Settembre 2004

«Processate i poliziotti della Diaz»

Udienza preliminare a Genova, i pm concludono per il rinvio a giudizio di 28 tra dirigenti e capisquadra per il blitz del 21 luglio 2001. Verdi e Prc: il governo li sospenda

di A. MAN.

di Red

Picchiarono i no global a Genova, chiesto rinvio a giudizio per 28 poliziotti. Lo hanno chiesto i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardone Albini, in riferimento alla sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz, avvenuta il 21 luglio del 2001. Si tratta di rinvio a giudizio per 28 tra poliziotti, tra dirigenti, capisquadra e agenti. La richiesta è stata fatta durante il processo, al termine della requisitoria del pubblico ministero Cardona Albini, che ha anche depositato i numerosi filmati provenienti da varie fonti, anche amatoriali.

La scorsa udienza i pubblici ministeri avevano depositato una lunga memoria di 261 pagine con le motivazioni dei vari capi d’ accusa. Le accuse di cui dovranno rispondere nel caso il gup Daniela Faraggi accogliesse la richiesta sono falso, calunnia, arresti illegali, lesioni. Intanto nella prossima udienza del 2 ottobre cominceranno gli interrogatori di alcuni imputati su richiesta dei difensori tra cui l’ex vice questore della Digos di Genova, Carlo Di Sarro, un altro agente ora in servizio a Rapallo e quattro capisquadra. Sul blitz alla scuola Diaz è stata stralciata la posizione di un agente, Di Bernardini, in gravi condizioni a seguito di un incidente stradale.

Il 21 luglio 2001, durante il G8, 200 agenti delle forze dell’ordine, irruppero nelle due scuole Diaz e Pertini, conclesse dal Comune per ospitare i membri del Genoa Social Forum. Furono arrestate tutte le persone trovate all’interno dell’edificio, 93 no global, per i quali è stata poi decisa l’archiviazione. Le indagini della Procura sull’irruzione nella scuola Diaz presero avvio dalle denunce dei gip, insospettiti che durante la convalida dei 93 arresti, tutti i manifestanti, su cui erano ancora visibili i segni delle percosse, raccontassero la stessa storia di pestaggi subiti a freddo all’interno dell’istituto.

«Dall’ iniziativa dei giudici – è scritto nella memoria dei pm Zucca e Cardona Albini – era tuttavia già posta in maniera esplicita l’ipotesi che alla base dell’eccezionale “debacle” sul piano giudiziario di una operazione (l’irruzione nella scuola Diaz, ndr) avvenuta sotto la luce dei riflettori vi fosse un’inquietante e tuttavia semplice risposta: “I poliziotti dovevano aver mentito”».

Successivamente alle denunce dei giudici, le indagini cominciarono a puntare i riflettori sull’eccesso di reazione da parte della polizia rispetto ad una presunta resistenza di no global con lanci di sassi e di oggetti. Le dichiarazioni dei poliziotti – sottolineano i pm – sono di una «assoluta genericita» in quanto nessuno dice o scrive chi ha fatto cosa. I pm prendono quindi in esame i reati di falso e di calunnia contestati agli imputati. «È stato difficile – hanno commentato i pm – anche decifrare le firme poste sui verbali di sequestro o di arresto, tanto che una è rimasta ignota. Nessuno si è fatto avanti per dire cosa aveva fatto o a che cosa aveva partecipato».

I poliziotti più alti in grado hanno sostenuto negli interrogatori che non erano ufficiali giudiziari, per cui non dovevano né partecipare a questi atti né firmarli. Su questo punto i magistrati hanno contestato che essendo i più alti in grado e essendo gerarchica la linea di comando era impossibile che non avessero partecipato alla redazione di quegli atti.

I pm hanno quindi illustrato i vari episodi contestati, tra cui l’ episodio delle due bottiglie molotov e l’accoltellamento dell’agente romano Massimo Nucera, per cui i poliziotti sono imputati di falso e calunnia. È stato poi ricostruito l’episodio dell’irruzione nella scuola Pascoli, liquidato dalla polizia come «un errore». Secondo i magistrati questa giustificazione non regge perché non si capisce perché i poliziotti «entrati per errore» abbiano poi spaccato tutto e si siano portati via cassette video e hard-disk.

Dalla memoria emerge una valutazione severa sulla qualità e modalità con cui è stata fatta l’operazione della polizia e soprattutto sul risultato ottenuto. Il preludio di questa operazione – hanno sottolineato ancora i pm – è dato dal pestaggio di cui fu vittima il giornalista inglese Mark Covell, avvenuto davanti alla scuola, poco prima dell’irruzione

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referendum procreazione assistita: Grane Vittoria!

Pannella sul bus scoperto verso piazza Cavour

Procreazione assistita. Oggi in Cassazione le firme per i referendum

30 settembre 2004
Tra poche ore – alle 16 – tutti i comitati referendari che hanno promosso i 5 quesiti di abrogazione (parziale o totale) della legge sulla procreazione assistita consegneranno alla Corte di Cassazione gli scatoloni con le firme necessarie per la tenuta dei referendum. «Un’altra conquista civile dell’Italia rappresentata dall’ormai imminente successo della campagna referendaria», commenta il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone, che parla di «risultato straordinario, storico», con oltre un milione di firme per il primo quesito, quello di abrogazione totale.

Ieri i Radicali italiani e l’Associazione Luca Coscioni hanno organizzato una «marcia festosa», accompagnata da una jazz band, da Porta Pia alla sede della Cassazione, in piazza Cavour, dove in attesa del giorno della consegna si è svolta fino a tarda sera una veglia, alla quale sono intervenuti cantanti, attori, personalità politiche. Questa sera, infine, subito dopo la consegna delle firme – con Luca Coscioni, Emma Bonino, Marco Pannella, Daniele Capezzone, Marco Cappato e Rita Bernardini – i festeggiamenti proseguiranno a Campo de’ Fiori dalle 19 alle 24, con personaggi del mondo dello spettacolo, dell’arte, della scienza.

Si parla di circa 700 mila firme, ma c’è ancora cautela, spiega Marco Pannella: «I numeri li avremo in modo serio e puntuale domani. E’ una questione tecnica dovuta ai due distinti centri di raccolta, uno per il referendum per l’abrogazione totale, l’altro per i cinque singoli quesiti. Aspettiamo questa notte, ma con i previsti, ultimi arrivi di firme non dovrebbero esserci problemi». Riguardo la possibilità che la legge 40 venga modificata in Parlamento allo scopo di evitare il voto dei cittadini, Capezzone avverte: «E’ solo un pasticcio, e tanto più cercano di fare pasticci, tanto più andremo avanti per difendere il diritto degli italiani a potersi esprimere attraverso il referendum». «Se questo Parlamento, che ha approvato questa vergogna e questo schifo, si smentisce su tutto, allora saremo i primi ad applaudire», aggiunge Pannella.

Nel fine settimana si svolgerà il Comitato nazionale di Radicali Italiani, chiamato all’analisi politica degli eventi dell’ultimo trimestre, a partire dagli esiti della campagna referendaria. Sono invitati tutti i militanti che hanno partecipato alla raccolta delle firme.

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contro le violazioni dei diritti umani

Agli inizi di settembre, migliaia di Indiani provenienti da ogni regione della Colombia si sono messi in marcia per protestare contro l’uccisione dei loro leader da parte di tutte le fazioni coinvolte nella guerra civile che insanguina il paese. Oltre 40.000 indigeni appartenenti ai Paez, ai Guambiano e a molte altre tribù, hanno raggiunto pacificamente la città di Cali, nella parte sud occidentale della nazione. Nei primi 8 mesi di quest’anno sono già stati assassinati oltre 50 leader indiani per mano dei paramilitari di destra e dei guerriglieri di sinistra, mentre 4.500 persone sono state costrette a trovare rifugio in altri paesi. Il portavoce dell’organizzazione nazionale indiana ha dichiarato: “Stiamo protestando contro la guerra e le violazioni dei diritti umani dei nostri popoli, da qualunque parte vengano”

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qui nessun antenato

I Boscimani Gana e Gwi stanno lottando in ogni modo per la loro sopravvivenza. Il prossimo 29 settembre, i loro portavoce Roy Sesana e Jumanda Gakelebone arriveranno a Londra, ospiti di Survival, per raccontare al pubblico la storia della loro deportazione e della loro disperata battaglia per ritornare nella terra degli antenati: “Gli antenati non hanno nessun legame con noi qui [nei campi di reinsediamento]. Qui non riusciamo nemmeno a fare la danza della trance perché gli antenati non ci sono”. Nel frattempo, con l’aiuto della sezione americana di Amnesty International, i Boscimani stanno percorrendo gli Stati Uniti da costa a costa per sensibilizzare l’opinione pubblica del paese, che rappresenta il mercato più importante per i diamanti del Botswana. Tra i numerosi incontri sono da segnalare quelli con alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti, con il cantante-compositore Jackson Browne e le comunità degli Indiani Hopi e Navajo. Prima di rientrare nel Kalahari, i Boscimani visiteranno anche il Parlamento dei Sami in Norvegia, accompagnati da Survival. Il processo in corso presso l’Alta Corte del Botswana è stato nuovamente sospeso per aggiornamenti e riprenderà il 3 novembre prossimo. Nel frattempo, Survival International ha lanciato una nuova, massiccia campagna pubblicitaria in tutta Europa per aiutare i Boscimani a difendere il loro diritto alla terra e alla vita.

 

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ci hanno trattato con molto rispetto

29.09.2004
«I rapitori pensavano fossimo spie». Scelli: «Non parlate di riscatto»
di red Sono sbarcate alle undici e un quarto di sera a Ciampino, spiate dalle telecamera di Bruno Vespa in diretta tv. Alle 23.22 dalla scaletta dell’aereo appare il sorriso di Simona Pari, subito dopo Simona Torretta. Sono vestite di bianco, sorridenti, senza più il velo, si tengono per mano. A salutarle nel piccolo aereo che le ha portate a casa, un corteo di autorità, da Letta a Berlusconi, dal prefetto di Roma Serra, al sindaco Veltroni, da Fini a Rutelli. Vespa annuncia le prime parole di Simona Torretta: «È andata bene, ci hanno trattato con molto rispetto». Appena arrivate sono state portate, a bordo di un elicottero dei carabinieri, a Piazzale Clodio per essere interrogate dal pm romano Ionta sui loro 21 giorni nelle mani dei rapitori.

 

Alle 4.20, Simona Pari arriva finalmente di fronte al suo appartamento a Rimini. «Sto bene, grazie mille. Scusate ma sono molto stanca», si limita a dire, sorridendo, ancora una volta ai giornalisti. «È andato tutto bene, benissimo» aggiunge la madre Donatella. «Io adesso non c’entro più nulla, adesso avete lei» sottolinea il padre Luciano entrando nel portone di casa.

«I nostri rapitori pensavano fossimo spie»

Finisce così una notte frenetica. Da Baghdad a Ciampino, da Ciampino alla stanza del procuratore Ionta, dagli uffici del tribunale finalmente a casa. Simona Torretta è già tornata, ma non da molto, nel suo appartamento romano, a Cinecittà. «Rifarei tutto con tutte le conseguenze – afferma sicura – anche se mi dispiace per la sofferenza fatta provare a mia madre e il dispiacere che non si merita, però fa parte della vita». Tornerai in Iraq? Le chiede qualcuno: «Vedremo – risponde – probabilmente sì, ora devo stare vicino alla mia famiglia».

Ma come sono stati i ventuno lunghissimi giorni del sequestro? Come sono state trattate Simona e Simona? E chi erano i rapitori? «Religiosi che ci hanno insegnato i principi dell’Islam e alla fine si sono anche scusati e ci hanno chiesto perdono», dice Simona Torretta, che nel racconto del terrore non perde il sorriso: «Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto paura di morire – prosegue – In altri momenti ridevamo tra di noi».

I particolari del sequestro stanno nell’interrogatorio secretato dal pm Ionta, che ha ascoltato anche il commissario della Croce Rossa Scelli e il suo collaboratore iracheno Navar. «Non sapevano nulla di quello che succedeva all’esterno – ha raccontato ancora Simona Torretta al termine dell’interrogatorio – avevamo poche notizie. Sappiamo della solidarietà del popolo iracheno nei nostri confronti». Ma come resistere a 21 giorni di prigionia? «Con la fede. Abbiamo avuto tantissima fede e la forza interiore che ci ha sostenuto anche perché potevamo sostenerci solo da sole». Le due ragazze hanno raccontato ai magistrati di aver fatto un solo veloce spostamento dopo essere state portate via dalla palazzina di Un ponte per…. e di essere rimaste solo per qualche giorno con i due collaboratori iracheni. Tranne che negli ultimi giorni hanno sempre avuto gli occhi bendati e sono rimaste chiuse in una stanza, sdraiate. «I nostri sequestratori erano convinti che fossimo delle spie e che eravamo a Baghdad, tra la popolazione civile, non per aiutarli a per carpire informazioni», hanno detto ai magistrati. L’atteggiamento dei rapitori, inizialmente duro, sarebbe cambiato dopo aver constatato che le due ragazze sono davvero operatrici umanitarie. Poche parole da Simona Pari: «Siamo state trattate bene con calore e solidarietà»

«Nessun riscatto, ma…»

Il commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli, partito il giorno prima da Roma per Baghdad, è stato il primo ad accogliere Simona e Simona dopo la liberazione: «Sono stato otto ore in una stanza ad attendere i quattro ostaggi. Con me c’era il mediatore». Ma prima di loro era arrivato sul posto il cameraman della tv Al Jazira.

Tornato in Italia, Scelli ha ammonito: «Non voglio sentire parlare di riscatto. Questo discorso mi mette in condizione di perdere la neutralità. È un discorso che non voglio sia toccato perchè è un attentato alla vita di 25 persone che stanno curando 300 persone al giorno, oltre che alla mia persona».

«La Cri – ha aggiunto- è un ente pubblico ed è neutrale, non può permettersi di dare 100 lire che non siano documentate». Ma se il pagamento fosse stato fatto da altri? «Scusate – ha risposto Scelli – e chi le ha portate a casa le ragazze?». Insomma nessun riscatto, questa la sua versione. Oggi, comunque, arriveranno in Italia 15 bambini iracheni, garvemente malati. A portarli un aereo della Croce Rossa, che provvederà alla loro smistamazione in base alle loro patologie e alle disponibilità dei centri medici delle varie regioni. La notizia era stata diffusa ieri subito dopo la liberazione degli ostaggi

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Aleida Guevara March

Il Che e’ tornato!
Non proprio lui di persona, ma la figlia, Aleida Guevara March. Insieme all’organizzazione non governativa Movimiento Mexicano de Solidaridad con Cuba, ha lanciato una campagna per la liberazione di 5 cubani detenuti negli Usa. Arrestati nel 1998, sono accusati di spionaggio e condannati a pene da 15 anni all’ergastolo.
“Sono piu’ di 45 anni che a Cuba siamo vittime del terrorismo di Stato degli Usa” ha detto la figlia del Che, ma “non ci arrenderemo”.
Hasta la victoria siempre!

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chico eroe della patria

Francisco “Chico” Mendes, fondatore del movimento ecologista, assassinato il 22 dicembre 1988 per essersi opposto alla devastazione dell’Amazzonia, e’ stato iscritto nell’albo degli Eroi della Patria brasiliani.
I suoi assassini, due proprietari terrieri, sono in carcere, condannati a 19 anni di prigione.

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sondaggio GB

Il 71% dei britannici vuole che il premier Tony Blair fissi
una data per il ritiro delle truppe dall’Iraq. E’ quanto
risulta da un sondaggio del Guardian. Il 45% degli
interpellati giudica il conflitto “ingiustificato”.

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l’importanza dell’unità

La prima vittoria italiana in Iraq di Antonio Padellaro
La liberazione di Simona Torretta e Simona Pari è la prima vittoria italiana in Iraq. Perciò, all’immensa gioia per il ritorno a casa delle due coraggiose ragazze di pace, sane e salve, si deve accompagnare l’apprezzamento per chi ha reso possibile questo successo. Il giorno del rapimento, in un clima plumbeo e tra pensieri foschi, questo giornale si augurava di dover tessere, quanto prima, le lodi del governo poiché ciò avrebbe significato che tutto si era concluso per il meglio. Siamo qui a tener fede volentieri al nostro impegno. Il governo è stato attivo, tempestivo, efficace. Quando Berlusconi dice che il merito principale della trattativa è di Gianni Letta, per una volta siamo d’accordo con lui. Il sottosegretario di Palazzo Chigi è stato il terminale di tutti i fili politici, diplomatici e operativi. Senza dimenticare il lavoro svolto nelle capitali mediorientali dal ministro degli Esteri Frattini e il ruolo del presidente della Croce Rossa Scelli a cui le due italiane sono state riconsegnate nei pressi di una moschea illuminata.

 

Eravamo sul punto di dire bravo anche a Berlusconi (la gioia può fare di questi scherzi), ma ci siamo trattenuti quando lo abbiamo ascoltato in Parlamento mentre approfittava del momento per lanciare uno spot a favore della riforma che sfascia l’Italia. Al governo si deve anche la richiesta di collaborazione rivolta all’opposizione, e che l’opposizione ha immediatamente accettato, firmando con grande senso di responsabilità una sorta di garanzia in bianco.

Apertura di credito che subito qualcuno ha voluto chiamare unità nazionale, definizione che alla luce di quanto accaduto in questi ventuno giorni di attesa andrà meglio precisata.

Unità nazionale ha significato, innanzitutto, la condivisione di un profondo rispetto per ciò che le due Simone sono e rappresentano. I loro ideali di pace, le loro scelte di vita così votate al rischio e alla generosità, il loro mondo di riferimento: quello del volontariato, dei medici senza frontiere, dei ponti per. Rispetto che nei confronti di persone del genere sarebbe considerato dovuto in qualsiasi paese civile ma non in Italia dove esistono giornali che possono definire le due Simone delle stupidotte in cerca di emozioni annunciandone perfino la decapitazione avvenuta, tanto per togliersi il problema. Probabilmente un maggiore rispetto, una maggiore attenzione, una maggiore tempestività nell’intervento diplomatico avrebbe potuto salvare anche la vita di Enzo Baldoni.

Unità nazionale ha voluto dire una riconsiderazione in chiave umanitaria della cosiddetta politica della fermezza. La scelta, pretesa dal centrosinistra, di non lasciare nulla d’intentato per le due Simone ha generato un circolo virtuoso di iniziative internazionali, contatti riallacciati, mondi riavvicinati. I viaggi di Frattini hanno riattivato i canali con la Siria, la Giordania e i paesi del Golfo. In una regione, cioè, nella quale l’Italia un tempo svolgeva un ruolo poi sciaguratamente rinnegato.

Affidata al Sismi la strategia del negoziato ha dato i frutti sperati dimostrando che i nostri Servizi, messi nella condizione di operare senza incertezze o sovrapposizioni compiono le missioni. L’unica via d’uscita era quella di pagare un riscatto, di un milione di dollari si dice. Se è andata così, mai soldi sono stati spesi meglio. Chi adesso obietterà che è stato finanziato il terrorismo preferisce evidentemente dare spazio alla politica delle teste tagliate. Infine, dopo il prodigarsi del mondo islamico più vasto e rappresentativo (associazioni, intellettuali, esponenti religiosi) vedremo chi avrà il coraggio di parlare ancora di scontro di civiltà.

Unità nazionale è stata poi la fine della discriminazione continuata violenta e faziosa della maggioranza verso l’opposizione. Un presidente del Consiglio che per tre anni e mezzo mai si era voltato verso i banchi del centrosinistra, se non per irridere e lanciare accuse di inaffidabilità, ha dovuto cambiare atteggiamento. Incassando un indubbio successo d’immagine ma dimostrando che in un paese normale l’opposizione va rispettata e ascoltata. La prima volta che lo ha fatto il risultato ha unificato il paese.

Unità nazionale non è e non può essere nulla che non sia dettato da situazioni straordinarie in cui è richiesto lo sforzo comune. Non è inciucio o trattativa sottobanco. Non è ricerca di nuovi modelli di potere o di equilibri più avanzati. Per questo domani mentre continueremo a festeggiare Simona e Simona, l’opposizione tornerà a chiedere il ritiro del contingente italiano dal terreno di una guerra insensata. Sarebbe di nuovo unità nazionale se il governo accettasse di discutere l’uscita dall’incubo. Che non vuol dire abbandonare l’Iraq al suo destino. Ma che significa tornarci nel quadro della legalità internazionale e con lo spirito di solidarietà dimostrato da Simona Torretta e Simona Pari.

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c’eravamo tanto amati

QUANDO SADDAM ERA UN AMICO

 

“Vai, al link. >>> Scendi un po’, ci sono due signori che si stringono la mano… uno è chiaramente Saddam…. l’altro è Rumsfeld (anno 1983), c’è pure il video”. Alberto S.

Didascalia del video: : “Shaking Hands with Saddam Hussein,” Iraqi President Saddam Hussein greets Donald Rumsfeld, then special envoy of President Ronald Reagan, in Baghdad on December 20, 1983”.

Dunque, l’attuale ministro della difesa americano in visita (affettuosa) a Saddam come inviato del presidente Reagan. Poi, negli anni, qualcosa si e’ guastato. Molto guastato. Problemi di feeling? O di petrolio?

Allora leggetevi tutta la storia, basata sui documenti diplomatici del National Security Archive.

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quando eravamo amici

Quando Saddam Hussein fu nominato cittadino onorario della città di Detroit.

Il prete americano Jacob consegnò allora le chiavi della città quale ringraziamento per i soldi versati dal dittatore  alla chiesa locale.

Saddam Hussein: Honorary citizen of Detroit, Michigan

Saddam is third from the left  

Posted: 03/26/2003 04:09 pm

Years before Saddam Hussein became an enemy to the United States, he was reportedly seen as a friend and made an honorary Detroit citizen. 

In 1980 when Saddam Hussein was on good terms with America, he was quite the giver. Hussein donated money to help several churches in the motor city, Detroit.

There are pictures of a meeting between a Detroit priest and Saddam Hussein when he accepted the donation.

Father Jacob Yasso of the Sacred Heart Chaldean Church says, “He said, ‘We hear you have a debt on your church’. I said, ‘Yes Mr. President’. He said, ‘How much?’. I said ‘$170,000’. He said, ‘I’ll pay it off for you’.” 

Father Yasso returned the favor at that same meeting 23 years ago. He gave Hussein a key to the city of Detroit making him an honorary citizen.

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L’ultimo orrore dell’Iraq

Giuseppe Zaccaria , inviato de La Stampa

Esplodono bombe, cadono granate, si decapitano ostaggi ed ogni giorno almeno cinquanta persone muoiono in sparatorie, rapine o incidenti, lo sterminato obitorio iracheno continua a riempirsi di cadaveri e «l’industria della morte lavora a pieno regime». Qualche giorno fa l’idea di indagare in un angolo buio mai esplorato prima era nata da una frase del genere, sentita ripetere chissà quante volte in un programma televisivo, poi quell’angolo buio ha svelato una storia terrificante.

Chi parlava di «industria della morte» forse non si rendeva conto di quanto vicino fosse ad una realtà che sposta ancora e sempre più avanti i confini dell’orrore, da molti mesi in Iraq si vende la sola materia prima di cui in Paese sia diventato ricco, ovvero i corpi umani.
Cadaveri interi, organi per i trapianti, teste mozzate che finiranno nelle scuole per giovani dentisti vengono caricate ogni giorno su camion frigoriferi che partono verso il Kuwait ed iL confine iraniano, per poi disperdersi verso ospedali e centri clinici australiani, giapponesi, svizzeri. Il traffico muove miliardi di dollari e dispensa tangenti enormi, travolge ogni regola morale e remora religiosa, riafferma le regole selvagge di un mercato in nome dei quale si organizzano circuiti sempre più simili a un sabba diabolico.

Le prime tracce del traffico sono emerse qualche settimana fa proprio da un trasporto bloccato nel villaggio di Al Qaime, al confine con la Siria: dietro un carico di carne bovina erano occultati resti umani, l’autista ha provato a corrompere i poliziotti che evidentemente appartenevano ad un gruppo non ancora sufficientemente «oliato», ci sono state lunghe discussioni ed infine per colmo di atrocità quei resti sono stati dispersi nel deserto, non si sapeva cos’altro farne, nella zona non esistevano celle frigorifere nè si conosceva la provenienza dei reperti.

Quest’atroce storia sembrava una sceneggiatura da film dell’orrore anche a chi oggi ve la sta raccontando, poi qualche giorno fa una visita alla «morgue» della capitale e gli incontri con alcuni medici e qualche poliziotto hanno rivelato quanto sia autentica, e fino a che punto il traffico si riveli fitto e organizzato. All’ospedale di Tebe Al Adli, dove ha sede l’istituto di medicina legale, un medico che si chiama Selim Abbas ha raccontato come da mesi molti dei corpi portati all’obitorio mostrino strane mutilazioni.

«Abbiamo cominciato ad accorgercene durante lo scorso inverno quanto le auto-bomba hanno preso a moltiplicarsi e dunque anche i corpi di vittine civili arrivavano a frotte. Alcuni risultavano scempiati dall’esplosione altri dal bisturi: era evidente, e sempre più lo è stato nei mesi successivi, che qualcuno caricava i corpi delle vittime solo per condurli in ospedali o studi privati nei quali venivano espiantati con grande rapidità cuore, reni e fegato congelando subito gli organi e facendo poi giungere a noi quel che restava».

La vicenda parrebbe ancora incredibile se a confermala ulteriormente non fossero le parole di Safa Adnan, generale e responsabile del reparto di polizia criminale, un uomo di mezza età che sembra averle viste tutte e spiega come traffici di questo tipo avessero avuto origine già ai tempi di Saddam.

«Purtroppo – racconta con mesta ironia – in questo Paese i morti non sono mai mancati e già alcuni anni fa accadde che un ladro, entrato di soppiatto in una grande villa di Al Mansour con l’idea di rubare, invece di arredi preziosi trovasse all’interno una serie di refrigeratori con resti unami. Il bandito fuggì subito ma poi segnalò la cosa alla polizia, ci furono irruzioni e arresti, i giornali di Saddam ne parlarono molto, s’era scoperto un traffico di membra umane fra l’Iraq e gli Emirati con destinazione Occidente. Sa, a voi occidentali i musulmani potranno anche non piacere però forse a pezzi sono più appetibili, possiedono cuore e fegato come tutti…».

Il traffico iniziatosi negli anni scorsi trovava base nella corruzione di alcuni funzionari del regime e nei disastrosi effetti economici dell’embargo. E’ perfino troppo logico che dopo la guerra sia ripreso in forme centuplicate a causa del semplice e terribile fatto che la povertà continua a dilagare mentre la materia prima si è resa molto più disponibile. «In certi giorni, quando si perpetrano le stragi più sanguinose le quotazioni scendono, un cuore appena espiantato può valere appena duecento dollari».

«Quando riusciamo ad arrestare i trafficanti siamo inflessibili, gente simile merita solo la morte», continua Adnan. «Teniamo gli occhi particolarmente aperti, adesso registriamo subito qualsiasi arrivo all’obitorio, fotografiamo le vittime e identifichiamo chi ha trasportato il corpo però il fenomeno è troppo esteso per poterlo affrontare compiutamente. Un paio di mesi fa abbiamo arrestato trafficanti appartenenti a bande diverse però erano i pesci più piccoli, per così dire i barellieri mentre ogni organizzazione dispone di “sciacalli”, espiantatori nascosti fra i medici e semplici trasportatori. Qualcun’altra invece arruola rapitori professionisti che prendono gente per sezionarla, soprattutto bambini».

Di queste ultime cosche parleremo fra breve, adesso cerchiamo di capire come funziona il saccheggio dei corpi. A spiegarcelo meglio è la dottoressa Tahrid Mohammned, ginecologa alla clinica Al Beyah: «Nella classe medica di Baghdad si discute molto di questo fenomeno perchè si è fatto sfacciatamente evidente, esistono almeno quattro organizzazioni che il città raggruppano gli “sciacalli», sono munite di furgoni e ambulanze oppure ricattano gli autisti degli ospedali. Dovunque si verifichi una strage questi criminali arrivano, scelgono le vittime con occhio esperto (i più giovani, i meno devastati, quelli che magari respirano ancora) e le trascinano via. Quando i resti giungeranno agli istituti di medicina legale, ai parenti verrà detto che il corpo era irriconoscibile ed è stato subito inumato, così decine o forse centinaia di iracheni si trasformano in merce per il mercato mondiale del trapianto».

Già, il mercato mondiale. Duemila dinari per un rene (circa millecinquecento dollari), mille per un fegato in buone condizioni, appena cinquanta dollari per una testa che nelle scuole odontotecniche d’Occidente servirà alle esercitazioni degli allievi sono prezzi incredibilmente allettanti, circa un decimo di quel che si pagherebbe in Europa rivolgendosi, come di solito avviene, ad ospizi oppure ospedali.

«Si conoscono bene anche i nomi dei grandi trafficanti», racconta un altro medico all’ospedale «Al Hayal», che in questo caso converrà lasciare anonimo. «I più famosi sono un cittadino turco ed un iraniano, li conoscono tutti, come si sa benissimo che gran parte dei trasporti all’estero passa per il villaggio di Shalanga a Sud di Bassora. Lì pare che le tangenti tocchino anche a funzionari occidentali». Nell’ambiente si dice che lo scorso giugno il mercante turco associato ad un cingalese avrebbe esportato reperti umani per 4 milioni di dollari.

In fondo però non c’è troppo da stupirsi, le dure leggi di un Paese trasformato in palestra e tempio dell’iperliberismo vogliono che si esporti la materia prima di cui si dispone in abbondanza. «Purtroppo – aggiunge il generale di polizia, questa volta senza ironia alcuna – temiamo da mesi che bande di delinquenti esportino anche bambini, rapiti per il medesimo scopo». Ma questo è troppo anche per chi si è abituato all’orrore quotidiano di questa fabbrica di morti.

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una dormita di solidarietà

17 ottobre Sleepout, la notte dei senza fissa dimora

Lo Sleepout e’ una manifestazione che si svolge la notte del 17 ottobre, per celebrare la giornata mondiale Onu contro la povertà. La manifestazione, aperta a tutti, consiste nell’invito di certo provocatorio a dormire in una piazza della propria città per solidarietà con le persone senza dimora che per strada vivono tutto l’anno. La Notte è coordinata da “Terre di mezzo” ed è organizzata nelle varie città dai giornali di strada e dai volontari che si occupano di senza dimora. La Notte vuole essere pacifica e impegnata: dentro c’è spazio per l’informazione (durante la serata vengono diffusi i dati aggiornati sulle persone senza dimora in Italia), per la denuncia (vengono additate eventuali mancanze nell’assistenza ai senza dimora), per la partecipazione (dormire in strada è uno speciale gesto di condivisione) e per la festa (prima di mettere giù il sacco a pelo, cibo e bevande calde ma anche musica e danze per scaldarsi). Le passate edizioni

La Notte dei senza dimora si ispira all'”Euro-sleep out”, manifestazione svoltasi a Bologna negli anni ’90. L'”Euro-sleep out”, meeting per addetti ai lavori nel campo dei senza dimora, culminava con una notte all’addiaccio, per provare direttamente cosa significasse vivere in strada.
Il 17 ottobre, giornata mondiale Onu contro la povertà, per tutti i giornali di strada del mondo (www.street-papers.org) è da sempre la giornata più importante dell’anno. Ogni giornale, per sensibilizzare sul problema della povertà, la celebra a suo modo, con convegni, manifestazioni, numeri speciali. “Terre di mezzo”, dal canto suo, ha proposto già nel 2000 la prima edizione della “Notte dei senza dimora”.
Il primo anno si svolse solo a Milano, con la collaborazione del giornale di strada “Scarp de’ tenis” e l’affluenza di ben 124 saccoapelisti solidali.
Nel 2001 la Notte si è allargata, svolgendosi a Milano e a Roma. Nel 2002 la manifestazione è stata celebrata in ben 11 città diverse (Milano, Roma, Genova, Firenze, Venezia, Verona, Vicenza, Viareggio, Lecco, Pavia e Trento) con ben 403 persone disposte a dormire fuori.

 

 

Obiettivi della Notte in piazza

La Notte dei senza dimora non si pone certo l’obiettivo di eliminare la povertà con raccolte di soldi o collette. Invece è un’occasione importante per informare, denunciare, avvicinare e condividere.

 

Informare: i senza dimora sono troppo spesso giudicati secondo stereotipi. Durante la Notte le associazioni e i giornali di strada distribuiscono materiale e dati aggiornati sui senza dimora. E i mass-media hanno dimostrato da sempre grande attenzione all’evento.

Denuciare: alla Notte vengono sempre invitati gli amministratori pubblici perché diano conto delle loro politiche a favore dei senza dimora. A Firenze lo scorso anno è venuto in piazza il vice-sindaco; a Venezia, Roma, Pavia e Genova gli assessori all’assistenza sociale. In occasione della Notte (che essendo ad ottobre è alla vigilia della cosiddetta “emergenza freddo” invernale) gli organizzatori denunciano mancanze e problemi nell’assistenza e i politici prendono impegni importanti.

Avvicinare e condividere: la Notte, con il gesto concreto della dormita in piazza, serve ad avvicinare chi partecipa alla condizione delle persone senza dimora. Dormendo per terra si prova una nuova prospettiva e, anche se solo per una notte, ci si mette nei panni dei senza dimora, valido ed intelligente esercizio per capire per chi sta peggio

 

shukran a STREGA

bentornata fra noi…

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vogliamo tornare nella giungla

I Vedda dello Sri Lanka si sono appellati al governo del loro paese chiedendo di poter fare ritorno alle loro terre. “Quando vivevamo nella foresta, avevamo tutto quello che ci serviva” ha raccontato recentemente un uomo Vedda a Survival; “Nei villaggi, invece, non troviamo nulla. Vogliamo tornare nella nostra giungla”. I Vedda hanno vissuto nelle foreste dello Sri Lanka orientale fino al 1983; erano autosufficienti e vivevano di caccia, raccolta e agricoltura a rotazione su piccola scala. Sono stati costretti a lasciare le loro terre quando il governo le ha destinate ad area protetta istituendo il Parco Nazionale Maduru Oya. Oggi vivono in campi allestiti dal governo fuori dai confini del parco, e gli sono state proibite sia la caccia sia la raccolta di sussistenza. Spesso vengono arrestati e multati perché sorpresi a cacciare nei loro territori.

http://survival-international.org

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bambini ridotti a tossici

Gli antidepressivi ai bambini fanno male
E’ la conclusione a cui e’ giunta la Food and Drug
Administration, massima istituzione medico-
farmacologica americana, dopo circa 8 mesi di studi.
Gli esperti dell’Agenzia hanno concluso che tra il 2 ed il
3% dei bambini sottoposti a trattamenti con gli
antidepressivi, in particolare inibitori della ricaptazione
della serotonina, manifestano tendenze suicide.
Attualmente negli Usa solo il Prozac e’ stato autorizzato
per la somministrazione ai bambini ma di fatto anche tutti
gli altri depressivi vengono prescritti ai minori.
Si stanno studiando misure per fermare il fenomeno.

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boicottaggio comunale

Il Consiglio comunale di Firenze ha approvato una
mozione che impedisce all’amministrazione di avere
rapporti economici con banche coinvolte nel commercio di
armamenti, le cosiddette banche armate.
Su http://www.banchearmate.it c’e’ la lista.
Fonte: www.Vita.it

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ritirare le truppe da quel paese

E’ bello che le due Simone e i loro colleghi iracheni possano finalmente tornare a casa.
E’ bello che siano libere, che possano riabbracciare i loro cari, i loro amici. Un abbraccio lo mandiamo anche noi, alle due Simone, ai loro collaboratori, ai loro colleghi.
E’ bello. Ma soprattutto è giusto.
Perché Un ponte per, le due Simone e i loro colleghi iracheni si sono sempre detti per la pace. E contro la presenza di truppe occupanti.
Forse anche questa volta non sapremo mai come è andata questa vicenda. Forse non sapremo mai come è andata la trattativa.
Ma indipendentemente da chi si metterà la medaglia per questa vicenda, rimane il fatto che si è conclusa nel modo giusto.
Adesso, non resta che fare l’unica altra cosa giusta possibile. Ritirare le truppe da quel Paese.

Maso Notarianni

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