Febbraio 2005

VEGLIA GONZO…Hunter Thompson

2 – VEGLIA GONZO…
Da www.repubblica.itHunter Thompson, lo scrittore americano di Paura e disgusto a Las Vegas morto suicida quattro giorni fa, ora – da morto – è il protagonista di una veglia funebre davvero singolare. Organizzata dalla moglie e dagli amici, seguendo i suoi desideri.

Una piccola cerchia di parenti e di conoscenti stretti si è radunata davanti al cadavere dello scrittore. Corpo senza vita che prima era stato sistemato vicino al tavolo su cui usava lavorare, e con tanto di sigaretta in bocca e foglio bianco davanti alla macchina da scrivere. “Un modo per celebrarne le gesta”, hanno spiegato i partecipanti.
Dopo aver sistemato la scena così come desideravano, i presenti hanno brindato alla sua memoria con un bicchiere (o forse più) del suo elisir preferito, un bicchiere di Chivas Regal. “Era proprio come Hunter voleva”, ha detto Anita Thompson, la vedova.

La donna ha 32 anni. Lui ne aveva 67, quando, qualche giorno fa, si è tolto la vita. Sparandosi un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava nel suo chalet vicino ad Aspen, in Colorado. Secondo quanto ha dichiarato Anita, lo scrittore si è ucciso mentre stava parlando al telefono con lei: “Ho sentito il click di una pistola, seguito da un suono soffocato”. Il corpo senza vita è stato ritrovato da suo figlio Juan.

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90 ordigni nucleari statunitensi B 61 nelle basi ITALIANE

 Febbraio 2005
USABomber

Hans M. Kristensen / Natural Resources Defense Council, 2005

In Italia secondo il Rapporto www.nrdc.org/nuclear/euro/euro.pdf ci sono 90 ordigni nucleari statunitensi B 61 nelle basi di Ghedi Torre- Brescia (40) e di Aviano- Pordenone (50).
Tutto visibile dalle foto.

Hans M. Kristensen / Natural Resources Defense Council, 2005

Hans M. Kristensen / Natural Resources Defense Council, 2005

Discutiamo del Pm10 e delle centrali nucleari e ci teniamo le bombe nucleari in casa.
Invece di fare le targhe alterne facciamo le bombe alterne, i giorni pari se le tengono loro e i giorni dispari se le tiene Bush.

from.

WWW.BEPPEGRILLO.IT

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Csm, Rognoni risponde a Castelli: «Sulla giustizia non taceremo

Csm, Rognoni risponde a Castelli: «Sulla giustizia non taceremo mai»

di red.

 «Non si illuda il ministro che taceremo sugli effetti e ricadute che certi provvedimenti possono avere sull’organizzazione giudiziaria». Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Virginio Rognoni, replica al ministro Castelli, che giovedì aveva consigliato al Csm di occuparsi dei ritardi nelle nomine dei magistrati piuttosto che «discutere di quello che fa il Parlamento». Il riferimento, chiaro, era alla risoluzione approvata dal Csm sulla legge Cirielli, meglio conosciuta come Salva Previti. Secondo la risoluzione la legge «avrà effetti devastanti» sull’amministrazione della giustizia e farà quadruplicare i reati prescritti.

 

«Certamente – assicura il numero due di Palazzo dei marescialli – ci impegneremo a risolvere il problema della lentezza di certe procedure consiliari su cui, più volte, anche in passato ho richiamato l’attenzione dei colleghi commissari. Ma – aggiunge Rognoni- non taceremo sugli effetti di certi provvedimenti sull’organizzazione giudiziaria».

«Mi rendo conto – conclude – che può essere fastidioso ascoltare il nostro parere ma noi abbiamo il dovere istituzionale di farlo, anche perché siamo ostinatamente convinti che il principio della leale collaborazione valga anche qui».

«La risoluzione del Consiglio superiore della magistratura sulla legge Cirielli è un atto di doverosa collaborazione fra le istituzioni, previsto dalla legge istitutiva del Consiglio», ribadisce il consigliere del Csm Luigi Marini, relatore del documento sugli effetti della legge sulla prescrizione approvato dal plenum di Palazzo dei marescialli.

Marini si rivolge direttamente a chi dalla maggioranza ha accusato il Csm di assumere un ruolo politico: «A chi si preoccupa dell’intervento del Consiglio invece di valutare i suoi contenuti, suggerirei – dice – altrettanto impegno nell’analizzare le gravi ricadute della legge e nell’adoperarsi perché le leggi emanate in tema di giustizia siano rispettose della Costituzione e, se possibile, utili per il paese».

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Israele costruisce: seimila case nelle colonie illegali

 Se questo è il prezzo da pagare per il ritiro dei coloni da Gaza,

allora è molto meglio che non si ritirino mai, se poi si espandono in così larga misura dall’altra parte, in Cisgiordania.

g.r.

 


Cisgiordania, 6.000 case saranno costruite nelle colonie

Israele progetta il ritiro da Gaza, intanto costruisce oltre seimila case nelle colonie illegali in Cisgiordania

 
Tel Aviv, 25 febbraio – Il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz avrebbe impartito ordini, secondo l’Ap, ai funzionari di preparare un progetto di evacuazione rapida delle colonie illegali nella striscia di Gaza e di quattro in Cisgiordania, prevista per la prossima estate. Il piano iniziale prevedeva dodici settimane per il ridispiegamento, quello approvato otto settimane. Ora, Mofaz avrebbe chiesto un piano ridotto a quattro settimane, per evitare che i coloni, i quali si stanno preparando a resistere anche con la forza, riescano a spostare in tempo le proprie forze. Stando al quotidiano Haaretz, gli estremisti della colonia di Kyriat Arba, nei pressi di Hebron, hanno deciso di spostare un seminario rabbinico dal loro insediamento nella colonia illegale di Sa Nur, nella West Bank, uno dei quattro nella regione che dovrebbero essere svuotati. 

Nel frattempo, però, secondo il quotidiano Yediot Ahronot, le autorità israeliane hanno in programma per il 2005 la costruzione di 6391 case nelle colonie illegali in Cisgiordania e sarebbero intenzionate a regolarizzare diversi dei 120 avamposti illegali di coloni eretti nella West Bank. Questo risulterebbe da documenti dell’Ufficio del catasto israeliano. Più di duemila nuove abitazioni verrebbero costruite nella colonia illegale di Maale Adumim, alla periferia di Gerusalemme, che vanta oltre ventimila abitanti, ed è stata inclusa nel territorio protetto dal Muro: una chiara intenzione a non voler abbandonarla. 
 

 
25/02/2005 11.55.00[Notizie dal mondo]

(ANSA) – TEL AVIV, 25 FEB -Israele progetta di costruire oltre 6.000 case nelle colonie della Cisgiordania nel corso del 2005, secondo il quotidiano Yediot Ahronot.La maggior di queste abitazioni dovrebbero sorgere a Maaleh Adumim, una citta’-colonia alla periferia di Gerusalemme. Il giornale aggiunge che il governo prevede di autorizzare altri 120 ‘avamposti illegali’ costruiti dai coloni, sempre in Cisgiordania. Intanto un palestinese e’ morto la scorsa notte al valico di Sufa (Gaza). Lo ha detto la radio militare. PV (Riproduzione Riservata)

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Rogatorie su fondi Mediaset Berlusconi e lo scotch di Castelli

Visto negato per gli atti dalle Bahamas, ma vengono inviati lo stesso
Rogatorie sui fondi Mediaset: «Segreto violato al ministero»
 
Milano, rapporto alla Procura: aperti gli scatoloni con i documenti

MILANO – Gli esiti segreti delle rogatorie in plichi aperti al Ministero della Giustizia e richiusi con lo scotch, timori addirittura di una fotocopiatura degli atti a Roma prima della loro consegna ai magistrati di Milano, l’opposizione dello staff del Guardasigilli a una rogatoria alle Bahamas che le Bahamas accettano invece senza problemi mentre il Ministero si affanna ancora a contestare alla Procura di Milano di averla inoltrata fuorilegge. In via Arenula l’inchiesta Mediaset ha avuto vita dura anche dopo la retromarcia che il ministro Roberto Castelli dovette accettare nel luglio 2003 sul suo stop alla rogatoria negli Stati Uniti sul premier: lo documentano alcuni atti allegati ora all’avviso di conclusione delle indagini su Silvio Berlusconi per appropriazione indebita, frode fiscale e falso bilancio nella compravendita dei diritti tv di Mediaset.
SCOTCH IN VIA ARENULA – Il cancelliere della Procura, Francesco Santoro, e i marescialli Giovanni Anchora e Silvio Duma, in trasferta a Roma per ritirare i risultati di una rogatoria dall’estero, il 18 dicembre 2003 stilano «per doverosa conoscenza» un rapporto di servizio. Nel tipico burocratese, «i rapportanti» segnalano che «alle 9.40 presso l’ufficio della dottoressa E.D., sito al quarto piano del Ministero della Giustizia in Roma», essi «constatavano che la stessa e un’altra persona di sesso femminile erano intente alla chiusura con scotch di alcuni scatoloni aperti, facenti parte della documentazione rogatoriale che dovevamo ritirare». Nell’imbarazzo reciproco, la dottoressa «invitava i rapportanti ad andar a prendere “un caffè”, in quanto necessitava di qualche ora di tempo per completare l’opera di chiusura delle scatole». Caffè lungo. Perché alle 12.30 la dottoressa «riferiva di necessitare di ulteriore tempo al fine di sottoporre la documentazione confezionata al suo Direttore Generale».
FOTOCOPIE? – Altra storia spunta da un inciso in un carteggio tra pm e Ministero. Il Capo Dipartimento Affari di Giustizia del Ministero, in una lettera del 26 aprile 2004, accenna a una telefonata tra il pm Fabio De Pasquale e il direttore dell’Ufficio II: «Nel colloquio», il pm sollecitava il dirigente ministeriale «a ricevere personalmente» una rogatoria nelle Isole del Canale, «per assicurare la massima riservatezza alle questioni connesse alle vicende processuali del Presidente del Consiglio, aggiungendo che “occorreva evitare che qualcuno potesse avere conoscenza degli atti o addirittura farne fotocopia, avendo avuto sentore che in un recente passato ciò potesse essere accaduto”». La prima risposta del Ministero è tra l’offeso e lo sdegnato, perché «vengono sollevati dubbi sulla riservatezza» del Ministero «sulla base di asserite e imprecisate sensazioni». Ma il primo luglio 2004, il tono cambia: «Da ultimo – scrive il Capo Dipartimento ministeriale al pm – non vorrei soffermarmi sull’esigenza di mantenere la massima riservatezza in ordine alla vicenda che il Suo Ufficio ( la Procura, ndr) ha segnalato al responsabile dell’Ufficio II della Direzione Generale. Le assicuro che il competente ufficio ministeriale si è sempre attenuto ai canoni della correttezza e riservatezza, in questa come in tutte le rogatorie di possibile rilevanza politica».
BAHAMAS -Ministero e Procura ingaggiano un match epistolare anche sulla rogatoria che i pm inoltrano in via d’urgenza direttamente alle Bahamas l’1 novembre 2003, mandandone solo poi una copia al Ministero. Che in dicembre risponde che la rogatoria, «così come inoltrata, risulta in contrasto sia con la procedura prevista» dalle norme italiane «sia con la normativa vigente nelle Bahamas». I pm replicano che una legge del 2000 delle Bahamas lo permette. Il Ministero controreplica indicando esempi di magistrati italiani additati come più ligi dei colleghi milanesi; e con insistite argomentazioni del Capo Dipartimento per gli Affari di Giustizia, Gianfranco Tatozzi, (di recente nominato Alto commissario anticorruzione alle dipendenze funzionali di Palazzo Chigi), contesta ai pm di aver «violato disposizioni imperative di legge e arrecato un grave pregiudizio alle prerogative istituzionali del Ministro della Giustizia» nei rapporti con Stati esteri quali le Bahamas. Le quali, però, nel frattempo hanno risposto già alla rogatoria dei pm. Con una sola preoccupazione: diteci quale corriere postale usare, e anticipate i costi della spedizione cartacea.
Luigi Ferrarella
25 febbraio 2005

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hunter s. thompson se neè andato, morto suicida

Morto suicida a sessantotto anni lo scrittore Hunter S. Thompson, l’autore di “Paura e disgusto a Las Vegas” portato sullo schermo da Terry Gilliam. Fece incontrare la beat generation con il punk,

Gonzo se n’è andato. La via acida al sogno americano
 

Guido Caldiron
Chissà come se la sarebbe immaginata la sua morte, lui che in fondo, nelle sue storie come nella sua vita, l’aveva messa in scena tante volte come uno degli esiti possibili di una lunga serie di avventure giocate sul filo del pericolo estremo. Lo scrittore americano Hunter S. Thompson si è ucciso ieri, sparandosi un colpo in testa nella sua casa di Woody Creek, vicino ad Aspen, in Colorado. Aveva sessantotto anni e una vita intera passata ad inseguire un sogno di libertà e gioia tra i trip interminabili a base di Lsd e le fughe d’amore sulle spiagge tropicali. Con lui la narrativa statunitense perde un grande sperimentatore, una figura in grado di coniugare l’avventura della beat generation più estrema con lo spirito del punk, una sorta di via di mezzo letteraria tra i Jefferson Airplane e Iggy Pop. Giornalista sportivo, reporter, inviato al fronte e cronista politico, Thompson è stato soprattutto l’inventore di uno “stile”, qualcosa di più di un modo di scrivere o di un genere narrativo, a mezza strada tra la fantasia più sfrenata e la ricerca ossessiva di nuove percezioni da far passare per il proprio corpo, attraverso mescalina, acidi, etere e tante altre droghe. Il cosiddetto “Gonzo journalism”, ispirato proprio al nomignolo di “Dr Gonzo” con cui lo stesso Thompson parlava di sé nei suoi libri. Pare che solo le armi da fuoco e le donne affascinassero Thompson più dei simpatici intrugli che ingurgitava in compagnia dei sui compagni di avventure.

Lungo queste coordinate ha tracciato la sua rotta di scoperta di un sogno americano non ostile, o “altro” per ideologia rispetto a quello ufficiale, soltanto inseguito nelle profondità e nei recessi dell’anima, interpretato secondo il vocabolario delle droghe psichedeliche e respirato nella libertà del corpo e delle azioni. Come mostra chiaramente il capolavoro di Thompson, quel Paura e disgusto a Las Vegas che, nel microcosmo allucinato di un weekend tossico nella capitale americana del gioco e del divertimento, rovescia buona parte dei tradizionali luoghi comuni della cultura popolare degli Usa, insieme a dosi industriali di schifezze sintetiche.

Nato Hunter Stockton Thompson a Louisville, nel Kentucky, il 18 luglio 1937, il futuro scrittore diede prova della propria vivacità e intelligenza fin da piccolo. Pur non disponendo dei soldi per pagarselo, nel 1953 è ammesso, per meriti scolastici, all’Athenaeum Literary Association, ma, solo tre anni dopo, non ancora ventenne, insieme a tre amici, è arrestato e condannato per rapina. Con quella condanna perde la possibilità di laurearsi e decide di arruolarsi in aviazione, dove resterà per due anni.

A quel punto, arriva la svolta, Thompson decide di trasferirsi a New York, iniziando a collaborare con il Time e cominciando a frequentare quelli che allora sono conosciuti come “beat”. Conosce, tra gli altri, lo stesso Jack Kerouac. Dalla Big Apple fugge però per rifugiarsi nel villaggio di San Juan, a Portorico, dove si mantiene scrivendo per l’Herald Tribune.

Quando torna in America la scena è già cambiata, il sogno lisergico della beat generation volge all’incubo, violenza, razzismo e conflitto di classe nutrono altre culture giovanili. Thompson si aggrega a una banda di motociclisti, i veri folk devils del momento, considerati, un po’ come accadrà con il punk d’oltreoceano un decennio esatto più tardi, la minaccia più temibile da parte della società. Beninteso, la violenza degli Hells Angels non era certo solo un’invenzione dei media benpensanti, come dimostrarono a tutti i fatti del dicembre 1969, quando a Altamont in California, durante l’esibizione dei Rolling Stones, i motociclisti del servizio di sicurezza del festival uccisero un giovane afroamericano. Sta di fatto che il libro-reportage di Thompson, Hell’s Angels: a strange and terrible saga che uscì negli Usa nel 1966 (l’edizione italiana è stata pubblicata dalla Shake), mise una sorta di taglia sulla testa dello scrittore, a cui le bande di motociclisti promisero vendetta.

Continuando le sue collaborazioni giornalistiche, Thompson seguì nel 1968 la campagna presidenziale di Nixon e quindi si candidò alla carica di sceriffo di Aspen. Dalle sue esperienze di cronista e viaggiatore prendono forma alcuni dei libri a cui ha legato il proprio successo da The Kentucky derby is decadent and depraved del 1970 a Fear and Loathing in Las Vegas, Paura e disgusto a Las Vegas, uscito per la prima volta a puntate sulla rivista Rolling Stones nel 1971 e pubblicato anche nel nostro paese da Bompiani. Il libro fu portato sullo schermo nel 1988 dal regista Terry Gilliam e interpretato da Johnny Depp e Benicio del Toro, dopo che nell’impresa pare si fossero già provati Martin Scorsese, Jack Nicholson e Ridley Scott.

Thompson continuò i suoi viaggi, stavolta come corrispondente di guerra da Saigon a partire dal 1974, e cominciò a raccogliere appunti e storie in una serie di volumi intitolati Gonzo Papers. Nel 1994 aveva pubblicato Better than sex: Confessions of a Political Junkie, un reportage stralunato sulle elezioni politiche del 1992, uscito anche in Italia, da Bompiani, con il titolo di Meglio del sesso.

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mantello daniele: se quella notte per divin consiglio… poesia

ricevuto e pubblicato,

che a lavoro si siano tutti accorti di ogni danno

che quel nano poco dotato ci ha combinato?

 

> Poesia di Benigni – per gli amici di Silvio
>
>
> “Se quella notte, per divin consiglio,
>
>
> la Donna Rosa, concependo Silvio,
>
>
> avesse dato ad un uomo di Milano
>
>
> invece della topa il deretano,
>
>
> l’avrebbe preso in culo quella sera
>
>
> sol Donna Rosa e non l’Italia intera.”

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Video della tv pubblica svedese: Berlusconi, against free tv

Video della tv pubblica svedese: Berlusconi, il contrario della tv libera

La “Rai” svedese- o meglio la televisione di servizio pubblico – utilizza Berlusconi in un video come esempio negativo per farsi pubblicità come “emittente libera” e moderna. Nel video-spot si vede un vecchio apparecchio televisivo, un po’ squallido, con Berlusconi che parla, un discorso ufficiale con accanto una bandiera che non è quella tricolore, poi si vede mentre stringe le mani alla folla, manda baci, si asciuga il sudore con un fazzoletto, con intermezzi di immagini di ballerine ammiccanti di varietà italiani, e poi, in una moltiplicazione ossessiva di apparecchi televisivi degli anni ’50, tutti uguali e tutti con la sua faccia, la faccia di Silvio viene riflessa all’infinito.

Con un sottofondo di mandolini si legge in sovrimpressione, in uno svedese comprensibile: “Silvio Berlusconi controlla il 90 per cento della televisione in Italia” e, in evidente antitesi: “Noi siamo la tv libera”. La televisione Sveriges, in sigla Svt, è composta da canali satellitari, tv di tipo commerciale, radio, un sito web molto frequentato, e, nata nel 1956, cioè agli albori della tv, si vanta di fare dei programmi di intrattenimento intelligenti e di essere pubblica. Berlusconi è tutto quello che ha trovato di più di distante da sé.

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volontario italiano picchiato a sangue da coloni israeliani

16 Febbraio 2005

Volontario della Comunità Papa Giovanni XXIII picchiato a sangue da coloni israeliani versa in gravi condizioni.

Stamane un volontario della Comunità Papa Giovanni XXIII è stato ferito in modo grave da coloni israeliani. Attualmente il volontario, che sembra abbia perso conoscenza, è in viaggio verso l’ospedale di Beer Sheva e le sue
condizioni appaiono gravi.
Verso le ore 11 del mattino (ora italiana) 3 volontari italiani dell’Operazione Colomba – Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII – sono stati aggrediti da un gruppo di 5 coloni israeliani discesi dal vicino insediamento di Ma’on, in Cisgiordania. Uno dei coloni ha esploso alcuni colpi di fucile in direzione dei volontari, in seguito sono accorsi altri coloni che hanno picchiato a sangue i tre volontari, tra cui un obiettore di coscienza in servizio civile come casco bianco.
Il fatto è avvenuto mentre i volontari accompagnavano un piccolo gruppo di pastori palestinesi a pascolare.
Il tutto è avvenuto su un terreno di proprietà palestinese e non soggetto a nessuna restrizione da parte delle autorità militari israeliane che, secondo gli accordi di Oslo, amministrano la zona.

Da giorni nell’area in questione a sud di Hebron, le South Hebron Hills, i coloni scacciano i pastori dai loro pascoli senza che le autorità israeliane ne tutelino il diritto a usufruire dei propri terreni. Due settimane fa due volontarie dell’Operazione Colomba – Corpo Civile di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII – sono state minacciate di morte da parte di coloni dello stesso insediamento di Ma’on.
Nell’ottobre del 2004 un volontario italiano di Operazione Colomba è stato picchiato da coloni di Ma’on durante l’accompagnamento di alcuni bambini a scuola. Nel settembre 2004, in maniera analoga due volontari americani vennero ricoverati in ospedale perche picchiati da coloni di Ma’on.

Operazione Colomba
Corpo Civile di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII

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Chi e perchè ha ucciso Rafic Hariri

SULL’ORLO DEL BARATRO

Milano, febbraio – Non c’è Stato che abbia degli istinti suicidi. Nemmeno la Siria. Per questa ragione Damasco con l’assassinio di Rafic Hariri non ha nulla a che fare. Si è trattato di un deliberato attacco per dare fuoco a tutta la regione. Un’opera di piromani che si atteggiano a pompieri, usando a volte slogan islamici deliranti, a volte accattivanti confetti di democrazia occidentale.

Qualche mese fa abbiamo scritto che l’amministrazione Bush preparava diversi dossier medio orientali per un eventuale secondo mandato e avrebbe deciso più tardi quale aprire. Sembra che la scelta sia caduta sulla Siria, che non viene aggredita direttamente, perché era impossibile farlo, ma a tenaglia attraverso l’Iraq e il Libano, perché soprattutto quest’ultimo Paese implica anche l’Iraq, l’Iran, i palestinesi, racchiudendo così in sé tutte le maggiori questioni irrisolte del Medio Oriente. 

La Siria è l’unico Paese veramente laico della regione. Ciò non basta agli Stati Uniti, perché è un Paese che ha dei principi dai quali non arretra: rifiuta l’occupazione straniera, non solo in Palestina, ma anche nel Kuwait, e ribadisce da anni l’offerta araba a Israele, pace in cambio di terra, dove si offre tutta la pace in cambio della restituzione di tutte la terre arabe occupate con la forza, il Golan, le fattorie di Shebaa, i territori palestinesi del 1967, Gerusalemme Est inclusa.

Il Libano potrebbe prendere fuoco in qualsiasi momento: un incendio confessionale in cui gli unici vincitori, temporanei, potrebbero essere Stati Uniti e Israele. Temporanei perché il Libano non è immune dall’estremismo religioso, è quello che avviene in Iraq, troverebbe terreno fertile a Beirut per poi diffondersi nelle vicinanze, Siria e Palestina comprese. La presenza siriana in Libano non è solo un freno ai vari gruppi religiosi, ma è anche la barriera che si frappone tra tolleranza e intolleranza religiosa. Chi attacca la Siria in Libano vuole distruggere la coesistenza religiosa a Beirut e nella stessa Siria.

L’attacco alla sovranità libanese sotto lo stendardo sui cui campeggia “fuori l’occupante”, legittimato dalla risoluzione Onu 1559, ha anche addentellati iracheni e iraniani. Anche se si celebra nei media occidentali come trionfo della democrazia il voto del 30 gennaio scorso in Iraq, c’è la forte preoccupazione negli ambienti americani che l’Iraq finisca in mano a formazioni sciite che non hanno nessuna simpatia per la politica statunitense nella regione e tantomeno per Israele. Queste forze hanno legami religiosi e politici con gli sciiti del Libano e gli sciiti del Libano sono i primi che pagherebbero le conseguenze dell’attuazione della risoluzione 1559, perché la garanzia per la loro sopravvivenza in pace è assicurata dalla presenza siriana. Colpire gli sciiti libanesi, assume il valore di un messaggio in codice che viene inviato a quelli iracheni.

Non è un segreto che l’Iran abbia forti legami con Hezbollah. La 1559 chiede esplicitamente di disarmare quelle che vengono chiamate milizie presenti nel Paese dei cedri. Che Hezbollah sia un partito politico, interessa poco, disturba in quanto forza militare organizzata ai confini con Israele. Disarmare Hezbollah o minacciare di farlo prima che finisca l’occupazione da parte di Israele delle terre arabe, porta allo scontro, alla guerra civile. Ma ci sono anche almeno altre due conseguenze, a cui Stati Uniti e Israele assisterebbero volentieri. Il primo, lo spostamento del potenziale militare di Hezbollah dal sud del Libano verso l’interno, per utlizzarlo in uno scontro interlibanese. Il secondo non dover temere una reazione militare di Hezbollah nel caso in cui Israele e Stati Uniti decidessero di attaccare l’Iran anche solo nell’ambito di una singola operazione cosiddetta chirurgica. 

Un riferimento è necessario anche ai palestinesi, perché sono tanti quelli che vivono in Libano. Qualcuno teme che in caso di scoppio delle ostilità nel Paese ci possano essere dei nuovi Sabra e Chatila. Non è così. Il progetto è più raffinato. Si vorrebbe ottenere che un nuovo governo libanese filo-occidentale assicurasse a centinaia di migliaia di palestinesi la cittadinanza locale, ponendo così la parola fine all’annosa questione del diritto al ritorno in Palestina. Così si potrebbe definitivamente archiviare anche il capitolo della militanza palestinese nei campi profughi sparsi nel Libano.

Il dialogo tra Sharon e Abu Mazen è una coperta corta e stretta. Lo sanno bene  i mediatori. Dopo essere riusciti a creare la falsa sensazione nell’opinione pubblica internazionale, attraverso Sharm el Sheikh, che grandi progressi hanno avuto luogo sulla strada della reciproca comprensione tra israeliani e palestinesi, gli esperti sanno che il tempo stringe, e il trucco potrebbe non funzionare tanto a lungo. Servono quindi anche altri accorgimenti. Inglobare i palestinesi nella popolazione libanese potrebbe costituire un precedente da imporre dopo anche agli altri Paesi arabi nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente a stelle e striscie. Il problema del diritto sarebbe così finalmente risolto. 

Infine, un accenno all’Arabia Saudita. L’assassinio di Hariri, rivendicato da un gruppo sconosciuto che ha affermato di aver voluto colpire così la casa reale saudita che con Hariri aveva forti legami, fa venire in mente quanto disse nel maggio 2004 il principe ereditario saudita Abdullah bin Abdelaziz, dopo l’attacco terroristico nella città di Yanbu. “Adesso ci è diventato chiaro che dietro le azioni terroristiche che avvengono nel Regno c’è la mano israeliana. Posso dire di essere sicuro al 95 per cento di quello che dico”. Le parole del principe Abdullah vennero riferite dall’agenzia ufficiale saudita Spa, ma quelle internazionali sostituirono nei loro resoconti la “mano israeliana” con “mani straniere”. 

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Irmã Dorothy Stang, missionaria uccisa in brazile

Missionaria uccisa in Brasile

Irmã Dorothy Stang, 73 anni, religiosa delle Sorelle di Notre Dame di Namur, è stata uccisa sabato 12 febbraio da due sicari che le hanno sparato a sangue freddo nella cittadina di Anapú nello stato di Pará, in Brasile.
La missionaria della Commissione pastorale della terra (Cpt) aveva denunciato solo una settimana fa al ministero della Segreteria Speciale per i Diritti Umani, d’aver ricevuto minacce di morte. Sorella Dorothy era da sempre impegnata in prima fila al fianco dei più deboli, dei contadini “senza terra” e contro le prevaricazioni dei latifondisti e dei commercianti di legname della regione.

Due giorni dopo l’omicidio la stampa locale riporta la notizia dell’arresto dei  due sicari e del presunto mandante, di cui però non viene rivelata l’identità. La missionaria è l’undicesima persona “giustiziata” negli ultimi dodici mesi nello stato brasiliano del Parà, regione della pre-Amazzonia in cui regna la legge dell’interesse privato, tutelato con la violenza, e in cui almeno 30 sindacalisti continuano a essere minacciati di morte.

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Carlo Pederzoli, detto Bud Spencer, candidato per Forza Italia.

Gli americani coi muscoli, Forza Italia con il lardo
Cercando di scimmiottare gli USA, Carlo Pederzoli, detto Bud Spencer, si candida per Forza Italia.

Guardate il fisico e la faccia di Arnold Schwarzenneger.

Guardate quelli di Carlo Pederzoli.

da La Repubblica 15/02/2005

Poche immagini rendono meglio la differenza tra il modello e la sua imitazione, tra Bush e il Portatore Nano di Democrazia, tra gli USA e l’Italia, tra i muscoli e il lardo.

da La Repubblica 15/02/2005

E se fosse una profezia?

Carlo Pederzoli, detto Bud Spencer, candidato per Forza Italia. Leggi l'articolo »

Patrick O’Connor, Pat, our brother in palestine (ism)

Patrick O’Connor, un fratello di guerrilla radio,

uomo  di una immensa generosità assoluta, di spirito di sacrificio,

di fine intelligenza organizzativa,

uomo dai grandi valori pacifisti,

è da giorni rinchiuso nelle carceri israeliane,

L’accusa?

semplicemente di essere “una minaccia alla sicurezza dello stato d’Israele”.

In quale modo?

Sempliecemente essendo stato  scomodo testimone dei sopprusi delle forze armate di tel aviv contro gli inermi civili palestinesi,

l’aver organizzato svariate azioni non violente atte alla difesa del popolo palestinese,

aver agito spesso da scudo umano,

aver educato e protetto orfani di guerra,

aver diffuso poi le sue esperienze, ciò che il mondo non mai conosce a fondo.

Pat, è stato arrestato dopo una giornata a piantare alberi d’ulivo a Biddu,

un villaggio che conosciamo molto bene,

Ulivi che rappresentavano una speranza,

l’inerme

pacefica

non violenta barriera alla costruzione del muro dell’apartheid che avanza.

Pat, fratello di guerrilla radio,

Inviamo a te il nostro abbraccio più fratello,

che tu sia presto libero,

ma non tanto da quella cella che sai sopportare bene,

ma libero di tornare alla tua vita di generosa non violenta azione di pace e solidarietà.

inshallah sadik.

guerrilla radio

 

 
 Patrick O’Connor : Réflexions sur mon audition Par Patrick O’Connor

Le système juridique israélien n’est pas vraiment un département indépendant du gouvernement en servant de contrôle sur les autres secteurs.
Au lieu de cela, il est, pour une grande partie, un cachet pour la politique du gouvernement, et il a approuvé des initiatives du gouvernement sur les colonies, le mur de Ségrégation, les assassinats extrajudiciaires, les démolitions à la maison et le refus du droit des Palestiniens à avoir un procès juste, tout cela en violation du droit international.

La période du mercredi soir au jeudi après-midi de la semaine dernière a été la plus difficile pour moi depuis mon arrestation le 24 janvier. Les autorités israéliennes ont essayé de saper mon recours en appel en essayant de m’expulser dans la soirée du mercredi 2 février.

Depuis 1948, le gouvernement israélien a raffiné ses méthodes de contrôle et d’expropriation, empruntant certaines à d’autres pays et créant également leurs propres innovations. L’attaque contre l’ISM et d’autres groupes non-violents internationaux et israéliens vise à écraser la résistance, à isoler les Palestiniens et à critiquer et expulser les défenseurs internationaux et israéliens des droits nationaux palestiniennes.

Cependant, les histoires au sujet des arrestations d’internationaux doivent être vues dans leur contexte. Elles sont seulement une partie minuscule des efforts globaux du gouvernement israélien pour dominer les Palestiniens.

Mercredi soir, mon avocat Gaby Lasky et moi avons soudainement appris que j’aurais une audition du tribunal le jeudi à 9 h. L’audition ne devait pas aborder ma déportation et la question plus large de mettre des activistes sur une liste noire, mais elle devait déterminer si j’étais autorisé à rester dans le pays jusqu’à ce que mon appel contre mon expulsion soit entendu.
Au moment où j’ai appris l’audition, des représentants du Ministère de l’Intérieur dans la prison ont commencé à me dire que je devais partir dans 30 minutes, à 8 h., pour être expulsé vers l’Irlande. J’ai expliqué que j’avais une audition le lendemain matin à 9 h. Ils ont continué à hurler : “Vous partez.” Donc, de ma concentration sur mon audition, j’ai dû tout faire pour éviter l’expulsion.

Quelques jours plus tôt, les autorités israéliennes dans la prison avaient menacé de me mettre dans un avion, mais lundi matin mon avocat et moi avons reçu un ordre de juge pour l’empêcher. Cependant, cela n’avait pas été communiqué aux fonctionnaires de la prison qui ont refusé de me donner un numéro de fax pour que Gaby faxe l’ordre du juge. Ils m’ont finalement donné un numéro d’un fax dans un autre bâtiment, en disant qu’ils seraient tenus informés des fax reçus. Gaby a envoyé l’ordre par fax.

Mercredi soir, pendant qu’ils essayaient de me faire sortir de ma pièce, ils ont continué à refuser de me donner un numéro de fax où Gaby pourrait faxer l’information de l’audition à l’aéroport. Finalement, j’ai trouvé un des types, croyant que j’étais un israélien palestinien, a commencé à parler avec lui en arabe. Il s’est radouci et m’a donné le numéro de fax à l’aéroport et son numéro de téléphone portable. Gaby a alors envoyé l’ordre du juge par fax à l’aéroport.

Nous étions environ 15 à être entassés dans un camion blindé sans vitres. Après quelques heures à l’aéroport, ils ont reconnu que j’avais une audition et m’ont renvoyé à la prison de Maasiyahu.

A Maasiyahu, j’ai été mis dans une cellule froide et sale de 12h30 jusqu’à 2h30 le lendemain matin. Alors que j’étais enfin ramené dans ma cellule familière, on m’a dit que je devrais partir à 6h pour mon audition à 9h.

Juste avant 6h, un garde a commencé à hurler que je devais partir dans 5 minutes. Fatigué et maintenant en colère, je me suis dépêché. Pendant que je partais, mon téléphone portable m’a été pris. J’avais supposé que je pourrais consulter mon avocat et mes amis au sujet de mon audition par téléphone avant l’arrivée.

J’ai été menotté et mis dans un bus blindé pour être conduit au tribunal de Tel Aviv. À 9 h, j’ai été emmené d’une cellule d’attente à la salle d’audience avec des chaines aux jambes. Le juge a discuté avec le garde de police jusqu’à ce que le garde ait accepté d’enlever les chaines.

Le juge et son équipe se sont assis sur une plateforme quelques centimètres au-dessus de nous, signification de leur grand pouvoir. Comme l’audition avait lieu en Hébreu, je ne pouvais pas suivre toute la discussion. Le juge et Gaby ont parlé presque toujours, avec le juge qui coupait court certains arguments de Gaby. Le juge a dit que s’il était forcé de donner sa décision aujourd’hui, il ordonnerait mon expulsion, et qu’une décision négative d’un juge serait un mauvais point pour mon affaire demandant de ne pas être mis sur liste noire. Il a affirmé que ma seulement option devait être l’expulsion ce qui permettrait la poursuite sans moi de mon affaire. J’étais peu satisfait de cet arrangement, mais j’ai reconnu que c’était le meilleur des mauvais choix qui m’étaient offerts, étant donné ma situation.

Le juge a dit que je pourrais implorer pour être présent à mon audition, toutefois mes chances de succès avec cette requête et avec l’affaire toute entière étaient minimes. En 2003, mes requêtes pour assister à ma propre audition sur mon interdiction d’entrer ont été à plusieurs reprises refusées.

La tentative de mercredi pour m’expulser m’avait laissé très fatigué. Je n’avais dormi que deux heures cette nuit-là et aucune nourriture ne m’avait été donnée le matin. La tentative d’expulsion devait être prévue pour la nuit avant mon audition afin de me déstabiliser. Cela faisait au moins partie d’un effort délibéré pour me mettre en difficulté lors de mon appel. De toute façon, ma fatigue a réduit ma capacité à penser clairement pendant l’audition.

Après l’audition, j’ai été ramené dans une cellule sans fenêtres du tribunal avec 25 autres personnes. La cellule faisait 10 mètres sur 3 mètres et il y avait seulement un banc en béton, des toilettes et un robinet. Nous sommes restés là de 10 h du matin à 14h30. Les gens se sont mis en colère et ils ont commencé à marteler la porte et à hurler. Enfin, nous avons tous été menottés et mis mis dans un bus blindé pour nous ramener.

A la fin de la journée, j’étais très fatigué, et très frustré de l’audition au tribunal. L’emprisonnement répété, les menottes et les chaines, les véhicules blindés, l’attente injustifiée, les cris des gardes et le manque de nourriture décente fut pour moi la pire expérience de prison.

Assis dans une cellule au sous-sol avec 25 autres prisonniers en pensant aux juges assis au-dessus de nous qui rendent des décisions pour soutenir une occupation militaire injuste, j’ai vraiment eu un sentiment d’impuissance face à un système qui impose sa volonté par la force derrière une façade de légalité et de démocratie.

Comme je l’avais appris dans mon affaire en 2003, le tribunal donne un “grand degré de latitude” aux services de renseignements israéliens dans les décisions sur de nombreuses questions.

Le système juridique israélien n’est pas vraiment un département indépendant du gouvernement en servant de contrôle sur les autres secteurs.

Au lieu de cela, il est, pour une grande partie, un cachet pour la politique du gouvernement, et il a approuvé des initiatives du gouvernement sur les colonies, le mur de Ségrégation, les assassinats extrajudiciaires, les démolitions à la maison et le refus du droit des Palestiniens à avoir un procès juste, tout cela en violation du droit international.


Je vois aussi que je bénéficie d’un traitement bien meilleur que les autres menacés d’expulsion, et d’un traitement bien meilleur qu’un Palestinien , en raison de ma peau blanche, ma nationalité, mon origine, mes vêtements, etc..

Si je me sens impuissant face au système israélien, avec tous mes privilèges, je peux seulement imaginer comment un Palestinien doit se sentir.


24 heures plus tard, j’étais de retour dans ma cellule de Maasiyahu, avec mes amis du Togo, du Soudan, de Géorgie et de Thaïlande, avec mon téléphone portable comme lien au monde extérieur, et après un long sommeil, je me suis senti ragaillardi et prêt à continuer.

Les autorités de la prison veulent m’envoyer en Irlande, mais je veux retourner à New York City, où je vis. La résolution de ce conflit déterminera la date à laquelle je partirai d’ici. Je peux certainement m’arranger de quelques jours de prison, si mes collègues palestiniens peuvent continuer à supporter les 37 ans d’occupation.
 
Traduction : MG pour ISM-France

 


 

Irish American Humanitarian Arrested by Israel  SubTitle  1/24/2005

FOR IMMEDIATE RELEASE

On Monday January 24, Israeli police arrested 41 year old Irish American ISM activist, Patrick O’Connor, on suspicion that he was carrying a fake passport. O’Connor was on his way to Jerusalem after planting olive tree seedlings with Palestinian, Israeli and international activists in the path of the Wall in the occupied village of Biddu.For the past year, Israeli and international activists have supported the villagers of Biddu through nonviolent protest and legal appeals in their struggle against the destruction of their farmland for the building of the Wall.

Mr. O’Connor resides in New York City and holds both Irish and US citizenship. He legally entered the country on his Irish passport in December, 2004 and has been working as a volunteer with the International Solidarity Movement (ISM), a Palestinian led movement that advocates the use of nonviolence in seeking an end to the Israeli Occupation of the West Bank and Gaza. 

Mr. O’Connor has received Masters’ degrees from the Kennedy School of Government at Harvard University and from Yale University. He has worked for the past fourteen years as a tireless advocate for human rights and the health and welfare of children with American and international nongovernmental organizations and has managed humanitarian aid programs in Morocco, Egypt, Mali, and the Gaza Strip.

 

In 2003, traveling on his American passport, Mr. O’Connor was denied entry into Israel based on “secret evidence” that not even his Israeli attorney was allowed to see. It is likely that he was prevented from entering Israel and the Occupied Palestinian Territories because of his prior work in the West Bank with the ISM which included monitoring human rights abuses and supporting Palestinians in nonviolent protests against the Wall.
 


Israel routinely targets individuals and organizations through the use of “secret evidence” for deportation or by character assassination, innuendo and phony allegations. As witnesses to the occupation, peace and human rights activists pose a “security threat” to the state of Israel, as do journalists and anyone else who can provide first hand testimony about the Occupation.
 


Mr. O’Connor’s tourist visa has been cancelled by the Ministry of Interior. He is being held in Masiyahu prison and is facing deportation from Israel.

Patrick O’Connor, Pat, our brother in palestine (ism) Leggi l'articolo »

sicko: Il ritorno di Michael Moore

Il ritorno di Michael Moore
 • La storia di dieci persone che muoiono per l’inefficacia della salute pubblica negli Stati Uniti

ROLANDO PÉREZ BETANCOURT

L’industria farmaceutica nordamericana sta vivendo momenti di inquietudine, non solo per i recenti scandali relazionati con alcuni prodotti  di uso quotidiano che sono divenuti un’arma a doppio filo per i loro effetti secondari, ma anche perchè un fantasma molesto la sta minacciando.

Il grido di guerra lanciato è : “Dovete vigilare!” Sono le più importanti imprese produttrici di medicinali che avvisano: “L’uomo si maschera e può apparire con un cappellino da giocatore di baseball o vestito in qualsiasi altro modo!”

L’uomo è Michael Moore e  l’ordine dei dirigenti farmaceutici, se Moore appare, è estremamente preciso: “Nessuno deve aprire la bocca, nessuno gli deve parlare o rispondere, perchè è una trappola!”

Il panico descritto non è un film e lo garantisce un bollettino interno dell’impresa Pfizer Global Research, nel quale si avvisano i dipendenti sulle tattiche che usa Moore per mascherasi, poichè il cineasta è molto conosciuto “al naturale” dopo il successo di Fahrebnheit 9/11. 

Ora si sta infiltrando nel  sistema di salute pubblica degli USA.

Moore ha detto: “Non capisco come possiamo essere uno dei paesi più ricchi del mondo e permettere che 4 milioni tra i nostri cittadini non vengano assistiti se si ammalano!”

Il nuovo documentario di novanta minuti di durata, ingloba nello stesso obiettivo critico ospedali, agenzie di assicurazioni e la poderosa industria dei medicinali. E ovviamente la politica del governo che protegge, come dice Moore, una delle più feroci ingiustizie del paese.

In questo contesto, una pennellata: i politici che, coinvolti nelle loro campagne elettorali super milionarie, accettano denaro dai Laboratori di Ricerca e poi, grati “degli aiuti ricevuti”, accettano ad occhi chiusi di approvare i medicinali per il consumo…

Anche se Michael Moore no ha voluto rivelare quale sarà il suo stile

d’attacco poichè sarà difficile che lo lascino giungere sino al suo obiettivo con la cinepresa in mano – come ha fatto il Bolos en Columbine e in Fahrenheit 9/11- egli ha annunciato che il documentario, intitolato provvisoriamente “Sicko”, si concentrerà nella drammatica storia di dieci persone condannate a morire per colpa dell’inefficacia della salute pubblica degli Stati Uniti

Il fatto è che l’arrivo di Moore viene atteso ogni giorno da “obiettivi spaventati” per i suoi filmati, ma sino a questo momento lui non si è fatto vedere… e questo ha alimentato cento e una congetture su cos’ha già tra le mani!

Si dice che per evitare di essere identificato si è sottoposto a una dieta dimagrante terribile che lo sta facendo divenire una silfide, con baffi e capelli biondi. Si dice che usa attori che si fanno passare per venditori di medicinali e che offre “mazzette” ai medici disposti ad introdurre cineprese nascoste nei loro studi. 

Che potrebbe riapparire divenuto una specie di Uomo Ragno! Nessuno lo ha ancora segnalato così, ma considerando il panico, non sarebbe neanche strano.

Ridendo, Michael Moore nega tutto e insiste che, come è avvenuto con Fahrenheit 9/11, i volontari disposti ad offrire informazioni e a cooperare sono moltissimi anzi troppi… Tutto gratis, ha sottolineato, pur di porre in evidenza le mancanze del sistema

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Il rapimento di Giuliana Sgrana tra dubbi e disinformazione

Il rapimento di Giuliana tra dubbi e disinformazione

L’improvvisa comparsa del video con le immagini di Giuliana Sgrena non fuga assolutamente tutti i dubbi nati col suo rapimento e purtroppo espressi apertamente solo su una piccola parte dei media. La richiesta ormai consueta di un ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, condizione pressoché impossibile da ottenere come verificato in tutti i precedenti sequestri, e la stessa sigla dei rapitori “Mujaheddin senza frontiere”, mai apparsa prima, lasciano la porta aperta a considerazioni “alternative” sull’identità del gruppo che tiene prigioniera la giornalista del Manifesto. Non dimentichiamoci che Giuliana (e prima di lei Florence Aubenas di Libération) è stata presa mentre si accingeva ad intervistare i profughi di Falluja, la città sunnita che tra novembre e dicembre è stata prima assediata e bombardata per settimane dai soldati Usa, poi espugnata dopo furiosi combattimenti casa per casa, senza che fosse fornito alcun credibile bilancio delle vittime.

Cos’è successo veramente a Falluja? C’è forse qualcosa di indicibile e vergognoso nascosto sotto le rovine o nelle parole di chi è fuggito dalla città e che non si deve assolutamente far sapere in Occidente? Una possibile ricostruzione dei fatti è che gli Usa abbiano messo in piedi da tempo anche in Iraq una propria rete per operazioni “sporche” e che i sequestri di giornalisti scomodi come la Sgrena e la Aubenas (e si potrebbe citare anche il povero Enzo Baldoni) possano rientrare in queste operazioni.
Certo, non ci sono prove a sostegno di queste affermazioni, ma solo chi è “embedded” dalla testa ai piedi, chi sposa acriticamente ragioni e metodi della sedicente “coalizione dei volenterosi” può ritenere inverosimile un simile scenario: persino uno dei dirigenti della Cnn ha alluso alla possibilità che le truppe Usa in Iraq abbiano deliberatamente attentato all’incolumità dei reporter scomodi (finendo obbligato a dimettersi per aver violato la disinformacija ufficiale).

Il dubbio sulla provenienza dei sequestratori dovrebbe far parte del racconto degli eventi di qualunque giornalista che voglia essere se stesso, cioè un ricercatore di verità e non un megafono delle forze occupanti. Condizione, quest’ultima, che i nostri Tg1 e Tg2 hanno confermato ancora una volta, evitando accuratamente di riprendere le lucidissime parole che il compagno di Giuliana, Pier Scolari, ha affidato al Tg3: “Bisogna ritirarsi dall’Iraq non perché ce lo chiede Giuliana ma perché ce lo chiede l’Iraq: in cima al programma della lista che ha vinto le elezioni c’è il ritiro di tutte le forze d’occupazione straniere, e chi chiedeva la permanenza delle truppe (il premier Allawi, insediato dagli americani, ndr) ha preso solo il 13,8%”.

I tg delle prime due reti del servizio pubblico hanno invece focalizzato l’attenzione sulle prevedibilissime reazioni del centrodestra, che dopo aver manipolato le dichiarazioni del segretario generale dell’Onu Annan trasformandole in un appello al mondo ad unirsi alle truppe d’occupazione, ora gridano all’inaccettabile ricatto dei terroristi e ovviamente assicurano che si sta facendo tutto il possibile per la liberazione dell’ostaggio. Un film già visto, insomma, ma se è impossibile pensare che dalle reti pubbliche asservite al governo arrivi un messaggio diverso, si può sperare che almeno sulla stampa non di regime emerga un vero dibattito su quale sia la cosa giusta da fare per noi in Iraq, se restare asserragliati in una base nel deserto fuori Nassiriya per non darla vinta ai terroristi o preparare il ritiro, anche graduale, lanciando nel contempo in sede Onu un’iniziativa per sostituire americani, inglesi e loro ascari con una vera forza multinazionale di pace.

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Opzione Salvador: il programma di squadre della morte usa

L’opzione salvador

Scott Ritter

Secondo qualunque standard di giudizio, l’attuale occupazione americana in Iraq risulta essere un disastro. L’ampiamente decantata macchina militare statunitense, apprezzata ed elogiata per la storica marcia compiuta su Baghdad nel Marzo e nell’Aprile del 2003, si trova oggi ad essere un’armata in rotta, con un attegiamento di difesa in un territorio che può parzialmente occupare ma che non riesce a controllare.
L’attacco a tutto campo messo in atto per eliminare la resistenza a Falluja è fallito, lasciando una città devastata dal fuoco americano, e ancora molto nelle mani dei combattenti anti-americani.

Si può dire lo stesso di Mosul, Samarra, o qualunque altro luogo dove i militari americani abbiano deciso di intraprendere azioni “decisive” contro i combattenti, solo per scoprire che, nel giro di giorni, gli scontri si sono ripresentati, più accesi che mai.

E nonostante ciò, sembra che adesso gli Stati Uniti, nello sforzo di attaccare la resistenza in Iraq, si preparassero ad aggravare gli errori commessi con una nuova serie di azioni legate a parte del più oscuro e imbarazzante periodo della storia americana moderna.

Secondo alcune rivelazioni della stampa, il Pentagono sta considerando l’ipotesi di organizzare, preparare e rifonire le cosidette “squadre della morte”: gruppi di assassini iracheni che dovrebbero essere utilizzati come infiltrati per eliminare la leadership della resistenza irachena.

Battezzato Opzione Salvador, in riferimento ad analoghe squadre della morte sponsorizzate dagli USA che negli anni ’80 terrorizzavano la popolazione del Salvador, il piano proposto attualmente affonda le sue radici nel programma di assisinio Phoenix intrapreso durante la guerra in Vietnam. In questo progetto, dei killer guidati da alcuni americani uccisero migliaia di collaboratori dei Vietcong (presunti o accertati).

Forse è un segno della disperazione interna al Pentagono, oppure una sottolineatura della perversione ideologica di coloro che sono al potere, il fatto che l’esercito americano si appigli ai fallimentari programmi del passato per risolvere insolubili problemi del presente.

L’Opzione Salvador comunque non sarebbe, in Iraq, il primo esempio di utilizzo americano dell’omicidio come mezzo di occupazione.

Nei mesi seguenti all’insediamento di Paul Bremer come CPA (Coalition Provisional Authority), nel Giugno 2003, le strade di Baghdad erano gremite di squadre della morte.

Tra le più brutali ed efficienti unità vi erano i membri della Brigata Badr, la milizia armata del partito politico sciita conosciuto come Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq, o SCIRI.

Anche se non è riconosciuto pubblicamente, il ruolo giocato dalle varie milizie anti-Saddam nella guerra contro gli elementi restanti del precedente partito Bath al potere (il partito di Saddam) ha offerto un scorcio di quanto è successo e deve ancora succedere: la politica americana rispetto alla de-bathificazione prevede (in modo non manifesto) che gli iracheni facciano il lavoro sporco.

Lo sforzo dello SCIRI per sterminare i fedeli al partito Baath ancora fedeli a Saddam Hussein, o coloro che presumibilmente abbiano commesso crimini contro lo SCIRI stesso e i suoi simpatizzanti, ha attirato l’attenzione del lato “oscuro” del CPA: si tratta di operazioni clandestine guidate dalla CIA e da unità d’elite delle Operazioni Speciali dell’esercito americano.

Tra tutti i vari attori coinvolti in questo spettacolo mortale, la Milizia Badr si è distinta come la più volenterosa ed abile a combattere contro i restanti baathisti. Protette dagli agenti delle operazioni clandestine del CPA, le squadre della morte hanno ucciso dozzine di baathisti dentro e intorno a Baghdad.

Ma l’omicidio di queste persone non ha portato alla pacificazione dell’Iraq. L’attuale resistenza all’occupazione americana dell’Iraq non è stata fondata sulla formale struttura del partito Baath, ma piuttosto su un complesso intreccio di motivazioni tribali e religiose che, dal 1995, si erano fuse nella cellula segreta del partito Baath. Mentre gli americani e i loro alleati SCIRI sono impegnati a spedire all’inferno i baathisti, la resistenza si è tramutata in un genuino movimento popolare di liberazione nazionale in cui la pianificazione strategica generale può benissimo essere il prodotto di ex-baathisti, ma la tattica quotidiana da adottare viene decisa da Shaki tribali o da religiosi locali. Il crescente successo della resistenza è stato attribuito parzialmente al fallimento della politica di de-baathificazione del CPA.

Nello sforzo di ribaltare questa tendenza Bremer ha bloccato questo programma e ha ordinato alle squadre della morte Badr di fermarsi.

Questo cambio politico non può comunque modificare la realtà sul campo. La resistenza, principalmente formata da sunniti, presa di mira dagli assassini del Badr, si è vendicata. In una campagna di omicidi mirati con autobombe e imboscate, la resistenza ha ingaggiato la sua personale politica di terrore contro gli sciiti, visti dai combattenti sunniti come poco più che semplici collaboratori dell’occupazione americana. Avendo iniziato il gioco dell’omicidio politico, gli Stati Uniti si sono trovati una volta di più bloccati da forze interne all’Iraq che non riescono a comprendere e che non saranno mai capaci di battere.

L’Opzione Salvador non funziona a più livelli: il primo e più importante è quello etico e morale.

Mentre è difficile comprendere e capire, figuriamoci giustificare, la tattica utilizzata dalla resistenza irachena, la storia ha dimostrato che la tattica delle imboscate, invece di una lotta diretta, è sempre stata usata dai combattenti per la libertà quando dovevano fronteggiare un illegittimo occupante straniero che deteneva una schiacciante superiorità militare.

Allo stesso modo, la storia celebra la resistenza dei francesi e dei russi contro l’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale, la resistenza cinese contro l’occupazione giapponese nello stesso periodo, o anche il decennale movimento di liberazione in Vietnam che ha battuto non solo i francesi e gli americani ma anche i governi fantoccio che questi due occupanti avevano tentato di instaurare nel Vientam del Sud.

La storia, d’altro canto, tratta duramente la potenza occupante che usa il terrore per sottomettere la popolazione occupata. Così, mentre è giusto far saltare un treno di militari tedeschi, non è accettabile che i tedeschi per rappresaglia brucino un vilaggio francese.

La storia potrà eventualmente dipingere tutto ciò come lo sforzo legittimo della resistenza irachena di destabilizzare e abbattere le forze di occupazione americana e il governo di collaborazionisti imposto in Iraq.

E la storia condannerà l’immoralità dell’occupazione americana, che ha defraudato i valori e gli ideali del popolo americano legittimando la tortura, la violenza e l’omicidio come mezzo per prolungare un’illegale guerra di aggressione.

Etica a parte, l’Opzione Salvador fallirà semplicemente perchè non può avere successo. Nello sforzo di fronteggiare la resistenza a base sunnita, il Pentagono ha proposto che i membri delle squadre della morte venissero reclutati dalle fila dei movimenti di opposizione kurdi e sciiti.

In 30 anni di dittatura di Saddam, il governo baathista e i suoi organi di sicurezza sono stati molto abili nell’infiltrare agenti nei movimenti di opposizione kurdi e sciiti.

Gli sciiti e i kurdi, d’altro canto, non hanno mai dimostrato storicamente di essere capaci di fare altrettanto con i sunniti. Se qualcosa è diventato chiaro nell’incomprensibile realtà del dopo invasione è che la resistenza irachena conosce infinitamente meglio l’Iraq di quanto non lo conosca l’occupante americano.

Se messa in pratica, l’Opzione Salvador servirà a far crescere la furia di una guerra civile. Così come gli omicidi mirati sponsorizzati dagli americani hanno provocato il rafforzamento e la riorganizzazione della resistenza sunnita, analogamente il tentativo statunitense di creare gruppi kurdi e sciiti spazzerà via ogni ostacolo e permetterà lo scoppio di una guerra civile etnica e religiosa in Iraq.

E’ difficile per un americano accettare il fallimento delle operazioni militari americane in Iraq. Un fallimento che porterà con sè morti e feriti statutinitensi, e ancor più iracheni.

Come americano, ho sperato che ci fosse un modo per l’America di uscire vittoriosa in Iraq, con il nostro onore e la nostra sicurezza nazionale intatti, e l’Iraq stesso una nazione migliore di quella che avevamo “liberato”. Ma è troppo tardi perchè ciò accada. Non abbiamo semplicemente invaso l’Iraq con una scusa, ma abbiamo stravolto il concetto di liberazione rimuovendo Saddam e i suoi scagnozzi dai palazzi del potere e mettendoci occupanti americani. E questi ultimi non solo hanno tenuto aperte le più infami prigioni di Saddam, ma hanno anche messo in atto torture, violenze e abusi che, teoricamente, avremmo dovuto far cessare.

Messi di fronte alla nostra incapacità di gestire una resistenza ben radicata nella popolazione che è cresciuta esponenzialmente nell’ultimo anno, i migliori pianificatori politici americani non sono stati capaci di fare altro che mettere in pratica il proprio programma terroristico: sostenere squadre della morte che non possiamo controllare, che eroderanno ulteriormente il fondamento morale della nostra nazione e che massacreranno ancor più iracheni.

Come americano, spero e prego che il senso comune e la semplice morale prevalgano a Wasghinton D.C., ponendo fine all’Opzione Salvador prima che venga attuata. Se così non fosse, spero che il programma di squadre della morte sponsorizzate dagli americani venga sconfitto. Questo è il massimo del sentimento pro-americano che posso esprimere in questo momento, data la situazione.

Scott Ritter è stato un ispettore senior delle Nazioni Unite in Iraq tra il 1991 e il 1998. Adesso è un consulente indipendente

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beppe grillo: pubblicità regresso

Pubblicità Progresso

I DS dovrebbero chiudersi in una Beauty Farm per un anno e non comunicare con nessuno.

Così vincerebbero sicuramente le elezioni.

Si può rispondere a Schifani, Bondi o Calderoli? Si può solo guardarli con espressione sgomenta.

Invece COMUNICANO.

Una tipica famiglia: padre, madre e il cinesino, che non è il figlio ma il datore di lavoro

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contro mutilazioni genitali femminili

La forza della stampaIn Egitto, per la prima volta, un giornale pubblica un dossier sulle
mutilazioni genitali femminili.
Il quotidiano Al Ahram, tiratura di centinaia di migliaia di copie,
dimostra che queste barbare pratiche non sono dettate dai testi sacri
musulmani, ma solo “da tradizioni popolari contrarie alla salute fisica
e psichica della donna, la cui sessualita’ e’ ammessa dal Corano”.
Le mutilazioni genitali femminili, conclude l’inchiesta, potrebbero
essere tranquillamente vietate.
Dalla Conferenza del Cairo del giugno 2003 molte persone si sono mosse.
Capi religiosi sono addirittura andati in televisione, condannando
pubblicamente la circoncisione femminile.
(Fonte: il giornale ideale

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