2008

Gaza: Le fabbriche degli angeli

 Il mio articolo su Il Manifesto di oggi:

Jabilia, Bet Hanun, Rafah, Gaza City, le tappe della mia personale mappa per l’inferno.

Checchè vadano ripetendo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani, e ripetuti a pappagallo in Europa e Usa dai professionisti della disinformazione, sono stato testimone oculare in questi giorni di bombardamentidi moschee, scuole, università, ospedali, mercati, e decine e decine di edifici civili.

Il direttore medico dell’ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenenti dell’IDF, l’esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all’istante l’ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all’impazzata, semplicemente perchè al porto e attorno non c’è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su di un cimitero dopo un terremoto.

La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perchè appartenenti a fazioni differenti, in un corpo unico.
Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri di quota state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di hamas o fatah esposte sui davanzali, non hanno ripensamenti esplosivi neanche se sei italiano. Non esistono operazioni militari chirurgiche,
quando si mette a bombardare l’aviazione e la marina, le uniche operazioni chirugiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullate alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c’è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito susseguente in attesa di una trasfusione. All’ ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato. Per questo ragione, esausti più che dalle notti insonni dall’immobilismo e dall’omertà dei governi occidentali , così facendo complici dei crimini d’Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaca, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 am di questa mattina. Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo una avaria ai motori e una falla nello scavo.  Per puro caso l’equipaggio e i passeggeri sono ancora tutti vivi, e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.
Essendo sempre più frustrasti dall’assordante silenzio del mondo “civile”, i miei amici ci riproveranno presto, hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno ricaricati su di un’altra pronta alla partenza alla volta di Gaza.
Certi che la volontà criminale di Israele nel calpestare diritti umani e leggi internazionali,
non sarà mai forte come la nostra determinazione nella difesa di questi stessi diritti e uomini.
Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza,
come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio,
e non chi è la causa di questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche.
Lunghe file ai pochi panettieri con ancora le serrande semiaperte, 40 50 persone che si accapigliano per accappararsi l’ultima pagnotta. Uno di questi panettieri, Ahmed, è un mio amico, e mi ha confidato il suo terrore degli ultimi giorni.
Più che per le bombe, teme per gli assalti al forni. Dinnanzi al suo, si sono già verificate risse.
Se fino a poco tempo fa c’era lo polizia a mantenere l’ordine pubblico, specie dinnanzi alle panetterie,
ora non si vede più un poliziotto in divisa in tutta Gaza. Si sono nascosti, alcuni. Gli altri stanno tutti sepolti sotto due metri di terra, amici miei compresi. A Jabilia ancora strage di bambini, due fratellini di 4 e 10 anni,  colpiti e uccisi da una bomba israeliana mentre guidavano un carretto trainato da un asino, in strada as-Sekka, a Jabalia.
Mohammad Rujailah nostro collaboratoE dell’ISM, ha scattato una foto che è più di un fermoimmagine, è una storia, è la rivelazione di ciò che tragico viviamo intensamente ogni minuto, contandoci ogni ora, perdendo amici, fratelli, familiari.
Carriarmati, caccia, droni, elicotteri Apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all’epoca di Gesù Cristo:
 

Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani,  al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti,  20 gli uccisi e 40 i  gravemente feriti.
Israele ha trasformato gli ospedali e gli obitori palestinesi in fabbriche di angeli,
non rendendosi conto dell’odio che fomenta non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.
Le fabbriche degli angeli sono in produzione a ciclo continuo anche questa sera, lo avverto dai fragori delle esplosioni che sento fuori dalle mie finestre.
Quei corpicini smembrati, amputati, quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita,
e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine, è perchè voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, a chi non ha mia avuto un fiato di voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
 
restiamo umani, Vik
 
 
Vittorio Arrigoni

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Vittorio Arrigoni: A Gaza è un lento morire in vano ascolto

ore 18.o5, Marna house, Gaza city.
 

 
Nell’aria acre odore di zolfo, nel cielo lampi intermezzano fragorosi boati.
Ormai le mie orecchie sono sorde dalle esplosioni e i miei occhi aridi di lacrime dinnanzi ai cadaveri.
 
Mi trovo dinnanzi all’ospedale di Al Shifa,
il principale di Gaza, ed è appena giunta la terribile minaccia che Israele avrebbe deciso di bombardare la nuova ala in costruzione.
Non sarebbe una novità, ieri è stato bombardato l’ospedale Wea’m.
Insieme ad un deposito di medicinali a Rafah,
l’università islamica (distrutta),
e diverse moschee sparse per tutta la striscia.
Oltre a decine di installazioni CIVILI.
 
Pare che non trovando più obbiettivi “sensibili”,
l’aviazione e la marina militare si diletti nel bersagliare luoghi sacri, scuole e ospedali.
 
E’ un 11 settembre ad ogni ora, ogni minuto, da queste parti,
e il domani è sempre una nuovo giorno di lutto, sempre uguale.
Si avvertono gli elicotteri e gli aerei costantemente in volo,
quando vedi il lampo, sei già spacciato,
è troppo tardi per mettersi in salvo.
 
Non ci sono bunker antibombe in tutta la Striscia,
nessun posto è al sicuro.
 
Non riesco a contattare più amici a Rafah,
neanche quelli che abitano a  Nord di Gaza city,
spero perchè le linee sono intasate.
Ci spero.
Sono 60 ore che non chiudo occhio,
come me, tutti i gazawi.
 
Ieri io e altri 3 compagni dell’ISM abbiamo trascorso tutta la nottata all’ospedale di al Awda del campo profughi di Jabalia. Ci siamo andati perchè temevamo la tanto paventata incursione di terra che poi non si è verificata.
Ma i carri armati israeliani stazionano pronti lungo il confine tutto il confine della Striscia,
il loro cingoli affamati di corpi pare si metteranno in funerea marcia questa di notte.
 
Verso le 23:30 una bomba è precipitata a circa 800 metri dall’ospedale,
l’onda d’urto a mandato in frammenti diversi vetri delle finestre, ferendo i feriti.
Un’ ambulanza si è recata sul posto, hanno tirato giù una moschea, fortunatamente vuota a quell’ora.
Sfortunatamente, anche se non di sfortuna ma di volontà criminale e terroristica di compiere stragi di civili,
la bomba israeliana ha distrutto anche l’edificio adiacente alla moschea, distruggendolo.
 
Abbiamo visto tirare fuori dalle macerie i corpicini di sei sorelline.
5 sono morte, una è gravissima.
 
Hanno adagiato le bambine sull’asfalto cabonizzato,
e sembravano bamboline rotte, buttate via perchè inservibili.
Non è un errore, è volontario cinico orrore.
 

 
Siamo a quota 320 morti,
più di un migliaio i feriti, 
secondo un dottore di Shifa il 60% è destinato a morire nelle prossime ore,
nei prossimi giorni di una lunga agonia.
 
Decine sono i dispersi,
negli ospedali donne disperate cercano i mariti, i figli,
da due giorni, spesso invano.
E’ uno spettacolo macabro all’obitorio.
Un infermiere mi ha detto che una donna palestinese dopo ore di ricerca fra i pezzi di cadaveri all’obitorio,
ha riconosciuto suo marito da una mano amputata.
Tutto quello che di suo marito è rimasto,
e la fede ancora al dito dell’amore eterno che si erano ripromessi.
 
Di una casa abitata da due famiglie,
è rimasto ben poco dei corpi umani.
Ai parenti hanno mostrato un mezzo busto,
e tre gambe.
 
Proprio in questo momento una delle nostre barche del Free Gaza Movement sta lasciando il porto di Larnaca in Cipro. Ho parlato coi miei amici a bordo. Eroici, hanno ammassato medicinali un pò in ogni dove sull’imbarcazione.
Dovrebbe approdare al porto di Gaza domani verso le 0800 am.
Sempre che il porto esista ancora dopo quest’altra notte di costanti bombardamenti.
Starò in contatto con loro tutto questo tempo.
 
Qualcuno fermi questo incubo.
Rimanere in silenzio significa supportare il genocidio in corso.
Urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del mondo “civile”,
in ogni città, in ogni piazza,
sovrastate le nostre urla di dolore e terrore.
 
C’è una parte di umanità che sta morendo in pietoso ascolto.
 

Vik in Gaza

Vittorio Arrigoni


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Vittorio Arrigoni: Guernica Gazawi

Il mio articolo su Il Manifesto di oggi:

 

Il mio appartamento di Gaza dà sul mare, una vista panoramica che mi ha sempre riconciliato il morale, spesso affranto da tanta miseria a cui costretta una vita sotto l’assedio.

Prima di stamane. Quando dalla mia finestra si è affacciato l’inferno.

Ci svegliati sotto le bombe stamane a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia.

E amici miei, ci sono rimasti sotto.

Siamo a 210 morti accertati finora, ma il bilancio è destinato drammaticamente a crescere. Una strage senza precedenti. Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia, e raso al suolo le centrali di polizia.

Mi riferiscono che i media occidentali hanno digerito e ripetono a memoria i comunicati diramati dai militari israeliani secondo i quali gli attacchi avrebbero colpito chirurgicamente solo le basi terroristiche di Hamas.

In realtà visitando l’ospedale di Al Shifa, il principale della città, abbiamo visto nel caos d’inferno di corpi stesi sul cortile, alcuni in attesa di cure, la maggior parte di degna sepoltura, decine di civili.

Avete presente Gaza?

Ogni casa è arroccata sull’altra, ogni edificio è posato sull’altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che compi una strage di civili. Ne sei coscente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali.

Bombardato la centrale di polizia di Al Abbas, nel centro,

è rimasta seriamente coinvolta nelle esplosioni la scuola elementare lì a fianco.

Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.

Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato li vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare  il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l’asfalto. Una Guernica trasfigurata nella realtà.

Ho visto molti cadaveri in divisa nei vari ospedali che ho visitato, molti di quei ragazzi li conoscevo. Li salutavo tutti i giorni quando li incontravo sulla strada recandomi al porto, o la sera per camminando verso i caffè del centro.

Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia mutilata.

La maggior parte erano giovani, sui diciotto vent’anni, per lo più  non  politicamente schierati ne con Fatah ne Hamas, ma che semplicemente si erano arruolati nella polizia finita l’università per aver assicurato un posto lavoro in una Gaza che sotto il criminale assedio israeliano vede più del 60% popolazione disoccupata.

 Mi disinteresso della propaganda, lascio parlare i miei occhi, le mie orecchie tese dallo stridulo delle sirene e dai boati del tritolo.

Non ho visto terroristi fra le vittime di quest’oggi, ma solo civili, e poliziotti.

Esattamente come i nostri poliziotti di quartiere,  i poliziotti palestinesi massacrati dai bombardamenti israeliani se ne stavano tutti i giorni dell’anno a presidiare la stessa piazza, lo stesso incrocio, la stessa strada.

Solo ieri notte li prendevo in giro per come erano imbacuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia.

Vorrei che almeno la verità donasse giustizia a queste morti.

Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, ne mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione. Si occupavano di dirigere il traffico, e della sicurezza interna,  tanto più che al porto siamo ben distanti dai confini israeliani.

Ho una videocamera con me ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman,

non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.

Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io.

All’ospedale AL Shifa con gli altri internazionali dell’ISM ci siamo recati a donare il sangue. E lì abbiamo ricevuto la telefonata, che Sara, una nostra cara amica è rimasta uccisa da un frammento di esplosivo mentre si trovava vicino alla sua abitazione nel campo profughi di Jabalia. Una persona dolce, un’anima solare, era uscita per comprare il pane per la sua famiglia. Lascia 13 figli.

Poco fa mi invece mi  ha chiamato da Cipro Tofiq.

Tofiq è uno dei fortunati studenti palestinesi che grazie alle nostre barche del Free Gaza Movement è riuscito a lasciare l’immensa prigionia di Gaza e ricominciare altrove una vita nuova. Mi ha chiesto se ero andato a trovare suo zio e se l’avevo salutato da parte sua, come gli avevo promesso.Titubante mi sono scusato perchè non avevo ancora trovato il tempo.

Troppo tardi, è rimasto sotto alle macerie del porto insieme a tanti altri.

Da Israele giunge la terribile minaccia che questo è solo il primo giorno di una campagna di bombardamenti che potrebbe protrarsi per due settimane.

 

Faranno il deserto,

e lo chiameranno pace.

 

Il silenzio del “mondo civile” è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte.

 

Vittorio Arrigoni

Vik in Gaza

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Buon natale e felice anno nuovo a Gaza da Israele

Un messaggio cordiale di fine anno a tg1 tg2 rete 4 canale 5 italia uno, Claudio Pagliara su tutti,
ma anche il tg3:
ANDATE A FARE IN CULO.
 
Siamo sotto le bombe a Gaza,
e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia.
 
E amici miei,
ci sono rimasti sotto.
 
Siamo a 160 morti sinora,
una strage senza precedenti.
 
Terroristi?
Hanno spianato il porto , dinnanzi a casa mia
e raso al suolo le centrali di polizia.
 
Mi riferiscono che i media italiani tutti in toto danno per buono il comunicato militare israeliano di base terroristiche bombardate.
Cazzate.
Li ho conosciuto, questi ragazzi,
li ho salutati tutti i giorni recandomi al porto per pescare coi pescatori palestinesi, o la sera per recarmi nei caffè del centro.
Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia.
 
Sono giovani, diciotto ventanni,
per lo più che se ne fottono di Fatah e Hamas,
che si sono arruolati nella polizia per poter aver assicurato un lavoro in una Gaza che sotto assedio ha l’80 perce tno di popolazione disoccupata.
 
Aprite le orecchie,
colletti bianchi della disinformazione occidentale.
Queste divise ammazzate oggi (senza contare le decine di civile che si trovavano a passare per caso, molti bambini stavano tornando a casa da scuola)
sono i nostri poliziotti di quartiere.
Se ne stavano tutti i giorni dell’anno a presidiare la stessa piazza,
la stessa strada,
li ho presi in giro solo ieri notte per come erano imbaccuccati per riparsi dal freddo,
dinnanzi a casa mia.
 
Non hanno mai sparato un colpo verso Israele,
ne mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione.
Si occupano della sicurezza interna,
e qui al porto siamo ben distanti dai confini israeliani.
 
Ho una videocamera con me ma sono un pessimo cameraman,
perchè non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.
Non ce la faccio.
Non riesco perchè sto piangendo anche io.
 
Ambulanze e sirene in ogni dove,
in cielo continuano a sfrecciaree i caccia israeliani con il loro carico di terrore e morte.
Devo  correre,
all’ospedale AL Shifa necessitano di sangue.
 
non sono umani,
credo che non lo siano mai stai.
 
V.

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Vittorio Arrigoni: Ritorno all’Inferno

Gaza, 25 dicembre 2008. foto di vittorio arrigoni
 
E alla fine sono tornato.
Non sazio del silenzio d’assenzio di una felicità incolta
accollata come un cerotto mal riposto su di una bocca che urla.
 
Non potevo fare altrimenti.
Essere ferito, venir rapito, derubato della propria missione, incatenato e imprigionato in un lurido carcere israeliano,
quindi deportato a forza su di un aereo verso Milano
senza neanche la pietà di mettere ai miei piedi nudi e martoriati dalle catene un paio di scarpe,
non è certo la conclusione auspicabile per il compito solenne e di riscatto umano che ha impegnato gli ultimi mesi della mia barocca vita.
 
Il leone accumula stagioni e cicatrici,
non ha certo il passo slanciato di una volta,
ma non abbassa di un pelo la criniera.
 
Poggiando il primo piede sulla terra di Gaza, per la seconda volta, sbarcando, come un Armstrong esiliato,
ho ruggito, eccome,
devono esser tremati i vetri delle finestre pure a Tel Aviv.
 
Fiero del mio passato, non curante del mio presente.
Perché è questo il tempo di spendersi, piuttosto che accaparrarsi un futuro agiato e comodamente distorto,
a quelle vittime innocenti a cui non abbiamo concesso neanche l’ascolto, per un attimo,
delle loro grida di dolore.
 
Spendersi affinché ogni diritto umano sia rispettato.
Tutto il resto non ha più importanza, semmai ne abbia mai avuta una.
Bisogna saper riconoscere la matrice della propria anima,
anche se ciò è spaventevole e significa solitudine, ostracismo, utopia, Don Chisciotte,
ingratitudine anche da chi verso cui si è dato tanto, si è speso tutto.
Ad aspettare nel fuoco si rischia di bruciarsi.
 
Ecco allora il perché della scelta dei miserabili, dei reietti, dei condannati,
essi sono ancora capaci di lealtà, di gesta aggraziate e di generosità audace, alle soglie della fine del mondo.
Reietto e miserabile la vita mi ci ha costretto,
sono tornato a casa.
 
Natale a Gaza pare un funerale.
E non esclusivamente perche oggi ad un funerale effettivamente ci sono stato,
il vicino di casa di Fida, nostra coordinatrice ISM,
è stato ridotto in brandelli, in tanti piccoli pezzettini di carne lacera da un colpo di carroarmato israeliano.
 
Piove lacrime amare il cielo di Gaza in questi giorni di lutto e terrorismo da oltreconfine.
Si ascoltano i rutti delle minacce di imminente strage da Lvni e si trema dal freddo
(senza + gas, senza + gasolio, senza+ energia elettrica).
Si odono i cingoli di Netanyahu sulle ossa dei palestinesi ammazzati ieri e di quelli a venire.
Lvni e Netanyahu in marcia funebre verso le prossime elezioni israeliane,
il teorema è semplicistico, ma purtroppo realistico,
 vincerà chi porterà in dote ai propri elettori più teste palestinesi mozzate.
One head one vote.
 
A Gaza è come se si fosse in autunno,
e io sono nato sotto il segno dell’autunno.
Per cui se fuori piove,
perdonatemi,
a volte piove anche dentro.
 
 
restiamo umani.
 
Vostro Vik  dalle tenebre dell’assedio.
 
Vittorio Arrigoni
per contatto
e (inshallah) donazioni:
guerrillaingaza@gmail.com
 
Ps.
Conosciuti e più emeriti sconosciuti si sono fatti benemeriti donatori,
essendo stato rapito non ho avuto l’occasione di ringraziarli,
li ringrazio ora.
 
V.

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Vittorio Arrigoni: rapito in acque palestinesi

Il mio articolo, INTEGRALE, pubblicato da Il Manifesto, sabato 29 novembre:

 

Il mare era un coltre liquida impassibile, priva d’increspature, liscio come olio;

martedì scorso quando io, Darlene e Andrew, attivisti per i diritti umani dell’ISM ( http://www.palsolidarity.org/ ), siamo salpati dal porto di Gaza a bordo di tre pescherecci palestinesi. Il sole era tiepido, il cielo limpido, totale assenza di vento, si prospettava una giornata generosa di pesce per i nostri amici pescatori. All’incirca verso le 11 am., siamo stati intercettati e accerchiati da 8 imbarcazioni militari israeliane, che hanno aperto il fuoco attorno ai pescherecci, ci hanno bloccato, dopodichè hanno proceduto al nostro rapimento, noi 3 internazionali e 15 pescatori palestinesi. Hanno rapito noi e rubato i pescherecci, e condotto noi e la barche dalla Palestina sin dentro i confini d’Israele. Ci trovavamo circa a 6 miglia dalla costa di Gaza, secondo le leggi internazionali in piene acque palestinesi (il trattato di Oslo conferisce sovranità ai palestinesi sino a 20 miglia dalle coste delle Striscia), per questa ragione non di arresto si tratta, ma di vero e proprio sequestro di persona, e non di confisca dei pescherecci, bensì di furto. Un blitz terroristico in piena regola. Corpi speciali della marina militare israeliana, teste di cuoio, incappucciati, armati all’inverosimile, per bloccare tre barchette di legno che a malapena stanno a galla.

Ho provato a interloquire con quello che mi pareva essere l’ufficiale israeliano di più alto grado, gli ho domandato se avessero intenzione di uccidermi, visto che più di una decina fra pistole, fucili, canne di cannone, erano rivolte verso di me seguendo ogni mio minimo movimento. Prima che i soldati israeliani saltassero a bordo del mio peschereccio, ho chiesto a lui, a loro, che ossesso timore provasse Israele, quale estremo pericolo per la sua sicurezza interna rappresentasse il fatto che dei semplici pescatori palestinesi andassero al largo del loro mare per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le loro famiglie.

L’ufficiale israeliano, così ferreo e autoritario nell’impartire ordini in ebraico ai suoi soldati, e a me in un inglese dallo spiccato accento australiano, non ha saputo rispondere a questo mio semplice quesito. E’ evidente che questi super soldati, tutti muscoli e agghiacciante freddezza, sono addestrati ad uccidere un uomo in meno di un secondo ( e quando si tratta di uccidere un palestinese anche meno), senza batter ciglio, ma non sono in grado di comprendere autonomamente il significato di termini elementari come diritto di esistenza, diritto di sopravvivenza.

In quanto ben distanti dai confini israeliani, ho dichiarato all’ufficiale che non riconoscevo la sua autorità,  ne tantomeno il diritto di rapire me e i pescatori miei amici. Ho deciso allora di resistere passivamente, in maniera non violenta. Mi sono arrampicato sul tetto del peschereccio, e da lì sull’impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le reti. Mi hanno inseguito tre soldati, puntandomi le pistole al viso. I loro occhi, dietro i passamontagna neri, mi sono parsi la migliore rappresentazione dell’odio che mai mi è capitato di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste. Niente affatto intimorito, ho domandato che se era loro intenzione uccidermi, allora si accomodassero, adempissero in pieno al loro dovere. Uccidere un civile, italiano, disarmato, su di un peschereccio palestinese, a pesca con amici palestinesi, su acque palestinesi. Un quarto soldato allora è sopraggiunto, e ho riconosciuto l’arma che teneva in pugno, una pistola taser. A quest’ultimo ho detto la verità, che sono cardiopatico, che quell’arma avrebbe potuto provocarmi un arresto cardiaco. Il soldato allora si è avvicinato, l’ufficiale ha impartito l’ordine, io ho voltato le spalle a entrambi, per non provare troppa compassione per loro. Il soldato mi ha sparato sulla schiena, una scarica elettrica mi ha mandato sottoschock, tutti e 4 i soldati hanno cercato allora di spingermi di sotto, un salto da tre metri sulla superficie di acciaio della poppa del peschereccio, mi avrebbe sicuramente comportato serie fratture. Con un colpi di reni mi sono gettato in mare, e con le ultime forze vi sono rimasto, in acqua, nuotando lentamente, verso la riva all’orizzonte, verso Gaza, verso casa. Indifferente ai proiettili intimidatori che colpivano l’acqua a pochi centimetri dalla mia testa, ho nuotato per una buona mezz’ora, seguito a breve distanza dalle 8 navi da guerra, quando i miei denti hanno iniziato a battere senza sosta, e le palmi delle mie mani si sono fatte blu, ho dovuto desistere nella fuga, e lasciare che i soldati mi trassero fuori dall’acqua, malmenandomi. Per poco ho scampato l’ipotermia.

Arrivati al porto di Ashkelon, io Darlene e Andrew, siamo stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa dinnanzi una scena da olocausto. Qualcosa che a me a ricordato il film Schindler’s list, o le prose intrise di orrore di Primo Levi. Tutti e quanti i pescatori stavano inginocchiati ignudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50 chilometri nautici, se l’erano fatto così, all’aperto in quelle condizioni.

Perchè? Per quale motivo Israele nelle veci del suo esercito, dei suoi governi, si macchia quotidianamente di crimini di guerra contro i civili di Gaza? perchè li punisce collettivamente? Impedire a degli innocui pescatori di pescare a poche a miglia dalla costa, nelle loro acque, più in generale affamare la popolazione civile di Gaza imprigionata nel suo assedio, non favorisce certo ne un processo di pace, ne ottiene più sicurezza per Israele. E’ vero invece esattamente il contrario.

Condotti in un carcere a Ben Gurion, eppoi a nella prigione di Ramle, noi tre internazionali  abbiamo iniziato immediatamente uno sciopero della fame, con la richiesta di rilascio immediato dei pescatori palestinesi. Cosa che è poi avvenuta.

Io sono stato 6 giorni nelle prigioni israeliane, in condizioni pessime, celle anguste e luride, popolate da insetti e parassiti che hanno banchettato allegramente sulla mia epidermide. Ma vengo da Gaza, a essere incarcerato in fin dei conti ci ero abituato. Gaza è  la più grande prigione a cielo aperto del mondo, per volontà israeliana. Tutte le industrie hanno dovuto chiudere, più dell’ 80 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a Gaza si registra il più alto tasso di disoccupazione del mondo, non c’è corrente elettrica, ne carburante. Gli ospedali necessitano di medicinali, la stragrande parte della popolazione di viveri, e beni di prima necessita. I soldati israeliani mi hanno prelevato dalla prigione a cielo aperto di Gaza solo per condurmi in una delle loro prigioni più piccole, dove quantomeno, a differenza di Gaza, servivano puntualmente un rancio, e c’era per quasi tutto il giorno energia elettrica e acqua potabile. Sono però stato privato dei mie fondamentali diritti, come quella di poter contattare il mio avvocato, o il mio consolato, a mia discrezione, non a volontà dei miei carcerieri. Inoltre ci tengo qui qui a denunciare che nella prigione di Ramle, a venti chilometri da Tel Aviv, sono sepolti vivi centinaia di rifugiati africani, per lo più etiopi, eritrei e sudanesi. Hanno un visto UN in perfetta regola, e in qualsiasi paese che si definisce civile sarebbe stato affidato loro un alloggio ed un minimo per vivere, scappano dalla guerra, non sono mica terroristi. Ma Israele dimostra ancora una volta, che i diritti umani, e più in generale la legge internazionale, è cartastraccia fuori dai suoi confini come pure dentro. Io  farò di tutto affinché la condizione disumana di sepolti vivi dei miei compagni di prigionia venga alla luce. L’ho promesso loro. Io, Andrew e Darlene, alla fine siamo stati deportati, non ci siamo appellati alla corte israeliana per non legittimare come arresto quello che la legge internazionale ritiene essere rapimento.

I nostri avvocati si batteranno comunque per la restituzione dei pescherecci rubati dalla marina israeliana. Oltre che la perdita economica per i proprietari delle imbarcazioni, ciò che più ci sta a cuore sono la cinquantina di pescatori disoccupati, la trentina di famiglie palestinesi che da una settimana non ha più di che sostenersi.

Quelle barche rapinate da Israele sono il simbolo dell’assedio a cui è costretta Gaza, dell’illegalità al limite del terrorismo con cui opera l’esercito israeliano al di fuori del suo territorio. Personalmente, io, Vittorio Arrigoni, dichiaro che sono un leone.

Che più mi bastonano, più mi incarcerano, più rafforzano la mia determinazione nella lotta per la difesa dei diritti umani. Non è stato un gioco per Gandhi e i suoi scrollarsi di dosso l’occupazione inglese,  ne per Mandela sconfiggere l’apartheid che imperava in Sud Africa. Non saranno per me le ferite che ho riportato in questi mesi a Gaza, ne la mia ultima detenzione, a farmi indietreggiare di un solo passo verso il percorso di lotta civile e non violenta che ho intrapreso, una questione morale che significa libertà per i palestinesi, e contemporaneamente pace e sicurezza per gli israeliani.

 

Restiamo Umani.

 

Vittorio Arrigoni

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Free gaza Mov: L’ultima volta che mi hanno assassinato

Lettera di Vik (Guerrillaradio) a tutti gli amici: dall’assedio all’esilio

Ciao a tutti, fratelli e sorelle,
al di qua e al di là del filo spinato israeliano che imprigiona Gaza nel suo assedio.
Sto meglio, nel tepore della casa dei miei genitori,
col mio cane che non smette un secondo di scodinzolarmi attorno,
bevendo qualche arham juice, fumando le mie beedies, guardando malinconico fuori dalla finestra un giardino che si ovatta di bianco,qui nevica.

Certamente sono colto dalla famosa “febbre di Gaza”.

Non c’è rimedio se non tornare alla battaglia che ho interrotto,bisogna saper accettare il proprio destino, anche se è generoso di dolore e avaro gioie.

Sono un leone io,
più mi bastonano, più mi imprigionano,
più rafforzano la mia determinazione verso quello in cui più credo,
che in questi ultimi mesi della mia vita e’ significato
libertà per la gente di Gaza,
la mia recondita famiglia.

Sono già alla terza doccia quest’oggi,
più che dalle postule delle puntere d’insetto che infestavano la prigione in cui mi hanno tenuto sequestrato,mi sto ripulendo dal loro odio,qualcosa di veramente inumano.

Sto anche facendo un pò di allenamento fisico,e di forchetta,riprendendomi i chili perso negli ultimi giorni.

Ovviamente sto scrivendo anche qualche articolo, e rilasciando interviste.
Domani o dopo cercatemi su Il Manifesto.

questo il mio numero telefonico italiano:

(+39)
3343902658

Sabato dovrei essere a Firenze, per un convegno sulla Palestina, poi credo che volerò a Londra, i media inglesi si sono dimostrati attenti alla nostra causa in difesa dei diritti umani.

I media nostrani,come al solito tutti a presi a non disturbare il loro datore di lavoro unico,(leggasi berlusconi e la sua truppa di pidduistipostfascistimafiosi) che quando si parla di israele pare più servizievole di quando si inginocchiava davanti alla patta di Bush.

stay human,


Vostro Vik dall’esilio

 

 

Stanotte offro una videopoesia,
dedicata a tutti gli innamorati che frequentano queste pagine.

Avvinghiate ai vostri fidanzati,
o abbracciati alle vostre amanti,
dinnanzi ad un tramonto romantico,
porgete vi prego un pensiero a chi come me,
gode di queste calate del sole dall’altra parte del mediterraneo.

Quando quella che si autodefinisce “l’unica democrazia del medioriente”
ci serve ogni sera piombo fuso e terrore,
laddove come ogni altra creatura di questo pianeta,
si desirebbe solo una carezza,
un fremito di calore umano godendo dello scenario di un sole che va a fare l’amore fondendosi col mare.

Una mare inquinato dall’odio israeliano,
corazzato nelle sue navi da guerra, i suoi cannoni, i suoi fucili,
i suoi proiettili che ogni giorno si fanno tremendamente più vicini ai nostri corpi immacolati da ogni violenza o peccato.

Non ci arrestiamo.


ps
Mi si perdoni il vernacolo,
le parolacce al termine del filmato.
Sfido chiunque a rimanere impassibile dinnanzi a ciò che mi accade,
impossibile.

restiamo umani

Vik

Tramonto di piombo (cartoline postali da Israele)

Tramonti di piombo
cartoline postali mortali
spedite da Israele ai pescatori di gaza.

Affrancate di sionismo,
bollano i guardiani dei diritti umani con francobolli di antisemitismo.

Il portalettere in queste acque è corazzato
e rivestito d’odio,
le caselle postali paiono più delle bare galeggianti.

Non ho mai scorto tramonti più cremisi
di questi al largo delle coste di Gaza.

 

ps2
Pressochè ogni giorno accompagniamo i pescatori palestinesi a pescare al largo.
Ogni volta siamo assaliti da navi da guerra israeliana che ci bersagliano con tutto il loro arsenale,
ultimamente hanno iniziato a tirarci addosso persino armi chimico-biologiche.

Tutto per impedire a della povera ma degna gente di procurarsi di che che sfamare le loro famiglie.
Il silenzio del “mondo civile” è molto più assordante dei colpi di arma da fuoco che udite nel cortometraggio.

Vik in Gaza

Vittorio Arrigoni
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Free Gaza Movement: i complimenti di Leila Khaled e il report di un amico, David Schermerhorn

Qualche giorno fa, ho trovato una epistola da una mia personale eroina nella buca delle lettere:

“…Congratulazioni
Avete fatto tutto perfettamente.
Sono fiera di tutti voi,  veri amici che hanno dato più speranza alla nostra gente nel continuare la lotta fino a conquistare la libertà. Le parole sembrano insignificanti accanto a ciò che avete fatto rompendo l’assedio di Gaza. La storia scriverà le sue pagine a lettere auree che guerrieri della pace da diverse parti del mondo hanno sconfitto i sionisti alla loro maniera creativa.
Per favore estendi questo messaggio a tutti coloro che hanno reso possibile dare forza e volontà alla nostra gente.
Con orgoglio e forte volontà, con tanto amore .”

Leila Khaled


Chi l’avrebbe mai detto che un’avventura iniziata con due rudimentali pescherecci,
e un manipolo di stoici attivisti per i diritti umani che hanno sfidato uno degli eserciti più barbari e potenti al mondo,
proseguisse su un piccolo yatch che ora trasporta una quindicina di parlamentari ed ex da tutta Europa a cui Israele ha rifiutato l’accesso a Gaza?

Arrivano domattina alle 0900 locali.

Quando la politica si piega a chiedere aiuto alle persone comuni, che con un cuore eroico,
hanno ottenuto risultati storici.

Restano umani.
Restiamo umani.

Vik in Gaza

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“Non hanno bisogno di andare a pescare”
da David Schermerhorn, con cui sono uscito quel giorno in mare, e dal Free Gaza Movement:

Larnaca. Quando i membri del Free Gaza Movement attraccarono al porto di Gaza in Agosto furono scortati da diversi pescherecci. Le navi da guerra israeliane costringono queste imbarcazioni da pesca a restare confinati entro un limite (imposto da Israele) di 6 miglia dalla costa. Anche se le leggi internazionali sanciscono il diritto di pesca in qualunque parte del Mediterraneo a 12-20 miglia di distanza dalle coste, Israele ignora puntualmente queste direttive e negli ultimi anni, per questo motivo, ha ucciso almeno 14 pescatori.

“Tutto quello che abbiamo sempre e solo voluto fare era pescare” ci ha detto uno di loro guardando le reti. “Non ci è più permesso sfamare le nostre famiglie o guadagnare il nostro stipendio continuando a fare quello che i nostri antenati hanno fatto per migliaia di anni”.


Durante gli ultimi due mesi gli attivisti internazionali hanno documentato, grazie a riprese video, diversi attacchi da parte delle navi israeliane con mitragliatrici o cannoni ad acqua. Il 31 ottobre, verso le 8 del mattino, dieci attivisti internazionali si sono imbarcati  sui pescherecci. Alle 8.30 le due barche guida hanno oltrepassato il limite imposto da Israele. “La seconda barca si trovava a un centinaio di metri da noi quando è stata attaccata pesantemente per circa 30 minuti da una nave israeliana con un cannone ad acqua ad alta pressione. Il getto era talmente potente da impedire perfino di vedere la nave” testimonia David Schermerhorn.

Durante la giornata, mentre i pescatori continuavano a pescare, le barche sono state colpite così pesantemente dai cannoni ad acqua che solo l’utilizzo di protezioni di fortuna e di materassi hanno evitato che il ponte si allagasse e che le finestre si rompessero rischiando di ferire le persone a bordo. Dopo pochi minuti la nave israeliana con il cannone ad acqua è stata raggiunta da un’altra nave da guerra con delle mitragliatrici a bordo che ha cominciato a sparare ripetutamente a pochi metri dal peschereccio. Nonostante gli spari continui, i cannoni ad acqua e la presenza di tre navi da guerra che li circondavano come squali, i pescatori sono rimasti a pescare ad una distanza di 10-11 miglia dalla costa.

Quando Angela Godfrey-Goldstein ha telefonato a Shlomo Dror, portavoce del Ministro della Difesa israeliano per informarlo di quanto stava accadendo, lui ha risposto accusando gli attivisti per i diritti umani di essere dei provocatori fiancheggiatori dei terroristi e dei sostenitori di Hamas. “La gente a Gaza ha tantissimo cibo. Non hanno bisogno di andare a pescare” ha ringhiato.

“Quando il Ministro della Difesa saprà che il prossimo viaggio porterà a Gaza una delegazione di parlamentari europei, forse comincerà a rendersi conto. Mediamente i cittadini di tutto il mondo, compresi quelli che ricoprono ruoli decisionali, sono furiosi, ovviamente in modo non violento, di fronte alla punizione collettiva e allo stato di terrorismo imposto dal governo israeliano alla popolazione di Gaza. E noi stiamo restituendo dignità a tutti quegli esseri umani abbandonati così come avremmo voluto fare in passato con altri in altri ghetti” dice Godfrey-Goldstein.

“Prima di venire a Gaza avevo solo sentito parlare di questi episodi. Non so da dove cominciare per spiegarvi l’orrore che questi uomini devono affrontare ogni giorno da parte di soldati prepotenti sulle loro navi da guerra,” aggiunge un indignato Schermerhorn. “Non abbiamo nemmeno idea dei rischi che corrono. La buona notizia è che i pescatori erano in estasi quando hanno tirato su le reti. E’ stata una delle pesche più ricche degli ultimi anni”.

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Free Gaza Mov.: C’era una volta una tregua a Gaza

C’era una volta una tregua a Gaza.
Sottoscritta fra Israele, “l’unica democrazia nel medio oriente”
e Hamas, “organizzazione terroristica”.

Dopo ieri non c’è più alcuna tregua,
e di chi è la colpa?
chi l’ha infranta?

6 palestinesi barbaramente trucidati,
e diversi civili feriti.

Israele definisce il suo attacco come preventivo,
come dire che
io vengo a stuprare tua sorella prima che tu violenti mia madre.

Abbiamo constatato sul campo come sono realmente preventivi gli attacchi israeliani, io sulla mia pelle,
ce ne accorgiamo ogni giorno,
quando usciamo coi pescherecci in mare o scortiamo gli allevatori a coltivare vicino al confine.
Sono proiettili e bombe tirate addosso a civili disarmati.

Ultimamente hanno usato contro di noi armi chimiche e biologiche,
stiamo aspettando le analisi dei campioni raccolti prima di indire una conferenza stampa e denunciare al mondo l’accaduto.

Io con i miei compagni,
ci siamo recati stamane a Khan Yunes per portare le nostra solidarietà alle famiglie dei martiri.
Incontrando i padri e le madri di queste vittime non si sa mai quale parole adatte proferire,
tutto appare come solennemente retorico in queste veglie funebri.
Allora è meglio un denso intenso silenzio,
fissando i fondi di caffè rimasto nelle tazzine come per decifrare un futuro incerto per questa gente,
mentre le urla delle madri risuonano sopra le invocazioni ad Allah,
e un fazzoletto di un figlio premuroso è svelto ad asciugare le guance rigate di lacrime dei padri affranti.

Mentre i fratelli delle vittime ieri si sono iscritti oggi stesso nell’albo dei prossimi candidati a essere kamikaze.
Bombe ambulanti innescate da Israele per la insicurezza dei suoi cittadini.

Vik in Gaza.

Vittorio Arrigoni

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Free Gaza Movement: e’ sbarcata DIGNITA’ a Gaza.

Ancora una volta, LA STORIA SIAMO NOI.


Contro ogni fascismo che nega la vita, un’altra esaltante vittoria dei diritti umani.


Nave di FREE GAZA rompe l’assedio di Gaza.

Ti ringrazio, tu sai chi sei, per il pacco pieno di tesori che ho ricevuto dai fratelli del Free Gaza Mov. appena attraccati al porto di Gaza (vedi ultimo fotogramma servizio al jazeera).

 

fotogallery dal washingtonpost:
 
tesoro giunto a destinazione:
 
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902042.html
 
a DIGNITY smoking:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902047.html
 
il fratello Joe Fallisi rompe l’assedio:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902062.html
 
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902052.html
 
Il premio Nobel Mairead mcGuire:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902057.html
 

 Vittorio Arrigoni

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Free Gaza Movement: Scrutando l’orizzonte per avvistare DIGNITÀ

Sono partiti questo pomeriggio alle 5.00 spaccate.

“La SS Dignity con il suo carico 27 civili disarmati, e  una tonnellata di medicinali urgenti, sta veleggiando verso Gaza. Stiamo navigando su acque territoriali Cipriote, verso acque internazionali, diretti verso le acque territoriali di Gaza. Non rappresentiamo nessuna minaccia alla sicurezza di Israele, non andremo in nessun modo vicino ad acque Israeliane, e oltretuttto, Israele non ha alcun diritto legale di interrompere violentemente la nostra missione”   (Huwaida Arraf).

L’altra volta, la prima, storica,
invitammo Tsipi Livni ad accompagnarci, ora abbiamo invitato il ministro degli Esteri israeliano Aharon Abramovitz e quello della Difesa, Ehud Barak.

Per educarli sui devastanti effetti della politica genocida di punizione colettiva che Israele sta imponendo alle famiglie di Gaza. Per far comprendere loro di prima mano cosa ha comportato in termini di dramma la violenza israeliana alla popolazione civile di Gaza.

Ci sono a bordo della Dignity medici, attivisti, e Mairead Maguire, premio nobel per la Pace del 1976, che ha dichiarato: “La popolazione di Gaza fa parte della nostra famiglia di essere umani. Il governo israeliano non può tagliare fuori Gaza per sempre. Noi torneremo ancora ancora fino a quando non ricomporremo al nostra famiglia. Stiamo andando a visitare la nostra famiglia, e Israele non ha il diritto di fermarci.”

Arriveranno alle 8 circa di domattina.
Io cercherò di essere sul primo peschereccio che darà loro il benvenuto,
come a me lo diedero migliaia e migliaia di palestinesi esultanti quello storico 23 agosto.

La pelata del mio capitano Dereck, la maturità di David, il sorriso di Theresa, la simpatia di Coweida, (che non vedo dall’anno scorso nel campo profughi palestinese di Beddawi in Libano), gli occhi di Huwaida. Il vocione del fratello tenore Joe Fallisi, con cui andrò a cantarle forte e chiaro dinnanzi alle barriere dell’odio israeliano che segrega un milione e mezzo di esseri umani.

Salterò a bordo della Dignity e il mio abbraccio sarà quello ancora una volta di una popolazione allo spasimo,
a cui la speranza ridona vita.

Vittorio Arrigoni

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Free Gaza Movement: O LIVE!!! (ode all’ulivo e alla vita)

“Ulivo”,
se in arabo è “Zetun”,
in inglese è “Olive”.

Olive,
O-Live!!!,
un’ode alla vita tramandata da generazione in generazione,
fra i popoli di questa terra che da tempi immemorabili si nutrono del suo succo più prezioso.

In Palestina, come per uno scherzo della natura, 
l’ulivo, universalmente riconosciuto come il simbolo della pace,
trova il clima più adatto per la sua crescita.

Se la pace da queste parti è solo un miraggio,
anche l’ulivo non se la passa bene;
è infatti in via di estinzione, dalla seconda Intifada,
più di mezzo milione di ulivi sono stati sradicati dalle terre palestinesi.
Per mano militare, o colone israeliana.
È stato calcolato che gli ostacoli posti tra gli agricoltori palestinesi e i campi coltivati sono oltre 500, cui si aggiungono tutte le complicazioni legate al tracciato del muro dell’apartheid costruito illegalmente da Israele. Quando sarà completo, su nove milioni di alberi di ulivo censiti nella Palestina Occupata, un milione sarà irraggiungibile.

Se nella West Bank i contadini che fanno affidamento alla raccolta delle olive per sopravvivere, devono subire i ripetuti attacchi dei coloni,
qui a Gaza è direttamente l’esercito israeliano che li sradica,
come ottemperando ad un preciso piano criminale,
per far sì che l’indigenza fra i palestinesi si aggravvi,
fino a che punto mi domando io,
ghetto di Varsavia?

In Palestina, l’ulivo è apprezzato per la sua presenza storica, la sua bellezza, il suo significato simbolico e, cosa più importante per la sua rilevanza economica.Gli ulivi sono una delle principali colture commerciali per la Palestina, e molte famiglie che da essa dipendono per la loro sussistenza. Oltre alle famiglie proprietarie dei campi, la raccolta delle olive coinvolge direttamente migliaia di persone, dai raccoglitori ai lavoratori delle macine, passando per chi si occupa del trasporto e della vendita dell’olio, che rappresenta il 22 percento della produzione agricola palestinese.

Sradicare un antico ulivo è come una decisione di confisca della memoria, e forse è per questo che sionisti ed esercito israeliano pare ci provino gusto. Cancellare dalla loro memoria che la terra che stanno occupando non gli appartiene, ma è usurpazione, furto, diritto negato.

Ci siamo recati dai contadini di Beit Hanoun,
e abbiamo raccolto con loro le loro olive,
nei loro campi, vicino al confine israeliano,
dove per due volte mezzi militari e bulldozer hanno invaso,
e raso al suolo ogni cosa.
Compresi migliaia di alberi d’ulivo, molti dei quali vecchi di 50 anni.

L’ultima volta due mesi fa,
scusate, ma non ci avevano raccontato che Gaza non era più sotto occupazione?

I contadini palestinesi di questa zona hanno perso dai 150000 ai 200000 mila ulivi.

Abbiamo raccolto con loro perchè mentre ripiantano nella loro terra nuovi ulivi spesso i soldati israeliani gli sparano contro, altre volte li arrestano.

Mahmoud Darwish scriveva:

“hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto sassi
e ho sentito che il tuo governo esproprierà
anche i sassi

ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame
attento alla mia rabbia”

Possibile che a Tel Aviv nessuno si renda conto di questa tragica realtà?
Se la fame imposta da Israele ai pacifici contadini palestinesi si tramutasse in cannibalismo, non sarebbe certo una fatalità.

Darwish scriveva anche:
“qui il nostro sangue pianterà il
suo ulivo”.

E in effetti,
hanno raso al suo campo di ulivi
e ci hanno fatto cimiteri.

Hanno sradicato alberi millenari per issarvi fin dentro la terra,
le lapidi di chi di quella terra da millenni si sfamava.

Ora sono i palestinesi uccisi a sfamare la terra, a farsi concime
per nuovi ulivi che dovranno sfidare i cingoli dei carriarmati, oltre le impervietà del tempo,
esattamente come ogni contadino palestinese.

Altri ulivi sono già sorti,
si nutrono della cancrena, del sangue di chi chiedeva solo di coltivare il simbolo della pace.

Facciamo qualcosa per arrestare questa emoraggia,
è un’emergenza.

restiamo umani


Vik in Gaza.

 

Vittorio Arrigoni
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Per mantenermi qui a lottare per i diritti umani,
per restare umano, ho bisogno di tutto il sostegno umano possibile,
innanzitutto simbolico, e se qualcuno ne ha possibilità monetario.

Ringrazio coloro di cui ho notizia sino a oggi hanno contribuito finanziariamente alla nostra causa,
l’importo non importa, il gesto è ciò che conta.
Don Nandino (tonaca pasionaria), Cinzia, Sabine, Gabriele ZAX, Daniele, Massimo.

grazie a tutti voi,

Vik

 

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Free Gaza Movement: un esempio per risvegliare la coscienza dell’umanità

Orgogliosamente,
riporto qui parte del discorso del 63esimo Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
che in occasione del Secondo Giorno Internazionale sulla Non Violenza (2 ottobre), in memoria di Ghandi,
ha parlato così di NOI:

“I successori di Gandhi e di Luther King nel ventunesimo secolo hanno portato avanti altri esperimenti per dimostrare il potere della verità non violenta per ottenere giustizia e pace in ogni angolo del mondo – compreso, proprio negli ultimi due mesi, a Gaza. Il Free Gaza Movement è riuscito a rompere l’assedio di Gaza attraverso un’azione diretta e non violenta. Dopo essere salpati da Cipro, 44 attivisti provenienti da 17 paesi diversi, il 23 agosto 2008 sono riusciti, a bordo di due piccole barche di legno, ad attraccare al porto di Gaza, dove la popolazione assediata li ha accolti con entusiasmo. Questa iniziativa non violenta ha permesso ai Palestinesi di entrare e uscire liberamente dalla loro stessa terra per la prima volta dopo 60 anni. Come ha sottolineato Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nei Territori Occupati Palestinesi, si tratta ora di capire se il coraggio e l’impegno del Free Gaza Movement “potranno risvegliare la coscienza dell’umanità di fronte ad una tragedia in continua espansione”.

Partendo dall’innovativa attività di Gandhi e di Luther King arrivando fino all’attuale esempio del Free Gaza Movement, possiamo renderci conto di come il potere di trasformazione della non violenza si trovi, in questo nostro momento storico, ad un bivio. Avendo sviluppato e prodotto noi stessi, con la guerra, i mezzi da usare per la nostra stessa estinzione, siamo chiamati all’appello dalla Verità, a presentarci al centro della nostra esistenza, per svoltare verso una modalità di trasformazione non violenta che ci faccia approdare ad un futuro di giustizia e pace.

In una delle mie numerose dichiarazioni durante il Dibattito Generale dei leader mondiali all’Assemblea Generale che si è appena conclusa, ho detto: “O ci ameremo l’un l’altro o moriremo”. Oggi – miei cari fratelli e sorelle – io vi dico qualcosa di equivalente: non violenza o non esistenza.

Possa SATYAGRAHA occupare il posto centrale che merita di occupare nelle nostre vite!”

qui il link: http://un.org/ga/president/63/statements/idn21008.shtml


Sulle tracce di Ghandi,
impariamo a restare umani.

Vittorio Arrigoni
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Free Gaza Movement: Ferite di Pace, perchè usciamo in mare coi pescatori palestinesi

ferite di pace Vittorio Arrigoni

Mi sono recato a sfilarmi i punti all’ospedale Al-Awda,
è rimasto sulla pelle scarificata a vita, un ricamino niente male (todà Israel),
come la dentatura di un vorace squale meccanico,
che da sempre infesta queste acque predando le sue vittime assiediate,
pescatori palestinesi.

Di quanto sangue innocente si è fatta pastura per la fauna ittica che popola le acque dinnanzi a Gaza?

Attendo impaziente che il mare plachi la sua ira,
e ci permetta di tornare al largo a pescare, a rivendicare il diritto violato,
diritto alla vita, quantomeno alla sopravvivenza per questa gente immersa nel suo legittimo spazio marittimo.

Ci sono svariegate ragioni per cui usciamo a pescare coi palestinesi,
alcuni visibilmente concrete e vitali, altre dai connotati simbolici, ma non meno essenziali.
Una giornata al largo con noi, a detta dei pescatori equivale ad una settimana di ordinario lavoro,
quando senza internazionali a bordo non si arrischiano a spingersi più di qualche miglia dal porto, dove il pescabile è miserevole,
perchè se lo fanno sono morti, feriti quando va bene.
(vale la pena ricordare che prima dell’assedio imposto da Israele, erano oltre 3.500 i pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia a Gaza; di questi, oggi solo 700 continuano a impegnarsi in un settore che dava lavoro ad almeno 40.000 persone,  tra meccanici, pescivendoli e le migliaia di famiglie di pescatori locali, che oggi a stento sopravvivono)

Il giorno dopo una nostra battuta di pesca, il prezzo del pesce al mercato si vende a prezzo stracciato.
C’è più offerta, i prezzi calano, più bocche si sfamano.

I proprietari di diversi pescherecci, prima del nostro arrivo, erano seriamente intenzionati a vendere le barche, per via del prezzo del carburante elevato, e nessuna prospettiva di reddito futuro. Ora, oltre a effettivamente contribuire a maggiore redditi, ci hanno comunicato più volte quanto il nostro supporto abbia funto a iniezione benefica di speranza,
inoculata in una umanità che di speranza era in crisi di astinenza.

Oltre ai palpabili successi che le nostri azioni in mare ottengono, ve ne sono altri simbolici altrettanto edificanti come quelli pratici.

Con la Free Gaza e la Liberty abbiamo aperto il porto di Gaza, coi rudimentali pescherecci palestinesi cerchiamo ogni giorno di aprirne il mare, consapevoli che non è solo per i pescatori, ma per i palestinesi tutti, che ci attiviamo ostinatamente nel rivendicare il loro diritto ad una vita liberata dalla schiavitù della prigionia, l’assedio, il crimine contro l’umanità di cui si macchia Israele.

Se l’esercito israeliano, o il burattinaio che ne muove gli spinati fili in Israele,
ritiene d’avermi messo fuori gioco dopo la ferita che mi hanno inferto,
voglio dichiarare una cosa sola,
poveri illusi.

Me, Darlene, Donna, Fiona, Jenni, George, Andrew,
dovrete ammazzarci tutti,
prendervi la responsabilità dinnazi al mondo ed ad un Dio,
che nella Torah come nel Corano non giustifica in alcun modo l’omicidio di innocenti a sangue freddo.
Farci fuori tutti.

Mi piacerebbe riuscire ad interloquire coi soldati israeliani che ci attaccano ogni giorno, che ho scorto da così vicino da focalizzare il bianco nei loro freddi occhi, l’ultima volta quando mi hanno ferito;
chiedere loro se davvero ritengono che sparare a dei civili disarmati, internazionali o palestinesi, mentre sopra vascelli palestinesi semplicemente pescano, in acque palestinesi,
se tutto questo per loro significa davvero IDF, ovvero difendere lo stato d’Israele.

Come pacifista non me lo auguro in nessun modo,
ma davvero non mi sorprenderei affatto se un giorno, uno di questi giovanissimi pescatori palestinesi,
a cui Israele nega la speranza di una vita degnamente vissuta, collezionati lutti su lutti, di padri, amici, fratelli,
uccisi o feriti o seppelliti per anni in qualche inumana prigione israeliana,
dicevo non mi soprenderei se uno di questi decidesse di mollare le reti e imbracciare un kalashinikov.

Perchè è questo che insegna Israele, con le sue navi da guerra, le incursioni, l’occupazione militare dei confini,
ai giovani palestinesi di Gaza,
imponendo l’assedio come punizione collettiva, negando diritti umani,
Israele si fa responsabile della messa a rischio di tutta la sua cittadinanza, da Ashkelon a Tel Aviv,
insegnando l’odio alle sue vittime innocenti,
impartendo ai palestinesi quotidiane lezioni di puro odio incancrinito.

Continueremo ad andare per mare, per nulla intimoriti dalle avvisaglie di terrore che la marina israeliana ci spara contro, finchè la politica, l’attivismo di alto bordo, quella che si ritiene la società civile impegnata, la smettano di voltare così vergognosamente le spalle a quella che Nelson Mandela definisce “la questione morale dei nostri tempi”.
Vogliamo dimostrare ai palestinesi che qui ci hanno adottati,
che sussiste nel mondo ancora una minoranza di uomini e donne disposti a riscattare sulla propria pelle, ora cicatrizzata,
tutta l’omertà e l’indifferenza di una maggioranza apatica dinnanzi a questa immane tregedia.

Io credo che siano tanti gli esseri umani ancora immuni al virus  dell’indifferenza e all’egotismo,
ovunque sul pianeta,
e per questo che vi chiamo all’appello,
non lasciateci soli,
non voltate le spalle dinnazi al vostro fratello succube di una profonda ingiustizia.

Venita a darci umano,
o in qualche modo sosteneteci,
Da lontano siateci vicini.

Restate,
restiamo umani.

Vittorio Arrigoni
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e   www.palsolidarity.org  

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Se Free Gaza è in rosso, l’Ism è al verde,
pure Vik ha le tasche bucate.
Se potere, anche poco, donate.
Come hanno fatto Cinzia, Luana e ancora Felicina, veri e propri angeli planati su questa terra.


Contattatemi e vi sarà spiegato dettagliatamente dove finiscono le vostre donazioni.

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Vostro,
volto ancora umano,
Vik.

IL BLOG PALESTINESE DI VITTORIO ARRIGONI

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Free Gaza Movement: Ferite di Pace, perchè usciamo in mare coi pescatori palestinesi Leggi l'articolo »

Free Gaza Movement: lettera dei genitori di Vittorio Arrigoni al consolato italiano a Gerusalemme

Siamo i genitori di Vittorio Arrigoni, attualmente in Gaza, con gli
operatori del Free Gaza Movement e di ISM Rafah.
Vittorio non vi è sconosciuto, visto che ci ha parlato dei numerosi contatti che intrattenete benevolmentecon lui (grazie Console Francesco).
Saprete quindi di quanto gli è accaduto oggi, mentre era in mare
con un peschereccio.
Ferito, ma poteva morire se le schegge di vetro lo avessero colpito
alla gola o al cuore.
Siamo certi che avrete già elevato alta la vostra protesta verso il
sig. Olmert o verso chiunque sia il responsabile di questi attacchi che contravvengono al diritto internazionale e che si configurano come veri e propri crimini di guerra contro civili inermi, siano essi palestinesi o italiani o di chicchessia nazionalità.
Ci piacerebbe saperlo, per poter continuare ad essere fiduciosi cle nostre istituzioni, ovunque, sappiano far valere i principi fondamentali della nostra Costituzione.
Restiamo in fiduciosa attesa di un comunicato che ci auguriamo,
sia una forte presa di posizione rispetto agli eventi di oggi.
Con stima.           

 

Ettore ed Egidia Arrigoni

PS. Io, Egidia, la mamma, sono un Sindaco.
Quattro anni fa ho giurato di rispettare la Costituzione e di
applicarne i princìpi fondamentali. Sto facendo
del mio meglio soprattutto per chi, anche in questa nostra opulenta
Brianza lecchese, vive con sofferenza
la quotidiianità, senza distinguere chi, fra i bisognosi, sia
italiano o straniero.
Mi aspetto altrettanto da voi per un figlio che, come me, non
considera nessuno straniero se non per la carta
di identità, convinti, entrambi, che l’unica nazionalità sia
l’essere umani.
Datemi fiducia, fate in modo che io sia ancora  oggi orgogliosa
della fascia tricolore che mi metto addosso. Alzate la voce!
Dite forte che l’Italia ripudia la guerra e non solo entro i suoi
confini.

Altrimenti andrò dal Presidente della Repubblica e davanti a lui
rimetterò il mio mandato.

Free Gaza Movement: lettera dei genitori di Vittorio Arrigoni al consolato italiano a Gerusalemme Leggi l'articolo »

Free Gaza Movement: Vittorio Arrigoni ferito da una nave da guerra israeliana

ISM Rafah: Italian activist injured by Israeli navy off Gaza coast

Vik driving vittorio arrigoni


 

September 16th, 2008

An Italian solidarity activist has been injured today by the Israeli Navy while he was accompanying fishermen in Gaza.

Vittorio Arrigoni was hit by flying glass as the Israeli navy used a high power water canon against the unarmed boats. The water canon smashed the glass surrounding the steering section of the boat, with shards lacerating Vittorio’s back. He was been taken to hospital immediately upon reaching shore, requiring ten stitches.

International activists were accompanying Gazan fishermen 8 miles out from shore, as they have been doing regularly since they arrived in Gaza with the ‘Free Gaza Movement’ boats.

The Israeli navy have imposed severe restrictions on fishing Gazan waters, regularly attacking any boats attempting to fish over 3 nautical miles. With international accompaniment, fishermen have been regularly attempting to fish outside the Israeli imposed limits where they can . Following Israel’s ‘disengagement’ from Gaza, Israeli restrictions on fishing were escalated so that Gazan fishermen could only fish safely within 3 nautical miles from the coast.

On the 1st of September, international activists managed to film the Israeli navy opening fire on fishing boats 8 miles from the Gaza coast.

 

40,000 people in Gaza make a living from the fishing industry, yet this community has been decimated by Israeli restrictions on fishing rights and the prevention of fuel from reaching the Gaza Strip.

According to the Fishing Syndicate in Gaza, fishermen need 40,000 litres of fuel and 40,000 litres of natural gas each day to operate throughout the high fishing season.

Starting in April each year, there is a migration of fish from the Nile Delta to Turkish waters which Palestinian fishermen have traditionally relied upon. Yet Israel limits fishing 6 miles from the Gaza shore and regularly attacks those who venture further than 3 miles – over 70 fishermen were arrested last year by the Israeli forces. The large schools that form the migration are usually found 10 miles from shore. The average catch of fish was over 3000 tons a year in the 1990’s, now it is around 500 tons directly due to the Israeli siege of Gaza.
Not only this, but the brutal effects of the siege, the water in which the fishermen of Gaza sail in is now receiving 50 million litres of sewage per day because the people of Gaza have no alternative.

 

www.palsolidarity.org

Free Gaza Movement: Vittorio Arrigoni ferito da una nave da guerra israeliana Leggi l'articolo »

Free Gaza Movement: terrorismo lungo le coste di Gaza

Che cos’è il terrorismo?

Per un cittadino russo,
terrorismo è un kamikaze ceceno che si fa saltare in aria in un teatro di Mosca.

Per un ceceno di Grozny,
terrorismo sono le forze armate russe che hanno raso al suolo la sua città.

Per un soldato americano di stanzia in Afghanistan,
terrorismo è il mujaheddin che si va a schiantare su di una autobomba dinnanzi ad una base militare usa.

Per gli afghani che vivono  al confine con il Pakistan,
terrorismo sono le bombe NATO che da diecimila metri di distanza piombono sopra i festeggiamenti per un matrimonio,
riducendo in brandelli decine di civili.

Per un turista europeo in vacanza a Sharm El-sheickh,
terrorismo è l’attentato ad un villaggio turistico.
Per un egiziano che abita in un villaggio polveroso nel deserto a poche chilometri da quel paradiso artificiale,
terrorismo è vedere un governo che foraggia il suo potere dittatoriale con le entrate di migliaia di euro dall’industria turistica,
mentre i suoi figli muoiono d’inedia.

Come si vede, dare una risposta chiara e inappuntabile su cosa sia in realtà il terrorismo è piuttosto complesso,
perchè controversa è la domanda,
la risposta dipende strettamente da che parte le stragi le si osserva,
e da che parte si contono le vittime fra gli amici, i familiari.

Pochi giorni fa,
si sono consumate le tristi commerazioni in ricordo delle vittime dell’11 settembre,
un giorno di lutto per l’umanità intera,
non solo per i cittadini di New York,
o per i cileni che ricordano le decine di migliaia di morti e i deparecidos,
del dopo golpe di Pinochet.

Io mi chiedo però quanti altri 11 settembre si consumano ogni giorno nel mondo,
e ogni giorno qui a Gaza,
dove un milione e mezzo di innocenti lentamente muoiono rinchiusi nella più grande prigione a cielo aperto che sia mai stata edificata.

Nel video, che prego di far circolare come il precedente,
un esempio tangibile di terrorismo che si manifesta quotidianamente al largo delle coste di Gaza.
Un terrorismo chiaro e inappuntabile,
che non permette repliche, incertezze nella sua definizione,
terrorismo made in Israel.

Glielanno fatta pagare,
a caro prezzo,
ai pescatori che spesso scortiamo in mare laddove le acque sono più generose di pesce.

Lunedì 10 settembre, alle ore 17 circa, a meno di 6 miglia dalle coste di Gaza, in acque palestinesi,
una nave da guerra israeliana si è volutamente lanciata ad alta velocità contro uno dei nostri pescherecci,
quel giorno a pesca senza internazionali a bordo.

L’impatto è stato devastante per il fragile peschereccio palestinese (come documentano i danni visibili nel filmato),
la nave militare israelina è andata a sbattare sul fianco del peschereccio,
letteralmente passandoci sopra e rimpiombando in mare dalla parte opposta.
Visibili sulla prua i segni scavati dal legno delle turbine del motore della nave israeliana.

Fortunatamente,
il peschereccio stava pescando e quindi era ben assestato in acqua, altrimenti si sarebbe ribaltato conducendo a morte certa tutto l’equipaggio.
Ancora più fortunatamente, tutti i membri dell’equipaggio si trovavano a poppa, intenti a cucinare per il pasto che interrompe il digiuno del Ramadan, qui alle 18 pm. circa.

Sfortunatamente,
il danno per il proprietario del peschereccio ammonta a più di 50 mila dollari,
e impossibili sono riparazioni in tempi brevi, dato che nella Gaza sotto assedio non si trovano i materiali necessari.

L’unico ferito per questo folle attacco terroristico,
secondo fonti militari a Tel Aviv, è proprio un soldato israeliano,
dato che la manovra suicida della nave da guerra ha seriamente rischiato la vita anche al suo di equipaggio.

Quotidianamente i pescatori palestinesi che escono in mare nell’intento di procurarsi di che sfamare i figli,
sono soggetti ad attacchi da parte israliana, che, contro ogni trattato internazionale,  e in palese fragranza di ogni diritto umano, impongono come punizione collettiva ai palestinesi una zona limite per la pesca di non oltre 6 miglia dalla costa.
Anche se spesso gli attacchi avvengono a sole 3 miglia al largo.

La nostra presenza, in quanto internazionali, e dotati di telecamere,
funge da deterrente a questi quotidiani crimini, terrorismo di matrice israeliana.

Un capitano mi ha riferito che contattato via radio da una nave da guerra israeliana,
in ebraico è stato minacciato: “quando gli internazionali lasceranno Gaza,
la nostra vendetta sarà atroce”.

Si pone quindi per noi l’essenziale necessità, per savaguardare la vita di questi civili innocenti,
di tenere sempre un gruppo di internazionali in pianta stabile qui a Gaza.

Il mio invito è quindi ai cittadini europei ed americani,
a venire quaggiù ed ad attivarsi per la difesa dei diritti umani, aggregandosi a noi attivisti dell’ISM,
contro ogni forma di crimine, terrorismo israeliano,
per restare umani.

 

Restiamo umani.

 

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Free Gaza Movement: un video per denunciare i crimini israeliani in alto mare.

Per domani abbiamo organizzato un’altra battuta di pesca in alto mare,
ci porteremo a bordo il primo canale televisivo tedesco,
e alcuni giornalisti arabi.

Il mondo deve sapere, aprire gli occhi e reagire dinnanzi a ciò che avviene a poche miglia dalle coste di Gaza.

Nel video, ripreso da alcuni miei compagni, il mio peschereccio viene bersagliato da raffiche di mitragliatrice da una nave da guerra israeliana.

Questi crimini contro l’umanità, di cui Israele si macchia, avvengono pressochè quotidianamente, omicidi e ferimenti di pescatori palestinesi che si allontano oltre le 3 miglia dalla costa, limite illegale imposto dalle Autorità israeliane, nonostante gli accordi di Oslo abbiano fissato a circa 20 miglia dalla linea costiera il limite massimo di allontanamento e le 12 miglia  sancite dall’Accordo Bertini, stipulato nell’Agosto 2002 tra le Nazioni Unite e Israele.

La nostra presenza, in quanto internazionali, qualche giorno fa ha scongiurato morti e feriti fra i palestinesi,
ci auguriamo che l’ulteriore presenza di telecamere funga da deterrente a qualisiasi azione criminale da parte israeliana.

Noi, pacifisti, accompagneremo al largo, non oltre dieci miglia dalla costa,
pacifichi pescherecci che con la loro attività rappresentano uno degli unici sostentamenti possibili all’interno di un economia schiacciata dall’assedio in cui è costretta Gaza.

Negli anni ’90, quando le barche dei pescatori potevano allontanarsi dalle coste di circa 12 miglia nautiche dalle coste della Striscia, i pescatori riuscivano a portare a riva, rivendere e anche esportare fino a 3.000 tonnellate di pesce ogni anno. Nel 2007  solo circa 500 tonnellate di pesce all’anno sono state pescate in tutto dagli oltre 3.500 pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia a Gaza; di questi, solo 700 sono ancora impiegati in un settore che dava lavoro ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e migliaia di famiglie di pescatori locali.

I pesci nelle acque vicino alle coste della Striscia sono davvero pochi, inquinamento ed eccessivo sfruttamento hanno reso le acque sterili, per questo anche domani portero al largo i pescherecci e speriamo in un’altra pesca miracolosa, basterebbe allontanarsi fino a 20 miglia più a largo per incontrare, in primavera, i branchi di sardine che migrano dal delta del Nilo fino alle acque della Turchia, mentre già a meno di sei miglia della costa è difficile incontrare i grandi movimenti di pesci. Secondo il Palestinian Centre for Human Rights Israele in realtà non ha mai consentito ai pescatori di Gaza di spingersi fino alle 20 miglia sancite dagli Accordi. I pescatori di Gaza denunciano che non possono allontanarsi di oltre 2,5 km senza correre il rischio di essere bersaglio degli spari israeliani, di vedere distrutte le loro reti e le loro barche, mentre le pattuglie israeliane li costringono a rientrare a riva: una situazione che va avanti sin dal 2003 e che si è aggravata negli ultimi anni con addirittura razzi ed elicotteri israeliani impiegati contro i pescatori. Le navi militari israeliane secondo il Sindacato dei pescatori di Rafah, nel sud della Striscia, pattugliano il mare 24 ore al giorno, sette giorni su sette, con il pretesto della sicurezza e del contrasto al traffico di armi. Nel corso del 2007 oltre 70 pescatori di Gaza sono stati arrestati, le loro barche distrutte, insieme a reti ed equipaggiamenti da pesca. Per mesi migliaia di pescatori non hanno avuto il permesso di lasciare il porto.

“In un rapporto pubblicato dall’israeliana Bet’selem sono state raccolte le storie di alcuni pescatori. Isma’il Basleh il primo gennaio del 2007 era in mare con il fratello Samir e con l’amico Aymen al-Jabur. Stavano pescando quando in lontananza hanno visto avvicinarsi una nave da guerra israeliana che si è fermata a meno di trenta metri da loro e ha cominciato a sparare in aria. Il capitano della nave israeliana ha in seguito ordinato a Isma’il di seguirlo per 6 km e mezzo, quindi di spegnere i motori, togliersi i vestiti e nuotare nell’acqua gelida fino a loro. Ma la nave si allontanava e Isma’il rischiava di annegare. Il seguito della storia riportata da Bet’selem racconta di braccia e gambe legate, di minacce e intimidazioni, di privazione del sonno, di trattamenti degradanti e disumani. Anche Adnan al-Badwil ha descritto la sua disavventura: in mare, con il fratello alle cinque del mattino avevano appena tirato in barca le reti con il pesce quando hanno sentito nell’oscurità degli spari. La barca, colpita, ha cominciato a vacillare ed entrambi sono caduti in acqua. In tre dell’equipaggio sono stati feriti da frammenti di proiettile e ricoverati per tre giorni in ospedale.
Ma malgrado i rischi per la loro vita, i pescatori di Gaza vanno in mare e cercano di sconfinare dai 3 km, per poter vivere. Oggi però possono portare solo barche a remi, non c’è più combustibile a Gaza e non perché, come succede anche da noi il prezzo è salito alle stelle, ma perché Israele non permette l’entrata a Gaza del combustile continuando un embargo che è punizione collettiva di un intera popolazione.”

Dedicheremo la nostra giornata di pesca ai tre pescatori che qualche giorno fa sono stati arrestati, e contro i dettami del ramadan, costretti dai soldati israeliani a mangiare e bere interrompendo così il loro digiuno.

Soprattutto la dedicheremo ai due pescatori feriti di recente, Mohammad Ani Assultan,
19 anni, e Hussam Assultan di anni 32, colpito alla testa, che versa in condizioni critiche.
Questi crimini non possono restare ancora sotto silenzio.

Vi prego di far girare il video.
E di restare, a terra come in mare, restare umani.

Restiamo umani.

Vik

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Free Gaza Movement: la pace sotto tiro

Orfani della Free Gaza e della Liberty, ritornate a Cipro portandosi dietro alcuni palestinesi, finalmente liberi,
siamo tornati a pescare.
Siamo usciti in alto mare con sei pescherecci palestinesi, ed ad una distanza stimata dal capitano della mia barca di 7 miglia nautiche dalla costa, abbiamo gettato le reti e iniziato la nostra giornata di pesca dinnanzi ad una Gaza di nuovo liberata.

Due navi da guerra israeliane si sono affrettate a raggiungere la nostra posizione, e una di queste, per ben quattro volte durante tutto il periodo di pesca si è messa a fianco del mio peschereccio (forse perchè l’unico sprovvisto di telecamera a bordo) a da meno di duecento metri  ha aperto il fuoco.

Fuoco intimidatorio sparato in mare, anche se alcune raffiche di mitragliatrice hanno sfiorato lo scafo della nostra barca.
In una occasione i soldati israeliani hanno sparato alle nostre reti, e successivamente ci hanno navigato sopra con l’intento di danneggiarle. Un colpo di cannone è stato sparato a tre metri dalla nostra prua.

Mi sono attaccato alla radio spiegando chi eravamo e quali erano le nostre intenzioni, semmai fosse difficile intuire che eravamo lì solo per pescare. Tutto vano, non è stato possibile nessun contatto via radio. I soldati israeliani intimavano di evacuare l’area in ebraico dai megafoni delle loro navi da guerra, poi sparavano. Spesso sparavano, poi intimavano.

I pescatori palestinesi come me imbarcati mi hanno mostrato i danni al peschereccio dovuti ai recenti attacchi israeliani, la poppa è ridotto un colabrodo. Due di essi, si sono svestiti rivelandomi cicatrici di ferite da proiettili, altri mi hanno raccontato di amici o familiari, pescatori come loro, assassinati dai soldati israeliani mentre erano fuori in mare, mare palestinese, a cercare di portare a casa un quantitativo di pesce, pesce palestinese, appena il minimo per sopravvivere.

Malgrado le intimidazioni israeliane, vero e proprio atto di terrorismo,
la pesca è stata ricca e proficua,
una decina di volte superiore alla media, a detta del capitano della mia imbarcazione,
che di solito può spingersi di sole poche miglia dalla costa.

Da parte mia gli ho ribattutto che evidentemente i pesci terrorrizzati dai proiettili israeliani,
sono finiti nelle reti palestinesi.  Shukran Olmert! (Grazie Olmert!).

Ps.
Consegnatoci i passaporti, è diventata effettiva la cittadinanza palestinese onoraria che ci hanno conferito.
Che siamo palestinesi a tutti gli effetti è riprovato a Rafah, dove da qualche giorno 4 miei compagni cercano di oltrepassare il confine, chi per tornare dalla moglie gravida, chi dai propri bambini, chi alla propria professione di dottore.
Invano, come migliaia di altri palestinesi, siamo rispediti indietro.
Io attenderò che la navi tornino da Cipro, per ora sono più utile e a mio agio qui nella più grande prigione a cielo aperto mai edificata dall’odio che altrove nel mondo.
I reietti, gli ultimi, i miserabili, sono sempre stati i miei compagni di viaggio preferiti, i più umani,
e forse il viaggio è finito.

Restiamo umani.

Vik

 

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Free Gaza Movement: La storia siamo noi

“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare….
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo….”
(F.D.G.)

 

La storia siamo noi,
la storia non la fanno i governati codardi con le loro ignobili sudditanze ai governi militarmente più forti.

La storia la fanno le persone semplici,
gente comune, con famiglia a casa e un lavoro ordinario,
che si impegnano per un ideale straordinario come la pace,
per i diritti umani, per restare umani.

La storia siamo noi,
che a mettendo a repentaglio le nostre vite,
abbiamo concretizzato l’utopia,
regalando un sogno, una speranza a centinaia di migliaia di persone.
Che hanno pianto con noi,
approdando al porto di Gaza,
come i tre anziani palestinesi vittime della diaspora imbarcati con noi,
che non hanno mai potuto piangere sulle tombe dei familiari,
hanno pianto,
ma sono state lacrime di gioia.

Il nostro messaggio di pace,
è un invito alla mobilitazione per tutte le persone comuni,
a non delegare la vita al burattinaio di turno,
a prendersi di petto la responsabilità di una rivoluzione,
rivoluzione interiore innanzi tutto, verso l’amore, l’empatia,
che di riflesso cambierà il mondo.

Abbiamo dimostrato che la pace è possibile in medioriente.
Perchè se un ebreo israeliano come Jeff Helper è accolto come un eroe,
addirittura un liberatore,
da decina di migliaia di persone festanti in estasi,
da quelli che la politica e i media si impegnano a dipingere come filoterrorismi,
la pace non è un’utopia,
e se lo è abbiamo dimostrato che a volte le utopia si concretizzano.

Basta crederci,
fermamente impegnarsi,
contro ogni intimidazione, timore, sconforto,
semplicemente restando umani.

restiamo umani


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ps.
da oggi una piazza centrale di Gaza è stata ribatezzata Free Gaza e Liberty,
e presto un monumento con inciso tutti i nostri nomi verrà posto a futura memoria della nostra folle, umana impresa.
Personalmente più di questa pietra, il miglior premio è l’indescrivibile gioia, la sincera riconoscenza, che non si placa,
dei Gazauri nei nostri confronti,
abbiamo lenito il dolore, ridonato speranza, e questo e solo l-inizio.

Vik

 


approfondimenti

-da Il Time
-Pictures
-Video

 
 

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