Ottobre 2004

enzo due mesi fa

“Mi sa che, come diceva Graham Greene nel Tranquillo Americano, non sono adatto a fare il giornalista – al massimo il reporter. Come uomo, ho il cuore infranto. Come reporter, ho un culo incredibile. E in fondo non è così sicuro che i reporter siano uomini.” Enzo B. – Reporter

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atrocità dei coloni, ucciso pastore dissanguato

I coloni hanno impedito di soccorrere in tempo il palestinese assassinato ieri
 
Tel Aviv, – Stando al quotidiano Haaretz, il palestinese assassinato ieri da un colono in un insediamento illegale nei Territori occupati della Cisgiordania era già morto all’arrivo dell’ambulanza, perché i complici dell’assassino, altri coloni, hanno impedito ai soccorsi di arrivare in tempo. Tra coloni e soldati, giunti sul luogo, ci sarebbero stati persino dei tafferugli. 

pare che il palestinese ucciso, un ragazzo di 18 anni, si si avicinato agli insediamenti per riprendere delle pecore che stava pascolando

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Arafat, the family

costretto alla prigionia dall’esercito israeliano fra le macerie di un palazzo distrutto a Ramallah,
per 4 anni Arafat non ha potuto incontrare la moglie Suha e la figlia Zahva.
 
Ha ricevuto ieri la loro visita  dinnanzi al suo capezzale.
 
ma pare troppo tardi.

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Arafat ricoverato a Parigi. I medici parlano di «problemi nel sangue»

L’immagine è di quelle che segnano la fine di un epoca e il tramonto di un leader. A mandarla in onda è la televisione palestinese. Abu Ammar ha smesso la divisa e la kefyah a cui da sempre era legata la sua immagine: quella del condottiero vincente, del simbolo vivente dell’irredentismo palestinese. Agli occhi di palestinesi, israeliani, del mondo intero appare un Arafat magro ma sorridente, con una barba bianca, seduto fra i suoi medici. Indossa un pigiama azzurro e un berretto. Sarà quest’uomo malato, costretto sulla sedia rotelle, che stamani alle 6:30 abbandonerà la Muqata, il quartier generale di Ramallah dove, su imposizione di Israele, l’anziano raìs ha vissuto come un prigioniero per quasi tre anni. Ad attenderlo, nel piazzale del compound, ci saranno due elicotteri dell’aviazione militare giordana che porteranno Arafat e il suo seguito ad Amman, dove l’anziano raìs sarà imbarcato su un areo francese alla volta di Parigi. Ed è lì, in un ospedale della capitale francese, che «Abu Ammar» combatterà l’a più difficile tra le battaglie, quella tra la vita e la morte.

 

Ad accompagnarlo in questo «viaggio della speranza» è la moglie Suha, giunta ieri pomeriggio da Parigi dove vive da tempo. Le telecamere delle televisioni di mezzo mondo hanno seguito a lungo la sua automobile con le tendine chiuse che lasciavano trapelare solo qualche ombra. Il presidente palestinese e sua moglie non si vedevano da quasi quattro anni, dall’esplosione della seconda Intifada. Israele ha dato il suo assenso al trasferimento del raìs gravemente malato e sarebbe disposto, dichiara Dov Weisglass, capo di gabinetto del premier Ariel Sharon, anche a consentire ad Arafat di rientrare nei Territori. In Cisgiordania e Gaza però non pochi ritengono che questo sia l’ultimo viaggio del presidente. È una folla muta di palestinesi con il volto segnato dalla tristezza e rigato dalle lacrime, quella riunita dall’altra notte davanti all’ufficio di Arafat in attesa di informazioni più precise sulle condizioni di salute dell’anziano raìs. Le notizie confortanti, su lievi segni di ripresa mostrati dal settantacinquenne presidente palestinese, sono immancabilmente seguite da voci di un aggravamento delle sue condizioni. Speranza e disperazione si alternano per tutta la giornata. L’ipotesi di un male terribile che sta uccidendo Arafat si fa più concreta nel corso del pomeriggio, dopo gli esami condotti dai medici giordani ed egiziani giunti alla Muqata. «Ha problemi nel sangue, la causa non è nota», rivelano, in condizioni di anonimità, alcuni funzionari palestinesi a contatto con i sanitari. La strada di Parigi si è fatta obbligata per Arafat poiché l’ospedale di Ramallah non è attrezzato per le cure necessarie. Il presidente palestinese lascia con riluttanza la Muqata e, soprattutto, la sua terra dove era rientrato dieci anni fa e in cui spera di poter far ritorno. In questi giorni ha ripetuto di voler morire come «shahid» (martire) nel quartiere generale di Ramallah, divenuto il simbolo della resistenza di «Mr.Palestine».

I palestinesi temono per la sua sorte e in tanti hanno seguito il viavai di notabili e uomini politici alla Muqata nella speranza di ascoltare qualche «buona notizia». «Sto pregando Dio per salvarlo, non voglio che muoia, lui è la nostra forza il nostro futuro», dice Dima Nassar, 16 anni, con il velo islamico e gli occhi gonfi di pianto. Di Arafat la ragazza ha conosciuto solo gli ultimi turbolenti anni, quelli della prima e della seconda Intifada, non lo ha visto alla guida dei fedayn lungo la frontiera tra la Giordania e Israele e nemmeno sulla nave dell’esilio che nel 1982 da Beirut lo portò a Tunisi. Era solo una bimba ai tempi della storica firma degli accordi di Oslo (1993). «In casa – aggiunge Dima – siamo tutti sostenitori del presidente, io sono una ragazzina ma mio padre e i miei fratelli più grandi mi hanno sempre parlato di lui e delle sue azioni a favore del popolo palestinese».
Ramallah è rimasta tranquilla. In centro la gente ha affollato i negozi colmi di dolci, datteri e altra frutta secca tipica del mese di Ramadan. I ragazzi sono andati a scuola regolarmente. Le radioline però sono rimaste sempre accese, in ogni casa, in ogni luogo di lavoro, sintonizzate sulle frequenza di Voce della Palestina, la radio dell’Autorità nazionale palestinese che sta seguendo dall’altra notte, con lunghe dirette dalla Muqata, l’evolversi della situazione. A Ramallah, come in tutti i Territori, si respira un’atmosfera fatta di mestizia, di dolore. E di timore per un futuro reso ancora più incerto dall’uscita di scena del vecchio presidente. «La gente ha paura di una possibile instabilità politica e s’interroga su chi succederà ad Arafat«, dice Aziz Halawah, proprietario di una pasticceria nel centro di Ramallah.
Ufficialmente, il tema della successione al presidente Arafat continua in casa palestinese a rimanere tabù. Dietro le quinte tuttavia i massimi dirigenti dell’Olp e dell’Anp discutono di tutte le eventualità, inclusa quella della nomina di un presidente provvisorio.

Accanto alla successione «istituzionale» c’è però anche quella politica, che scaturirà dai rapporti di forza tra quei dirigenti palestinesi che in questi ultimi anni sono riusciti a creare delle proprie correnti all’interno di Al Fatah, il movimento di maggioranza, e persino delle vere e proprie milizie attraverso le quali dettare legge nei Territori. Le maggiori fazioni palestinese, comprese Hamas e la Jihad islamica, promettono di rispettare, nel nome di Arafat, l’imperativo della coesione nazionale. Questo nell’immediato. La soluzione transitoria più probabile, concordano gli analisti palestinesi, è quella che dovrebbe portare alla designazione dell’ex premier Mahmud Abbas (Abu Mazen) come presidente a interim in quanto Segretario generale del Consiglio eseutivo dell’Olp, che equivale a «numero due» di Arafat. Ma nei Territori sono in molti a temere che questa transizione indolore, destinata a portare alle elezioni del nuovo presidente e a quelle politiche generali, avrà un peso solo nella fase immediatamente successiva all’eventuale uscita di scena di Arafat. Subito dopo potrebbe scatenarsi la lotta per la conquista del potere effettivo. Una lotta all’ultimo sangue.

www.unità.it

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Israele pensa già alla sepultura di Arafat, dove e come

senza pietà

Tel Aviv. Le forze di difesa israeliane si preparano da tempo a gestire il ‘dopo Arafat’, il rischio cioe’ di situazioni di emergenza provocate dall’eventuale scomparsa del leader palestinese. Il piano su cui il comando centrale delle forze armate ha lavorato negli ultimi 12 mesi – scrive oggi ‘Ha’aretz’ sul suo sito – ha un nome, ”Una nuova foglia’, e non trascura nessun dettaglio: nel corso della sua elaborazione si e’ anche discusso di un possibile luogo di sepoltura per il leader dell’Anp. Lo stesso Arafat aveva una volta espresso il desiderio di poter essere sepolto sul Monte del Tempio, a Gerusalemme, una richiesta che difficilmente potrebbe essere accolta da Israele, osserva il quotidiano. Due le ipotesi allora prese in considerazione nel piano israeliano: la prima quella di seppellirlo a Abu Dis, alla periferia di Gerusalemme est, da dove e’ possibile vedere il Monte del Tempio. La seconda di seppellirlo nella Striscia di Gaza. I militari israeliani hanno persino individuato un posto specifico a Abu Dis: e il tracciato del Muro di separazione e’ tale da lasciare quel preciso punto in territorio palestinese.

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Processo andreotti: sei un mafioso!

Il settimanale Diario riassume la situazione di Andreotti:
La sentenza della Cassazione del 15 ottobre scorso
afferma:
che l’imputato ha intrattenuto fino al 1980 “amichevoli e
dirette relazioni con gli esponenti di spicco della
cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra”.
“Che il senatore Andreotti ha avuto piena
consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano
amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi”.
“Che ha omesso di denunciare le loro responsabilita’, in
particolare in relazione all’omicidio del presidente
Mattarella (della Regione Sicilia nda), malgrado potesse,
al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”.
“I fatti non posso interpretarsi come una semplice
manifestazione di un comportamento solo moralmente
scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma
indicano una vera e propria partecipazione alla
associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel
tempo.”
Andreotti e’ stato assolto perche’ i reati, provati, sono
stati commessi prima del 1980 e quindi caduti in
prescrizione.
Che soddisfazione poter urlare “Andreotti mafioso” con
l’avvallo della Corte di Cassazione.
Andreotti sei un mafioso.
Che vergogna tutti i giornalisti del TG nazionali che
hanno invece titolato: “Assolto Andreotti dalle accuse di
mafia”.

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cancellato una parte del debito del Congo

L’Italia ha cancellato una parte del debito estero della
Repubblica democratica del Congo.
Questa seconda tranche da 45 milioni di euro ne segue
una precedente da 569 milioni di euro nel 2003.
Entro il 2006 il debito verra’ cancellato completamente,
per un totale di 1,3 miliardi di euro.
Dall’ottobre 2001 l’Italia ha firmato 31 accordi bilaterali
di cancellazione debitoria con 22 paesi, per un
ammontare complessivo di circa 2,5 miliardi di euro.
(Fonte: www.Adnkronos.it )

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La nave fantasma e Mai morti

Antifascismo a teatro
“I me ciamava per nome: 44.787”, tratto dalle testimonianze di ex deportati sulla Risiera di San Sabba a Trieste, e lo scandaloso “Mai morti”, monologo sulle barbarie fasciste passate e presenti, interpretato da un eccezionale Bebo Storti.
Sono due degli spettacoli in programma per la quarta stagione del Teatro della Cooperativa di Milano, dedicata al Sessantesimo Anniversario della Liberazione. Il 4 novembre, prima assoluta de “La nave fantasma”, spettacolo che affronta il tema dell’immigrazione attraverso il racconto del tragico naufragio in cui, al largo delle coste siciliane, la notte di Natale del 1996, trovarono la morte 283 persone: in scena, Bebo Storti e Renato Sarti, regista e direttore artistico, in una sorta di cabaret-tragico, estremo, scioccante, tentano di capire come sia stato possibile che due Governi (quello Prodi e quello Berlusconi) abbiano volutamente ignorato la tragedia.

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Allerca: eccovi il gatto clonato

Un’azienda di biotecnologia della California, la Allerca, ha cominciato a prendere gli ordini per un gatto che non provoca allergie nelle persone. Il gatto nascerà nel 2007; secondo i creatori, ha un enorme mercato potenziale: il 10 per cento della popolazione Usa soffre di allergie da animali domestici, ma vive lo stesso “grazie a farmaci o a costose cure mediche” in compagnia di questi animali. Molte famiglie con bambini potrebbero avere così un piccolo animale domestico senza rischiare. Ma quale razza di gatto modificare geneticamente per renderlo ipoallergico? L’ingegneria genetica non sembra avere confini, ma la scelta iniziale è caduta sullo Shorthairs britannico, considerato un animale domestico ideale. Per comprarne uno occorre depositare una caparra di 250 dollari e aspettare due anni. Poi spenderne 3.500. Un bel business per l’azienda californiana, che pensa di venderne circa 200.000 l’anno. Proteste degli animalisti permettendo.

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momenti di trepidante attesa (insciallah Arafat quaiss)

insciallah il Rais di Palestina,

il simbolo carnale della lotta di liberazione palestinese,

domani presti ancora alla sua gente il sorriso coinvolgente che un inno alla speranza per la sua gente.

insciallah.

 

perchè pensare ad una Palestina senza + Arafat

sarebbe come immaginare la bandiera palestinese senza colori,

solo un rosso sangue dominante.

 

insciallah

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Arafat, il leader indiscusso

Arafat, il leader indiscusso
della lotta palestinese

Yasser Arafat

ROMA – Arafat è nato il 24 agosto 1929 al Cairo, ma lui sostiene di esser nato il 4 agosto dello stesso anno a Gerusalemme e alcune biografie ne attribuiscono i natali a Gaza o in altre località. Anche il suo nome sarebbe Mohammed o Abdul Rahman e Yasser solo un nomignolo familiare.

La sua adesione alla causa palestinese risale ai primi anni Cinquanta, quando frequenta l’università al Cairo. Nel 1956 partecipa alla guerra di Suez nelle fila dell’esercito egiziano.

Successivamente va in Kuwait e fonda nell’ottobre 1959 Al Fatah, un movimento di liberazione che, dopo la creazione dell’Olp nel 1964, ne diventerà la principale componente. Entra in clandestinità e riappare, dopo la guerra del 1967, con il nome di battaglia di Abu Ammar.

Supera indenne il ‘settembre nero’ del 1970, quando re Hussein scatena una repressione militare contro i feddayn e lo caccia dalla Giordania: il quartier generale dell’Olp si trasferisce a Beirut. L’invasione israeliana del Libano nel 1982 lo costringe a spostare la direzione Olp a Tunisi.

Musulmano sunnita, nel 1992 sposa la propria assistente, la cristiana Suha Tawil, da cui ha una figlia.
Nel settembre 1993, dopo trattative segrete tra Olp e Israele mediate dalla Norvegia, riesce ad arrivare alla storica firma della Dichiarazione di principi comune e alla indimenticabile stretta di mano con il premier israeliano Yitzhak Rabin a Washington, che gli vale il Nobel per la pace.

Nel 1994, dopo 27 anni di esilio, Arafat torna nei territori palestinesi e alla guida dell’Anp, nata in seguito agli accordi di Oslo. Nel 1996, con l’87,1% dei voti, è eletto presidente dell’Anp.

 

Dopo il fallimento degli accordi di pace di Wye Plantation e con l’inizio della seconda Intifada, nel settembre 2000, la leadership di Arafat viene apertamente messa in discussione da Israele e dagli Stati Uniti, che lo accusano di incoraggiare il terrorismo, e anche da settori palestinesi: quelli radicali che lo considerano troppo ‘morbido’ e quelli che denunciano la corruzione della sua gestione politica e chiedono una riforma dell’Anp.

Dal dicembre del 2001, Arafat viene tenuto confinato nel suo quartier generale di Ramallah, che fino a maggio 2002 viene assediato dai carri armati israeliani per rappresaglia contro i crescenti attentati esplosivi che Israele gli rimprovera di non fermare.
Sotto la pressione degli Stati Uniti, ideatori della “road map” per la pace in Medio Oriente, nel marzo 2003 Arafat nomina primo ministro palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas), considerato un interlocutore più credibile per i negoziati. Tra Arafat e il premier da lui designato si creano però da subito dei contrasti sulla linea da tenere, interpretati dagli osservatori come la dimostrazione che il vecchio rais non ha nessuna intenzione di vedere scavalcata la sua leadership.
Il 6 settembre dello stesso anno Abu Mazen si dimette e il rais lo sostituisce subito con Abu Ala (Ahmed Qrea), presidente del parlamento palestinese e architetto degli accordi di Oslo sull’autonomia della Palestina. Pochi giorni dopo il governo israeliano decide di espellere il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) dai Territori, provocando grandi manifestazioni di protesta da parte dei suoi sostenitori. Arafat in risposta al provvedimento afferma: “Nessuno mi caccerà

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“Massimo Ferrario, direttore di Rai 2, è stato accoltellato

“Massimo Ferrario, direttore di Rai 2, è stato accoltellato
insieme alla moglie, mentre dormiva. Sono restati
sconvolti doppiamente quando accendendo la luce
grondanti di sangue, per le ferite al viso e al collo, hanno
scoperto che l’accoltellatore era il loro figlio di 17 anni.
Se ne stava impietrito con un coltello e un’accetta in
mano. Per fortuna le ferite riportate dai Ferrario sono
state ritenute guaribili in 20 giorni.
Ora lo so che in questi casi la buona educazione
richiederebbe di starsene in silenzio. Ma non riesco.
Non ti sembra simbolico che uno che ha la responsabilità
etica di comunicare cultura a milioni di italiani sia
riuscito a non comunicare con suo figlio talmente tanto
da non accorgersi che era completamente impazzito?
C’è un nesso tra i destini privati di un alto dirigente e il
fatto che Rai dedichi così poco spazio al parto dolce,
all’allattamento, al far dormire i bambini insieme ai
genitori nel lettone (invece di segregarli in una stanzetta
singola), a esperimenti di asili e scuole che rispettino la
creatività e l’emotività dei bambini, a storie positive e
buone notizie?
Allora, non è che produrre cultura di serie C fa male alla
salute psichica dei tuoi familiari?
Lo so che questo discorso è fastidioso e che può
succedere anche a me che mi impazzisca una figlia, e
magari Ferrario è stato veramente un padre amorevole ed
empatico. Non so niente di lui. Mi limito a leggere
l’agghiacciante linguaggio delle coincidenze”

La Redazione: Simone Canova, Jacopo Fo, Gabriella Canova, Maria Cristina Dalbosco

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Francia: Pet Therapy

Pet Therapy
In Francia sono ormai 60 gli ospedali che utilizzano gli animali nelle terapie di recupero, soprattutto di bambini.
Recenti studi hanno dimostrato che chi possiede un animale domestico va dal medico fino a 20 volte in meno di chi non lo ha.
(Fonte: www.Ansa.it )

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