Ottobre 2010

Perchè boicottare le università israeliane

Da Gaza assediata un appello di docenti e studenti al boicottaggio delle università israeliane

Gaza assediata,

25 Ottobre 2010

Le università ed i centri di ricerca italiani hanno da tempo solidi rapporti con le università e i centri di ricerca israeliani. Per esempio il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ha recentemente rinnovato una collaborazione con Israele che prevede 60 mesi/uomo di borse post-dottorali, nell’ambito delle neuroscienze e della fisica degli atomi freddi [1]. Il Laboratorio Europeo di Spettroscopia non Lineare (LENS) ha un laboratorio congiunto con l’israeliano Weizmann Institute of Science che coinvolge in particolare l’università di Firenze [2].
L’università la Sapienza di Roma ha collaborazioni con l’università di Haifa, Gerusalemme e Tel Aviv per un master in cooperazione internazionale [3].
La scuola superiore sant’Anna e l’università di Pisa hanno rapporti con la Habrew university di Gerusalemme e la Tel Aviv univeristy [4].
L’elenco è molto lungo e questi sono solo degli esempi, non sono certo esaurienti e solo vagamente rappresentativi.
Come ci inseriamo noi studenti palestinesi in questi piani? Come dovremmo credere che rinomate istituzioni accademiche rispettino i loro stessi codici di condotta quando collaborano con istituzioni accademiche israeliane che contribuiscono su vari fronti alle continue ingiustizie commesse contro di noi ogni giorno? Proprio quelle istituzioni che rimanevano tranquille mentre il loro governo per tre settimane intorno al capodanno 2009 sganciava bombe al fosforo bianco sopra di noi a Gaza, ammazzava oltre 1443 civili, tra i quali 430 bambini, bombardava i nostri ospedali, strade e ponti e attaccava violentemente il patrimonio delle nostre istituzioni scolastiche? I fatti parlano da soli: più di 37 scuole primarie e secondarie, tra cui 18 scuole che servivano come rifugio per i profughi interni sono state colpite, l’American International School è stata ridotta a macerie, e 4 edifici dell’università islamica (IUG) demoliti [5].
L’affermazione israeliana che i laboratori scientifici dell’IUG fossero usati per costruire armi è stata categoricamente smentita dalle prove certe. Non c’è dubbio sull’uso del fosforo bianco, bombe a grappolo con chiodi e tungsteno.
Il rapporto Goldstone [6] ha elencato le contravvenzioni delle leggi internazionali, i “ crimini di guerra” israeliani e i “ possibili crimini contro l’umanità” – non che avessimo bisogno di una conferma ai raccapriccianti numeri di bambini e donne massacrati durante l’attacco o traumatizzate in seguito. Inoltre, la collaborazione tra le università israeliane e i servizi militari e di intelligence di Tel Aviv è ora giunta al punto di fondare istituzioni di studio strategiche, think tank ed interi dipartimenti di studio per la sicurezza , molti dei quali sono ubicati nelle o affiliati con le università coinvolte in questa collaborazione.

Questo potrebbe spiegare perchè le università israeliane sono fino ad adesso rimaste silenziose riguardo i crimini che il loro stato stava commettendo. Un rapporto diffuso dell’alternative information Center nell’ottobre 2009 intitolato “ Academic Boycott of Israel and the Complicity of Israeli Academic Institutions in Occupation of Palestinian Territories” [7] conclude che “ Le istituzioni accademiche israeliane non hanno scelto di prendere una posizione neutrale o apolitica verso l’occupazione israeliana ma di dare il loro completo appoggio alle forze di sicurezza israeliane e alla politica nei confronti dei palestinesi, nonostante i fondati sospetti di crimini ed atrocità che gravavano su di essi” .
Si è rilevato che tutte le università israeliane sono coinvolte nella solidarietà con l’occupazione illegale di Gerusalemme est, Gaza e della West Bank in una miriade di modi. Il rapporto descrive come in particolare l’università di Haifa e la Hebrew University di Gerusalemme abbiano appoggiato diversi programmi universitari per riserve militari israeliane, garantito la borsa di studio a studenti che hanno prestato servizio nell’attacco israeliano a Gaza, e mantengono legami con le principali
fabbriche di armi israeliane. Uno dei 2 campus dell’Hebrew university è stato costruito nella Gerusalemme est occupata, in aperta violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.
Al contrario, il protratto assedio israeliano ha mandato in frantumi il nostro sistema educativo. C’è un’estrema mancanza di libri e materiale educativo, che non può entrare nella striscia di Gaza [a causa dell’ assedio israeliano]. Gli studenti che hanno ricevuto la borsa di studio per andare a studiare all’estero continuano ad essere bloccati dentro alla Striscia trasformando i sogni di affermazione accademica in sogni infranti. Dentro Gaza, coloro che cercano un’istruzione sono limitati dall’aumento del tasso di povertà e dalla scarsità di carburante per i trasporti, ancora una volta risultato diretto dell’assedio medievale di Israele.
La persistente occupazione delle terre palestinesi è la più duratura dalla seconda guerra mondiale. Le forze di occupazione israeliane hanno demolito 24.000 case palestinesi [8] dal 1967 e continuano nella loro linea in nome dell’espansione del quartieri ebraici a spese della popolazione arabo-palestinese locale. Israele è in piena violazione della risoluzioni 242 del consiglio di sicurezza dell’ONU [9] occupando i territori palestinesi, della risoluzione UNSC 194 [10] negando a 7 milioni di rifugiati palestinesi il loro diritto di tornare nelle proprie case, dell’articolo 94 della convenzione di Ginevra [11] colonizzando queste terre occupate e dell’articolo 33 [12] attraverso la sua punizione collettiva tutt’ora in corso di 1,5 milioni di abitanti di Gaza sottoposti ad un assedio denunciato dall’Unione Europea, dalle Nazioni Unite e dai gruppi per la difesa dei diritti umani, ma che continua comunque. Fin da quando le Nazioni Unite nel 1948, dominate dalle potenze coloniali dell’ epoca,
autorizzarono la fondazione di Israele sulle rovine dei rifugiati palestinesi e la distruzione di 531 villaggi palestinesi [13], Israele ha violato più risoluzioni delle Nazioni Unite di qualunque altro stato membro [14].
Più recentemente una commissione d’indagine sul raid contro la Freedom Flotilla [15] del consiglio UN per i diritti umani ha concluso che il blocco navale di Israele sui territori palestinesi era contrario alla legge a causa della crisi umanitaria e che durante e dopo il raid le forze israeliane hanno commesso “ una serie di violazione della legislazione internazionale, tra cui leggi per i diritti umani” , inclusi “ omicidi voluti e torture” . Il rapporto conclude che “ il comportamento dell’esercito
israeliano e del personale nei confronti dei passeggeri della Flotilla non solo era sproporzionato per l’occasione ma mostrava incredibili livelli di violenza completamente non necessari. Ha rivelato livelli di brutalità inaccettabili” .
In quasi tutte le università esiste un codice di condotta, che obbliga queste istituzioni a diffondere una cultura di pacce nel rispetto dei diritti umani fondamentali, in questo rientra anche il non avere rapporti con enti che si siano macchiati di crimini feroci come quelli israeliani.
Scrittori come Johan Berger, Arcivescovo Desmond Tutu, Arundhati Roy, Ahdaf Soueif, università, sindacati, imprese, società, ed artisti internazionali tra i quali Elvis Costello, Gil Scott-Heron, the Pixies, Carlos Santana, Ken Loach and Massive Attack si sono tutti uniti al movimento BDS.
Questo boicottaggio, adattato sul movimento globale BDS che ha posto fine all’apartheid in Sud Africa, dovrà continuare fino a che Israele non rispetterà il suo obbligo di riconoscere il diritto inalienabile dei palestinesi all’autodeterminazione e rispetterà integralmente quanto stabilito dalle leggi internazionali:
1 . Ponendo fine all’occupazione dei territori arabi e smantellando il muro;
2 . Riconoscendo il diritto fondamentale dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla completa uguaglianza;
3 . Rispettando, proteggendo e promuovendo i diritti dei rifugiati palestinesi a tornare alle loro abitazioni e proprietà come stabilito dalla risoluzione ONU 194.
Vi chiediamo di boicottare Israele fino a che non rispetterà la legislazione internazionale, fino a che non adempierà alle sue responsabilità. Come i neri del Sudafrica e gli afroamericani non potremo mai accettare compromessi sui diritti umani fondamentali.
Avete ora la possibilità di tagliare tutti i legami con le università israeliane, di unirsi alla chiamata per boicottare quello che John Digard -corrispondente speciale delle Nazioni Unite – descrive come l’unico caso rimanente dopo il Sudafrica “di un regime affiliato a quelli occidentali che nega l’autodeterminazione e di diritti umani a delle persone in via di sviluppo e che ha fatto così molto a lungo” [16] Dato il coinvolgimento così profondo delle università israeliane in una prevaricazione così a lungo termine che segue principi medievali basati su razza e religione, ci aspettiamo che le istituzioni statunitensi e mondiali seguano la chiamata dell’arcivescovo Desmond Tutu: di boicottare, le istituzioni accademiche israeliane. Normalizzare ed accettare un altro regime di apartheid e tutto lo spettro di crimini contro l’umanità ben documentati è una minaccia alla giustizia ovunque, ed un altro pessimo appoggio alla negazione dei diritti umani basilari .
Gaza assediata,

University Teachers’ Association in Palestine (UTA)

Palestinian Students’ Campaign for the Academic Boycott of Israel (PSCABI)l 

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Viva Palestina in Gaza

Il mio pezzo per Peacereporter di lunedì:

Cosa fa di una prigione un luogo più vivibile?

Non certo tinteggiare le sbarre, come è stato fino ad oggi questo finto allentamento dell’assedio da parte israeliana che ha consentito l’accesso nella Striscia ad alcune merci fra le più inutili sul mercato. Semmai in grado di risollevare il morale ad un milione e mezzo di reclusi e’ una prospettiva di fuga, di liberazione, una vaga idea di come è il mondo fuori dalle sbarre.

Oltre a 145 veicoli carichi di aiuti umanitari hanno portato questa speranza a Gaza i 380 attivisti provenienti da oltre 30 paesi di Viva Palestina che giovedi’ hanno rotto l’assedio. Sono ritornati nei rispettivi paesi di provenienza ieri, dopo avere trascorso una notte rinchiusi dalle autorità egiziane in un’ala dell’aeroporto del Cairo.

Ognuno porta a casa un ricordo particolare di questo viaggio lungo un mese, come l’inglese Richard: “ Un accoglienza indescrivibile lungo tutte le tappe del nostro tragitto da Londra a Istanbul. In Siria non riuscivamo a fare compere perché i negozianti una volta intesa la nostra missione si rifiutavano di farsi pagare. Dentro Gaza poi la meraviglia di migliaia di palestinesi festanti, per la maggior parte bambini, che rischiavano di farsi investire pur di riuscire a toccarci, a salutarci. Dopo 2 giorni ho compreso che per alcuni dietro la calda accoglienza c’era qualcos’altro, la speranza di essere portati via al ritorno. Via da quella prigione.”

“Quando la libertà si restringe in un posto del mondo la libertà di tutto il mondo un poco si restringe, per questo ho deciso di unirmi al convoglio.” Mi ha spiegato Graham, anche lui dall’Inghilterra, concludendo: “Vedere decine di ragazzi venire fino a Gaza come decine, centinaia di migliaia di loro coetanei nel recente passato hanno manifestato contro la guerra in Iraq per la Palestina è confortante. Una sorta di palestra dei diritti umani per questi giovani che non si faranno sottrarre i diritti civili nei loro paesi senza lottare come ora lottano ora per la libertà loro fratelli palestinesi.”

Alfredo Tradardi, rappresentante dell’ISM Italia e responsabile del convoglio italiano era stremato ma felice quando l’ho incontrato dinnanzi al porto di Gaza: “Le città che abbiamo toccato sono state come tappe di un pellegrinaggio, per alcuni religioso, per noi laico. Il momento più intenso in Turchia nel villaggio di Kayseri, dinnanzi alla tomba di Furkan Doğan, il giovane attivista ucciso dal commando israeliano durante l’assalto alla Mavi Marmara. Considero Furkan un emulo di Rachel Corrie, e come Rachel deve essere ricordato nel profondo dei nostri cuori. Nel campo profughi di Latakia, simbolo delle sofferenze dei palestinesi che attendono di ritornare nella loro terra, come e’ nel pieno dei loro diritti, ricordo l’ospitalità di famiglie povere ma dignitose. Emozioni forti anche durante la commemorazione delle vittime della Freedom Flotilla, quando sul traghetto che ci ha portato dalla Siria all’Egitto abbiamo navigato proprio sullo stesso tratto di mare protagonista del massacro di maggio”. Tradardi, in procinto di promuovere in Italia una serie di incontri con la celebre scrittrice palestinese Ghada Karmi, a Gaza si è recato dinnanzi alle macerie del parlamento distrutto durante i bombardamenti israeliani del gennaio 2009 ”per ricordare al mondo la necessità di rilanciare il movimento BDS, la campagna di boicottaggio a Israele. Una strategia che se in passato si è dimostrata vincente liberando Mandela e un popolo dall’oppressione dell’apartheid, confidiamo riuscira’ a liberare anche Gaza dal suo assedio.”

Un messaggio, quello del boicottaggio, che ha viaggiato con gli italiani per migliaia di chilometri, ben impresso in decalcomanie sulle carrozzerie dei loro mezzi.

Samer, libanese di 52 anni, si è mostrato il piu’ commosso di tutto il convoglio entrando nella Striscia. La sua storia ci spiega i motivi. Si trovava in Canada nel luglio del 2006 e stava tentando di ottenere un visto per farsi raggiungere dalla moglie e dai 4 figli. Quando sono iniziati i massicci bombardamenti aerei israeliani nel sud del Libano ha cercato immediatamente di contattare il suo villaggio per avere notizie dei familiari. Solo dopo alcuni giorni dal fratello ha ricevuto la notizia del bombe sulla sua abitazione, e dei corpi esamini dei suoi figli e di sua moglie estratti dalle macerie. “Non mi sono mai interessato di politica, tantomeno facevo parte della resistenza. Non ho mai avuto nulla a che vedere con gli Hezbollah, ero solo un muratore emigrato che voleva riunire la sua famiglia. “

Ahmad, il figlio primogenito, aveva ultimato gli studi universitari poco prima di venire ucciso. Il certificato di laurea e’ stato emesso una settimana dopo la sepoltura.

“Non voglio che nessuno al mondo, sia esso cristiano, ebreo o musulmano, debba soffrire del dolore che ha spento il mio cuore. Per questo sono a Gaza, dove sento piangere, mi precipito. Lenire il dolore e’ il mio dovere e la mia nuova ragione di vita”, mi ha confidato con i lucciconi agli occhi.

Appena tornati giusto il tempo di riprendersi dalle fatiche dell’impresa, e per molti attivisti sarà già ora di iniziare a organizzare Viva Palestina 6, che possibilmente in contemporanea con la nuova Freedom Flotilla ritenteranno di rompere l’assedio di Gaza. Questa volta protagonista sara’ anche una imbarcazione italiana.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Resistenze: Madeleine Kulab, la prima e unica ragazza-pescatrice che Gaza ricordi.

Il mio ultimo articolo per Il Manifesto:

Ha occhi profondi come fondali inesplorati e una spinta subacquea da far supporre abbia piedi palmati, quando come una creatura marina sparisce sotto la superficie dell’acqua sembra far svanire anche l’ingombro del velo e dei vestiti pesanti, che la tradizione esige non si debbano levare neanche a nuotare.

E’ Madeleine Kulab, 16 anni, la prima e unica ragazza-pescatrice che Gaza ricordi.

Il padre Mohamed, rimasto invalido per una paralisi una decina di anni fa, ha dovuto appendere le reti al chiodo e ora la figlia ha preso il suo posto in mare.

“Veniamo da una famiglia di pescatori, la passione per il mare  e per la pesca si è tramandata da generazione a generazione. Vivevamo di pesca prima di essere scacciati nel ‘48 dall’attuale Ashkelon, continuiamo a vivere di pesca qui a Gaza” racconta il padre.

Un vivere più sinonimo di sopravvivenza, visto che l’assedio e il limite navigabile imposto da Israele (non oltre le tre miglia dalla costa) ha notevolmente impoverito i pescatori di Gaza. Secondo un recente rapporto della Croce Rossa  circa il  90% dei 4000 pescatori della Striscia vive sotto la soglia di povertà, e la loro situazione è in costante deterioramento.

I soli aiuti offerti dall’ ONU non bastavano piu’  per la famiglia Kulab, così da tre anni a questa parte Madeleine ogni mattina verso le 6,  un’ora prima di recarsi a scuola, spinge a remi  di poco al largo la sua minuscola imbarcazione e lancia le reti. Un rituale che si ripete quotidianamente anche al  pomeriggio, poco dopo la fine delle lezioni: Madeleine nella cartella oltre ai libri tiene un ricambio di vestiti per gettarsi in acqua.

Il coraggio di far prevalere la necessità alla tradizione, e la creatività di inventarsi un nuovo mestiere  per sopravvivere rappresentano un paradigma all’interno di questa regione ed a Madeleine hanno conferito stima fra  le sue amiche e notorietà anche fuori dalla prigione di Gaza: “Non c’e nulla di cui dovrei vergognarmi, cerco di portare a casa il necessario con cui sfamare la mia famiglia con dignità. Molte compagne di scuole sono invidiose quando esco in mare, a Gaza non ci sono molti svaghi per i giovani.”

Il pescato quotidiano che non supera mai i tre chili, è rappresentato per lo più da sardine e granchi, un ricavo incomparabile ai rischi corsi se si considera che l’ultimo pescatore ucciso dalle mitragliatrici israeliane, il 24 settembre scorso, era solito pescare nello stesso tratto di mare di Madeleine.

Quando la vado a trovare a sulla spiaggia  già due troupe di emittenti arabe sono intente a riprendere i suoi preparativi per la pesca, ma Madeliene non si è montata la testa, i suoi sogni sono gli stessi di una qualunque altra adolescente:

“Non mi allontanero’ mai dal mare, il mio elemento, ma voglio diventare una stilista.”

Quelle mani  oggi  cosi’ abili a sbrogliare matasse di reti e a liberare crostacei troppo insignificanti per finire in padella, già si esercitano sul telaio e chissa’un domani non ricamino su tessuti pregiati i richiami di una vita e di un mare sotto assedio.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city.

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Israele: “l’esercito più morale del mondo” (foto shock)

Dopo la macabra danza del ventre del soldato israeliano attorno alla prigioniera palestinese bendata e impaurita, dopo le foto della soldatessa Eden, Breaking the Silence scova e diffonde altre terribili immagini postate dai militari israeliani su Facebook.

“L’esercito più morale del mondo” si diverte cosi’ nel gioco più vigliacco del mondo, l’umiliazione del prigioniero:

(traduzione: “Torneremo presto”. Queste prime 3 foto sono state scattate durante Piombo Fuso.)

TEL AVIV (16 agosto) – Ha suscitato reazioni di disgusto, ma anche la sghignazzata online di qualche navigatore, l’idea di una soldatessa israeliana – appena congedata – di esibirsi su Facebook in foto che la ritraggono in uniforme mentre posa dinanzi a un gruppo di prigionieri palestinesi (alcuni dei quali anziani) ammanettati e bendati.

Le foto mostrano la ragazza – che si chiama Eden ed è originaria di Ashdod, a sud di Tel Aviv – in posa con un mezzo sorriso. O mentre sbeffeggia gli ignari detenuti. O fa le smorfie a pochi centimetri da loro. «Qui sei supersexy», commenta uno degli amici di Facebook, convinto di fare il simpatico. «Eh sì – risponde lei ilare -, che giorno è stato quello, hahaha…». Quando invece a scrivere – sdegnata – è la blogger pacifista Lisa Goldman, la replica diventa astiosa: «Con quelli di sinistra non parlo».

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Allori e liste di proscrizione per i difensori dei diritti umani

Mabrouk Mabrouk!

Eh beh son soddisfazioni.

Non è da tutti i giorni essere catalogati fra le prime dieci organizzazioni antisioniste dalla Lega Antidiffamazione (LAD), la potente lobby ebraica filoisraeliana che con un budget annuale di più di 50 milioni di dollari oltre a essere in grado di influenzare i maggiori mezzi di informazione statunitensi, in simbiosi con l’APAIC arriva persino a muovere le leve di controllo della politica estera della casa bianca, in favore degli interessi sionisti del governo di Tel Aviv.

L’International Solidarity Movement è presente nella lista della LAD in buona compagnia con Al-Awda, ANSWER, Jewish Voice for Peace ed altre organizzazioni che si battono in difesa i diritti umani dei palestinesi nel rispetto delle leggi internazionali.

A detta della LAD invece saremmo “resposabili di azioni di calunnia contro Israele tra il pubblico americano”.

Alla via cosi’, questa lista di proscrizione mostra palesemente come gli oppressi stanno facendo tutti un buon lavoro, e gli oppressori iniziano ad avere il fiato corto nella camera delle torture.

Oltre a questi allori involontari, dopo aver conseguito l’anno scorso il premio Citta’ di Sasso Marconi “come il giornalista del Sud del Mondo distintosi nella lotta per la promozione dei diritti umani, dello sviluppo, della democrazia attraverso i media”, settimana scorsa i miei genitori hanno avuto il piacere di vedersi consegnare in mia vece il Premio Speciale Rachel Corrie 2010 dal Centro per la pace e la nonviolenza dell’Ovadese.

Questo il mio video di saluto da Gaza per gli amici di Ovada (ringrazio il soldato israeliano che ha sparato al momento giusto rafforzando la mia citazione…)

Non perdeteci di vista,

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Viva Palestina alle porte di Gaza

Mentre grandi lavori in corso si sviluppano attorno ai progetti di centinaia di nuovi insediamenti israeliani illegali nella Palestina occupata, “un chiodo ulteriore sulla bara dei negoziati”, nel silenzio generale dei governi occidentali, c’e’ la società civile mondiale in movimento per venire a liberarci da questa prigione. Il convoglio di Viva Palestina è ormai alle porte, li aspettiamo dentro entro un paio di giorni:

Dopo 13 giorni di quarantena a Lattakya (Siria), il convoglio VivaPalestina5 sta per riprendere il suo viaggio verso Gaza. Una lunga estenuante attesa, una logorante trattativa, molte notizie contraddittorie sulle intenzioni del governo egiziano; poi nella serata di mercoledì, attraverso messaggi rimbalzati dall’Italia, prima ancora che da conferme dirette, la certezza che finalmente è arrivata l’autorizzazione e può riprendere la marcia del convoglio verso la striscia di Gaza assediata. Questo lungo braccio di ferro con le autorità egiziane la dice lunga su come l’assedio di Gaza sia totale e asfissiante. Le dichiarazioni e assicurazioni ripetutamente rilanciate, dopo il massacro della Mavi Marmara, secondo le quali il valico di Rafah era aperto al passaggio di aiuti umanitari si rivela per quello che è: una sistematica e grossolana menzogna. Del resto una delle condizioni imposte al convoglio, il divieto di ingresso ai tir carichi di cemento conferma la ferocia dell’embargo a cui la popolazione di Gaza è sottoposta: i bombardamenti, cumuli di macerie, case, interi quartieri, gli edifici pubblici distrutti e poi il divieto di ricostruire, di dare un tetto ai moltissimi che ne sono privi. Un boicottaggio selvaggio organizzato da Israele e avallato da tutti i governi occidentali, Italia in testa, quegli stessi governi che non esitano ad alzare scandalizzati lamenti davanti alla richiesta della società civile palestinese di applicare nei confronti dello Stato di Israele, la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Il doppio standard che dimostra la cecità e l’opportunismo del campo “imperiale”, quello delle guerre di civiltà, della lotta al Terrorismo, della “democrazia” esportata con la forza delle armi, una strategia geopolitica che ha contagiato anche il nostro paese, infrangendo alcuni punti fondamentali della nostra Costituzione. Oggi, a mezzogiorno, Kevin Owen, il coordinatore del convoglio ha confermato ufficialmente l’autorizzazione all’ingresso e ha dettagliato meglio i problemi da affrontare nell’immediato. Il desiderio sarebbe quello di imbarcare tutta la carovana su un unico traghetto, ma il piccolo porto di El Arish verso cui siamo diretti non permette l’attracco a navi oltre un certo pescaggio. Per questo potrebbe essere necessario utilizzare due vettori o addirittura, ipotesi estrema, trasferire gran parte degli attivisti per via aerea. Problemi tecnici che richiederanno ancora qualche tempo per essere sciolti. Intanto bisogna ripulire il campo profughi che ci ha ospitato per 13 giorni e restituirlo alla comunità palestinese in condizioni decenti. Fa caldo, fa ancora molto caldo a Lattakya, ma l’afa sembra oggi molto più sopportabile. Sabato o forse domenica saremo a El Arish, 30 km dal valico di Rafah. Non mancheranno altri ostacoli e tentativi di allungare i tempi da parte egiziana. Insieme alle delegazioni di 30 paesi, insieme agli altri 400 attivisti, e 35 di loro erano sulla Mavi Marmara, stiamo compiendo un pellegrinaggio laico. Per altre delegazioni è un pellegrinaggio religioso. Dalle tombe dei caduti in Turchia, al campo profughi di Lattakia, un luogo simbolo della sofferenza e della speranza, che non può morire, di rientrare nelle proprie case. Poi la Striscia di Gaza ove si sta commettendo una delle barbarie più disumane dei nostri tempi.

Free Palestina! Boycott Israel!

ISM-Italia Lattakya, giovedì 14 ottobre 2010

 

segui il diario della spedizione sul sito dell’ISM Italia.

Vik da Gaza city

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Gaza risponde a Roberto Saviano

Giovedì 7 ottobre a Roma e’ andata in scena un pantomima organizzata dai coloni israeliani che sa di istigazione alla violenza alla massima potenza, lodando ai massacri israeliani da Deir Yassin a Sabra e Shatila passando per una Gaza ridotta in macerie, un corteo di tifosi beceri e razzisti ha inneggiato a più di sessant’anni di occupazione e oppressione, al fosforo bianco contro scuole dell’ONU e ospedali, a migliaia di prigionieri politici rinchiusi e torturati nei lager, ai campi di concentramento ancora in voga nel 2010, alla costante pulizia etnica che ha prodotto e produce milioni di profughi e decine di migliaia di vittime in Palestina.

Fra i ferventi sostenitori di questo evento che getta vergogna sul nostro Paese anche lui c’erano Lucio Dalla, Massimo Ranieri, Raiz, Walter Veltroni, Piero Fassino, Furio Colombo, Francesco Rutelli, Giovanna Melandri, Rita Levi-Montalcini, Umberto Veronesi, Paolo Mieli, Pierluigi Battista, Giorgio Albertazzi e anche lui, l’autore di Gomorra.

Che il dolore dei torturati possa torturare i loro sogni.

In questo videomessaggio Gaza risponde a Roberto Saviano, ribatto colpo su colpo le allucinanti dichiarazioni dello scrittore estimatore di Peres rilasciate durante la manifestazione “Per la verità, per Israele.”

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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Saviano, Veltroni, Dalla, Raiz, e il dolore dei torturati

BA Silwan, nel quartiere di Gerusalemme Est dove la comunità internazionale chiude gli occhi dinnanzi al proliferare di colonie israeliane illegali e ai crimini di coloni armati fino ai denti con licenza di uccidere certi di godere di infinita impunità nei loro delitti contro gli arabi,

bambini come piccoli Davide impugnano fionde e si sacrificano per cercare di difendere la loro terra:

Anche ieri 4 bambini palestinesi rapiti durante un raid dell’esercito israeliano: a uno dei bambini hanno sparato alle gambe.

I genitori dei rapiti non hanno idea di dove si trovino i loro figli, l’unica certezza sono le torture e gli abusi che in queste ore stanno subendo.

Mentre il parlamento israeliano si appresta a tramutare in legge l’emendamento fascista sulla cittadinanza che come descrive Gideon Levy tramuta Israele  in un nuovo stato etnocratico, teocratico, nazionalista e razzista, segnatevi questi nomi dei sostenitori della manifestazione sionista di settimana scorsa a Roma:

Roberto Saviano
Lucio Dalla
Massimo Ranieri
Raiz
Walter Veltroni
Piero Fassino
Furio Colombo
Francesco Rutelli
Giovanna Melandri
Rita Levi-Montalcini
Umberto Veronesi
Paolo Mieli
Pierluigi Battista
Giorgio Albertazzi

Che il dolore dei torturati possa torturare i loro sogni.

Vik da Gaza city

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Lettera a Saviano e agli accaniti tifosi d’Israele dagli Amici della Mezzaluna rossa palestinese

Con sgomento apprendiamo che domani, 7 ottobre, scenderanno in piazza sotto l’insegna “Verità per Israele” persone che per cultura e impegno democratico avremmo preferito veder scendere in piazza dietro l’insegna “Verità SU Israele”.
Non ci riferiamo agli organizzatori, quelli di democrazia e di diritti umani sappiamo che hanno un concetto ristretto a pochi intimi, né ci riferiamo ai Ferrara, ai Fassino, ai Pezzana, ai Buffa, ai Loquenzi o ai Venetti, per carità! Ma ci riferiamo alla scienziata Rita Levi Montalcini, il cui nome non può essere sufficiente a farle scegliere la difesa di uno stato che viola i diritti umani e le risoluzioni ONU da 62 anni. Ci riferiamo allo scrittore Saviano, che ha troppo ben studiato i meccanismi della camorra, i suoi crimini e le sue infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche per non essere in grado di capire quali azioni nefande, illegali e disumane commette da 62 anni lo stato di Israele e quali sono i suoi “padrini”. Ci riferiamo a coloro che hanno sbandierato la difesa della vita e della giustizia studiando, fotografando, cantando o scrivendo, e che non possono ignorare la realtà, per quanto mistificata possa essere.
A loro ci rivolgiamo, a loro che, accogliendo l’invito di una colona israeliana, insediata illegalmente nella colonia di Gilo, e legalmente rappresentante del Parlamento italiano, usa la sua carica istituzionale tanto a fianco del governo Berlusconi che a fianco del governo di Israele.
A tutti coloro che riteniamo realmente amici della verità e, in primis, dei diritti umani ad essa comunque collegati, chiediamo: perché, invece di diffonderla quella verità, e contribuire a fermare la catena d’odio generata da violenze e ingiustizia, avete scelto di schierarvi dalla parte dello stato occupante? Perché condividete con Nirenstein la convinzione che lo stato di Israele sia “proprietario” di ogni regione che occupa illegalmente senza riconoscere i confini della Risoluzione Onu che l’ha fatto nascere? Perchè non considerate che le 73 Risoluzioni Onu sono state regolarmente ignorate da quello Stato, senza che alcun organismo internazionale alzasse un dito per fermare i crimini contro l’umanità di cui esso si macchia dalla sua nascita? Nirenstein parla di diritto a costruire insediamenti israeliani su quei territori che dovrebbero rappresentare lo stato di Palestina, ed è tanto convinta di questo diritto che lei stessa è un’occupante.
Ma voi che andrete a manifestare per la “verità”, siete mai stati a vedere cosa significa l’occupazione israeliana? Già illegale in quanto occupazione è comunque particolarmente odiosa per le violenze e l’umiliazione continua che impone agli occupati. Avete mai visto i villaggi assetati e assediati dai coloni come la vostra Nirenstein?
E come giustifica una scienziata che ha passato la sua vita per migliorare la vita umana, come giustifica l’uso del fosforo bianco e delle altre armi proibite su esseri umani di ogni età? E a un fotografo come Toscani chiediamo: ma cosa cerca con l’adesione a una tanto macabra manifestazione? Cerca qualche foto ancor più straziante di quelle che le azioni della democrazia israeliana ci hanno abituato a vedere? E al professor Veronesi chiediamo: lo sa lei che Israele impedisce alla parlamentare palestinese Khalida Jarrar di curare un tumore al cervello? Lo sa lei, che per professione cura chi soffre, quanta gente Israele fa morire per impedimento alle cure? E allo scrittore Saviano chiediamo: lei che parla, e molto bene, di legalità, lo sa lei che le pratiche di quotidiana legalità israeliana nei confronti dei palestinesi fanno impallidire perfino la camorra?
Sappiamo di parlare di FATTI e non per presa di posizione ideologica. Noi siamo un’associazione che ha nome “Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese” e chiediamo: hanno presente Saviano, Montalcini e ancor più Veronesi cosa significa avere 26 medici uccisi mentre nelle ambulanze della Mezzaluna cercavano di salvare vite umane dalla furia di missili su cui il democratico stato di Israele faceva scrivere ai proprio bambini frasi d’odio verso altri bambini?
Come Amici dela MR Palestinese non possiamo dirci amici di chi alla giustizia sostituisce la prepotenza e l’illegalità, ma siamo amici della verità e della pace giusta, non quella che vorrebbe la Nirenstein prendendo spunto dalle parole di Tacito, ma quella che ci ispirano le parole di Primo Levi, quelle parole pesanti che interrogano tutti noi, sia quando diciamo MAI PIU’, sia quando ci chiediamo, rispetto al passato ma anche al presente: come potevate non sapere quello che stava avvenendo? E parole ancor più pesanti Primo Levi ha lanciato addosso a Israele e noi vogliamo ricordarle a chi ignorando, strumentalmente o meno, la verità, si dichiara amico di QUESTO Israele: “Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”. Ed era quarant’anni fa che Primo Levi scriveva queste parole, gli ex terroristi dell’Hagana e della banda Stern erano riconosciuti come fondatori dello Stato e investiti di cariche rispettabili, e quando umiliazioni e massacri che sembravano enormi altro non erano che avvisaglie di quel che sarebbe successo poi.
Noi, Amici della MR Palestinese, per statuto e per convinzione siamo un’associazione umanitaria, ma lo siamo nel senso più integro e pieno della parola: umanitario è per noi battersi per la giustizia con metodi non violenti, e quando vediamo le ambulanze schiacciate dai carriarmati, capiamo che solo denunciando i criminali, comunque si chiamino e qualunque sia il loro passato, possiamo portare il nostro contributo per una soluzione di pace basata sulla giustizia.
Per questo non ci diremo mai amici di QUESTO Israele, ma vorremmo dirci amici di uno stato di Israele fondato sulla reale democrazia e rispettoso della giustizia e della legalità internazionale.

Siamo d’accordo con Riccardo Pacifici quando, nei confronti del criminale nazista Priebke che circola scandalosamente per le vie di Roma, afferma che “i crimini contro l’umanità non cadono mai in prescrizione”. Siamo d’accordo, ma non ci rivolgiamo a lui perché ne conosciamo l’attitudine a quella modalità di pensiero basata su “due pesi e due misure”, ma ci rivolgiamo a tutti coloro che realmente perseguono un ideale di giustizia e a loro diciamo ancora: cercate la verità SU Israele e probabilmente la troverete ancora nelle parole dello stesso Pacifici, meno nobili forse di quelle appena citate, ma sicuramente veritiere: difendere Israele significa difendere “I nostri valori occidentali”, vale a dire le risorse petrolifere, e non solo, del Medio Oriente. E’ questa la verità che cercate? E vi basta a coprire i crimini contro l’umanità di cui Israele si è macchiato ripetutamente?
A coloro che, come noi, si battono contro la pena di morte e per la libertà di espressione chiediamo: come fate a ritenere giusto che l’esercito israeliano uccida chi sventola una bandiera contro il muro infame del furto di terra e dell’apartheid? Come fate a tacere davanti agli omicidi senza processo che Israele decreta coi suoi missili assassini “mirati” a eliminare i suoi nemici, non importa se veri o presunti?
A voi che appoggiate la Nirenstein quando chiede che si tolgano targhe stradali intestate ai martiri palestinesi, non chiediamo di valutare con lo stesso metro le targhe ai tanti ex terroristi israeliani perché sappiamo che la storia è fatta anche di riabilitazioni, ma chiediamo: come potete accettare che i coloni abbiamo eretto un monumento a Goldenstein, il colono che uccise a mitragliate “qualche decina” di musulmani chini a pregare nella loro moschea? E quanti di voi sanno che ancora in questi giorni un’altra moschea è stata incendiata da coloni israeliani nei pressi di Betlemme? Un suggerimento: provate a chiamare sinagoga la moschea e poi guardatevi allo specchio.
Tanto ci sarebbe ancora da dire a chi in buona fede andrà cantando lodi al non democratico stato di Israele, ma lo spazio a disposizione non ce lo consente e quindi diciamo solo che noi proseguiremo la nostra lotta per far sì che quelle che finora sono state niente più che timide condanne morali si trasformino in sanzioni capaci di fermare le pratiche assassine che, sotto i vostri occhi chiusi e forse con la vostra complicità, Israele commette quotidianamente.
Ma vogliamo concludere questa lunga lettera con le parole di Hanus Hachenburg,
un bambino del terribile lager di Terezin, e con quelle del poeta Mahmud Darwish, che sembrano specchiarsi a distanza di oltre cinquant’anni:

Una macchia di sporco dentro sudicie mura
e tutt’attorno il filo spinato
30.000 ci dormono… (Hachenburg)

Se avessi contemplato il volto della vittima
e riflettuto, ti saresti ricordato di tua madre nella camera
a gas, avresti buttato via le ragioni del fucile
e avresti cambiato idea: non è così che si ritrova un’identità (Darwish).
E concludiamo con la speranza che quando il popolo palestinese, finalmente, avrà ottenuto quanto impone la giustizia e avrà raggiunto la pace, non si dimenticherà di ciò che è stato. MAI PIU’, per nessuno.


Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese

ps.

Su Facebook il nostro messaggio a Saviano è chiaro: Ci vergognamo per te Roberto.

 

Lettera a Saviano e agli accaniti tifosi d’Israele dagli Amici della Mezzaluna rossa palestinese Leggi l'articolo »

La danza del ventre più macabra del mondo

La banalità del male ci spiega la realtà in Palestina.

Le immagini che mostrano la danza del ventre di un soldato israeliano addosso alla prigioniera palestinese appena rapita, il carnefice danzante e la preda ferita, ritratta, terrorizzata, valgono più di dieci saggi per descrivere la quotidiniatà di ferite e torture inferte a questi esseri umani.

E per noi si mutano in un involontario spot per richiamare tutti gli uomini coscienziosi a imbracciare la migliore arma nell’arsenale della non violenza: il boicottaggio.

boicottaisraele.it

bdsmovement.net

 

Vik

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Ancora fuoco sui civili della Striscia di Gaza

Il mio ultimo pezzo per Peacereporter:

Ha lottato tutta la notte in un letto d’ospedale in bilico fra la vita e la morte, ma alla fine pare averla scampata Sliman, lo studente palestinese di vent’anni colpito ieri al confine da un cecchino israeliano.

 

L’ultima vittima civile di un confine a Est della Striscia di Gaza che pressoché quotidianamente s’inghiotte vite umane, tramite le torri di sorveglianza munite di mitragliatrici dal grilletto facile, i carri armati, le jeep, i droni, gli elicotteri Apache, i caccia F16. Saliman Abu Hanza di Abbasan Jadida è stato centrato da un tiratore scelto durante le manifestazioni che ieri mattina hanno visto riversarsi dinnanzi al reticolo di filo spinato centinaia di palestinesi accompagnati da alcuni giornalisti e dagli attivisti dell’International Solidarity Movement, per chiedere a gran voce la fine dell’assedio criminale, lo stop al proliferare delle colonie israeliane illegali in West Bank, e per rivendicare il diritto a calpestare la loro legittima terra dinnanzi al confine.

Le manifestazioni non violente si sono svolte in contemporanea alle 11 in tre diverse aree della Striscia: a Nord-Est a Beith Hanoun, e nel centro-Est ad Al Maghazi, i militari israeliani hanno sparato a in direzione dei dimostranti fortunatamente senza ferirne  alcuno, mentre ad Faraheen vicino a Khan Younis i cecchini entravano in azione. Kamal, un amico di Sliman, descrive l’accaduto: “Ero con Sliman e stavamo camminano assieme verso la linea di confine con in mano le nostre bandiere. Quando  le jeep sono accorse i soldati israeliani hanno iniziato immediatamente a spararci addosso e io sono fuggito indietro cercando un riparo. All’improvviso ho visto il mio amico cadere  colpito allo stomaco. E’ stato un colpo singolo, chiaramente mirato, partito dal fucile di precisione di un cecchino.”

Con altri ragazzi Kamal si è preso in spalle il corpo dell’amico ferito che perdeva copiosamente sangue e per 500 metri lo hanno trascinato fino ad un motocarro, sul quale Sliman è stato trasportato fino all’ospedale Europa di Khan Younis. Entrato in sala operatoria verteva in una situazione critica: “Seri danni interni al suo addome, tre lesioni all’ intestino, alla vena iliaca sinistra e al retto. Ha subito giù  una serie di operazioni chirurgiche e molte  trasfusioni di sangue, le prossime 24 ore sono cruciali.”  A detta del dottore che lo ha preso in cura. Come avvenne per l’omicidio di Ahmed Deeb, il 28 aprile scorso sempre durante una manifestazione non violenta al confine, anche contro Sliman Abu Hanza. Il cecchino israeliano ha utilizzato un particolare tipo di proiettile, comunemente detto “dum dum”, che si frantuma al momento dell’impatto producendo gravissime  lesioni interne e causando spesso la morte della vittima. L’uso dei dum dum è stato vietato dalle Convenzioni di Ginevra dopo la prima guerra mondiale, così come il fosforo bianco, le bombe dime e le “flechettes”, armi illegali che l’esercito israeliano non lesina di adoperare contro la popolazione civile di Gaza, come dimostrato ampiamente dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani.

Interpellato questa mattina un dottore dell’ospedale Europa mi ha confermato che Sliman è in cura intensiva e le sue condizioni sono stabili.

Sliman è la soltanto l’ultima vittima  dell’esercito israeliano dal 2 settembre, data che se da un lato ha visto la ripresa dei colloqui fra Netanyahu e Abu Mazen, qui Gaza è coincisa con una escalation di violenza contro  la popolazione civile. Sono sette morti ammazzati dai soldati israeliani dall’inizio di questo mese nella sola Striscia. Venerdì, il giorno dopo il verdetto con cui la  Commissione per i Diritti Umani dell’ONU condanna Israele per “omicidio e  tortura” in riferimento al massacro della Freedom Flotilla, un giovane pescatore, Mohamed Bakri, è stato assassinato dalla marina di Tel Aviv mentre con la sua minuscola imbarcazione stava pescando poco distante dalla costa.

Una ulteriore riprova di ciò che andava affermando il compianto Edward Said: “I negoziati di pace sono i primi ostacoli alla pace”. Dopo oltre 15 anni di colloqui farsa, che hanno sortito come unico risultato meno  terra e meno diritti per i palestinesi e il proliferare delle colonie illegali israeliane, non è più riposta molta fiducia nella comunità internazionale e nei giochi politici.
Semmai i palestinesi guardano con più speranza verso le mobilitazioni della società civile mondiale in loro sostegno, alla campagna di boicottaggio del BDS Movement, alle  missioni umanitarie che cercando il modo con cui spezzare l’assedio riportano la tragedia di Gaza in auge sui media occidentali, come il convoglio Viva Palestina attualmente in viaggio, e l‘Irene, l’imbarcazione di pacifisti ebrei in navigazione in queste ore verso Gaza.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

03/10/2010

Ospedale Nasser di Khan Younis. Buone nuove.

Saliman  ha ripreso conoscenza e fa progressi. Non rimarrò sorpreso se lo rivedrò alle manifestazioni appena sarà in grado di reggersi in piedi, così come è successo in passato ad altri ragazzi che nonostante siano stati cecchinati, più o meno gravemente, non si sono arresi e hanno continuato a lottare per avere indietro la loro terra.

Vik

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Viva Palestina Italia (diario n.1)

Convoglio Viva Palestina settembre 2010

Da Kayseri a Latakia (Siria) attraverso Adana: un effetto domino

1 ottobre
Pernottamento in un vecchio albergo di una stazione sciistica a 20 Km da Kayseri. Siamo arrivati in piena notte, dopo aver lasciato i nostri veicoli in città, su due pullman messi a disposizione dall’IHH (l’organizzazione umanitaria turca che ha organizzato il viaggio della Mavi Marmara).
Alle 8.30 visita omaggio alla tomba di Furkan Dogan, 19 anni, la piu’ giovane delle vittime del massacro della Mavi Marmara, nato negli Stati Uniti e con la doppia cittadinanza. Un piccolissimo cimitero di villaggio. La commozione intensa. Preghiere e testimonianze di molti che gli sono stati compagni in quella tragica vicenda. Ovunque e sulle auto si vede la sua foto incollata sul parabrezza.
Rientriamo a Kayzeri, l’antica Cesarea, e riprendiamo il viaggio sui nostri veicoli. Da oltre 1000 metri di altitudine dobbiamo scendere ad Adana, praticamente a livello del mare. E’ un viaggio che abbiamo già fatto nel 2005: si attraversa un altipiano sconfinato, splendido nella sua scabra maestosità, contornato da montagne e da contrafforti rocciosi. Da questo viaggio si coglie quanto sia cambiata la Turchia negli ultimi anni. Nel 2005, con una carovana internazionale, compivamo questo stesso percorso su una strada tortuosa a doppio senso di marcia. Ora si viaggia su una autostrada a quattro corsie che taglia le montagne e punta direttamente su Adana. Ma non è l’unico segnale di una dirompente società in crescita. Ci ha colpito Kayzeri, con il suo metrò di superficie, i moltissimi autobus pubblici, piste ciclabili e byci-shearing. Una modernizzazione da far invidia a molte città europee e sopra tutto italiane. E poi quartieri di grattacieli che spuntano come funghi nelle periferie delle grandi città. Un inurbamento rapido.
Israele ha voluto sfidare e umiliare il popolo turco e il governo Erdogan, in modo mirato e chirurgico (tutte le 9 vittime della Mari Marmara erano di nazionalità turca), ha compiuto un crimine, ma anche un incredibile e fatale errore strategico e politico. La strage della Mavi Marmara ha risvegliato potentemente la dignità, l’orgoglio del paese. E oggi la Turchia, con i suoi 75 milioni di abitanti, nel contesto mediorientale, si appresta a giocare un ruolo determinante riempiendo il vuoto politico lasciato nella regione dalla distruzione dell’Irak. Ma non solo Israele, anche l’Europa e gli Stati Uniti stanno compiendo errori plateali di analisi e di prospettiva geopolitica.
Arriviamo ad Adana all’imbrunire e anche qui l’accoglienza è straordinaria e di massa. Un crescendo. Sosta in un complesso sportivo. Subito cena imbandita e offerta su lunghe tavolate in cui noi e gli ospiti ci confondiamo e ci mischiamo. Sempre forte protagonismo delle donne, giovani, giovanissime ma anche anziane.
Abbiamo percorso fino ad ora 2.589 km. Il gruppo che si era attardato per riparazioni si è intanto ricongiunto alla carovana.

2 ottobre.
Si riparte con destinazione il border della Siria e quindi il porto di Lattakia.
Sosta al cimitero di Adana, dove si ripete, ma in un contesto molto più ampio la stessa cerimonia di omaggio a una vittima della Mavi Marmara. Poi ci dirigiamo verso il confine siriano, che dista circa 250 km e dove supponiamo di incontrare qualche difficoltà nell’ingresso.
Si arriva verso le 15.30. In realtà le procedure di uscita dalla Turchia e di ingresso in Siria si svolgono con notevole rapidità e senza nessun intralcio, il clima è cordiale e sollecito nei nostri confronti. La sorpresa ce la riserva l’entrata in territorio siriano dove la folla è imponente e dove le autorità hanno preparato una accoglienza ufficiale, montando tribune coperte, un palco per gli interventi. Forte presenza di militari e di autorità, cartelli con l’immagine del presidente Assad.

Effetto domino! Questa è l’impressione di questa accoglienza molto ufficiale e formale. C’è da riflettere sul dato politico: il ruolo assunto dalla Turchia spinge anche la Siria e il suo governo a sostenere con maggiore determinazione il Convoglio internazionale. Così si spiega la facilità di ingresso al confine. Qui a differenza della Turchia, la regia è chiaramente del governo, ma poi, dopo i discorsi ufficiali, la folla, quella vera, si riprende la scena in un tripudio di cori, canzoni, di bandiere e di abbracci.
Da domani inizia la seconda parte del viaggio, da Lattakia verso l’Egitto. Il giorno della partenza non e’ ancora definito. Obiettivo entrare a Gaza rompendo l’assedio che la soffoca. La sfida e l’incognita è il governo egiziano di Mubarach, servile alleato di Israele. Come reagirà? Dobbiamo rivedere forse le previsioni. Dove si interromperà l’effetto domimo? Tentare di bloccare il convoglio come è avvenuto a gennaio, con pestaggi della polizia, dopo il massacro della Mavi Marmara non è una operazione semplice: avrebbe un costo elevatissimo tale da mettere l’Egitto in aperto conflitto con tutti i paesi dell’area islamica e del Maghreb che partecipano alla carovana. Perché a Lattakia, dove arriviamo a notte inoltrata, dopo non poche peripezie e stravaganze di percorso, stanno arrivando anche gli altri rami del convogliuo, quelli partiti da Casablanca e dal Qatar.
La situazione politica è in movimento.
Alfredo e Vincenzo Tradardi
ISM Italia
Viva Palestina Italia

ISM Italia

http://www.ism-italia.org/

Lattakia, 3 ottobre 2010

Viva Palestina Italia (diario n.1) Leggi l'articolo »

Berlusconi e i giudici, gli ebrei, Rosy Bindi e la bestemmia

Dopo le volgari esternazioni del suo ministro preferito, Bossi,
e i proclami fascisti del suo pupillo al senato Ciarrapico,
il 74 esimo compleanno Berlusconi non poteva certo festeggiarlo come tutti i normali nonni ai giardinetti coi nipoti,
ma era doveroso ergersi a capo branco della destra più becera e razzista dal dopoguerra ad oggi.

Ecco qui di seguito,
la solita inveita contro i giudici additati come delinquenti, una vecchia storiella sugli ebrei che non si stanca di ripetere a parte quando viaggia in Israele, (la stessa l’aveva già raccontata l’anno scorso)
e una barzelletta sessista contro Rosy Bondi culminata con bestemmione finale (con buona pace dei devoti Monsignori Bagnasco, Bertone e Fisichella).

 Kierkegaard potrebbe riassumere benissimo così la situazione italiana:

 “La nave e’ ormai in preda al cuoco di bordo e cio’ che trasmette al microfono del comandante non e’ piu’ la rotta, ma cio’ che mangeremo domani”.

Vik Da Gaza city

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Marco Travaglio e Roberto Saviano e la distruzione della Palestina

Premesso che anche io ho firmato l’appello di ART. 21 in difesa di Roberto Saviano contro il linciaggio de il Giornale, dal blog di Luttazzi:

Saviano e Israele
Ho firmato, ma ho chiesto a Saviano di spiegare anche in tv la sua posizione sulle politiche di Israele. In troppi in Italia sono duri e puri sulle cose italiane ma appena mettono il naso fuori diventano magicamente più ambigui (vedi Travaglio)
riccardo manfredi

Ambigui? Marco è un ultra-sionista dichiarato. “La Palestina andrebbe rasa al suolo”, mi ha detto una volta. E’ un ottimo cronista di giudiziaria, ma pessimo agli esteri. 🙂 Non è buffo vedere lo smarrimento dei suoi fan di sinistra quando lo scoprono? In quel momento capiscono che di un pensiero non devi accettare tutto, e che occorre imparare a discriminare. Meglio tardi che mai, in questo Paese di apostoli.

Sulla Palestina la pensa come lui anche Flores D’Arcais, il direttore di Micromega. Non c’è verso di convincerli. Forse potrebbe essergli utile il post di Vittorio Arrigoni che ribatte a Saviano su Israele. Si trova qui.

(Daniele Luttazzi)

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