Settembre 2009

Commissione Goldstone: Israele criminale di guerra

Il Cairo è il mio Caronte, lentamente mi sta traghettando in Europa.

Cammino lento ma costante, sovraccarico di sofferenza, per le modalità delle mia evasione, per il contatto umano lacerato con i prigionieri di Gaza.

Mi  si chiede un parere sulla sentenza della commissione ONU capeggiata da Goldstone che ha inchiodato Israele come criminale di guerra durante l’ultimo massacro a Gaza, l’analisi Maurizio Blondet qui riportata soddisfa ogni curiosità a riguardo.

Tornando sui parà italiani uccisi recentemente, parafrasando chi l’Afghanistan la conosce meglio dei suoi bisturi, “bisogna essere dei cretini per pensare che fossero lì in missione umanitaria e non invece a condurre una sporca guerra”.

Massima solidarietà all’insegnante Simonetta Salocone,  la quale si è rifiutata di somministrare quell’ipocrita minuto di silenzio ai suoi studenti.

Se le vite umane hanno tutte lo stesso peso indipendentemente dal colore della pelle e della bandiera in cui vengono avvolte i cadaveri, rivolgendo lo sguardo alle quotidiane stragi di civili in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, dovremmo cucirci le labbra con del silicone e non permetterci di proferire più alcun fiato.

Tanto più che la guerra in Afghanistan l’hanno portata i nostri valorosi soldati,

e dei bambini ammazzati chi se ne frega?

 

Restiamo Umani

Vik dall’Egitto

 

Vedi anche:

Soldati italiani, il costo di una morte inutile

 

Criminali di guerra in crisi di nervi
 

Maurizio Blondet   
21 settembre 2009
La speciale commissione ONU d’indagine sul conflitto di Gaza, dopo accurata inchiesta sul terreno, ha stabilito: Israele ha commesso crimini di guerra durante l’operazione Piombo Fuso (1).


La notizia può essere sfuggita, perchè i nostri media non ne hanno parlato o quasi. Ma in Israele, la sentenza della commissione d’inchiesta – capeggiata per di più da un magistrato ebreo sudafricano, Richard Goldstone – ha suscitato un parossismo di rabbia e di paura.Per una volta, una dichiarazione dell’ONU viene presa sul serio, e il motivo è questo: i capi politico-militari, e i soldati che hanno commesso atrocità comprovate, rischiano di essere formalmente incriminati al tribunale internazionale dell’Aja.Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, i loro generali non si faranno trascinare al tribunale come un qualunque Milosevic; ma corrono dei rischi ad ogni viaggio all’estero: dato il tipo di crimine, ogni magistrato può farli arrestare. Sono a rischio i viaggi per shopping a Parigi e a Londra. Sicchè, «appena un giorno dopo la pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite», scrive Arutz Sheva (il notiziario del «coloni» ebraici), «il vice-ministro degli Esteri Danny Ayalon ha riunito i capi della comunità ebraica (americana) a New York e li ha esortati a contrastare il rapporto con tutte le forze» (2).«Il rapporto Goldstone deve essere trattato come la Risoluzione ONU 3.379, che dichiarava il sionismo una forma di razzismo», ha detto Ayalon ai capi-lobby: «Per questo dobbiamo impegnarci  ad agire con tutta la nostra forza contro il rapporto, con lo scopo di cancellarlo e di silurarlo».Ehud Barak, che come ministro della Difesa è fra i diretti  responsabili di «Piombo Fuso» e quindi dei crimini di guerra commessi, ha immediatamente fornito gli argomenti che la lobby deve imporre ai media, ai politici e ai governi occidentali: il rapporto «è un regalo fatto al terrorismo, e incoraggia i terroristi a continuare nel terrore. L’equivalenza che il rapporto fa, tra i perpetratori del terrore e le sue vittime (che sarebbero gli israeliani, ndr) non ha senso. Stiamo esaminando la possibilità, attraverso i canali diplomatici e internazionali, di far dichiarare il rapporto inammissibile».Ayalon ha avuto il primo facile successo a Washington: ha incontrato l’ambasciatrice americana all’ONU, Susan Rice, e molti membri dell’amministrazione Obama e del congresso, onde (dice Arutz Sheva) «imporre il messaggio che il rapporto è inaccettabile e che mina il diritto di Israele a difendersi».Poche ore dopo, le agenzie informano: «L’ambasciatrice Susan Rice ha rigettato una proposta ONU di obbligare Israele ed Hamas a condurre in proprio credibili indagini sui crimini commessi durante la guerra di Gaza nell’inverno scorso, o altrimenti affrontare la possibile incriminazione da parte di un procuratore internazionale».Per meglio condurre la controffensiva, è stata creata una organizzazione non-governativa che si chiama «UN Watch», ossia «sorveglianza dell’ONU», il cui scopo, scrive il Jewish Chronicle, è di «monitorare i comportamenti delle Nazioni Unite» (3). E’ un po’ come «Informazione Corretta», e il suo centro ispiratore «Accuracy in Media» fondato da Dan Irvine (ebreo), che «monitora l’antisemitismo» nei giornali e nei media, ed è fondata e gestita da ebrei filo-israeliani. Anche «UN Watch» è stato fondato dall’ambasciatore Morris Abram, ex rappresentante permanente USA presso l’ONU a Ginevra (ovviamente ebreo), e diretto da un tale Hillel Neuer, che ha cominciato a sparare a zero in numerose dichiarazioni pubbliche: il rapporto «diffonderà l’antisemitismo».
Benchè il rapporto ONU critichi anche Hamas (avrebbe commesso crimini lanciando i razzi su Sderot), esso è comunque «non imparziale», perchè ispirato a «pregiudizi contro Israele», ha detto Neuer. Infatti «diversi membri della missione d’inchiesta, come la professoressa Christine Chinkin, docente di diritto alla London School of Economics, è stata trovata colpevole di pregiudizi anti-israeliani, tanto che è stata di recente dimissionata dalla Commissione ONU per i diritti umani», ha  aggiunto Hillel parlando davanti ai capi della Zionist Federation in Gran Bretagna.
Ma il capo della missione d’inchiesta, Richard Goldstone (già Goldstein), è ebreo… «E’ stato scelto apposta uno come lui a dirigere l’inchiesta, in modo da mostrare che il rapporto dell’ONU è equanime».Insomma non c’è mai un inquirente giusto: se non è ebreo, è antisemita. Se è ebreo, l’hanno preso apposta per fingere imparzialità.In realtà, ha aggiunto Neuer che sorveglia l’ONU con la sua organizzazione non-governativa, è noto che «da anni l’ONU dedica una attenzione sproporzionata ed applica un trattamento sleale contro Israele. Ciò dimostra come i principi fondamentali della Carta dell’ONU, come il diritto a un giusto processo e all’uguale trattamento, sono spesso ignorati o selettivamente applicati» contro Israele.«La colpevolezza d’Israele è già data anticipatamente per scontata da certi dirigenti ONU. Il capo della commissione Diritti Umani, Navi Pillay, aveva già annunziato che se la missione d’inchiesta trova le prove di crimini di guerra, essi dovranno essere investigati dalla Corte Internazionale dell’Aja. Il rapporto Goldstone rischia di creare un piano inclinato per trascinare Israele davanti al Tribunale Internazionale; sarà usato come arma politica per colpire Israele e impedirle di difendersi;  innescherà una campagna per isolarla e demonizzarla».L’ONU «descrive un mondo a rovescio, falso e irreale», ha rincarato Neuer: «Perchè l’80% dei pronunciamenti della commissione Diritti Umani sono dedicati ad accusare di abusi Israele, quando ci sono esempi molto peggiori nel mondo?».Ecco l’argomento: gli altri fanno peggio di noi. E’ istruttivo apprendere che Fiamma Nirenstein, parlando da Radio Radicale sabato mattina, ha usato esattamente gli stessi argomenti: perchè non vengono incriminate l’Arabia Saudita, l’Iran o la Libia, che non riconoscono «i diritti delle donne»? A questa stregua, ha rincarato la Nirenstein, «gli USA e la Germania dovrebbero essere incriminati di crimini di guerra», per aver bombardato in Afghanistan quelle due autobotti rubate dai talebani, che hanno provocato la morte di una settantina di civili afghani (4).Sarebbe una buona idea infatti: troppo buona, e forse ancor più pericolosa per Israele. Si finirebbe per indagare su Wolfowitz e Perle, e gli altri neocon filo-israeliani, che hanno istigato l’invasione dell’Iraq, con tutte le atrocità conseguenti, fra cui un milione di civili iracheni massacrati, e milioni di civili ridotti a profughi.A vantaggio di chi sono stati commesse due invasioni in Paesi islamici, e commesse tali atrocità, impunemente, perchè taciute dai media? E magari: chi sono i mandanti o gli esecutori dell’11 settembre, che hanno ucciso 3 mila civili americani, e a vantaggio di quale politica?A voler guardare davvero dentro questi eventi, si potrebbero scoprire elementi ed indizi molto scomodi per la lobby.Ad uso interno, i media israeliani stanno cercando di demolire l’autorità morale di Richard Goldstone, il giudice internazionale che ha firmato il rapporto, già procuratore d’accusa all’Aja per i crimini commessi in Ruanda e in Jugoslavia.E’ una tattica che abbiamo già visto, commenta però la giornalista Amira Hass (5): le organizzazioni pacifiste ebraiche «B’Tselem, Rompere il silenzio» (i soldati che accusano le atrocità che sono stati costretti a commettere), il Comitato contro la Tortura in Israele, Amnesty International, Human Right Watch, Haaretz sono già stati presentati l’uno dopo l’altro come cose da gettare nella spazzatura insieme ai mendaci palestinesi; nel migliore dei casi, sono dipinti come ingenui, nel peggiore, come collaborazionisti nello sforzo di macchiare Israele»; adesso tocca al giudice Goldstone, magistrato internazionale prima lodato per la sua imparzialità.
La campagna è così feroce e forsennata, che ha prodotto un risultato stupefacente, e controproducente. Nicole, la figlia del giudice Richard Goldstone, s’è fatta intervistare dalla radio dell’esercito israeliano e – in lacrime, e parlando in ebraico – ha detto (6): se mio padre non avesse accettato di capeggiare l’inchiesta ONU sui fatti di Gaza, «le accuse contro Israele sarebbero state molto più gravi». Papà Goldstone è un sionista appassionato, ed ha ammorbito le conclusioni.
«Mio padre è stato molto combattuto se accettare; ha accettato questo compito perchè ha pensato di far il bene anche di Israele. Non è stato facile per lui. Certo, mio padre non si aspettava di vedere e udire quel che ha visto e sentito» nella sua inchiesta sul terreno.Ma che cosa ha visto il giudice Goldstone, ebreo e sionista, che non si aspettava di vedere?
Fra i fatti che si leggono nel rapporto da lui firmato con la morte nel cuore, egli riferisce del massacro degli allievi di polizia di Gaza, avvenuto il 27 dicembre 2008. Era sabato, e gli allievi erano tutti nel cortile della caserma per la cerimonia, stavano ricevendo i diplomi di promozione. Israele iniziò l’operazione Piombo Fuso massacrando 99 di quei giovani con bombe dal cielo, oltre a nove civili che assistevano alla cerimonia. Goldstone fu – riferisce nel rapporto – fra i primi ad arrivare, con funzionari ONU, sul luogo del massacro. E testimonia personalmente che l’attacco fu un massacro «deliberato».

L’ispettore dell’ONU Richard Goldstone visita la casa distrutta della famiglia Samouni, massacrata da un attacco di artiglieria durante l’offensiva israeliana su Gaza

 

Aggiunge: ben 240 poliziotti palestinesi sono stati uccisi durante la breve guerra, un sesto delle vittime totali a Gaza. Anch’essi presi di mira deliberatamente. E il giudice dà conto della giustificazione israeliana: la Polizia di Gaza è un organo di Hamas, dunque parte delle forze armate «terroriste». Goldstone e i suoi collaboratori analizzano la storia della Polizia palestinese dopo la presa di potere di Hamas nel 2007, e giungono alle conclusioni contrarie: la Polizia palestinese è «un organo civile di ordine pubblico», e quel 27 dicembre, per di più, nessuno degli agenti stava partecipando alle ostilità. A parte quegli agenti che «individualmente» hanno preso parte ai combattimenti, collettivamente il corpo di Polizia non ha perso la «immunità civile» che viene riconosciuta dalle norme internazionali di guerra; che, dunque, sono state violate dallo Stato ebraico.Il giudice Golstone ha visitato anche le poche strutture alimentari esistenti a Gaza. Come un allevamento di polli che produceva il 10% delle uova consumate a Gaza, e che ha trovato essere stato «sistematicamente spianato» da bulldozer corazzati israeliani, che hanno distrutto 13 mila volatili.Ancor più grave il caso del molino dei Fratelli Hamada, il solo produttore di farina a Gaza, dopo che gli altri due molini esistenti avevano dovuto chiudere per mancanza di materia prima, a causa del blocco isrealiano. Per due volte i fratelli Hamada, i proprietari, avevano ricevuto minacce di distruzione, e s’erano messi in contatto con i loro corrispondenti d’affari in Israele, cercando di scongiurare il pericolo; ad ogni buon conto, avevano evacuato i 50 dipendenti. Infine, nella notte del 9 gennaio, gli israeliani hanno spianato anche il molino con missili, e poi con elicotteri, distruggendone tutti i macchinari; nove mesi dopo, il molino non è ancora in grado di funzionare.
Ascoltata la versione dei fratelli Hamada, Goldstone ha chiesto alle autorità ebraiche a quale scopo avevano distrutto un mulino, che produce l’alimento-base più elementare per la popolazione civile. Israele non ha mai risposto (in generale, ha rifiutato sistematicamente di collaborare con l’inchiesta). La commissione ha dovuto concludere che la «gratuita» distruzione aveva solo uno scopo, «mettere fine alla produzione di farina nella striscia di Gaza».
Il rapporto ONU nota che ancor oggi, a nove mesi dalla la fine delle ostilità, ci vogliono 85 giorni perchè Israele lasci entrare a Gaza materiale di soccorso come le tende, 68 per materiali sanitari e pediatrici, 39 per articoli casalinghi come pentole e materassi. Centoventi camion carichi di quaderni e libri scolastici per i bambini sono tuttora bloccati, specie i testi per lo studio dell’inglese, che riguarda 130 mila bambini. L’agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNRWA) aspetta ancora 4 mila banchi e 5 mila sedie per le scuole, il cui arredo è stato  distrutto.
Il rapporto dell’UNRWA, che sarà annesso al rapporto Goldstone, denuncia l’ostinato blocco israeliano dopo tante distruzioni come «un progetto di graduale sotto-sviluppo di tutti i settori, per devastare le vite, accrescere la disoccupazione, e aumentare la dipendenza della popolazione dagli aiuti».Più soft, il rapporto Goldstone recita:
«La missione ha dovuto considerare se la serie di atti volti a privare la popolazione di Gaza dei mezzi di sussistenza, di lavoro, di abitazione e d’acqua, che negano la libertà di movimento e il diritto di entrare ed uscire dal Paese, che limitano l’accesso a cure e tribunali, sia da ritenersi “persecuzione”, che è un crimine contro l’umanità».Goldstone è riuscito a non far usare il termine «punizione collettiva»; ma in ogni caso l’accusa è durissima.Il rapporto Goldstone ha dimostrato  che Israele «ha colpito una popolazione civile che era sotto il suo controllo» e dunque sotto la sua responsabilità. Che ha «usato forza sproporzionata in confronto alle concrete minacce ai propri civili». Che i soldati israeliani «hanno ricevuto ordine di sparare sulle ambulanze e i gruppi di soccorso», mentre altri hanno sparato su gente che avanzava «con una bandiera bianca»; che hanno ucciso persone «nelle loro case, e nelle vicinanze», che hanno usato gente di Gaza come scudi umani. Che hanno usato fosforo bianco in aree densamente popolate, che prima di ritirarsi, hanno distrutto deliberatamente vaste aree residenziali, industriali ed agricole.Nel complesso, l’operazione Piombo Fuso viene definita «un’aggressione deliberatamente sproporzionata, che ha avuto lo scopo di punire, umiliare e terrorizzare una popolazione, stroncare la sua capacità economica di provvedere a se stessa, e instaurare in essa un senso ogni giorno maggiore di dipendenza e di vulnerabilità».E’ questa la verità che Israele, la Diaspora e i suoi complici non vogliono vedere, e che si preparano a cancellare con «tutte le forze» di pressione e di menzogna.Come dice Michael Oren, l’ambasciatore israeliano in USA: «Questo rapporto crea un problema non solo per Israele, ma per tutte le libere democrazie del mondo. E’ una vitttoria per il terrorismo. E’ una grave sconfitta per ogni Paese democratico che si trovi ad affrontare un’organizzazione terrorista irregolare in un’area densamente popolata. Io non credo che agli Stati Uniti piacerebbe vedere un simile rapporto montato contro la sua condotta delle sue operazioni in Afghanistan». Quanto a Netanyahu, anch’egli ha dichiarato: «I capi del mondo faranno bene a respingere il rapporto. Non è solo un nostro problema. Se incriminano i nostri soldati, ufficiali, piloti e persino i nostri leader, essi incrimineranno anche voi» per le guerre che gli USA e i loro alleati stanno facendo.Strano, sono gli stessi argomenti, e lo stesso ricatto implicito, usato dalla Nirenstein: evidentemente è stata istruita.Non posso chiudere questo articolo senza menzionare che il rapporto Goldstone incolpa di crimini di guerra anche Hamas, per i razzi che ha lanciato su Sderot, dunque contro i civili israeliani. Quei civili, come ha scritto il giornalista ebreo Gideon Levy, che in quei giorni «portavano i bambini sulle alture attorno a Gaza ad appludire alle bombe che stavano causando il carnaio».
Non importa: Hamas ha ucciso un israeliano ogni 100 palestinesi massacrati (in tutto sono stati oltre 1.400). Fra questi, 29 membri di una sola famiglia, i Samouni, la cui sopravvissuta, Zinat Samouni, ha raccontato come ha visto trucidare dai soldati del glorioso Tsahal suo marito di 46 anni e il loro figlio Ahmed, di 4, dopo averne occupato la casa e scritto graffiti insultanti sulle pareti.
Si chiama «par condicio», credo, o «obbiettività bilanciata». Commenta il sito «Jews sans Frontieres»: «Se il giudice Goldstone avesse dovuto redigere un rapporto sui crimini nazisti, avrebbe definito anche la sollevazione del ghetto di Varsavia come crimine di guerra?». Ma il sito è dichiaratamente anti-sionista, dunque antisemita, come dice Napolitano (e a proposito, lui ora cos’è, dopo questo rapporto ONU?).

 


1) Il rapporto si può leggere integralmente al sito: www2.ohchr.org/hrcouncil/specialsession/UNFFMGC_Report.pdf
2) Gil Ronen, «Ayalon to Jewish Leaders: Fight UN Report Hard», Arutz Sheva, 18 settembre 2009.
3) Bernard Josephs, «Fears over UN Gaza Report», Jewish Chronicle, 10 settembre 2009.
4) Fiamma Nirenstein, «E’ il palestinismo la vera malattia dell’ONU», Il Giornale, 17 settembre 2009.Vi si può leggere questo moderatissimo incipit: «La relazione della commissione Goldstone sull’operazione ‘Piombo Fuso’ è un pericolo per tutti noi. E’, nero su bianco, il proclama che stabilisce che bisogna arrendersi di fronte al terrorismo sistematico che colpisce e usa i civili. Se si dà una rapida occhiata alle 575 pagine prodotte per stabilire che cosa è accaduto a Gaza nella guerra del 2008-2009, si vede che la commissione istituita dall’ONU non ha avuto alcun interesse alla verità, ma solo alla ennesima criminalizzazione di Israele: l’ONU incarna qui, ancora una volta, un esempio del palestinismo moralista che sfrutta, in funzione della delegittimazione antioccidentale, i sensi di colpa del mondo contemporaneo e cerca, nella pratica immediata, la morte civile e fisica dello Stato ebraico. L’ONU dedica ogni anno due terzi delle sue risoluzioni sui diritti  umani alla condanna di Israele; la sua assemblea, dove sono già risuonati i discorsi antisemiti del presidente Ahmadinejad, adesso procede con una versione flautata, quella del giudice Goldstone, un ebreo con tanto di figlia che vive in Israele».
5) Amira Hass, «The one thing worse than denying the Gaza report», Haaretz, 17 settembre 2009.
6) «Goldstone’s daughter: My father’s participation softened UN Gaza report» Haaretz, 16 settembre 2009.

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La prigione di Gaza vista dall’al difuori.

E così sono sulla via di casa, mentre i miei incubi mi condannano a rimanere incatenato a vita a Gaza.

Dopo un anno di condanna sono riuscito a evadere di prigione, grazie al colore della mia pelle e al mio passaporto. E’ falso affermare che i diritti umani sono universali, hanno invece cittadinanza. E a beneficiarne sono spesso coloro che li bistrattano.

Dietro le mie spalle di nato fortunato in Italia, un milione e mezzo di persone arrancano da più di sessant’anni per tornare a godere di un beneficio simile.

Il diritto a restare umani.

Restiamo Umani.

 

Vik da Al Arish,

Egypt.

Ps. Oltre la fatalità di essere nativo italiano, il mio passaggio sorprendentemente così subitaneo è merito dell’interesse degli amici che fin qui mi hanno sempre seguito e supportato. Shuqran hermanos.  Da domani s’inizia un’altra intifada, meno corporea e più verbale. Si tratta di rendere itinerante un anno di vita vissuta a Gaza. Perché capire significa condividere. Cercherò di muovere i miei passi ovunque mi sarà data voce, e la mia lingua sarà quella dei cuori ammutoliti ma mai arresi di Gaza.

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Soldati italiani caduti in guerra: SURREALISMO JIHADISTA

Dall’Italia fino a Gaza le raffiche di retorica di chi finge cordoglio per giustificare l’occupazione militare in Afghanistan mi hanno riportato alla mente un scritto di qualche tempo fa.
 
L’ambiente differente, ma simile lo scenario.
Allora come oggi si cerca di rimescolare le carte,
e laddove si esporta la guerra, si convince l’opinione pubblica trattasi d’istallazione di pace,
spacciando per pacifisti degli uomini addestrati ad uccidere che in Iraq come in Afghanistan hanno mietuto migliaia di vittime civili.
 
Restiamo Umani,
Gaza city
Vik
ps.
stasera tutti a Brindisi coi 99 Posse!

.

Toc!  Toc!
 
Chi è che bussa alla mia porta?
 
“Sono La Guerra,
porto in dote La Morte
e vengo a riportarvi indietro una manciata di soldatini di stagno,
ci stavo giocando, si sono rotti.”
 
Ma è terribile!!!
Come è potuto succedere!
I nostri Eroi!
 
“Sono La Guerra,
vetusta meretrice,
non faccio distinzione fra militare e civile,
ne distinguo classe sociale.”
 
Ma i nostri soldati erano impegnati
in missione di Pace!
 
“La Pace?
 io sono La Guerra.
 Guerra e Pace stanno accanto al massimo in un romanzo russo.
 Quando ci sono Io non c’è spazio per Lei.
 Qui in Iraq poi,
 quella fottuta non si è più fatta vedere,
   se non nei televisori dei caffè di Baghdad
 che rimandavano quelle vostre stupide manifestazioni
 nelle quali sfilate con quella ridicola bandiera,
 l’unica che non sono riuscita a intingere nel sangue.”
 
Ma i nostri valorosi combattenti!
 insomma anche il presidente Ciampi ha parlato di “immenso dolore”!
 
“Sono la Morte
e adesso
mi svelo un poco.
 
Ero qui anche ieri,
ho bussato più volte alla vostra porta.
Tenevo in braccio una madre coi suoi figlioletti
uccisi come cani dinnanzi ad un checkpoint americano.
Ho bussato ma non mi avete sentito.
 
Ero qui anche il giorno prima,
con i resti umani di quella che era una festa di nozze
bombardata per errore dalle vostre bombe intelligenti.
Ho picchiato sui vostri usci con ogni singolo frammento d’ossa,
non mi avete dato retta.
Vi ho sentito invece accapigliarvi per il rincaro del petrolio;
anche questo merito mio.
 
Ero qui anche il giorno precedente,
e quello prima ancora, qui dinnanzi alle vostre case sin da quel fatidico 18 marzo 2003,
ho condotto lo scuolabus saltato su una mina destinata ai convogli dei vostri alleati,
ho fatti acquisti in un mercato poco prima fosse vittima dell’ennesimo bombardamento errato,
vi ho portato da vedere i corpi decapitati dalla vostra intelligence,
da saggiare le anime dei torturati a morte delle vostre Abu Ghraib.
 
Ogni volta ho bussato,
e ogni volta avete finto di non sentirmi,
sino ad Oggi.
Valevano davvero così tanto quei vostri soldatini di stagno?
 
Ora devo andare, sapete ho tutte queste teste da mozzare,
questi corpi da spolpare, queste membra da amputare…
Sono Grata ai governi occidentali per tutto il lavoro che ultimamente mi hanno fornito,
però
 forse,
non pensate che meriti un pò di riposo?
Mi mandate in vacanza?
 Mi piacerebbe tanto visitare Tehran…
  ho già iniziato a studiare il persiano…”
.
…to be continued…
(purtroppo)
 
 
vik alias guerrilla radio,
spesso viceversa.

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Nella Striscia di Gaza, dove il Ramadan dura 365 giorni all’anno

Il mio articolo per Il Manifesto di domenica:

 

Il mio paffuto vicino di casa, Abu Ghalium, si è compiace di aver già perso 4 chili dopo circa 20 giorni di Ramadan.
Beato lui, mi sono detto, che potrà recuperarli facilmente dopo il mese di digiuno, facendo parte di quella elite di privilegiati palestinesi che non soffrono più di tanto l’occupazione, ma anzi si rimpinguano le tasche offrendo appartamenti in affitto e servizi alla cooperazione internazionale.

In realtà, qui a Gaza nulla è più snervante, avvilente e smagrente dell’assedio israeliano.
E perdendosi nell’arnia appiccicosa di umanità nei pidocchiosi vicoli dei campi profughi, dove passi appena se sei sovrappeso, dove il sole batte impietoso facendo evaporare ogni miraggio di oasi di pace, e le mosche battono in ritirata stanche di poggiarsi sopra tanta misera; nelle tendopoli su a nord, ad Abed Rabbo, dove interi nuclei famigliari sono rimasti a vivere sotto le macerie delle case bombardate, che stanno su contro ogni legge gravitazionale, il digiuno non è precetto religioso ne tantomeno un costume tradizionale, ma un rituale imposto.

Dove l’acqua potabile te la portano con le autocisterne se ne avanza, ti pare quasi di udire sguazzare la ricca borghesia israeliana quando per sconfiggere l’afa si mette a mollo nelle piscine di ville non troppo distanti dal reticolo di filo spinato.

Simultaneamente nelle scuole dove gli stomachi sono vuoti anche le menti sono a messe a dieta: quest’anno Israele ha deciso di non far pervenire qui  a Gaza i libri di testo per le scuole elementari.

 

Girando per i mercati popolari, le bancarelle straripano di merce proveniente dal mercato nero dei tunnel al confine con l’Egitto, ma stentano a trovare acquirenti per la crescente indigenza degli abitanti della Striscia.

Il prezzo delle verdure ha avuto un rincaro del 60% rispetto a tre anni fa, prima dell’inizio dell’assedio imposto da Israele, mentre quello della carne è addirittura triplicato, sempre per via dell’embargo.

Secondo un recente rapporto dell’Onu la povertà a Gaza è degenerata a livelli mai raggiunti da quando Israele occupò la regione, nel 1967, tanto da affliggere il 90% della popolazione.

 

All’Iftaar, il pasto che al tramonto interrompe il digiuno, non tutte le tavole sono imbandite a dovere, e molte sedie rimangono vuote per l’assenza di quei commensali che cenavano fino al Ramadan scorso. Le 1600 vittime spazzate via dai bombardamenti di gennaio e le vittime di ogni giorno.
Come Mas’oud, con fisso l’occhio sulla flebo attaccata al braccio che non gli permette di digiunare come avrebbe voluto, e il pensiero indelebile che non si smuove da quel pomeriggio del 24 agosto quando un cecchino israeliano
ha ferito lui e fatto fuori il suo amico Said; entrambi al lavoro nei campi a nord della Striscia a raccogliere orzo e marzo, per circa 4 euro al giorno. Altro davvero non potevano fare, in una Gaza che non ha altri impieghi da offrire dopo che il 95% delle fabbriche sono state costrette a chiudere per via dei valichi di confine sigillati.
In mare questa carestia imposta dall’oblio della comunità internazionale si fa notare di più.
Ai lunghi indici critici puntati verso coloro che hanno l’audacia di definire pirati i marines israeliani, consiglio di spulciare un qualsiasi dizionario e leggersi cosa è riportato sotto il lemma “pirateria”, secondo il “delitto che consiste nel compiere atti predatori a danno di una nave di qualunque nazionalità o del suo carico, o nell’esercitare violenza sulle persone imbarcate”.
Ovvero la routine qui a Gaza. Sebbene le leggi internazionali riconoscano sino a venti miglia dalla costa acque a sovranità palestinese, attualmente la marina israeliana permette ai natanti di navigare non oltre le due
miglia.
Reiterati sono gli attacchi delle navi da guerra ai rudimentali vascelli palestinesi.
L’ultimo assalto è stato ai danni del peschereccio di Abu Adham, lunedì 31agosto, centrato da un colpo di mortaio mentre si trovava a un chilometro
dalla costa di Sudania, Sud della Striscia.
I pescatori si sono tratti in salvo gettandosi in acqua mentre un incendio si sviluppava a bordo.
Sono sceso al porto giusto in tempo per assistere alla scena del peschereccio ormai ridotto un tizzone ardente che veniva trainato a riva da altre piccole
imbarcazioni. Incenerito il peschereccio, in cenere anche le possibilità di sussistenza per quei 18 pescatori che a turno ci lavoravano sopra. Si sono accaniti, nel corso degli ultimi mesi, i pirati israeliani contro Abu Adham e il suo equipaggio, attaccandoli ripetutamente. Nel novembre
dell’anno scorso quando fui rapito al largo di Rafah insieme ad altri 2 attivisti dell’International Solidarity Movement e una quindicina di palestinesi, uno dei tre pescherecci sequestrati dalla marina israeliana fu proprio quello di Abu Adham. Dopo una settimana di prigionia attivisti e pescatori fummo rilasciati, i pescherecci restituiti, parzialmente danneggiati, senza nessuna pendenza formale a nostro carico da parte d’Israele. Evidentemente in quell’occasione nessun giudice si era voluto far complice di un esercito che per terra, per aria e per mare si considera e agisce legibus soluta, al di sopra di ogni legge.

Chi mastica di giurisprudenza sui diritti umani la definisce “punizione collettiva”.
Pane al pane, secondo Nadi Al-Attar i soldati israeliani che hanno ucciso suo figlio Moahmmed sono semplicemente dei “terroristi”.
Per una famiglia così povera da non possedere neanche due assi di legno da utilizzare come bagnarola per allontanarsi dalla costa la pesca ha un sapore antico. Si limitano ad andare a nuoto a qualche metro dalla riva, gettare la ragnatela delle loro reti ed aspettare che un branco di sardine rimanga impigliata dentro.
Il 27 agosto Mohammed e’ uscito all’alba baciando sulle labbra la moglie, e sulle guance la madre, e prima del tramonto stava già sotto due metri di terra. Decapitato da un colpo di cannone mentre a bracciate trascinava la sua rete di poco al largo. Sono andato a porgere le condoglianze alla famiglia e il padre Nadi non ha lesinato nell’aprire il libro dei ricordi. O per meglio dire dei lutti. Saied, un altro suo figlio, impiegato presso il ministero dello sport e della gioventù, è stato falciato nel 2006 da un cecchino israeliano a qualche centinaio di metri dal confine e sempre lo stesso anno Nadi racconta che anche la moglie Khyria è morta,  uccisa insieme al nipote Habib mentre lavorano nei campi a Beit Hanoun, Nord della Striscia. Forse è per questo, per  evitare ulteriori stragi
d’innocenti che i bulldozer israeliani hanno spianato i loro appezzamenti coltivati in gennaio durante il massacro.
Prima di congedarmi, sono stato raggiunto per un saluto dal terzogenito di Nadi, Raed, claudicante, reso invalido da un proiettile mentre pescava nello stesso stile primitivo di Mohammed. Ora toccherà al padre a 59 anni suonati, prendere il posto del figlio morto ammazzato in riva al mare e far sì che a casa Al-Attar il Ramadan non duri 365 giorni l’anno, in un perdurante digiuno senza assoluzione dai peccati, incurante dei rischi e consapevole del fatto di non aver più nulla da perdere.

Restamo Umani.

 

Vittorio Arrigoni in Gaza

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Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info)

 

Venerdì 18 settembre: TORINO.  “Rompiamo l’assedio ai diritti dei palestinesi”, alle ore 21, a TORINO presso il centro DAR AL-HIKMA, di via Fiochetto 15

 

Sabato 19 settembre: BRINDISI. 99 POSSE IN CONCERTO. A sostegno dell ‘ISM GAZA in difesa dei diritti umani in Palestina

Nella Striscia di Gaza, dove il Ramadan dura 365 giorni all’anno Leggi l'articolo »

VIDEO:ISRAELI PIRATES

 

PIRATERIA?

Definizione del dizionario De Mauro Pavia:

1: Pratica della navigazione allo scopo di assalire e depredare navi e popolazioni costiere, diffusa spec. in passato e in epoca moderna limitata a sporadici episodi nei mari d’Oriente

1b: Delitto che consiste nel compiere atti predatori a danno di una nave di qualunque nazionalità o del suo carico, o nell’esercitare violenza sulle persone imbarcate.
 
VEDI ANCHE ALLA VOCE MARINA ISRAELIANA:

ps.

W LA NORVEGIA

&

W LA SVEZIA

 

possibile che su a Nord ci si scaldi di più sui diritti umani?

 

 

Restiamo Umani

 

Vik da Gaza city

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