Agosto 2010

Striscia di Gaza: esistere è resistere

Il mio racconto per Il Manifesto di sabato:

C’e’ un vento che in questa impietosa estate canicolare percuote i bantustans della West Bank e arriva fino al ghetto di Gaza, incuneandosi nei chiavistelli e sormontando le mura di questa immensa prigione.

Il movimento di resistenza popolare, civile e non violenta protagonista delle lotte nei villaggi i Bil’in e Ni’ilin contro il muro israeliano ha contaminato in questi ultimi mesi anche la Striscia. Da Jabalia a Rafah contadini, studenti e insegnanti, giovani e anziani riuniti in comitati popolari ogni settimana manifestano contro la “buffer zone”, quella porzione di terra fertile nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque si avvicini.

Marciando compatti dinnanzi ai soldati israeliani dai grilletti che prudono, inneggiando canti partigiani, i volti dei contadini palestinesi levigati dal sole e scavati dallo scalpellio della fatica potrebbe essere confusi con quelli immortalati nelle manifestazioni dei Sem Terra brasiliani, o degli Indios Zapatisti del Chapas.

Al culmine di queste proteste pacifiche, davanti ai contadini, decine di shebab, giovani che si fanno beffe della morte affranti da una vita sotto assedio che ha nulla da offrire, sciamano temerari al centro dei mirini dei cecchini verso la barriera di confine armati unicamente delle loro bandiere. Da fine febbraio ad oggi 8 ragazzi palestinesi sono stati gravemente feriti dai soldati durante le manifestazioni pacifiche e il 28 aprile nei pressi di Ash-Shaj’iya a est di Gaza City, Ahmad Salem Deeb di 21 anni e’ stato ucciso.

Anche Bianca Zammit, attivista maltese dell’International Solidarity Movement, e’ stata centrata ad una gamba da un cecchino mentre filmava una dimostrazione. A fine giugno, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Liberman, in visita a Malta per promuovere nuovi accordi commerciali, incalzato da un giornalista maltese sul ferimento della sua connazionale non ha fatto che ripetere come un mantra: “Mi dispiace, ci dispiace, perche’ e’ sempre un evento terribile quando dei civili sono feriti.”

“Se Liberman è veramente dispiaciuto come dice, aspetto di vedere non solo la fine dell’assedio, ma anche le scuse per ogni civile morto o ferito accompagnate da una indagine indipendente per ogni caso”, la riposta di Bianca quando ancora era in convalescenza con un buco grosso come polpelmo sulla coscia.

Per chi da queste parti vive del frutto del seme gettato nella terra appena dissodata, la paura della fame non è solo legata all’ipotesi di un cattivo raccolto, ma dalla reale possibilita di trovarsi i campi seminati distrutti da tank e bulldozer.

Secondo un rapporto di Oxfam il 46% dei terreni coltivabili a Gaza sono stati distrutti o resi inacessibili dall’esercito israeliano.

Abu Taiama e’ uno dei tanti agricoltori palestinesi che rischiano la vita andando a coltivare i campi al confine, nel suo caso nei pressi di Khoza. Nonostante i forti rischi non diserta la sua lotta, la sua forma di resistenza all’oppressore israeliano: “La mia terra e’ la mia casa e se mi uccideranno mentre la coltivo la mia terra sara’ la mia tomba, non la lascerò mai”.

Jaber Abu Rjila vive nell’ultima casa dinnanzi al confine ad Al-Farheen, a est di Khan Younis e il 18 maggio la sua fattoria e’ stata distrutta, gli animali da allevamento uccisi, i campi seminati devastati dai buldozer. E’ stata la seconda volta in tre anni, e sempre di maggio, come a fare dell’anniversario della nakba un macabro marchio onnipresente nella sua esistenza da profugo. Recuperati i pochi beni scampati alla distruzione, asciugate le lacrime della moglie, accumulati nuovi debiti e Jaber è ancora lì che non demorde a lavorare i suoi campi con la schiena piegato ad arco sotto l’enorme peso dell’ingiustizia. Quando vado a trovarlo e beviamo assieme del caffe’nerissimo sotto i palmizi che fanno ombra alle rovine dei suoi averi, ogni volta mi si proietta innanzi l’incubo ad occhi aperti della sua fine: stritolato dalle possenti scavatrici israeliane mentre abbraccia l’unico albero d’ulivo ancora in piedi, come farebbe un padre con l’ultimo erede rimasto.

Non solo al confine ma anche in mare si svelano costanti indizi di resistenza civile. Secondo un rapporto della Croce Rossa, il 90% dei 4000 pescatori di Gaza vive sotto la soglia di poverta’, e nella loro battaglia per la sopravivvenza rischiano ogni di giorno di venire uccisi navigando oltre il limite delle tre miglia imposto dalla marina israelina. Ai vascelli con equipaggi di pescatori esclusivamente uomini si e’ aggiunta di recente una barchetta rosa: Madeleine Kulab, 16 anni, è la prima pescatrice che Gaza ricordi, ed è l’orgoglio del padre Mohammad, reso inabile alla pesca da una ferita alla gamba.

Come Madeliene, molte altre donne negli ultimi 4 anni hanno dovuto sostituire padri e mariti nei lavori più duri, perchè defunti, malati o inabilitati al lavoro. Aminah Abu Maghasib, 37 anni, fa parte di un crescente numero di donne che vanga in mano scava piccoli serbatoi d’acqua per le case di Gaza. Madre di sette figli, si e’ sobbarcata l’intera famiglia in quanto il marito è gravemente malato:” Le nostre condizioni di vita si sono aggravate durante l’assedio. E’ un lavoro duro ma sono disposta a tutto per garantire un futuro ai miei figli”.

Oltre le donne anche i bambini della Striscia, come eroe disneyani sono diventati campioni di resistenza.

A differenza dei loro coetanei israeliani che vivono una spensierata estate di vacanze al mare i bambini di Gaza sono resi schiavi di un padrone che si chiama fame, e li vedi ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare nei cassonetti della monnezza in cerca di materiali di recupero, sopra carretti trainati da muli stracarichi di mattoni e pietre recuperati dagli edifici bombardati. O li puoi trovare agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati. Stanchi di tutto.

Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di Save the Children: “I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli impedimenti all’ingresso di cibo nell’area, e stanno morendo perché non possono lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno. Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un’istruzione decente perché gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e a causa delle restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo più caro dell’assedio”.

Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra nei tunnell di Rafah: col rischio di rimanere seppelliti vivi sono la manodopera piu’ adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei negozi di Gaza. Senza il sacrificio di questi adolescenti al lavoro sottoterra, i loro fratellini di 4 anni non saprebbero neanche che gusto ha il cioccolato e la marmellata.

Il mese sacro del Ramadan e’appena cominciato, e in tutto il mondo un miliardo e mezzo di musulmani resistono al fame come forma di elevazione spirituale prima dell’iftar, la rottura rituale del digiuno al tramonto. A Gaza quel digiuno forzato e quella resistenza e’ piu’ reale che rituale.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza

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Gaza: bambini che resistono

Il mio pezzo di sabato per Peacereporter:

Credetemi, i bambini di Gaza sono mocciosi da record.

Sono sopravvissuti a Piombo Fuso e sopravvivono ogni giorno alla guerra in tempo di tregua.

Coperti di sangue hanno strisciato sotto le rovine di palazzi bombardati e si sono presi cura per giorni dei fratelli più piccoli, dei corpi agonizzanti dei genitori seppelliti sotto le macerie delle loro culle. Come eroi disneyani sono sgusciati fuori dal ventre della morte ancora inzaccherati dal liquido amniotico per scoprire il peso dell’ereditare la condizione di esule palestinese.

Più della metà della popolazione di questa misera Striscia di terra è composta da bambini, e sebbene nessuno di questi minori abbia mai votato per Hamas sono loro le vittime designate delle operazioni militari israeliane e più in generale dell’assedio imposto a Gaza.

Bambini che resistono. Contro le malattie: secondo un recente rapporto del Palestinian Medical Relief Society il 52 percento dei bambini di Gaza sono anemici, e soffrono di gravi carenze nutrizionali per la scarsità nella loro alimentazione di elementi quali il fosforo, il calcio e lo zinco. Anche il dato sulle malattie respiratorie è preoccupante.

Bimbi che resistono alle psicosi, a quelle lacerazioni della memoria che li riporta dinnanzi a corpi smembrati ed edifici in fiamme, a quei traumi indelebili che li rendono ansiosi e depressi, insonni e incontinenti.

Vivono in spazi sovraffollati privi di aree ricreative e hanno visto nelle strade dove giocano la carne ardere viva e decomporsi. Missili, devastazioni e morte sono evocati nei disegni quando si mette dinnanzi a loro un foglio bianco.

Se il diritto al gioco qui è un lusso, quello allo studio è prevenuto: Israele quest’anno oltre ai giocattoli ha impedito l’entrata all’interno della Striscia anche dei libri di testo per le scuole elementari.

A differenza dei loro coetanei israeliani che sono liberi di praticare sport all’aria aperta o di svagarsi con la playstation i bambini di Gaza sono resi schiavi di un padrone che si chiama fame, e li vedo ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare nei cassonetti della monnezza in cerca di materiali di recupero. Nel caldo insopportabile di questa canicolare estate sono sopra carretti trainati da muli stracarichi di mattoni e pietre recuperati dagli edifici bombardati, o li trovi agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati.

Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra i nei tunnell di Rafah: col rischio di rimanere seppelliti vivi sono la manodopera economicamente e fisicamente più adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei negozi di Gaza.

Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di Save the Children: “I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli impedimenti all’ingresso di cibo nell’area, e stanno morendo perché non possono lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno. Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un’istruzione decente perché gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e a causa delle restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo più caro dell’assedio”.

Oltre a questi record non ricordarti, i bambini della Striscia di Gaza in sette giorni hanno infranto due primati celebrati nel Guinness.

Giovedì 22 luglio nell’area dell’aeroporto fantasma di Rafah, distrutto dall’aeronautica militare israeliana nel 2001, nell’ambito della fine dei campi estivi organizzati dall’Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi) più di 7.200 bambini hanno fatto rimbalzare simultaneamente per 5 minuti altrettanti palloni da basket mentre ieri è stato stabilito il record di quanti più aquiloni svolazzanti nello stesso istante.

Sulla spiaggia di Beit Laya, dinnanzi al confine nord con Israele, il cielo si è tappezzato di migliaia di esagoni colorati, in una sorta di celebrazione animata di quella libertà agognata anche dai più piccoli. Oltre 7mila bambini hanno fatto volare i loro aquiloni, raddoppiando il record che era stato registrato sempre a Gaza lo scorso anno.

Così si è espresso al termine dell’evento John Ging, a capo della Unrwa: “E’ un successo incredibile riuscire a infrangere due record mondiali in una sola settima. Una dimostrazione di cosa possono fare i bambini di Gaza se gli è data loro una opportunità. I bambini della Striscia sono come tutti gli altri bambini del mondo, desiderano vivere una vita normale lontano dalle avversità che sono costretti ad affrontare giorno dopo giorno”, ha concluso Ging, “Questa giornata di festa è l’espressione della richiesta di libertà per questi bambini.”

A differenza dei palloni da basket utilizzati a Rafah, gli aquiloni che hanno sventolato ieri sopra Beit Laya non sono di produzione industriale ma confezionati dalle stesse mani di quei bambini che li hanno issati al cielo.

Alcuni presentavano fantasie sgargianti, numerosi orgogliosamente i colori della bandiera palestinese.

Un urlo visibile di resistenza dinnanzi alla torrette di sorveglianza israeliane distanti a poche centinaia di metri.

Poco dopo la registrazione del nuovo Guinness dei Primati, una nave da guerra di Tsahal (l’esercito israeliano) è apparsa all’orizzonte e si avvicinata alla costa di Beit Laya, come a ricordare che l’ora di ricreazione era finita.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city.

Altre foto:

nave da guerra israeliana su sfondo aquiloni:

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