Luglio 2009

Gaza:Farming under fire

A Gaza il piombo non è più fuso ma continua a piombarci addosso a intervalli regolari.
 
Dei semplici contadini che come ai tempi del neolitico raccolgono nei campi a mani nude
 perchè in una Gaza sotto assedio è difficile persino dotarsi di una falce, se non quella della morte per implicito,
continuano a essere gli obbiettivi principali contro cui i cecchini israeliani combattano la noia della leva obbligatoria,
un ulteriore videoesempio:

al nostro blog comunitario:  http://farmingunderfire.blogspot.com/
 
Il post più commentato dell’intera esistenza di questo blog s’intitola:
Gaza: massacro o nani e pummarole?
 
In questo articolo mi accanivo contro i giornalisti embedded,
cioè con coloro che dalle prime pagine delle più importanti testate mondiali,
o sulle prime emittenti nazionali (riferitemi fra i commenti, Pagliara cosa vi racconta di Gaza?, gli farai contare i punti di sutura sull’anima, prima ancora di quelli sulla pelle, entrambe forgiati made in Israel), non fanno altro che spacciare per reportage i comunicati  diramati dai vertici militari per i quali si stracciano le vesti. Senza pudore per la dignità umana.
 
Giornalisti intruppati come Lorenzo Cremonesi,
il quale sebbene fosse altrove, dalle colonne del Corriere della Sera farfugliava di guerriglieri palestinesi che si facevano scudo di civili sulle ambulanze e negli ospedali.
Così, molto candidamente, a voler giustificare il sistematico bombardamento di obiettivi civili da parte dell’esercito israeliano.
 
A queste calunnie, a questi veri proprio oltraggi sulle ossa dei morti ammazzati dai killer israeliani, avevo risposto senza remore facendo narrare l’orrore di ciò che i miei sensi di testimone oculare si erano riempiti fino a scoppiare di lacrime di dolore.
 
In particolar modo,
fra i vari  indiscrimanti crimini di guerra,  mi soffermavo sul fatto che erano i soldati di Tel Aviv a utilizzare civili come scudi umani, e non la resistenza palestinesi nell’atto di difendersi.
 
Ora,
è lecito,
uno può anche non credere al primo Vittorio Arrigoni arrivato e nemmeno a tutte le più rispettabili organizzazioni per i diritti umani del mondo,
ma diviene sempre più ardimentoso sposare le tesi dei giornalisti embedded dopo che sono gli stessi soldati israeliani a fare outcoming e confessare i più efferati crimini.
 
Era successo a Marzo:
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/medio-oriente-51/gaza-civili/gaza-civili.html
 
e più recentemente tramite  la  denuncia di “breaking the silence”, organizzazione di veterani  israeliani:
“sparavamo senza pensare ai civili”
 
Il mio modesto “Gaza Restiamo Umani” si fa ogni giorno di più documento storico che semplice cronaca di un inferno,
continua la nostra tournee: queste le prossime date: 

 

20 luglio- Lecco- Festa di Liberazione della Brianza- Daniele Biella intervista Vittorio Arrigoni, ore 21. Link:  http://www.rifondazionelecco.it/ 


23 Luglio – Madonna del Colletto (Valdieri – CN) – Campo di Libera – collegamento con Vittorio Arrigoni ore 22 di Gaza – www.campeggioresistente.org

 

 

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Palestina libera: l’arcipelago dell’occupazione

Con le catene dell’assedio alle caviglie di Gaza, non distogliamo gli occhi dall’arcipelago dell’occupazione in West Bank.

 
Un ottimo post dal blog Palestina Libera dell’amico Vichi:

Il muro dell’illegalità e della vergogna:
 
Esattamente cinque anni fa, il nove luglio del 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ) rilasciava il proprio parere consultivo (successivamente fatto proprio da un voto dell’Assemblea generale dell’Onu) sulle “Conseguenze legali della Costruzione di un Muro nel Territorio Palestinese Occupato”.

Il pronunciamento dell’Icj, in particolare, si articolava in cinque punti salienti:

1) la costruzione del muro da parte di Israele all’interno dei Territori occupati (e cioè non seguendo la linea armistiziale del 1949, la cd. green line) – ivi inclusa Gerusalemme est – e il regime amministrativo associato a detto muro sono da considerarsi contrari al diritto internazionale;

2) Israele conseguentemente ha l’obbligo di porre fine a tali violazioni, cessando immediatamente la costruzione del muro all’interno dei Territori occupati (e di Gerusalemme est) e smantellando le porzioni di muro già costruite che oltrepassano la green line, nonché abrogando o rendendo ineffettivi tutti gli atti legislativi e amministrativi connessi;

3) Israele ha l’obbligo, inoltre, di risarcire i Palestinesi rimasti danneggiati dalla costruzione del muro nei Territori Occupati;

4) tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la situazione di illegalità venutasi a creare con la costruzione del muro e di non fornire in alcun modo aiuto o assistenza ad Israele nel mantenere in essere detta situazione; gli Stati firmatari della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 hanno, altresì, l’ulteriore obbligo di far sì che Israele si conformi alle norme di diritto umanitario internazionale contenute nella IV Convenzione;

5) le Nazioni Unite, e in special modo l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare quali azioni intraprendere per porre fine alla situazione di illegalità determinata dalla costruzione del muro e dal regime ad esso associato.

Cinque anni sono passati da questa importante pronuncia dell’Icj, eppure nulla è cambiato, Israele continua a costruire il muro dell’apartheid in aperta violazione della legalità internazionale, e gli Stati parti contraenti della IV Convenzione di Ginevra permangono in uno stato di incredibile e ingiustificata inerzia, omettendo di adempiere al preciso obbligo loro imposto di non riconoscere il tracciato illegale del muro e di far rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani dei Palestinesi.

Israele si è sempre giustificato asserendo la temporaneità dei confini delineati dal muro, e la necessità della sua costruzione per motivi di sicurezza, ma la ICJ ha correttamente rilevato che lo specifico percorso scelto da Israele per la costruzione del muro non era affatto necessitato dai pretesi “motivi di sicurezza”.

La stragrande maggioranza del percorso del muro – esattamente l’86% del totale – è situata, infatti, all’interno della West Bank e non lungo la green line; ciò mostra, di tutta evidenza, come il percorso del muro sia stato ideato e pianificato con il fine preciso di includere al suo interno la gran parte degli insediamenti colonici costruiti in Cisgiordania, insediamenti che sono da considerarsi illegali alla luce del diritto internazionale.

Ad oggi, il percorso del muro è stato completato per circa 413 km. (58,3% del totale), mentre risultano in corso di costruzione ulteriori 73 km. del tracciato (cfr. OCHA, West Bank Barrier Route Projections, luglio 2009); quando il muro sarà stato completato, esso servirà ad annettere ad Israele un ulteriore 9,5% della Cisgiordania, ovvero quelle porzioni di territorio comprese tra la green line ed il muro stesso.

Il numero totale dei Palestinesi che resterà confinato tra il muro e la green line è pari a circa 267.000; di questi, 125.000 saranno circondati dal muro da tre lati (28 comunità, tra cui le aree di Biddya, Biddu e la città di Qalqilya), mentre 28.000 si troveranno a dover vivere in enclavi circondate dal muro da quattro lari (8 comunità, tra cui Az Zawiya e Bir Nabala).

Ma il caso più eclatante della violazione dei diritti umani dei Palestinesi operata dal muro è probabilmente quello relativo a Gerusalemme est.

L’accesso a Gerusalemme est è di primaria importanza per gli abitanti dell’intera Cisgiordania, vuoi per motivi religiosi, per la necessità di cure mediche, per il lavoro, l’istruzione, i rapporti familiari, etc. Eppure, per la maggior parte dei Palestinesi, questo accesso è proibito, a meno che non si possieda uno speciale permesso, molto difficile da ottenere, rilasciato dalle autorità israeliane. Da quando il muro è stato completato in quest’area, i possessori di permessi possono entrare a Gerusalemme solo da 4 dei 16 check point esistenti, e solo a piedi! Questo senza considerare che i permessi perdono validità in caso di chiusura generale, usualmente in occasione delle festività ebraiche o di allarmi per la sicurezza.

Ma il muro è soltanto uno degli elementi di un più esteso sistema di restrizioni della libertà di movimento dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania. Accanto ad esso, infatti, convivono ben 613 check point ed ostacoli vari situati lungo le principali strade ed accessi, a cui vanno aggiunti gli ulteriori 84 ostacoli presenti nella zona di Hebron controllata da Israele (cfr. OCHA, West Bank Movement and Access Update, giugno 2009).

In aggiunta, il sistema delle strade è sempre più caratterizzato dalla segregazione e dalla discriminazione su base razziale: centinaia di chilometri delle strade della West Bank (le migliori…) sono ristrette o del tutto vietate ai Palestinesi, mentre gli Israeliani possono percorrerle liberamente. Si calcola che circa un terzo dell’intera Cisgiordania – inclusa Gerusalemme est – sia vietata ai Palestinesi sprovvisti di speciale permesso rilasciato dalle autorità militari israeliane.

Queste inaudite restrizioni, che non a caso per molti configurano un vero e proprio regime di apartheid, non violano soltanto la libertà di movimento dei Palestinesi, ma impediscono loro di esercitare pienamente tutta un’ampia gamma di diritti umani fondamentali quali il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, ad un adeguato standard di vita.

Nonostante la decisione dell’ICJ, dunque, la costruzione del muro dell’illegalità continua, e Israele continua ad annettersi terra palestinese e a vessare in ogni modo la vita dei residenti della West Bank. Ma questo muro è anche il muro della vergogna, quella rappresentata dalla inaudita e complice inerzia della comunità internazionale di fronte ai crimini e ai misfatti posti in essere da Israele.

Nonostante l’art.1 della IV Convenzione di Ginevra imponga agli Stati che l’hanno sottoscritta l’impegno a farne rispettare le previsioni, Israele non solo non viene chiamata a rispondere delle sue sistematiche e spudorate violazioni del diritto umanitario, ma gli aiuti internazionali continuano ad affluire, come se niente fosse, nelle casse dello Stato ebraico.

Così, per esempio, gli Stati Uniti continuano a fornire ingenti aiuti economici e militari allo Stato di Israele, senza condizionarli in alcun modo al rispetto dei diritti umani; così, ad esempio, l’Unione Europea ancor oggi non ha la voglia o il coraggio di far valere quella clausola del rispetto dei diritti umani, all’interno e all’esterno di Israele, contenuta all’art.2 dell’accordo di associazione Eu-Israele.

E il permanere del sostegno internazionale ad Israele non solo significa venir meno all’obbligo degli Stati di assicurare il rispetto del diritto internazionale, ma rappresenta una vera e propria complicità nei crimini commessi a danno del popolo palestinese, contribuendo a creare un clima di sostanziale impunità per lo Stato (che si autodifinisce) ebraico.

Finché permarrà questo discutibile atteggiamento della comunità internazionale e finché verrà adottato il solito doppio standard di giudizio, consentendo se non giustificando ogni crimine, per quanto efferato, se commesso da Israele, la pace in medio oriente sarà soltanto un traguardo irraggiungibile.

E non è detto che a pagarne il prezzo saranno sempre e solo i Palestinesi.
Continua il Restiamo Umani Gaza Tour, queste le prossime date:

11 Luglio – Roma – “La campagna BDS in Italia e nel mondo” – Sala Hotel Massimo d’Azeglio Via Cavour 18 (in allegato il prgramma) – collegamento con Vik ore 14.15 di Gaza link: http://www.forumpalestina.org/news/2009/Luglio09/11-07-09SeminarioCampagnaBDS.htm

12 Luglio – Pisa – Presentazione del libro Gaza Restiamo Umani all’interno della locale festa di Rifondazione
ore circa le 21:30

 
18 Luglio – La Spezia – Festa di Emergency – collegamento con Vittorio Arrigoni ore 20.30-21.00. Link: pace e diritti

20 luglio- Lecco- Festa di Liberazione della Brianza- Daniele Biella intervista Vittorio Arrigoni, ore 21. Link:  http://www.rifondazionelecco.it/


23 Luglio – Madonna del Colletto (Valdieri – CN) – Campo di Libera – collegamento con Vittorio Arrigoni ore 22 di Gaza – www.campeggioresistente.org

 

 

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Free Gaza Movement

Continui black out a Gaza mi consentono di postare in ritardo di qualche giorno il mio pezzo per INFOPAL

 
Il ministero degli Esteri israeliano ha sempre minimizzato l’utilità delle missioni del Free Gaza Movement, che per 5 volte è riuscito a far approdare al porto di Gaza city le prorie imbarcazioni cariche di aiuti umanitari, attivisti, giornalisti, parlamentari e Premi Nobel per la pace. Facendo breccia in una occupazione, che via mare, dura sin dal 1967.   Se siamo così insignificanti non si capisce allora perché Israele impieghi il meglio della sua marina militare per assaltare una barchetta innocua per la sua sicurezza interna (per inciso, poco prima di venire assaltata, la Spirit of Humanity è stata circondata da ben 8, ripeto 8 navi da guerra israeliane).   Probabilmente perché ogni missione del FGM ricorda all’opinione pubblica mondiale che a Gaza vige un assedio. Che Israele si macchia di crimini contro l’umanità trasgredendo la Quarta Convenzione di Ginevra (come potenza occupante Israele ha la piena responsabilità del benessere e della sicurezza umana della popolazione di Gaza, e deve risponderne davanti alla Comunità Internazionale alla Comunità Internazionale). Che a Gaza per volontà israeliana ci si trovi dinnanzi ad un 88% della popolazione civile che vive prettamente di aiuti umanitari (dati UNICEF). Che la disocuppazione ormai ha sorpassato il 70% e il 96% delle industrie ha dovuto chiudere. Che Gaza secondo la  Croce Rossa Internazionale è ridotta come “l’epicentro di un terremoto”.   Lunedì ad  Ash-Sha’ath, a est di Gaza,
è crollata una casa, seppellendo sotto una famiglia intera. Migliaia sono gli edifici danneggiati dai bombardamenti di gennaio tutt’ora abitati e non è possibile ripararne le fondamenta perché Israele con la complicità egiziana vieta l’ingresso nella Striscia di materiali come cemento, acciaio, vetro. Alcuni di questi materiali erano a bordo della Spirit, e avrebbe permesso la riparazione di almeno una ventina di abitazioni. Oltre a giocattoli, destinati a qualcuno di  quei 708.400 bambini, su di un totale di 793.000 minorenni presenti nella Striscia, che necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere.   Sebbene i maggiori media al solito si siano fatti omertosi circa i crimini israeliani, lo sdegno che all’impazzata ha iniziato a circolare in rete è arrivato sino in cielo. Sino alle Nazioni Uniti e presso quei governi non ancora piegati a sudditanze israelo-statunitensi.   Il ministro Irlandese Micheál Martinha chiesto a gran voce il rilascio degli attivisti rapiti e la contemporanea restituzione degli aiuti umanitari da distribuire alla popolazione di Gaza.   Richard Falk, relatore speciale dell’Onu sui diritti umani nei territori palestinesi occupati ha definito il sequestro della Spirit da parte della marina israeliana “illegale” e l’assedio di Gaza “un continuo crimine contro l’umanità”.   Il re del Bahrein ha messo a disposizione uno dei suoi jet privati per riportare a casa, come eroi, i due suoi connazionali attivisti attualmente incarcerati.   Il capitano e mio vecchio amico Derreck mi ha fatto sapere da dietro le sbarre che rifiuterà qualsiasi espulsione fino a quando l’esercito israeliano non restituirà la strumentazione che ha smontato e rubato dalla Spirit: radar e gps.  

Se desiderate sostenerlo moralmente, potere provare direttamente a contattarlo al 00357 99262741   

Restiamo Umani,  

Vittorio Arrigoni blog dall’assedio di Gaza: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
 

PS. nel frattempo i miei compagni del Free Gaza Movement sono stati liberati, pronti a riprovare a rompere l’assedio criminale che imprigiona Gaza (vedi primo commento).

(Come attivisti per i diritti umani dell’ISM non percepiamo alcuno stipendio, resistiamo a Gaza grazie alla generosità di chi ci sostiene e ritiene determinante la nostra presenza in queste lande insanguinate. Se potete, anche poco, donate: GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM

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Free Gaza Movement: Pirati Israeliani a Sud del Mediterraneo

Il mio articolo per Il Manifesto di ieri:

 

C’è un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, se vogliamo una minaccia più subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel Corno D’africa.
Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si è macchiata ancora una volta di pirateria, assaltando la “Spirit of Humanity”, una minuscola imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e attivisti diretta in soccorso all’estenuata popolazione palestinese.
Erano salpati da Cipro lunedì notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentati di 11 differenti paesi,  fra di loro anche un premio nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle ultime presidenziali USA.
A Circa 70 miglia dalla loro meta designata, la Spirit è stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza.
Allora Derreck, irlandese memore dei suoi avi abili navigatori celtici, ha tirato fuori dal cassetto bussola, mappe e compasso, e hanno continuato a navigare all’antica.
A 23 miglia da Gaza, ancora in piene acque internazionale, commandos, corpi speciali della marina israeliana hanno assaltato la Spirit saltando a bordo, impossessandosi del timone, di fatto sequestrando la barca e rapendo passeggeri ed equipaggio per condurli fuori dalla loro rotta verso Ashdod, un porto israeliano.
In palese oltraggio ad ogni legge internazionale e marittima, è la terza volta che la marina israeliana attacca una imbarcazione del Free Gaza Movement in acque internazionali mentre sono reiterati gli assalti ai pescherecci palestinesi colpevoli di voler pescare nel loro legittimo mare. Il 29 dicembre la “Dignity” fu speronata più volte, e dovette attraccare a Tiro, in Libano, seriamente danneggiata.
Come accaduto per ogni altra missione, anche la “Spirit of Humanity” era stata accuratamente ispezionata dall’autorità portuale cipriota, che aveva certificato l’assenza di armi a bordo. Trasportavano infatti solo aiuti umanitari: tonnellate di medicinali, giocattoli, alberi d’ulivo e materiali per la ricostruzione. Di ricostruzione se ne parlo parecchio a Gaza, da mesi, ma i progetti sono rimasti tali, sulla carta. Israele con la complicità egiziana non permette l’entrata nella Striscia di cemento, ferro e vetro, quei materiali necessari per iniziare a rimettere in piedi parte dei 21 mila edifici distrutti e seriamente danneggiati dall’offensiva “Piombo Fuso”.  Mi immagino la scena dell’assalto della Spirit da parte dei commandos israeliani: armati di tutto punto e abituati a fronteggiare feroci guerriglieri si sono trovati dinnanzi delle arzille vecchiette che stringevano fra le braccia pastelli e giocattoli destinati a dei bambini infelici.
Mi chiedo quale timore nutra Israele verso una barca in navigazione umanitaria verso una popolazione  che a sei mesi di distanza dalla fine dei bombardamenti è ancora vittima della crescente povertà, senza riuscire a ricostruirsi una vita.  Un milione e mezzo di palestinesi che secondo la Croce Rossa Internazionale “stanno scivolando nella più profonda disperazione”: 
I pirati somali assaltano per avidità, per i soldi, la marina israeliana aggredisce e trasgredisce ogni legge internazionale in chiave di punizione collettiva per un popolo colpevole di aver scelto il suo governo tramite elezioni libere e democratiche.
Mi faccio portavoce dei miei compagni tutt’ora imprigionati in un carcere a Tel Aviv,
promettendo ai palestinesi di Gaza di non abdicare nel tentativo di spezzare l’assedio che strangola Gaza.
Per permettere a chi ha visto la propria casa distrutta la speranza di potersela ricostruire,
e per quei cuccioli d’uomo che oggi non possono godere l’innocenza dell’infanzia come qualsiasi altro bambino del mondo.
 
Restiamo Umani
 
Vittorio Arrigoni.

 
blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/ 

 

(Come attivisti per i diritti umani dell’ISM non percepiamo alcuno stipendio, resistiamo a Gaza grazie alla generosità di chi ci sostiene e ritiene determinante la nostra presenza in queste lande insanguinate. Se potete, anche poco, donate: GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM )
 

 

 
 

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