Dicembre 2004

Bernard Kerik e la sua babysitter

Gli americani so’ forti…Il nuovo capo della Sicurezza interna degli Stati Uniti
Bernard Kerik ha dovuto rinunciare all’incarico perche’
l’Fbi ha scoperto che alcuni anni fa aveva alle sue
dipendenze una baby sitter immigrata e non l’aveva messa
in regola con i contributi e con il permesso di soggiorno.
Kerik aveva anche rapporti con un’azienda che fabbrica
armi che stordiscono. La Tasar aveva fatto considerevoli
guadagni proprio con il Dipartimento di Stato, a cui Kerik
sarebbe stato chiamato. Nonostante le polemiche, questo
conflitto di interessi era stato giudicato “non decisivo”.
Ma sulla baby sitter non si transige.
SPQA (Sono Pazzi Questi Americani)

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l’uomo dell’anno per guerrilla radio

 «Io, senza braccia, dipingo per fare del bene al mio Iraq» 

 

Ali, il bambino senza braccia, stringe la mano al visitatore. La sua mano è piccola, morbida, nasconde una forza d’acciaio nel guanto di velluto. Stringe ancora di più, Alì, e sorride. Ora la pressione è insopportabile, lo scherzo dura troppo: prima che le ossa doloranti comincino a scricchiolare, conviene strapparsi alla morsa. Allora Ali ride senza ritegno. Il gioco, che deve avere provato più volte, lo diverte perché lo fa sentire fortissimo. Così, soddisfatto, lascia cadere l’arto artificiale, la protesi che finisce con una mano ad alimentazione elettrica, e torna in piedi: «Ti è piaciuto?».
Spiegazione: Ali Ismaeel Abbas, 14 anni, il ragazzino che perse l’intera famiglia in un bombardamento sull’Iraq e si risvegliò senza braccia in un letto d’ospedale, sta mostrando l’arto che dovrà restituirgli una parvenza di normalità. Spiegazione ulteriore: Alì usa il braccio finto, che finisce con la mano dalla forza sovrumana, solo a scuola. Quand’è a casa, come adesso, se lo toglie e lo butta in fondo al letto. Ma si diverte a mostrarlo ai nuovi venuti: con i piedi lo prende, lo mette in moto, tira i fili dei comandi. Tragico paradosso: per far vedere la mano nuova, usa i piedi. Perché ormai ha imparato a fare tutto con i piedi, Ali: gioca alla playstation, compone i numeri del telefono, scrive, dipinge.
Anzi, questa è la notizia: Ali Abbas è diventato pittore.
Come stai, Ali? «Sto bene, sono contento, qui». Parla inglese ormai («tre quarti d’inglese», precisa), ma pensa in arabo: alla tv satellitare danno una vecchia partita di calcio Arabia Saudita-Kuwait, e lui non stacca gli occhi. Parla inglese e ascolta la cronaca araba. Occhi velocissimi, piedi prensili per necessità, voglia di scherzare, agilità: «Io non parlo italiano, Totti parla italiano. Conosci Totti?». Ahmed, il suo compagno di sventura, il ragazzino che sotto le bombe ha perso una sorellina e un braccio, e che con lui condivide questa stagione londinese, ride anche quando non capisce. Mohammed, il padre di Ahmed, non ascolta nemmeno: viene dalla cucina, si toglie le ciabatte al bordo del tappeto, serve il tè. E’ Ali il centro dell’attenzione. Lui lo sa: è la sua vita, questa.
Ali, sembri un po’ ingrassato, recentemente. «Io? Nemmeno per sogno», dice, e intanto gonfia le ganasce: «Non scriverlo, se no le ragazze non mi guardano più». Quali ragazze, le compagne di scuola? «Quelle sono come sorelle. Piuttosto, preferisco la torta al formaggio, la cheese pie ». Come? Ti piace la cucina inglese? «Sì, ma a scuola Ahmed e io mangiamo la roba che ci porta Mohammed, cibo halal ». E con un piede mostra che cos’è la carne macellata secondo i dettami del Corano: prende una matita tra l’alluce e il secondo dito, disegna una pecora («Quella che fa be-e-ee»), le stacca la testa, la ridisegna decollata. Poi scrive il suo nome, in lettere latine e in arabo. E ride orgoglioso di tali acrobazie, fisiche e mentali.
Possibile che sia davvero felice? Che passerà nella mente di Ali, sotto i ricci neri e dietro il sorriso contagioso? Fino alla mezzanotte del 30 marzo 2003 era un normale bambino di Zafaraniya, che viveva in una normale famiglia nell’anormale dittatura di Saddam. Poi in un attimo, per una bomba stupida che doveva colpire una fabbrica due chilometri più in là, Alì perse padre, madre, fratelli e parenti tutti, 16 persone, e si trovò orfano e amputato. Scovato in un ospedale del Kuwait, divenne il simbolo delle vittime innocenti: bello, invalido, solo, la sua foto fece il giro del mondo. La coscienza sporca di chi scatenò la guerra gli aprì le porte del Regno Unito: scuola a Wimbledon, cure ospedaliere, protesi d’avanguardia, una casa a Kingston, vicino al parco di Richmond, con Ahmed. Ora Ali è protetto da un’associazione di mutilati, la Limbless Association di Londra, e ne è alfiere. Un libro, due siti web ( www.aliabbas.net e www.limbless-association.org ), interviste, articoli: sradicato, questo adolescente è una celebrità.
E come ti sei scoperto pittore? «Per fare un po’ di bene: dipingo cartoline, che poi vendo. Ne ho venduta una serie in Kuwait, e col ricavato ho comprato sedie a rotelle da mandare in Iraq». Parla da businessman, Ali, ma mostra disegni che sono testimonianza struggente d’una nostalgia infantile: il mondo che ha lasciato, una moschea di Bagdad, una barca a remi sul Tigri, e quello che ha trovato, una chiesetta di Wimbledon e una lepre nel parco di Richmond. Forse è questa scissione schizofrenica tra due vite inconciliabili, opposte, che lo fa sembrare allo stesso tempo adulto e bambino: «Da grande voglio fare il medico, anche senza le mie mani: posso aiutare gente che ha bisogno, fare beneficenza». Concreto e sognatore: «Tra un po’ è Natale. Noi festeggiamo l’Eid, che s’è tenuto un mese fa. La neve l’ho vista una volta sola, qui a Londra: andavo fuori a bocca aperta, per mangiarla, e invece mi finiva tutta negli occhi». Serio e beffardo: «Hai due figlie? Peccato che siano grandi: avrei voluto sposarne una».
Non ha madre, non ha padre, solo Ahmed e Mohammed, e uno zio che fa la spola con Bagdad. Racconta la sua giornata tipo: «Sveglia presto, Ahmed mi aiuta a lavarmi e vestirmi. Passa il preside a prenderci, in auto. Scuola: mi piacciono matematica e geografia. Hai notato che l’Italia ha la forma di una scarpa da jogging? Studiamo, mangiamo, giochiamo a calcio: io tengo al Manchester United. Poi, alle 5, quand’è già buio, a casa: in questi giorni non vedo mai il sole, dev’essere in vacanza. Leggo, gioco con la playstation, mangio l’agnello kebab che ci fa Mohammed. Mi piace la carne, la vorrei sempre. Poi a letto alle 9. Ma al weekend faccio tardi, anche fino all’una. Guardo le partite, guardo la televisione irachena, sul satellite: fanno dei bei film, da ridere… E la settimana ricomincia».
Parla, salta, scherza. E intanto giocherella con la penna, fa uno scarabocchio, scrive: coi piedi, naturalmente. Li usa così bene che sembrano mani. Solo quando gli prude il naso e se lo strofina sul ginocchio capisci la sua pena. Ma Ali ride: gli manca tutto, eppure pare che non abbia bisogno di niente.
 
Alessio Altichieri

(da www.corriere.it)

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padre nostro (S3)

“Padre nostro dei deboli e dei diseredati, nato, morto e mai risorto,
questa notte si banchetterà ancora una volta nel tuo nome. Calici e
bollicine in offerta speciale si alzeranno verso il tuo cielo, tra cattive
digestioni e beata incoscienza.

Dio delle ferite ingiuste e della siccità dell’anima, quanto freddo in
questi giorni bui, quanto gelo sulle mani e il naso scrostato di Said che
si guarda intorno sbigottito, dalla sua panchina-faro, e mi dice
sorridendo ‘non mi abituerò mai’.

Non mi abituerò mai nemmeno io, piccolo ‘terrorista’; e ogni volta che ti
chiamo così la tua risata sdentata mi scalda il cuore.

Dio delle pance gonfie di bambini dolci dagli occhi di pece, questa notte
il tuo nome sarà pronunciato invano mille e mille volte, tra zucchero a
velo e pance piene.

Padre nostro che sei nei cieli, strappami gli occhi questa notte e
addormenta i miei timpani, o non ti lascerò scampo.

Ti invoco senza fede, sai bene quanto poco crediamo l’uno all’altra, mon
dieu. Un accordo sereno tra noi.

Ma oggi ti invoco per tutte le voci del mondo che non potranno farlo,
perché senza forza, perché su un letto di agonia con ferite infette a
marcire con l’eco lontano dei nostri starnuti curati con polveri d’oro;
voci ammutolite dalla paura, rifugiate tra macerie ed esplosioni mortali,
pianti strozzati nelle gole di bambini che non conoscono la tua pietà.

Voglio che tu le senta forti e chiare le grida di chi non ha più fiato.

Voglio che tu apra bene le orecchie in questa notte di celebrazioni.

Voglio che tu le ascolti con attenzione, sono voci lontane, che nessuno
quaggiù ha più voglia di sentire.

Questa notte chiuderò gli occhi e stringerò forte i pugni e il cielo si
squarcerà a metà esatta della clessidra.

Una ferita nella volta celeste, silenzio gelido e poi il tuono assordante
di milioni di rabbie dolorose investirà tutti noi. Dovrai ascoltarli, non
potrai sottrarti, pulseranno violenti fino all’alba.

Questa notte non avrai scampo.

Ascoltali.

Padre nostro,

siamo tanti, siamo stati in silenzio e ti abbiamo rispettato. Ma siamo
stanchi, banchetteremo a morte e lacrime per celebrare la tua venuta
questa notte.

Padre nostro, non abbiamo nemmeno i sogni da sognare, ce li siamo
mangiati. Ce li siamo bevuti.

Padre nostro, le notti e le nostre case sono vuote, i nostri bambini già
vecchi prima di nascere. Guardali, padre.

Dacci il nostro pane quotidiano,

l’acqua, una risata.

Dammi una garza candida per coprire il male che puzza di morte sulla gamba
della mia bambina. Ha sei anni, guardala.

Dammi un giorno nuovo, solo un giorno, da passare col mio amore che è
dovuto partire e che non so più dov’è. E’ partito per me, è andato a
combattere per la nostra terra, per i nostri figli. Ma quando li faremo
questi figli, padre mio? Fallo tornare per una notte, solo una notte, gli
farò appoggiare le armi nell’angolo della mia stanza e faremo l’amore come
pazzi, senza pensare a niente, come in paradiso, come sogno quando ho
paura e allora penso a lui.

Dammi una tomba per il mio vecchio, che sta morendo e non so nemmeno come
coprirlo, trema e invoca una sepoltura nella sua terra, gli ho mentito,
non ci tornerà più nella nostra bella terra. E nemmeno noi, quando sarà la
nostra ora.

Dammi la vita per questi miei figli spaventati, con i piedi sporchi e i
denti piccoli, prenditi la mia, ma portali lontano; mi hanno detto di
paesi colorati dove il pane cresce sugli alberi, prenditi la mia vita e
dagli un’altra madre sotto un albero di pane.

Dammi una chiave per uscire da qui, due metri per tre da non so quanto
tempo. Ero un ragazzo quando mi hanno preso, non ricordo nemmeno più
perché. Ora sono solo carne sporca, occhi chiusi e pesti, mi fanno male le
ossa, voglio uscire, voglio mia madre, voglio uscire, voglio morire.
Torneranno tra poco e sarà di nuovo male, dicono che dopo un po’ non lo
senti più, ma non è vero, mio dio, lo senti, io non so svenire, dammi la
chiave, dio pietoso. Ero solo un ragazzo.

Dammi la pace, padre. Ci sarà l’inferno per me in quell’altra vita, lo so,
ma in questa concedimi la pace almeno per un giorno. Ho strappato molte
vite, padre mio, molte giovani vite come erano giovani i fratelli che
quelli mi hanno strappato e la madre che quelli mi hanno violato; ho
voluto vendetta, non me ne pento. Fulminami, padre, non me ne pento.
Dovevo farlo, non puoi capirlo, ma dovevo farlo. Non me ne pento. Ora però
sono stanco, stanco di sangue, stanco di veglie eterne e di paura. Stanco
di morte.

Dammi un pallone, un pallone vero, di cuoio, da prendere a calci come si
deve, come i giocatori della tv, qualcuno arriva da qui, sai padre grande
del cielo? Dalla favela, dalle baracche, erano bravi come me, anche loro,
e ora sono in tv; ma avevano un pallone vero, il mio è fatto di stracci e
cartone e quando piove sparisce e devo ricominciare tutto da capo. Dammi
il mio pallone quotidiano e domani sarò in tv anch’io.

Dammi un bilgietto e un treno per tornare a casa, natale è così bello a
casa, ma mia madre non vuole più vedermi, ho provato a telefonare una
volta, mi ha chiamato puttana, mi ha detto che non ha più una figlia.
Dammi la mia giovinezza, i miei diciassette anni scivolati su questa
strada di uomini grigi che mi prendono senza nemmeno guardarmi in faccia;
e mentre mi scopano penso a mio padre, ognuno di loro è mio padre. Padre
mio, dammi mia madre e la mia sorellina che piangeva quando sono partita,
dammi i miei diciassette anni e il mio passaporto questa notte.

Padre nostro, ascoltaci, senti il nostro odore di terra e sangue e
violazioni e sudore e fame e sete e orrore e terrore, sentici, guardaci
questa notte e la nostra preghiera ci salverà.

Veglierò, li ascolterai e non avrai scampo.

Amen”

la strega tanto amica di guerrilla

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diete moderne: cellulare nello stomaco del cane

Diete del nuovo millennio
Turchia: un tecnico di impianti petroliferi smarrisce il
cellulare e, dopo innumerevoli ricerche, per ritrovarlo
compone il proprio numero. Immediatamente il trillo
familiare della suoneria ha fatto capire all’uomo che il
cellulare era nelle vicinanze. Piu’ esattamente nella pancia
del suo cane. 
Non e’ dato di sapere se e come l’uomo sia riuscito a
tornare in possesso del cellulare. Speriamo non con la
trivella

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il buon natale degli estremisti israeliani

Gerusalemme, 23 dicembre – Una quindicina di giovani estremisti ha preso di mira ieri sera una famiglia di “diversi”. I malcapitati sono stati aggrediti con il lancio di pietre, il capofamiglia è stato scaraventato a terra e pesantemente picchiato, tanto da riportare delle ferite, mentre la moglie e la figlia di otto anni assistevano terrorizzate alla scena, poi alla donna è stata strappata la borsetta e il gruppo si è dileguato alla vista dell’arrivo della polizia.

Non si tratta di un assalto di neonazisti tedeschi, ma di giovani ebrei di Gerusalemme ai danni di una famiglia palestinese che stava passeggiando in città. L’episodio è stato raccontato dal sito online di Haaretz. Cinque ragazze israeliane di 15 anni sono state fermate con il sospetto di aver partecipato all’aggressione e dovranno comparire davanti a un giudice. 

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John grisham

Come sarebbe stato bello evitare il Natale, cominciò a pensare. Uno schiocco delle dita ed è il due gennaio. Niente albero, niente compere, niente regali inutili, niente mance, niente confusione e impacchettamenti, niente traffico e folle….niente spreco di soldi» (John Grisham)

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Simona Torretta, Per ora non tornerà in Iraq

Non tornerà in Iraq, ma continuerà a lavorare per il martoriato Paese. L’attivista di Un Ponte per…, rapita a settembre a Baghdad con Simona Pari, parla a ruota libera del suo futuro. Ma, su quei giorni nelle mani dei carcerieri, preferisce non ritornare. 

CHIANCIANO TERME (SIENA) – Per ora non tornerà in Iraq. E nemmeno ad Amman, in Giordania, dove è stata fino a tre giorni fa continuando a lavorare per l’associazione Un ponte per…, ma Simona Torretta, la cooperante rapita a Baghdad nel settembre scorso assieme a Simona Pari, non ha alcuna intenzione di mettersi da parte. Anzi, è ben decisa a proseguire il lavoro in aiuto degli iracheni, non solo attraverso i progetti di cooperazione ma anche andando in giro a testimoniare la crudezza e la complessità della loro situazione.

NE’ EROINA NE’ SVENTATELLA
Quella che Simona Torretta ha fatto ieri sera a Chianciano Terme, nella parrocchia di Santa Maria della Stella, su inziativa di Rosy Bindi, è stata la prima uscita veramente pubblica dopo il frastuono che ha accompagnato la sua liberazione e del ritorno in Italia.

Ha incontrato una platea di oltre un centinaio di persone giunte per ascoltarla, assieme a Rosy Bindi, al vescovo di Chiusi, Montepulciano e Pienza, Monsignor Rodolfo Cetoloni ed al giornalista di Famiglia Cristiana, Alberto Bobbio, sul tema «Diamo una possibilità alla pace». Semplice, attenta a pesare le parole, lontana tanto dal cliché di eroina che qualcuno ha voluto cucirle addosso tanto da quello di ragazza sventatella come altri avevano giudicato lei e la collega nei giorni della liberazione dal sequestro, Simona Torretta ha descritto la situazione in Iraq così come lei l’ ha vissuta per due anni, fino al rapimento, vivendo in prima persona sia i giorni dei bombardamenti, sia quelli dell’ assalto ai negozi e infine quelli dei continui attentati.

DOVERE DI TESTIMONIANZA
«Per ora non tornerò in Iraq, andrò solo ad Amman per due o tre brevi missioni, ma continuerò a lavorare dall’Italia – ha detto Simona Torretta – anche testimoniando quella realtà attraverso la mia esperienza. Mi sento moralmente responsabile e moralmente chiamata – ha aggiunto – a questo compito di testimonianza cercherò quindi di partecipare a convegni, incontri come questo per testimoniare e fare attivita’ di sensibilizzazione su ciò che ho avuto la possibilità di vedere, di conoscere in prima persona».

IRAQ DALLA SPERANZA ALL’INCUBO
«Pensa che questo la condurra’ verso un impegno anche politico?». «Non lo so – risponde – può succedere, ma non è ciò che mi interessa; al momento preferisco essere testimone di una realtà complessa, comunicata attraverso una informazione parziale che, utilizzando in gran parte la televisione, si riduce ad un messaggio per forza semplificato». «A ritroso – prosegue – è difficile capire come si possa essere arrivati ad una situazione come quella di oggi; malgrado Saddam prima e la guerra dopo gli iracheni speravano, credevano nell’esistenza dei presupposti per un miglioramento della loro situazione, ma ora hanno perso la speranza. Molti iracheni – aggiunge – dicono che con Saddam non avevano la liberta’ di parola ma avevano quella di sognare, oggi hanno la libertà di parola ma non hanno piu’ sogni». Sono sogni che, secondo Simona Torretta, si sono persi «nel caos del dopoguerra, un caos talmente enorme da far disperare di poterne uscire». Anche la speranza nel ruolo pacificante delle prossime elezioni, secondo Torretta e’ svanita nel timore di dover affrontare un altro periodo difficile, dalla conclusione incerta e scandito da sabotaggi».

SIMONA E SIMONA
Poi parla del suo rientro in Italia assieme a Simona Pari.
«Un rientro non facile per il grande impatto mediatico che abbiamo trovato». «Eravamo abituate, come tanti altri colleghi impegnati in altre tormentate zone del mondo, a lavorare lontano dai riflettori, non e’ stato facile trovarseli d’ improvviso puntati addosso».
Quanto ai motivi ed alle circostanze del rapimento Simona Torretta dice di non avere «alcuna voglia di parlarne». «Non ho una idea sola sulla nostra vicenda – poi aggiunge – ne ho tante e tutte in conflitto fra loro; resta il fatto che a noi e’ accaduto qualcosa che è possibile succeda in un paese in guerra, sta accadendo anche a tanti iracheni, studenti e medici soprattutto, ma ciò passa sotto silenzio».

«Una cosa è certa – aggiunge – dopo il nostro rapimento le Ong hanno abbandonato il territorio iracheno e, subito dopo, c’è stato il pesante attacco a Falluja dove ancora nessuno e’ in grado di contare i morti ed i danni provocati perché nemmeno i membri dell’Onu sono potuti entrare in quella città». «La domanda su chi, come e perché ci abbia rapito – conclude – lascia il tempo che trova, me lo chiedero’ tra qualche anno». (www.ANSA.it ).

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dal sito: REPORTERS SANS FORNTIERES

Irak21.12.2004
Libération de Christian Chesnot et Georges Malbrunot
Reporters sans frontières décrochera leurs portraits demain de l’Hôtel de Ville à 11 heures

 

« C’est le plus beau cadeau de Noël que l’on pouvait espérer, a déclaré Robert Ménard, secrétaire général de Reporters sans frontières. Hier encore, nous étions pessimistes alors que Georges et Christian entamaient leur cinquième mois de détention et aujourd’hui nos deux confrères sont libres. Ils vont pouvoir dès demain retrouver leurs familles en cette période de fêtes. C’est fantastique ! Cette libération est la preuve qu’il faut toujours rester mobilisés. Les efforts de chacun ont payé. Nous remercions la diplomatie française et les médias qui sont restés mobilisés pendant quatre mois ».

Reporters sans frontières donne rendez-vous aux journalistes demain, 22 décembre, à 11 heures sur le parvis de l’hôtel de Ville de Paris quand seront décrochés les deux portraits géants qui avaient été installés début septembre sur la façade de la mairie.

La télévision qatarie Al-Jazira a annoncé que l’Armée islamique en Irak avait affirmé avoir libéré Christian Chesnot et Georges Malbrunot. Le porte-parole du ministère des Affaires étrangères français, Hervé Ladsous, a depuis confirmé que les deux reporters « ont été libérés » et seront demain 22 décembre de retour en France.

Georges Malbrunot, 41 ans, est journaliste indépendant pour Le Figaro, Ouest-France et RTL. Christian Chesnot, 38 ans, est pigiste de RFI et Radio France. Leur guide et interprète Mohammed Al-Joundi avait été libéré, le 11 novembre 2004, par l’armée américaine lors des combats menés contre la guérilla sunnite à Falloujah.

dal sito: REPORTERS SANS FORNTIERES Leggi l'articolo »

premio speciale Pasolini dedicato ad Enzo Baldoni

 – 19 DICEMBRE 2004

La vedova di Enzo Baldoni: “Per noi la storia non è ancora conclusa”

“Per noi la storia non è ancora conclusa”. Giusy Bonsignore ha ieri parlato della tragica morte del marito Enzo Baldoni in occasione della consegna del premio speciale Pasolini, quest’anno dedicato alla memoria del marito.
“Ci aspettiamo che intensifichino le ricerche – ha spiegato – e che ce lo riportino in qualche modo”.
Come tutti ricorderanno Enzo Baldoni fu ucciso dai terroristi iracheni lo scorso 26 agosto dopo un sequestro durato solo pochi giorni.

Qualche giorno fa aveva parlato anche Antonio Baldoni, padre del collaboratore del periodico “Il Diario”, che aveva denunciato una disparità di trattamento, da parte del Governo, nei confronti degli ostaggi italiani sequestrati in Medioriente.
“Perché nessuno si è mosso per Enzo? – aveva domandato intervenendo in occasione della consegna di un premio giornalistico intitolato alla memoria del figlio – ho ben presente i tentativi fatti dal Governo e dai ministri per salvare altri ostaggi (Cupertino, Stefio, Agliana, Quattrocchi, Pari e Torretta, ndr). Qualcuno dice che il mio figliolo sapeva troppe cose e che quindi per questo era pericoloso. Allora, adesso, silenzio tombale”.
Anche Antono Baldoni aveva auspicato la restituzione della salma: “Almeno che ci restituiscano il corpo di Enzo – aveva dichiarato – perché si possa portare un fiore e pregare sulla sua tomba”.

Ieri la vedova dell’inviato ha espresso la sua soddisfazione per la decisione di dedicare il premio speciale Pasolini alla memoria del marito.
“Siamo molto contenti – ha affermato – è un premio importante e che ci riempie di gioia. Enzo ne sarebbe onorato”.
Parole analoghe anche dall’avvocato Guido Calvi, membro del consiglio di amministrazione dell’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini: “Il premio a Baldoni – ha chiarito – deve e può collegarsi alla poesia, perchè Enzo aveva curiosità intellettuale ed era un giornalista di grandissima fantasia che ha saputo dare una lettura diversa di ciò che accadeva nel mondo, perchè aveva al suo interno capacità di tradurre le sua esperienza umana

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Bush dopo Hitler uomini dell’anno

Il magazine TIME elegge George W. Bush come “uomo dell’anno”,

motivando il proprio riconoscimento nei confronti del presidente per non ”aver mai mollato, ne’ le armi, ne’ i principi”.
Destinate a divampare le polemiche,
inutili a mio parere,
credo in effetti che il premio sia pienamente giustificato,
specie se ci ricordiamo a chi fu assegnato nel mai troppo lontano 1938…

Adolf Hilter, uomo dell’anno secondo Time.
La storia si ripete,
la musica che Hitler suona immortalto sulla cover di quella triste annata è la stessa che si ode oggi in sorround alla casa bianca

e anche a Montecitorio si dice si passino gli spartiti i partiti di maggioranza sottobanco.
guerrillla radio

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il sesso secondo la casa bianca

Il sesso secondo la Casa Bianca

di Massimo Gramellini – La Stampa – 3 dicembre 2004

“I programmi a sostegno dell’astinenza sessuale che con la modica spesa di 170 milioni di dollari il governo Bush ha diffuso fra gli adolescenti americani contengono informazioni davvero sorprendenti. Per esempio che a toccarsi vicendevolmente i genitali si rischia di rimanere incinta, che il virus dell’Aids è trasmesso, oltre che dal sangue, anche da sudore e lacrime (l’avesse saputo Churchill), che i profilattici funzionano soltanto due volte su tre, che la metà dei ragazzi gay è sieropositiva e che il dieci per cento delle donne che abortiscono diventa sterile e manifesta una propensione spiccata al suicidio. A saperlo prima, e per soli 100 milioni di dollari, avrei messo a disposizione di Bush le memorie di una mia trisavola, convinta che i baci scambiati con troppo impeto tendessero a convertirsi in gravidanze indesiderate.

Il governo democraticamente eletto degli Stati Uniti avrà tutto il diritto di usare il denaro dei contribuenti per promuovere l’astinenza invece del preservativo. Ma nessuna vittoria elettorale lo autorizza a raccontare delle frottole, per giunta a pagamento. E’ sempre meglio precisarlo, prima che l’armata dei “Teo Con” nostrani, che stanno alla spiritualità come Buttiglione a San Francesco, pensi di importare certi manuali. Perché mentre in America la gioventù ha subodorato il trucco e continua a peccare più o meno allo stesso modo, qui che alle frottole siamo affezionati rischierebbero di avere anche successo?”

…wordless…

by strega

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(M. K. Gandhi, Harijan, 26 gennaio 1938)

(M. K. Gandhi, Harijan, 26 gennaio 1938)
Gandhi sulla questione Palestinese
“Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di esprimere il
mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina e
sulla persecuzione degli ebrei in Germania. Non e’ senza
esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto
spinosi.”

Le mie simpatie vanno tutte agli ebrei. In Sud Africa sono stato
in stretti rapporti con molti ebrei. Alcuni di questi sono
divenuti miei intimi amici. Attraverso questi amici ho appreso
molte cose sulla multisecolare persecuzione di cui gli ebrei
sono stati oggetto.[…….].Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi
alla giustizia. La rivendicazione degli ebrei di un territorio
nazionale non mi pare giusta. A sostegno di tale rivendicazione
viene invocata la Bibbia e la tenacia con cui gli ebrei hanno
sempre agognato il ritorno in Palestina. Perche’, come gli altri
popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria
del Paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere?

La Palestina appartiene agli arabi come l’Inghilterra appartiene
agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e
disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Cio’ che
sta avvenendo oggi in Palestina non puo’ esser giustificato da
nessun principio morale. I mandati non hanno alcun valore,
tranne quello conferito loro dall’ultima guerra. Sarebbe
chiaramente un crimine contro l’umanita’ costringere gli
orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la
Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale. La cosa
corretta e’ di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei,
dovunque siano nati o si trovino. Gli ebrei nati in Francia sono
francesi esattamente come sono francesi i cristiani nati in
Francia. Se gli ebrei sostengono di non avere altra patria che
la Palestina, sono disposti ad essere cacciati dalle altre parti
del mondo in cui risiedono? Oppure vogliono una doppia patria in
cui stabilirsi a loro piacimento?

[…]

Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La
Palestina biblica non e’ un’entita’ geografica. Essa deve
trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la
terra di Palestina come loro patria, e’ ingiusto entrare in essa
facendosi scudo dei fucili . Un’azione religiosa non puo’
essere compiuta con l’aiuto delle baionette e delle bombe (oltre tutto
altrui). Gli
ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso
degli arabi.

[…]

Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei
che essi avessero scelto il metodo della nonviolenza per
resistere contro quella che giustamente considerano
un’aggressione del loro Paese. Ma in base ai
canoni universalmente accettati del giusto e dell’ingiusto, non
puo’ essere detto niente contro la resistenza degli arabi di
fronte alle preponderanti forze avversarie.”

:

(M. K. Gandhi, Harijan, 26 gennaio 1938) Leggi l'articolo »

radio padania e radio maria la tua radio! dato che la paghi tu..

fra un PATER NOSTRO…liberaci da tutti i nostri gay …

e un PADANIA LIBERA … nem à sparà ai negher… 
L’etere radiofonica si impregnò di un santo olezzo di incenso liturgico
e polenta taragna.
 
guerrilla radio

 A vedere l’annientamento dei dipendenti pubblici, con un «taglio» di 75mila unità ogni anno, c’è da dire che almeno su questo fronte il centro-destra manterrà gli impegni. Ma solo in fatto di servizi pubblici al cittadino. Quanto alla presenza dello stato nell’economia, visti i giochetti su Cassa depositi e prestiti e simili, lo Stato resta eccome nella stanza dei bottoni. E restano a loro agio anche i finti ex monopolisti. Tra le curiosità dell’ultimora, arrivano fondi per radio Padania e radio Maria. Quanto ai conti, esclusa per sempre l’Alta commissione di controllo, mentre Siniscalco annuncia una «data room». Se si limitasse a portare in parlamento la trimestrale (come prevede la legge) sarebbe già un passo avanti.

 

a www.radiopopolare.it i verdi giurano che i fondi ammonanto a un milione di euro,

e in maniera permanente, vale a dire, per sempre.

radio padania e radio maria la tua radio! dato che la paghi tu.. Leggi l'articolo »

articolo 21: ciampi a difesa della costituzione

Ciampi rinvia legge alle Camere

di Redazione
Articolo 21 esprime apprezzamento per la costante difesa delle istituzioni da parte del Presidente della Repubblica Ciampi, che, rinviando alle Camere la riforma della giustizia, ha confermato l’incompatibilita’ fra una legge che di fatto pone la magistratura sotto il controllo governativo e il dettato della nostra Costituzione. Il tentativo di snaturare il principio della separazione dei poteri da parte di Berlusconi e’ destinato al fallimento…I quattro punti giudicati anticostituzionali e le prime reazioniLa sesta volta di Ciampi

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Leila against the israelian army

Il nostro caloroso incoraggiamento
a Leila, una giovane donna dai valorosi ideali,
una cara amica che in questi giorni si sta addentrando in  Palestina
 per proteggere una popolazione indifesa;
 che ogni giorno subisce il terrorismo e la violenza dell’esercito israeliano,
privo di pietà anche nei confronti di donne e bambini.
 
Dear Leila,
you have all our full support.
 
guerrilla radio


December 1, 2004 – New York. On Tuesday, November 30, the Israeli
military demolished the homes of two Palestinian families living in
Deheisheh Refugee Camp. The demolished apartments were located in a
building shared by the kindergarten of MADRE’s partner organization, the
Ibdaa Cultural Center. The entire building was rendered
structurally unsound by the explosions; Ibdaa’s kindergarten was
badly damaged.
The Hamash family homes were destroyed as retribution for violence
allegedly committed by Mahmud and Mahammad Hamash, who are in
Israeli custody. Yet, neither the Hamash children, who have now been made
refugees for the second time, nor the Ibdaa kindergarteners are
responsible for these alleged crimes. Indeed, international law
defines house demolition as a form of collective punishment and a
war crime, stating that “No protected person may be punished for an
offense he or she has not personally committed” (Article
33, Fourth Geneva Convention).

Ibdaa co-founder Ziad Abbas witnessed the demolition. He said, “At a
quarter to four this morning at least 12 Israeli army jeeps invaded
Deheisheh Camp and surrounded the Hamash families’ two flats, in the same
building as Ibdaa’s kindergarten. The army ordered the families outside
into the damp and cold early morning air. They were given 30 minutes to
remove their life’s meager possessions. After the
explosions, children’s books and paintings from the Ibdaa
kindergarten mixed with the rubble in the streets.”

MADRE, an international women’s human rights organization, forcefully
condemns the illegal, immoral practices of Israel’s occupation.
Every day, Deheisheh’s youngest children face a combined assault of
Israeli army violence and grinding poverty. They have been shelled and
shot at, their houses invaded by soldiers in the middle of the night.
Their most basic rights to food, clean water and health care have been
violated by soldiers enforcing closures and curfews.

Yet,
until today, the children of Deheisheh had a sanctuary at the Ibdaa
kindergarten. Inside its bright walls, they played and sang, learned and
laughed. Ibdaa’s commitment to safeguarding the childhood of
Deheisheh’s youngest generation is not shaken by the brutality
of Israel’s occupation policies. MADRE rededicates itself to
working with Ibdaa to strengthen its programs for Deheisheh’s
children and families.

MADRE is an international women’s human rights organization that
works in partnership with women’s community-based groups in conflict areas
worldwide. Our programs address issues of armed conflict and forced
displacement; women’s health and reproductive rights;
economic justice and community development; Indigenous Peoples’
rights and resources, food security and sustainable development;
human rights advocacy; youth; and US foreign policy.

MADRE provides
resources and training to enable our sister organizations to meet
immediate needs in their communities and develop long-term solutions to
the crises they face. Since we began in 1983, MADRE has delivered over 21
million dollars worth of support to community-based
women’s groups in Latin America, the Caribbean, the Middle East,
Africa, the Balkans and the United States.
END —
Please assume this email is under surveillance, and don’t use any names.
Also do not add it to any lists. Thank you!

hi all, too knackered to write personal report but here is the one I just
wrote for the press, will send related photos tomorrow
love
me

REPORT BIL’IN DEC 14 2004

INTERNATIONALS BEATEN AND PALESTINIANS WOUNDED
DURING ANTI-WALL DEMO IN WEST BANK
Internationals from the International Solidarity Movement and the
International Women’s Peace Service today joined with Israeli peace
activists to support the village of Bil’in in their second day of
resistance to the construction of the Apartheid Wall. Approximately 150
men, women, and children from Bil’in walked onto their confiscated land
and halted surveying work.

During the demonstration, plastic-coated bullets, tear gas, sound bombs
and batons were used by the Israeli soldiers and border police against the
demonstrators. Five Palestinians were wounded, and three Internationals
and four Israeli activists were beaten and arrested. Soldiers and
construction workers eventually left at 1.30pm.

Construction of the Wall began in this area yesterday, when the villagers
nonviolently halted bulldozers. Bil’in village, located in the Ramallah
region of the West Bank, has a population of 1,500 people. The village
farmers own 4000 dunums of land, 2,380 dunums of which has been
confiscated for the Wall construction and given to the nearby illegal
Israeli settlement of X. This land includes up to 3,000 olive trees.

Shortly into the demonstration, when Palestinians halted surveying work,
soldiers began to fire tear gas and sound grenades into the crowd .
Israeli activists arrived and were immediately targeted by border police,
who arrested four as they attempted to protect Palestinians and
Internationals. An ISMer witnessed one sound bomb deliberately thrown
directly at a Palestinian man, who was wounded in the neck and hand when
it exploded. As he was carried away for medical help by four other
Palestinians, the soldiers again fired sound bombs directly at them. Sound
grenades, tear gas, and plastic-coated bullets were continuously used from
this time on. Soldiers and border police began to drive the demonstrators
back, using physical force and repeated beating with batons.

At approximately 9.45am, a Palestinian man was violently beaten and
detained by soldiers; he was later released. The Israeli soldiers and
police then appeared to target Internationals who were cameras. A group of
military personnel grabbed a young American ISM woman who was filming, and
began beating her, also severely beating and injuring a young British ISM
man who tried to protect her and had earlier received severe baton blows
while trying to protect the Palestinian man. After repeated baton blows,
they removed the Internationals and arrested them. Shortly afterwards,
another International woman who had filmed both events was also arrested.

The soldiers forced the demonstration to retreat up the hill back into the
village. They remained on the edge of the village for some time,
continuing to target children defending their land by stone-throwing, with
sound bombs, tear gas, and plastic-covered bullets.

Five Palestinian men were wounded, three of whom were hospitalised. One
was injured by beating, two by sound grenades, and two were shot with
plastic-coated bullets, one in the stomach and one in the back.
 
by LEILA

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