Agosto 2006

Prodi premia l’Hitler nero del Rwanda

Stavolta Prodi l’ha combinata grossa,
compromesso la buona reputazione del suo governo nella difesa dei diritti umani.
 
Ci sentiamo scandalizzati,
sullo stesso piano dei comboniani di Nigrizia,
nell’aver appreso che il presidente del consiglio del mio Paese ha premiato l’Hitler nero d’Africa:
Paul Kagame.
 
A quelli di Nessuno tocchi Caino,
rispettati più volte per il loro impegno,
ci uniamo anche noi nel dire che Caino va perdonato,
ma da qui a premiarlo ci passa troppo…
 
L’estate scorsa mi ritrovavo nelle Repubblica Democratica del Congo,
col mio umile impegno a sostenere gli sforzi della martoriata popolazione per la conquista di un barlume di libertà e democrazia.
I segni della guerra erano tangibili ovunque, il più grande olocausto dopo la seconda guerra mondiale.
Quei 4 milioni di congolesi morti in 5 anni, portano nelle ossa la firma del Kagame generale del Fronte patriottico ruandese (Fpr)
che scatenò la tragedia invadendo il Congo.
 
Prodi sa come Kagame gestisce oggi il suo potere in Rwanda?
Arrivato al potere in seguito al genocidio ruandese, innescato col suo contributo,
il suo regime oggi può infrangere e violare impunemente i diritti umani ed è pura apartheid e terrore per l’ etnia hutu,
andare a vedere per credere.
 
ps.
Il brother beat Nick
in Ruanda ci partirà sul serio fra non molto,
auguri hermano.
 
guerrilla radio
 
 
approfondimenti:
La polemica di Nigrizia
Nessuno tocchi Kagame
video: Kagame principale istigatore del genocidio ruandese
Il presidente Kagame scatenò il genocidio Tutsi

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Questo blog fa schifo agli israeliani

Qualche giorno fa mi ha scritto un cittadino israeliano comunicandomi quanto trova ripugnante ciò viene scritto su questo blog.
 
Prima che si eclissasse nella rete ho fatto in tempo a ribadire che semmai di ripugnante c’è l’atteggiamento del suo Paese
nello sterminare sistematicamente civili palestinesi, per lo più bambini.
 
L’ultimo bombardamento dell’artiglieria israeliana contro Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza, 
ha ucciso 3 bambini palestinesi appartenenti alla stessa famiglia: Sara Abu Nazal, 10 anni; Mahmoud Musa Abu Nazal, 10 anni; Yahya Ramadan Abu Nazal, 11 anni.
 
Che Iddio o Allah abbia a cuore le loro anime.
 
Ma il bilancio degli ultimi dieci giorni annovera decine di civili ammazzati
(non riferiamo di uccisi fra i civili israeliani semplicemente perchè non ve ne sono, strana guerra questa vero?),
precedentemente a Seida, era stata la volta di Mahmoud Ibrahim Qarnawi, 11 anni, colpito dagli israeliani alla testa e lasciato morire dissanguato dinanzi ai genitori.
 
Proprio in quel minuscolo villaggio di Seida dove ho lasciato io il mio di cuore,
e ogni volta che ne leggo i lutti tremo,
 soffro di palpitazioni nel timore di scoprire che i soldati israeliani abbiano ammazzato un mio amico.
 
Per fortuna non tutti gli israeliani sono come l’anonimo che mi ha comunicato il suo disgusto, probabilmente reciproco,
ma lungo le spiagge di Tel Aviv o nelle sue discoteche la maggioranza della gente pare se ne sbatte se non commenta divertita a queste quotidiane stragi d’innocenti,
stolidamente non arrivando a capire che è tutto ciò il primo motivo di insicurezza per lo stato d’Israele.
 
Continueremo con piacere a essere ripugnanti,
se ciò significa denunciare questo continuo genocidio verso un popolo oppresso.
 
vik
alias guerrillaradio

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DIARI CONGOLESI 2: la lezione di un’elezione

Proseguo con lo stralcio dai miei diari Congolesi,
l’impressione dell’espressione delle elezioni in Congo,
come si è impressa nella mia mente scuotendo il mio animo;
nell’ambito della nostra significativa missione come osservatori volontari tramite 
i Beati Costruttori di Pace.

g.r.

Democrazia allo stato puro,
stato brado,
aldifuori di quei meccanismi egoistici che dalle nostre parti ci portano a votare per i partiti politici
più vicini alla nostra classe sociale, o dottrina di fede,  o regione di provenienza, insomma a meri calcoli individualistici sul proprio personale tornaconto.
Il phatos collettivo che ha condotto quasi 26 milioni di congolesi a votare
è stato il medesimo spirito passionario,
inserire  quel maledetto lenzuolo di carta malpiegato nell’urna
nella convinzione di aver espresso un voto per la pace, ma una pace assoluta per tutto il Paese.

Non importa la scelta,
ma l’intenzione dei votanti.

E l’intenzione per la pace, è stata  quella di prendere per una volta nelle proprie mani
 le redini di un destino da sempre mosso da cinici burattinai oltreconfine.

La pressoché totale assenza di violenze e intimidazioni intorno ai seggi,
è la cartina di tornasole su di una coscienza popolare che ha virato verso la volontà rivoluzionaria per il Congo di mettere fine ai suoi conflitti intestini.

E se fortunatamente nel bel mezzo della guerra noi non ci siamo ritrovati,
la sua ombra funesta era però tangibile un pò ovunque,
e i suoi strascichi come tentacoli minano l’ipotesi di convivenza pacifica.

Per quanto mi riguarda,
la guerra,
puttana,
mi si presentava  nei racconti sulle labbra tremanti delle sorelle Dorotee a Bukawo,
che mi narravano di quando una bomba è precipitata nel giardino del vicino,
o di quando i guerriglieri entravano da loro, legavano  i custodi
puntavano i fucili alla loro tempie e si facevano consegnare quel poco fra viveri ed elemosine che avevano racimolato per i più poveri.

Durante le nostre perlustrazioni nei vari villaggi,
la guerra era da sempre impressa in alcuni sguardi spauriti,
in discussioni casuali con passanti,
in occhi di ciechi che iddio sa cosa avranno mai visto,
in cicatrici sulla carne spoglia,
in alcoolsti che, con mia viva meraviglia non erano maltrattati dalla comunità,
ma stranamente compatiti,
e Giampaolo (mio partner in questa missione)
mi ha suggerito che chissà anche loro cosa avevano subito,
o forse peggio,
quali atrocità avevano  dovuto compiere per difendere se stessi,
la famiglia o la terra.

Tutta una umanità reduce da una violenza che non si è ancora redenta.

L’ultimo giorno dalla parti di Kalehe,
ci siamo fermati a ristorarci in una bettola la cui insegna recitava:
“chez mama duble” (abbiamo scoperto successivamente il perchè di tale affissione,
la mamma in questione era un donnone sui duecentochili…),
 all’interno divorando un foù foù ho notato su una delle pareti in legno dei disegni in pastello,
gli stessi disegni che i bambini palestinesi imprimono sul foglio quando li si lascia disegnare in libertà.

Scene di caccia.
Sì, ma caccia all’uomo, con sparatorie e sgozzamenti.

Quale futuro si profila per una società i cui cuccioli d’uomo,
proiettano tali incubi fuori di sè con totale naturalezza?
Anni di sostegno psicologico, per lenire quei traumi,
ma in Congo chi ha tempo???

Il dì di festa delle elezioni ha in parte attutito questi miei stati di scoramento.
Il mondo civilizzato ha ricevuto una lezione da quello ancora civile.
Mi chiedo se è più sottosviluppato un paese che si muove in massa ancor prima dell’alba
verso le urne vestiti di stracci a piedi scalzi camminando per chilometri,
piuttosto che il misero 50% di aventi diritto al voto che alle ultime elezioni statunitensi han ritenuto doveroso
alzare le chiappe dal divano ikea dinnanzi al televisore al plasma
e andare magari a ricaccare a calci nel suo ranch texano
l’attuale presidente usa che governa il mondo.

Encomiabile il lavoro dei membri dei vari bureaux de vote,
in particolare i nostri osservati speciali durante lo spoglio.

Spoglio che mi ha riportato alla mente una vecchia pellicola:
“Non si uccidono così anche i cavalli?”
-14 ore consecutive,
-niente cibo
-niente acqua
-porta sprangata, chi è fuori è fuori,   chi è dentro rimane dentro,
-olezzo irrespirabile di umanità sporca sprovvista di deodorante (noi wazungu in primis…)
-luce fioca di lampada al centro della stanza
 + a fare da faro per zanzare malariche fuori rotta che per altro.
 Nonostante sussisteva una tacita competizione fra gli assesseurs e i temoins su chi cedesse prima sotto le brame di morfeo,
  erano i ceffoni di un corpulento presidente a ristabilire il numero legale del bureau di depoullement, più rinsavente di un qualsiasi doppio caffè espresso.

Se stoici i membri del seggio,
come è stato certificato dalle emozioni di ciascun volontario,
commovente è stata la catena umana di congolesi in cerca tramite il gesto del voto di equità e giustizia.

Come non poteva aprircisi il cuore la vista di tutte quelle donne
che sparivano dietro l’isoloir con il bimbo attaccato al capezzolo,
a poppare un siero che era insieme latte materno
e testamento non verbale d’indipendenza, di possibile rivincita.

Scherzavo con JeanPaul,
sul fatto che un ragazzo da più di un quarto d’ora sostava nella cabina elettorale indeciso sul dafarsi,
e la sua scheda la girava e la rigirava,
gli ho dato di gomito: “un tantino indeciso il ragazzo eh?”,
sottolineando come allungasse a dismisura la media dei tempi di voto da registrare nella nostra valutazione.

Avrei voluto prendermi a schiaffi.
Perchè quando mi è sfilato innanzi dopo 20minuti buoni,
ho scoperto sul viso del ragazzo che l’occhio sinistro era completamente spento,
e quello destro anch’esso parecchio messo male.
Avrebbe potuto tranquillamente chiedere l’ausilio che in quel seggio era riserbato agli analfabeti, ma il ragazzo non l’ha fatto.
Come abbiamo notato non fare da altre decine di votanti in difficoltà.

Lì dentro l’isoloir oscuro, lui, quasi totalmente cieco, ha preferito fare da solo.
Si stava consumando l’evento eccezionale, il SUO MOMENTO.
La libertà è un bene così prezioso, ce se ne rendo conto quando viene a mancare,
o nel MOMENTO in cui ci viene restituita.
E domandatelo a Mandela come ad ogni congolese,
ma giammai a uno di quei migliaia di giovani nostrani che ci tengono a farsi rinchiudere in una casa per mesi spiati dalla telecamere…

Abbiamo visto lungo una fila votare una bambina,
voto irregolare?
No, era una donnina, una donna-bonsai,
pigmea, il voto più palese delle elezioni del Kivu,
anche lei arrancava x arrivare all’inchiostro nell’isoloir, non ha voluto farsi aiutare a votare,
paura che qualcuno le appoggiasse il dito sul viso di Bemba???
(ndb. jean pierre bemba prossimo al ballottaggio per le presidenziale,
in passato faceva praticare il cannibalismo ai suoi guerriglieri nei confronti dei poveri pigmei…)

Il nostro amico Justine,
ha evocato quelle lunghe file ancora al chiaro di luna dinnanzi all’apertura dei seggi,
come file di fedeli in attesa di ricevere la comunione,
a me in una versione più laicista hanno evocato alcuni vecchi documentari che in Italia mostravano giovani uomini e donne, parecchio malmessi,
marciare sulle montagne verso una speranza di libertà,
li chiamavano partigiani.


Vittorio Arrigoni
alias guerrillaradio,
l’ultimo dei sessanta volontari coinvolti.

Flagi82 alias ??? Noemi Dalmonte
una delle prime, è possibile trovarla lei e le sue diapositive sul Congo
a questo indirizzo:
http://tappingdiotima.iobloggo.com/

Daniele Danese, paparazzo style,
ha pubblicato qui alcune foto della nostra missione.

Marta Clementi,
anticipando Daniele, ne aveva già pubblicate altre.

Daniele Barbieri,
nostro guru-giornalista,
ci consiglia di comprare l’ultimo numero di Carta.

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Michael Moore versione Sicko sputtana Berlusconi

Michael Moore di passaggio a Roma per presentare il suo ennesimo pugno allo stomaco della “cultura” statunitense, il capolavoro Sicko, ha avuto anche dure parole contro il leader dell’opposizione:

 

“In Italia esiste il diritto a chiedere e ricevere cure sanitarie se si e’ malati e il servizio sanitario esiste indipendentemente dal colore del governo. E’ anche vero che per alcuni anni avete avuto un governo di centrodestra e un presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che ammirava l’America e voleva imitarla. Cosi’ ha cercato di tagliare la rete di sicurezza sociale e ridotto le risorse per il sistema sanitario. Cosi’ il nuovo governo deve ripulire il casino che Berlusconi si e’ lasciato alle spalle. Tuttavia in Italia almeno un sistema sanitario ce l’avete, negli Stati Uniti non abbiamo nemmeno quello”.

(Michael Moore today in Rome)

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L’Abu Ghraib dipinta da Botero e quella vissuta da un italiano rinchiuso in Marocco. (free Abou Elkassim Britel)

“Credo che la gente non si aspettasse che il paese più ricco del mondo facesse queste torture come facevano 10 secoli fa con una perversione totale”.

(Fernando Botero)

 

Dopo aver segnalato una mostra assolutamente da boicottare, eccone un’altra imperdibile:

http://www.mostrabotero.it/

L’abu Ghraib di Botero è senza dubbio la miglior risposta dell’arte come guerrilla alla sottaciuta depravazione di un occidente che fa della tortura la sua democrazia da esportare.

 

vedi altre immagini

L’abu Ghraib di Abou Elkassim Britel è invece la drammatica vicenda di un italiano che nel maggio 2002 ammanettato, incappucciato, denudato, vestito di un pannolino, incatenato fu trasferito dalla CIA dal Pakistan in Marocco dove fu torturato da agenti dell’intelligence marocchina e dove ora è in carcere.
 
Nel maggio 2003, liberato senza accuse, dopo una lunga e dura detenzione in segreto, al momento di rientrare in Italia, fu di nuovo rapito e fatto sparire, complici i servizi italiani. Subì altri 4 mesi di detenzione segreta e nuove torture, poi fu processato senza alcuna garanzia. Prima condannato a quindici anni di carcere, la sua pena venne ridotta a 9 anni.
Oggi è rinchiuso nel carcere di Äin Bourja a Casablanca, dal quale dovrebbe uscire nel 2012.
 

 
In questi giorni unti da creme abbronzanti e fritture in riva al mare, certe vicende rovinano la festa,
sarà che questa estate ci è crudele, noi sposiamo questo ruolo di guastafeste.
 
Per Kassim si deve e si può fare qualcosa.
 
Kassim è innocente delle accuse di terrorismo come risulta dall’archiviazione dell’indagine italiana. Il Parlamento europeo ha sollecitato il governo italiano a prendere misure concrete per ottenerne l’immediato rilascio. Lo stato italiano tace e l’ingiustizia nei confronti di Abou Elkassim Britel continua.
Mandate un messaggio di solidarietà per Karim, compilando questo form, già in migliaia l’hanno fatto, solo se l’attenzione si farà veramente popolare la politica si sentirà il dovere di intervenire per una giusta causa, causa di diritti umani.

links di approfondimento:

http://giustiziaperkassim.net/

http://www.an-nisa.splinder.com/

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La genesi di un istantanea 2: la paura di hamid skif

Inaspettatamente stamani mi sono ritrovato in zona,
e allora sono corso una scappata a salutare i miei fratelli d’ebano,
Ibrahim e gli altri appena mi hanno avvistato mi sono fatti incontro ridacchiando,
chiedendomi cosa gli avevo combinato.
 
Dopo la pubblicazione della foto sul sito di Beppe Grillo, sono stati infatti riconosciuti da più persone,
e ne erano felici,
anche se purtroppo questa inattesa popolarità non ha giovato al loro umile commercio clandestino.
 
Questa mese specialmente, sono vacche magre.
 
Avrei dovuto portare loro alcuni doni, ma essendomi trovato per caso da quelle parti,
ero a mani vuote.
Allora loro hanno omaggiato me di una splendida collanina appena giunta passata mano per mano dall’Africa,
che regalerò a mia volta a mia madre,
e una sorta di specchio intagliato nel legno raffigurante l’icona del Che Guevara, che mio padre ha messo in bella mostra nel suo ufficio(“nessun Che può essere brutto”);
i miei freres mi conoscono molto bene.
 
A loro dedico il video di questo post,
a loro e a tutti i clandestini di questo nostro ingrato Paese
la lettura dell’ultima pagina di uno struggente libro che consiglio a tutti,
il miglior vaccino a qualsiasi libello leghista-razzista:
 
“LA PAURA”, di Hamid Skif
barbera editore:
 
“Stasera o domani troveranno il mio cadavere buttato sulla massicciata, con in mano un quaderno strappato e sulle labbra un sorriso, soltanto un sorriso per dire sì, ho vissuto per qualcosa, non ho vissuto per niente nel freddo di questo paese, che ha ucciso il mio corpo ma dato le ali alla mia anima.
Non piangetemi e non dimenticatemi. Mi sistermerò sulle vostre soglie, veglierò sui vostri sogni, vi starò alle calcagna perchè ho il sorriso arrogante dei cani che fiutano la paura degli altri e ne vivono per una vita intera, ospiti della vigliaccheria. Non sono più scheletro, nè uomo, nè hombre e metto l’h dove va messa affinchè faccia delle ombre un uomo e dell’uomo le sue ombre poichè, sapete, nei vostri cuori i cani hanno uno spazio più grande di noi, umani di second’ordine, scorie d’Europa e di un mondo talmente ricco da spappolarsi il fegato con i suoi banchetti omicidi. Ci bombardate con quell’agio che cola dagli schermi e pretendete che ce ne restiamo qua, in pensione sin dall’infanzia, seduti sulle nostre chiappe a crepare di fame e di sete a pochi chilometri dalla vostra mangiatoia, ci chiudete le porte in faccia, ci proibite di entrare nel vostro canile e innalzate dei muri. Noi però ce ne facciamo beffe. Sbeffeggeremo tutti i muri. Non c’è niente di più umano che sbeffeggiare la stupidità. E se trovate delle larve bianche nel mio cadavere, prendetevene cura. Saranno presto bruchi e farfalle. Si trasformeranno in migliaia di mostri che spopoleranno il cielo in cerca delle nostre anime, noi gli abbandonati sulla spiaggia, noi i restituiti dai flutti a decine e presto a centinaia, bagnati di singhiozzi, congelati dalla mancanza d’amore, affamati di pietà. Il nostro esercito è dall’altra parte della costa, pronto a tutte le audacie, e un suo distaccamento verrà ogni notte a sfinirvi elencando i suoi soldati morti, identificandoli, seppellendoli o respingendoli prima che arrivi il secondo distaccamento, poi il terzo e così via fin quando sarete sommersi e non ne potrete più, visto che preferite aiutare quelli che ci succhiano il sangue invece di aiutare noi ad abbattere la loro tirannia. “Troppo facile dirlo”, reclamate nei vostri discorsi inamidati di menzogne, ma adesso è finita, non vi crediamo più, non crederemo più. Siete complici degli assassini. Stasera torno a casa. Mi butterò dal treno perchè la mia faccia non si adatta e perchè la mia ombra fa ombra al coccodrillo che mi fronteggia, che vorrebbe vincere i suoi gradi al supermercato dell’odio e che sogna solo di farsi un clandestino, un magrebino, o un altro meteco.
Se proprio ne deve crepare uno, che sia stasera o mai più.”

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DIARI CONGOLESI: Prologo

Riemergono,
le ferite stantie sulla terra rossa
erosa da una pioggia gravida di epidemia.
 
Le ferite di guerra  che sfaldano il suolo
rilevano tutto il putridume di milioni di corpi malinumati.
 
Si ripropongono,
nelle cicatrici sulla pelle d’ebano
di Giovani mai stati giovani.
 
La guerra corre sulle labbra di un popolo intero,
come racconti terribili
sulla bocca di un pazzo affetto da logorrea irreversibile.
 
E ci grida di:
                      violenza carnale,
                     granate cadute dietro casa,
                       amputazione,
                      saccheggi,
                   del calare della notte inteso come terrore e lutto.
 

 
Nel controllare e porre il timbro sul mio passaporto,
al confine col Rwanda,
ho notato che l’agente di frontiera aveva entrambi i bracci mutilati.
 
L’ho salutato allora,
con una forte stretta di mano,
 la stessa mano con cui l’occidente dei wazunghi
si è preso cura in questi anni dei destini di questi uomini sofferenti
(un moncherino compassionevole si è mosso verso il mio braccio invisibile).
 
 
Con gli occhi grandi come i grandi laghi del Kivu,
i figli diseredati del Congo ci scrutano,
 e in quegli enormi pozzi di pece,
 vergognosamente andiamo a nasconderci la colpevole coscienza.
 
Perchè nel riflesso di quei cristallini laghi
come nelle pupille nere incredibilmente dilatate dei bimbi,
vige ancora l’abnorme offesa,
quelle migliaia di morti che nei laghi venivan gettati,
ora sgombri dalla vista
mai rimossi dallo sguardo di ogni congolese.
 
 
Non ci sono specifiche pregiudiziali verso l’uomo bianco,
ma l’onore di essere visitati
dai parenti stretti
di quei generali neri che li hanno trucidati.
 
 
Nella memoria storica di un vecchio cieco,
nel passo incerto di una bella donna
che da bimba fu rapita e poi stuprata,
 
Ho scoperto quale chiave apre quelle fosse comuni
  che qualcuno volle non fossero mai scoperchiate.
Sbattute in faccia all’opinione pubblica mondiale.
 
Ho scavato a mani nude
e fra le mani sono emersi femori,
crani tumefatti, e costole con incisioni come fossero graffiti,
meglio,
 griffate.
 
    Molte recitavano “etats unis”
   altre “Made in Europe”
    altre ancora “Cadeaux d’Italie”.
 
Lercio d’infezione,
Infetto irreparabilmente anche me stesso
Ho cercato lo spiraglio per tornare indietro,
fuoriuscire da quell’orrore di guerra.
   Ma ogni porta alle mie spalle era sprangata,
    senza serratura,
   e quelle poche con,
  una combinazione che ho voluto scordarmi.
 
Non rimaneva che del lucido da scarpe
in fondo al mio zaino.
Spalmato sulla mia pelle latteo-spettrale
che mi facesse apparire meno appartenente a quell’immonda gente
che diamanti e oro indifferentemente continuavano a cavare fuori
dalle carcasse di innocenti ammazzati.
 
Alla fine con tutta l’umiltà di cui sono ancora capace,
non più muzungu, finalmente africano pure io
mi sono messo a marciare a fianco di 26 milioni di eroici congolesi,
sulle loro marcite strade, verso un nascituro rinascimento.
 
 
Accompagnando il Congo  verso l’elezione 
in cui noi avrem dovuto essere i testimoni eletti,
un poco presuntuosi,
ci siamo tutti  presto resi conto che l’Africa
 ancora una volta,
ci stava impartendo una lezione.
 
Di Democrazia allo stato puro,
d’incredibile fame di Pacificazione.
 
.
Vik alias guerrilla radio

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Attacco all’ipocrisia delle Nazioni Unite. CyberProtesta pacifista

«Questa è una CyberProtesta. Hey Israele e Stati Uniti non uccidete i bambini e l’altra gente. Pace per sempre. No alla guerra»
qui sotto potete vedere lo screenshoot del “sabotaggio” da parte di Kerem125 M0sted e Gsy, tre hacker turchi,
ai danni del sito delle Nazioni Unite, (www.un.org:)

I tre hacker, impegnati come noi a utilizzare le indefinite potenzialità di internet
per denunciare le più gravi ingiustizie odierne,
si sono introdotti nella sezione dedicata ai «latest statements»,
le più recenti dichiarazioni del segretario generale Ban Ki-moon, e hanno inserito ciò che il capo dell’ONU si dimentica di dire nei suoi discorsi.
 
E se pensate che le accuse della  CyberProtesta siano campate in aria,
leggetevi la recente storia di Mariya ,
bambina palestinese rimasta paralizzata in seguito ad un attentato terroristico israeliano
e che ora da Israele si vede negare le cure:
 
LA SORTE DI MARIYA

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La mia foto ripresa da Beppe Grillo: la genesi di un istantanea

Beppe Grillo  ha pubblicato una mia foto
sul suo blog per il V-day:
 

guerrillaradiobloggo è vittorio arrigoni
 
Ibrahim e Mamadou,
come il fuori-inquadratura Baba,
sono i miei fratelli senegalesi.
 
E il loro vaffanculo day in Italia si protrae da anni,
più o meno da quando una legge partorita da un bicefalo razzista chiamato Bossi-Fini
ha disumanizzato gli esseri umani rendendoli una merce.
 
I miei fratelli sono uomini dotati di grande spiritualità,
e sopprafine intelligenza (come tutti i senegalesi che conosco qui in Italia),
parlano minimo 5 lingue, Ibra ha una sorella che studia alla Sorbonne,
Baba una laurea in scienze della comunicazione.
Hanno lasciato a Dakar un impiego sicuro,
ma troppo male renumerato per le loro numerose famiglie,
e hanno rischiato la venuta in Europa quasi certi di trovare uno spazio se non per le loro capacità umane ed intellettuali,
quantomeno per le loro operose mani.
 
E spazio per lavorare ci sarebbe eccome, confindustria conferma,
se non fosse intervenuta una politica che fa del bieco razzismo la sua principale arma di  propaganda.
 
I miei fratelli senegalesi vivono ammassati in un appartamento affittato all’unico africano in regola, che non ci pensa due volte a concedere ospitalità ai suoi più sfortunati connazionali.
 
Oltre alla bancarella per riuscire giusto a metter qualcosa in fondo allo stomaco,
ottengono un lavoro vero, ma nero, nerissimo
al massimo per due-tre mesi l’anno,
12 ore minimo di sfacchinata quotidiana,
stipendio ipotetico.
 
Baba recentemente mi ha fatto parlare al cellulare con sua moglie, è deliziosa, l’ho vista in foto,
non si incontrano da tre anni.
Si sono sposati per telefono.
 
Spesso mi raccontano dei furti che subiscono,
(e  rubare a chi non ha niente ce ne vuole vero?)
delle intimidazioni, delle violenze verbali.
 
Sarebbe facile optare per la via più semplice,
e vendere le loro vite al narcotraffico in cambio di soldi facili e una vita decente.
Ma li ritrovo sempre lì il lunedì pomeriggio fuori dal centro commerciale
 a vendere la loro paccotaglia e i cd pirata per sopravvivere,
degni di una dignità e un umiltà che noi ormai abbiamo perduto.

E proprio questo richiedono: dignità,
non carità.
E magari amicizia, un sorriso,
cinque minuti per ascoltare le loro storie,
la loro antica tribale proverbiale saggezza.
 
Il loro vaffanculo day è quotidiano,
 etnico e musulmano, appena appena sussurrato,
contro le avversità della vita,
la disuguaglianza, il razzismo strisciante.
 
L’Italia è un paese di migranti,
più di 30 milioni nel secolo scorso sono andati altrove a cercar fortuna,
dalla Germania sino agli Usa
hanno avuto vita dura, hanno arricchito le economie che hanno servito
ma in compenso hanno elevato le condizioni dei loro cari.
Mai nessuno di questi si è trovato di fronte ad un Bossi o un Fini…
 
C’è da dire che anche questo governo,
da me votato su mandato di questi miei fratelli di madrelingua wolof,
latita, è in incredibilmente in ritardo sulla più grande ingiustizia del nostro Paese.
 
Zanotelli  invitava la chiesa italiana  a farsi carico di questi soggetti a rischio,
ma come sempre, questa chiesa cattolica è tutta presa fra moduli di 730
e l’inviolabilità di una famiglia che non esiste dai tempi della Maddalena.
 
Io allora invito tutte le donne e gli uomini sensibili ad accorgersi di questa enorme ingiustizia,
che va ben oltre i problemi di una finanziaria e i richiami di Bruxell sul debito pubblico.
Ne va della estinzione della nostra intera società
intesa come come un punto d’incontro di valori umani condivisi  e assurti a bene collettivo.
 
Vi lascio meditare coi Barbari di Kavafis:
 
http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1163
 
Vik alias
guerrillaradio

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Welcome to Paradise! quest’estate tu quale inferno scegli? (Manu Chao)

BENVENUTI IN PARADISO!!!
al collo una collana floreale,
potrebbe essere l’accoglienza di una qualche oasi artificiale,
messa su a tempi di record dall’industria del turismo per soddisfare il pigro egoismo di occidentali flaccidi smaniosi di esotismo.
 
Manu Chao riflette come me
verso quale paradiso potrei ritornare,
sebbene quest’agosto oramai mi veda fossile.
 
Potrei tornare in Congo,
a constatare quanto le elezioni libere dell’anno scorso,
cui partecipai col mio solidale supporto,
sono riuscite a sopire gli istinti di guerra che in 10 anni han fatto 4 milioni di vittime.
 
O rintracciare Samuel e gli amici tanzanesi,
di fianco ai Masai,
una terra un tempo sacra ora è mercimonio al pari delle prestazioni di una battona.
 
O Gerusalemme, capitale della mia Palestina,
capitale invisibile di uno Stato segnato su nessuna mappa,
ma coi confini ben impressi sulla terra col sangue da milioni di anime da decenni sofferenti.
 
Oppure recarmi in Nord Iraq, laddove mi hanno recentemente proposto di partire.
 
Molti paradisi in questo nostro mondo,
ma mai quanto gli inferni.
Tutto sta da quali occhi osservano.
 
Allora Welcome to Paradise
 
Vik alias
guerrilla radio

Welcome to Paradise! quest’estate tu quale inferno scegli? (Manu Chao) Leggi l'articolo »

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