Ottobre 2004

Coldiretti: dichiarare il proprio territorio libero da Ogm

Con la delibera adottata dalla giunta regionale della Liguria salgono a tredici le Regioni, sei di centrodestra e sette di centrosinistra, che hanno adottato o stanno per adottare provvedimenti per dichiarare il proprio territorio libero da Ogm.
Sembra dunque che stia avendo successo la campagna Liberi da Ogm sostenuta dalla Coldiretti, che ha portato in meno di un anno oltre 1300 comuni e la maggioranza delle regioni a tutelare il proprio territorio dai rischi di contaminazione da biotech.
Fonte: www.Greenplanet.it

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Sharon e il destino di tutti i frankenstein

Sharon li ha creati,
imprimendo in loro la sua immagine e sembianza,
 essi, i sionisti più estremisti,
i coloni più malvagi e crudeli, hanno sempre serbato per il loro ispiratore rispetto e  fedele sudditanza,
la giusta allenza di una politica di conquista ad ogni costo,
senza alcuna remora nello sterminare giorno per giorno il popolo palestinese occupato.
 
Ora come tutti i   frankenstein
i mostri creati da una mente malata,
si ribellano al loro creatore e minacciano della stessa violenza che per anni sharon ha insegnato loro.

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Pregare per la morte di Sharon”

Annuncio shock di un rabbino: “Pregare per la morte di Sharon” 

REDAZIONE

 

Terrorismo, religione, politica e magia. C’è un po’ di tutto nell’annuncio del rabbino israeliano Yosef Dayan, che in diretta tv ha minacciato una cerimonia religiosa per chiedere a Dio di porre fine all’esistenza del premier dello Stato ebraico Ariel Sharon.
Il rabbino contesta al capo del Governo il suo piano di smantellamento delle colonie dalla Striscia di Gaza.
L’esponente religioso, dicono le cronache e forse anche le leggende metropolitane, aveva già svolto il macabro rituale nel 1995. A quell’epoca invocava il passaggio a miglior vita del premier Yitzhak Rabin, che fu “infatti” assassinato qualche tempo dopo.

Inutile dire che la magistratura israeliana ha aperto un’inchiesta. I giudici e la polizia stanno inoltre indagando sulle minacce di morte ricevute da Sharon e da alcuni componenti della “Commissione per il Disimpegno” negli scorsi giorni.
La scorsa settimana il capo del Governo aveva espresso tutta la sua preoccupazione per l’estremismo della destra religiosa. Alcuni militanti hanno infatti recentemente minacciato un’insurrezione armata contro un’eventuale approvazione del piano di ritiro da Gaza. “C’è il rischio concreto di una guerra civile”, aveva affermato Sharon

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Israele: in grave pericolo la vita di Ariel Sharon

Israele: in grave pericolo la vita di Ariel Sharon  

REDAZIONE

 

La vita del premier israeliano Ariel Sharon è in pericolo. L’ennesimo allarme per l’incolumità del primo ministro arriva questa volta dal capo del principale partito di opposizione. Il massimo esponente dei laburisti, Shimon Peres, non ha nascosto le sue gravi preoccupazioni, spiegando che il clima che si vive oggi in Israele è molto simile a quello che si respirava alla vigilia dell’attentato che ferì a morte l’allora premier Yitzhak Rabin.
“Temo per la vita di Sharon – ha affermato Peres – gli incitamenti alla violenza sono terribili come nei giorni che precedettero l’assassinio di Rabin”.

Il pericolo non arriva dal terrorismo islamico, bensì da quello interno, dai gruppi extra parlamentari della destra religiosa israeliana, che si oppongono al piano di ritiro da Gaza del primo ministro.
Il Governo ha infatti deciso che i coloni che vivono da moltissimi anni negli insediamenti dovranno lasciare entro il prossimo luglio le loro abitazioni e, se non lo faranno, saranno sgomberati con l’uso della forza. Un progetto aspramente condannato dai partiti dell’estrema destra.

Poco più di un mese fa il rabbino Yosef Dayan arrivò addirittura a minacciare una cerimonia religiosa per chiedere a Dio di porre fine all’esistenza di Sharon.
La magistratura israeliana ha da tempo aperto un’inchiesta in merito alle numerose minacce ricevute dal primo ministro e da diversi esponenti della “Commissione per il Disimpegno”.
La situazione è molto più grave di quanto si possa immaginare, qualche settimana fa lo stesso Sharon, proprio commentando il suo piano di ritiro dalla Striscia di Gaza, parlò del “rischio concreto di una guerra civile”.

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i veri obiettivi di sharon

Il premier israeliano Ariel Sharon ha annunciato due giorni fa alla Commissione esteri del Parlamento l’intenzione di abbandonare la striscia di Gaza, smantellando le colonie illegali, a cominciare dal maggio 2005 entro dodici settimane. Esponenti palestinesi hanno espresso la preoccupazione che Sharon intenda lasciare l’area dopo averla distrutta. Non sarà quindi la riedizione del ritiro dal Libano meridionale, ma bensì un’altra Quneitra, la città del Golan restituita alla Siria dopo aver dinamitato tutto meticolosamente, trasformandola in un monumento al crimine.

Dow Weisglass, consigliere di Sharon, in una recente intervista a un quotidiano del suo Paese, non ha nascosto che i veri obiettivi del ritiro sono quelli di impedire la nascita dello Stato palestinese indipendente, definire i suoi confini, affrontare lo status di Gerusalemme e parlare della sorte dei profughi palestinesi. Si tratta delle questioni fondamentali, materie rispetto alle quali lo Stato ebraico ha una posizione di totale e assoluto rifiuto. 

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Fanciulle e guerrieri, di Israel Shamir

Non e’ molto divertente essere un musulmano in occidente, oggi. E neanche essere scambiato per uno di essi. L’ ho provato sulla mia pelle mentre ero in volo per gli USA. Avendo un aspetto mediterraneo, compresi i baffi, mi fu chiesto da un funzionario della dogana se leggessi molto il Corano. Una carta stropicciata con un fumetto sembrò al funzionario un’istruzione per pregare a bordo dell’aeroplano, probabilmente gridare Allahu Akbar ed attaccare l’equipaggio. “Non me la conti giusta”, concluse. Fui preso alla sprovvista. Noi israeliani siamo piuttosto simili – per quello che concerne i tratti del viso – ai nostri fratelli palestinesi. Vengo scambiato spesso per palestinese da entrambe le parti, ma non mi aspettavo che i funzionari dell’immigrazione USA imitassero la polizia di frontiera israeliana.

Mi venne in mente di dire: “Non sono musulmano”. Non mi sembrò giusto. Nella Danimarca occupata del 1940, i tedeschi ordinarono agli ebrei di indossare la Stella di Davide gialla. Il re del paese, in segno di solidarietà con i suoi sudditi ebrei, indossò a sua volta quella stella. Ed io dovrei fallire questo esame di comune umanità e dichiarare la mia origine kosher non-musulmana? Sarebbe stato come se io stesso avessi sacrificato un musulmano. Cercai un compromesso: “Non leggo molto il Corano”, dissi. Il funzionario, un certo Gomez, un uomo grosso e nero, non si addolcì. “Ma leggi il Corano?”. “Occasionalmente”, provai nuovamente. Questa pusillanime risposta fu l’inizio della mia rovina. Fui perquisito, abusato verbalmente, ogni pezzo del mio bagaglio fu ripetutamente ispezionato.

Non m’importa dell’affronto personale. Nel 1812, un soldato francese per le strade della Mosca occupata sbarrò il passo a Pierre Bezuchov, il nobiluomo russo di Guerra e Pace, di Tolstoj. “Il soldato ha fermato la mia anima immortale”, pensò Bezuchov, e rise. San Francesco d’Assisi trovò una gioia ancora maggiore nell’essere respinto all’ingresso di un monastero, in una notte fredda e piovosa. Un po’ di umiliazione fa bene all’anima, spiegò al suo compagno San Bernardo.

E’ molto più disturbante vedere l’Islam come l’accusato nella cultura giudeo-americana. Sui giornali USA e su internet sono tornati in voga dibattiti teologici con una vendetta acuta come non mai, dopo una pausa di otto secoli. Persino i buoni amici dei musulmani cominciano ad esitare, mentre il potente lavaggio del  cervello produce i suoi detestabili risultati. L’Islam viene accusato di essere la fede del jihad, la guerra permanente contro gli infedeli, di intolleranza e di crudeltà, e di fornire basi teologiche al terrorismo. Le insinuazioni non si fermano alla politica.
I semi-analfabeti crociati del 12esimo secolo accusavano i musulmani di fare orge di fronte alla loro divinità, Baphomet (una corruzione del nome del Profeta). L’ultimo attacco frontale all’Islam nella pubblica opinione americana ha assunto divertenti sottintesi sessuali. L’appello a bombardare senza pietà Afghanistan, Iraq, Siria e Palestina di solito contiene anche una pesante disapprovazione delle usanze sessuali del Profeta  e del presunto maltrattamento inflitto dai musulmani alla loro controparte femminile.

L’amore del profeta per la sua giovane sposa, Aisha, causa molta costernazione in America; quasi cinquant’anni dopo che la Corte Suprema ha rimosso la messa al bando dell’ode all’amore adolescenziale, Lolita di Nabokov. Agli accusatori non importa che Mohammad amasse Aisha e fosse da lei riamato. Essi sanno molto meglio ciò che e’ bene per ciascuno. Se il Profeta avesse scelto un giovane dell’età di Aisha, probabilmente il timore dell’omofobia avrebbe ammorbidito i toni, ma il Profeta aveva abitudini ortodosse. Modesto scolaro talmudico di Jaffa, lo difenderò in nome della nostra tradizione ebraica. Mohammad (pace sia su di lui) si comportò secondo la lettera e lo spirito della nostra santa fede. Il biblico Giacobbe si innamorò di Rachele quando questa aveva solo sette anni, e da lei ebbe origine una linea di santi che include Maria, la madre di Cristo. […] Aveva più di una moglie, continuano gli accusatori. Beh, la legge mosaica ci permette di avere quante mogli desideriamo. In realtà, al musulmano e’ posto un limite e delle costrizioni che noi ebrei non abbiamo.

Il presunto barbaro costume musulmano di velare le donne e tenerle lontane degli sguardi lussuriosi degli estranei scoccia molto gli accusatori di oggi. Un fedele lettore del Washington Post presume che gli USA hanno attaccato l’Afghanistan per far cadere i veli a suon di bombe. Come primo risultato della “vittoria” americana in Afghanistan, la CNN ha presentato la vendita di materiale osceno nella Kabul colpita.
Anche in questo caso, la nostra legge ebraica resiste fermamente al fianco dei talebani. Un saggio talmudico, Rabbi Isaac, insegnò: se si guarda il dito piccolo della donna, e’ come se si guardasse alla sua “sai cosa”. Rabbi Hisda disse malinconicamente: la gamba di una donna e’ senza dubbio un incitamento. Rabbi Sheshet migliorò la frase, ricordando che anche i capelli della donna sono un incitamento sessuale. Ecco perché le ebree ortodosse e pie indossano la parrucca. E quel maestro di supremazia maschile che risponde al nome di Samuel, sorpassò entrambi quando disse che anche la voce di una donna e’ un incitamento sessuale, secondo la citazione delle Scritture: “dolce e’ la tua voce”. La conclusione del dibattito fu la regola kvod bat ha-melech pnima, cioè che una ebrea pia dovrebbe stare in casa, che e’ l’idea dei talebani, o abbastanza vicina ad essa.

I nemici dell’Islam non oserebbero attaccare la nostra fede ebraica nonostante che tutte le caratteristiche dell’Islam che essi dichiarano di aborrire si trovano anche nel giudaismo. Ciò va oltre le questioni di carattere sessuale. Il jihad non e’ che il termine arabo del concetto ebraico di Milhemet Mitzva, la Guerra Comandata (o Preordinata). I due concetti differiscono in questo: nel jihad, non e’ permesso uccidere civili, mentre nel mitzva e’ ordinato di farlo. Guardate il Pentateuco e lo troverete senza sforzo. Il Profeta, pace su di lui, addolcì questo messaggio.

Se pensate che l’Islam sia intollerante, lasciate che vi citi la storia scritta dal “perfetto saggio ed eccellente dottore in medicina Samuel Sholem di Costantinopoli, capitale del grande Re, il nostro governatore, il potente sultano Solimano”, su Rabbi Isaac Campanton (morto nel 1463), rabbino capo della comunità castigliana, la più illuminata comunità ebraica di tutti i tempi. Sholem scrive; “Il grande rabbino, l’onorevole Isaac Campanton, bruciò il rabbino Samuel Sarsa sul rogo. Una volta, i rabbini si erano radunati per annunciare un contratto di matrimonio. essi lessero “tale e tale anno fin dalla creazione del mondo” e questo Sarsa si pose la mano sulla barba alludendo all’esistenza del mondo fin da tempi immemorabili. Il rabbino Campanton si alzò in piedi ed esclamò: Perché questo cespuglio non si e’ ancora consumato? Che bruci!”. Lo condannarono a morte perché aveva negato che la Creazione avesse avuto luogo 5000 anni fa, e lo bruciarono sul rogo”.

Se credete che l’Islam sia la ragione del terrorismo dei musulmani, allora il giudaismo e’ la ragione del terrorismo ebraico. Fino ad oggi, i musulmani sono riusciti ad assassinare un solo ministro israeliano. Quando invece noi ci occupiamo di terrorismo privato (opposto a quello di stato), i miei santi antenati assassinarono due zar russi, ed una sfilza di ministri, funzionari, ambasciatori e statisti di Gran Bretagna, Germania,  Svezia, Russia e paesi arabi. Fino ad oggi, il nostro record di terrorismo e’ imbattuto, e, da fiero ebreo, respingo i futili sforzi fatti per passare lo scettro ai musulmani o a chiunque altro.

In America, gli ebrei non possono sbagliare, e chiunque pensi il contrario e’ definito anti-semita o ebreo che si auto-odia. Dimostrando le origini ebraiche delle presunte colpe dell’Islam, abbiamo dimostrato che coloro che colpiscono l’Islam sono anti-semiti e probabilmente negazionisti [dell’Olocausto] camuffati. Chiunque ne dubiti, guardi il Washington Post del 27 novembre. L’editoriale dell’ex-capo della CIA James Woolsey e’ accompagnato dall’immagine isterica e ritoccata del bestiale e demoniaco semita, dalla pelle bruna, labbra carnose, crudele e selvaggio. Der Sturmer, il quotidiano nazista, l’avrebbe apprezzato. Anche il contenuto dell’editoriale si adatta perfettamente a Der Sturmer. Woolsey, nell’ articolo orwellianamente intitolato “Obiettivo: democrazia”, invita a “bombardare le difese irachene aeree e terrestri, come abbiamo fatto in Afghanistan”.

Il grande commediografo russo, Anton “Il Gabbiano” Chekov, stabilì le regole della scena: se c’e’ un fucile appeso alla parete nel primo atto, esso sarà usato nel terzo atto. La vita imita il teatro o, per dirla come Shakespeare, questo mondo non e’ che un palcoscenico. Il fucile dell’anti-semitismo ha sparato, come era da aspettarsi, ma ha colpito i veri semiti, gli arabi. Paradossalmente, tra i nuovi anti-semiti vi sono persone con nomi ebraici, o noti per le loro simpatie verso Israele. Come può essere? 

Torniamo all’adagio dei nostri saggi sui pedofili e sui proseliti. La fede ebraica e’ estremamente sospettosa dei proseliti. Sono come piaghe sulla testa di Israele, insegnava rabbi Helbo, ela pratica moderna supporta la sua dotta opinione. L’ebraismo e’ troppo complicato per essere ricevuto in età matura. Gente nata e cresciuta con la religione ebraica si abitua a considerarsi parte del Popolo Eletto, e riescono a gestire la cosa con disinvoltura, ma i neofiti sono presi da vertigini al solo pensiero.

Non e’ strano. Il vero aristocratico inglese Tony Benn supporta i diritti della gente comune, mentre il parvenu di recente conversione, Conrad Black, promuove l’oppressione di europei e musulmani al tempo stesso dalle colonne dei suoi numerosi giornali. Alcuni dei peggiori razzisti di Hebron, la linea di frontiera dell’apartheid israeliano, sono in realtà proseliti che hanno preso alla lettera alcune rischiose idee bibliche. Si guardi al convertito gentile americano nazista che ha preso il nome di Eli Hazeev (il lupo) e che e’ stato ucciso dalla guerriglia palestinese, o al flagello del ciberspazio, il dottor Andrew Mathis, che si e’ convertito ed ha cominciato a difendere la sua personale visione del giudaismo su vari siti internet. Alcuni non-ebrei sono comprendono che il giudaismo e’ una religione interamente interpretata/ commentata, in cui nessuna parola biblica può significare ciò che sembra voler dire in realtà.

Una lettrice mi ha inviato una lettera disturbante: “Mia sorella si e’ convertita al giudaismo alcuni anni fa (sebbene fossimo WASP) e sta oltrepassando i limiti. La scorsa notte, quando le chiesi si mettere fine alla sua negrizzazione degli arabi  abbastanza a lungo da permettermi di farle un altro esempio … ogni volta nella storia … in cui Israele ha fatto qualcosa di sbagliato … qualsiasi cosa, il massimo che lei può dire e’ parlare di “danni collaterali” – cioè il non intenzionale bombardamento di civili quando intende colpire un obiettivo “legittimo”. Mia sorella e’ molto attiva nella comunità ebraica di St.Louis, e forse nella posizione di fare molti danni alle ultime chance  rimaste per la pace nel mondo”.

Sì, rabbi Helbo aveva ragioni fondate per i suoi sospetti. I veri ebrei sapevano di vivere in un mondo reale, e confinavano le loro fantasie allo shabbath. Rimasero umili, studiarono il Talmud e non cercarono l’equivalente moderno di Amalek o della Giovenca Rossa, allo scopo di impossessarsi con la forza o con l’inganno della Terra Santa, né di predicare l’odio verso i gentili. Lo sapevano: questi concetti devono restare intoccabili come i files nascosti del sistema Windows. Ci sono per motivazioni storiche e non bisogna andare a ficcarvici il naso. Ai neofiti manca l’abilità per fare queste importanti distinzioni.

Non e’ una questione di razza: i neofiti, sia di estrazione ebraica che gentile, sono ugualmente ciechi di fronte alla ragione. Ecco perché i feroci neo-cons americani, i supremazisti israeliani di estrazione gentile come Jeanne Kirkpatrick e gli ebrei secolari come il famigerato Norm Podhoretz, invocano senza posa la distruzione del mondo islamico ed avvelenano la mente degli americani.

L’Islam e’ una forma di Cristianesimo particolarmente vicina al Giudaismo. Mentre la Chiesa Orientale Ortodossa e’ stata influenzata dalla cultura greca, e quella Cattolica dal mondo romano, l’Islam ha riportato l’idea della cristianità al suo ambiente semita. Il Profeta, la pace sia su di lui, confermò i  concetti giudaici di stretto monoteismo, di rifiuto delle immagini, di protettività verso le donne e li integrò con il messaggio universale di Cristo e dei suoi apostoli. I codardi nemici dell’Islam infangano questa fede  perché temono ed invidiano il suo spirito indomito, il valore dei suoi guerrieri e la castità delle sue fanciulle.

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Brasile: Lula, gli ogm e l’ambiente

Brasile
Lula, gli ogm e l’ambiente

Tra gli ambientalisti brasiliani e il governo di Lula non corre buon sangue. A Brasilia infatti sembra passato un secolo dalla gloriosa campagna elettorale che portò Lula alla presidenza con il sostegno di verdi, attivisti per i diritti umani e il movimento dei senza terra. A due anni da quelle elezioni l’elenco delle lamentele ambientaliste sembra non aver fine.

C’è il caso più famoso, quello degli organismi geneticamente modificati, fatti entrare nel paese nonostante le promesse elettorali e la mancanza di dati certi sul loro impatto ambientale. Ma anche sul versante energetico e di riduzione dell’inquinamento le cose non vanno meglio. “Senza badare ai danni ecologici e sociali, la sinistra al governo continua a finanziare la costruzione di grandi dighe”, scrive Carta Capital. “E perfino la comunità internazionale si è lamentata per i deboli investimenti nelle fonti rinnovabili”.

Ulteriore buco nero dell’amministrazione Lula: la foresta amazzonica. Nel 2004 gli incendi dolosi in aree protette sono aumentati del 13 per cento, per un totale di 23.750 chilometri quadrati di foresta disboscati contro i 14.242 del 1990. E questo nonostante sia stato istituito un apposito organismo per la lotta alla deforestazione

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Abou Mossaab Zarkaowi, Aiman Al-Dhawahiri, Oussama Bin Laden:

Abed Charef

Le quotidien d’Oran

 

Abou Mossaab Zarkaowi, Aiman Al-Dhawahiri, Oussama Bin Laden: gli americani pensano che basti inventarsi un nome dalla risonanza esotica per vincere una guerra. Abou Mossaab Zerkaoui è un uomo molto comodo. Sconosciuto fino ad  un anno fa, è diventato l’ icona delle news della stampa internazionale. Vale oggi molti milioni di dollari, è sulle news di tutti i grandi giornali,  determina l’apertura dei giornali teletrasmessi, e promette di rimanere la notizia “principe” del terrorismo fino all’apparizione del prossimo Bin Laden. Ha tutto per svolgere il suo nuovo ruolo. Djihadista,  islamista, internationalista, che porta un nome dal suono molto esotico, espatriato, condannato a morte nel suo paese, la Giordania, avrebbe trovato rifugio in Iraq, questa nuova destinazione dei “terroristi” del mondo intero. Là, è riuscito a montare un’organizzazione terribilmente efficace, per tentare di trasporre il combattimento perduto in Afghanistan  verso un Iraq da conquistare. È anche circondato da un alone di mistero, e del mito necessario per farne un vero marchio. E, per completare la tabella, uccide con le proprie mani, prende ostaggi, li decapita, sgozza  le sue vittime senza alcun rimorso. Non obbedisce ad alcuna norma, non fonda la sua azione su nessuna morale. E’ un terrorista, per il quale il terrorismo, la morte, la distruzione costituisce un  fine a se stesso. In una parola come in cento, è il male. Al termine del conto, Zarkawi diventa quasi un prodotto pubblicitario. Aderisce troppo bene alla sua immagine per non porsi  alcune questioni. È così tanto ben inserito nel ruolo nel ruolo che gli si addice che si  finisce per chiedersi se questo ruolo  non sia stato creato per lui, o se, per contro, non sia lui stato creato per questo ruolo, quello di sostituirsi alla resistenza irachena, soppiantarla, diventando il simbolo che rifiuta, quello la cui sola presenza permette agli occupanti di commettere le sevizie peggiori ed i crimini più abietti, come i bombardamenti di case civili nelle quali Zarkawi  si dice sia rifugiato. Poiché, per gli occupanti americani e britannici, i dati sono semplici. Il concetto di “danno collaterale” è definitivamente ammesso ed adottato. Permette di ricorrere a tutti i mezzi, senza attardarsi sulle conseguenze. Si può bombardare una zona residenziale, una casa civile, una via, un mercato, volontariamente o per errore. Basta semplicemente dire che l’obiettivo considerato era “Abou Mossaab Zarkawi” per giustificare, a posteriori, il massacro d’innocenti. Zarkawi esiste realmente? La questione è superflua. Del resto altre questioni sembrano oggi inutili, poiché vietate. Gli fanno portare il cappello delle operazioni più spettacolari in Iraq. Si insiste sul posto preponderante che si suppone occupi, lo si mette letteralmente come punta di diamante di resistenza. Ma nessuno  si chiede come quest’uomo sia  potuto arrivare in un paese in guerra, che è  appena  uscito da un lungo periodo d’ibernazione poliziesca, e stabilire reti d’una tale efficacia così poco in tempo. Come può  prendere il  governo su tutto uno popolo, e dirigere la resistenza in un paese in cui il culto della guerra è un dato permanente? A scavare queste questioni, si finisce per arrendersi all’evidenza. Gli americani si sono confrontati con  un problema serio in Iraq. Non potendo risolverlo, lo deformano. Rifiutano di ammettere che hanno di fronte a loro una resistenza organizzata, che respinge l’occupazione. Allora, hanno fatto una scelta, quello di eliminare questa resistenza, di distruggerne l’immagine. Il modo di procedere è relativamente semplice, quasi elementare. Gli Stati Uniti rappresentano il bene, coloro che li affrontano sono l’incarnazione del male. Dopo avere eliminato un primo male che si chiamava Saddam Hussein, hanno deciso di creare un’altra immagine del male, dandogli il nome Mossaab Zerkaoui. E’ un metodo che ha dimostrato la sua efficacia presso le opinioni occidentali. Ma che ha dimostrato anche di essere molto pericoloso, particolarmente quando l’autore stesso della manipolazione finisce per credervi. E ci si chiede oggi se gli americani  non abbiano realmente l’impressione di combattere Abou Mossaab Zarkawi! In tutti i casi, George Bush sembra ne convinto. Eppure, nonostante sia  così efficiente, il sistema americano non ha potuto fare a meno di lasciare apparire numerosi difetti. Si è lasciato prendere in un’analisi ?? secondo la quale gli americani sarebbero stai accolti come  liberatori in Iraq.  In Europa francofona, tre uomini, Antoine Sfeir, Antoine Basbous ed Alexandre Adler, che sfoggia un’ostilità primaria a ciò che è musulmano, continuano a dettare la condotta da adottare. E tutti mettono davanti il ruolo di Zarkawi, nascondendo ogni sentimento  nazionale iracheno. E’ questo mondo, fatto di “ricercatori”, “intellettuali” ed “esperti”, che ha letteralmente creato Abou Mossaab Zarkawi. Come aveva creato Bin Laden prima di lui. Uomini molto comodi, molto utili, e così efficaci per occultare le questioni di fondo che agitano il mondo arabo da un secolo, come la questione palestinese.

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Bruce Spingsteen: la stampa ha abbandonato il Paese

THE PRESS HAS LET THE COUNTRY DOWN (“La stampa ha abbandonato il paese”)
 


di  Stefano Marcelli*24 Oct 2004
 “Sono italiano e per questo sono qui con un po’ di imbarazzo. Il mio è il Paese dove un solo uomo controllo tre reti televisive private, che possiede, e le tre pubbliche, che controlla come Primo Ministro. Dove i giornalisti scomodi vengono cacciati o emarginati e molti degli altri tendono ad adeguarsi . Il mio è il Paese che propone come commissario europeo Rocco Buttiglione, un uomo che teorizza tranquillamente che i gay sono “peccatori” , che “l’omosessualità è segno di disordine morale” , che le donne “devono stare a casa a fare figli”. E in Italia nessuno insorge e lo tratta come il “fanatico integralista“ che è. Per questo mi coglie un certo pudore a parlare di libertà di informazione in contesti internazionali. Forse dovrei tacere e ascoltare? Faccio il giornalista da trent’anni e da venti alla Televisione di Stato. E per questo provo una certa emozione a prendere la parola qui dove nacque la BBC, il primo e più autorevole servizio pubblico televisivo del mondo”. 

“Noi del sindacato dei giornalisti italiani abbiamo sempre visto la BBC come modello di autonomia e obbiettività a cui anche la nostra RAI, afflitta dalla subordinazione ai partiti, doveva ispirarsi. Un mito che ha retto fino all’estate di un anno fa quando, dopo aver onorato la propria storia denunciando la falsità delle motivazioni addotte da Blair e da Bush per la guerra in Iraq, la BBC capitolava sotto i colpi di un governo laburista”.

“L’emarginazione di Gilligan, la rivelazione del nome di Kelly e il suo suicidio e le dimissioni del direttore generale, assestavano un duro colpo al patrimonio di credibilità e di autonomia della televisione di Stato inglese. La BBC aveva smascherato la Grande Bugia all’origine di questa guerra ideologica (oggi lo ammettono anche Bush e Blair), ma l’assalto alla stampa libera è partito e non si fermerà”.

“Ogni guerra è anche guerra di propaganda, di controinformazione e disinformazione. Si dice da sempre che la prima vittima della guerra è la verità. Ma la prima verità è che la pressione dei grandi poteri politici ed economici sui media nasce prima ed esplode poi clamorosamente con Enduring Freedom. E il rischio che voglio qui denunciare è che questa tendenza alla resa dei media e del mondo intellettuale, imbelle di fronte a censure e manipolazioni, continui anche dopo l’eventuale e auspicata vittoria di Kerry o di altri leader di sinistra”.

“La deriva autoritaria delle nostre democrazie propone modelli di governo che prevedono lo stretto controllo dei media e la sostituzione dell’informazione con la comunicazione di propaganda. Che un leader laburista come Blair si fosse alleato con testate giornalistiche come The Sun e con il più potente e reazionario imprenditore televisivo come Rupert Murdoch , già al tempo della propria elezione, la dice lunga su come la BBC rappresentasse in realtà un obbiettivo delle grandi strategie politico-medianiche”.

“E che dire delle testate giornalistiche degli Stati Uniti, tanto autonome da essere considerate vere e proprie “institutions” che fanno riferimento direttamente al Primo Emendamento della Costituzione, e che in passato hanno fatto cadere un presidente potente e guerriero come Richard Nixon. Oggi tivù e giornali si autocensurano nascondendo all’America le bare dei marines caduti in Iraq e le lacrime e le proteste delle madri e delle vedove. Per vedere queste immagini bisogna andare al cinema e guardare Fahreneit 11/9 di Michael Moore”.

“Dobbiamo allora constatare con preoccupazione a amarezza che vi è stata una resa del giornalismo indipendente alle “ragioni della guerra”. A fronte di testate militanti come il Washington Times e Fox News che si sono schierate apertamente a fianco di Bush e dell’esercito americano, le grandi testate di giornali e tivù si sono rifugiate in una sorta di limbo politically correct”.

“Il rispetto della verità negli Stati Uniti è lentamente degenerato nella scelta di non schierarsi, di accomodarsi in una superficiale analisi dei fatti”, ha scritto Brett Cunningham sulla American Journalism Review. Anchorman e columnist, hanno sotterrato la tradizionale ascia delle domande imbarazzanti, la rivendicazione della verità e della coerenza in nome della Nazione, lasciando libera l’Amministrazione di sviluppare la propria imponente campagna di comunicazione a livello globale. Nella migliore delle ipotesi, fanno notare gli osservatori più critico del panorama mediatico statunitense, i media si sono limitati a contrapporre asetticamente due versioni. Si potrà dire che lo shock epocale dell’attentato al World Trade Center ha congelato opinione pubblica e media americani portandoli a schierarsi patriotticamente dietro la star and strike e il Presidente”.

“Ma un profondo interprete dei sentimenti americani come Bruce Spingsteen non è di questo parere. Schierandosi clamorosamente nella campagna elettorale a fianco dei Democratici, the Boss ha spiegato di essersi sentito tradito e ha additato come principali responsabili accanto a Gorge Bush, proprio i media: “ The press has let the country down:. (la stampa ha abbandonato il Paese ndr), ha preso una posizione molto amorale, nel senso che questioni fondamentali sono spesso riportate come una parte dice questo e una parte dice quest’altro. Credo che Fox News e la destra repubblicana abbiano intimidito la stampa insinuandole un terribile imbarazzo per apparire obbiettiva, mettendola in un angolo. Questa sarà una questione da affrontare dopo le elezioni. Non so se sia iniziato con la guerra in Iraq. La stampa dovrebbe essere l’ancora di salvezza della democrazia”.

Il vecchio Boss ci offre quindi una bella analisi che spiega quanto siamo nel cuore di una questione a pieno titolo politica. Tanto che i repubblicani sono impegnati nel boicottaggio dei concerti di Springsteen. Ma è anche vero che ai giornalisti della Washington Post è vietato, per motivi di equidistanza politica, di acquistarne i biglietti. “Ho sempre pensato”, dice ancora il cantante nella sua intervista a Rolling Stones, ” che il mestiere di musicista sia quello di fornire una fonte alternativa di informazione”. E il Boss ha ragione. Infatti la ITC , l’autorità che vigila sulle telecomunicazioni in Gran Bretagna, ha imposto a radio e tivù di escludere dalle proprie trasmissioni tutte le canzoni e i video che facciano riferimento in qualunque modo alla guerra. Risultano vittime della censura canzoni apertamente pacifiste ma anche Bandages degli Hot Hot Heat o Sex Bomb”.

“Contemporaneamente, i siti sulle novità editoriali censurano il nuovo libro del premio nobel colombiano Gabriel Garcia Marquez perché contiene nel titolo la parola “puttana”. Non c’è quindi da stupirsi se, all’interno di questo clima incline a censure ed autocensure, alcuni ministri provenienti dall’ex partito neofascista italiano, riescono a far sequestrare il sito di Indimedia, colpevole di aver denunciato gli abusi compiuti da alcuni reparti delle forze dell’ordine durante il G8 di Genova”.

“Ho tentato qui di disegnare uno scenario generale che accompagna nei media la Guerra in Iraq perché sono convinto che siamo all’interno di un processo che è partito prima e che continuerà dopo la vicenda mediorientale. Ci sono invece aspetti specifici dello scenario di guerra in Iraq. Il primo è racchiuso in un dato agghiacciante. Sono quarantasei i giornalisti uccisi dall’inizio della guerra. Molti dalle forze militari americane. Qualcuno inserito recentemente dalle misteriose sigle terroristiche che si muovono sul fronte irakeno nell’agghiacciante sequenza sanguinario – mediatica delle esecuzioni via satellite o internet”.

“L’8 aprile di un anno fa, al momento della liberazione di Bagdad, le forze americane bombardarono l’Hotel Palesatine e le sedi delle televisioni al Jazeera e Abu Dhabi tivù: tre giornalisti morti. Commento della portavoce del Pentagono Victoria Clarke: “Abbiamo sempre sostenuto che Baghdad non era un posto sicuro per i media”. Tutti sapevano che quei luoghi erano pieni di giornalisti. Ma chi voleva andare in Iraq doveva iscriversi negli elenchi degli embedded, giornalisti inquadrati nelle file dell’esercito della Coalizione tenuti a scrivere solo quanto veniva autorizzato dai vertici militari”.

“Il risultato è una guerra irraccontabile. Molti inviati hanno parlato di “sabbia” e “nebbia” per spiegare come pure stando in prima linea e rischiando la vita, non riuscivano a sapere niente. Sono arrivati i canali satellitari arabi come Al Jazeera, Abu Dhabi o Al Arabija a mostrare l’altra faccia della guerra patriottica dei marines “ours boys” per Fox News. E per un po’ ha retto una vecchia regola delle guerre asimmetriche. Se il potente esercito americano minacciava i giornalisti per piegarli alla logica della propaganda, i guerriglieri accoglievano li inviati stranieri per far filtrare presso le opinioni pubbliche occidentali i danni umani di quella guerra di occupazione”.

“Ma poi è nato l’ultimo fenomeno militare e mediatico: il terrorismo dei rapimenti e delle esecuzioni. Scrive Lorenzo Bianchi, inviato di guerra di lungo corso per il Quotidiano Nazionale: “Il giornalista indipendente è l’agnello sacrificale del conflitto. Da un lato la macchina militare che tende ad essere sempre più impenetrabile per il reporter. Dall’altra un terrorismo, quello di Al Quaida, che considera i media alla stregua di puri altoparlanti. Nelle altre guerriglie, quelle dell’America Latina, il reporter era il testimone intoccabile, la finestra del mondo sulla loro lotta. Il pacifista Enzo Baldoni è stato rapito e ucciso. Era italiano e quindi un nemico. Punto”.

“Una guerra senza testimoni, dunque, dove si scontrano direttamente due ideologie di guerra e di scontro: da una parte Bush che vuole compattare dietro la propria leadership tutto l’Occidente e dall’altra Bin Laden (o chissà chi altro) che vuol fare lo stesso con l’Oriente musulmano, ricompattato nell’antico Califfato sannita. Siamo ben oltre la fisiologia delle bugie e della propaganda di guerra. Quella che è in atto è una vera e propria campagna ideologica che vuol mettere radici nelle nostre coscienze per dar vita a una guerra che già all’origine è definita duratura (Enduring)”.

“In Italia due direttori di giornale vicini al governo, Feltri di Libero e Ferrara del Foglio, teorizzano che dovremmo far vedere ai nostri figli le foto delle decapitazioni che pubblicano regolarmente sulle loro prime pagine. Per educarli, dicono. A cosa? All’odio e alla violenza. Non chiederei mai una censura”.

“E’ bene che anche Feltri e Ferrara (che ha confessato di essere sul libro paga della CIA), possano scrivere queste cose. Ci aiutano a capire qual è il rischio più grande. Recentemente,in Israele ho intervistato il mio vecchio amico, il professor Zwi Schuldiner, chiedendogli la dimensione esistenziale della vita nel terrore. Lui mi ha spiegato che tutto nasce da un paradosso: “Israele, che è una la più grande potenza militare del Medio Oriente, ha paura dei palestinesi che sono poveri e armati in modo artigianale. La nostra violenza spropositata nasce dalla paura, una paura irrazionale creata dai kamikaze e dilatata dal Governo”.

“Ogni giorno l’opinione pubblica occidentale incamera dalle tivù solo paura e odio e li associa agli arabi e all’islam. Che si può fare? Rivendicare il rispetto di norme internazionali e nazionali a tutela della libera informazione, denunciare le forme di censura esplicite e striscianti. Richiamare i giornalisti alla propria missione di testimoni e garanti delle pubbliche opinioni e sostenerli assieme alle organizzazioni di categoria”.

“Con Informazione senza frontiere, l’associazione italiana per la libertà di stampa che rappresento,stiamo lavorando a un rapporto su questi fenomeni, dedicato a media e democrazia, coordinato dal professor Roberto Reale, che pubblicheremo a maggio. Ma non basta. E’ necessario che il mondo della pace, del dialogo e delle libertà lanci un’offensiva culturale mobilitando gli intellettuali occidentali e orientali su questi temi elaborando piattaforme comuni che contrastino la campagna ideologica della destra”.

“Una comunità di uomini liberi non si identifica sotto una bandiera, in una lingua, in una o due civiltà, e soprattutto non può nascere all’ombra di guerre di occupazione. Una comunità di uomini liberi la costruiscono insieme, pezzo per pezzo, in una lavoro comune, uomini che si rispettano e si considerano uguali”.

“A Firenze, con l’aiuto di Aidan White e dell’IFJ e dei nostri amici arabi, proveremo a dare un contributo a questo percorso in un workshop ai primi di dicembre. Cominceremo dai giornalisti, perché questo è il nostro mestiere. Lo stesso: in Europa e in Medio Oriente”.
(Relazione letta al Forum Sociale Europeo di Londra nel corso del seminario “The lies of war – exposing propaganda and fighting censorship”)

Stefano Marcelli
(* Giornalista, Segretario generale di “Informazione senza frontiere”)

Bruce Spingsteen: la stampa ha abbandonato il Paese Leggi l'articolo »

SENZA PACE: David Hirst sul conflitto israelo-palestinese

L’ASSE DEL MALE: L’AMERICA ADOTTA COME PROPRI I
NEMICI D’ISRAELE

 

Lungi dal preoccuparsi per la dubbia compagnia che seguita a
frequentare, l’America di George Bush figlio e dei suoi tirapiedi
neoconservatori intrattiene con essa rapporti più stretti che mai.
Dopo l’11 settembre si è quasi schierata con Sharon, “l’uomo di pace di
Bush”, ha quasi assimilato la sua guerra con Arafat e i palestinesi alla
propria contro “l’asse del male”, al-Qaeda e il terrorismo internazionale.
C’è stato, è vero, un periodo di incertezza e tentennamento, in cui
sembrava che Bush avesse intuito che le politiche mediorientali
dell’America, e non solo i suoi valori, avevano qualcosa a che fare con le
avversità che l’avevano colpita. Fu, probabilmente, una genuflessione
davanti a Colin Powell e a quella parte più equilibrata e ragionevole, ma
più debole, della sua Amministrazione, che il suo segretario di stato
sembrava rappresentare. Iniziò con una dichiarazione del presidente circa
la necessità di uno stato palestinese, una dichiarazione a lungo attesa e
tutt’altro che rivoluzionaria, ma sufficiente perché la Lobby e la sua
claque al Congresso la denunciassero come un segno di
“arrendevolezza”. “Significa”, ha detto Mortimer Zuckerman, a capo
della Conferenza dei Presidenti delle Principali Organizzazioni Ebree
Americane, “che se attacchi l’America ottieni qualche cosa”. Sharon
stesso si spinse oltre: per lui quella posizione sapeva di Cecoslovacchia,
di Monaco nel 1938. Ma il tentennamento non durò a lungo. Nell’estate
del 2002 Bush aveva già fissato la sua nuova linea di condotta: “cambio
di regime” e riforma dei mondi arabo e musulmano e, laddove
necessario, l’intervento militare americano per conseguire tali scopi.

Fu così che l’America che all’inizio del XX secolo aveva insistito,
provocando la costernazione delle potenze coloniali europee, sulla
necessità di tener conto dei desideri liberamente e democraticamente
espressi dai popoli arabi, ora intendeva imporre ad essi la “democrazia”
con le armi. Era il nuovo imperialismo “transatlantico” del XXI secolo
sotto un altro nome. Si cominciò con l’Iraq: dopo l’Afghanistan, fu lì che
ebbe luogo la promessa “fase due” della “guerra al terrorismo”, fu lì che
s’ingaggiò la battaglia decisiva tra il bene e il male. Fino a quel
momento, si era pensato che la “connessione” tra le due problematiche
rendesse molto difficile, se non impossibile, che gli Stati Uniti potessero
muovere guerra in una delle due grandi zone interessate dalla crisi
mediorientale, l’Iraq e il Golfo, prima di aver almeno in parte risolto i
problemi più annosi ed esplosivi nell’altra area, la Palestina. Conquistare
e occupare l’Iraq, permettendo al contempo a Israele di continuare a
depredare la Palestina, equivaleva a una nuova, terribile, espansione
della politica dei due pesi e delle due misure; fu vista come
un’aggressione contro l’intero mondo arabo. Ma la risposta dei
neoconservatori era quanto mai semplice; si limitarono a capovolgere la
questione. La strada per muovere guerra all’Iraq non passava più per la
pace in Palestina; era piuttosto la pace in Palestina o, per essere più
precisi, la totale sottomissione dei palestinesi, che passava per la guerra a
Baghdad. La nuova teoria fu esposta esaurientemente, in tutta la sua
megalomania, da Norman Podhoretz, il veterano dei luminari intellettuali
neoconservatori, nel numero di settembre 2002 della sua rivista
Commentary. I cambi di regime, proclamava, erano “la conditio sine qua
non in tutta la regione”. E quelli che “meritano ampiamente di essere
rovesciati e sostituiti non si limitavano” ai due membri mediorientali
ufficialmente designati dell’asse del male di Bush. “Quanto meno, l’asse
va allargato alla Siria, al Libano e alla Libia, nonché ad ‘amici’
dell’America come la famiglia reale saudita e Husni Mubarak d’Egitto,
oltre all’Autorità Palestinese, sia essa guidata da Arafat o da uno dei suoi
scagnozzi”.

Un’epurazione così estesa, diceva, avrebbe potuto “spianare la strada a
quella riforma internazionale e modernizzazione dell’Islam attese da
tempo”. D’altro canto, poteva anche non riuscirci. “È innegabile che
l’alternativa a questi regimi potrebbe facilmente dimostrarsi peggiore,
anche (o specialmente) se assume il potere in seguito a elezioni
democratiche” perché “un gran numero di persone nel mondo
musulmano simpatizza con Osama bin Laden e voterebbe per candidati
islamici radicali della sua specie se gliene venisse data la possibilità”.
“Ciò nonostante”, proseguiva impavido, “c’è una politica che può
scongiurare questa evenienza, purché gli Stati Uniti siano disposti a
combattere la Quarta Guerra Mondiale – la guerra contro l’Islam
militante – per vincerla e purché poi abbiamo il fegato di imporre agli
sconfitti una nuova cultura politica”.

Questa, ovviamente, era un’elaborazione compiuta e definitiva di quel
progetto, A Clean Break (Un taglio netto), che alcuni spiriti affini a
Podhoretz, avevano presentato al premier israeliano Binyamin
Netanyahu già nel 1996. Era l’apoteosi della “alleanza strategica”, un
grandioso disegno americano almeno quanto israeliano, e forse ancora di
più. Con il pretesto di privare l’Iraq delle sue armi di distruzione di
massa, gli Stati Uniti cercano di “ridisegnare” l’intero Medio Oriente,
facendo di questo paese fondamentale e riccamente dotato il fulcro di un
nuovo ordine geopolitico filo-americano. Assistendo a una
manifestazione così schiacciante della volontà e potenza americane, altri
regimi, e in particolare la Siria che sostiene gli hezbollah, dovranno o
piegarsi ai fini americani o subire una sorte analoga.

Con l’aggressione dell’Iraq, gli Stati Uniti non adottavano
semplicemente i metodi consolidati di Israele – dell’iniziativa,
dell’offesa e della prevenzione – ma ne adottavano anche gli avversari
come propri. L’Iraq era sempre stato tra i primi della lista; insieme
all’Iran era uno dei cosiddetti nemici “lontani”, che ormai apparivano più
minacciosi di quelli “vicini”, i palestinesi e gli stati arabi confinanti,
soprattutto da quando avevano iniziato a sviluppare armi di distruzione
di massa. Israele aveva sempre propagandato l’implacabile
determinazione a preservare il proprio monopolio in quel campo. Aveva
nutrito grandi speranze che George Bush padre distruggesse Saddam
Hussein e il suo regime con la Tempesta nel Deserto. Quelle speranze si
erano infrante, ma la prospettiva che George Bush figlio completasse il
lavoro che il padre aveva lasciato incompiuto produsse in Israele un
consenso raro. Non fu solo Sharon, il superfalco del Likud, a incitarlo a
procedere senza indugi, ma anche Shimon Peres, il suo ministro degli
esteri laburista, ritenuto un moderato. Autore di tanti inganni e
stratagemmi spudorati a spese degli Usa nei primi anni della
nuclearizzazione israeliana, questi ora ammoniva solennemente una
platea di Washington che posporre un attacco all’Iraq avrebbe significato
“assumersi forse lo stesso rischio che l’Europa si assunse nel 1939 di
fronte all’emergenza rappresentata da Hitler”.

Sharon era così eccitato per questo nuovo assetto mediorientale in
formazione, che disse al Times di Londra che “il giorno dopo” l’Iraq,
Stati Uniti e Gran Bretagna si sarebbero dovuti occupare dell’altro
nemico “lontano”. Israele, infatti, aveva sempre considerato l’Iran degli
ayatollah come la minaccia maggiore tra le due, a causa del suo peso
intrinseco, della sua leadership fondamentalista, teologicamente anti-
sionista, del suo programma di armamenti nucleari più serio,
diversificato e, si supponeva, assistito dalla Russia, e della sua affinità
ideologica con organizzazioni islamiche come Hamas o gli hezbollah,
che forse sosteneva direttamente. Nulla, in effetti, illustrava meglio
dell’Iran l’ascendente che Israele e gli “amici d’Israele” in America
avevano sulle decisioni politiche americane. Molto semplicemente,
diceva l’esperto di questioni iraniane James Bill, gli “Stati Uniti
osservano l’Iran attraverso occhiali fabbricati in Israele”. A ben
guardare, Israele non era soltanto l’unico beneficiario, bensì il
sostenitore di quelle sanzioni commerciali, molto dannose per gli
interessi economici americani, che il Presidente Clinton aveva imposto
all’Iran nel 1995 e che Bush, superato in astuzia dalla Lobby, aveva
rinnovato nel 2001, sia pure con riluttanza. L’effetto deformante di
quell’influenza è tale che, secondo il Washington Post, Israele, con
l’aiuto del Congresso, fu determinante a far sì che la CIA, a spese della
propria obiettività professionale, adottasse una valutazione allarmistica
della minaccia missilistica rappresentata per gli Stati Uniti da paesi
“canaglia” come l’Iran, una valutazione che contraddiceva totalmente la
sua precedente ortodossia.

Convincere gli Stati Uniti della gravità della minaccia iraniana era da
tempo una delle prime preoccupazioni israeliane. All’inizio degli anni
Novanta, il deputato laburista ed ex ministro Moshe Sneh dichiarò a un
convegno presso lo Yaffe Center for Stategic Studies che Israele “non
poteva assolutamente accettare l’idea di una bomba atomica in mano agli
iraniani”. Un simile evento poteva e doveva essere evitato
collettivamente, disse, “perché l’Iran minaccia gli interessi di tutti gli
stati ragionevoli in Medio Oriente”. Tuttavia, “se gli stati occidentali non
fanno il loro dovere, Israele si vedrà costretto ad agire da solo e assolverà
al suo compito con ogni mezzo [vale a dire, anche nucleare]”. L’accenno
di ricatto anti-americano contenuto in quell’osservazione non era niente
di eccezionale; era sempre stato un motivo conduttore dei discorsi
israeliani sull’argomento.

Un altro esperto, Daniel Lesham, incitava Israele a enfatizzare il
terrorismo iraniano e a “spiegare al mondo” l’urgente necessità di
provocare alla guerra quel paese. Altri ancora sostenevano che gli Stati
Uniti avrebbero dovuto demonizzare e isolare l’Iran assediandone le
coste e “stazionando navi da guerra, soprattutto sottomarini nucleari,
minacciosamente vicini” . La resa dei conti con l’Iraq non ha fatto altro
che incoraggiare questo modo di pensare, tanto più visto che, a quanto
riferiscono alcuni, l’impianto nucleare costruito dai russi a Bushire, che
iraniani e russi sostengono abbia scopi pacifici, mentre israeliani e
americani ritengono sia per scopi militari, entrerà in funzione a breve.
“Nel giro di due anni”, ha detto John Pike, direttore di
Globalsecurity.org, “o gli Usa o Israele attaccheranno [i siti nucleari]
dell’Iran o accetteranno il fatto che l’Iran sia uno stato nuclearizzato”.


SENZA PACE ed. Nuovi Mondi Media.
Traduzione di Giuliana Lupi.

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Quanto guadagna? lo stipendio di Simona Pari e Simona Torretta 2

Catene di S. Antonio
In Internet sta girando una nuova catena di S. Antonio, questa volta contro le due Simone rapite e liberate in Iraq.
Nella catena si legge che Simona Torretta e Simona Pari venivano pagate 8000 euro al mese per fare le volontarie. Si dice che il rapimento potrebbe essere stato un falso per intascarsi il risarcimento pagato.
Infine si chiedono 50 centesimi da donare alla resistenza irachena per riprendersele.
Ovviamente si tratta di una bufala.
Se volete sapere come funziona (e quanto viene retribuito) il lavoro dei volontari di Un ponte per Baghdad

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Will they ever trust us again ?”. “The Official Fahrenheit 9/11

Ciclone Moore travolge un timoroso Jay Leno.
‘Perchè lo spot anti-Kerry va in onda e Fahrenheit 9/11 no?’

 

Leno -Il primo ospite di stasera è il regista di “Fahrenheit 9/11”. Ha scritto due libri: “The Official Fahrenheit 9/11 Reader ” e “Will they ever trust us again ?”. Benvenuto. So che sei tra gli elettori indecisi…

Moore – Penso di aver deciso, adesso. Ormai le elezioni sono vicine…

L – Il clima è entusiasmante.

M – E’ vero. E’ merito della democrazia. Ci sentiamo tutti coinvolti.

L – Sì, è come una partita di football. Il gioco è guidato da chi ha la palla.
Alcuni si accaniscono contro colui che possiede la palla e altri lo tifano.
Non penso ci sia nulla di male nella competitività, ma spesso è eccessiva.

M – I cittadini non devono solo assistere, ma devono partecipare al gioco.
Tutti, democratici e repubblicani devono scendere in campo. Questo è il nostro Paese, diamoci da fare !

L – Avrai sicuramente seguito i dibattiti. Cosa ne pensi ?

M – Mi sembra palese che Kerry ne abbia vinti tre su tre…

L – Ma…

M – Bisogna dare credito a Bush per la sua comicità, non credi? Durante il primo dibattito, continuava a ripetere quanto sia difficile essere presidente. “E’ faticoso. E’ faticoso. E’ faticoso…” Ho pensato: “Infatti. E’ il momento che tu vada in vacanza per sempre !”.
“Lascia il posto a qualcuno che ne sia davvero all’altezza !” E’ buffo. – Ha una comicità straordinaria! Sfida l’avversario a colpi di freddure. Come: “E la Polonia ?”. Non ha fatto ridere. Ahimè !

L – Stai facendo un tour di propaganda. Come procede?

M – Siamo già stati in 27 città, e ne visiteremo altre 33. E’ un tour contro l’astensionismo.

L – Cosa significa ?

M – Il 50% degli americani non vota. Quest’anno io spero di convincerli a votare. Sembra che gli astensionisti non appartengano ai ceti privilegiati, ma sono soprattutto i poveri, le madri lavoratrici e single, e i giovani.

L – Non hai stimolato i sostenitori di entrambe le parti? Forse qualcuno dirà: “Ora voterò Bush per fare un dispetto a quel Moore !”.

M – E’ probabile. Finora il mio tour mi ha scioccato: a Tucson sono venuti in 16.000, ben 12.000 ad Albuquerque e 10.000 qui. Ora un autobus di californiani farà propaganda in Nevada e Arizona.

L – Cos’è successo alla Cal State San Marcos, a San Diego?

M – Gli studenti hanno votato a favore di un mio intervento. Ma il rettorato ha dichiarato tale votazione illegale. Perché? Secondo loro, non si deve parlare di politica in un college californiano.

L – Come no?! L’università è il luogo ideale!

M – Anzi, dovrebbero intervenire i sostenitori di entrambe le parti.

L – E’ perché sei tu? In passato, non ci sono stati problemi simili.

M – E’ così, è perché sono io.

L – Forse dovresti vestire più elegante.

M – Io mi vesto come gli studenti! Gli studenti di quel college hanno organizzato l’incontro off-campus. L’auditorium che avevano scelto poteva contenere solo 1200 persone, così mi hanno fatto andare allo stadio Del Mar e sono venute 12.000 persone. L’affluenza è stata 10 volte superiore a quella prevista.

L – Il rettorato si è giustificato in qualche modo ?

M – No! Hanno detto: “Non possiamo invitare uno di parte in fase pre-elettorale”. Ecco perché ho intenzione di stanziare una borsa di studio in quel college. Darò 5000 dollari allo studente che pianterà più grane al rettore.

L – Che bella iniziativa !

M – Già.

L – Ho letto che sei stato accusato di aver corrotto gli studenti, è vero ?

M – Durante ogni tappa del mio tour, ho chiesto a chi non aveva votato alle ultime elezioni di alzarsi. Avrei premiato chiunque avesse promesso di votare quest’anno. Il premio consisteva in una fornitura gratis di minestra in scatola. Minestra oppure mutande pulite. –

L – Mutande pulite ?

M – Sì.

L – Non le tue, spero.

M – No.

L – Le avrebbero potute usare come telo per coprire l’auto! Scusa tanto… Avrebbero potuto coprire la loro Volkswagen.

M – Oppure avrebbero potuto usarle per coprire il tuo testone !

L – Pungente! Che colpo basso! (Moore beve) Ti rinfreschi l’ugola dopo questa frecciata?
Complimenti per il tuo film. Quanto ha incassato finora ?

M – Circa 120 milioni di dollari in America e 500 nel mondo.

L – Ottimo! E il DVD ?

M – E’ il documentario in DVD più venduto in assoluto.

L – Cosa vedremo in questa clip ?

M – Questa è la facciata… Dell’ambasciata dell’Arabia Saudita. Ci sono andato perché lì ci sono tanti amici della famiglia Bush.

L – Vediamo.

M – (Moore intervista un giornalista) Questa è l’ambasciata dell’Arabia Saudita. Quanto denaro hanno investito i sauditi in America ?

Giornalista – Intorno agli 860 miliardi di dollari.

M – A quale percentuale dell’economia americana corrisponde ?

G – Al 6 o 7%.

M – (Moore intervista un poliziotto) Posso farti qualche domanda ?

Agente Steve Kimball. Stai girando un documentario ?

M – Sì.

M – Nonostante fossimo lontani dalla Casa Bianca, un agente ci ha chiesto perché fossimo davanti a quell’ambasciata.

M – Controllate sempre le ambasciate straniere ?

Poliziotto – Non sempre.

M – I sauditi vi danno dei problemi ?

Poliziotto – No comment.

M – Lo prendo come un sì. (fine clip)

L – So che volevi mandare in onda il tuo film la sera prima delle elezioni.

M – Avevo già firmato il contratto.

L – Davvero ?

M – Sì. Non ho potuto proporre il mio film agli Oscar come miglior documentario perché non si può candidare un film se è già stato trasmesso in TV. Quindi ho preferito mostrarlo agli americani e rinunciare all’Oscar.

L – Perciò…

M – In seguito è arrivato un accordo con la In Demand, la TV payperview. E’ come pagare per vedere un incontro di boxe. Ma meno costoso. Avevamo concordato che il film sarebbe andato in onda prima delle elezioni, ma ieri hanno annullato il contratto, perciò…
Sempre ieri, abbiamo scoperto che la Sinclair ha annunciato che trasmetterà uno spot anti-Kerry su 62 reti TV. La FCC le ha concesso il permesso, ma ha cancellato il mio film.

L – Io seguo sempre “Judge Judy”: i contratti sono inviolabili. Il giudice Judy non mette in discussione un documento firmato…

M – Certo. Funziona sempre così, Jay ! Comunque, non demorderò su questa faccenda.

L – Io non capisco… Non riesco a spiegarmi certe cose. La In Demand ha forse temuto di essere segnalata alla FCC dai repubblicani.

M -Tagliano un film che si può scegliere di vedere perché è a pagamento, ma non lo spot anti-Kerry?!

L – Cosa ti hanno detto? Ti hanno dato una motivazione? Qualcuno ti ha chiamato e ti ha detto che i repubblicani si sono opposti ?

M – Hanno detto: “Per motivi legali”.

L – Ovvero?

M – Appunto: ovvero? Mi hanno spiegato che temevano una reazione dell’altra parte. Ho detto: “Perché la Sinclair può mandare in onda lo spot anti-Kerry?”. Non mi hanno saputo rispondere.

L – In America, si sa, il denaro vince su tutto. “Non posso farlo, è sleale.” “Ti pago.” “Allora ok”.

M – E’ vero, ma “Fahrenheit 9/11” è un caso particolare. La Disney ha prodotto il film, ma non ha voluto distribuirlo. Ho detto: “Vi farà guadagnare” e loro: “Non importa, è troppo politico.” Sono stati investiti 6 milioni di dollari per realizzare questo film. Quindi hanno rinunciato ai 500 milioni di dollari incassati ai botteghini. Stiamo vivendo in un clima politico molto teso e complesso. Molti, soprattutto tra i repubblicani, sono diventati troppo dispettosi. A tal proposito, voglio fare una proposta alla Sinclair.

L – Loro negano di essere di parte. Darai il tuo film gratis?

M – Sì. Mi appello alla Sinclair: trasmettete il mio film gratuitamente. Così facendo, dimostrerete di non essere di parte. Ecco…

L – Perbacco! Avevi già avanzato questa offerta?

M – No, te l’ho detto nel backstage…

L – E’ la prima volta che la avanzi?

M – Sì. Te l’ho detto prima, ricordi?

L – Abbiamo parlato del diritto di libertà di espressione per tutti, della correttezza e della lealtà… A proposito, O’Reilly… Cosa ne pensi?

M – Per citare le parole di O’Reilly, “Una persona è innocente finché…”

L – No, lui non lo dice! “Colpevole !”

M – Non capisco come si possa fare una telefonata erotica, se continua a urlare: “Taci ! Silenzio!”.

L – Il tuo prossimo film riguarderà il settore dell’assistenza sanitaria ?

M – Sì, l’assistenza sanitaria e le compagnie farmaceutiche. Questi due settori l’hanno saputo e… La Pfizer…

L – Sei un adorabile rompiscatole!

M – Ma per una nobile causa !

L – E’ vero, continua.

M – Parliamo di assistenza sanitaria, devo rompere le scatole! (Mostra il volantino della Pfizer) La Pfizer lo ha diffuso…

L – Ma chi non ti riconosce ?

M – Infatti. Ora tutte le filiali hanno la mia descrizione.

L – Come l’hai avuta ?

M – Me l’ha dato un impiegato della Pfizer arrabbiato nero con i suoi superiori. Si legge: “Se avvistate un uomo barbuto e di corporatura grossa, dall’abbigliamento trasandato e con in mano un microfono, badate a come rispondete alle sue domande”.”Temiamo che Michael Moore giri un film sulle compagnie farmaceutiche.” “Non sappiamo se pro o ‘con’…” “Se vi si avvicina, vi consigliamo di…” C’è un numero verde da chiamare qualora io entrassi alla Pfizer. Ho dato il numero verde ad alcuni amici e ho chiesto loro di chiamarlo, e di dire: “E’ entrato nell’edificio”.”E’ qui, accanto al mio tavolo. Mandate qualcuno della sicurezza!”

L – Grazie, Michael. Torna a parlarci del tuo nuovo libro. Leggetelo: contiene le lettere dei soldati in Iraq.

M – In tutto questo periodo elettorale, non si è parlato delle nostre truppe. Mi hanno mandato 3000 lettere, raccontando la loro esperienza.

L – E’ un libro toccante, leggetelo. Grazie, Michael

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Roma: Concerto per ricordare Enzo Baldoni

Un ponte per…, in collaborazione con il settimanale Diario, organizza per giovedi’ 28 ottobre, presso il Teatro Ambra Jovinelli un concerto di musica iraniana del gruppo SARAWAN-tamburi d’Iran con la partecipazione di Behedad Babaeì. Un concerto per Enzo, a tre mesi dalla sua morte, un omaggio ad un amico straordinario, uno di noi. Per l’occasione la redazione di Diario allestirà nel foyer del teatro una mostra di fotografie ed articoli.

Gli artisti
SARAWAN è un ensemble che nasce intorno allo studio e alla pratica degli strumenti a percussione delle varie tradizioni popolari dell’area iranica per approdare poi alla pratica delle scuole ‘classiche’. Il repertorio affonda le radici pienamente nella koiné popolare iraniana ma con reinterpretazioni originali derivanti dalla particolare attenzione agli strumenti a percussione, agli intrecci timbrico-ritmici arricchiti dai fraseggi rapidi e argentini di liuti e voce femminile. L’arte del Radif, radice della musica persiana, si sposa con la poesia di Hafez, uno di massimi poeti mistici persiani.

Behedad Babaeì, nato nel 1974 a Dohe Ghatar negli Emirati Arabi Uniti, è uno dei più grandi interpreti della tradizione classica persiana nonché tra i massimi virtuosi di setâr, strumento della famiglia dei liuti lunghi. Ha collaborato con i più grandi interpreti della musica “d’arte” persiana come Bahari, Farhângfar, Kasai, e Musavi. Dal 1993 è membro stabile dell’ensemble Aref ed ha partecipato a numerosi festival e concerti in tutto il mondo.

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