonostante sia stato istituito un apposito organismo per la lotta alla deforestazione

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Abou Mossaab Zarkaowi, Aiman Al-Dhawahiri, Oussama Bin Laden:

Abed Charef

Le quotidien d’Oran

 

Abou Mossaab Zarkaowi, Aiman Al-Dhawahiri, Oussama Bin Laden: gli americani pensano che basti inventarsi un nome dalla risonanza esotica per vincere una guerra. Abou Mossaab Zerkaoui è un uomo molto comodo. Sconosciuto fino ad  un anno fa, è diventato l’ icona delle news della stampa internazionale. Vale oggi molti milioni di dollari, è sulle news di tutti i grandi giornali,  determina l’apertura dei giornali teletrasmessi, e promette di rimanere la notizia “principe” del terrorismo fino all’apparizione del prossimo Bin Laden. Ha tutto per svolgere il suo nuovo ruolo. Djihadista,  islamista, internationalista, che porta un nome dal suono molto esotico, espatriato, condannato a morte nel suo paese, la Giordania, avrebbe trovato rifugio in Iraq, questa nuova destinazione dei “terroristi” del mondo intero. Là, è riuscito a montare un’organizzazione terribilmente efficace, per tentare di trasporre il combattimento perduto in Afghanistan  verso un Iraq da conquistare. È anche circondato da un alone di mistero, e del mito necessario per farne un vero marchio. E, per completare la tabella, uccide con le proprie mani, prende ostaggi, li decapita, sgozza  le sue vittime senza alcun rimorso. Non obbedisce ad alcuna norma, non fonda la sua azione su nessuna morale. E’ un terrorista, per il quale il terrorismo, la morte, la distruzione costituisce un  fine a se stesso. In una parola come in cento, è il male. Al termine del conto, Zarkawi diventa quasi un prodotto pubblicitario. Aderisce troppo bene alla sua immagine per non porsi  alcune questioni. È così tanto ben inserito nel ruolo nel ruolo che gli si addice che si  finisce per chiedersi se questo ruolo  non sia stato creato per lui, o se, per contro, non sia lui stato creato per questo ruolo, quello di sostituirsi alla resistenza irachena, soppiantarla, diventando il simbolo che rifiuta, quello la cui sola presenza permette agli occupanti di commettere le sevizie peggiori ed i crimini più abietti, come i bombardamenti di case civili nelle quali Zarkawi  si dice sia rifugiato. Poiché, per gli occupanti americani e britannici, i dati sono semplici. Il concetto di “danno collaterale” è definitivamente ammesso ed adottato. Permette di ricorrere a tutti i mezzi, senza attardarsi sulle conseguenze. Si può bombardare una zona residenziale, una casa civile, una via, un mercato, volontariamente o per errore. Basta semplicemente dire che l’obiettivo considerato era “Abou Mossaab Zarkawi” per giustificare, a posteriori, il massacro d’innocenti. Zarkawi esiste realmente? La questione è superflua. Del resto altre questioni sembrano oggi inutili, poiché vietate. Gli fanno portare il cappello delle operazioni più spettacolari in Iraq. Si insiste sul posto preponderante che si suppone occupi, lo si mette letteralmente come punta di diamante di resistenza. Ma nessuno  si chiede come quest’uomo sia  potuto arrivare in un paese in guerra, che è  appena  uscito da un lungo periodo d’ibernazione poliziesca, e stabilire reti d’una tale efficacia così poco in tempo. Come può  prendere il  governo su tutto uno popolo, e dirigere la resistenza in un paese in cui il culto della guerra è un dato permanente? A scavare queste questioni, si finisce per arrendersi all’evidenza. Gli americani si sono confrontati con  un problema serio in Iraq. Non potendo risolverlo, lo deformano. Rifiutano di ammettere che hanno di fronte a loro una resistenza organizzata, che respinge l’occupazione. Allora, hanno fatto una scelta, quello di eliminare questa resistenza, di distruggerne l’immagine. Il modo di procedere è relativamente semplice, quasi elementare. Gli Stati Uniti rappresentano il bene, coloro che li affrontano sono l’incarnazione del male. Dopo avere eliminato un primo male che si chiamava Saddam Hussein, hanno deciso di creare un’altra immagine del male, dandogli il nome Mossaab Zerkaoui. E’ un metodo che ha dimostrato la sua efficacia presso le opinioni occidentali. Ma che ha dimostrato anche di essere molto pericoloso, particolarmente quando l’autore stesso della manipolazione finisce per credervi. E ci si chiede oggi se gli americani  non abbiano realmente l’impressione di combattere Abou Mossaab Zarkawi! In tutti i casi, George Bush sembra ne convinto. Eppure, nonostante sia  così efficiente, il sistema americano non ha potuto fare a meno di lasciare apparire numerosi difetti. Si è lasciato prendere in un’analisi ?? secondo la quale gli americani sarebbero stai accolti come  liberatori in Iraq.  In Europa francofona, tre uomini, Antoine Sfeir, Antoine Basbous ed Alexandre Adler, che sfoggia un’ostilità primaria a ciò che è musulmano, continuano a dettare la condotta da adottare. E tutti mettono davanti il ruolo di Zarkawi, nascondendo ogni sentimento  nazionale iracheno. E’ questo mondo, fatto di “ricercatori”, “intellettuali” ed “esperti”, che ha letteralmente creato Abou Mossaab Zarkawi. Come aveva creato Bin Laden prima di lui. Uomini molto comodi, molto utili, e così efficaci per occultare le questioni di fondo che agitano il mondo arabo da un secolo, come la questione palestinese.

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