tempi moderni: nuove balie
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Torture
Wislawa Szimborska
da Gente sul ponte, 1986
“Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.
Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.
Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.
Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.
Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.”
by S3
Wislawa Szimborska Leggi l'articolo »
Controllori incontrollati Aigle (Svizzera): perde il treno e per raggiungerlo si getta
all’inseguimento con un taxi. Nulla di eccezionale se non
fosse che l’inseguitrice era il controllore addetto al treno.
Perche’, in Svizzera, se il treno deve partire, parte…
(Fonte: www.Tgcom.it
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a proposito dell’ultimo espropio proletario e dei disubbidienti di Casarini:
“lasciamoli barricati e soli e andiamo fare le nostre assemblee in spiaggia”
Beppe Grillo,
Beppe Grillo sul’esproprio proletario Leggi l'articolo »
10 minuti al vogatore equivalgono all’esercizio aerobico di
un minuto di risata, perche’ ridere accelera il ricambio
d’aria nei polmoni.
200 e’ il numero di risate che un bambino fa in un giorno;
poi da adulti il numero si riduce a 20… meditate gente
meditate. Le donne, in media ridono di piu’ dei maschi,
pare il 127%.
Sembra che il centro della comicita’ si trovi nel lobo
frontale destro, appena sotto l’occhio.
(Fonte: www.Focus.it
sorridere fa bene alla salute Leggi l'articolo »
BlackSpot Sneaker
E’ il nome delle scarpe da ginnastica “no logo” prodotte in
Portogallo da Kalle Lasn con lo scopo di non limitarsi al
boicottaggio e alle denunce contro le multinazionali quali
la Nike ma scendendo direttamente in campo. La scarpa e’
prodotta totalmente in materiale naturale, e’ biodegradabile
al 70 per cento, la suola e’ rinforzata perche’ duri nel
tempo e la produzione non richiede l’uso di agenti chimici.
Gli operai lavorano in una fabbrica modello: la qualita’
dell’aria e’ buona, il suono delle macchine e’ attutito, i
livelli di sicurezza ottimi. La pausa pranzo e’ di un’ora e
mezzo. E se in Portogallo il salario medio e’ di 365 euro al
mese, quello dei lavoratori della fabbrica di scarpe e’ tra i
420 e i 700.
Ora sono gia’ circa 200 i punti vendita pronti a mettere sui
loro scaffali la scarpa equa e solidale.
BlackSpot Sneaker dal portogallo Leggi l'articolo »
Kenya Grazie al suo impegno nella lotta contro le mine
antipersona e contro le armi leggere, il Kenya ha ospitato
il vertice internazionale sulle mine che si e’ svolto presso
la sede delle Nazioni Unite a Nairobi. Al Summit per un
mondo senza mine hanno partecipato i rappresentanti di
oltre 140 paesi, che hanno organizzato i prossimi passi per
arrivare all’eliminazione di questo tipo di armi che causa
una vittima ogni 22 minuti. Tra i partecipanti anche il
segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan e il
premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. Il Kenya ha
distrutto tutte le sue mine nell’agosto del 2003.
(Fonte: worldpress)
il kenia lotta contro le mine Leggi l'articolo »
I primi soccorsi
Per la prima volta consegnati alla popolazione civile di Falluja aiuti umanitari
Un convoglio di Emergency porta 160 tonnellate di cibo, indumenti e medicine ai profughi di Falluja. “In città la situazione è catastrofica. Manca tutto. Acqua, cibo, coperte, luce. La gente sta morendo non solo perché viene uccisa dalle armi, ma anche di fame e di sete e di malattie banalissime”
www.emergency.it
emergency a falluja Leggi l'articolo »
Altro che Bin Laden.
C’è un solo uomo su questa terra che può vantarsi di aver sterminato migliaia di persone e girare ancora a piede libero.
Warren Anderson,
che a differenza di Laden non è costretto a fare cucù al mondo nascondosi fra le montagne del Pakistan.
Anzi, il nostro Warren si gode i miliardi della sua pensione giocando a golf nei migliori clubs di Vero Beach, stato di Florida,
e scommetterei pure che gli è capitato di incrociare le mazze col caro george bush.
Ora,
il pakistan confina con l’India,
semmai bin laden sconfinasse per errore e fosse acciuffato dalle guardie indiane,
spero che il governo di new Delhy si senta autorizzato a proporre uno scambio
bin laden per warren anderson,
alla pari, come al calcio mercato,
anche se il valore dei due è sproporzionato,
Infatti mentre per l’arabo saudita è tutto da dimostrare che sia implicato direttamente nell’attentato alle torri gemelle,
warren è già stato condannato per le decine di migliaia di vittime causato dal disastro di bhopal,
morti che a tuttoggi richiedono giustizia quanto i feti mostruosi che continuano a sviluparsi nel ventre delle donne su quel suolo contaminato.
Warren Anderson, tutt’ora ricercato.
Warren Anderson per Bin Laden Leggi l'articolo »
Vent’anni fa la strage nella città indiana. Un impianto chimico americano provocò migliaia di morti, ma chi ha pagato ?
I granelli di sabbia della notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 stavano per precipitare nella clessidra della storia: Bhopal era ancora soltanto una città a Sud di Delhi, circondata da giungle rigogliose, conosciuta per le acque argentine del suo lago e per il Taj-ul-Masjid, una delle più grandi moschee dell’India. In quella terra sprofondata nel passato e nella miseria sibilava un mostro di 290 metri quadrati venuto per annunciare il futuro: «la scienza aiuta a costruire una nuova India», diceva allora la pubblicità della Union Carbide, la multinazionale americana che aveva impiantato lo stabilimento per la produzione di pesticidi. Poco dopo la mezzanotte la poderosa corsa del progresso inciampò nel serbatoio E610 dove si conservava a temperatura costante il micidiale gas metil-isocianato. L’indicatore della pressione sul pannello di controllo prese a schizzare in alto fino a superare il rosso del limite massimo. Un sabotaggio, disse poi senza poterlo dimostrare l’Union Carbide, una maldestra operazione di pulitura degli impianti dissero altri. La reazione esotermica dovuta al contatto fra gas e acqua squassò la cisterna che fu sbalzata fuori dal suo letto di terra. Gli apparati di sicurezza erano guasti oppure disattivati, neppure la sirena di allarme funzionò mentre decine di tonnellate di gas (da venti a quaranta, nelle varie ricostruzioni dei fatti) si sparsero sulla città sotto forma di una coltre di nubi lattiginosa.
Un alito velenoso intrappolò in poco tempo un’area di venti chilometri quadrati prima che la gente potesse accorgersi di quanto stava succedendo e cercare di fuggire. Quelli presi nel primo abbraccio tossico morirono per lo più nel sonno, molti ancora sotto le coperte. Fotografie color seppia mostrano bambini uccisi, ciascuno con un foglio di cartone sul petto a catalogare con un nome e pochi numeri una vita svanita: le bocche spalancate, un doloroso stupore in volto. I dati sui morti e sui fatti di quella notte sono discordanti, sembra che il gas opalescente si sia posato sull’intera vicenda come un potere maligno volto a corrodere la verità. Le cifre comunque variano da 8 a 10 mila vittime, quest’ultima forse più realistica.
Racconta il giornalista e scrittore indiano Indra Sinha, uno degli animatori della «Campaign for Justice in Bhopal»: «Quando scattò l’allarme, tutti cominciarono a scappare portandosi dietro vecchi, bambini nelle culle, ammalati, vacche e cani. Si riversarono in strada, gli stretti budelli della città vecchia subito si intasarono. Ci furono scene di panico, gente calpestata, bambini smarriti. Intorno ai lampioni non ronzava alcun insetto, una cosa irreale». Per quelli nei fatidici venti chilometri quadrati fu una morte orribile. Continua Sinha: «La gente moriva mentre gli escrementi colavano loro dalle gambe, il gas lacerava le pupille, ulcerava i polmoni. Per terra corpi aggrovigliati si contorcevano presi da convulsioni». Il giorno dopo cominciava ufficialmente il calvario di Bhopal con i sopravvissuti negli ospedali che sputavano i polmoni, relitti ciechi che esprimevano soltanto dolore.
Sono passati vent’anni da allora e secondo le stime di Greenpeace per le conseguenze del disastro continua a morire una media di venti persone al giorno. Qualche settimana fa Paul Vickers della Bbc è andato a Bhopal con una provetta per fare analizzare l’acqua dei pozzi: «Presenta livelli di contaminazione 500 volte maggiori del limite massimo raccomandato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità», ha detto. Fa sorridere che sul sito web della Bbc il paragrafo dove si illustrano i dati dell’analisi abbia un titolo comicamente prudente: «Risultati controversi». Infatti nel 1998, l’anno in cui cedette lo stabilimento, la Union Carbide sostenne «di non aver trovato tracce di contaminazione nelle falde acquifere», anche se un altro studio commissionato dalla multinazionale americana espresse qualche dubbio.
Bhopal è una saga della tenacia del male, ma il bene? I «nostri» non arrivano mai? Bhopal è anche una saga dell’amarezza e del disincanto. Oggi, così com’era, la Union Carbide non esiste più, è stata assorbita dalla Dow Chemical Co (Ricordate il suo «Agent Orange», uno dei più famigerati defolianti usati in Vietnam?) che rifiuta ogni coinvolgimento nella vicenda. Nel 1989 La Union Carbide fece un accordo extragiudiziario con l’Alta corte indiana e versò un’una tantum di 470 milioni di dollari da destinare alla vittime. Finora, vent’anni dopo, i circa 500 mila che hanno dimostrato di aver diritto al risarcimento hanno ricevuto circa 345 dollari, sebbene recentemente un tribunale indiano abbia intimato di distribuire 345 milioni di dollari dell’accordo che ancora giacciono nelle casse dello Stato a maturare interessi. La Union Carbide si è sempre difesa dicendo di avere aiutato le vittime e di aver anche costruito nel 1996 un ospedale da 90 milioni di dollari a Bhopal. Dice Satinath Sarangi, uno dei leader della protesta: «l’ospedale è un centro a pagamento dove i poveri non potranno mai entrare. Oltrettutto la specialità principale è la cardiologia». Una delle prime e principali richieste del movimento che si è creato nella città martoriata del Madhya Pradesh è che l’allora direttore generale della Union Carbide, l’americano Warren Anderson, finisca davanti a un tribunale insieme ad altri dirigenti, tra cui alcuni indiani. Ha scritto Sundana Deshpande, attrice teatrale e regista indiana: «A Bhopal ci sono state molte, molte più vittime che nell’11 settembre. Per quel crimine, sul suolo degli Stati Uniti, migliaia di innocenti hanno dovuto pagare nel lontano Afghanistan. I colpevoli di Bhopal sono invece tutti liberi sul suolo degli Stati Uniti. I sopravvissuti di Bhopal non dimenticano questa ingiustizia. Per questo nelle manifestazioni che commemorano il disastro ci sono cartelli che dicono: volete Osama, dateci Anderson». Lo scorso anno New Delhi chiese l’estradizione di Anderson, ora ottantenne e in pensione, per processarlo a Bhopal con l’accusa di omicidio. Come in un brutto giallo dove fin dall’inizio si capisce come andrà a finire, le autorità americane hanno alla fine respinto la richiesta (legittima perché tra i due paesi esiste un trattato di estradizione) per «motivi tecnici».
Al di là delle vite distrutte o spezzate (diceva il santo tabaccaio di Bombay che con noi muore il mondo intero), la strage di Bhopal rappresenta la cattiva coscienza della globalizzazione. Nel trasferimento di tecnologia da Occidente al Terzo Mondo, il tarlo del profitto a tutti i costi divorò la qualità dei macchinari, la solidità dei progetti. Lo stabilimento di Bhopal non avrebbe mai potuto eistere in Occidente. L’abbassamento dei parametri di sicurezza era finalizzato al taglio dei costi: era uno dei motivi principali, oltre al mercato emergente, per fare uno stabilimento laggiù. Già alla fine dell’800 si disse che in India le ferrovie fatte costruire dagli inglesi avrebbero evitato le carestie ma poi, in piena carestia, si scoprì che i treni servivano a portare il grano destinato all’Inghilterra, come ha raccontato Mike Davis. E la giustizia? Vent’anni dopo per Bhopal nessuno ha ancora pagato di persona ed è facile prevedere che nessuno pagherà mai.
Bhoplal: tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, Campaign for Justice
04/12/2004
Vent’anni fa la strage nella città indiana. Un impianto chimico americano provocò migliaia di morti, ma chi ha pagato ?
I granelli di sabbia della notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 stavano per precipitare nella clessidra della storia: Bhopal era ancora soltanto una città a Sud di Delhi, circondata da giungle rigogliose, conosciuta per le acque argentine del suo lago e per il Taj-ul-Masjid, una delle più grandi moschee dell’India. In quella terra sprofondata nel passato e nella miseria sibilava un mostro di 290 metri quadrati venuto per annunciare il futuro: «la scienza aiuta a costruire una nuova India», diceva allora la pubblicità della Union Carbide, la multinazionale americana che aveva impiantato lo stabilimento per la produzione di pesticidi. Poco dopo la mezzanotte la poderosa corsa del progresso inciampò nel serbatoio E610 dove si conservava a temperatura costante il micidiale gas metil-isocianato. L’indicatore della pressione sul pannello di controllo prese a schizzare in alto fino a superare il rosso del limite massimo. Un sabotaggio, disse poi senza poterlo dimostrare l’Union Carbide, una maldestra operazione di pulitura degli impianti dissero altri. La reazione esotermica dovuta al contatto fra gas e acqua squassò la cisterna che fu sbalzata fuori dal suo letto di terra. Gli apparati di sicurezza erano guasti oppure disattivati, neppure la sirena di allarme funzionò mentre decine di tonnellate di gas (da venti a quaranta, nelle varie ricostruzioni dei fatti) si sparsero sulla città sotto forma di una coltre di nubi lattiginosa.
Un alito velenoso intrappolò in poco tempo un’area di venti chilometri quadrati prima che la gente potesse accorgersi di quanto stava succedendo e cercare di fuggire. Quelli presi nel primo abbraccio tossico morirono per lo più nel sonno, molti ancora sotto le coperte. Fotografie color seppia mostrano bambini uccisi, ciascuno con un foglio di cartone sul petto a catalogare con un nome e pochi numeri una vita svanita: le bocche spalancate, un doloroso stupore in volto. I dati sui morti e sui fatti di quella notte sono discordanti, sembra che il gas opalescente si sia posato sull’intera vicenda come un potere maligno volto a corrodere la verità. Le cifre comunque variano da 8 a 10 mila vittime, quest’ultima forse più realistica.
Racconta il giornalista e scrittore indiano Indra Sinha, uno degli animatori della «Campaign for Justice in Bhopal»: «Quando scattò l’allarme, tutti cominciarono a scappare portandosi dietro vecchi, bambini nelle culle, ammalati, vacche e cani. Si riversarono in strada, gli stretti budelli della città vecchia subito si intasarono. Ci furono scene di panico, gente calpestata, bambini smarriti. Intorno ai lampioni non ronzava alcun insetto, una cosa irreale». Per quelli nei fatidici venti chilometri quadrati fu una morte orribile. Continua Sinha: «La gente moriva mentre gli escrementi colavano loro dalle gambe, il gas lacerava le pupille, ulcerava i polmoni. Per terra corpi aggrovigliati si contorcevano presi da convulsioni». Il giorno dopo cominciava ufficialmente il calvario di Bhopal con i sopravvissuti negli ospedali che sputavano i polmoni, relitti ciechi che esprimevano soltanto dolore.
Sono passati vent’anni da allora e secondo le stime di Greenpeace per le conseguenze del disastro continua a morire una media di venti persone al giorno. Qualche settimana fa Paul Vickers della Bbc è andato a Bhopal con una provetta per fare analizzare l’acqua dei pozzi: «Presenta livelli di contaminazione 500 volte maggiori del limite massimo raccomandato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità», ha detto. Fa sorridere che sul sito web della Bbc il paragrafo dove si illustrano i dati dell’analisi abbia un titolo comicamente prudente: «Risultati controversi». Infatti nel 1998, l’anno in cui cedette lo stabilimento, la Union Carbide sostenne «di non aver trovato tracce di contaminazione nelle falde acquifere», anche se un altro studio commissionato dalla multinazionale americana espresse qualche dubbio.
NEGLIGENZA COLPEVOLE L’apocalisse di quella notte si vomitavano pure i polmoni
Bhopal è una saga della tenacia del male, ma il bene? I «nostri» non arrivano mai? Bhopal è anche una saga dell’amarezza e del disincanto. Oggi, così com’era, la Union Carbide non esiste più, è stata assorbita dalla Dow Chemical Co (Ricordate il suo «Agent Orange», uno dei più famigerati defolianti usati in Vietnam?) che rifiuta ogni coinvolgimento nella vicenda. Nel 1989 La Union Carbide fece un accordo extragiudiziario con l’Alta corte indiana e versò un’una tantum di 470 milioni di dollari da destinare alla vittime. Finora, vent’anni dopo, i circa 500 mila che hanno dimostrato di aver diritto al risarcimento hanno ricevuto circa 345 dollari, sebbene recentemente un tribunale indiano abbia intimato di distribuire 345 milioni di dollari dell’accordo che ancora giacciono nelle casse dello Stato a maturare interessi. La Union Carbide si è sempre difesa dicendo di avere aiutato le vittime e di aver anche costruito nel 1996 un ospedale da 90 milioni di dollari a Bhopal. Dice Satinath Sarangi, uno dei leader della protesta: «l’ospedale è un centro a pagamento dove i poveri non potranno mai entrare. Oltrettutto la specialità principale è la cardiologia». Una delle prime e principali richieste del movimento che si è creato nella città martoriata del Madhya Pradesh è che l’allora direttore generale della Union Carbide, l’americano Warren Anderson, finisca davanti a un tribunale insieme ad altri dirigenti, tra cui alcuni indiani. Ha scritto Sundana Deshpande, attrice teatrale e regista indiana: «A Bhopal ci sono state molte, molte più vittime che nell’11 settembre. Per quel crimine, sul suolo degli Stati Uniti, migliaia di innocenti hanno dovuto pagare nel lontano Afghanistan. I colpevoli di Bhopal sono invece tutti liberi sul suolo degli Stati Uniti. I sopravvissuti di Bhopal non dimenticano questa ingiustizia. Per questo nelle manifestazioni che commemorano il disastro ci sono cartelli che dicono: volete Osama, dateci Anderson». Lo scorso anno New Delhi chiese l’estradizione di Anderson, ora ottantenne e in pensione, per processarlo a Bhopal con l’accusa di omicidio. Come in un brutto giallo dove fin dall’inizio si capisce come andrà a finire, le autorità americane hanno alla fine respinto la richiesta (legittima perché tra i due paesi esiste un trattato di estradizione) per «motivi tecnici».
Al di là delle vite distrutte o spezzate (diceva il santo tabaccaio di Bombay che con noi muore il mondo intero), la strage di Bhopal rappresenta la cattiva coscienza della globalizzazione. Nel trasferimento di tecnologia da Occidente al Terzo Mondo, il tarlo del profitto a tutti i costi divorò la qualità dei macchinari, la solidità dei progetti. Lo stabilimento di Bhopal non avrebbe mai potuto eistere in Occidente. L’abbassamento dei parametri di sicurezza era finalizzato al taglio dei costi: era uno dei motivi principali, oltre al mercato emergente, per fare uno stabilimento laggiù. Già alla fine dell’800 si disse che in India le ferrovie fatte costruire dagli inglesi avrebbero evitato le carestie ma poi, in piena carestia, si scoprì che i treni servivano a portare il grano destinato all’Inghilterra, come ha raccontato Mike Davis. E la giustizia? Vent’anni dopo per Bhopal nessuno ha ancora pagato di persona ed è facile prevedere che nessuno pagherà mai.
Vedi anche:Ecologia: Una vittoria per le vittime di Bhopal
Bhopal, la globalità del male
Claudio Gallo Fonte: www.lastampa.it
Bhoplal: tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, Campaign for Justice Leggi l'articolo »
www.ilvirusinventato.it
Il nome di questo sito è un omaggio al Dott. PETER DUESBERG, direttore del laboratorio di Biologia Molecolare dell’Università di Berkeley in California, pioniere e principale protagonista della lotta alle falsa teoria virale dell’AIDS. Suo il principale libro scritto dai dissidenti: “Inventing the AIDS virus” edito in italiano da Baldini e Castoldi col titolo “AIDS – Il Virus Inventato”. La storia di Peter Duesberg, “probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto” (Il direttore del periodico medico The Lancet) è stata presentata da Massimiliano Bucchi nella sua relazione “Eresia e censura nella scienza: il caso AIDS” al convegno Scienza e Democrazia tenuto a Napoli il 20 Aprile 2001.
Rif: Conferenza internazionale AIDS (Durban, Sud Africa)
Lettera aperta : Sig. Bill Clinton, Presidente Usa
Sig. Gehard Schroder, Cancelliere tedesco
Con la presente chiediamo che siano fatte le rispettive scuse al Presidente THABO MBEKI per la sottoscrizione della “Dichiarazione di Durban” dei vostri rappresentanti dott.ssa Helene Gayle USA, e prof. Dr. Kurth (Germania).
Il 04.04.2000, tre mesi prima dell’inizio della Conferenza internazionale sull’AIDS a Durban il presidente Sud Africano Thabo Mbeki scrisse una lettera al Presidente USA Bill Clinton e al Cancelliere tedesco Schroder. Nella sua lettera il Presidente Sud Africano chiedeva una cooperazione in dibattiti reali al fine di chiarire ovvie discrepanze relative al fenomeno globale dell’AIDS.
Sotto la pressione del Pres. Clinton, la Dott.ssa Gayle del CDC (Centro controllo malattie), quale rappresentante degli Stati Uniti, era presente al meeting di esperti che il Presidente Mbeki aveva organizzato alcuni giorni prima della conferenza.
Sottoscrivendo la “dichiarazione di Durban” entrambi, la rappresentante usa dr. Gayle ed il rappresentante della Germania prof. Renairdt Kurt, partecipavano alla pubblica diffamazione del Presidente Mbeki. La dichiarazione venne pubblicata il 06.07.2000 su “Nature” ed i firmatari sostenevano che le affermazioni concernenti “hiv e AIDS”, ampliamente pubblicate, sono basate sui più alti standards scientifici, un chiaro tentativo di discreditare lo sforzo del Signor Mbeki di chiarire la questione.
La proposta della delegata degli USA dr. Gayle, di cooperazione tra le autorità sanitarie statunitensi e sudafrica in nuove ricerche per isolare “l’HIV”, per dimostrare la validità dei test dell’AIDS, conferma solamente la sua piena consapevolezza della non esistenza attuale di alcun dato scientifico di base che possa provare l’esistenza dell’HIV e, conseguentemente, la validità di qualsiasi test. Tuttavia nonostante la sua stessa conoscenza si contraddice, sottoscrivendo la “dichiarazione di Durban”.
Prof. Dr. Rita Sussmuth, precedente Presidente del Parlamento tedesco, come pure precedente Ministro della sanità con responsabilità diretta al problema ammise in una intervista del 23.06.1995 a Berlino, di sapere che l’affermazione in merito all’infezione AIDS mancava di ogni prova scientifica. Questa intervista venne ripetutamente emessa dal “Citizen’s television” a Berlino.
Tuttavia l’11.08.98 davanti a Karl Kraffeld smentì sia l’intervista che i contenuti.
Il dirigente di stampa del prestigioso Robert Koch Institute (RKI; Berlino), ammise durante una conversazione telefonica del 07.09.94 che non ci sono prove scientifiche alla base delle affermazioni in merito all’infezione AIDS.
Questa telefonata venne confermata per iscritto dal dr. Marcus del robert Koch Institute il 20.09.94. il prof. Kurth è il Presidente RKI. Quando egli sottoscrisse la “dichiarazione di Durban” era pienamente consapevole di due esperimenti fortuiti nella ex repubblica tedesca DDR e in carceri tedesche che scartano totalmente l’ipotesi dell’infezione AIDS.
Nella DDR i chemioantibiotici non esistevano; gli omosessuali non usavano droghe inalate (Poppers). Subito dopo la caduta del muro di Berlino, non c’erano risultati positivi al test. Nella DDR l’AZT non veniva somministrato e non c’erano decessi da AIDS. In un documento del 10.02.99 il Prof. Kurth cita solamente 5 casi di uomini che erano stati infettati nelle carceri tedesche nell’arco degli ultimi 15 anni.
Solo questo dimostra ampliamente che quella che chiamano comunemente AIDS non può essere una malattia infettiva in Germania.
Questo rende praticamente impossibile, scientificamente, che l’AIDS sia una malattia infettiva in Africa o ovunque.
Alla cerimonia in onore del dr. Robert Gallo (dal 23.04.84 fino al 1994 considerato lo scopritore del virus AIDS) per conferirgli la più alta onoreficenza in medicina scientifica, il PAUL EHRLICH- PREIS del 14.03.99, né il professor Kurth, né il PAUL EHRLICH INSTITUTE, responsabili per la registrazione dei cosidetti test HIV, furono in grado di fornire nuove prove scientifiche per l’HIV né per la validità dei test. Il professor Kurth sa molto bene che l’HIV non è mai stato dimostrato “secondo i più alti standards scientifici”: Ciò nonostante egli sottoscrisse la “dichiarazoine di DURBAN”.
Nella sua lettera del 3.4.2000 al presidente CLINTON e al cancelliere SCHRODER (vedi www.virusmyth.com. Il signor Mbeki paragona il modo in cui vengono trattati i dissidenti nelle nazioni industrializzate alla vita sotto l’APARTHEID.
Il 17.05.2000 Karl Kraffeld, presidente dell’ associazione “Scienza Medicina e diritti umani” faceva riferimento alla lettera del Sig. Mbeki e offriva al Cancelliere tedesco dei fatti che confermavano le opinioni del Signor Mbeki.
Su richiesta del cancelliere il Ministro della sanità tedesco dr. Niemer lo raccomandava semplicemente, il 29.06.2000, di consultare circoli scientifici ed esperti.
Gli incontri di Karl Kraffeld con varie istituzioni scientifiche e singoli esperti fornirono allarmanti risposte come: “le richieste in merito all’HIV e AIDS sono indiscusse tra gli esperti e perciò non sono necessari riferimenti scientifici.”
Oppure quando Karl Kraffeld chiese di vedere una foto pubblicata dell’HIV, che lui non era stato in grado di trovare in nessun documento pubblicato dai dr. Luc Montagnier e dr. Gallo, il professor Kurt del RKI rispose: “queste fotografie sono da trovare nei documenti pubblicati
Da dr. Montagnier e dr. Gallo.”
Negli ultimi anni sono state aggiunte nuove falsità sul virus isolato HIV dal Parlamento tedesco, dalla polizia e da un giudice. Quest’ultimo il giudice Prause di Dortmund, venne citato per avere detto “e’ totalmente irrilevante se qualcuno ha mentito e non importa se sono stati fatti errori nella politica dell’AIDS”.
Da quando l’AIDS è apparsa sulla scena ci sono state numerevoli citazioni come quelle sopra e un’infinità di episodi in tutto il mondo che possono solo essere definiti aneddotici da chiunque si prende la pena di studiare l’AIDS con una mente aperta e obbiettiva.
Nel 1986 il WHO cambiò radicalmente la definizione di AIDS. Secondo il CDC il criterio per l’AIDS dal 1981 è stato: “patologia che c’è senza precedenti patologie immunosoppressive e/o terapie.” Questa definizione venne scartata . Dal 1986 gli effetti collaterali dell’AZT sono divenuti in sé malattie che definirono l’AIDS! Se il CDC accettò questa nuova definizione di AIDS. Fino al 1986 non un solo caso di AIDS conforme alla prima (1982) definizione del CDC era stata descritta e pubblicata scientificamente.
Negli ultimi anni ci sono state abbondanti prove che le varie autorità sanitarie in molti paesi sanno che le affermazioni in merito all’AIDS sono mere speculazioni, e che non solo in Germania e USA, ma anche in Austria, Grecia, Spagna, Svezia, Inghilterra, SudAfrica e molti altri.
Alla luce dell’assenza di qualsiasi prova scientifica per l’esistenza del virus HIV e, quindi, per la validità dei test, l’attacco contro il Presidente Mbeki da parte degli scienziati che firmarono “la dichiarazione di Durban” deve essere considerato come un approvazione della correttezza della “teoria di Mbeki”.
Dortmund & stuttgard, 13 luglio 2000
Karl Krafeld and Dr. Stefano Lanka.
controcorente: aids la truffa del millenio Leggi l'articolo »
di Stefano Corradino
Ali Rashid, Primo segretario dell’Ambasciata Palestinese in Italia sarebbe un sostenitore del terrorismo. Questa è l’accusa che il vicepresidente del gruppo di Forza Italia alla Camera on. Isabella Bertolini rivolge al diplomatico in una interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri chiedendone l’espulsione dall’Italia. “La richiesta di espulsione di un uomo di pace? Un’intimidazione palese che non può essere tollerata in un paese civile – affermano in un appello numerosi deputati e senatori del centrosinistra – che ci auguriamo sia respinta al mittente”.
Cominciamo dall’inizio. Ti si accusa di aver leso gravemente la deontologia professionale dei due giornalisti Nirenstein e Panella in una trasmissione radiofonica. Come rispondi a queste accuse?
Il compito di un giornalista è quello di rappresentare tutte le parti in causa, attenendosi a precisi codici deontologici. Perché è un mestiere che richiede una preparazione e professionalità non da poco. Il caso dei giornalisti in questione, per quanto riguarda specificamente la questione palestinese, mi sembra alquanto diverso, anzi, ne sono certo, dal momento che essi non hanno presentato la complessità che il conflitto israelo-palestinese presenta riducendolo soltanto come parte della grande guerra contro il terrorismo. Per motivi che possono essere legittimi ma mi sfuggono, ma che certo non sembra appartenere al rigore che questa professione richiede. Il rigore richiederebbe di vedere le ragioni di tutti e non di una sola parte, altrimenti si corre il rischio di trasformarsi in “portavoce camuffati” contraddicendo il senso profondo della professione di giornalisti.
Una parlamentare di Forza Italia ha chiesto in un’interpellanza un provvedimento di espulsione per te addirittura mettendo in relazione le tue dichiarazioni al clima reso pericoloso dal revanscismo fondamentalista islamico che ha portato alla morte di Theo Van Gogh. Perchè questo atteggiamento?
L’on Bertolini se avesse sentito la trasmissione non avrebbe firmato quella interpellanza. E’ stato un gesto a dir poco “frettoloso”.
“Arafat più che la costruzione di uno Stato per i palestinesi ha avuto sempre come obiettivo la distruzione di Israele”. Sono le affermazioni di Fiamma Nirenstein. Qual è la tua opinione sulla figura di Arafat e sul suo ruolo legato al processo di pace nel Medioriente? Arafat, a tuo avviso, poteva agire diversamente?
Arafat ha guidato per molti anni la lotta del popolo palestinese in condizioni molto difficili. A lui ed alla tenace lotta del popolo palestinese va il merito di affermare: primo l’esistenza del popolo palestinese, semplicemente e reiteratamente negata da Israele ed osteggiata da una parte importante dei governi arabi; e secondo, il merito di sottoporre alla comunità internazionale la necessità di dare una soluzione politica alla questione palestinese in accordo con le risoluzioni delle Nazione Unite. Come si fa ad ignorare lo sforzo che il presidente Arafat ha compiuto in esilio per riportare il conflitto sul terreno della politica e non della retorica vuota ed inconcludente? Uno sforzo che ha prodotto fatti politici concreti come il programma dei 10 punti del 1974, che già stabiliva l’obiettivo del popolo palestinese di creare uno Stato sui territori liberati dalla occupazione israeliana del 1967. La stessa cosa non si può dire della politica dei vari governi israeliani, ad eccezione di quello del primo ministro Rabin che ha riconosciuto questo diritto. Certo, la stessa cosa non si può dire di Sharon che si è impegnato con il suo partito ad impedire la creazione di tale Stato e fa di tutto per rendere impossibile la vita dei palestinesi e costringerli a lasciare quello che resta della loro terra oppressa dalla colonizzazione selvaggia ancora in atto.
Sono in molti però a voler far coincidere la lotta palestinese con il terrorismo…
Rispondere al terrorismo con la guerra è diventato il modo più semplice per annientare fisicamente e politicamente chi non condivide la politica di Sharon e del presidente americano Bush ed i loro alleati. Non solo i palestinesi sono accusati di essere terroristi, ma chiunque non accetta questa linea. In tutta questa drammatica situazione la vittima principale, oltre naturalmente ai morti uccisi nella guerra permanente, è la cultura del diritto e della legalità, massima espressione dell’occidente democratico e della sua storia.
Stati Uniti e Israele vengono considerati da molti come le democrazie più avanzate nel mondo. Cosa ne pensi?
La questione relativa alla “democrazia” è aperta e densa di riflessioni, ricerche e dibattiti. Io non ritengo affatto che Usa e Israele siano la più grande democrazia del mondo. Anzi ci sono lacune da un punto di vista della democrazia sempre più gravi. In particolare da parte israeliana…
Cosa pensi succederà adesso nel Medioriente e come vedi il futuro per il popolo palestinese? E da diplomatico, come pensi dovrebbero agire i governi per contribuire ad un vero processo di pace?
Il futuro del medio oriente dipende in larga parte da quello che intendono fare l’amministrazione americana e il governo israeliano. Per conto nostro siamo impegnati in un transizioni di potere che hanno bisogno di una legittimazione democratica attraverso il voto. Questo fatto cambia le priorità, nel senso che chiama tutta la comunità internazionale ad esercitare il suo ruolo. Israele deve consentire, con il suo ritiro dai territori occupati, lo svolgimento libero e trasparente di queste elezioni, primo passo verso riforme democratiche profonde delle istituzioni palestinesi non più rinviabili. Solo partendo da qui si può riprendere il cammino del processo di pace da dove è stato interrotto, e mettere in pratica il piano della road map. America ed Israele non hanno più il pretesto rappresentato dalla presenza di Arafat che loro consideravano ostacolo alla pace. Se il vero ostacolo era lui, cosa assolutamente non vera, non ci sono più motivi per perdere tempo…
Alì Rashid minacciato di espulsione Leggi l'articolo »
Caos e odore di rivolta anche nella redazione del tg5.
Rossella (via col vanto) il nuovo direttore subentrato al compianto (a questo punto) Mentana
per illustrare davanti a milioni di telespettatori
la notizia del processo per mafia di Dell’Utri in attesa di sentenza in questi giorni
ha pensato bene di mandare come giornalista casualmente un parente dell’imputato.
no comment.
guerrilla radio
rossella e il giornalista parente di dell’utri Leggi l'articolo »
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NEWS – 16 NOVEMBRE 2004
Dopo aver sistemato un direttore di fiducia alla guida del Tg5, il centrodestra si preoccupa di limitare i “danni” che genera quotidianamente il Tg3, ultimo baluardo di libera informazione rimasto nelle tv controllate dal presidente del Consiglio.
Viale Mazzini vuole ridurre di cinque minuti l’edizione delle 14.20, un taglio che andrà ad aggiungersi ai continui “boicottamenti” alla testata, sempre oggetto di riduzioni di fondi e di personale.
Con una nota, l’assemblea del telegiornale ha respinto “con preoccupazione l’ipotesi avanzata dai vertici aziendali”.
“Sono ormai mesi che la direzione generale cerca di ridimensionare, negando spazi, risorse e personale, un telegiornale che rappresenta una voce importante nel panorama dell’informazione italiana – si legge nel comunicato – i giornalisti chiedono alla commissione parlamentare di Vigilanza di portare alla luce le reali intenzioni dei vertici della Rai e al direttore di difendere gli spazi e farsi carico del rilancio del telegiornale, in tutte le sue edizioni, perché la qualità dell’informazione sia sempre più attenta alle esigenze dei telespettatori e coerente con il dovere del servizio pubblico”.
E, se il direttore generale Flavio Cattaneo per il momento tace, il gruppo dei Ds della commissione di Vigilanza ha subito risposto all’appello, innanzitutto
esprimendo “una convinta solidarietà alla redazione”.
“Quanto sta accadendo – hanno spiegato i parlamentari – contraddice clamorosamente le affermazioni del direttore generale Cattaneo che, nell’ultima audizione della commissione, aveva descritto un’azienda finalmente serena e pacificata”.
Gli esponenti della Quercia hanno annunciato che chiederanno la convocazione urgente dei sindacati dei lavoratori, dei dirigenti, dell’Usigrai e dei comitati di redazione
La Rai di Berlusconi taglia cinque minuti (al giorno) al Tg3 Leggi l'articolo »
“Vedo, cittadino Berlusconi,
che sei riuscito a trasformare in virtù
la tua smania, in salute la tua malattia.
Ecco un uomo che ha tutto – oltre il decente –
ma vuole avere di più. Ecco una persona
che ogni mattina dovrebbe svegliarsi e dire:
che culo, grazie, che culo, grazie
e temere soltanto che l’invidia degli dei
arrivi a porre fine alla sua fortuna.
Ma quest’uomo vuole quadrare a suo modo
gli incerti conti con il destino:
perfino l’invidia appartiene a lui, e agli dei
spetta soltanto temerla. La coltiva
tra i marmi a specchio dei suoi settanta cessi
la cuoce al piccolo fuoco che gli scava il cuore
perché vuole che tutti lo amino, vuole
che nessuno, dentro e fuori il suo regno,
possa trascurare di considerarlo
il migliore, l’esemplare ottimate
il padre augurabile a ogni figlio
il figlio desiderato da ogni madre
il marito preferibile da ogni moglie
l’amante spiritoso, il buon compagno di gozzoviglie
una specie di dio autoconvocato.
Guai agli dei se questo indiato
scoprisse dove hanno sede: li colpirebbe.
Non mi sorprende, cittadino Berlusconi,
che milioni di italiani ti ammirino.
Salutano in te l’ennesimo Buon Esempio
(come se non ne avessero avuti abbastanza).
Non è la prima volta nella storia, del resto,
che la “gente” (questa parola informe
ottima per rimanersene nascosti, come sempre,
nell’ombra di una abominevole genericità)
agita le proprie catene in segno di giubilo
davanti al principale produttore di ceppi della nazione.
C’è scarsa memoria delle virtù civili
faticosamente individuate dall’uomo
riportate alla luce come cristalli
estorte ai secoli da una lunga e paziente gnosi.
Prima tra tutte il sentimento emerito
della libertà dal bisogno, che sola
può liberarti dal bisogno di servire.
Scrissero i padri della democrazia americana
cose che certo non sospetti: che raggiunto
il doppio obiettivo di avere un tetto e del cibo
e cioè quanto basta a rinnovare il calore del corpo
tutto il resto del tempo, se si vuole essere liberi,
va dedicato alla cura dello spirito
alla lettura, all’osservazione della natura
all’amicizia e alla conversazione
al privilegio (questo sì, divino) della solitudine
così che la vita non venga spesa
interamente a lavorare, senza altro scopo
che la maggior gloria della Produzione.
Nel 1846 il cittadino americano Henry D. Thoreau
scrittore, poeta, carpentiere, imbianchino
nonché praticante emerito di altri numerosi mestieri
per un totale di dieci, da lui descritti
con ironico orgoglio in una lettera a un amico
in segno di dispregio per la “professionalità”
che già allora trasformava gli uomini in maschere
decise di trasferirsi tra i boschi di Walden
dove eresse la sua casa di legno. Visse due anni
di caccia, agricoltura, soprattutto di pensiero
e se nessuno di noi è così coraggioso da imitarlo
molti di noi hanno il piacere di ammirarlo
e il Mahatma Gandhi, quasi un secolo dopo
conobbe i suoi libri e lo chiamò maestro.
Sono quelli come te, cittadino Berlusconi
la rovina della pace, la cattiva notizia
quelli che indicano nella quantità
la sola misura del valore di ognuno
e nel successo la (mai raggiunta) meta.
Non ti basta essere infelice
tu vuoi che tutti lo siano. Chiami “impresa”
la moltiplicazione dell’inutile
chiami “vittoria” il ridicolo equivoco
di quando il caso ci premia
e osiamo chiamarlo merito.
Quando verrà, cittadino Berlusconi,
la tua estate indiana? Cederai mai
alla tentazione della sosta?
Ti bagnerai le mani nel fiume?
Asciugherai i pensieri all’aria mite
del pomeriggio rosso e viola?
Oppure, tu che hai tutto, non hai tempo?
E sei davvero così povero da non conoscere
il gratuito, solo bene impagabile
il solo incommensurabile?
Miliardi di miliardi di foglie colorate
fanno una sola, breve estate indiana.
Sappi, cittadino Berlusconi,
che i miei difetti sono meno dannosi
delle tue qualità. Ma non ho l’intenzione
(pur avendone l’occasione)
di dirlo ai quattro venti: perché già dicendolo
e dunque proponendomi come persona da imitare
violerei i presupposti stessi del mio valore
che richiede, per essere tale
imbarazzo, alto senso del ridicolo
e come unico progetto importante
lavorare di meno per garantire ai miei figli
quel me stesso libero da obblighi
che solo può riuscirgli padre.
E accade ancora, cittadino Berlusconi,
che l’imbarazzo che frena i timidi
i rispettosi, i pigri, i meditabondi
coloro che non pensano di essere il Motore
oggi sembri rassegnato timore
perché non è spendibile sulla piazza centrale
quanto la tua rumorosa propaganda.
Ma intanto rimangono a circondarti
soltanto gli smaniosi e gli incontentabili
i fanti servizievoli per mestiere, i santi
della compravendita, i faccendieri malati
di fretta, tutti coloro che non hanno preso
abbastanza impegni con se stessi
e ne hanno presi troppi con la professione.
Noi invece non ci avrai sicuramente
e sottovaluti, per giunta, sottovaluti di molto
quella forma silenziosa di solidarietà
che unisce tutti gli scopritori di misura
tutti i portatori di gentilezza
scuotitori di testa davanti all’arbitrio
portatori di pazienza davanti all’ossessione
di pudore davanti all’esagerazione.
Noi ci riconosciamo con uno sguardo
mentre a te, per sapere di chi ti puoi fidare,
serve un applauso.
Ci credi distratti, e noi stessi
ci crediamo troppo dediti alla nostra salute
per rovinarci il fegato e l’umore
(o la reputazione, nel caso si vada in televisione)
contraddicendo la tua scadente furia.
Ma sappi, cittadino Berlusconi, sappilo bene
che in ogni casa abita almeno un allegro fannullone
in ogni ufficio un bevitore-conversatore
in ogni famiglia qualcuno che invita a non prendersela
in ogni automobile un guidatore divertito
in ogni piscina nuota un ozioso
e in ogni albergo scende un appagato
e tutto questo prima di quanto tu creda
smonterà pezzo per pezzo la tua torre delirante
e farà di te oggetto di compassione.
Perché non esistono i buoni e i cattivi
pessimo cittadino Berlusconi
e nemmeno i migliori e i peggiori
ma esistono, oh se esistono, i discreti e gli invadenti.
E tu stai disgustando i discreti, o invadente.
Coloro che non intendono aggiungere potere
al potere di bastarsi e di sentirsi liberi
che praticano un mestiere senza confonderlo
con un campo di battaglia
coloro ai quali basta e avanza
sentirsi chiamare signore
e ridono di cuore di “cavalieri” e “dottori”
non parliamo nemmeno di “venerabili”:
noi veneriamo chi sorride di se stesso
e agli altri comunica questa leggera abitudine.
Il paradosso, Gran Capo della Destra,
è che dalla tua oggi stanno le masse
e dalla nostra gli ultimi individualisti.
Nemmeno ti invito, cittadino Berlusconi,
al bar con biliardo nel quale si guarisce
del tuo delirio inumano, rattristante
perché nessuno oramai può salvarti
dalla tua malattia mortale. E sono troppo occupato
lo dico francamente
ad avere pietà per le tue vittime
per averne anche di te. Io non sono dio
non ho energie illimitate, non ho speranze
di salvezza generale. Ho poco tempo, te l’ho già detto
da dedicare a me stesso, figurati
se ne avrò da dedicare alla tua rovina.
a Cesare Calzolari”
-michele serra-
michele serra: Vedo, cittadino Berlusconi Leggi l'articolo »
Statunitense? No, thank you
Quando i cittadini USA tornano dalle vacanze all’estero
sono piu’ stressati di prima. Le domande spesso
imbarazzanti e ripetitive sulle scelte politiche del proprio
governo raggiungono livelli insopportabili. E cosi’ una
societa’ del New Mexico, la “T-shirtKing.com” ha
realizzato il “kit del canadese”, ossia tutto cio’ che serve
per viaggiare nel mondo sotto “mentite spoglie”: per meno
di 25 dollari si hanno una maglietta, una spilla e uno
stemma di stoffa tutti corredati da bandiera canadese e una
pratica guida contenente informazioni utili sul Canada per
non trovarsi impreparati di fronte ad eventuali domande.
Nelle prime due settimane da quando e’ in commercio
sono state vendute gia’ piu’ di 200 confezioni.
USA? No grazie, kit per nascondere la provenienza Leggi l'articolo »