Novembre 2010

Se Milano Roma Londra fossero occupate come la Palestina

Immaginate vostra figlia o vostra sorella in fil di vita e voi in corsa contro il tempo per portarla all’ospedale in una città come Roma, come Milano, come Londra,  che una mattina vi risvegliate e non è  piu’ Londra, ne Milano ne Roma.

Ma Nablus, Jenin, Gaza.

Quando la vita si spegne dinnanzi ad un checkpoint sulla strada verso la speranza:

Attorno a Gerusalemme il tempo di percorrenza medio necessario per trasportare un malato in ospedale è oggi di circa 2 ore, mentre era solo di 10 minuti nel 2001.

Solo in West Bank ci sono più di 600 checkpoints.

Dinnanzi a questi checkpoints, quotidianamente pazienti palestinesi bisognosi di cure vengo rimandati indietro. 

Dinnanzi ai checkpoints donne gravide sono costrette a  partorire per strada.

Dinnanzi ai checkpoints palestinesi in fila per passare vengono feriti, e talvolta uccisi dai soldati israeliani.

Immaginatevi una mattina di risvegliarvi nella vostra bella città occupata da Israele.

Restiamo umani

Vik da Gaza city

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Israele invade la Sardegna con armi di distrazione di massa

Calcio, Grande Fratello, Fabio Fazi tafazziani, scandali più o meno architettati ad arte per un popolo di voyeur, con il condimento di notizie abilmente svianti la realtà del nostro Paese.

Armi di distrazione di massa.

Esempio, dalle prima pagine dei maggiori quotidiani italiani:

Repubblica:

“Giappone, ministro si dimette per una battuta”  -e se non era una battuta ma un bunga bunga che faceva, harakiri?

Corriere:

“Le ore più difficili di Mara Carfagna”. 

– l’uscita  dal governo della pupilla del presidente del Consiglio ci ricorda come è entrata, grazie ad un Bocchino.

 Corriere

“Maroni da Fazio: una lista di successi contro la mafia”.

-10 domande al ministro degli Interni,  QUI

Armi di distruzioni di massa.
Presenti su nessuna prima pagina di nessun quotidiano:

Massiccia invasione di mezzi militari israeliani a Sud Ovest di Gaza…
In Sardegna.

Israeliani a Decimomannu 

Red

I caccia israeliani sfrecciano a bassa quota, lanciando bombe e missili sugli obiettivi. Non è una scena dell’operazione  «Piombo fuso» contro Gaza, ma dell’esercitazione Vega 2010  in corso nella base aerea di Decimomannu (Cagliari) dal 16 al 26 novembre. Vi partecipano 30 aerei da guerra e oltre 500 militari italiani e israeliani. L’esercitazione, spiega un comunicato stampa, si inserisce «nel più ampio contesto di cooperazione internazionale allo scopo di confrontare differenti tecniche di impiego e garantire l’addestramento avanzato unitamente allo scambio di esperienze fra equipaggi delle aeronautiche militari italiana e israeliana». Sicuramente, nello scambio di esperienze, i piloti israeliani hanno molto da insegnare a quelli italiani. L’aviazione israeliana continua infatti i raid contro la popolazione di Gaza, uno dei quali è stato effettuato il 19 novembre. I piloti israeliani hanno però anche da imparare. La base di Decimomannu, sede del Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), è dotata delle più moderne tecnologie. Tra queste un sistema elettronico che, attraverso sensori agganciati ai velivoli, permette di seguire, in diretta su ampi schermi, lo svolgimento del volo come se ci si trovasse a bordo di ogni singolo velivolo. Dopo i dieci giorni di esercitazione, i piloti israeliani saranno quindi in grado di condurre attacchi ancora più micidiali. Perfezionando allo stesso tempo le tecniche per l’attacco nucleare. L’esercitazione di Decimomannu rientra nella cooperazione militare Italia-Israele, stabilita dalla Legge 17 maggio 2005, che prevede anche attività congiunte di formazione e addestramento. Rientra allo stesso tempo nel «Programma di cooperazione individuale» con Israele, ratificato dalla Nato il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell’attacco israeliano a Gaza. Esso comprende una vasta gamma di settori in cui «Nato e Israele cooperano pienamente»: aumento delle esercitazioni militari congiunte; connessione di Israele al sistema elettronico Nato; cooperazione nel settore degli armamenti; allargamento della «cooperazione contro la proliferazione nucleare». Ignorando che Israele, unica potenza nucleare della regione, rifiuta di firmare il Trattato di non-proliferazione ed ha respinto la proposta Onu di una conferenza per la denuclearizzazione del Medio Oriente.

Da Il Manifesto Sardo

Stay Human

Vik da Gaza city

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Un nome e un volto ai criminali di guerra israeliani

Gaza sotto costante bombardamento israeliano da circa 24 ore.
Dopo l’attacco di ieri notte, questo pomeriggio altri missili sono caduti in diverse aeree della Striscia, causando il ferimento di 6 palestinesi.

Costanti aggiornamenti su questa pagina Facebook.

Ed ora un documento che se si dovesse confermare veritiero sarebbe clamoroso.
Sembra proprio che grazie alle informazioni raccolte su facebook e attraverso altri social network oggi i massacratori di Gaza non solo hanno un nome, ma persino un volto e un indirizzo di casa, dove speriamo al più presto venga spedito un mandato di comparizione dinnanzi alla corte dell’AJA per crimini di guerra.

Il link è destinato a sparire in poche ore, a Tel Aviv ci stanno ossessivamente lavorando, condividetelo quindi al più presto.

Stay Human

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Boicottare Israele nelle università di tutto il mondo

Il mio ultimo racconto per Infopal:

Settimana scorsa, nel mezzo di una conferenza organizzata dal Canadians for Justice and Peace in the Middle East (CPME) all’università di Toronto, lo storico e politologo statunitense Norman Finkelstein ha chiesto all’uditorio di alzare la mani se avessero mai sentito dire che Hamas durante l’offensiva israeliana Piombo Fuso utilizzava civili come scudi umani.

Immediatamente uno stuolo impressionante di braccia si sono sollevate.

Quando invece Finkelstein ha chiesto nuovamente al pubblico presente se erano a conoscenza dei risultati delle investigazioni di 300 organizzazioni per i diritti umani che hanno dimostrato come Hamas non abbia utilizzato un solo cittadino di Gaza per coprire i suoi miliziani, come nessun gazawo è mai stato forzato a rimanere nei palazzi controllati dal movimento islamista durante i bombardamenti, poche mani si sono mosse al cielo. Eppure i report delle organizzazioni sono stati pubblicati, e Amnesty International si è spesa per divulgare i risultati raggiunti dalle sue indagini in particolare circa i “400 bambini morti, che sono stati ammazzati mentre studiavano o giocavano nelle loro case”.

 “Questo dimostra la potenza dei media”, ha concluso la su dimostrazione Finkelstein , “i fatti fondamentali sono poco conosciuti”.

Dall’università di Toronto passiamo a quella di Genova, nella quale secondo Yediot Ahronot, il quotidiano più diffuso in Israele, martedi’ scorso una matricola israeliana è stata assalita da uno studente palestinese originario di Gaza che l’avrebbe anche minacciata di morte brandendo un coltello.

«Ho visto la morte negli occhi»: così lo studente israeliano iscritto alla facoltà di Architettura ha descritto l’aggressione al quotidiano di Tel Aviv.

L’immediato intervento del rabbino capo di Genova che ha chiesto un incontro al questore mi ha fatto sorgere una domanda, mi rendo conto retorica, su cosa ci azzecca un rabbino in una faccenda del genere. Per logica, dovrebbe essere semmai il console israeliano l’autorità competente a occuparsi di richiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

Sarebbe come se quel compagno palestinese della Rete Romana pestato a sangue dai sionisti  a fine giugno si fosse rivolto all’imam della capitale per invocare giustizia. E ve lo immaginate il questore che febbrilmente si mobilita per incontrare l’imam di Roma?

Norman Finkelstein risponderebbe al mio quesito con il titolo del suo libro più apprezzato:“L’industria dell’olocausto”, che permette ai carnefici di oggi di travestirsi nelle vittime di ieri.

Dopo l’indagine della Digos genovese ovviamente la notizia si è rivelata una bufala: nessuna minaccia allo studente israeliano nella mensa universitaria, ma solo una banale lite tra giovani. E il coltello brandito non era un coltello bensi’ una forchetta, arma letale per degli spaghetti al pesto.

Nel quadro dei fatti fondamentali che devono rimanere misconosciuti, non una rettifica è stata prodotta dal quotidiano Yediot Ahronot e da i molti nel mondo che questa settimana hanno dipinto le università italiane dei covi del terrorismo palestinese.

In ultimo, da Genova voliamo in Michigan, dove il mese scorso un rettore nell’ambito del progetto di propaganda sionista denominato “Stand With Us” ha avuto la non brillante idea di invitare nel campus due soldati dell’IDF a tessere le doti ”dell’esercito più morale del mondo”.

Gli studenti, che per l’occasione indossavano i nomi di palestinesi massacrati dall’esercito israeliano, poco dopo l’inizio dell’incontro hanno sgombrato in massa l’aula circondati da un silenzio assordante.

“Potete rimanere a fare delle domande?” rivolge loro un soldato visibilmente imbarazzato.

“Ai bambini di Gaza fu offerta la possibilità di fare domande?” La risposta secca e precisa, come il colpo di un cecchino, di uno studente.

Una coinvolgente e concreta protesta contro i crimini israeliani nel pieno spirito della campagne contro l’apartheid sudafricana negli anni 70 e 80. Un esempio affinché gli atenei di tutto il mondo tornino a essere fucina di rivoluzione e culla di diritti umani.


Restiamo Umani e Eid Mubarak dalla Striscia di Gaza.

 

Vittorio Arrigoni

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Durante i festeggiamenti dell’EID Israele bombarda il centro di Gaza city

Gaza city, sono da poco passate le 5 e mezza di questo pomeriggio, quando nel centro brulicante di persone per via dell’Eid al-Adha, una delle maggiori festività islamiche, un automobile esplode sotto il bombardamento aereo di un drone israeliano.

terrorismo israeliano

Già per l’Eid ul-Fitr, la festa che a metà settembre ha segnato la fine del Ramadan, Israele si era fatta viva coi suoi caccia f16 cercando di seminare morte, tant’è che c’è da scommettere guardando il calendario che altre bombe crolleranno dal cielo per l’Ashura.

Le vittime di oggi sono Muhammad Yassin e suo fratello Islam Yassin:

Apparentemente i 2 ragazzi morti ammazzati sono miliziani dell’”Esercito dell’Islam”, come Muhamad Jamal Nimnim, vittima il 4 novembre scorso del primo assassinio mirato in joint venture fra USA e Israele.

Sul come e perché queste attuazioni di condanne a morte senza processo,  queste “esecuzioni extragiudiziali” si configurano come crimini di guerra dal diritto internazionale, rimando qui sotto alla lettura di un interessante articolo di Chantal Meloni per NENANEWS.

Stay human, Vik da Gaza city

Il report settimanale sulla protezione dei civili redatto da OCHA, l’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari sul territorio palestinese occupato, è un bollettino di morte .

I numeri sono  impressionanti. Nella settimana tra il 3 e il 10 Novembre  2010, ad esempio, 23 civili palestinesi sono stati feriti dalle forze armate israeliane, di cui la maggior parte durante manifestazioni di protesta a Gerusalemme Est. Due militari israeliani sono rimasti feriti nello stesso periodo. Il numero totale di palestinesi – civili non prendenti parte alle ostilità –  feriti da parte dell’esercito israeliano dall’inizio dell’anno ammonta a 1051 (il 40 % in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), di cui quasi la metà in relazione a scontri  avvenuti durante manifestazioni a Gerusalemme Est. Da notare è che tra questi feriti circa un quarto è rappresentato da minori (237 dall’inizio dell’anno). Nella sola ultima settima 19 minori – tra i 10 e 15 anni – sono stati feriti da proiettili rivestiti di gomma sparati dai soldati israeliani durante gli scontri a Gerusalemme.

Ma è in particolare la lettura della parte del report relativa alla Striscia di Gaza che dà le dimensioni del bollettino di morte: dall’inizio dell’anno 56 palestinesi sono stati uccisi a Gaza dalle forze israeliane, più di un terzo dei quali (22, secondo le stime di OCHA) civili non prendenti parte alle ostilità. Dei 222 feriti ben 196 sarebbero civili non coinvolti nel conflitto, sempre secondo le stime dell’agenzia ONU.

La maggior parte di tali incidenti ha luogo nella cosiddetta “zona cuscinetto” (buffer zone), improprio termine che indica quella porzione di terra lungo tutto il confine nord-orientale della Striscia ove Israele ha imposto una sorta di “terra di nessuno” dalle dimensioni mai ufficialmente chiarite. Quel che è certo è che si estende ben oltre i 300 metri menzionati nei volantini di avvertimento distribuiti occasionalmente dall’esercito israeliano: l’OCHA considera che le restrizioni di accesso si estendano fino a 1500 metri dal confine, una porzione di terra che rappresenta il 17% del territorio della Striscia ed oltre 1/3 delle terre coltivabili .

Nella  “zona cuscinetto” si spara a vista, e talvolta senza avvertimento, non importa se si tratta di agricoltori che cercano di raccogliere qualche ortaggio nei loro campi ormai impossibili da coltivare; di disoccupati che coi loro carretti  vanno a raccattare pezzi di macerie e resti di metallo da riutilizzare per opere di edilizia improvvisata (una delle attività che rende qualche soldo sul mercato nero di Gaza, data la cronica mancanza di cemento e altri materiali da costruzione); di giovani, donne, attivisti internazionali e persino bambini che protestano contro l’imposizione della “zona cuscinetto” e conseguente sottrazione di terre.

Da notare è anche che a differenza di quanto avviene a Gerusalemme e in Cisgiordania, ove alle manifestazioni si sparano – normalmente – lacrimogeni e proiettili rivestiti di gomma, qui a Gaza  – anche contro manifestanti armati della sola bandiera  – si spara con “live ammunitions”, proiettili veri  insomma.

In certi casi casi le uccisioni a Gaza sarebbero “mirate” (e giustificate a parere delle autorità israeliane) all’eliminazione di appartenenti a gruppi armati palestinesi. Ad esempio il 3 novembre l’esercito israeliano ha ucciso un uomo sospettato di appartenere ad un gruppo armato palestinese attaccandolo con un ordigno esplosivo da un aereo mentre guidava la sua auto nel mezzo di Gaza city. Una donna che si trovava nelle vicinanze è rimasta ferita nel corso dell’attacco.

Sulle legittimità di tali omicidi mirati, i c.d. “targeted killings”, si discute in diritto internazionale da anni; tale pratica è infatti ormai in auge non più solo nel contesto del conflitto israelo-palestinese ma si è allargata a tutta la amorfa guerra al terrorismo che si combatte da parte degli Stati Uniti e i suoi alleati in Afghanistan, Pakistan, Iraq e paesi limitrofi, nonchè da parte della Russia in particolare contro il terrorismo ceceno.

Le problematiche giuridiche relative a tale pratica sono ben riflesse nel rapporto presentato lo scorso giugno allo Human Rights Council dal professor Philip Alston, nella sua qualità di Special Rapporteur nominato dall’ONU “on extrajudicial, summary or arbitrary executions”, che mette in luce come in assenza di stretti requisiti i targeted killings siano illegali e possano costituire crimini di guerra. In particolare, in base alle regole di diritto umanitario internazionale, nel contesto di un conflitto armato (di carattere internazionale e non) il ricorso agli omicidi mirati  è legale solo nei confronti di un “combattente” o di un civile nel momento in cui prende parte direttamente al conflitto. L’eliminazione fisica deve inoltre essere militarmente necessaria e l’uso della forza deve essere proporzionato “così che ogni vantaggio militare atteso sia considerato alla luce del danno atteso ai civili nelle  vicinanze” e “tutto il possibile deve essere fatto per evitare errori e minimizzare i danni ai civili”.

Al di fuori di un contesto di  conflitto armato , il regime di protezione internazionale dei diritti umani fondamentali – ed in particolare del diritto alla vita – comporta che i targeted killings, intesi come l’uccisione intenzionale, premedita e deliberata di un “criminale” (ivi compreso un “sospetto terrorista” o “membro di un gruppo armato”) da parte delle forze dell’ordine, non possa mai essere legittima, se non in risposta ad un immediato pericolo che renda il ricorso alla forza letale necessario in ordine a salvare vite umane.

Il punto è che, sebbene l’uso della forza  nei conflitti amati internazionali possa offrire in alcune situazioni una giustificazione per il ricorso alla pratica dei targeted killings, la legittimità nel caso concreto dipende dalle specifiche circostanze e da chi è il soggetto di cui si vuole l’eliminazione fisica. Particolarmente problematica è la situazione in cui contrapposto ad un esercito regolare si trova un gruppo armato amorfo,  il che rende difficile individuare chi siano i civili “che partecipano direttamente alle ostilità”.

È in ogni caso un principio riconosciuto in diritto umanitario internazionale che il tipo e la quantità di forza utilizzata in una operazione militare devono essere limitate a ciò che è in concreto necessario per raggiungere un legittimo obiettivo militare nelle circostanze del caso . Come affermato dal report di Alston “specialmente in un contesto di  uccisioni mirate di civili che prendono direttamente parte alle ostilità, e dato che il diritto umanitario internazionale non stabilisce un illimitato diritto di uccidere, l’approccio migliore per uno Stato è quello di minimizzare l’uso della forza letale per quanto permesso dalle circostanze”.

Il punto è che – detto in parole semplici – in base alle regole di diritto internazionale ed ai principi generali di diritto penale uccidere qualcuno anziché procedere alla sua cattura o al suo arresto è illegale in tutti quei casi in cui il ricorso alla forza letale non era assolutamente necessario per proteggere altre vite e non vi fossero altri mezzi a disposizione per neutralizzare il pericolo.

In una situazione come quella palestinese, e di Gaza in particolare, su cui Israele mantiene l’effettivo controllo, come dimostrato tra l’altro dalle continue incursioni dei carri amati israeliani proprio nella “zona cuscinetto”, procedere alla cattura piuttosto che all’uccisione di combattenti nemici sarebbe nella maggior parte dei casi non solo possibile ma anche doveroso. Ancora il rapporto di Alston sottolinea come misure non letali sono specialmente appropriate quando uno Stato ha il controllo sull’area dove è condotta l’operazione militare,  quando le forze armate operano contro determinati individui in situazioni comparabili a quelle di polizia  (peacetime policing)” .

Occorre chiarire che diverso è il caso del ricorso alla forza in situazioni di immediato pericolo (anche in assenza di scontro a fuoco). Vi sono ovviamente casi limite, di difficile valutazione. Ad esempio il 27 ottobre 2010 un uomo sarebbe stato ucciso nella striscia di  Gaza da un colpo di mortaio israeliano mentre insieme ad altri uomini armati cercava di installare un esplosivo a Beit Hanoun, vicino al confine nord tra Gaza ed Israele. Ipotizzando che le circostanze così come riportate dalle autorità israeliane siano corrette, e che quindi vi fosse un immediato pericolo per la vita dei soldati al confine, in ipotesi come queste il ricorso alla forza, anche letale, potrebbe essere giustificato in base ai principi di diritto bellico e di diritto penale. Come potrebbe essere legalmente giustificata una risposta immediata e proporzionata contro coloro che lanciano razzi o colpi di mortaio dal nord della striscia di Gaza verso il sud di Israele, compreso contro le postazioni militari al confine.

Troppo spesso tuttavia tale imminente pericolo ed il requisito della proporzionalità appaiono del tutto assenti nelle operazioni militari condotte dall’esercito israeliano. Lasciando da parte l’operazione ‘Piombo Fuso’ del dicembre 2008-gennaio 2009, che merita un capitolo a parte, non si giustifica in base alle leggi di guerra il fuoco che colpisce in modo indiscriminato nella “zona cuscinetto” civili disarmati in assenza di ogni ogni necessità e proporzionalità. Come non si giustifica di regola il ricorso alla forza letale per eliminare presunti appartenenti a gruppi armati palestinesi al di fuori di qualsiasi confronto a fuoco; senza contare la perdita di innocenti vite di civili uccisi per errore o considerati fatali danni collaterali delle operazioni militari israeliane. Basti ricordare due “incidenti” avvenuti nel mese di luglio di quest’anno: il 12 luglio una giovane madre di 5 bambini –  Nema Abu Said – è stata uccisa nella sua casa, ed altri 3 membri della sua famiglia feriti, dalle flechette esplose dall’ordigno in un’operazione – per stessa ammissione israeliana – rivolta verso il target sbagliato;  il 21 luglio a Beit Hanoun contestualmente all’uccisione di due giovani uomini appartenenti a forze armate  palestinesi sono stati gravemente feriti, sempre dalle flechette, 8 civili tra cui 5 bambini e una donna .

Purtroppo la situazione è tale anche perchè manca il giudice che attualmente possa (o voglia) decidere su cosa sia legittimo e cosa invece criminale in tale contesto. È eloquente in proposito il caso dell’ “assassinio mirato” (le virgolette son a questo punto d’obbligo) di Salah Shehadeh (leader di Hamas, ucciso dall’aviazione israeliana con una bomba da una tonnellata sganciata sull’edificio ove viveva, nella notte del 22 luglio 2002), ove hanno perso la vita 14 civili e oltre 150 sono rimasti feriti e che nonostante sia stato portato immediatamente dalle vittime davanti ai giudici israeliani (e poi anche a quelli spagnoli), tra un rimando, una sospensione e un cambio di giudice, aspetta da oltre 8 anni di vedere l’inizio delle  indagini.

Di Chantal Meloni, ricercatrice di diritto penale presso l’Università degli Studi di Milano

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2 novembre 1917 2 novembre 2010: Balfour a Gaza

Il mio pezzo di ieri per Infopal.it:

Il 2 novembre del 1917 sir Arthur James Balfour con la sua dichiarazione di adesione al progetto sionista di occupazione e colonizzazione della Palestina, dava il via ad un secolo di pulizia etnica dei palestinesi.

Per commemorare questo infausto giorno, che a distanza di 93 anni continua a ripercuotersi in epidemia di distruzione, di privazione di diritti e terra, di incarcerazione di esistenze e intere città,per ribellarci all’idea di come un potenza occupante abbia potuto avallare una catastrofe tale,muniti solo delle nostre bandiere e di un megafono martedì scorso siamo andati con alcuni volontari di Beit Hanoun a manifestare dinnanzi ai cecchini di Erez:

Così Saber al-Zanin, coordinatore dei volontari di Local Initiative:

“Siamo qui oggi dinnanzi al confine Nord della Striscia di Gaza a protestare contro la creazione della “buffer zone”, tramite la quale Israele ci ha sottratto di fatto il 35 % delle terre coltivabili. Oggi è il 2 novembre 2010, nello stesso giorno 93 anni fa il governo britannico dette via libero al progetto sionista per la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Qui nella terra dei nostri nonni, la terra degli ulivi, è passato di generazione in generazione il messaggio di respingere con tutte le nostre forze la promessa fatta dal Regno Unito ai sionisti,  tramite quella disgustosa dichiarazione di da Arthur Balfour. Dopo 93 anni la nostra generazione sta ancora aspettando che giustizia sia fatta e che i diritti sottratti ai nostri nonni ci siano restituiti. A dispetto di tutti i paesi che cospirano con Israele contro di noi, che ne sono complici,  la nostra resistenza è ancora attiva e i nostri diritti radicati su quella terra che ci è stata rubata. Ringraziamo tutti coloro, dal di fuori dalla Palestina ci sostengono, la solidarietà internazionale che in questi mesi si è dimostrata attiva con i convogli, le flotte di navi e qualsiasi dimostrazione in nostro favore in Europa e negli Stati Uniti. Apprezziamo e siamo fieri dei cittadini inglesi che solidarizzano con la nostra causa ma vogliamo ricordare loro che il loro governo, passato e presente, e’ una delle principali cause della nostra miseria. Quindi prima di arrivare a Gaza invitiamo gli attivisti inglesi  a ribellarsi al loro governo ancora oggi complice dei sionisti d’Israele”.

Un messaggio, quello di Saber, colto in pieno da Adie Mormech , compagno di Manchester dell’International Solidarity Movement. Adie ritiene che la gente del suo Paese ha il dovere di riparare ai torti del coinvolgimento britannico alla pulizia etnica della Palestina:

“Il ruolo del governo britannico come sostenitore d’Israele e’ molto simile a come la Gran Bretagna ha contribuito al sistema dell’apartheid in Sud Africa. Fortunatamente molti cittadini britannici si sono mobilitati contro il regime dell’apartheid, appoggiando il boicottaggio al governo razzista sudafricano fino alla sua estinzione. Oggi in Gran Bretagna e in tutto il mondo il movimento di boicottaggio, disinvestimento e di sanzioni verso Israele cresce progressivamente mentre la comunità internazionale continua a permettere a Israele  di mantenere Gaza sottoposta ad una sorta di assedio medievale, la Cisgiordania e Gerusalemme occupate e i palestinesi sotto persistente regime di e discriminazione e pulizia etnica. Come è avvenuto per il Sud Africa, sta alle persone di coscienza in tutto il mondo unirsi al movimento fino a quando Israele non rispetterà il diritto internazionale e permettera’ ai palestinesi gli stessi diritti umani di qualsiasi altro popolo”.

Allontanandoci da Erez abbiamo sentito poco distante da noi i rumori sordi di spari provenienti dalle torrette di sorveglianza al confine: alla fine della giornata si conteranno 2 civili gambizzati dai cecchini israeliani.

Il giorno dopo, una sottaciuta nuova dichiarazione di Balfour veniva firmata, questa volta non dai britannici  bensi’ da Obama, col sangue palestinese.

Una nave da guerra statunitense al largo del mediterraneo lanciava un missile teleguidato verso il centro di Gaza city e uccideva il miliziano Muhamad Jamal Nimnim, di 27 anni.

Il primo assassinio “mirato” targato USA nella Striscia di Gaza. 

Restiamo Umani,
Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Il primo assassinio mirato USA nella Striscia di Gaza

Il mio articolo di ieri per PeaceReporter:

L’alone di mistero attorno al tipo di attacco che ha fatto saltare in aria l’automobile guidata da Muhamad Jamal Nimnim, mercoledì 3 novembre a mezzogiorno nel centro di Gaza city, pare svelarsi e lasciare il campo a inquietanti scenari.

Nimnim, 27 anni dal campo profughi di Shati, era uno dei leaders dell ’Esercito dell’Islam”, e nel 2007 aveva fatto da mediatore con Hamas per il rilascio del giornalista britannico della BBC Alan Johnston, rapito dalle sue milizie.

Poco dopo l’esplosione che l’ha ucciso sul colpo, ferendo gravemente un altro passeggero con lui a bordo mentre transitavano vicino all’università islamica, i numerosi  testimoni in strada avevano raccontato di non aver visto in cielo ne droni ne caccia f16 israeliani, cosa scontata prima e dopo ogni bombardamento aereo.

Quindi dapprima si era parlato con certezza di un ordigno sull’automobile detonato a distanza , evento raro a Gaza, ma con precedenti: in passato collaborazionisti d’Israele aveva infatti gia’ compiuto attentati simili.

Dopodiché analizzando i resti della bomba e studiando il cratere creatosi dall’esplosione si era giunti a definire senza ombra di dubbio l’attacco come missilistico, sebbene sferrato da un mezzo militare invisibile e sconosciuto.

Infine durante una conferenza stampa la portavoce dell’esercito israeliano, oltre a definire Nimim  una cellula di un gruppo terrorista infiltrato dalla Striscia di Gaza nella penisola del Sinai per progettare attentati a obbiettivi israeliani e statunitensi, aveva fatto sorgere sospetti inquietanti poi confermati dichiarando: “senza entrare specificatamente nei dettagli, posso dirvi che cosi’ come con altre forze alleate c’e’ una grossa cooperazione militare e di intelligence fra noi e gli Americani”.

Alla domanda su come materialmente i militari Israele abbiano operato con l’esercito USA per uccidere Muhamad Jamal Nimnim il portavoce dell’IDF aveva preferito non rispondere.

Una risposta attendibile ce la fornisce oggi un sito web israeliano: Dabkafile. Secondo i giornalisti investigativi di questo sito vicino agli ambienti militari e di spionistici di Tel Aviv, il missile che ha colpito l’automobile di Nimnim non è stato sparato da un mezzo militare israeliano bensi’ da una nave da guerra USA in navigazione sul Mediterraneo.

Sul come i servizi segreti israeliani abbiano potuto minuziosamente monitorare i movimenti del miliziano palestinese e passare informazioni così precise alle nave da guerra USA per colpirlo, a Gaza abbiamo le idee molto chiare.

Non è una coincidenza infatti che l’automobile su cui viaggiava Nimnim apparteneva al limitato parco macchine che Israele nell’ultimo mese ha ricominciato a far entrare dal valico commerciale di Kerem Shalom, dopo che dal 2007 le auto hanno sempre fatto parte della lista dei beni banditi dalla Striscia.

Israele sa benissimo che gli unici a potersi permettere automobili nuove a Gaza sono i leaders dei gruppi armati e lo so bene anche Hamas, che infatti tramite il suo ministero degli Interni aveva già allertato gli acquirenti della possibile presenza sulle automobili di dispositivi di localizzazione.

Questo sarebbe il primo assassinio mirato statunitense nella Striscia di Gaza dopo che assassinii simili made in USA contro sospetti terroristi sono già avvenuti in Iraq, Yemen e Somalia.

Un caro e vecchio amico, Khalil, allargando le braccia sconsolato, ha cosi’ commentato l’esito della vicenda:

“Non bastavano le bombe di Netanyahu, ora pure quelle di Obama.

Gaza è come una trappola per topi, contro cui la prossima volta spareranno dalla Luna”.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Roberto Saviano vieni via con me

Sull “…accoglienza d’Israele…”

 Decine di migliaia, centinaia di migliaia di palestinesi sono stati fatti prigionieri politici negli ultimi anni dall’accogliente stato d’Israele, e sottoposti ogni giorno alle più terribili torture in violazione di tutte le convenzioni internazionali.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Addameer dal 1967 a oggi più di 650 000 palestinesi sono finiti incatenati nelle carceri israeliane, approssivamente il 20% della popolazione della Palestina occupata. Circa il 40% degli uomini palestinesi, in pratica, 1 su 2.

Solo nel mese di ottobre, Israele ha ha condotto 2.148 incursioni presso abitazioni palestinesi nella Cisgiordania occupata ed ha arrestato 403 cittadini palestinesi.

Centinaia i malati incatenati che non ricevono adeguate cure.

Centinaia di bambini hanno trovato calda accoglienza nelle gattabuie di Tel Aviv… Secondo la giornalista israeliana Amira Hass

700 bambini vengono rapiti ogni anno dall’esercito israeliano e detenuti contro le convenzioni di Ginevra.

Il 97% di questi bambini afferma di aver subito tortura e maltrattamenti mentre, il 14% racconta di aver subito molestie  sessuali o offese verbali della stessa natura.  

Settimana scorsa 2 organizzazioni israeliane per i diritti umani,  B’Tselem e Hamoked hanno denunciato le sistematiche torture dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani contro i detenuti palestinesi.

Anche l’inglese Defence for Children International found in agosto aveva denunciato gli abusi ai bambini palestinesi imprigionati,
cosi’ come non si contano ormai più omologhi documenti di denuncia promossi da Amnesty International, Human Rights Watch e la Croce Rossa Internazionale.

Senza perdersi a spulciare i vari reports, basterebbe memorizzare queste immagini per farsi un’ idea del quadro generale dell’accoglienza:

http://guerrillaradio.iobloggo.com/1981/israele-l-esercito-piu-morale-del-mondo–foto-shock

…Roberto Saviano, vieni vieni, vieni via con me.

Vik da Gaza city

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Domande difficili per Hamas di Haidar Eid

Una critica costruttiva e doverosa sul fallimento del movimento islamista vincitore delle elezioni democratiche del 2006 da parte di Haidar Eid, professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese all’università Al-Aqsa di Gaza e uno dei fondatori del  One Democratic State Group(ODSG) e della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI).

Vik da Gaza city

La vittoria di Hamas nel 2006 alle elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese colse tutti di sorpresa, compresi i suoi stessi membri e dirigenti. Molti attivisti locali e internazionali si sentirono molto sollevati, dal momento che quella vittoria appariva come un duro colpo nei confronti della “dottrina Bush” sul Medio Oriente. E fu anche un test sulla credibilità e applicabilità che un approccio liberale democratico poteva avere nella regione.

Questo articolo non ha a che fare con le reazioni e i tentativi nazionali o esteri di far cadere l’unica esperienza democratica vissuta dal mondo arabo. Vuole, piuttosto, affrontare il fallimento di Hamas nel cercare di essere all’altezza degli impegni presi con i suoi elettori, molti dei quali non erano nemmeno necessariamente sostenitori del movimento stesso. Si vuole anche esaminare il grado di credibilità che Hamas ha avuto nel rispettare i termini di quel contratto sociale che è alla base delle più importanti democrazie e che si basa sul rispetto dei singoli cittadini e sulla salvaguardia della loro dignità. Ricordando anche che questo contratto, in queste democrazie, viene applicato non solo agli individui di sesso maschile, ma anche a quelli di sesso femminile.

In primo luogo, si dovrebbe ricordare il fatto che Hamas è parte integrante del movimento di resistenza. Oltre agli enormi sacrifici che molti dei suoi dirigenti e quadri hanno fatto, le azioni di Hamas, se impegnate in modo creativo, sostengono fondamentalmente gli interessi della causa palestinese. E ciò ci porta a formulare la seguente domanda: Hamas è stato davvero capace di costruire su quest’enorme base di impegno e di sacrificio e di farlo non solo per il movimento stesso, ma in generale per la causa di tutti i palestinesi?

Nonostante le sue dichiarazioni molto infervorate, la predisposizione e la volontà di Hamas a venire a patti con le proposte degli americani sono davvero sorprendenti. A quanto mi risulta, dopo la fine del mandato presidenziale di Gorge W. Bush, sono state inviate due lettere alla nuova amministrazione Obama. Gli americani hanno sottolineato che si sono rifiutati di accettare la prima lettera. Tuttavia, quello che è davvero significativo è il contenuto delle lettere e il modo in cui esse rispecchiano le aspirazioni dei palestinesi – sia nella Palestina storica, sia nella Diaspora.

Il contenuto di queste lettere insieme con le dichiarazioni rilasciate agli Stati Uniti da alcuni alti dirigenti di Hamas indicano chiaramente l’accettazione e l’impegno di Hamas nei confronti della soluzione dei due Stati, cioè la creazione di uno Stato palestinese indipendente sui territori occupati da Israele nel 1967. Tuttavia, molti leader di Hamas contemporaneamente hanno invece dichiarato il loro fermo rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele e di accettare la soluzione dei due Stati! In parole povere, la leadership palestinese eletta dalla maggioranza di un terzo del popolo palestinese, vale a dire dalla popolazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ha espresso il suo impegno per una soluzione razzista che non tiene conto dei diritti di 6-7 milioni di profughi palestinesi, ed i diritti nazionali e culturali di 1,4 milioni di palestinesi in Israele.

Il pericolo grave alla base di questa posizione sta nel fatto che essa è conseguenza di un processo derivante dal dominio della destra laica sulla leadership palestinese a partire dal 1960. Ed è anche conseguenza della caduta della sinistra stalinista palestinese, la cui leadership è stata cooptata dai settori organizzativi non governativi e dall’Autorità palestinese, requisendo così tutto il potere e la libertà decisionale interna delle singole organizzazioni palestinesi. Tutto ciò ha portato all’adozione di posizioni radicalmente diverse da quelle che avevano storicamente sostenuto. Infatti, tali posizioni sono state abbandonate, con giustificazioni pragmatiche totalmente antitetiche rispetto a quei quesiti ai quali la sinistra dovrebbe essere in grado di rispondere in modo creativo, come la soluzione dei due Stati e l’appartenenza al dirottato e screditato OLP.

Di conseguenza, molti sostenitori internazionali e attivisti palestinesi contrari agli accordi di Oslo, o alla seconda Nakba così come il defunto Edward Said l’aveva descritta, nutrirono speranze spropositate. Il successo di Hamas nelle elezioni del 2006 si basò principalmente sul fatto che il movimento nazionale palestinese non riuscì a raggiungere gli obiettivi che aveva dichiarato, abbandonò il suo “programma ad interim” e accettò eccezionalmente una soluzione razzista che nega quei diritti storici legittimati internazionalmente. Tuttavia, l’accettazione di Hamas della soluzione dei due Stati, o di uno Stato palestinese “entro i confini del 1967” come viene spesso chiamata, non è politicamente in contrasto nè con l’ala sinistra o di destra del movimento nazionale.

Ma come dovrebbe essere esattamente questo stato? E Hamas ha una alternativa a questa soluzione dei “due stati” o meglio delle “due prigioni” che è diventata ormai impossibile da raggiungere?

L’esperienza di governo di Hamas nella Striscia di Gaza ci offre un modello in miniatura di uno stato islamico, mentre la Cisgiordania rappresenta lo Stato Bantustan che sarà presentato nel mese di novembre 2011. E’ risaputo che Gaza è stata recentemente sottoposta a delle trasformazioni ideologiche sociali tramite l’imposizione di leggi che vengono applicate senza neppure essere state emanate. Tali leggi hanno come obiettivo le libertà individuali, in particolare quelle delle donne, che non sono più autorizzate a fumare narghilè in pubblico o a potersi muovere insieme ai propri mariti sul motorino. Così come le studentesse sono ora costrette ad indossare la jilbab e l’hijab, mentre le avvocatesse devono indossare l’hijab. Naturalmente, queste pratiche vengono imposte con la scusa di “proteggere i nostri costumi e le nostre tradizioni”, ma esiste forse un testo tradizionale che impedisca alle donne di fumare, per esempio? La democrazia che è stata la base delle elezioni del 2006 si fonda sulla necessità di garantire le libertà individuali. E in molte dichiarazioni rilasciate dai leader di Hamas all’interno e all’esterno di Gaza prima delle elezioni, si sottolineava che i leader, se eletti, avrebbero rispettato tali libertà.

La trasformazione di molti membri della resistenza, che sono stati disposti a sacrificare la vita per la loro patria e che hanno compiuto sforzi incredibili per difendere Gaza nel 2009, in membri di una polizia religiosa, come quelle che troviamo in Arabia Saudita, richiede una riflessione seria e critica da parte di Hamas.

E’ quindi evidente che Hamas non è in grado di rendersi conto che la guerra a Gaza del 2009 ha creato una nuova realtà politica sfruttando la quale Israele ha innescato l’interesse sulla soluzione razzista dei due stati/due prigioni. Hamas insiste sull’adozione di questo approccio affermando che si tratta solo di una tattica temporanea da sostenere fino a quando l’equilibrio del potere si sposterà, dal momento che Hamas è convinto che questo avverrà sicuramente nell’arco di un periodo di tregua di dieci o venti anni. Durante questo periodo, Hamas intenderebbe costruire uno Stato basato sul modello di quello costruito a Gaza. Tutto ciò indica solo la mancanza di una chiara visione strategica per porre fine al conflitto, quella visione ispirata alle lotte combattute in passato contro il colonialismo, in particolare contro l’agghiacciante regime di apartheid del Sud Africa, crollato clamorosamente nel 1994.

Purtroppo, non vi è stata alcuna indicazione, in base alla mia lettura di molte dichiarazioni fatte dai leader di Hamas, di una chiara comprensione all’interno del movimento sia dell’approccio “apartheid oriented” dello Stato di Israele sia degli strumenti utilizzati dal movimento anti-apartheid in Sud Africa. Uno di questi strumenti è la campagna di boicottaggio internazionale, senza la quale il regime di apartheid non sarebbe mai finito. Questo dimostra l’incapacità di Hamas di comprendere il ruolo del movimento BDS (Boycott Disinvestment Sanctions). Come un recente rapporto del Reut Institute israeliano sottolinea, anche gli israeliani stanno cominciando a preoccuparsi del grande impulso che sta caratterizzando il movimento BDS. Nonostante ciò, non c’è alcuna dichiarazione, nè nei discorsi pubblici dei funzionari di Hamas nè nelle sue pubblicazioni, che indichi la comprensione di questi sforzi che, come ha sostenuto Reut, servono a “delegittimare Israele” e sono “una minaccia per la sua stessa esistenza.”

Come il movimento di boicottaggio contro il regime dell’apartheid sudafricano, anche il movimento BDS è guidato da un comitato di boicottaggio nazionale, il BDS National Committee (BNC) e, in modo particolare, dalla Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI). La differenza tra le due esperienze è che in Sud Africa il United Democratic Front (UDF) – una vasta coalizione di gruppi della società civile che lottò contro l’apartheid – fondò il suo movimento di base sul collegamento tra la resistenza popolare e la solidarietà internazionale. E questo era particolarmente vero per la campagna di boicottaggio. Il fallimento della parte nazionalista e di quella islamista della leadership palestinese nel cercare di studiare, sviluppare e collegare l’esperienza sud africana con la storia della resistenza palestinese dovrebbe essere immediatamente corretto.

Ed è comunque evidente che lo sviluppo di una leadership alternativa non può più essere rimandato. Come punto di riferimento nella storia della lotta palestinese, la formazione del BNC, con i suoi principali obiettivi, è riuscita a ricreare una connessione tra i vari segmenti del popolo palestinese che insieme, coesi, possono affrontare l’occupazione, la colonizzazione e la discriminazione razzista istituzionalizzata contro i cittadini palestinesi di Israele, e pretendere il ritorno in patria dei rifugiati. Queste richieste irrinunciabili e non separabili contraddistinguono la nuova strategia alternativa palestinese. Ma la domanda rimane: Gaza è disposta ad interagire costruttivamente con questo tipo di sviluppo così positivo per la lotta palestinese, anche aprendosi nei confronti di altri possibili attori nazionali e abbandonando una visione limitata e limitante delle singole fazioni?

Di Haidar Eid

(traduzione per http://guerrillaradio.iobloggo.com/ di Guerrilla-Nenna)

Domande difficili per Hamas di Haidar Eid Leggi l'articolo »

Da Gaza un SOS per Il Manifesto

A chiedere di celebrare le esequie del Manifesto si accalcherebbero in massa, non solo gli usurpatori della pluralismo dell’informazione, ma anche e soprattutto i detrattori dell’autodeterminazione dei popoli oppressi e i diffamatori della causa palestinese.

Le cause dell’agonia de Il Manifesto, oltre che economiche sono evidentemente anche editoriali, e le critiche mosse in questi giorni sono ammesse e benvenute come bussole per un naufrago, per fare in modo che il giornale torni a orientarsi verso la stella polare della sua tradizione di quotidiano culturalmente e politicamente battagliero.

Criticarlo è lecito, disinteressarti della sua fine e accodarsi con un cero dinnanzi al suo feretro meno.

Parliamoci chiaro, nessuno come Il Manifesto nel panorama della carta stampata ha saputo raccontare in questi decenni con dovizia di veridicità l’occupazione israeliana e la dignitosa resistenza palestinese. E questo in special modo grazie ai suoi inviati, quelli storici come quelli attuali. Penso al compianto Stefano Chiarini, l’eco della cui voce continua  a perpetrarsi in tutto il medioriente per le sue inestimabile doti giornalistiche e per aver resuscitato nella memoria collettiva i martiri di Sabra e Chatila tramite il comitato da lui fondato.

Se non ci fosse stato in edicola Il Manifesto durante il massacro del gennaio 2009, quando il cielo di Gaza si è squarciato e per tre settimane siamo stati percossi e dilaniati da una tempesta di Piombo Fuso, chi altri avrebbe raccontato quotidianamente e in prima pagina dell’urlo di terrore e dell’anelito di vita di questo popolo oppresso ma mai domo?

Allora dal giornale ottenni carta bianca per descrivere al meglio delle mie possibilità l’inferno circostante, in situazioni di assoluta precarietà, spesso trascrivendolo su un taccuino sgualcito piegato sopra un’ambulanza in costante corsa a sirene spiegate, o battendolo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Il giornale mi permesse di trasformare la sua prima pagina in un arnese pericoloso da maneggiare, nocivo, imbrattatato di sangue, impregnato di fosforo bianco, tagliente di schegge d’esplosivo.

La cronaca della Striscia di Gaza sigillata sotto le bombe non trovò spazio fertile in nessun giornale come su il Manifesto; è chiaro quindi che la chiusura annunciata del quotidiano rappresenterebbe un duro colpo per l’intero movimento di solidarietà alla Palestina, da un momento all’altro monco dell’amplificazione di uno dei suoi principali megafoni in Italia.

Per salvare da morte certa Il Manifesto serve urgentemente la trasfusione salvifica di nuovi abbonamenti, affinche’ quell’alleato per comprendere il mondo torni a essere quello che e’ sempre stato, un segno nella mappa psichica di ogni lettore dallo sguardo non allineato che dice “voi siete qui”.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

Gaza,

Palestina occupata,

2 novembre 2010.

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