2005

GUERRILLA RADIO: COLOMBE BIANCHE IMPRIGIONATE

Ancora in stato semi-confusionale,
mi aggiro fra le strade di questa città cercando di ritrovare una mia
identità perduta.

Ma sono dove non dovrei essere,
provengo da un posto che pensavo per me mai potesse esistere.

 

 

 da IL MANIFESTO, 30 DICEMBRE 2005 :

7 GIORNI PRIGIONIERO

«Io, pacifista, torturato da Israele»

Fermato all’aeroporto di Tel Aviv, Vittorio Arrigoni è rimasto una settimana in cella. Ammanettato, preso a calci nei testicoli e insultato, è ora tornato in Italia. Il suo racconto
VITTORIO ARRIGONI


Sono ancora intorpidito, tornato da qualche ora in Italia, stamane (ieri per chi legge ndr) risvegliandomi a casa, fra la mia famiglia, ho tratto un sospiro di sollievo. Ma permane lo sconforto per non trovarmi laddove avrei dovuto essere. Avevo tutte le buone intenzioni e la ragioni, e il diritto di oltrepassare il confine israeliano, invitato ad una conferenza internazionale sulla non violenza. Avevo raccolto dei soldi per un orfanotrofio di Tulkarem, cui rimango affezionato, e alcune famiglie con cui ho condiviso in passato lutti, disgrazie e speranze, mi aspettano ormai da due anni. Sono stati giorni difficili, di tremendi sacrifici, specie dopo che sono stato messo in una cella in isolamento con una telecamera fissata sulla mia branda, 24 ore al giorno, sottoposto a privazioni fisiche e intimidazioni psicologiche.

Mattatoio all’aeroporto

Il mattatoio mercoledì 21. Nonostante avessimo più volte comunicato al capo del centro di detenzione in cui siamo stati rinchiusi, la nostra ferma intenzione di non lasciare Israele prima di apparire dinanzi alla corte, e che un avvocato stava lavorando per far sì che ciò avvenisse in tempi brevi (cosa che poi puntualmente è accaduta) il pomeriggio di mercoledì poliziotti con fare molto aggressivo si sono presentanti nella cella per portare via Michael, rispedirlo in Inghilterra. Michael allora si è accucciato nel centro della stanza, rifiutandosi di collaborare, richiedendo più volte – e io con lui – di contattare il nostro avvocato. A questo punto i poliziotti ci hanno urlato che erano autorizzati a portarlo via con la violenza. Io so che Michael, sulla cinquantina, ha problemi alle ossa delle gambe, per cui ero molto preoccupato non si facesse male. Nel momento in cui i poliziotti provavano ad afferrarlo, mi sono interposto fra lui e loro, richiedendo a gran voce il mio diritto di contattare il consolato italiano. La risposta di un poliziotto è stato una ginocchiata ai testicoli. Hanno cercato allora, ammanettandomi un polso, di trascinarvi via dalla stanza ed io con tutte le mie forze, in maniera non violenta, ho cercato di impedirglielo, aggrappandomi agli angoli del muro, ai piedi del letto.

Hanno cominciato a colpirmi duramente, con calci e pugni, soprattutto sulla schiena. Una volta riusciti a trascinarmi nel corridoio, la violenza da parte dei poliziotti è aumentata (Michael mi dirà in seguito che erano sette a «occuparsi» di me) Nonostante il mio fisico atletico sono cardiopatico, (seguo una terapia che prevede l’assunzione di 2 pillole al giorno).

 

Punti di sutura strappati coi denti

Schiacciato a terra e malmenato da diversi poliziotti, ho iniziato ad avere problemi di respirazione, gridavo di lasciarmi, ma loro non demordevano. Quando infine ho avvertito una fitta al cuore, la mia preoccupazione si è fatta panico. Sono riuscito ad allungarmi e ad afferrare un vetro dal pavimento, una cornice di un quadro che nel frattempo cadendo era andata in frantumi. Essendo una persona non violenta, piuttosto che muovere violenza verso qualcuno sono disposto a infliggermela a me stesso. Allora ho iniziato a tagliarmi, prima il viso, poi un braccio, infine la mano, pensando che la vista del sangue placasse la ferocia dei mie aguzzini. E così infatti, dopo alcuni minuti, i poliziotti hanno mollato la presa, mi hanno permesso di prendere la mia medicina per il cuore e un’ambulanza mi ha condotto in ospedale, dove accertamenti concluderanno poi che la fitta non è il cuore ma uno strappo al muscolo pettorale dovuto ai maltrattamenti subiti.

Mi hanno ricucito anche alcuni tagli sulla mano, ma in maniera rozza, senza disinfettare le ferite, tanto che il giorno dopo si sarebbero infettati. Ma quando ho mostrato la mano ai poliziotti dall’oblò della mia cella, questi mi hanno risposto che loro non erano dottori, che mi arrangiassi. Coi denti sono stato costretto allora a rimuovere da solo i punti di sutura. Per tutto il tempo prima, durante, e dopo l’«incidente» ho continuamente richiesto di esercitare il mio diritto a contattare il mio avvocato e il consolato italiano, inutilmente. «Adesso non è possibile», la risposta ai miei continui appelli.

Di ritorno dall’ospedale, a cui sono stato condotto incatenato braccia e gambe a una barella manco fossi un pericoloso criminale, un poliziotto mi ha detto che potevo telefonare al mio console, sì ma una volta arrivato in Italia! I medicinali per curare la mia cardiopatia mi sono stati requisiti dalla polizia e mai più restituiti. Per due giorni ho subito privazioni di cibo, e nella mia cella è stato spento il riscaldamento. Non ho potuto né lavarmi né cambiarmi i vestiti incrostati di sangue. Sino a quando il console italiano, avvertito dal mio avvocato a suo volta avvisato da uno dei miei compagni reclusi che hanno assistito alla scena, non è arrivato al centro di detenzione a ristabilire i miei diritti. Sono grato per tutto l’operato del console Andrea de Felip a mio favore, nel difendere i diritti di un cittadino italiano non incriminato per nulla.

 

Una sentenza già scritta

Durante un interrogatorio nel quale insistentemente mi si chiedeva, il perché avessi preso le difese di una persona che non è un mio amico, che conosco solo da pochi giorni, la mia risposta è stata più volte per «umanità», per «senso di umanità». Insistevano a non capire. Sono seguiti giorni difficili di isolamento sino a martedì 27, quandoci siamo presentati dinanzi alla corte israeliana. Ma la sentenza era già scritta, storia vecchia. Ho avuto sentore di tutto questo il giorno prima, quando nella mia cella, ho ricevuto la visita, sgradita visita, di un uomo in borghese che con fare arrogante ha iniziato a tempestarmi di domande. Alla mia richiesta di identificazione, l’uomo dopo qualche tentennamento si è definito un membro dei servizi (intelligence). E ha concluso il suo interrogatorio chiedendomi se realmente mi illudevo che l’indomani il giudice avrebbe potuto emettere una sentenza a nostro favore.

Le motivazioni con cui il giudice ci ha rifiutato un visto per entrare in Israele, rasentano il ridicolo. Dalla sentenza del giudice infatti si desume che dall’Italia siano giunte informazioni a riguardo di un mio coinvolgimento attivo in una rete internazionale radicale vicino agli anarchici. Premesso che abbracciare un’ideologia anarchica, non mi risulta essere di per sé un crimine, non ho mai avuto a che fare nella mia vita con movimenti anarchici.

Vivo un vita tranquilla, sono una persona piuttosto solitaria che trascorre le ore libere dal lavoro con gli amici, o accompagnandomi a un buon libro. Non svolgo alcuna attività politica qui in Italia, se si esclude la gestione di un blog in cui cerco di riflettere sui temi della cronaca quotidiana. (http://guerrillaradio.iobloggo.com/) Una volta all’anno parto per partecipare a progetti umanitari fuori dall’Italia in cui presto il mio lavoro volontario. Sono stato in Europa dell’Est e in Africa, a costruire orfanotrofi, ostelli per senza tetto, ristrutturare ambulatori, centri comunitari. In Palestina aderisco ai progetti dell’International Solidarity Movement (Ism), perché li ritengo al momento i migliori per lo stato di urgenza dovuta all’occupazione israeliana, ma mi sento libero anche in futuro di partecipare ad altri progetti con altre organizzazioni.

 

Osservatore per i diritti umani

Tutto ciò mi fa pensare alla vera utilità svolta dai servizi di intelligence nei vari paesi, a quella mano oscura di così arguti da non riuscire a sventare clamorosi attentati, tutti intenti a redigere dossier palesemente inventati per donare una parvenza di giustificazione che dia il via a questa o quella guerra. Gli stessi servizi, che dall’Italia hanno passato informazioni totalmente false a Israele riguardo alla mia persona. Il giudice ha anche sentenziato che in passato io e i miei compagni avremmo partecipato a manifestazioni violente nella West Bank. Anche questo è falso, alle uniche manifestazioni in Palestina contro il muro dell’apartheid a cui ho assistito, la mia presenza era in loco solo come osservatore di diritti umani, e in questi casi ho dovuto denunciare che le violenze giungevano dai soldati israeliani armati, piuttosto che da civili palestinesi disarmati.

Nonostante l’esito negativo della sentenza emessa dalla corte, continueremo a percorrere ogni via legale e lecita per cercare di spezzare questa catena di apartheid, questa continua illecita e illegale discriminazione promossa da Israele verso attivisti pacifisti e operatori umanitari. Israele deve capire che la presenza di internazionali in Palestina, che lavorano per la pace, non è una minaccia, ma appunto un incentivo al processo di pace fra palestinesi e israeliani. Che da una conferenza internazionale sulla non violenza Israele ha tutto da guadagnare, allorché la resistenza palestinese decidesse di adottare strategie ghandiane. Non è isolando la Palestina che Israele costruisce la sua sicurezza. Israele deve capire che la presenza di cittadini italiani, inglesi, spagnoli o americani in Palestina funge da deterrente alle continue violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito israeliano, e da ciò ne trae beneficio Israele stesso, perché violenza genera sempre violenza, e una Palestina libera dall’occupazione militare sarebbe la migliore garanzia di sicurezza per i cittadini isrealiani.

Mentre alcuni media, rappresentano una visione del conflitto in cui Sharon e il suo governo avrebbero bruscamente virato per una politica di pace, noi che in Palestina ci mettiamo costantemente piede, sappiamo che il muro dell’apartheid continua a essere costruito, che la terra palestinese viene continuamente confiscata, che alle colonie evacuate da Gaza è corrisposta una maggiore espansione coloniale nella West Bank, che l’occupazione militare è causa di miseria e morte a tutte le ore nella vita di ogni palestinese. La criminalizzazione della pace deve essere impedita. Per questo non abdichiamo, continueremo a cercare di varcare i confini israeliani con il nostro messaggio pacifista, e in questi giorni altri volontari si stanno muovendo, pronti a partire, ben consci che i giorni di prigionia a cui siamo esposti non sono nulla in confronto alle atroci sofferenze che i detenuti palestinesi subiscono nelle carceri israeliane illegali sparse su territorio palestinese.

L’immobilità del governo italiano

Dopo questi giorni per me così provanti, raccolgo ciò che di positivo se ne è tratto. Perché se sia qui in Italia, che in Australia, che in Inghilterra, questo problema è stato risollevato, se qualche coscienza è stata risvegliata, se l’ingiusta giustizia israeliana si è trovata imbarazzata nel dichiarare colpevoli dei pacifisti innocenti, il nostro «sacrificio» non è stato per niente vano. Soprattutto, se uomini politici, senatori e parlamentari attualmente all’opposizione, si sono interessati al mio caso, ciò è di buon auspicio per possibile nuove azioni qualora ci sia un passaggio di potere al governo. Perché ciò che mi ha più sconsolato, più delle umiliazioni e delle intimidazioni nel mio periodo di detenzione, è stata proprio l’immobilità dell’attuale governo nei confronti di un suo cittadino ingiustamente incarcerato. Dovessi trovarmi in futuro in una situazione simile, voglio sperare di poter essere assistito da un governo meno interessato a interessi strategico-militari e più coinvolto nella lotta per il rispetto dei diritti umani.

 
 
Ringrazierò personalmente,
entro qualche giorno
tutti coloro che si sono occupati in qualsiasi maniera del mio caso.
(specie dandone notizia laddove i grandi media latitavano)
 

Per il momento devo riuscire ancora a scrollarmi di dosso
questa sorta di commozione cerebrale,
da
libertà riavuta-libertà negata.

guerrillaradio alias vittorio arrigoni (o viceversa)

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JACOPO VENIER: un interrogazione urgente proguerrillaradio

libertà a tutti i prigionieri politici palestinesi

 

jacopo venier in visita del rais Arafat assediato

 

ITALIANO ARRESTATO A TEL AVIV:
RILASCIO IMMEDIATO
O CRISI DIPLOMATICA

Chiediamo, con una interrogazione parlamentare urgente, al governo italiano di intervenire immediatamente nei confronti del governo israeliano per ottenere il rilascio di Vittorio Arrigoni, arrestato a Tel Aviv lunedì mattina, mentre si apprestava a partecipare in Palestina ad una conferenza internazionale sulla non-violenza. Il governo israeliano continua ad agire contro cittadini italiani che hanno la sola colpa di mobilitarsi per una pace giusta. Negli ultimi mesi centinaia di italiani hanno denunciato il fatto di essere stati respinti alla frontiera di Israele, spesso con minacce o addirittura percosse, perché intendevano incontrare le organizzazioni pacifiste palestinesi e israeliane. Adesso addirittura vengono arrestati. Si tratta di una palese violazione degli accordi bilaterali con l’Italia. Il governo di Israele deve cessare immediatamente questa pratica, oppure il governo italiano sarà tenuto, per reciprocità, ad introdurre il visto politico per l’ingresso di cittadini israeliani in Italia.

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Italiano arrestato a Tel Aviv, interrogazione del PdCI

Mercoledì, 21 dicembre 2005

Iacopo Venier, Responsabile Esteri PdCI, ha chiesto, con una interrogazione parlamentare urgente, al governo italiano di intervenire immediatamente nei confronti del governo israeliano per ottenere il rilascio di Vittorio Arrigoni, arrestato a Tel Aviv lunedì mattina, mentre si apprestava a partecipare in Palestina ad una conferenza internazionale sulla non-violenza.

Il governo israeliano continua ad agire contro cittadini italiani che hanno la sola colpa di mobilitarsi per una pace giusta – scrive Venier – Negli ultimi mesi centinaia di italiani hanno denunciato il fatto di essere stati respinti alla frontiera di Israele, spesso con minacce o addirittura percosse, perché intendevano incontrare le organizzazioni pacifiste palestinesi e israeliane. Adesso addirittura vengono arrestati. Si tratta di una palese violazione degli accordi bilaterali con l’Italia. Il governo di Israele deve cessare immediatamente questa pratica, oppure il governo italiano sarà tenuto, per reciprocità, ad introdurre il visto politico per l’ingresso di cittadini israeliani in Italia.

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guerrilla radio in volo per tel aviv

questo  post
è stato programmati in modo
di apparire su questo sito
nel momento stesso in cui sorvolo Israele,
e successivamente sono sottoposto agli inevitabili controlli
(inevitabili per la mia persona,
specificatamente)

 
guerrilla radio alias VIK
——————————————

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COMUNICATO STAMPA:

AZIONE DI GIUSTIZIA PER LA PALESTINA:
SPEZZARE LA CATENA DI APARTHEID
 
Ho deciso di provare a tornare in Palestina.


Insieme ad un’altra decina di volontari, attivisti non violenti dell’organizzazione internazionale ISM (international solidarity movement),
siamo giunti alla conclusione che è ora di spezzare la catena di apartheid, di agire perchè sia cancellata la lista nera israeliana che non permette più ad operatori umanitari e pacifisti come noi (e come noi ci sono anche volontari di Christian Peacemaker Teams, International Women’s Peace Service e altre ong)
di arrivare in Palestina per compiere il nostro progetto di pace e di servizio umanitario.

.
Abbiamo ricevuto un invito a prendere parte alla Conferenza Internazionale sulla Non-Violenza (http://www.celebratingnv.org/),
che si terrà a Betlemme gli ultimi 3 giorni di questo mese, e vedrà impegnate delegazioni da tutti i paesi riunitesi per condividere le proprie esperienze a sostegno della pace.
.Eminenti personalità del mondo non-violento fra i quali il figlio di Martin Luther King saranno presenti in quei giorni a Betlemme.
Anche l’Autorità Nazionale Palestinese ci ha fornito il suo invito ufficiale a partecipare all’evento a nome dell’ISM.
.

In passato oltre duecento persone si sono viste rifiutare l’ingresso in Israele (unica via di accesso ad una Palestina ancora occupata),
per imprecisate “security grounds”, ragioni di sicurezza. Questa è la scusa utilizzata dalle autorità israeliane per espellere dai propri confini volontari dei diritti umani e attivisti non violenti.

Abbiamo allora deciso di intraprendere un’azione per sbloccare questa lista nera che ci discrimina.

.
Arriveremo direttamente a Tel Aviv,
e ci rifiuteremo se espulsi di prendere quell’aereo che dovrebbe riportarci a casa.

Questo potrebbe comportare una possibile nostra detenzione da parte dei servizi di sicurezza israeliani.
Abbiamo a tal ragione incaricato un avvocato affinchè supervisioni la nostra intera azione, e che cercherà di far valere i nostri legittimi diritti di entrare in Palestina.
Avremo bisogno anche di un sostegno mediatico, speriamo quindi che giornali e radio inglesi ed italiani raccolgano i nostri comunicati stampa e informino sull’evolversi della nostra azione.
Personalmente mi auguro che anche il rivoluzionario variegato emisfero dei blogs
esprima la sua solidarieta’ nel segnalare nostri possibili aggiornamenti
..

Il nostro primo intendimento è rispondere alla continua repressione e criminalizzazione esercitata da Israele contro palestinesi e internazionali impegnati in attività umanitarie.

Intendiamo mettere la parola fine a questo deliberato isolamento imposto da Israele sui civili palestinesi,
negando loro la solidarietà internazionale e l’assistenza umanitaria.

Da parte mia confido che la democrazia professata da Israele si concretizzi nel pieno rispetto dei miei diritti di cittadino italiano,
di viaggiare e spostarmi, di andare a ricevere e donare l’affetto di quegli amici che ho lasciato sia in territorio israeliano,
che in quello palestinese.

Non ho alcun timore di rischiare sulla mia pelle
per rivendicare un diritto fondamentale come quella della libertà,
la mia libertà di portare sostegno ai più disperati,
la mia libertà di sostenere quelli si sentono dimenticati,
la semplice libertà di ricevere abbracci da quelli che considero miei fratelli
sebbene di un’altra lingua e cultura.
 
Vik nasser.

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shayef el bahr shou kbir (GUERRILLARADIO TORNA IN PALESTINA)

Smesse le ideali vesti
di Guerrilla radio.
 
Riposta l’aguzza penna
nella fodera della sciabola
di questo sito,
 
E’ ora di tornare a incarnare
l’eroiche gesta di un popolo intero.
 
Ora di immedesimarsi totalmente
sangue-cuore-cervello
in chi non retrocede di neanche un passo
dinnanzi all’oppressore.
 
In chi non abdica la resistenza,
la lotta per la propria sacrosanta autodeterminazione,
sino alla vittoria:
la liberazione dall’occupazione israeliana.
 
Allora scenderò entro poche ore
direttamente alla prima porta del mio inferno.
 
E se ci fosse ancora violenza,
sarò
saremo disposti ad assorbire questa ennesima violenza,
da non-violenti
a non soccombere dinnanzi ai possibili pestaggi.
.
Memore di tutti gli insegnamenti della mia più stretta ascendenza,
non retrocedò dinnanzi al manganello fascista
ne allo stivale israeliano che calcia la mia faccia.
 
Così come i palestinesi
traggono nuova linfa di rivincita da ogni sconfitta,
nuovo rigore e sostanza 
dal sangue dei loro morti,
 
del mio sangue sono disposto a sporcare le coscienze dei miei possibili aguzzini,
 
sinchè il sangue non sarà il rosso della loro vergogna
sinchè il sangue non sarà il semaforo rosso alla loro violenza
sinchè il sangue non sarà il colore del tramonto
della malattia dell’ odio.
 
Vik. torna ad esser Nasser

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il Berliner Mauer tedesco e l’apartheid wall israeliano.

Il 9  novembre 1989 cadeva il muro di Berlino,
uno dei momenti più significativi della fine del secolo scorso.
 
Il dramma di uno stesso popolo, in uno stesso stato,
diviso a metà da politiche di divisione egemonica fra est filosovietico e ovest filoccidentale,
dopo 31 anni  si concluse una sera a suon di martellate,
riunendo ciò che era stato artificialmente e forzatamente separato.
 
Pare assurdo, ritrovarsi in un Nuovo secolo,
e dover accertare il  sorgere di nuovi muri di segregazione.
Come al solito, la storia non aiuta ad insegnare,
 
Così il nove novembre non rimane solo una data per ricordare un muro che è morto,
che è crollato, dalla foga di voler rinsaldare abbracci spezzati
ma anche quello che è risorto, a segregare,
in Palestina.

Il 9 novembre diviene quindi la giornata internazionale di solidarietà con i palestinesi contro il Muro della Segregazione.
.
Utilizzato da israele come un nuovo strangolamento della Palestina e come ultimo assalto in ambito di politica di occupazione,
quest’ultimo muro, a differenza di quello di Berlino,
produce ben più sofferenza alla popolazione civile:
confisca di terre, confisca delle fonti idriche, distruzione della vita e delle risorse dei palestinesi,
senza contare il crescente numero di morti e feriti colpiti dalla macchina di morte israeliana, colpiri mentre cercavano di difendere legittimamente la loro terra. 
Il tutto in nome di una nuova espansione delle misure colonialiste sotto il solito pretesto adottato sin dal 1948.
.
Guerrilla radio auspica che presto anche questo muro
faccia la stessa fine del precedente ridotto in macerie.

g. r.

alcuni dati:
 
La costruzione del muro
ha interessato più di 200.000 persone residenti nelle aree limitrofe dei distretti di Jenin, Tulkarem e Qalqiliya.
La città di Qalqiliya è Interamente circondata dal muro, Tulkarem è isolata da un lato dal Muro stesso e dall’altro dalla “Barriera di Isolamento” (un espansione del Muro che assicura una totale ghettizzazione della città) e 18 villaggi sono circondati da tutti e tre i lati dal Muro.
In diversi punti il muro penetra per 6 KM nella West Bank tagliandola per più di 1/10.
Quasi 11.500 persone provenienti da 16 villaggi sono intrappolate tra il Muro e la Linea Verde del 1967 in aree annesse di fatto a Israele e ora definite “zone a sorveglianza militare”.
10 colonie/insediamenti israeliani sono stati annessi di fatto.
La maggior parte della terra fertile di 50 villaggi sarà separata e isolata dal resto della comunità.

121.455 ettari di terra1 – il 2%della West Bank – è stata annessa di fatto durante la “Prima Fase” della costruzione del Muro e dichirata da Israele “zona di sicurezza”.
Delle 51 comunità colpite dal Muro, 25 registrano che i residenti non hanno accesso alla terra, 4 dichiarano un accesso limitato e 13 conservano ancora l’accesso.
Circa 20.000 persone, quasi 3.175 famiglie, saranno trasferite a est del muro ma dovranno lasciare i loro possedimenti agricoli a ovest, perdendo quindi il luogo dove vivono, il loro sostentamento e il diritto all’ereditarietà.
Quasi 10.000 animali non avranno accesso alla terra da pascolo.
Un industria illegale di legnami ha affiancato il lavoro dei bulldozers e le società di costruzione hanno aiutato a sradicare gli alberi utilizzando il pretesto della costruzione del Muro per venderli sul mercato di Israele.

Caso di Studio: Jayous, un piccolo villaggio nel distretto di Qalqiliya con un popolazione di circa 3.000 persone, ha già subito l’isolamento del 72% del proprio terreno agricolo, quasi 8.600 ettari e 7 falde acquifere. Quasi 300 famiglie stanno perdendo la loro unica fonte di guadagno.

Demolizioni su Larga Scala

Sono stato demoliti 218 edifici nel villaggio di Nazlat’Isa, la maggior parte dei quali ospitavano attività commerciali, un importante fonte di guadagno e sopravvivenza per un ampio numero di comunità; 5 case sono state demolite per la costruzione del Muro.
Nel prossimo futuro saranno demoliti almeno altri 75 negozi, 20 fabbriche, 20 case e 1 scuola elementare.


Caso di Studio: Nazlat Isa, intrappolata tra Il Muro e la Linea Verde del 67, ha visto la distruzione dell’intero mercato commerciale per la costruzione del Muro. La zona Est della “Barriera di Isolamento” del Muro, costruita in questa area e sulla terra dei villaggi, diventerà l’autostrada Trans Israeliana e collegherà la rete stradale di Israele. E’ in atto un ulteriore demolizione di altre 16 case, ciò significa che la maggior parte del villaggio e l’intera infrastruttura economica su cui poggia verrà cancellata. Nazlat’Isa potrebbe essere il primo villaggio lungo il muro a venire distrutto.

Il Muro è a pochi metri da tanti piccoli villaggi o Insediamenti rurali. Ciò ha permesso all’esercito Israeliano di dichiarali prossimi alla demolizione.

Caso di Studio: Azzun Atma, un villaggio con 1500 residenti, è circondato per tre lati dal Muro e tagliato in due da un condotto israeliano che ne isola un quartiere di 70 residenti. Il Muro ha portato un ordine di demolizione per 24 case del villaggio.


Risorse, Infrastrutture e Insediamenti

L’Acquedotto Occidentale, la più Importante risorsa idrica di acqua fresca della regione, dopo il fiume Jordan, è situato sotto i distretti di Jenin, Tulkarem e Qalqiliya rendendoli in grado di essere le aree agricole più produttive della regione nella West Bank. Secondo la Banca Mondiale, nel 2000 queste tre regioni hanno prodotto il 45% della produzione agricola della West Bank.
Molti villaggi perderanno la loro unica risorsa idrica.
36 falde acquifere e 200 cisterne sono isolate dalle comunità e 14 pozzi minacciano di essere demoliti dalla “zona cuscinetto” del Muro.
Il totale annuo di questi 5 pozzi, che sarà irrimediabilmente perso o a cui sarà estremamente difficile accedere, è più di 6.7 metri cubici d’acqua (MCM) e soddisfa le esigenze agricole e domestiche di più di 122.000 persone.
Sull’onda della costruzione in superficie, i bulldozer israeliani hanno distrutto più di 35.000 metri di condotte idriche e 25 pozzi e cisterne che erano utilizzati sia per scopi agricoli che per uso domestico.
Quasi il 50% delle 51 comunità dalla parte del muro sarà completamente incapace di irrigare la terra dall’altra parte del muro.
La confisca della terra, la distruzione e la dura restrizione del movimento causeranno, a una stima approssimativa, la perdita di 6500 posti di lavoro.

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una democrazia di terminator: messo a morte tookie

Alla fine il governatore-terminator della California
ha deciso di sporcarsi le mani di sangue vero.
Ucciderà Stanley Tookie Williams
e con la stessa naturalezza mostrata nelle sue cruente pellicole,
subito dopo si accenderà un costoso sigaro
e andrà a pranzare a qualche banchetto di gala.
 
Che altro dire,
Schwarzy, seguendo le orme di Bush che da governatore ha fatto assassinare decine di prigionieri,
sta eseguendo i giusti passi per arrivare a sedere in cima alla casa bianca,
alla guida della più grande democrazia del pianeta.
.
Sì, una democrazia di terminator.
 
guerrilla radio

 
“MUOIO PERCHE’ NON SONO BIANCO”
  s.t.w
——————————————————————————-
-abbiamo pregato sperando su XSCIENCE


      [13/12/2005] [01:11]
FREE Stanley Tookie Williams. guerrilla radio scrive a Schwarzenneger

Stanley Toolie Williams petizione contro la pena di morte sedia elettrica iniezione letale illy
Abbiamo spedito più di una cartolina, come questa, all’attuale governatore della California.  Ci attendiamo come risposta l’annullamento dell’ennesimo omicidio legalizzato, e più in generale la rinuncia degli stati uniti al ricorso medioevale della pena di morte. 

g.r.

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Solidarietà e Speranza per i quattro volontari rapiti.

Il fratello di Guerrilla radio
Joe Carr
ci ha scritto questa lettera.

Fra i quattro volontari del Christian Pacemaker Teams,
rapiti a Baghdad il 26 novembre scorso:
il cittadino britannico 74enne Norman Kember,i due canadesi, Harmeet Singh Sooden, 32 anni, e James Loney, 41, e l’ americano, Tom Fox, 54 anni;
Due sono suoi cari amici.

il Cpt si è sempre schierato  in difesa della popolazione civile irachena
CONTRO l’occupazione militare angloamericana.

In Palestina,
ci siamo trovati a supportare  i civili palestinesi contro l’occupazione israeliana,
ed i molte occasioni membri del Christin Pacemaker Teams erano con noi.

Guerrilla radio si dice certa
che in virtù dei loro inattaccabili valori umani
i quattro sono destinati ad una immediata liberazione.

inshallah.

pace e solidarietà

guerrilla radio.

Joe Carr scrive:
 
“Come molti di voi hanno sentito ai telegiornali,
quattro internazionali in Iraq che lavoravano per il CPT sono stati rapiti sabato scorso.
 
Due dei rapiti sono volontari a tempo pieno per il CPT,
entrambi sono miei amici.
 
E’ spaventoso, incomincio solo ora a credere che tutto ciò è reale.
 
Noi tutti accettiamo i rischi quando siamo laggiù,
e sappiamo che è lo stesso per gli iracheni tutti i giorni.
 
Noi riteniamo che le origini di questa violenza è l’invasione illegale
e l’occupazione dell’iraq da parte della coalizione anglo-americana.
 
Gli iracheni hanno il diritto (e la responsabilità)
di resistere a questa occupazione illegale.
 
Il lavoratori occidentali sotto contratto,
le ONG e altre istituzioni vicino a quelle militari
sono diventate complici con la politica imperialista statunitense,
essi legittimano, traggono beneficio, e spesso rafforzano la presenza militare americana.
 
Personalmente credo che il CPT è differente dagli altri gruppi,
posso però capire che alcuni membri della resistenza irachena possono vederci in un altro modo.
 
Comunque,  secondo la mia opinione,
i rapitori sono criminali opportunisti in cerca di contante facile senza troppi rischi.
solo il tempo chiarirà.
 
Nel mentre, continuate a dedicare i vostri pensieri e le vostre preghiere ai rapiti
e a tutti coloro che lavorano per l’Iraq,
e che la resistenza irachena possa portare a termine l’oppressione coloniale statunitense.
 
by  Joe Carr

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Terzani contro la guerra (dentro di noi)

“Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità…
Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi. E’ il momento di uscire allo scoperto; è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi.”

 

terzani dicet

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Intervista a Noam Chomsky: Israele, Palestina, Sud Africa.

Sud Africa, Israele-Palestina e i contorni dell’ordine mondiale contemporaneo

Un’intervista a Noam Chomsky

Christopher J.Lee, per conto di Safundi, il 9 marzo 2004 ha intervistato il professor Noam Chomsky, nel suo ufficio presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del Massachusetts Institute of Technology. Hanno parlato, in occasione del decimo anniversario della fine dell’apartheid, della costruzione del cosiddetto “muro di separazione” in Israele-Palestina e del confronto di questo con le misure d’apartheid, e del suo ritorno in generale come voce critica della politica estera USA dopo l’11 settembre 2001

I. IL SUDAFRICA, ISRAELE E LA PALESTINA: SOMIGLIANZE E DIFFERENZE.

Christopher J.Lee (Safundi): Dato il pubblico di lettori di questo giornale e il suo interesse per le questioni relative all’apartheid e alle relazioni razziali, voglio iniziare con un evento specifico: le udienze che si sono tenute presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia alla fine di febbraio, dal 23 al 25, sulle “Conseguenze legali della costruzione di un muro nel territorio palestinese occupato”.

Alle udienze hanno partecipato dirigenti sudafricani, e in particolare Aziz Pahad, viceministro agli Affari Esteri e capo della delegazione sudafricana, ha sostenuto di fronte alla corte che “il muro di separazione non è un muro di sicurezza, è un muro per rafforzare l’occupazione, un muro che ha separato centinai di migliaia di Palestinesi dalle loro famiglie, dalle loro case, dalle loro terre e dai loro siti religiosi”. Ha parlato anche dell’attuale situazione sudafricana. Ha detto: “Il Sud Africa sta celebrando i primi 10 anni di democrazia. Dopo secoli di divisione e di conflitto, il Sud Africa ha trovato la volontà politica di costruire una nuova società democratica, basata sulla riconciliazione e la coesistenza pacifica”. Così, delineava un confronto fra le due situazioni.

Nello stesso tempo, il ministro Pahad ha detto che “il Sud Africa sostiene una soluzione a due stati: lo stato d’Israele dentro confini sicuri, e uno stato palestinese realizzabile dentro confini egualmente sicuri. Il ‘muro di separazione’ è una maledizione per il processo di pace, così come è concepito nella road map, perché elimina la prospettiva di una soluzione a due stati”.

Dall’inizio degli anni 1990, con la coincidenza degli incontri di Oslo e della fine dell’apartheid, lei ha messo a confronto le due situazioni…

Noam Chomsky: Come hanno fatto in molti.

Safundi: Come hanno fatto in molti; e lei ha sostenuto che la soluzione politica dei due stati, come proposta, è simile al sistema dell’apartheid che esisteva in Sud Africa.

Chomsky: Dipende da quale soluzione a due stati.

Safundi: In un confronto di questo genere, qual è il suo punto di vista? Come si mettono a confronto le due situazioni? Come risponde al sostegno della soluzione dei due stati da parte del Sud Africa? Lo ritiene forse illogico da parte loro?

Chomsky: No. Prima di tutto, a proposito del muro di separazione, la prima dichiarazione, che lei ha riportato, è del tutto corretta. È del tutto evidente che non si tratta di un muro di sicurezza. È inconfutabile. Se Israele avesse voluto un muro di sicurezza, nessuno avrebbe obiettato, non ci sarebbe stata nessuna obiezione internazionale e noi sapremmo esattamente dove lo costruirebbero: un paio di chilometri dietro la Linea Verde. Questo è il modo in cui si potrebbe costruire un perfetto muro di sicurezza: lo si fa alto un miglio, si può avere l’esercito di difesa israeliano a pattugliarlo da ambo i lati, sarebbe del tutto impenetrabile. Se si vuole la sicurezza, questo è il modo per averla.

Salvo il fatto che ciò non è mai stato preso in considerazione. E la semplice ragione è che il problema non è la sicurezza. Il problema è espandere il trasferimento nei Territori Occupati, che sta andando avanti da 35 anni. E questo è un ulteriore passo avanti in questa direzione. La sola sicurezza, che dà, è per quei coloni israeliani, che sono illegalmente là, dall’altro versante della Linea Verde. Non ci dovrebbero essere comunque. Se si traccia il percorso del muro, sottrae, si estende in maniera tale da integrare all’interno di Israele settori dei Territori Occupati, che è quello che hanno sempre voluto.

Safundi: Si estende ad est del confine precedente il 1967.

Chomsky: Sì. Non c’è un solo pollice del muro ad ovest. Una parte è sulla Linea Verde, ma neanche un pollice è sul versante israeliano … è tutto sul versante palestinese, e in aree cruciali.

Larga parte di esso mette sotto controllo le risorse idriche. Il principale strato acquifero è per lo più sotto la Cisgiordania…Gran parte dei programmi di colonizzazione a partire dal 1967 sono stati definiti, avendo in mente preoccupazioni idrologiche di lungo periodo, per assicurarsi che Israele controllasse lo strato acquifero. In realtà Israele ne utilizza quasi l’80% o giù di lì. I coloni hanno addirittura prati all’inglese e piscine, mentre i villaggi palestinesi vicini possono essere totalmente privi d’acqua. Magari hanno da camminare per miglia per riempire un secchio d’acqua. Il muro di separazione favorirà un controllo di cemento sulle risorse idriche, porterà via ai Palestinesi parte della migliore terra coltivabile ed, infine, esproprierà duecentomila Palestinesi, che è molto probabile che non saranno più in grado di sopravvivere là.

Di fatto, persino le condizioni giuridiche sarebbero molto simili a quelle dell’apartheid in Sudafrica: la zona fra il muro di separazione e il confine internazionale -la Linea Verde- è chiamata “la Giuntura” e per la Giuntura ci sono nuove leggi. Se abiti nella Giuntura, ti è permesso di richiedere formalmente il riconoscimento del diritto di abitare a casa tua. Ci sono due categorie di persone che non devono far richiesta formale per questo diritto: la prima sono gli Israeliani, non devono far richiesta formale per godere di questo diritto. E l’altra è quella indicata da una formula, costantemente usata in Israele. L’altra categoria sono le persone che non sono israeliane, ma a cui sarebbe stato permesso immigrare in Israele, se avessero deciso di farlo. In altre parole, ebrei. Non si può essere espliciti e dire che lì “gli ebrei hanno il permesso”, ma hanno il permesso quelle che vengono denominate “persone che avrebbero avuto il permesso di immigrare in Israele”, principalmente ebrei, se si tien conto del sistema giuridico. E questa è una formula che viene usata sempre, per evitare di dire esplicitamente che il sistema giuridico è razzista. Ma la verità di fatto è che quello che la formula dice è che là possono abitare gli Israeliani e gli ebrei, o forse altri, se loro gli danno il permesso.

Così si sta estendendo -e certo in maniera significativa- lo stato verso est. Ci sono dei problemi. Il piano a lungo termine, che è stato proposto, ingabbia letteralmente le rimanenti zone palestinesi. Là viene pianificato anche un muro orientale.

Safundi: Fra il Giordano e …

Chomsky: Sì. Non sono andati molto avanti nella cosa, ma è nei piani. E significa essenzialmente portare a termine un piano, che Sharon aveva quasi annunciato almeno dieci, quindici, anni fa, che è un piano per il riconoscimento di uno stato palestinese in probabilmente meno del 50% del territorio della Cisgiordania e che, probabilmente comprenderà Gaza. Penso che sia sincero quando dice di voler lasciare Gaza, che è un buco maledetto. Non la vogliono.

Così si avranno due gabbie -una gabbia a Gaza e una gabbia in Cisgiordania- e probabilmente qualche piccola area della parete orientale di Gerusalemme, che sarà collegata in qualche modo. Ma i piani di Sharon non sono poi così differenti dai piani del Partito Laburista. Infatti, il Partito Laburista -Rabin, Peres e compagnia- non sono mai arrivati neanche a riconoscere uno stato palestinese.

Safundi. Così questa è una parte di un processo a lungo termine.

Chomsky: Proprio così, è parte di un programma a lungo termine. Ora, che il Sudafrica sostenga un accordo per due stati è quasi senza senso. Dalla metà degli anni 1970 il mondo intero ha sostenuto una soluzione a due stati.

Dalla metà degli anni 1970 c’è stato un consenso internazionale particolarmente ampio, che comprende appunto quasi tutti, compresi i maggiori stati arabi, l’OLP, l’Europa, l’Europa orientale, il blocco sovietico, l’America Latina, di fatto praticamente tutti. C’era una certa frangia, il cosiddetto “fronte del rifiuto” nel mondo arabo, che non l’accettava. Ma tutti quelli, che contavano, l’accettavano. Dalla metà degli anni 1970 è stato bloccato dagli stati Uniti. Gli USA posero il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con questa finalità nel gennaio del 1976; e da allora, anno dopo anno, bloccano un’iniziativa dopo l’altra. Gli accordi di Oslo in realtà hanno mandato all’aria tutto questo. Le modalità non sono generalmente conosciute troppo bene. Ma ecco i fatti.

Dopo la guerra del Golfo, l’amministrazione di Bush I ha capito che ora era in condizione di attuare unilateralmente la sua soluzione al conflitto israelo-palestinese, perché il resto del mondo vi aveva rinunciato. E l’ha fatto. Aprì i negoziati a Madrid, proprio dopo la Guerra del Golfo, sotto gli auspici degli USA. Tirarono dentro i Russi, simbolicamente visto che allora i Russi sopravvivevano appena, ma solo perché sembrasse un’iniziativa internazionale. Ma di fatto fu condotta dagli Stati Uniti. C’era un team di negoziatori palestinesi, condotto dalla persona probabilmente più rispettata della comunità palestinese, Haider Abdel Shafi, un nazionalista conservatore, una persona d’alta integrità. Non è corrotto, è serio e molto rispettato. Infatti [nel 1996] ha ottenuto il più alto numero di voti alle elezioni parlamentari. È stato il capo del team di negoziatori palestinesi, che si è incontrato a Washington, essenzialmente per negoziare un accordo. E si arrivò in un vicolo cieco.

Il vicolo cieco consisteva nel fatto che il team palestinese insisteva perché l’accordo ponesse fine agli insediamenti di coloni nei Territori Occupati. Israele e gli Stati Uniti dissero di no. Questo era il vicolo cieco. A quel punto si mosse Arafat. I Palestinesi erano divisi in due gruppi: gli interni e gli esterni, la gente dei territori e il gruppo di “Tunisi” dei pezzi grossi, gli esterni. Arafat stava perdendo il sostegno nei Territori Occupati e nei campi profughi. Infatti ci furono molti appelli alla sua rimozione. E, a quanto pare, si rese conto che l’unico modo, per rimettersi in gioco, fosse svendere il negoziato palestinese. Così misero su un canale laterale di negoziati ad Oslo -non so se i Norvegesi capivano cosa stavano facendo, ma era molto chiaro., misero su un canale laterale, in cui i negoziati avrebbero potuto procedere fra i Palestinesi del gruppo “Tunisi”, Arafat e l’OLP e la leadership israeliana, sotto lo sguardo vigile di Clinton. E raggiunsero un accordo, l’accordo di Oslo, la famosa stretta di mano sul prato all’inglese, alla quale Abdel Shafi si rifiutò di partecipare, perché non avevano insistito sulla fine degli insediamenti di coloni. Questo è tutto.

Safundi: Poi Arafat ha preso questa posizione.

Chomsky: No, non l’ha presa. La posizione di Arafat era simile a quella della leadership nera del Transkei [all’epoca dell’apartheid]. Sulla base degli accordi di Oslo la sua responsabilità era quella di controllare la popolazione palestinese ed assicurare che non si opponesse in alcuna maniera significativa agli accordi di Oslo. E fu molto violento. Uno dei primi atti, dopo gli accordi di Oslo, fu di cominciare ad arrestare quelli che si opponevano all’accordo. E gli USA pensavano che fosse bene, Israele pensava che fosse bene.

Era corrotto, si sa. I suoi amici compravano ville a Gaza. Aveva del denaro messo via lontano. Nessuno se ne curava. È proprio come il Sudafrica.

Safundi: Assomiglia allora a Mangosuthu Buthelezi, capo dell'”Inkatha Freedom Party”, che si comportava come la cinghia di trasmissione fra il governo dell’apartheid e la sua base locale di sostegno.

Chomsky: Può darsi. I capi dei Bantustans sono un termine di paragone più preciso. Il loro compito era di tener calma la popolazione…Potevano essere corrotti, violenti, ricchi, quanto volevano. Di fatto l’intera storia dell’imperialismo funziona così. Chi governava l’India sotto i Britannici? Gli Indiani. Chi governava l’Europa sotto i Nazisti? I Francesi, i Norvegesi e così via. Chi governava l’Europa Orientale, soggetta al Kremlino? I Polacchi, i Cechi. Funziona così.

Nel frattempo la colonizzazione è continuata, ha continuato a usurpare nei Territori Occupati: era chiarissimo…Devo dire che proprio dopo Oslo, ho subito scritto un articolo -uscito un mese dopo Oslo- dicendo che questa era la fine dell’accordo per due stati, perché avrebbe eliminato ogni possibilità di realizzarlo; ed è proprio quello che è successo. I programmi di insediamento coloniale sono continuati regolarmente. Di fatto l’anno record per gli insediamenti coloniali è stato l’ultimo anno della presidenza Clinton: il 2000, l’anno di Clinton e di Barak, il 2000, l’anno di Camp David, la colonizzazione ha raggiunto il livello più alto da prima di Oslo. Ed è continuata.

Safundi: Così c’era in discussione una soluzione a due stati?

Chomsky: L’idea di una soluzione a due stati non si presentò. Questo è un mito. Nella comunità internazionale è stato praticamente costante a partire da metà degli anni 1970. Che il Sudafrica lo abbia condiviso non ha significato molto: lo hanno condiviso tutti.

Gli USA erano contrari ad esso, ad esso era contrario Israele; e sono rimasti contrari per tutto il periodo di Oslo. Di fatto il primo accenno israeliano a uno stato palestinese è stato del governo Benjamin Netanyahu, un governo di estrema destra. Vi hanno accennato, ma proprio per metterlo in ridicolo. Dissero: “Bene, lo vogliono chiamare stato? D’accordo, lo possono chiamare pollo fritto, se vogliono”. Questo è stato il commento. USA ed Israele hanno cominciato a parlare di uno stato palestinese attorno al 1999-2000, poi sono arrivate le proposte di Camp David, che sono un sistema a Bantustan.

Safundi: Così è sostanzialmente una copertura allora.

Chomsky: Una copertura. Ed era chiaro fin dal 1993. Ora in realtà, se si fa veramente attenzione all’intrico dei dettagli, il cambiamento avviene dopo l’Intifada.

Safundi: La seconda Intifada.

Chomsky: La seconda Intifada. La prima Intifada ha dato inizio a tutta la faccenda. Prima di essa nessuno ci avrebbe fatto caso. Ma la prima Intifada chiarì che si doveva fare qualcosa, così andarono ad Oslo. Poi, dopo, la seconda Intifada scatenò l’offensiva e è diventata una cosa seria.

Per la prima volta [gli Israeliani] incontravano nei Territori una resistenza organizzata. Erano andati avanti per 35 anni di dura occupazione militare senza che accadesse nulla di importante. Mi spiego, i Palestinesi “sopportavano”. Resistenza voleva dire sopportare. Non alzare la testa, ma rimanere fermi. Non farti cacciare via a calci. Questa era la resistenza. C’era qualche eccezione, ma sostanzialmente era così.

Dopo, l’offensiva della seconda Intifada, ha dato la sveglia. Nel dicembre 2000, alla fine del suo mandato, dopo le elezioni, Clinton propose quelli, che chiamava “parametri informali”, che non erano mai stati resi pubblici, ma era chiaro cosa fossero. Dopo questo, a Taba, in Egitto, nel gennaio 2001, ripresero i negoziati fra negoziatori israeliani e palestinesi d’alto livello (non era una cosa formale, ma era ad alto livello) e in realtà pervennero a una proposta, che era un gran passo in avanti rispetto a Camp David. Non era ancora accettabile -lasciava ancora che gli insediamenti coloniali israeliani dividessero la Cisgiordania-, ma era un gran passo in avanti. In seguito, Israele si ritirò dai negoziati, prima delle elezioni; poi arrivò Sharon ed ufficialmente non Israele non è mai tornata al tavolo dei negoziati. Ma nel frattempo inaspettatamente, non lo si sapeva, sono continuati negoziati informali, che hanno portato a quelli che vengono chiamati Accordi di Ginevra.

Gli Accordi di Ginevra dello scorso dicembre sono stati fatti formalmente, fra ex dirigenti governativi israeliani di un certo livello e alti dirigenti dell’Autorità Palestinese. Nessuno li ha formalmente accettati. L’Autorità Palestinese -alla sua maniera- li ha più o meno ambiguamente accettati. Israele li respinge. Gli USA non li considerano neanche. Ma questa è la base per un accordo a due stati, di un tipo non troppo differente da quello che per quasi 30 anni ha goduto del consenso internazionale.

La questione cruciale è: gli USA lo accetteranno? Il muro di separazione è proprio un altro passo in avanti verso la sua inaccettabilità. Siamo fermi a questo punto. Il governo USA, compreso Colin Powell e gli altri, si rifiuta semplicemente di modificare la propria linea di rifiuto di un accordo politico. Accetteranno qualcosa, ma quello che accetteranno saranno i Bantustans.

Safundi: Ritiene, allora, che per questa situazione sia appropriato il termine “apartheid”?

Chomsky: L’apartheid in Sudafrica significava qualcosa di diverso. L’apartheid non erano [solamente] i Bantustans, l’apartheid era l’ordinamento interno del Sudafrica. I Bantustans erano abbastanza brutti, ma si trattava di qualcos’altro, si trattava di ingabbiare la popolazione in territori invivibili. Come mettere gli Indiani nelle riserve. Questo non lo chiamiamo apartheid. La chiamiamo in un altro modo.

Safundi: Ma il termine è stato invocato da qualcuno in Israele, come anche fra gli esperti.

Chomsky: E’ stato invocato, ma per motivi differenti.

Safundi: Quali sono questi motivi?

Chomsky: Quelle ragioni hanno a che fare con Israele stesso. Uri Davis -[che] è impegnato nella disobbedienza civile dagli anni 1960, è stato il primo vero attivista a praticare la disobbedienza civile in Israele- negli anni 1960, denunciò la vera apartheid dentro Israele. Questa ha percorso l’intera storia dello stato, ma è stata particolarmente drammatica attorno il 1967-1968.

Israele ha una tecnica ha una tecnica per espropriare i cittadini israeliani non ebrei: questo è apartheid. Uno dei modi, per farlo, è dichiarare un’area zona militare, così per motivi di sicurezza la gente la deve sgombrare, e accade sempre che non è mai un’area appartenente a Ebrei, ma è palestinese; poi, dopo che è stata dichiarata zona di sicurezza, si costruiscono insediamenti coloniali. Questo è quanto va avanti ancora oggi. I villaggi palestinesi si son visti portar via le loro terre.

Safundi: Così assomiglia alle rimozioni forzate, che avvenivano in Sudafrica.

Chomsky: Sì, dello stesso tipo. E poi, quando la gente se ne è dimenticata, entri e costruisci una città di soli ebrei. Ecco cosa è accaduto. I villaggi palestinesi sono stati ristretti e hanno cominciato a costruire una città di soli ebrei, Karmiel. Questa era un’area chiusa. Uri Davis vi entrò, infrangendo la legge, per protestare per quello che stava avvenendo. Questa fu la prima vera azione di disobbedienza civile.

Safundi: Questo, quando avvenne?

Chomsky: Negli anni sessanta, non ricordo precisamente quando. Siamo amici da anni. Poi, dopo, ha cominciato a scrivere un saggio scientifico su quello, che chiama l'”Israele dell’apartheid”. E tale è la struttura interna della società -di fatto, anch’io ho scritto qualcosa sull’argomento- e Ian Lustick, che forse lei conosce, un professore della Pennsylvania, ha scritto qualcosa a proposito. Ma internamente, dentro Israele stesso, senza considerare i Territori Occupati, c’è un sistema estremamente discriminatorio. È sottile, certo. Non hanno una legge, che dice “solo gli ebrei”, ma è lo stesso.

Safundi: Assomiglia allora al Jim Crow South (al Sud di Jim Crow). [Alla discriminazione razziale negli stati del sud degli USA]

Chomsky: Ancora peggio. Il Jim Crow South era un apartheid di tipo non ufficiale, qui è formalizzata. Così, per esempio, se prendi in esame le leggi sulla terra e le decodifichi del tutto, quello che significano è che circa il 90% della terra di Israele è riservata a coloro che vengono definiti “ebrei per razza, religione e origine”.

Safundi: Usano il termine “razza”.

Chomsky: “Razza, religione e origine”. Questo è contenuto nell’accordo fra lo stato d’Israele e il Fondo Nazionale Ebraico, che è un’organizzazione non israeliana, che -comunque-, attraverso diversi congegni burocratici, amministra la terra. Così accade che ha il ruolo principale nell’autorità per l’amministrazione della terra.

Tutto questo è coperto abbastanza perché nessuno possa dire: “Vedi, c’è una legge da apartheid”. Devi tirarla fuori dai vari regolamenti e procedure, ma c’è. In effetti, vuol dire che il 90% della terra, in una maniera o nell’altra è riservata ai cittadini israeliani ebrei. C’è il caso sporadico di un contratto a breve termine concesso a un beduino, ma sono vicini allo [zero]. Di fatto viene presentata come una legislazione molto progressista, socialista. Perché la terra è nazionalizzata, non è sotto proprietà privata; e questo è considerato molto progressista, occidentale, di sinistra. Certo, “questo è spaventoso”, ma è proprio una tecnica per assicurare che la terra sia riservata ai cittadini ebrei, non a quelli arabi.

E allora ciò rivela, in tutti i modi che si possono immaginare, se c’è uno sviluppo di villaggi o scuole o acque di scolo, le cose usuali che discriminano proprio in maniera netta. Così, in questo senso, c’è una sorta di struttura d’apartheid ed è fondata dentro il sistema. È fondata anche sulle leggi per l’immigrazione e su ogni tipo d’altre cose.

Safundi: Pensa che questo termine, l’invocazione di questo termine, significhi qualcosa a livello di massa?

Chomsky: Io stesso non lo uso, a dire il vero. Proprio come non uso [spesso] il termine “impero”, perché sono termini veramente incendiari…Penso che sia sufficiente descrivere solamente la situazione, senza paragonarla ad altre. Ogni paese è destinato ad avere la sua propria forma: Jim Crow è differente dall’apartheid del Sudafrica.

Io sono cresciuto qui, negli USA, in un periodo di antisemitismo estremo. Quando ero bambino negli anni ’30, quando mio padre riuscì a mettere insieme abbastanza denaro per acquistare un’automobile di seconda mano e ci volevamo spingere insieme per il weekend fino alle colline vicino alla città, dove abitavamo, dovevamo verificare i motels. Se un motel segnalava “restricted” (ristretto), ciò significava che non potevamo andarci, perché voleva dire che non era permesso agli ebrei (agli ebrei, non ai neri). E al tempo in cui frequentai Harvard, nei primi anni 1950, a causa di tanto antisemitismo non c’era nessuna facoltà ebraica. Una delle ragioni, per cui il MIT (Massachusetta Institute of Tecnology) è diventato una grande università, è che un’altra facoltà ebraica non si sarebbe potuta attivare ad Harvard, così gli ebrei andavano alla facoltà di ingegneria che trovavano lungo la strada. Non è la stessa cosa che l’apartheid sudafricana, non so che nome le si possa dare, ma è qualcosa. Bisogna descriverla per quello che è.

Negli USA il razzismo antiarabo è endemico. È grandissimo. Di fatto è il solo tipo di razzismo legittimo. I professori di Harvard possono scrivere articoli con condanne degli arabi apertamente razziste, senza che vi si presti attenzione. Qualche volta ho tenuto discorsi dove facevo simili dichiarazioni e mettevo “ebrei” al posto di “arabi” e la gente diceva: “Mio Dio, questo è orrendo. Come può qualcuno dire questo?” Si dice loro che si tratta di arabi, non di ebrei, e si rilassano.

Il razzismo è endemico. Non so come lo si possa chiamare con precisione. Non c’è alcuna base legale, ma c’è. Israele ha la sua propria forma. Molti altri paesi anche.

Safundi: Certamente non vogliamo fissare principi universali, ma quel che lei suggerisce è che molti posti sperimentano queste forme di discriminazione razziale e culturale, che sono collegate a certe situazioni di potere.

Chomsky: Si trovano dappertutto.

Safundi: Così, “apartheid” non è che un termine che designa questo fatto.

Chomsky: L’apartheid è stato un sistema particolare e una situazione particolarmente ignobile. Davis è un buon amico e non mi importa se usa il termine “apartheid”, ma io personalmente non l’avrei usato. È come segnalare un segnale di pericolo, quando va benissimo descrivere semplicemente la situazione. Ma direi che è completamente diverso da quello che accade nei Territori Occupati.

Safundi. Lei, quindi fa una distinzione fra l'”apartheid”, come essa è ben conosciuta all’interno di Israele, in confronto alla situazione generale fra Israele e i Territori Occupati.

Chomsky: Sì.

Safundi. Così, applicherebbe il termine “apartheid” a quella situazione generale?

Chomsky: La chiamerei un assetto a Bantustans. È molto simile a questo. Le iniziative sono prese con il contributo finanziario decisivo degli USA. Il sostegno diplomatico, militare ed economico USA è decisivo. Non lo si può fare senza di esso.

Safundi: E questo è simile al sostegno USA al Sudafrica durante il periodo dell’apartheid negli anni 1980.

Chomsky: Sì. Come sono sicuro che lei sa che l’amministrazione Reagan -che è sostanzialmente la stessa che è al potere adesso e che comprendeva persone come Colin Powell- trovò il modo per evitare le restrizioni del Congresso, così da continuare a sostenere l’amministrazione dell’apartheid, quasi fino alla fine.

Safundi: Collegato a questo…

Chomsky: Nel caso di Israele, non devono nasconderlo, perché non ci sono sanzioni.

Safundi: Questa è la mia domanda. Un’importante tattica contro l’apartheid è stato l’uso finale della sanzioni. La considera una possibilità?

Chomsky: No. Infatti sono sempre stato molto contrario, nel caso di Israele. Per un certo numero di ragioni. Persino nel caso del Sudafrica, penso che le sanzioni siano state una tattica molto discutibile. Nel caso del Sudafrica, penso, che alla fine siano state legittime, perché era chiaro che la grande maggioranza della popolazione del Sudafrica era a loro favore.

Le sanzioni colpiscono la popolazione. Non le si impone, a meno che la popolazione non le richieda. Questa è la questione morale. Così. Il primo punto nel caso di Israele è questo: “Le chiede la popolazione?” Beh, certamente no.

Ma c’è un altro punto. Le sanzioni contro il Sudafrica sono state alla fine imposte dopo anni, decenni di organizzazione e di attivismo, che erano arrivati al punto che le persone potevano capire perché volevamo farlo. Così dal momento che le sanzioni furono imposte, a sostenerle c’erano le multinazionali. C’erano i sindaci delle città che facevano arresti, a sostegno delle sanzioni.

Così fare appello alle sanzioni qui, quando la maggioranza della popolazione non capisce quello che si fa, dal punto di vista tattico è assurdo (persino se fosse moralmente corretto, che penso non lo sia).

Il paese, contro il quale si dovrebbero imporre le sanzioni, non le richiede.

Safundi: I Palestinesi non stanno richiedendo le sanzioni?

Chomsky: Le sanzioni non sarebbero imposte contro i Palestinesi, sarebbero imposte contro Israele.

Safundi: Vero … e gli Israeliani non richiedono le sanzioni.

Chomsky: Inoltre, non ce n’è bisogno. Dovremmo chiedere le sanzioni contro gli Stati Uniti. Se gli USA smettessero di aiutarlo massicciamente, sarebbe finito. Così non è necessario che ci siano sanzioni contro Israele. Sarebbe come si fossero messe sanzioni alla Polonia, sotto il dominio russo, per quello che facevano i polacchi. Non avrebbe avrebbe avuto senso. Qui, i responsabili erano i Russi.

Israele, naturalmente, farà tutto ciò che vorrà, fin quando gli USA lo autorizzano. Appena gli USA dicono no, allora è finito. I rapporti di forza sono determinanti. Non è bello, ma il mondo funziona così.

II. ISRAELE-PALESTINA, SUDAFRICA E LE ORIGINI DEL CONFLITTO POLITICO. LA QUESTIONE DEL COLONIALISMO DEGLI INSEDIAMENTI.

Safundi: Vorrei spostare la discussione per riflettere su una categoria diversa da quella dell'”aparteid”, per riflettere sul categoria del “colonialismo degli insediamenti”. Il colonialismo degli insediamenti è sicuramente un fenomeno sperimentato in un certo numero di regioni del  mondo: il Nord Anerica, il Sudafrica, l’Algeria, l’Australia, molti posti.

Chomsky: in quasi tutto il mondo. Dipende da quanto indietro si va.

Safundi: Giusto. [Risata] Alcuni esperti la applicano al periodo post 1967. Se la sente lei di applicare questa categoria a questo periodo.

Chomsky: Il periodo successivo al 1967 è differente. Il concetto di colonialismo degli insediamenti si riferisce al periodo precedente al 1948. E’ chiaramente una popolazione straniera che arriva e che sostanzialmente espropria una popolazione indigena.

Safundi: C’era una comunità ebraica, tuttavia…

Chomsky: Beh, c’era una piccola comunità ebraica, che era per lo più antisionista. A Gerusalemme e in pochi altri posti c’era una comunità ebreo ortodossa tradizionale, ma, prima che i coloni europei cominciassero ad arrivare, era fortemente antisionista e i suoi discendenti sono antisionisti ancora oggi. Questo è ormai un gruppo marginale, un piccolo gruppo. Erano ebrei ortodossi, che volevano pregare a Gerusalemme; hanno persino chiesto alla Giordania di riprendersi Gerusalemme, così avrebbero potuto avere la libertà religiosa, che pensano di non avere sotto Israele. Ma hanno una storia a parte, si sa. Non erano così al 100%. Fra di loro c’era anche una cellula sionista, ma la loro maggioranza “prima di quella, che è chiamata Aliyah, cioè “il raggiungimento della terra”, l’arrivo degli europei- era antisionista. Dal 1948, questo argomento è superato. Là “bene o male- c’era uno stato. E quello stato avrebbe dovuto godere dei diritti di ogni stato nel sistema internazionale, né più né meno. Dopo il 1967 c’è una situazione completamente differente. Si tratta di un’occupazione militare.

Safundi: I coloni avevano occupato parte del territorio.

Chomsky: Non prima del 1967. Non potevano. Sarebbero stati uccisi.

Safundi. Ma dal 1967…

Chomsky: Dal 1967, dopo l’occupazione dei territori, Sinai compreso, lentamente i programmi di insediamento furono avviati nei Territori, che erano sotto occupazione militare.

In realtà, l’insediamento più grande era nel Sinai. Nel 1971 dall’Egitto fu offerto ad Israele un trattato di pace. Dicevano che avrebbero accettato la risoluzione n.° 242 dell’ONU, il ritiro ai confini internazionali, i diritti di navigazione, tutto, ma volevano che Israele ponesse fine agli insediamenti nel Sinai, a nord-est. Allora c’era un governo laburista. Non c’era Sharon. Israele cacciò via migliaia di contadini, Beduini li chiamavano, ma erano contadini stanziali, nel nord-est del Sinai, spingendoli nel deserto per costruire una città esclusivamente ebraica. L’Egitto era infuriato. Sadat avanzò la richiesta di un ampio accordo politico, che ponesse fine alla colonizzazione del Sinai. La sua principale preoccupazione era la salvaguardia del territorio egiziano. Israele e gli Stati Uniti la respinsero. Questo il motivo per cui il conflitto militare è andato avanti. Alla fine, nel 1978, a Camp David, Israele e gli USA accettarono la proposta, che Sadat aveva fatto nel 1971,  e, che loro avevano respinto: e la ragione per questo era stata la guerra del 1973.

Nel frattempo, Israele ha cominciato con la colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza: e questa è aumentata. È un programma molto sistematico.

Safundi: E’ un orientamento di lunga data.

Chomsky: E’ un orientamento di lunga durata, ma è una colonizzazione illegale nei territori sotto occupazione militare. È del tutto differente da qualsiasi cosa si descriva, che sia accaduto prima del 1948. Del tutto differente.

Ora “se vuole la mia opinione- sono stato coinvolto in questo fin dalla mia fanciullezza negli anni 1930. Facevo parte del movimento sionista, di fatto, ero un leader della gioventù sionista, ma ero contrario a uno stato ebraico, e questa era una componente del movimento sionista allora. Non era la componente principale, ma era considerata sotto l’ombrello [del sionismo], così potevo essere un attivista, leader della gioventù ebraica “la cosa più importante nella mia giovinezza-, ma contrario a uno stato ebraico, fino al 1948.

Safundi: Perché lei pensava che uno stato ebraico sarebbe stato in conflitto con alcuni principi secolari socialisti.

Chomsky. Vede, sono contrario a uno stato mussulmano, sono contrario a uno stato bianco, a uno stato cristiano, perché mai dovrei essere a favore di uno stato ebraico? È uno stato, che discrimina, quasi per definizione. Se fosse una cosa simbolica del tipo “la domenica non si va a scuola”, non costituirebbe un problema, ma era chiaro che sarebbe stata qualcosa di più di una cosa simbolica, come le leggi sulla terra, per esempio.

Per questo, sì, pensavo che fosse un’idea terribile. Ma una volta che, nel 1948, fu costituito, io sono stato là … realmente, ho vissuto là in un kibbutz per un po’ di tempo. Se continuavi a considerare te stesso parte di questo movimento generale, quello, per cui eri a favore, era l’eliminazione degli elementi più discriminatori interni ad Israele e, naturalmente, l’opposizione alla conquista di terra straniera.

Safundi Così diventa in un certo senso un movimento per i diritti civili.

Chomsky: Sì, interno ad Israele. Comunque, nel 1967 pensavo che, dopo la guerra del ’67 Israele avesse un’opportunità fantastica: avrebbe potuto avanzare in direzione della pace con i maggiori stati arabi, come l’Egitto e la Giordania, che sostanzialmente erano d’accordo ad arrivare alla pace nel giro di due anni. E all’interno della Cisgiordania “l’area fra il Giordano e il Mediterraneo- quello, che secondo me si doveva fare era andare verso una federazione di due nazioni, cioè due unità federate, in un certo senso, come il Belgio. Una sostanzialmente ebraica, l’altra sostanzialmente araba. Ciascuna delle due all’interno avrebbe discriminato “non c’è maniera di evitarlo- , ma ciò sarebbe stato compensato dal fatto che erano due società parallele, che poi si sarebbero integrate… più le associazioni si sviluppano lungo linee non nazionali,  più grande è l’integrazione, che può progredire fino a un punto in cui, per qualche accordo, il popolo stesso può formare  uno stato di tipo laico.

Ora, ciò non è qualcosa su cui si possa legiferare. È qualcosa, che deve crescere. Ritengo che la possibilità di crescere sarebbe venuta fuori da un accordo di tipo federale.

Safundi: Che, però,…

Chomsky: I Palestinesi l’avrebbero sicuramente accettato, gli stati arabi l’avrebbero accettato, il mondo non avrebbe fatto obiezioni. Israele non l’avrebbe accettato.

Safundi: Ritiene che un’opzione del genere riemerga?

Chomsky: Beh, penso che abbiano perso l’occasione buona. È interessante quanto è accaduto fra il 1967 e il 1973, questa era un’opzione molto brillante. C’erano pochissime persone che ne parlavano. Io ero uno dei pochi ed eravamo molto odiati da entrambe le parti. Nessuno voleva parlare con noi. Nel 1973, è stata superata. Nel 1973 ci fu la guerra, fu una guerra seria. Per Israele fu molto pericolosa. Dopo la guerra, riconobbero di non poter respingere le proposte dell’Egitto. Gli Usa ed Israele cominciarono a operare in direzione di un accordo con l’Egitto. Ma da allora la questione palestinese entrò nell’agenda internazionale, anche la comunità palestinese; dal 1973 in poi, l’unica opzione reale è stata quella dei due stati.

Ora si può tornare indietro all’epoca delle possibilità, che si sono perse? Ne dubito. Di fatto, riscuote poco interesse negli Stati Uniti e in Israele, parlare di uno stato bi-nazionale è poco giustificato, mentre nel periodo dal ’67 al 73 era considerato un anatema. Cos’è cambiato? Penso che quello, che è cambiato,  è che ora viene riconosciuto come impossibile. Cos’, dunque, se qualcuno vuole scrivere su questo un articolo per la “New York Review of Books”, non è più un problema. Al tempo in cui era  realizzabile, non era permesso. Di fatto, è stato disdegnato. Una delle ragioni, per cui -relativamente agli intellettuali americani- la mia posizione desta un certo interesse, era  che io ne parlavo allora. Adesso puoi parlarne, perché è irrealizzabile. Non è possibile in alcuna maniera che Israele ora sia d’accordo per una forma qualsiasi di stato federale bi-nazionale. Così, bene, se gli intellettuali vogliono parlarne, non è un problema.

Safundi. Ne ha parlato Edward Said.

Chomsky: Edward Said è un vecchio amico, ma “alla fine degli anni 1990- era in ritardo di 30 anni, e gli è stato anche permesso di scriverlo sul New York Times. Se avesse provato a far intendere la cosa al tempo, in cui era realizzabile, in pratica sarebbe stato impiccato. Ma, alla fine degli anni 1990, andava bene, perché non rientrava fra le cose possibili. Edward è stato un sostenitore della soluzione a due stati.

Safundi: Ma ha finito con l’essere sostenitore di [una soluzione a] un solo stato.

Chomsky: Alla fine degli anni 1990. Dopo Oslo. Ma proprio nel periodo dell’accettazione della soluzione a due stati da parte dell’OLP “di fatto è stato uno di quelli che l’ha proposta- (siamo vecchi amici) non ha avuto una posizione diversa. Forse nei recessi della sua mente. Ma condivideva il generale consenso internazionale e l’ipotesi dominante palestinese per un accordo a due stati. Alla fine degli anni 1990 “da allora forse era possibile- dopo che si è potuto vedere dove portava Oslo.

Si è opposto immediatamente ad Oslo. Sapeva esattamente cosa sarebbe successo. Era uno dei pochi a capire subito che Oslo era una svendita. E si è opposto dall’inizio. E allora ha agito per richiedere l’abbandono dell’accordo a due stati, così come era definito dal processo di Oslo.

Ma il periodo, in cui [la soluzione federale] era realizzabile, è stato dal 1967 al 1973. Cioè, quando proprio non se ne poteva parlare. E se si considera l’attuale discussione, non fa mai riferimento a quella. Hanno avuto una possibilità di farlo, e questa possibilità non c’è più. Forse un giorno tornerà, ma non adesso. Il solo accordo possibile oggi passa attraverso il consenso internazionale: Una soluzione a due stati o qualcosa di simile, su o vicino il confine internazionale.

Safundi. Ritiene che si sia passati “parlando del colonialismo degli insediamenti- dal modello algerino a quello sudafricano?

Chomsky: Ancora. Io penso che si debba distinguere fra Israele e i Territori Occupati. Nei Territori Occupati si tratta propriamente di un’illegale conquista territoriale.

Safundi: Come il Sudafrica.

Chomsky: No, perché il Sudafrica operava all’interno della legalità internazionale. Il Sudafrica era considerato uno stato che aveva il controllo del suo territorio. Israele non ha alcun diritto sui territori occipiti, più di quanti non ne avesse Saddam Hussein sul Kuwait .è una faccenda completamente diversa. Quello che accade all’interno dell’Iraq di Saddam Hussein è una cosa, ma quello che accade in Kuwait è completamente diverso. Non che siano entrambe accettabili, ma sono diverse. E i Territori Occupati sono come la conquista del Kuwait.

Quando Israele conquistò metà del Libano, ora quella fu aggressione; e, se avesse dato inizio ad insediamenti in Libano, questo sarebbe stato del tutto diverso da quello che accade in Israele. Questa distinzione è fondamentale.

III. IL SUDAFRICA: IL SUO ESEMPIO, LE SUE SFIDE.

Safundi: Vorrei passare al Sudafrica. So che lei c’è stato e ha tenuto conferenze all’UCT e altrove. Sono curioso di conoscere qual è la sua attuale opinione sul Sudafrica, come stato che ha affrontato una transizione drammatica. Ho letto passi della nuova edizione di “Fateful Triangle” (Triangolo Fatale), dove lei lo descrive come un successo, e si tratta di una storia finita bene di una certa importanza.

Chomsky: Di una certa importanza.

Safundi: Sono curioso di conoscere le sue impressioni sull’ANC (African Natonal Congress), in quanto antico partito di opposizione “qualcosa di simile all’OLP, in quanto organizzazione considerata per molto tempo marginale almeno negli USA-, che poi è arrivato al potere ed è stato riconosciuto dagli USA. Cosa ne pensa?

Chomsky: Bene, l’ANC è una storia diversa. Ovviamente ho letto su di essa un sacco di cose, e sono stato là; ma quando sono stato là, ha arricchito il bagaglio di esperienza personale, che mi ero fatto comunque leggendo.

Si prenda, ad esempio, Città del Capo, dove sono stato: se si è dentro, dentro Città del Capo, ha l’aspetto di una città progressista. Neri e bianchi mischiati fra loro, i neri girano in limousine, proprio come i bianchi. Ed ha le sue zone povere, ma fa vedere che c’è pieno di visi neri, così da sembrare una città integrata.

D’altro canto, se ci si allontana dalla città solo di un pollice, è una storia dell’orrore. Ci sono alcuni dei più spaventosi slums, che abbia visto in vita mia. Ho potuto entrarvi a malapena, perché gli attivisti, che mi hanno portato là [nel 1997] avevano paura ad entrarvi. Sono un brulicare di masse di poverissimi, tutti neri naturalmente. Quando ci sono stato, non c’era elettricità. Non so se c’è adesso. Questa è l’altra faccia del Sudafrica.

Perciò, quello che sostanzialmente è successo “non penso che sia un segreto-, è che il sistema di discriminazione razziale è stato tecnicamente eliminato, ma che il sistema di classe è rimasto. È vero che adesso c’è qualche viso nero fra i ricchi. Il sistema di classe è molto simile al sistema di discriminazione razziale. Non è rigido e non è formalmente razzista. Di fatto, per gran parte della popolazione può essere peggio di quando c’era l’apartheid. L’ANC ha intrapreso un programma standard neoliberista, che rovina la maggior parte della popolazione, in qualsiasi luogo sia imposto. E si sa perfettamente il perché: è fondato sul sistema. Persino negli Stati Uniti. Tuttavia, se si considera quello che è accaduto, da quando sono state imposte politiche più o meno neoliberiste, negli USA non sono così rigorose, come lo sono in un paese del terzo mondo, perché la popolazione non lo permette: queste misure sono prima di tutto per i deboli, i ricchi non le accetterebbero mai. Ma persino in un paese ricco come gli USA, c’è stato qualche passo in questa direzione: l’amministrazione Reagan, l’amministrazione Clinton, che non è stata molto diversa e l’attuale versione più estremista. Alcuni trovano molto difficile smantellare la legislazione e i programmi dello scorso secolo, che hanno in qualche modo protetto l’insieme della popolazione dai saccheggi di un incontrastato sistema capitalistico monopolistico. Ed è molto difficile.

Safundi: Così lei ritiene che il Sudafrica segua lo stesso percorso.

Chomsky: Beh, è molto più estremo, perché si tratta di terzo mondo. Il Sudafrica è un caso molto più estremo. Questi programmi neoliberisti possono essere applicati con un rigore di gran lunga più grande nei paesi, in cui la popolazione non ha conquistato molti diritti per sé. Negli Stati Uniti, ci sono stati duecento anni di lotta, in cui il popolo ha conquistato un sacco di diritti. Ora imporgli le misure, che si impongono al terzo mondo, è estremamente difficile.

Non c’è nulla di nuovo. La distinzione moderna fra primo e terzo mondo si è venuta sviluppando principalmente a partire dal diciottesimo secolo. Nel diciottesimo secolo non c’era molta differenza fra quello, che ora è chiamato terzo mondo, e quello, che ora è chiamato primo mondo. La Gran Bretagna, per esempio, era uno stagno al confronto con l’India e la Cina, che erano i principali centri commerciali e manifatturieri del Mondo.  Per cominciare a sviluppare la propria industria. In competizione con le superiori manifatture indiane, la Gran Bretagna ha dovuto imporre alte barriere protezionistiche. Di fatto la Gran Bretagna ha dovuto distruggere con la forza l’industri laniera irlandese. Da allora, ci sono stati sviluppi molto regolari. I paesi, che hanno il controllo del mercato, esercitano la forza su quelli, che sono diventati il terzo mondo. I paesi, che si sono protetti dalle regole del mercato, sono diventati il primo mondo. Non esiste alcuna eccezione significativa.

Intervista a Noam Chomsky: Israele, Palestina, Sud Africa. Leggi l'articolo »

Novembre: Ahmed Islam Hatib.

L’uomo del mese di Guerrilla Radio
è un bimbo
di dodici anni:
Ahmed Islam Hatib.
 
Barbaramente ucciso dai soldati israeliani.
 
La sua colpa?
giocava davanti  a casa con una pistola,
ovviamente giocattolo.
Come tutti i bambini del mondo,
ma c’è solo un posto al mondo
dove giocare a guardie e ladri può costare
la perdita della vita:
Palestina.
 
I suoi genitori,
stanchi di questo continuo spargimento di sangue innocente,
hanno voluto dare una lezione,
a chi pensa che l’occupazione del territorio palestinese
sia la soluzione più prossima per raggiungere una pace durevole.
 
Hanno donato gli organi
del loro bambino assassinato,
proprio ad un’ospedale israeliano,
e sperano che sia proprio un ebreo,
il destinatario della vita che loro regalano
pur essendo la mano di un israeliano
quella che ferocemente a messo fine all’esistenza del loro figlio.
 
Avrenno recepito il significato del gesto dalle parti di Tel Aviv???
 
Inshallah.
guerrilla radio

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CALDEROLI E’ IL VERO STUPRATORE DELLE NOSTRE PAURE INDOTTE

“Mesi fa, di fronte ad analoghi e altrettanto gravi casi di violenza sessuale, ho proposto di ricorrere alla tolleranza zero e di procedere ad una completa operazione di bonifica del Paese mettendo in campo tutte le forze dell’ordine a disposizione per provvedere, con le buone o con le cattive, all’allontanamento di tutti gli irregolari in circolazione, all’abbattimento delle improvvisate favelas e allo sgombero immediato degli edifici abusivamente occupati. Ma non solo, davanti a delitti così aberranti, come le violenze carnali degli ultimi giorni, ritengo sia necessario insistere sulla mia proposta di introdurre come pena per chi commette reati sessuali la castrazione chimica».
«Personalmente, e lo ribadisco, reputo che la castrazione chirurgica sia la più idonea a funzionare…”
.
-l’indecente onorevole Roberto Calderoli-
 
 
Il ministro delle riforme Roberto Calderoli
ambirebbe personalmente a  ricoprire il ruolo di  BOIA-CASTRATORE 
per gli immigrati clandestini che si macchiano di reati di violenza sessuale.
 
Dalle sue dichiarazioni si deduce un’Italia ai cui  angoli delle strade,
c’è uno straniero con la patta aperta pronto a saltare adosso e stuprare le nostre indefese donne (di puro pedigree italico).
 
Ma noi alle dichiarazioni di Calderoli diamo  ascolto quanto ai suoi rutti post-casòra.
 
Siamo andati a sfogliare le statische dell’istat sulle violenze sessuali nel nostro paese.
Ed ecco la vera drammatica Italia che ne consegue:
 
– ogni giorno in media sono sette le italiane che subiscono una violenza sessuale.
 
– per un totale di 2744 stupri l’anno.
 
– (Stiamo parlando di casi denunciati alla polizia, perchè nel 92% delle volte le vittime non osano farsi vedere nei commissariati (dicono «per paura di essere giudicate male», «per vergogna», o per difendere chi le ha brutalizzate). Le vittime reali invece sono molte, molte di più: 520mila le italiane dai 14 ai 59 anni che hanno subito uno stupro o un tentato stupro nella loro vita.)
 
In che luogo avvengono maggiormente gli stupri?
 
31.2 % la violenza sessuale  avviene a casa propria
25,4 % in automobile
10%     a casa dell’aggressore
 
al contrario di quanto Calderoli bofonchia, solo nel 8,6% dei casi le italiane vengono assalite e violentate per strade o in luogo pubblico.
 
chi è il violentatore???
 
20,2 % E’ il marito o convivente
23,8%  un amico 
17,4%  il fidanzato
12.3%  un conoscente
 
Solo il 3,5% dei violentatori non ha mai visto la donna che si accinge a stuprare. (calderoli si dispera)
 
Sulla nazionalità degli stupratori l’Istat non parla, ma un dato è palese: siccome la stragrande maggioranza delle donne italiane si sposa con uomini italiani e lavora o si relaziona con loro, pare evidente che la maggioranza dei violentatori abbiano una carta d’identità italiana.
 
Concludendo, Guerrilla Radio imputa la diffusione di un  razzismo strisciante,
 ancor più che alle dicharazioni del Calderoli,
alla rappresentazione mediatica  che  i palinsesti telegiornalistici
propipano alle coscienze (poco coscienti) per catturare share.
Giocando sul magnetismo che pervadono gli eventi traumatici,
puntando continuamente l’indice verso pochi isolati delitti che hanno come responsabili stranieri sul nostro territorio.
 
Media servi catodici di un governo,
i cui ministri ci conducono verso una società sempre più multirazzista.
 guerrilla radio

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ALTROCUNSUMO: CONTAMINATI ALTRI PRODOTTI IN TETRA PARK

Altroconsumo trova la sostanza chimica ITX in succhi di frutta, latte UHT e panna in Tetra Pak Esposti alle procure di Bologna, Milano, Parma, Verona e ai NAS

29-11-2005

Le analisi di laboratorio concluse oggi da Altroconsumo, associazione indipendente di consumatori, confermano che tutti i prodotti alimentari confezionati in Tetra Pak, non solo il latte artificiale per neonati, possono essere contaminati dalla sostanza chimica ITX.

Altroconsumo ha riscontrato infatti in 9 campioni su 25 di prodotti come succhi di frutta, latte UHT, panna da cucina confezionati in Tetra Pak la contaminazione di ITX, l’Isopropil Tioxantone, già riscontrato nelle confezioni di latte liquido per bambini.

Altroconsumo ha presentato oggi un esposto alle procure di Bologna, Milano, Parma, Verona, ai NAS, al procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e alla procura di Ascoli Piceno che sta conducendo l’inchiesta avviata con il riscontro dell’ITX nel latte liquido artificiale Nestlè e Milupa.

I risultati di queste analisi, purtroppo, contraddicono le informazioni rassicuranti diffuse ieri dal ministero della Salute, secondo il quale da primi riscontri dell’Istituto superiore di sanità la sostanza non sarebbe stata trovata in altri prodotti alimentari.

“Non solo è necessario l’immediato ritiro dal mercato dei lotti di riferimento dei prodotti confezionati in Tetra Pak positivi alle analisi” ha dichiarato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo – “ i consumatori di tutta Europa devono sapere cosa hanno ingerito sinora: dunque è necessario conoscere quali siano gli effetti tossicologici definitivi della sostanza chimica ITX. Chiediamo risposte alle istituzioni europee e italiane.”  ha commentato Martinello.

Questi i nomi dei prodotti alimentari positivi all’ITX con i lotti di riferimento e la data di scadenza, di cui Altroconsumo, allertando i produttori, chiede l’immediato ritiro dal mercato:

PANNA DA CUCINA UHT A LUNGA CONSERVAZIONE
Parmalat – CHEF 
Panna per cucinare
3 x 125
12/03/2006
E 20:34.267

LATTE UHT A LUNGA CONSERVAZIONE
C.L.Milano
Latte intero UHT
500
14/01/2006
L S52904

ALIMENTO PER BAMBINI A BASE DI LATTE
Milupa
Babymil – latte di crescita 
500
02/05/2006
C

SUCCO DI / BEVANDA ALLA FRUTTA
Del Monte Quality
Albicocca
3×200
23/08/2006
D054.2D
Derby blue
Albicocca
6×200
17/10/2006
LD199C-A
Santal
Up – Albicocca
3×200
25/05/2006
B LD270
Skipper – Zuegg
Junior – albicocca
4×200
20/10/2006
L529313:43
Valfrutta 
Albicocca Mediterranea
6×200
20/09/2006
LD172A-A

BEVANDE A BASE DI LATTE
Carrefour
Frutta e Latte – Pesca . Albicocca
3×200

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the war-road d’Israele

Un ulteriore esempio di quanto
Israele lavori in direzione della pace…
 
Una ulteriore riprova,
di come israele si muova con convinzione
verso un ulteriore inasprimento del conflitto.
 
Impedendo alle organizzazione umanitarie,
di operare in Palestina, nonostante queste attività siano promosse dalla  comunità internazionale e da stati alleati,
israele si pone agli occhi del mondo come uno stato oltranzista nei suoi estremismi nazionalisti, con poca coscienza di cosa sia la democrazia.
Ignorando sistematicamente quei passi decisivi verso un evolversi della pace.
 
guerrilla radio sa cosa significa
essere nei panni di Meri Calvelli. 
tutta la nostra solidarietà a Lei.
.

 
GO BACK TO YOUR COUNTRY:

ECCO COME ISRAELE ACCOGLIE I
COOPERANTI  ITALIANI


 
Il 14 novembre scorso Meri Calvelli, rappresentante paese per il CRIC (Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione), stava rientrando in Palestina dopo un breve periodo passato in Italia.
Al controllo passaporti all’aeroporto Ben Gurion Meri è stata fermata dalla sicurezza israeliana ed è stata sottoposta ad un lungo interrogatorio alle 3:00 del mattino, cui ne sono seguiti altri per tutta la giornata, intervallati da lunghe attese, finché alle 15:00 si è vista rifiutare l’ingresso in Israele.
Né il nostro il Consolato, né la nostra Ambasciata, intervenuti in aeroporto, hanno potuto comprendere le motivazioni della sicurezza israeliana o accedere ad alcuna informazione che potesse fermare o almeno chiarire l’assurda decisione, giustificata, come sempre e’ accaduto nei moltissimi casi simili, da generici “motivi di sicurezza”.
Alle 5:00 del mattino del 15 novembre, dopo 26 ore passate tra intimidazioni e minacce e dopo una notte rinchiusa in cella, Meri è stata imbarcata su un aereo per l’Italia.
Meri, oltre ad essere rappresentante del CRIC, gestisce un progetto di gestione e riciclo dei rifiuti solidi urbani nella Striscia di Gaza cofinanziato dal Ministero degli Esteri italiano.
Il CRIC da oltre 15 anni è impegnato in progetti di sviluppo e umanitari sostenuti dal Ministero degli Esteri, dalla Commissione Europea, dalle Nazioni Unite, da Regioni e Comuni italiani, ed in iniziative di solidarietà a beneficio della popolazione palestinese dei Territori Occupati.
Moltissime sono state le persone che hanno contribuito alle attività del CRIC, che si sono recate nei Territori Occupati in questi anni, dando il loro supporto professionale ed umano alla costruzione di un futuro sostenibile e degno per il popolo palestinese.

Questo e’ solo l’ultimo caso in cui la sicurezza israeliana impedisce il passaggio ai cooperanti che lavorano nei Territori Occupati Palestinesi, a cui si puo’ accedere unicamente attraverso i confini israeliani. E’ noto che la sicurezza israeliana pratica forme di minaccia e intimidazione sui cooperanti ai varchi di frontiera, non appena questi menzionano di lavorare nei Territori Occupati Palestinesi. Cio’ avviene nonostante queste persone siano impegnate in progetti di emergenza e sviluppo finanziati sia dalle agenzie di cooperazione dei diversi stati, sia dalla Commissione Europea.

Israele, impedendo ai cooperanti di svolgere il proprio lavoro, rende inutili gli sforzi della società civile, dell’Italia e di tutti gli altri Stati per la promozione dello sviluppo e della convivenza pacifica nella regione.

Israele, ostacolando il lavoro delle organizzazioni umanitarie in Palestina, mostra ancora una volta netta opposizione ad ogni processo di pace!
Mentre L’Italia dichiara che la sicurezza di Israele va garantita, Israele nemmeno rispetta le richieste delle nostre rappresentanze diplomatiche.
Quale cooperazione italiana e internazionale in Palestina, se i diritti di chi lavora nella cooperazione sono violati in questo modo?
Quando allo status da cooperanti in nei territori occupati verranno conferite la dignità e la sicurezza che merita rispetto ai soprusi di Israele?

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Willy Pete: Usa spararono armi chimiche su Falluja

New York Times: mai più fosforo bianco

di Benedetta Verrini
29/11/2005

In un editoriale, il prestigioso quotidiano afferma che gli Stati Uniti devo smettere di usare questa sostanza. “Per non parlare delle bombe a grappolo e delle mine antiuomo”, aggiunge

Gli Stati Uniti devono smettere di utilizzare il fosforo bianco in operazioni militari, anche se le convenzioni internazionali da loro sottoscritte offrono questa possibilità: lo afferma il New York Times, in un editoriale che affronta la vicenda dell’utilizzo di armi incendiarie nell’assedio di Falluja del novembre 2004 (portata alla luce da un servizio di Rai News 24).
”Il fosforo bianco, che risale alla Seconda Guerra Mondiale, andava vietato generazioni fa”, afferma l’editoriale, intitolato ‘Shake and bake’ (scuoti e cuoci, dalla frase che i militari americani hanno usano per l’operazione su Falluja…). Il Pentagono ha ammesso nei giorni scorsi di aver utilizzato l’arma contro gli insorti a Falluja, per stanarli, ma ha negato con forza di aver preso di mira civili.
”L’Iraq, dove conquistare civili ostili e’ altrettanto importante che sconfiggere insorti armati – afferma il New York Times – non e’ un posto dove usare un’arma come questa. Inoltre, le richieste americane per sforzi contro la proliferazione e per il controllo internazionale della armi, suonano un po’ vuoti quando gli Stati Uniti rifiutano di rinunciare al fosforo bianco, per non parlare delle bombe ‘a grappolo’ e delle mine antiuomo”.
”Gli Stati Uniti dovrebbero guidare il mondo – conclude l’editoriale – non trascinare i piedi, quando si tratta di questioni di questo genere. Perche’ e’ giusto e perche’ tutti noi, inclusi gli americani, siamo piu’ sicuri in un mondo dove certe forme di condotta sono viste come troppo disumane anche per un guerra”.

Iraq. Il Guardian: gli Usa hanno usato armi chimiche e poi hanno mentito

 Londra, 16 novembre 2005
 L’esercito americano ha utilizzato il fosforo bianco durante le operazioni militari a Fallujah, nel novembre del 2004,  come dimostrato nella nostra inchiesta “Falluja. La strage nascosta”. Lo ha confermato oggi un portavoce del Pentagono, interpellato dalla Bbc.

La dichiarazione è stata fatta da Barry Venable, portavoce del Pentagono: “Lo abbiamo utilizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici”, ha detto il colonnello Barry Venable. “Il fosforo bianco è un’arma convenzionale. Non si tratta di un’arma chimica”, ha aggiunto il portavoce. “Non è illegale. Noi la usiamo soprattutto come un agente oscurante, per cortine fumogene o per illuminare gli obiettivi”.

In precedenza gli Stati Uniti avevano negato nella maniera più assoluta di aver utilizzato fosforo bianco. Secondo la Bbc l’aver ritrattato la precedente smentita, è un disastro per le pubbliche relazioni degli Stati Uniti.

A rivelare l’utilizzo di fosforo bianco come arma incendiaria a Falluja anche Darrin Mortenson, giornalista per il North County Times di San Diego. Mortenson e’ stato a Fallujah durante l’assedio dell’aprile 2004 ed e’ il primo giornalista embedded a denunciare l’uso di fosforo bianco. “La prima volta che abbiamo assistito a un bombardamento al fosforo bianco è stato nella parte nord ovest di Fallujah. I marines con cui ero embedded hanno fatto un’incursione nella città e si sono avvicinati a un gruppo di case. Erano unità che usavano mortai da 60mm, con un’azione cosiddetta di fuoco indiretto. E’ lì che abbiamo sentito i superiori ordinare di sparare il fosforo bianco. L’obbiettivo dei soldati era di sopprimere i cecchini nello stesso momento in cui i marines penetravano nella zona. In particolare i marines hanno usato fosforo bianco contro l’area in cui c’era un palmeto e un gruppo di case usate dai cecchini che sparavano contro un elicottero americano ogni volta che l’elicottero si avvicinava al palmeto. I mortaisti avevano ricevuto l’ordine di sparare dalle autorità superiori che stavano in una posizione dalla quale potevano vedere dall’alto gli insorgenti”.

Va precisato che il fosforo bianco è legale se viene usato come illuminante, ma la Convenzione di Ginevra sostiene che è da considerarsi come un’arma chimica se usata contro il nemico

Un’inchiesta di Rai News 24 con testimonianze di soldati americani

«Usa spararono armi chimiche su Falluja»

L’Nk-77 (il nuovo napalm) e il fosforo bianco: «Il fosforo esplode e forma una nuvola: chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato»

ROMA – L’esercito americano avrebbe utilizzato armi chimiche proibite nell’attacco a Falluja nel novembre 2004. Sarebbe stato usato l’Nk-77 (nuova versione del napalm, proibito dal 1980) e il fosforo bianco, contenuto nei proiettili illuminanti, ma in questo caso lanciato in modo indiscriminato e consapevole sulla città. Lo denuncia un’inchiesta di Rai News 24, «Fallujah – La strage nascosta», che verrà trasmessa martedì alle 7,35 su Rai News 24 e su Rai Tre e che è stata presentata lunedì presso la Federazione nazionale della stampa a Roma. Il servizio dura 22 minuti ed è firmato dall’inviato di Rai News 24 in Iraq, Sigfrido Ranucci.

TESTIMONIANZE – Il veterano americano Jeff Englehart, marine della 1ª divisione, ha testimoniato: «Ho sentito io l’ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Falluja. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, li scioglie fino alle ossa. Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini. Il fosforo esplode e forma una nuvola: chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato perché brucia le molecole di ossigeno e una volta attecchito sulla pelle brucia fino all’osso».
«Avevo raccolto testimonianze sull’uso del fosforo e del napalm da alcuni profughi di Falluja, che avrei dovuto raccontare prima di essere rapita. Avrei voluto raccontare questo, ma i miei rapitori non me l’hanno permesso», ha detto Giuliana Sgrena.

BRUCIA FINO ALL’OSSO – A Ranucci l’idea dell’inchiesta venne dalla visione di un gran numero di fotografie tenute dai registri cimiteriali di Falluja, di cadaveri ritrovati in città dopo la battaglia del 2004. Corpi rattrappiti e semicarbonizzati, ma che non sono morti fra le fiamme, perché sono tutti vestiti e il tessuto degli abiti è intatto. «Bruciano solo i corpi, non i vestiti», segni tipici degli effetti del fosforo bianco, denuncia Mohammad Tareq al-Deralji, direttore di un centro studi su Falluja, una ong nata nel 2005 dopo i bombardamenti, in una conferenza stampa praticamente deserta tenuta lo scorso 25 ottobre all’Europarlamento. «Testimoni hanno visto a Falluja una pioggia di sostanze incendiarie di vari colori che quando colpivano bruciavano le persone. E anche quelli che non erano colpiti avevano difficoltà a respirare».
MEZZE AMMISSIONI – Il documentario mostra filmati circolati clandestinamente, indicati come ripresi da soldati americani a Falluja, in cui si vedono nella notte i lampi e la fontana di fuoco bianco di bombe al fosforo. Il dipartimento di Stato Usa ha negato l’uso di fosforo bianco in un documento ufficiale dell’ufficio di comunicazione del ministero degli Esteri. In Gran Bretagna lo scorso giugno la deputata laburista Alice Mahon si dimise dopo che, su sua interrogazione alla Camera dei Comuni, il ministero della Difesa ammise che l’uso di fosforo bianco ed Nk-77 era vero, scusandosi per aver in precedenza sempre negato.
 
07 novembre 2005
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Willy Pete: Usa spararono armi chimiche su Falluja Leggi l'articolo »

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