Il rapimento di Giuliana tra dubbi e disinformazione
L’improvvisa comparsa del video con le immagini di Giuliana Sgrena non fuga assolutamente tutti i dubbi nati col suo rapimento e purtroppo espressi apertamente solo su una piccola parte dei media. La richiesta ormai consueta di un ritiro delle nostre truppe dall’Iraq, condizione pressoché impossibile da ottenere come verificato in tutti i precedenti sequestri, e la stessa sigla dei rapitori “Mujaheddin senza frontiere”, mai apparsa prima, lasciano la porta aperta a considerazioni “alternative” sull’identità del gruppo che tiene prigioniera la giornalista del Manifesto. Non dimentichiamoci che Giuliana (e prima di lei Florence Aubenas di Libération) è stata presa mentre si accingeva ad intervistare i profughi di Falluja, la città sunnita che tra novembre e dicembre è stata prima assediata e bombardata per settimane dai soldati Usa, poi espugnata dopo furiosi combattimenti casa per casa, senza che fosse fornito alcun credibile bilancio delle vittime.
Cos’è successo veramente a Falluja? C’è forse qualcosa di indicibile e vergognoso nascosto sotto le rovine o nelle parole di chi è fuggito dalla città e che non si deve assolutamente far sapere in Occidente? Una possibile ricostruzione dei fatti è che gli Usa abbiano messo in piedi da tempo anche in Iraq una propria rete per operazioni “sporche” e che i sequestri di giornalisti scomodi come la Sgrena e la Aubenas (e si potrebbe citare anche il povero Enzo Baldoni) possano rientrare in queste operazioni.
Certo, non ci sono prove a sostegno di queste affermazioni, ma solo chi è “embedded” dalla testa ai piedi, chi sposa acriticamente ragioni e metodi della sedicente “coalizione dei volenterosi” può ritenere inverosimile un simile scenario: persino uno dei dirigenti della Cnn ha alluso alla possibilità che le truppe Usa in Iraq abbiano deliberatamente attentato all’incolumità dei reporter scomodi (finendo obbligato a dimettersi per aver violato la disinformacija ufficiale).
Il dubbio sulla provenienza dei sequestratori dovrebbe far parte del racconto degli eventi di qualunque giornalista che voglia essere se stesso, cioè un ricercatore di verità e non un megafono delle forze occupanti. Condizione, quest’ultima, che i nostri Tg1 e Tg2 hanno confermato ancora una volta, evitando accuratamente di riprendere le lucidissime parole che il compagno di Giuliana, Pier Scolari, ha affidato al Tg3: “Bisogna ritirarsi dall’Iraq non perché ce lo chiede Giuliana ma perché ce lo chiede l’Iraq: in cima al programma della lista che ha vinto le elezioni c’è il ritiro di tutte le forze d’occupazione straniere, e chi chiedeva la permanenza delle truppe (il premier Allawi, insediato dagli americani, ndr) ha preso solo il 13,8%”.
I tg delle prime due reti del servizio pubblico hanno invece focalizzato l’attenzione sulle prevedibilissime reazioni del centrodestra, che dopo aver manipolato le dichiarazioni del segretario generale dell’Onu Annan trasformandole in un appello al mondo ad unirsi alle truppe d’occupazione, ora gridano all’inaccettabile ricatto dei terroristi e ovviamente assicurano che si sta facendo tutto il possibile per la liberazione dell’ostaggio. Un film già visto, insomma, ma se è impossibile pensare che dalle reti pubbliche asservite al governo arrivi un messaggio diverso, si può sperare che almeno sulla stampa non di regime emerga un vero dibattito su quale sia la cosa giusta da fare per noi in Iraq, se restare asserragliati in una base nel deserto fuori Nassiriya per non darla vinta ai terroristi o preparare il ritiro, anche graduale, lanciando nel contempo in sede Onu un’iniziativa per sostituire americani, inglesi e loro ascari con una vera forza multinazionale di pace.