SENZA PACE: David Hirst sul conflitto israelo-palestinese

L’ASSE DEL MALE: L’AMERICA ADOTTA COME PROPRI I
NEMICI D’ISRAELE

 

Lungi dal preoccuparsi per la dubbia compagnia che seguita a
frequentare, l’America di George Bush figlio e dei suoi tirapiedi
neoconservatori intrattiene con essa rapporti più stretti che mai.
Dopo l’11 settembre si è quasi schierata con Sharon, “l’uomo di pace di
Bush”, ha quasi assimilato la sua guerra con Arafat e i palestinesi alla
propria contro “l’asse del male”, al-Qaeda e il terrorismo internazionale.
C’è stato, è vero, un periodo di incertezza e tentennamento, in cui
sembrava che Bush avesse intuito che le politiche mediorientali
dell’America, e non solo i suoi valori, avevano qualcosa a che fare con le
avversità che l’avevano colpita. Fu, probabilmente, una genuflessione
davanti a Colin Powell e a quella parte più equilibrata e ragionevole, ma
più debole, della sua Amministrazione, che il suo segretario di stato
sembrava rappresentare. Iniziò con una dichiarazione del presidente circa
la necessità di uno stato palestinese, una dichiarazione a lungo attesa e
tutt’altro che rivoluzionaria, ma sufficiente perché la Lobby e la sua
claque al Congresso la denunciassero come un segno di
“arrendevolezza”. “Significa”, ha detto Mortimer Zuckerman, a capo
della Conferenza dei Presidenti delle Principali Organizzazioni Ebree
Americane, “che se attacchi l’America ottieni qualche cosa”. Sharon
stesso si spinse oltre: per lui quella posizione sapeva di Cecoslovacchia,
di Monaco nel 1938. Ma il tentennamento non durò a lungo. Nell’estate
del 2002 Bush aveva già fissato la sua nuova linea di condotta: “cambio
di regime” e riforma dei mondi arabo e musulmano e, laddove
necessario, l’intervento militare americano per conseguire tali scopi.

Fu così che l’America che all’inizio del XX secolo aveva insistito,
provocando la costernazione delle potenze coloniali europee, sulla
necessità di tener conto dei desideri liberamente e democraticamente
espressi dai popoli arabi, ora intendeva imporre ad essi la “democrazia”
con le armi. Era il nuovo imperialismo “transatlantico” del XXI secolo
sotto un altro nome. Si cominciò con l’Iraq: dopo l’Afghanistan, fu lì che
ebbe luogo la promessa “fase due” della “guerra al terrorismo”, fu lì che
s’ingaggiò la battaglia decisiva tra il bene e il male. Fino a quel
momento, si era pensato che la “connessione” tra le due problematiche
rendesse molto difficile, se non impossibile, che gli Stati Uniti potessero
muovere guerra in una delle due grandi zone interessate dalla crisi
mediorientale, l’Iraq e il Golfo, prima di aver almeno in parte risolto i
problemi più annosi ed esplosivi nell’altra area, la Palestina. Conquistare
e occupare l’Iraq, permettendo al contempo a Israele di continuare a
depredare la Palestina, equivaleva a una nuova, terribile, espansione
della politica dei due pesi e delle due misure; fu vista come
un’aggressione contro l’intero mondo arabo. Ma la risposta dei
neoconservatori era quanto mai semplice; si limitarono a capovolgere la
questione. La strada per muovere guerra all’Iraq non passava più per la
pace in Palestina; era piuttosto la pace in Palestina o, per essere più
precisi, la totale sottomissione dei palestinesi, che passava per la guerra a
Baghdad. La nuova teoria fu esposta esaurientemente, in tutta la sua
megalomania, da Norman Podhoretz, il veterano dei luminari intellettuali
neoconservatori, nel numero di settembre 2002 della sua rivista
Commentary. I cambi di regime, proclamava, erano “la conditio sine qua
non in tutta la regione”. E quelli che “meritano ampiamente di essere
rovesciati e sostituiti non si limitavano” ai due membri mediorientali
ufficialmente designati dell’asse del male di Bush. “Quanto meno, l’asse
va allargato alla Siria, al Libano e alla Libia, nonché ad ‘amici’
dell’America come la famiglia reale saudita e Husni Mubarak d’Egitto,
oltre all’Autorità Palestinese, sia essa guidata da Arafat o da uno dei suoi
scagnozzi”.

Un’epurazione così estesa, diceva, avrebbe potuto “spianare la strada a
quella riforma internazionale e modernizzazione dell’Islam attese da
tempo”. D’altro canto, poteva anche non riuscirci. “È innegabile che
l’alternativa a questi regimi potrebbe facilmente dimostrarsi peggiore,
anche (o specialmente) se assume il potere in seguito a elezioni
democratiche” perché “un gran numero di persone nel mondo
musulmano simpatizza con Osama bin Laden e voterebbe per candidati
islamici radicali della sua specie se gliene venisse data la possibilità”.
“Ciò nonostante”, proseguiva impavido, “c’è una politica che può
scongiurare questa evenienza, purché gli Stati Uniti siano disposti a
combattere la Quarta Guerra Mondiale – la guerra contro l’Islam
militante – per vincerla e purché poi abbiamo il fegato di imporre agli
sconfitti una nuova cultura politica”.

Questa, ovviamente, era un’elaborazione compiuta e definitiva di quel
progetto, A Clean Break (Un taglio netto), che alcuni spiriti affini a
Podhoretz, avevano presentato al premier israeliano Binyamin
Netanyahu già nel 1996. Era l’apoteosi della “alleanza strategica”, un
grandioso disegno americano almeno quanto israeliano, e forse ancora di
più. Con il pretesto di privare l’Iraq delle sue armi di distruzione di
massa, gli Stati Uniti cercano di “ridisegnare” l’intero Medio Oriente,
facendo di questo paese fondamentale e riccamente dotato il fulcro di un
nuovo ordine geopolitico filo-americano. Assistendo a una
manifestazione così schiacciante della volontà e potenza americane, altri
regimi, e in particolare la Siria che sostiene gli hezbollah, dovranno o
piegarsi ai fini americani o subire una sorte analoga.

Con l’aggressione dell’Iraq, gli Stati Uniti non adottavano
semplicemente i metodi consolidati di Israele – dell’iniziativa,
dell’offesa e della prevenzione – ma ne adottavano anche gli avversari
come propri. L’Iraq era sempre stato tra i primi della lista; insieme
all’Iran era uno dei cosiddetti nemici “lontani”, che ormai apparivano più
minacciosi di quelli “vicini”, i palestinesi e gli stati arabi confinanti,
soprattutto da quando avevano iniziato a sviluppare armi di distruzione
di massa. Israele aveva sempre propagandato l’implacabile
determinazione a preservare il proprio monopolio in quel campo. Aveva
nutrito grandi speranze che George Bush padre distruggesse Saddam
Hussein e il suo regime con la Tempesta nel Deserto. Quelle speranze si
erano infrante, ma la prospettiva che George Bush figlio completasse il
lavoro che il padre aveva lasciato incompiuto produsse in Israele un
consenso raro. Non fu solo Sharon, il superfalco del Likud, a incitarlo a
procedere senza indugi, ma anche Shimon Peres, il suo ministro degli
esteri laburista, ritenuto un moderato. Autore di tanti inganni e
stratagemmi spudorati a spese degli Usa nei primi anni della
nuclearizzazione israeliana, questi ora ammoniva solennemente una
platea di Washington che posporre un attacco all’Iraq avrebbe significato
“assumersi forse lo stesso rischio che l’Europa si assunse nel 1939 di
fronte all’emergenza rappresentata da Hitler”.

Sharon era così eccitato per questo nuovo assetto mediorientale in
formazione, che disse al Times di Londra che “il giorno dopo” l’Iraq,
Stati Uniti e Gran Bretagna si sarebbero dovuti occupare dell’altro
nemico “lontano”. Israele, infatti, aveva sempre considerato l’Iran degli
ayatollah come la minaccia maggiore tra le due, a causa del suo peso
intrinseco, della sua leadership fondamentalista, teologicamente anti-
sionista, del suo programma di armamenti nucleari più serio,
diversificato e, si supponeva, assistito dalla Russia, e della sua affinità
ideologica con organizzazioni islamiche come Hamas o gli hezbollah,
che forse sosteneva direttamente. Nulla, in effetti, illustrava meglio
dell’Iran l’ascendente che Israele e gli “amici d’Israele” in America
avevano sulle decisioni politiche americane. Molto semplicemente,
diceva l’esperto di questioni iraniane James Bill, gli “Stati Uniti
osservano l’Iran attraverso occhiali fabbricati in Israele”. A ben
guardare, Israele non era soltanto l’unico beneficiario, bensì il
sostenitore di quelle sanzioni commerciali, molto dannose per gli
interessi economici americani, che il Presidente Clinton aveva imposto
all’Iran nel 1995 e che Bush, superato in astuzia dalla Lobby, aveva
rinnovato nel 2001, sia pure con riluttanza. L’effetto deformante di
quell’influenza è tale che, secondo il Washington Post, Israele, con
l’aiuto del Congresso, fu determinante a far sì che la CIA, a spese della
propria obiettività professionale, adottasse una valutazione allarmistica
della minaccia missilistica rappresentata per gli Stati Uniti da paesi
“canaglia” come l’Iran, una valutazione che contraddiceva totalmente la
sua precedente ortodossia.

Convincere gli Stati Uniti della gravità della minaccia iraniana era da
tempo una delle prime preoccupazioni israeliane. All’inizio degli anni
Novanta, il deputato laburista ed ex ministro Moshe Sneh dichiarò a un
convegno presso lo Yaffe Center for Stategic Studies che Israele “non
poteva assolutamente accettare l’idea di una bomba atomica in mano agli
iraniani”. Un simile evento poteva e doveva essere evitato
collettivamente, disse, “perché l’Iran minaccia gli interessi di tutti gli
stati ragionevoli in Medio Oriente”. Tuttavia, “se gli stati occidentali non
fanno il loro dovere, Israele si vedrà costretto ad agire da solo e assolverà
al suo compito con ogni mezzo [vale a dire, anche nucleare]”. L’accenno
di ricatto anti-americano contenuto in quell’osservazione non era niente
di eccezionale; era sempre stato un motivo conduttore dei discorsi
israeliani sull’argomento.

Un altro esperto, Daniel Lesham, incitava Israele a enfatizzare il
terrorismo iraniano e a “spiegare al mondo” l’urgente necessità di
provocare alla guerra quel paese. Altri ancora sostenevano che gli Stati
Uniti avrebbero dovuto demonizzare e isolare l’Iran assediandone le
coste e “stazionando navi da guerra, soprattutto sottomarini nucleari,
minacciosamente vicini” . La resa dei conti con l’Iraq non ha fatto altro
che incoraggiare questo modo di pensare, tanto più visto che, a quanto
riferiscono alcuni, l’impianto nucleare costruito dai russi a Bushire, che
iraniani e russi sostengono abbia scopi pacifici, mentre israeliani e
americani ritengono sia per scopi militari, entrerà in funzione a breve.
“Nel giro di due anni”, ha detto John Pike, direttore di
Globalsecurity.org, “o gli Usa o Israele attaccheranno [i siti nucleari]
dell’Iran o accetteranno il fatto che l’Iran sia uno stato nuclearizzato”.


SENZA PACE ed. Nuovi Mondi Media.
Traduzione di Giuliana Lupi.

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