Ottobre 2009

Gaza Freedom March

Continua il “Gaza Restiamo Umani” Tour,

Col mio bagaglio di informazioni e maledizioni sarò a Bologna Ferrara e Firenze la prossima settimana.

(cliccate sulle date per maggiori info)

 

Bologna:lunedì 2 novembre ore 21 al VAG61 in Via Paolo Fabbri 110

 

Ferrara: martedì 3 novembre ore 21 in SALA ESTENSE Piazza Municipale

 

Firenze: venerdì 6 novembre ore 19 CINEMA ODEON

 

Al termine del mio trasporto verso i gironi infernali di Gaza,

ogni serata ricordo cosa è utile fare per impedire il protrarsi oltre di questa mattanza di diritti e di umani.

Vale a dire appoggiare e sostenere la campagna BDS movement, Boicottaggio Sanzioni e Disinvestimenti:

 

http://www.bdsmovement.net

 

 http://www.boicottaisraele.it/files/index.php (in italiano)

 

e se non avete ancora preso impegni per fine anno, aggregarsi alla marcia GAZA FREEDOM MARCH:

 

http://www.gazafreedommarch.org/

 

questo l’appello, da tutto il mondo hanno già risposto in centinaia:

 

Appello Internazionale per la Gaza Freedom March

22 ottobre 2009 – U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome (info@peaceandjustice.it – www.peaceandjustice.it )

L’assedio israeliano di Gaza è una flagrante violazione del diritto internazionale che ha portato alla sofferenza di massa. Gli Stati Uniti, l’Unione Europea, e il resto della comunità internazionale sono complici.
La legge è chiara. La coscienza dell’umanità è scossa. Eppure, l’assedio di Gaza continua. È giunto il momento di agire! Il 31 dicembre 2009 concluderemo l’anno marciando al fianco del popolo palestinese di Gaza in una manifestazione nonviolenta per rompere il blocco illegale.
Il nostro scopo in questa marcia è rompere l’assedio di Gaza. Chiediamo che Israele ponga fine al blocco. Chiediamo anche all’Egitto di aprire la frontiera di Gaza a Rafah. I palestinesi devono avere la libertà di viaggiare per motivi di studio, di lavoro, e di cura e anche di ricevere visitatori provenienti dall’estero.
Essendo noi una coalizione internazionale, non spetta a noi sostenere una soluzione politica specifica a questo conflitto. Eppure la fiducia nella nostra comune umanità ci spinge a chiedere a tutte le parti di rispettare e sostenere il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali per porre fine all’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi del 1967 e per perseguire una pace giusta e duratura.
La marcia potrà avere successo soltanto se risveglierà la coscienza dell’umanità.
Vi invitiamo tutti a unirsi a noi.
La Coalizione internazionale per la fine dell’assedio illegale di Gaza


Gaza Freedom March
Dichiarazione di Contesto

Amnesty International ha descritto il blocco di Gaza come una “forma di punizione collettiva di tutta la popolazione di Gaza, una flagrante violazione di obblighi di Israele nel quadro della quarta convenzione di Ginevra”. Human Rights Watch ha chiamato il blocco una “grave violazione del diritto internazionale”. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori occupati palestinesi, Richard Falk, ha condannato l’assedio israeliano di Gaza che rappresenta un “crimine contro l’umanità”.
L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha detto che la gente di Gaza viene trattata “come animali”, e ha chiesto di “porre fine all’assedio di Gaza” che sta privando “un milione e mezzo di persone delle necessità della vita”.
Uno dei principali esperti a livello mondiale di Gaza, Sara Roy dell’Università di Harvard, ha detto che le conseguenze dell’assedio “provocano innegabilmente una situazione di sofferenza di massa, che è creata in gran parte da Israele, ma con la complicità attiva della comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti e l’Unione Europea”.
La legge è chiara. La coscienza dell’umanità è scossa.
I palestinesi di Gaza hanno esortato la comunità internazionale ad andare oltre le parole di condanna.
Eppure, l’assedio di Gaza continua.

La difesa del diritto internazionale
L’assedio illegale di Gaza non avviene nel vuoto. È uno dei tanti atti illeciti commessi da Israele nei territori palestinesi occupati militarmente nel 1967.
Il muro e gli insediamenti sono illegali, secondo la Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
La demolizione di case e la distruzione indiscriminata delle terre agricole sono illegali.
La chiusura e il coprifuoco sono illegali.
I blocchi stradali e i checkpoint sono illegali.
La detenzione e la tortura sono illegali.
L’occupazione stessa è illegale.
La verità è che se il diritto internazionale fosse applicato l’occupazione finirebbe.
La fine della occupazione militare iniziata nel 1967 è una condizione fondamentale per instaurare una pace giusta e duratura. Per oltre sei decenni, al popolo palestinese sono stati negati il diritto alla libertà, all’ autodeterminazione e all’ uguaglianza. Alle centinaia di migliaia di palestinesi costretti ad abbandonare le loro case con la creazione di Israele nel 1947-48 sono ancora negati i diritti riconosciuti loro dalla risoluzione ONU 194.

Fonti d’ispirazione
La Gaza Freedom March trae ispirazione da decenni di anni di resistenza non violenta palestinese, dalla sollevazione popolare di massa della prima Intifada agli abitanti dei villaggi in Cisgiordania che attualmente resistono al furto di terre attuato con la costruzione dal muro annessionista di Israele.
Trae ispirazione dalla stessa gente di Gaza, che ha formato una catena umana da Rafah a Erez, ha demolito la barriera di confine che separa Gaza dall’Egitto, e ha marciato verso i sei posti di blocco che separa la Striscia di Gaza occupata da Israele.
La Gaza Freedom March trae ispirazione anche dai volontari internazionali che hanno difeso gli agricoltori palestinesi durante durante il periodo raccolta nei campi, dagli equipaggi delle navi che hanno sfidato il blocco di Gaza via mare, e dai conducenti dei convogli che hanno consegnato gli aiuti umanitari a Gaza.
Ed è ispirato da Nelson Mandela che ha detto: “Ho camminato nella lunga strada verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; ho fatto passi falsi lungo il percorso. Ma ho scoperto che, dopo aver scalato una grande collina, ci sono ancora molte altre colline da scalare. Non oso indugiare, per il mio lungo cammino non è finita”.
Si da ascolto alle parole del Mahatma Gandhi, che chiamò il suo movimento “Satyagraha cioè aggrapparsi alla verità”. Noi ci aggrappiamo alla verità che l’assedio israeliano di Gaza è illegale e disumano.
Gandhi ha detto che lo scopo dell’azione nonviolenta è quello di “accelerare” la coscienza dell’umanità. Attraverso la Gaza Freedom March, l’umanità non solo deplorerà la brutalità israeliana, ma interverrà per fermarla.
La società civile palestinese ha seguito i passi di Gandhi e Mandela. Proprio come i due leader, ha invitato la società civile internazionale a boicottare i prodotti e le istituzioni dei propri oppressori. Associazioni, sindacati e movimenti di massa palestinesi nel 2005 hanno lanciato un appello che invita tutte le persone di coscienza a sostenere una campagna nonviolenta di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni fino a quando Israele non rispetterà pienamente i suoi obblighi di diritto internazionale.
La Gaza Freedom March trae anche ispirazione dal movimento dei diritti civili negli Stati Uniti.
Se Israele svaluta la vita dei palestinesi allora noi internazionali dobbiamo sia interporre i nostri corpi per proteggere i palestinesi dalla brutalità israeliana che testimoniare personalmente la disumanità con la quale i palestinesi si confrontano ogni giorno.
Se Israele sfida il diritto internazionale allora le persone di coscienza devono inviare corpi civili nonviolenti da tutto il mondo per applicare la legge della comunità internazionale a Gaza. La Coalizione internazionale, per porre fine all’assedio illegale di Gaza, invierà contingenti provenienti da tutto il mondo a Gaza per ricordare l’anniversario del sanguinoso assalto israeliano durato 22 giorni dal dicembre 2008 al gennaio 2009.
La Gaza Freedom March non vuole assumere alcuna posizione rispetto alla politica interna palestinese. Si schiera solo con il diritto internazionale e il primato dei diritti umani.
La marcia è un altro anello nella catena di resistenza nonviolenta e di opposizione al totale disprezzo di Israele nei confronti del diritto internazionale.
I cittadini del mondo sono chiamati a unirsi ai palestinesi il 31 gennaio per rompere l’assedio disumano di Gaza.

+ info sulla marcia sul sito di Forum Palestina:

http://www.forumpalestina.org/news/2009/Ottobre09/19-10-09InformazioniMarciaInternazionale.htm

Restiamo Umani,

Vik

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Se questo è un uomo

Stefano Cucchi è stato arrestato dai Carabinieri il 15 ottobre scorso.

 

Trascorre la notte in caserma e l’indomani, con un processo per direttissima, il giudice dispone l’arresto in carcere in attesa dell’udienza successiva. Mentre sono ancora in attesa di vedere il figlio, una settimana fa i familiari ricevono dai carabinieri la notifica del decreto col quale il pm autorizzava l’autopsia sul corpo di Stefano. E’ così che i genitori e la sorella vengono a conoscenza della morte di Stefano. Un’altra morte di carcere.

Il Blog ha intervistato Ilaria e Giovanni Cucchi, rispettivamente sorella e padre di Stefano.

L’arresto e il processo per direttissima
Stefano è morto
Un ragazzo normale

L’arresto e il processo per direttissima
llaria Cucchi: “Stefano Cucchi era un ragazzo di 31 anni, un normalissimo ragazzo di 31 che la notte tra il 15 e il 16 ottobre è stato arrestato dai Carabinieri, perché trovato in possesso di una modica quantità di sostanze stupefacenti. L’abbiamo visto uscire di casa accompagnato di Carabinieri, che precedentemente tra l’altro avevano perquisito la sua stanza non trovandovi nulla e accompagnato dai Carabinieri in ottime condizioni di salute, senza alcun segno sul viso e non lamentando alcun tipo di dolore. L’abbiamo rivisto morto il 22 ottobre all’obitorio: nel momento in cui l’abbiamo rivisto, mio fratello aveva il viso completamente tumefatto e pieno di segni, il corpo non l’abbiamo potuto vedere.”
Blog: “possiamo ripercorrere le tappe di quei giorni? La notte tra il 15 e il 16 ottobre viene fermato dai Carabinieri e viene portato in caserma: da lì i Carabinieri lo portano qui in casa a controllare se.. “
llaria Cucchi: “a perquisire la sua stanza, esatto, dove ovviamente non viene trovato nulla.”
Blog: “sostanzialmente trascorre la notte in caserma e poi viene.. “
llaria Cucchi: esattamente. La mattina successiva, verso le dodici avviene il processo per direttissima, dove il giudice ritiene che questo ragazzo debba passare il tempo fino al 13 novembre, data in cui è fissata l’udienza successiva, in carcere e viene assegnato a Regina Coeli.
llaria Cucchi: da quel momento non lo vediamo più. Ripeto: la mattina del processo per direttissima mio fratello aveva già il segno gonfio di botte, da qui è uscito in ottime condizioni.
Blog: “i Carabinieri che cosa vi hanno detto, quando era qui in casa?”
llaria Cucchi: “ci hanno detto di stare tranquilli, perché per così poco sicuramente il giorno dopo sarebbe stato a casa agli arresti domiciliari.”
Blog: “poi, quando vi avvisano, arriva una telefonata che dice ‘Stefano sta male’?”
llaria Cucchi: “il sabato sera. La notizia successiva l’abbiamo il sabato sera, intorno alle nove vengono i Carabinieri a informarci che Stefano è stato ricoverato d’urgenza presso la struttura del Sandro Pertini: ovviamente i miei genitori si recano immediatamente sul posto e lì viene negato loro alcun tipo di notizia. Nel momento in cui, ingenuamente, mia madre domanda di poter vedere il ragazzo e di sapere quello che aveva, le viene risposto: “assolutamente no, questo è un carcere, tornate lunedì in orario di visita e parlerete con i medici”. I miei genitori tornano il lunedì mattina, all’orario che era stato loro detto, vengono fatti entrare e vengono loro presi gli estremi dei documenti e vengono lasciati in attesa. Dopo un po’ di tempo esce una responsabile, la quale li informa di non poterli fare parlare con i medici, in quanto non è arrivata una certa autorizzazione da parte del carcere. “Comunque tornate, perché deve arrivare quest’autorizzazione e non vi preoccupate, perché il ragazzo è tranquillo”, è stato risposto loro, quando mia madre chiedeva: “ditemi almeno per quale motivo mio figlio è stato ricoverato”. “Il ragazzo è tranquillo”.

Stefano è morto
Il giorno dopo, ovviamente, i miei tornano …esattamente, il martedì mattina tornano presso la stessa struttura, al reparto carcerario del Sandro Pertini e questa volta non vengono proprio fatti entrare, viene risposto loro al citofono che non possono entrare, perché non c’è l’autorizzazione. Finalmente viene detto loro però che sono loro a dover chiedere un’autorizzazione a Piazzale Gloria, se vogliono vedere il ragazzo: mio padre chiede quest’autorizzazione e la ottiene per il 25.. mi scusi, per il 22, giovedì. Il 22 all’alba mio fratello è morto e mio padre non ha fatto in tempo a vederlo. Sappiamo della notizia della morte di mio fratello dai Carabinieri, che vengono a casa intorno alle 12: 30, le premetto che sembrerebbe che mio fratello sia morto all’alba, vengono intorno alle 12: 30 per notificare a mia madre il decreto con il quale il Pubblico Ministero autorizzava l’esecuzione dell’autopsia in seguito al decesso di Cucchi Stefano. Questo è stato il modo in cui mia madre ha saputo della morte del figlio.”
Blog: “da lì in poi come avete fatto per vedere il corpo? All’obitorio vi è stata concessa questa possibilità?”
llaria Cucchi: “inizialmente no, c’è stata negata: dopo alcune insistenze è stata fatta una telefonata al Pubblico Ministero, il quale ha autorizzato che potessimo vederlo, ovviamente dietro a un vetro. Quello che abbiamo visto è stato uno spettacolo – mi creda – allucinante: mio fratello aveva il viso completamente devastato, era irriconoscibile, aveva un occhio gonfio e un altro sembrava incavato, la mascella sembrava rotta, aveva il viso come bruciato. Il corpo era coperto da un lenzuolo, non so quello che ci fosse sotto.”
Blog: “è vero che il magistrato vi ha vietato di fare fotografie al vostro.. “
llaria Cucchi: “ovviamente il nostro consulente ha chiesto di poter fare la documentazione fotografica e le riprese, ma è stato negato. Adesso ci aspettiamo innanzitutto una serie di risposte e che lo Stato ci dica come è potuto accadere che non ci sia stato possibile stare vicini a Stefano nel momento in cui stava morendo. Ci devono spiegare anche perché abbiamo consegnato mio fratello allo Stato, alle istituzioni in una certa condizione di salute ottima e perché ce l’hanno restituito morto. Stefano era un normalissimo ragazzo di 31 anni, lavorava, lavoravamo insieme, lui era un geometra, anche mio padre è geometra e lavoriamo insieme nella stessa struttura. Mio fratello aveva un trascorso in una comunità di recupero per tossicodipendenti, dalla quale era uscito completamente riabilitato, tant’è che lavorava e stava bene, mio fratello stava bene, aveva tanta voglia di vivere e lo posso documentare con le sue lettere, con i suoi messaggi, mio fratello aveva voglia di vivere. In questo momento non sono in grado di accusare nessuno, e il problema è proprio questo, perché non so come sono andate le cose.”
Blog: “ci sono state delle interrogazioni parlamentari rivolte al Ministro della Giustizia? Cosa è successo?”


Foto da CNRmedia

llaria Cucchi: “mi giunge voce che la risposta all’interrogazione del Ministro Alfano è stata che Stefano è caduto: ora mi spieghino dove, come e perché è caduto e, soprattutto, come ha fatto a morire. Che mi spieghino, per una caduta, come poteva riportare tutti quei segni di traumi sul viso e sul corpo e che mi spieghino perché è stato lasciato morire.”
Blog: “per voi questa non è la verità?”
llaria Cucchi: “questa non è assolutamente la verità: forse è parte della verità, ma sicuramente la vicenda non si chiude qui e sicuramente non si spiega la morte di mio fratello.”
Giovanni Cucchi: “quando è il momento in cui ho visto mio figlio all’obitorio mi è caduto il mondo, vedendolo così, in quelle condizioni veramente inimmaginabili. Ho provato un dolore enorme e un senso di frustrazione di fronte a quello che lo Stato ci può dare e, in effetti, mio figlio è entrato sano e è uscito morto in quelle condizioni. Voglio dire, non è ammissibile che, per qualsiasi cosa uno possa aver fatto, sia ridotto sia dal punto di vista fisico che anche dal punto di vista morale in quel modo, perché mio figlio è morto solo. E’ una rabbia enorme per come può finire un figlio così, massacrato in quel modo..”

Un ragazzo normale
Blog: “in che condizioni era il giorno dell’udienza per direttissima?”
Giovanni Cucchi: “il giorno dell’udienza lui.. guardi, Stefano era una persona magra, lei ha visto la foto e perciò si è reso conto.. non tutti forse.. non può apparire.. lui praticamente ha il viso gonfio, il doppio del viso di quello che si vede rispetto all’ultima foto che aveva e poi aveva, sotto gli occhi, dei segni neri, quindi segni evidenti di pugni negli occhi, di botte negli occhi. Si è presentato così alla causa. Però dal punto di vista fisico stava benissimo, si muoveva, il fatto delle vertebre rotte assolutamente non sussisteva, per quanto ho potuto vedere lo escludo al 100%. Stefano si muoveva, camminava, parlava, assolutamente si muoveva come una persona normale e, se ci fosse stato quel problema delle vertebre, per prima cosa avrebbe provato dolore e quindi l’avrei saputo, me l’avrebbe detto, ma a parte quello il suo comportamento era un comportamento normalissimo e conseguentemente lo escludo nella maniera più categorica.”
Blog: “è stato l’ultimo giorno che avete potuto vederlo?”
Giovanni Cucchi: “sì, sì, è l’ultimo giorno in cui abbiamo potuto vedere Stefano, esatto. E le assicuro che, nel momento in cui l’ho rivisto, non credevo ai miei occhi: non era possibile che Stefano mi fosse stato presentato in quelle condizioni, non era possibile! Guardi, è una cosa inimmaginabile, per un padre vedere il figlio così, dopo sei giorni che chiede notizie, avere una notizia in quel modo, detta in quel modo, chiedere addirittura – è quasi una beffa! – alla dottoressa che ci è venuta a comunicare all’esterno del carcere la morte di Stefano, dice “ ma potevate chiederlo ai medici?”, ma come?! Sono cinque giorni che veniamo qui a chiedervi e non ci avete fatto entrare! Il secondo, il sabato.. il lunedì siamo andati in carcere e ci hanno fatto entrare, ci hanno preso i documenti, dopo è uscita una sovrintendente e ha detto “ no, mi dispiace, non vi possiamo fare parlare con i medici”. “ Ma guardi che vogliamo solo parlare con i medici, non è che vogliamo parlare con Stefano, vogliamo sapere il suo stato di salute”, “ no, non è possibile, perché deve arrivare il permesso”. Il permesso da dove non si sa, però dice “ guardi, tornate domani, perché domani probabilmente questo permesso sarà arrivato e quindi potrete parlare con i medici”. L’indomani siamo tornati, il piantone non ci ha neanche fatto entrare: ci ha detto soltanto “ io non so niente di questo, per parlare con i medici dovete avere il permesso del colloquio rilasciato dal giudice”. Sono andato il giorno dopo a chiedere il permesso, l’ho ottenuto e poi, il giorno dopo, sarei andato a Regina Coeli a farmelo confermare, perché lì c’è una questione di orari, non si riesce a fare tutto in una giornata. Però mentre tornavo per.. mentre andavo per chiedere questo permesso mia moglie mi ha comunicato che Stefano era morto. Siamo andati a informarci sul perché Stefano è morto e non ci hanno dato nessuna scheda ufficiale, ci hanno solo comunicato verbalmente queste testuali parole: “ si è spento, aveva un lenzuolo sempre sulla faccia, non voleva mangiare, non si voleva nutrire e non voleva le flebo , praticamente si è spento”. Siamo rimasti esterrefatti, allibiti, anche loro vedevo che tutto sommato erano imbarazzati nel rispondere: ci hanno comunicato questo, nessun documento ufficiale, soltanto questa affermazione, ‘si è spento’.”
Blog: “che ragazzo era Stefano?”
Giovanni Cucchi: “era un ragazzo normale, pieno di vita, allegro, determinato, volenteroso, lavorava, faceva il geometra, aveva tanti progetti, tante ambizioni e ogni tanto me le confidava. Insomma, era un ragazzo che stava in progressione, stava nel pieno assolutamente, era un ragazzo.. ma poi, tra l’altro, aveva un carattere veramente da amico, da amicone, era amico con tutti, voglio dire, non poteva fare la fine …assolutamente, non poteva fare una fine così, guardi, non mi rassegno a che Stefano abbia fatto una fine del genere, non se lo meritava nella maniera più assoluta, non se lo meritava!”
Blog: “e adesso che cosa vi aspettate?”
Giovanni Cucchi: “ci aspettiamo che si faccia chiarezza, che ci dicano quello che non hanno potuto dirci prima, che ci spieghino con esattezza quello che è avvenuto e i motivi delle percosse, i motivi della morte con precisione: finora c’è stato il nulla, adesso vogliamo sapere tutto!”
Blog: “cosa è disposto a fare per ottenere questo?”
Giovanni Cucchi: “tutto, fino all’ultima goccia di sangue, fino all’ultima goccia di vita io e mia moglie ci batteremo perché si faccia chiarezza su mio figlio!”

fonte: www.beppegrillo.it

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Restiamo Umani a Bulciago

Di ritorno da una estenuante tournee in Germania, un paese che regala sottomarini a Israele come fossero noccioline, e popolata da personaggi pittoreschi come i fantomatici Antideutsch, secondo i quali l’Olocausto ha fornito Israele carta bianca per compiere qualsiasi massacro desideri, mi rigetto sulla strada. Se sono tornato tutto intero da Gaza è per farmi voce dei senza voce, gli oppressi dall’occupazione israeliana. Per due mesi girerò l’Italia in lungo e in largo, isole comprese, a mostrare e dimostrare tramite immagini e racconti quanto è terribile e disumano l’assedio israeliano a Gaza. E a indicare come poterne uscire.

Su questa strada spero di ritrovare quegli amici che non ho mai fisicamente incontrato, ma che mi hanno sempre sostenuto, così come è accaduto fra Colonia, Monaco, Berlino e Francoforte (ciao Gatto!).

Si inizia domani nel paese amministrato da chi ha messo al mondo quella stramba cosa che sono: Bulciago (Lecco).

A breve darò comunicazione delle prossime date.

Restiamo Umani

e

Hasta siempre l’Utopia

Vittorio Arrigoni.


blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/ 

 

(contributi ben accettati per coprire le spese del  Gaza Restiamo Umani Tour: GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM )

Ps.

“Se la Germania regale armi a Israele per consentire il suo diritto alla difesa, con le solite scusanti, allora dovrebbe regalare almeno una pistola a testa ad ogni ebreo che non vive in Israele”, ho suggerito al mio editore, Zambon. Conoscendolo non mi sorprenderò se andrà a fare questa richiesta direttamente alla Merkel…

A proposito di legittima difesa israeliana, consiglio la lettura dell’articolo postato qui sotto, a firma di Larry Derfner, un giornalista israeliano che si occupa di questioni interne e mediorientali e scrive abitualmente sul Jerusalem Post.

 

Israele – Il nostro diritto esclusivo all’autodifesa

Praticamente tutta Israele sta ora parlando a una sola voce contro la relazione Goldstone, contro qualsiasi tentativo di incolparci per la guerra di Gaza. Abbiamo affinato al massimo il nostro messaggio e, ispirati dalla performance del primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite, lo stiamo trasmettendo con il giusto tono di sdegno:

Come può osare qualcuno negarci il diritto all’autodifesa! Come può osare negarci il diritto di combattere contro il terrorismo!

Suona bene. Mette chiunque altro sulla difensiva. Il diritto all’autodifesa è elevato al massimo grado, come la mamma e la torta di mele – chi si permetterà di esprimersi contro di esso, soprattutto se riguarda noi, Israele, gli ebrei, il popolo della Shoah?

Il diritto all’autodifesa – perfetto.

Ma vorrei chiedere: i palestinesi hanno anch’essi il diritto all’autodifesa?

Probabilmente non lo ammettiamo a voce alta, ma nella nostra testa ci diciamo – ancora una volta, a una sola voce – “No!”

Questa è la nozione che ha Israele di un trattamento equo: siamo in diritto di fare quello che diavolo ci pare ai palestinesi, perché, per definizione, qualunque cosa facciamo a loro è autodifesa. Essi, tuttavia, non hanno il diritto di alzare un dito contro di noi perché, per definizione, qualunque cosa facciano a noi è terrorismo.

E’ così che è sempre andata, è così che è andata con l’operazione “Piombo Fuso”.

E non ci sono limiti al nostro diritto all’autodifesa. Non esiste nulla di “sproporzionato”. Possiamo assediare Gaza, possiamo rispondere ai razzi Qassam con gli F-16 e con gli Apache, possiamo prendere cento occhi per un occhio.

Possiamo deliberatamente distruggere migliaia di case di Gaza, il parlamento di Gaza, il Ministero della Giustizia, il Ministero degli Interni, i tribunali, l’unico stabilimento che a Gaza produce farina, il principale stabilimento che produce pollame, l’impianto di depurazione, i pozzi d’acqua e Dio sa cos’altro.

Deliberatamente.

Dopo tutto, stiamo agendo per autodifesa. Per definizione.

E con quale diritto i palestinesi devono difendersi da tutto questo?

Nessun diritto.

Perché? Perché noi siamo meglio di loro. Perché noi siamo una democrazia e loro sono un mucchio di islamo-fascisti. Perché la nostra è una cultura della vita e la loro è una cultura di morte. Perché loro sono qui per distruggerci, mentre tutto quello che stiamo dicendo noi è di dare una possibilità alla pace.

Uno sguardo alle rovine di Gaza dovrebbe rendere tutto questo abbastanza evidente.

Ecco la nostra idea del “diritto di guerra”: quando i bulldozer israeliani sono andati al di là del confine, nei villaggi di Gaza, e hanno spianato casa dopo casa, in modo che Hamas non avrebbe potuto usarle come rifugio una volta che le Forze di Difesa Israeliane se ne fossero andate, quella è stata legittima difesa. Ma se un ragazzo palestinese che viveva in una di quelle case ha scagliato un sasso contro uno dei bulldozer, quello è terrorismo.

I Goldstone del mondo chiamano tutto ciò ipocrisia, l’uso di due pesi e due misure. Ma come osano! Da queste parti, noi la chiamiamo chiarezza morale.

Original Version: Our exclusive right to self-defense

 

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Intervista a Jeff Halper

Da Nazione Indiana l’intervista ad un amico, Jeff Halper. Mi trovavo al suo fianco al momento dello sbargo a Gaza quello storico 23 agosto 2008.

L’intervista è cura di Lorenzo Galbiati , la traduzione di Daniela Filippin.

Jeff Halper, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e insegna all’Università Ben Gurion del Negev.
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions ( www.icahd.org ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che forniscono supporto economico e materiale per la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili.

Tu sei un cittadino dello “stato ebraico” di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos’è per te oggi, concretamente, il sionismo?

Halper: “Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all’epoca dalle nazioni d’Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d’Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l’esistenza di un altro popolo nel territorio, “alloggiare” tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato “ebraico”. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale.” 

Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?

 

Halper: “Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ‘60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell’occupazione d’Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale – ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi “parlò”. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un’identità, pur restando conscio a livello politico dell’occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra.

Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato “ebraico”, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale).” 

In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l’equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all’accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l’antisionismo è la nuova forma che ha assunto l’antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?

Halper: “Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un “nuovo antisemitismo” fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l’antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il “nuovo antisemitismo” affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L’antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E’ quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è “pro-Israele”. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del “nuovo antisemitismo”. E’ conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo.”  

In Israele hai fondato l’Icahd, l’Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l’assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?

Halper: “I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un “Bantustan” palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell’era dell’apartheid in Sud Africa. Quest’ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l’11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo “democratico”. Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio “Bantustan” palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell’apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa “separazione”, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l’apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è “Barriera di Separazione”), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.

La versione israeliana dell’apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sud africana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un’economia sud africana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall’economia israeliana, e non hanno nemmeno un’economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all’incirca 300 000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un’umanità di troppo, superflua. Non gli resta che fare da popolazione di “stoccaggio”, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare. 

Tutto ciò porta oltre l’apartheid, a quello che può essere definito lo “stoccaggio” dei palestinesi, una della popolazioni mondiali “di troppo”, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici, e milioni di altri emarginati. “Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo “stoccaggio” è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l’umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso “l’occupazione” di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata “matrice di controllo”, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : “Un lato sembra Israele; l’altro lato sembra Gaza”. In altre parole, una Palestina Globale.”

Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?

Halper: “Concordo con Pappé nell’affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L’anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele – appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini – rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L’ICAHD ha come scopo quello di resistere all’occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi – praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla “sicurezza”, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento.”

Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l’apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l’adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?

Halper: “In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all’occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l’economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli “arabi”. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell’imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell’apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli “intellettuali”, anche loro non vedono. E’ la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro “nicchia”.”

Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?

Halper: “Noi dell’ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile – a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque “cantoni”. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l’età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan.
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all’interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie – la sicurezza, lo sviluppo economico, l’acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un’entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del ‘67, ma comunque avente l’intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l’idea della confederazione risulterà sensata.”

Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?

Halper: “L’unico ostacolo a un’autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n’è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e “rinunciare” ai Territori Occupati Palestinesi considerato l’estrema frammentazione del sistema politico israeliano.

Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d’intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l’ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l’occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento).

Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E’ altamente improbabile che ciò avvenga.” 

Che giudizio dai all’azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt’oggi?

Halper: “Ovviamente l’andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall’autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l’attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare).

Una delle mie maggiori critiche rivolte all’attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all’estero. Nonostante un cambiamento dell’opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l’invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell’ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l’amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington – e i rappresentanti palestinesi all’estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico. 

In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il “salvatore”, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla “soluzione” dell’apartheid, manterrà l’integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele.”

Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?

Halper: “I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno.” 

Quali responsabilità ha l’Europa verso la condizione dei palestinesi di Gaza e l’attuale situazione politica che si è venuta a creare in Israele? Se non possiamo aspettarci molto in futuro dai nostri politici in relazione al raggiungimento di una soluzione pacifica, giusta e dignitosa per la questione israelo-palestinese, che cosa possiamo fare noi cittadini europei?

Halper: “Di seguito trovate dei commenti che ho fatto recentemente in Germania riguardo a questo argomento.”

REDIMERE ISRAELE E L’EUROPA ATTRAVERSO I DIRITTI UMANI
(Pensieri di Jeff Halper alla ricezione del Premio 2009 Kant World Citizen, presso Friburgo in Germania)

Il mondo dell’attivismo politico è molto diverso da quello accademico (sebbene si spererebbe in una maggiore integrazione di questi due mondi). Prendendo in considerazione la rilevanza di Immanuel Kant per il nostro lavoro di pacifisti, la questione non riguarda se i suoi concetti, argomenti o proposte siano “datati”, la maggiore preoccupazione degli ambienti accademici. Piuttosto riguarda se possano portare a delle analisi che possano a loro volta poi essere applicate a situazioni nuove, comprese quelle politiche. Alla luce di questo, il lavoro di Kant – e per i nostri scopi, il suo trattato del 1795, “Per la pace perpetua” in particolare – può essere molto utile come guida. Fra le altre cose, Kant individua due principali questioni di grande rilevanza anche per i nostri tempi, questioni con le quali noi che cerchiamo la pace in Israele/Palestina facciamo i conti quotidianamente: (1) come fare in modo che gli stati accettino le proprie responsabilità nel perseguire la giustizia e opporsi alle ingiustizie; (2) come mobilitare la società civile nella causa della giustizia. 

L’irresponsabilità degli stati

Nella mia esperienza di quasi mezzo secolo come attivista nella società civile, gli stati, sebbene possiedano la responsabilità e l’autorità del sistema mondiale moderno, non faranno la cosa giusta se lasciati a decidere per sé. Anche nei casi in cui la pace mondiale viene palesemente minacciata o quando esiste un’ingiustizia che influisce sulle vite di milioni di persone, i governi troveranno dei pretesti per perseguire qualche propria agenda politica, una combinazione di interessi interni e internazionali, che non hanno granché da spartire con il bene né dei cittadini (anche se poi le campagne sono invariabilmente impostate in quel modo), né per il bene della comunità globale. Il fatto che Israele ignori, e che gli sia permesso dagli stati amici di ignorare i diritti umani, le leggi internazionali, dozzine di risoluzioni ONU e una Corte di Giustizia Internazionale che sentenzia contro la costruzione del Muro durante l’occupazione degli ultimi 43 anni, la dice lunga sui fallimenti dei governi (in questo caso, quelli europei con quello americano alla loro guida). Racconta del loro fallimento nel costringere Israele a rispettare i propri obblighi. Se in agosto del 2008 ho dovuto rischiare la mia vita per portare una vecchia barca da pesca da Cipro a Gaza, sfidando la Marina Israeliana per rompere il crudele ed illegale assedio di due anni imposto ad una popolazione già impoverita e traumatizzata, era solo perché i governi, il cui lavoro dovrebbe essere di far rispettare le leggi internazionali e garantire un ordine mondiale pacifico, hanno abdicato nei confronti delle proprie responsabilità.

Il nostro pericoloso viaggio ha rappresentato ciò che viene chiamata la “politica della vergogna”, cioè il cercare di imbarazzare i governi mettendoli in una posizione di dover per forza fare il proprio dovere. Kant ipotizza una struttura sociale per la “pace perpetua” che, in effetti, contiene molti degli elementi del sistema mondiale attuale: stati liberi con costituzioni repubblicane come ideale condiviso da molti e, in molti luoghi, come realtà politica; una federazione di stati sovrani; infine, l’importanza assoluta della legge internazionale. Ma nell’ordine razionale di Kant manca l’elemento della buona fede da parte degli stati, che dovrebbe essere imposta dai cittadini organizzatisi in una società civile.  


Mobilitare la società civile

L’irresponsabilità degli stati non è mai stata così evidente come col conflitto israelo-palestinese, che già da 60 anni sarebbe dovuto essere risolto, risparmiando in tutti questi anni decine di migliaia di vite e di case, e contemporaneamente evitando l’attuale tensione e polarizzazione fra relazioni islamiche e occidentali, portando dunque ad un crescente senso d’insicurezza percepito da tutti nel mondo. Quindi l’assioma che ho appena proposto – che gli stati di loro iniziativa non faranno la cosa giusta – ha una clausola: a meno che non vengano punzecchiati, spinti e, alla fin fine, costretti dalla gente ad agire. Ma come si fa a fare in modo che la gente spinga, e poi nella direzione giusta? Dopotutto, la società civile nel suo insieme è lontana dall’essere progressista. E’ il contrario, se si considerano i governi che vengono spesso eletti. Israele è un esempio perfetto. Il 1948 segna il nostro anno d’indipendenza. Cosa importa se è anche l’anno della nakba, una catastrofe per il popolo palestinese, anno nel quale più di 700 000 abitanti indigeni che non presero parte ai combattimenti (almeno la metà della popolazione palestinese) furono cacciati dalle proprie case, che vennero poi demolite. Questa fu vista dagli ebrei come una cosa buona, e tutto ciò solo tre anni dopo l’olocausto. Oggi si testimonia come in Israele un’occupazione durata senza tregua per più di quattro decenni possa essere trasformata in una non-questione. Vien fuori che la gente, non meno i governi, ha la capacità di guardare l’ingiustizia dritta negli occhi e continuare comunque a negarla o minimizzarla, persino giustificarla o non vederla affatto. Questa capacità ricorda l’evocativa descrizione di Ralph Ellison su come i neri d’America furono resi invisibili:

Sono l’uomo invisibile… invisibile, capiscimi, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. E’ come se io fossi circondato da specchi di duro vetro distorto. Quando mi si avvicinano vedono solo ciò che mi circonda, se stessi o immagini provenienti dalle loro immaginazioni. In effetti, vedono tutto e qualsiasi cosa fuorché me…
 
Questa descrizione potrebbe essere applicata ai palestinesi, per non parlare dei miliardi di altri poveri, immigrati e persone “illegali” sparite dalla vista.

Dunque, perché non mobilitare l’Europa? Non è un compito facile, soprattutto visto che è un continente ancora tormentato dai sensi di colpa per l’olocausto e risucchiato dagli interessi politici di una grande potenza mondiale, Israele. Io non ho mai capito come l’espiazione per l’olocausto, che tutt’oggi sussiste in molte parti d’Europa, sia collegata alla nascita di un’Europa nella quale la lezione sia stata appresa – in particolare, che nell’ambito della politica estera sia resa una priorità assoluta alla traduzione sotto forma di leggi per il rispetto per i diritti umani e degli accordi internazionali a protezioni dei popoli. Questo è un punto cruciale, visto che l’Europa avrà un ruolo costruttivo nel risolvere il conflitto israelo-palestinese. Se l’Europa confonderà il sostegno per le politiche di occupazione d’Israele con l’espiazione, diventerà al contrario un ostacolo alla pace. 

L’Europa, con la Germania logicamente in testa, è davvero arrivata lontano in ciò che io chiamo un processo di “redenzione”, fase che ogni stato precedentemente coloniale e oppressivo dovrebbe attraversare. Ha riconosciuto la terribile ingiustizia inflitta al popolo ebraico (fra gli altri) ed ha accettato le proprie responsabilità. La comunità internazionale ha riconosciuto che la Germania nazista ed i suoi alleati avessero perpetrato questi crimini; sotto forma di giustizia ristoratrice, la nuova Europa si è ricostituita come unione democratica assumendo un ruolo di responsabilità negli affari mondiali. L’Europa ha anche offerto un notevole sostegno ad Israele dal giorno della sua concezione (sebbene a volte sia stata persino troppo notevole, come nel caso della Germania che ha provveduto a far avere ad Israele dei sottomarini trasportatori di testate nucleari). L’Europa costituisce il principale compagno di scambi commerciali, donando ad Israele uno status privilegiato. Tuttavia, ad un certo punto del processo di redenzione, un paese, un continente dovrebbe raggiungere un momento nel quale poi evolvere, momento in cui il bisogno di provare sensi di colpa per passate azioni sia poi sostituito dall’assunzione di un ruolo negli affari internazionali, in cui le lezioni apprese e le responsabilità accettate saranno tradotte nel contributo a perseguire un ordine mondiale più giusto e basato sui diritti umani.

Scegliere di aiutare Israele a districarsi da un conflitto sempre più in deterioramento, che mette sempre di più a repentaglio la propria stessa sicurezza, suggerirebbe il più vero e significativo atto di espiazione e redenzione. Un atto di tale portata e significato richiederebbe, tuttavia, che l’Europa indirizzi con fermezza, ma anche con spirito costruttivo le violazioni di diritti umani subite dai palestinesi per mano israeliana. In effetti, la redenzione di Israele e dell’Europa dipende allo stesso modo dal riuscire a far raggiungere l’autodeterminazione palestinese. Per i primi perché risolverebbe una volta per tutte le paure per la sicurezza d’Israele, rimuovendo proprio la fonte delle proprie paure, cioè l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Per i secondi perché l’Europa avrebbe finalmente mantenuto le promesse fatte al mondo intero dopo l’Olocausto: che avrebbe assicurato la giustizia, la riconciliazione fra i popoli e un ordine mondiale pacifico. Assicurarsi del bene di Israele e contemporaneamente assumere un ruolo centrale come voce post-Olocausto per una moralità degli affari politici si avvicina alla visione di Kant della Germania e anche dell’Europa, una forza motrice dietro ad un nuovo ordine politico dedicato alla pace perpetua. 

Ma Israele deve ancora iniziare il suo processo di redenzione, assumendosi la responsabilità per la terribile distruzione della società palestinese e la sua perpetua occupazione, durante la quale ha distrutto 24 000 case di civili innocenti (le case NON vengono distrutte per motivi di sicurezza!). Al contrario, Israele si trova ancora in uno stato di esaltazione nel suo tentativo di imporre uno stato esclusivamente ebraico sull’intero territorio d’Israele – cioè la Palestina – con crimini perpetui di pulizia etnica, occupazione, guerra e oppressione per i quali dovremmo prima o poi cercare la redenzione. Dunque, questa diventerebbe l’Europa dall’approccio diverso che io, come ebreo israeliano, spero di poter vedere, portando la pace fra la mia gente ed i palestinesi. Suggerisco quindi all’Europa che se ha davvero un “rapporto speciale” con Israele, non più basato sul ricatto dell’Olocausto, occupi dunque una posizione privilegiata per aiutarci a superare la sua ideologia dell’occupazione, aiutandoci ad adottare i valori post-Olocausto di rispetto per i diritti umani.

Anche Israele deve chiudere con l’Olocausto. Nelle mani di cinici politici, che lo usano per giustificare le proprie politiche di oppressione e ammutolire qualsiasi critica, soprattutto quella europea, il retaggio stesso dell’Olocausto diventa un pericolo da non sottovalutare, dissacrare o distorcere. Quanto sarebbe orribile se i giovani, in Israele, Europa e altrove venissero a considerare l’Olocausto come poco più che un pretesto per impedire ogni critica mossa contro Israele, svuotandolo del reale significato e potenziale per crescere come popolo. Come Avraham Burg, un ex speaker del parlamento israeliano e capo della Jewish Agency asserisce nel titolo del suo recente libro: L’Olocausto è finito: solleviamoci dalle sue ceneri. 

Marc Ellis, un teologo della liberazione, ebreo, asserisce che l’ebraismo moderno è definito da ciò che ci è avvenuto durante l’Olocausto e ciò che stiamo facendo ai palestinesi. Questo si potrebbe dire anche dell’Europa. La prova per vedere se essa ha veramente superato il suo passato olocaustiano si determina constatando se sta sostenendo Israele nel suo compito più urgente, cioè quello di mettere fine a ogni conflitto con i palestinesi. Ecco come riconcilierebbe le responsabilità che le sono state imposte dall’Olocausto col suo ruolo di difensore e fautore dei diritti umani e della legge internazionale. Affinché la visione di Kant per una federazione di stati repubblicani sostenitori della Legge delle Nazioni possa avere un significato, la comunità internazionale – guidata dall’Europa, che si è mossa per redimersi dal proprio passato – deve salvare Israele da se stesso. Lo spettro dello stato ebraico che impone qualcosa che somigli anche solo vagamente ad un olocausto (o semplicemente a uno stato di oppressione permanente) su una popolazione palestinese indifesa è semplicemente troppo orribile da immaginare. Eppure gli ebrei israeliani eleggono ripetutamente dei governi che non solo espandono e rafforzano l’occupazione di Israele, ma senza fare di loro iniziativa ciò che sarebbe necessario per cessare il conflitto. Risolvere il conflitto israelo-palestinese richiederà una ferma asserzione di volontà e primato dei diritti umani da parte della comunità internazionale. L’Europa sarà fondamentale nel portare avanti le proprie responsabilità verso Israele e la comunità internazionale, o alternativamente tradirà e fraintenderà i propri obblighi post-Olocausto verso il popolo ebraico, sostenendo le politiche di occupazione di Israele a detrimento di tutti i coinvolti, prima di tutti gli ebrei israeliani stessi. Questo è il Categorico Imperativo Kantiano del giorno.   

Come valuti la pratica del boicottaggio verso Israele? E, se la sostieni, quali tipi di boicottaggio auspichi?

Halper: “Noi dell’ICAHD sosteniamo il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS); in effetti, siamo stati il primo gruppo israeliano ad appoggiarlo. Ecco la nostra dichiarazione.”

27 gennaio, 2005

SANZIONI CONTRO L’OCCUPAZIONE ISRAELIANA: SAREBBE ORA

Dopo anni di sforzi diplomatici e politici atti a indurre Israele a interrompere la propria occupazione, mentre al contrario la si osserva diventare più forte e radicata, ICAHD sostiene un’articolata campagna di strategiche sanzioni contro Israele finché non cesserà l’occupazione; in altre parole, una campagna che prenda di mira l’occupazione israeliana e non Israele stesso.  Noi crediamo che nella maggior parte dei casi, semplicemente applicare leggi esistenti, internazionali ma anche interne, renderebbe l’occupazione inattuabile e porterebbe Israele in linea con gli accordi sui diritti umani. Noi favoriamo anche un selettivo disinvestimento e boicottaggio come strumenti di pressione economica e morale.

Visto che le sanzioni sono un mezzo potente, non-violento e popolare per contrastare l’occupazione, una campagna di sanzioni ci sembra il prossimo e più logico passo da compiere fra i tentativi internazionali per far cessare l’occupazione. Sapendo che il processo sarà articolato nel tempo, attualmente l’ICAHD sostiene i seguenti elementi:
Vendita e trasferimento di armi ad Israele devono essere condizionati dall’uso che ne verrà fatto e in modo che non perpetrino l’occupazione o violino i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali, violazioni che sarebbero interrotte se il governo applicasse leggi e regolamenti esistenti riguardanti l’uso delle armi, in concordia coi diritti umani;  
Le sanzioni di commercio contro Israele dovute alle sue violazioni dell’“Association Agreements”, firmato con l’UE, che proibisce la vendita di prodotti fabbricati negli insediamenti come “Made in Israel”, come anche per le violazioni di altre clausole sui diritti umani; 
Disinvestimento da compagnie che traggono profitto dal proprio coinvolgimento nell’occupazione. In questa vena l’ICAHD dà il proprio sostegno a iniziative come quelle della Chiesa Presbiteriana degli USA, che prende di mira le aziende offerenti contributi materiali verso l’occupazione. Certamente sosteniamo la campagna contro i bulldozer Caterpillar, che demoliscono migliaia di case palestinesi. 
Boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e delle aziende che danno alloggio ai coloni o che hanno un ruolo di rilievo nel perpetrare l’occupazione; 
Boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non hanno adempiuto alle proprie responsabilità per sostenere la libertà d’espressione dei loro omologhi palestinesi, comprese le università, le facoltà e gli studenti. Il nostro invito ad un boicottaggio accademico delle università israeliane si oppone all’organizzazione di conferenze accademiche internazionali in Israele e collaborazioni internazionali in progetti di ricerca. Non si applica però al boicottaggio di studiosi individuali o ricercatori.
Individui quali politici e amministratori, personale militare che obbedisce ad ordini altrui, ma personalmente responsabili per violazioni di diritti umani, compresi processi davanti a tribunali internazionali e proibizioni a viaggiare in altri paesi.  

L’ICAHD lancia un appello alla comunità internazionale: i governi, i sindacati, le comunità universitarie, religiose e più in generale la società civile deve fare tutto il possibile per far gravare il peso della responsabilità dell’occupazione su Israele. Mentre invitiamo anche le autorità palestinesi ad aderire alle convenzioni per i diritti umani, la nostra campagna per l’applicazione di sanzioni selettive contro l’occupazione si concentra in particolar modo su Israele, che da solo ha il potere di mettere fine all’occupazione ed è il solo a violare le leggi internazionali riguardo alle responsabilità che spettano ad una potenza colonizzatrice.  

Noi crediamo che una delle più efficaci mire del BDS dovrebbe essere quella del commercio di armi fra i Paesi di tutto il mondo e Israele. Se i popoli del mondo potessero vedere fino a che punto i loro governi e le loro corporazioni sono coinvolte nell’aiutare Israele a mantenere militarmente l’occupazione, e soprattutto quante armi e tattiche di “contro-insorgenza” sviluppate e sperimentate da Israele nel proprio “laboratorio palestinese” arrivano anche ad essere applicate dalle forze dell’ordine dei propri Paesi, ne sarebbero sconvolti. Questo è un modo efficace per rendere il conflitto una questione anche propria, locale, mostrando come penetri anche all’interno delle proprie comunità, minacciandone le libertà civili. 

In quali modi la diffusione del sionismo dalla creazione di Israele in poi ha cambiato la percezione della propria identità di ebreo negli ebrei appartenenti alle comunità della diaspora? E in quali modi, di conseguenza, ha cambiato le forme di partecipazione degli ebrei diasporici alla vita civile e politica europea e americana?

Halper: “Di seguito riporto l’articolo scritto dopo che mi fu negato il permesso di parlare in una sinagoga di Sydney, Australia. Parla esattamente degli argomenti di cui chiedi.”

GLI EBREI DELLA DIASPORA DEVONO SMETTERLA DI IDEALIZZARE ISRAELE
Jeff Halper
(Pubblicato nel Sydney Morning Herald, 10 Aprile, 2009)

Una cosa buffa mi è accaduta mentre mi dirigevo verso la sinagoga di Sydney; la conferenza in programma è stata annullata. Lo scandalo alla sola idea che io parlassi di fronte ad una comunità ebraica in Australia, risultava veramente scioccante per un israeliano. Se è assai vero che io sono molto critico dell’occupazione da parte d’Israele e che metto in discussione la soluzione dei due stati (considerando fino a dove si estendono gli insediamenti israeliani), non è comunque una giustificazione per la demonizzazione a cui sono stato sottoposto nelle pagine dell’altrimenti rispettabile Australian Jewish News. Dopotutto, opinioni simili alle mie si possono prontamente trovare nei maggiori media israeliani. In effetti, io stesso scrivo spesso per la stampa israeliana e parlo regolarmente alla TV e la radio israeliane.

Qual è dunque il motivo per questa reazione isterica? Perché sono stato bandito dal tempio Emmanuel di Sydney, una sinagoga auto-definita progressista? Perché io, un israeliano, dovrei indirizzarmi alla comunità ebraica da una chiesa? Perché sono stato invitato a parlare in ogni università dell’Australia orientale eppure, alla Monash University, la cosiddetta università ebraica d’Australia, ho dovuto tenere una riunione clandestina con i professori ebrei in una stanza buia, lontano dalle sale dei discorsi degli intellettuali? E poi, perché gli israeliani che hanno partecipato alle mie conferenze, assieme agli ebrei australiani, quando i capi delle comunità ebraiche condannavano me e le mie posizioni, hanno al contrario espresso apprezzamento per il fatto che un “vero” israeliano stesse finalmente rendendo accessibile agli australiani le proprie vedute, anche nel momento in cui non le condividevano? Tutto ciò solleva delle domande inquietanti sul diritto degli ebrei della diaspora di poter ascoltare vedute divergenti sul conflitto degli israeliani con i palestinesi, i punti di vista spesso sostenuti dagli stessi israeliani. Questo è un fenomeno di censura che gli israeliani critici sopportano da parte degli auto-eletti paladini dell’ebraicità in altre parti del mondo.

La controversia australiana solleva una questione ancora più grave, comunque. Quale dovrebbe essere la natura del rapporto degli ebrei della diaspora con Israele? Ho il sospetto che qualsiasi genere di minaccia io possa rappresentare, ha meno a che fare con Israele e tutto a che vedere con la paura che io possa mettere in discussione l’immagine idealizzata d’Israele, che io chiamo l’immagine “Leon Uris” d’Israele che, ammesso che sia mai esistita, certamente non esiste oggi. Ma loro vi si aggrappano con trasporto, direi anche disperazione, nonostante ciò che appare nei notiziari. Può sembrare una strana cosa da dirsi, ma non credo che gli ebrei della diaspora abbiano elaborato il fatto che Israele è un paese a loro straniero, lontano dalla loro versione idealizzata quanto l’immagine dell’Australia come un’unica, allegra terra dei canguri. 

I paesi cambiano, evolvono. Cosa penserebbero i padri fondatori dell’Australia, persino quelli che fino al 1973, perseguendo una politica per un’Australia bianca, potessero vedere la società multi-culturale che è diventata oggi l’Australia? Beh, si dà il caso che quasi il 30% di cittadini israeliani non siano ebrei, e potremmo ben aver incorporato altri quattro milioni di palestinesi (i residenti dei territori occupati). Per di più, è chiaro che la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non emigrerà in Israele. Questi dati di fatto, in aggiunta al bisogno urgente che Israele faccia pace coi suoi vicini, vogliono dire qualcosa. Vogliono dire che Israele deve cambiare con modi che Ben Gurion e Leon Uris non avevano previsto, anche se è difficile da accettare per gli ebrei della diaspora. 

Il problema pare essere che gli ebrei della diaspora usano Israele come pilastro della propria identità etnica, diffondendo l’immagine di un Israele perseguitato come modo di mantenere intatta la comunità. Ma questo non crea presupposti per delle relazioni sane. Israele non può continuare a essere concepito come un voyeuristico ideale da un popolo che, sebbene professi un impegno affinché Israele sopravviva, in realtà necessita di un Israele in guerra per la sopravvivenza interna della propria comunità. Ecco perché io, in qualità di israeliano critico, appaio così minaccioso. Posso sia concepire un Israele molto diverso dallo “stato ebraico” così affettuosamente accarezzato a distanza dagli ebrei della diaspora, sia concepirne uno pacifico. Paradossalmente, è proprio l’idea di uno stato normale che viva in pace coi propri vicini che pare così minaccioso agli ebrei all’estero, perché li lascia senza una causa esteriore contro cui galvanizzarsi.

Ma Israele non può incarnare questo ruolo. Gli ebrei della diaspora devono costruirsi una vita propria, rivalorizzare la cultura della diaspora (che il sionismo ha scaricato come effimera e superficiale), ritrovare dei reali, affascinanti motivi per i quali i loro figli dovrebbero voler restare ebrei. Sostenere ciecamente le politiche militari di estrema destra d’Israele non è affatto il modo di ottenere tutto ciò. Questo sostegno privo di qualsiasi forma di critica è in contraddizione con i valori liberali che definiscono l’essere ebreo della diaspora, allontanando la nuova generazione di ebrei pensanti.

Ecco la minaccia che io rappresento. Ciò che mi è accaduto in Australia è solo un minuscolo episodio in una triste saga di reciproco sfruttamento a danno sia degli ebrei della diaspora, che di Israele. Le lezioni sono tre: gli ebrei della diaspora devono lasciare andare Israele, costruirsi una vita (ebraica) indipendente, e tornare ad assumere un impegno storico a favore della giustizia sociale e dei diritti umani. Possono augurare il meglio a Israele, ma sperando in una cessazione dell’occupazione, sperando in una giusta pace per i palestinesi. Per quel che mi riguarda, io torno a casa mia a Gerusalemme per continuare la giusta lotta.

Jeff Halper, 24 luglio 2009

 

*

Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale.
Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe.
Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del “Free Gaza Movement”*. La spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

* Qui si può leggere il comunicato stampa con cui Halper ha annunciato la sua adesione alla spedizione: http://www.freegaza.org/uploads/media/italiantexts.pdf
 

Questo percorso su NazioneIndiana attraverso voci minoritarie in Israele è cominciato qui

 

 

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Italiano? pizza mandolino e berlusconi mafioso

Tutti i più grandi giornali del mondo,

dal The Times a El Mundo, da Liberation a Le Figaro, dal  Guardian a le Monde passando per l’Economist e il Wall Street Journal, il Los Angeles Times, il New York Times, il Telegraph e l’Independent etc etc.,

non da oggi, ma da anni, spendono editoriali per spiegare ai loro increduli lettori come l’uomo più ricco d’Italia, un corruttore , tessera 1816 della p2, condannato per falsa testimonianza,  con conclamati legami con la mafia, (lasciamo perdere il Silvio porco e puttaniere secondo uno dei suoi ex-migliori amici)  riesca a mantenere il suo dominio politico ed economico controllando di fatto tutti i maggiori media di massa.

 

Da più di un anno sono esulo dall’Italia,

eppure non pensiate che non so cosa mi attende,

in tutto questo tempo ho incrociato una moltitudine di forestieri, cooperanti, giornalisti, politici e attivisti da tutto il pianeta che mi hanno sempre fatto sprofondare nella vergogna dovendo ammettere di provenire da un paese così scandalosamente governato.

 

Non c’è alcun bisogno cari amici che mi scrivete per praparmi al rientro,

so benissimo che siamo il paese zimbello dell’Europa,

ci ride dietro tutto il mondo,

a Berlino parlano pure le entrate dei locali:

 

 

 

 

 

 

(berlusconi-elettori non benvenuti

 niente cervello – niente servizio)

tutte le figure di merda di berlusconi

Una buona notizia dal malconcio Stivale è che il Lodo Alfano è stato dichiarato anticostituzionale.

Così Di Pietro (Idv): «Spero che da oggi, alla luce della decisione della Consulta il presidente del Consiglio la smetta di fare leggi a proprio uso e consumo, si dimetta dall’incarico e vada a fare quello che da 15 anni si ostina a non voler fare: l’imputato.”

 

I nostri nonni l’hanno scritta davvero perbino la Costituzione.

Evidentemente preveggenti sapevano in anticipo di 50 anni della ricomparsa sulla scena politica di un duce bonsai.

 

Berlusconi dovrà difendersi davanti ai giudici come un qualsiasi altro cittadino,

col beneficio di permettersi i migliori azzeccagarbugli sulla piazza, fra l’altro molti dei quali stipendiati da noi, essendo parlamentari del suo partito monarchico.

 

Io non vedo il problema, se Berlusconi ritiene di essere innocente avrà modo di dimostrarlo in tribunale.

Dato che davanti ai giudici non è mai voluto andarci, qualche dubbio sulla sua innocenza è però lecito…

Specie dopo che il corrotto, David Mills, è stato condannato,

e il corruttore, il presidente del consiglio, finora non è stato possibile processarlo.

 

Vik da Berlino.

 

Ps:

Per la cronaca il locale nella foto,

NON è gestito da italiani né da ex bolscevichi della RDT,

si chiama Schwarzwaldstuben e si trova in Oranienburger Strasse: pic.

Come gli editorialisti dei giornali sopra citati, sono solo persone di buon senso,

che anni di tv-spazzatura negli occhi degli elettori dello psiconano trasformano tutti in spietati comunisti mangiabambini.

 

Ps.2: Tutta la nostra solidarietà per le minacce di morte a Sandro Ruotolo.

 

Restiamo Umani

 

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Gaza Mensch Bleiben

WARUM EIN SOLCHES BUCH?

Auf dem Umschlag haben wir den italienischen Ausdruck Restiamo

umani mit “Mensch bleiben!” übersetzt. Der originale italienische

Ausdruck enthält jedoch eine Vielzahl von Möglichkeiten der Übersetzung,

wie „Wir bleiben Menschen“, „Wir bleiben menschlich“,

„Wir bleiben trotz allem menschlich“, und auch den auffordernden

Charakter des „Lasst uns Menschen bleiben“ und damit auch „…am

Leben…“. Auch die Israelis sind damit inbegriffen und angesprochen

und somit eingeladen, wieder menschlich zu werden. Aus

dem Text wird deutlich, dass Arrigoni kein Feind der Israelis als solcher

ist, sondern ein entschiedener Gegner der unmenschlichen

Politik der israelischen Regierung. Im fortlaufenden Text haben wir

den italienischen Ausdruck beibehalten

Auch mit einem Buch wie diesem, einem Augenzeugenbericht

aus der Hölle-Gaza, können wir weder die Opfer der Gewalt

retten, noch die Welt verändern. Aber vielleicht trägt der vorliegende

Bericht des jungen Italieners Vittorio Arrigoni dazu

bei, dass die Wirklichkeit besser verstanden wird von denjenigen,

die – in gutem Glauben – den Tätern applaudieren als

seien diese die Opfer. Arrigoni war als Mitarbeiter der Hilfsorganisation

International Solidarity Movement ISM vor Ort in

Gaza als Israel am 27. Dezember durch ein Massenbombardement

dort ein Inferno auslöste, im Zuge dessen mehr als 1.400

Zivilisten, darunter viele Frauen und Kinder starben.

Giuseppe Zambon, Verleger

 

Il Restiamo Umani Tour sbarca in Germania (questa volta con me fisicamente presente):

Francoforte – 12/10 – ore 20 DGB-Haus Wilhelm-Leuschner-Str 69-77, Frankfurt

Hanau – 13/10 – ore 19.30 Kulturforum, Metzgerstr. 8,, Hanau

Heidelberg (da confermare) – 14/10 ore 19 al Mittwoch, den 14. Oktober um 19:30 Uhr Buchhandlung Himmelheber, Theaterstr. 16, Heidelberg

Fiera del libro di Francoforte – 15/10 – ore 19.30

Fiera del libro di Francoforte – 16/10 – ore 19.30

Monaco – 17/10 –  ore 18 EineWeltHaus Munchen e V., Schwanthalerstr.80, 80366 Munchen
Colonia – 19/10 – ore 19 ore 19 Mutze-BurgerHouse Berliner str. 77 Koln

Recklinhausen – 20/10 – ore 19 Palästinensische Gemeinde
Berlino – 21/10 –  Junge Welt Ladengalerie, Torstr 6, Berlin-mitte

Chemnitz – 22/10 – ore 19 al  Café im Kulturkaufhaus DAStietz (Erdgeschoß) – Moritzstraße 20 – 09111 Chemnitz – Beginn 19.00Uhr

 

Sie können den Titel
 
entweder bei Ihrer Buchhandlung
oder bei http://www.buchhandel.de/detailansicht.aspx?isbn=978-3-88975-157-7
oder direkt beim Verlag zambon@zambon.net
kaufen.

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