giannelli: riforma sistema elettorale
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
La nota fabbrica di caschi da moto AGV di Alessandria, sponsor di Valentino Rossi, ha chiuso l’azienda e spostato la produzione in Cina.
La Cina è una grande opportunità per le imprese e anche questa volta si sono raggiunti buoni risultati:
– 205 dipendenti licenziati
– caschi prodotti in Cina a bassissimo costo di produzione venduti in Italia al costo di produzione italiana e con la bandierina tricolore
– soldi per pagare Valentino Rossi
Valentino, sei un campione ed un esempio per tanti ragazzi. Fai sentire il rombo della tua voce, non quello della tua marmitta.
Magari non avrai il plauso di milioni di persone, ma solo di 205 famiglie.
Un po’ di palle, rivestiti di nuovo, Valentino.
per i caschi di valentino rossi in moto, 205 rovinati Leggi l'articolo »
“Al cardinale dei Marines Ruini vorremmo far sapere.
Che quando consiglia o vieta, la smetta di dire “gli italiani”, e tenga presente che non tutti gli italiani sono cattolici.
Quindi rifletta se per lui esiste ancora la laicità, o se dobbiamo cambiare la costituzione.
Vorremmo anche fargli presente che esistono, oltre alla sua, molte altre religioni monoteiste o politeiste o eccetera, ognuna con una diversa idea della famiglia.
Che quando ci parla di “guerra al terrorismo” e “peccati orribili contro la famiglia” e lancia altre rampogne e anatemi, è suo diritto farlo, ma ci piacerebbe tanto, in qualche sua omelia, sentire parole come “perdono”, “dialogo”, “libero arbitrio “ e altre parole che fanno parte del Vangelo e del pensiero dei credenti, oltre che del corredo di ogni bieco ateo.
Che comunque il termine ateo, o laico, o come preferisce lui “miscredente”, non vuole dire:” nemico della fede”, ma “che ha altre idee rispetto alla fede”, in special modo rispetto alla fede del cardinale Ruini. Se non capisce questo il cardinale finisce per assomigliare pari pari a quei signori della fatwa che non gli piacciono.
E poi, non ha qualche sospetto quando Calderoli lo approva entusiasticamente ?
E con tutte le ore che passa in alte riunioni, meeting, interviste e televisioni, ha il tempo di andare a conoscere una famiglia vera?
E infine se ha tanti consigli e certezze e soluzioni per la famiglia, perché non si sposa?”
stefano benni: al cardinal ruini Leggi l'articolo »
Querida Suria
Come sempre allienati, alienati da ogni forma di disattenzione,
o intorpimento ideale,
troppo allenati nel scorgere dove si ciela l’imbarbarimento del mediocre.
Tornando da malpensa via istanbul,
ancora inebriato dagli spasmi speziati dell’antica bisanzio,
rientro in milano
ed ecco che
quegli orridi manifesti mi hanno subito colpito,
come un pugno scoccato in faccia ad un pugile ubriaco,
“ma chi cazzo dovrebbe rappresentarmi quella figa patinata?” son sbottato,
“la donna della sinistra 2005?
vade retro!
grazie al cielo non mi è mai capitato di incontrarla!”
“quale centro sociale, circolo di volontariato, biblioteca, cantina sociale… mai vista a nessuna manifestazione!”
E’ per caso la trasfigurazione suggerita da rutelli sulla figa che sua moglie avrebbe sempre sognato di essere?
Come al solito lo squallore della politica di “sinistra” si manifesta già dai suoi
manifesti!
60anni dalla liberazione e ci rileghiamo negli stereotipi della donna vista da destra,
figa e col grembiolino pronta a barricarsi dietro i fornelli.
Ma le “democratiche di sinistra” dove sono rintanate, tacciono?
Seguendo la formula che porta dritto verso all’ennesima sconfitta elettorale,
i ds, la margherita e via dicendo oltre a rivoltarsi vomitandosi al centro,
copiano per filo e per segno le tecniche comunicative della destra,
rivolgendosi ai loro stessi pubblicitari,
il problema,
è che i destinatari dei loro messaggi propagandistici non sono gli stessi elettori-lettori del
giornale, libero e il foglio,
ma persone che della strafiga appesa ad ogni angolo di strada se ne strabattono,
semmai pensano che è la pubblicità del solito cellulare.
Avessero messo sul manifesto mia zia Pina che gira le costine
con mio zio dal naso rosso che si versa il vino ci avrebbero guadagnato in propaganda popolare.
E invece no,
d’altronde se alle passate elezioni nazionali è vero che Rutelli si era affidato all’esperto di immagine
di Clinton,
non mi sorprendo più dalle trovate tafazziane di questa pseudo sinistra odierna.
Amici spagnoli insistono a farmi sapere che Zapatero è tutt’altro che un genio,
avessimo un mezzo zapatero scemo!
Ps
stendiamo velo pietoso sull’iniziativa del tir di prodi…
romano, lo sanno tutti che gli italiani odiano i camion per strada,
e che cazzo, ci manca pure che ti trovo davanti a far ancora più traffico col tuo carico di mortadelle.
guerrilla radio
—– Original Message —–
From: “[suria]”
To: Sent: Wednesday, August 24, 2005 3:29 PM
Subject: festini diessini
pubblicizzano l’imminente festa dell’unità.
Sul manifesto c’è una signora di classe, modello colazione da Tiffany,con un
grembiule rosso.
“C’è di nuovo a Milano”, lo slogan del manifesto…
Già il manifesto lascia perplessi..pare sia una metafora della sinistra
imborghesita.
Ma lo stupore aumenta leggendo quanto segue:
«Un euro per battere Berlusconi». Questa frase potrebbe diventare lo slogan
della Festa dell’Unità nazionale, che aprirà i battenti giovedì al MazdaPalace
e al parco Montestella, a Milano, per chiudere il 19 settembre. «Un euro per
battere Berlusconi» è quello che chiederanno in più gli organizzatori a tutti
coloro che mangeranno nei ristoranti della Festa. Scontate le presenze dei
leader del centro sinistra, senza eccezioni, ma anche quelle del centro destra
e del governo. Saranno presenti il segretario dell’Udc Marco Follini, il
ministro della Salute Storace, quello degli Interni Pisanu, Gianni Alemanno e
il presidente della Camera Casini. Prodi sarà presente in due circostanze:
nella giornata di chiusura sarà insieme al segretario dei Ds Fassino. Ci
saranno anche Rutelli, Rosy Bindi, Massimo D’Alema.>>
FOLLINI, STORACE, PIASANU,,,,,sti cazzi, c’è proprio di nuovo a Milano…..
“DS, la forza che fa L’unione”, altro slogan (av)vincente e profondamente in
linea con questi bei momenti.
Suria è in circolo su marte
la figa della palombelli, corrispondenza sui ds Leggi l'articolo »
Ospiti sgraditi, diventano nemici.
Oltre alla guerriglia irachena,
oltre alla popolazione civile avversa,
i militari inglesi occupanti Bassora ora si ritrovano contro anche le autorità (fantocce) locali del sud iraq.
Uomini donne e bambini che incendiano carri armati, guerriglia che tende agguati,
e ora sono i poliziotti che boicottano e si ribellano all’esercito di sua maestà.
E Blair è sordo e ceco dinnanzi a tutto questo,
glielo gridiamo anche noi
le bombe di londra erano farcite di tutto quest’astio iracheno.
guerrilla radio
civili iracheni di Bassora dimostrano tutta la loro gratitudine ai liberatori inglesi:
cacciando le truppe occupanti
mr. blair hai da accendere???
.
civili iracheni di Bassora cercano di scacciare le truppe di occ Leggi l'articolo »
e Bush trema,
ancora scene da terzo mondo dalla prima superpotenza del mondo???
sono tornati i soldati della guardia nazionale dall’iraq a prestare soccorso?
no more…
g.r.
arriva rita Leggi l'articolo »
ci hai rotto i…salvadanai!
a volte ritornano: tremonti il prosciugatore Leggi l'articolo »
Citizen Berlusconi è la versione originale, del documentario trasmesso il 21 agosto 2003 dalla Pbs, la tv pubblica americana, e che NESSUNA televisione Italiana ha mai voluto trasmettere.
«Citizen Berlusconi»
Titolo: Citizen Berlusconi.
Sottotitolo: il presidente e la stampa.
Si tratta di un documentario scritto da Andrea Cairola e Susan Gray, andato in onda il 21 agosto 2003 nell’ambito del programma Wide Angle su Thirteen/Wnet, considerata la maggiore emittente della tv pubblica statunitense, la Pbs. Un documentario critico che ricostruisce l’ascesa al potere (e il suo mantenimento) da parte di sua emittenza. Da allora questo documentario non ha avuto vita facile. In marzo in Norvegia avrebbe dovuto essere presentato a un festival del documentario. Poi è stato cancellato. Infine è stato reinserito nel programma per il dibattito nato dopo l’annuncio della cancellazione.
È andato in onda in Olanda e in Svezia e sulla televisione della svizzera italiana nell’ambito della trasmissione «Falò».
Visto che non si tratta di una produzione autonoma, la presentazione del filmato è seguita da un incontro con Paolo Guzzanti.
Il giornalista Alexander Stille, intervistato nel documentario, ha modo di affermare «se una cosa non appare in tv non esiste».
E questo spiega perfettamente perché in Italia non lo vedremo. Almeno in tv.
Nel documentario non c’è assolutamente nulla di inedito, se non «la solita propaganda comunista», visto che intervengono buona parte delle voci critiche (da Sartori e Travaglio, da Biagi a Tana de Zulueta etc., ma anche Carlo Freccero che parla dell’ossessione per la seduzione di Silvio). La novità sono i sorrisi di commiserazione nei confronti degli italiani che non sobbalzano di fronte al fatto che due degli avvocati difensori di Berlusconi stiano seduti per qualche giorno la settimana in tribunale per difenderlo e gli altri giorni li trascorrano in parlamento, come deputati del partito del loro cliente, impegnati a riscrivere le leggi che lo lascino stare rendendolo più uguale degli altri, parola del presdelcons.
Forse però il paese di Burlusconi, non è più così irretito dalle battute del premier.
SCARICA Citizen Berlusconi Leggi l'articolo »
La mafia, non Caselli
di Marco Travaglio
Ieri l’altro, sulla prima pagina del Giornale del presidente del Consiglio, campeggiava la foto di un sette volte ex presidente del Consiglio con una sua dichiarazione: «Caselli e Violante? Meglio se non fossero mai esistiti».
L’ex presidente del Consiglio che si augura la morte o la non-nascita di Caselli e Violante è il cattolicissimo Giulio Andreotti, che ha lanciato quel messaggio d’amore e di pace da un pulpito particolarmente appropriato: il Meeting dell’Amicizia fra i Popoli di Comunione e Liberazione. Nei panni di Caselli e Violante, faremmo i debiti scongiuri. Perché non è la prima volta che Andreotti esprime analoghi desideri.
Il 6 aprile 1982, in partenza per Palermo come «superprefetto» senza poteri, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ebbe un colloquio con lui. E lui – lo racconta Dalla Chiesa nel suo diario – gli parlò di Sindona e gli raccontò di «un certo Inzerillo, morto in America e giunto in una bara con un biglietto da 10 dollari in bocca». Un bel viatico augurale per la nuova missione del generale. Che, cinque mesi dopo, morì ammazzato dalla mafia.
Intendiamoci. Era ora che Andreotti, sempre elogiato da destra e da sinistra per il sottile humour, per il proverbiale fair play, per l’impeccabile condotta processuale, gettasse la maschera rivelandosi per quello che è. Sarebbe contro natura pretendere la sua stima e ammirazione per Violante e Caselli, due uomini che la mafia, l’uno politicamente l’altro giudiziariamente, l’hanno sempre combattuta. Andreotti invece – si legge nella sentenza della Corte d’appello di Palermo, resa definitiva dalla Cassazione nell’ottobre 2004 – «ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale (Cosa nostra, ndr) ed arrecato allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi» ed «inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale».
In particolare, Andreotti seppe in anticipo dal capomafia Stefano Bontate, nell’estate 1979, che di lì a poco il suo compagno di partito Piersanti Mattarella sarebbe stato assassinato. Ma non avvertì Mattarella né denunciò Bontate: «Discuteva con i mafiosi di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati… senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati». Insomma, i fatti accertati grazie alle indagini della Procura di Caselli, «non possono interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo». Dunque Andreotti ha «commesso» il reato di associazione per delinquere con Cosa Nostra «fino alla primavera del 1980», reato «concretamente ravvisabile a suo carico» anche se «estinto per prescrizione».
Per gli italiani onesti, sarebbe meglio che quei fatti e chi li ha commessi non fossero mai esistiti. Ma, per chi li ha commessi, sarebbe meglio che non fosse mai esistito chi li ha scoperti. Ed è certo che, senza Caselli e i suoi colleghi di Palermo, quei fatti non sarebbero mai emersi. È questo che intende dire il cattolicissimo senatore a vita? Se sì, è in ottima compagnia. Sono trent’anni che il fior fiore della criminalità organizzata nazionale sospira: «Ah, se Caselli non fosse mai nato!». E si adopera alacremente per eliminarlo.
Fra gli anni 70 e 80 a Torino Caselli sfuggì per miracolo ad almeno due attentati mortali del terrorismo rosso: uno delle Br (operazione «Casella postale») uno di Prima linea (operazione «Autostrada», che fantasia), sventati dalle forze dell’ordine poco prima che andassero in porto. La prima volta doveva morire a pochi passi da casa, come Alessandrini. Si salvò grazie all’abilità della scorta.
Nel ’92, dopo Capaci e Via d’Amelio, dalla Sicilia i giudici scappavano. Lui andò volontario a Palermo. Di quante volte la mafia abbia tentato di fargli la pelle, s’è perso il conto. Ogni tanto, senza spiegazioni, era costretto a cambiar casa dalla sera alla mattina. Sul pianerottolo del suo appartamento-bunker senza finestre, blindato come il caveau di una banca, stazionava in permanenza un soldato in assetto di guerra, con elmetto e colpo in canna, circondato da filo spinato e sacchi di sabbia.
Poi dovette traslocare in una struttura militare a Boccadifalco, popolata soltanto di elicotteristi ed elicotteri. Un Natale era talmente in pericolo che fu caricato all’alba su un’auto e fatto girare come una trottola per l’Italia, continuamente trasferito da un posto all’altro come un sequestrato. Questo è l’uomo che un sette volte presidente del Consiglio, sul Giornale del presidente del Consiglio, vorrebbe non fosse mai nato. Questo è l’uomo che il governo in carica ha estromesso per legge dal concorso per la Superprocura antimafia. Si attende con ansia un governo che, anziché combattere Caselli, combatta la mafia. Così, tanto per cambiare un po’.
dall’unità di sabato 27 agosto 2005
la mafia, non caselli, di marco travaglio Leggi l'articolo »
Le accuse del magistrato dopo la nomina di Grasso
alla Procura nazionale. “Un ammonimento”
Caselli: “Manovre nel Csm
per escludermi dall’Antimafia”
Il procuratore: la mia colpa è di aver avviato processi scomodi
di ETTORE BOFFANO
Il procuratore generale
di Torino, Giancarlo Caselli
TORINO – Giancarlo Caselli, adesso che la Procura nazionale antimafia ha trovato in Piero Grasso il suo nuovo capo, lei come si sente: vittima di una vendetta politica?
“Il problema non è Grasso o Caselli e, comunque, la parola vendetta non mi piace. Infatti, vorrei, fosse chiaro a tutti che questo non è un caso personale, ma piuttosto un ammonimento a chi in futuro vorrà comportarsi come ci siamo comportati noi”.
Noi chi?
“La procura di Palermo. Intendo dire ciò che io e gli altri pm di quell’ufficio abbiamo ottenuto: l’aver avviato e fatto celebrare certi processi che, a detta di qualcuno, non si dovevano fare”.
Anche il processo contro Giulio Andreotti?
“Io non vorrei parlare ancora una volta di Andreotti, ma quel processo è stato quello più citato in questa strategia per escludermi dal concorso per la Procura antimafia. E tanto più si metteva in risalto che la stessa Cassazione ci aveva dato ragione, sino al 1980, riguardo alle nostre accuse ad Andreotti, tanto più si discuteva di quel processo collegandolo al mio nome. Quasi un’interfaccia della controriforma dell’ordinamento giudiziario”.
In che senso?
“Un “colpiscine uno per educarne molti altri”, un “statevi accorti” spedito a tutta la magistratura”.
Ma non è un giudizio che risente troppo del suo coinvolgimento personale in tutto questo?
“Per 40 anni ho messo gli interessi generali sempre davanti a quelli particolari e soprattutto a quelli personali. E’ fuori discussione che la Procura antimafia continuerà a lavorare molto bene anche senza di me. Ma il modo usato per escludermi da un concorso, a partita aperta e violando principi fondamentali, è forse la prima e clamorosa prova generale di come il potere politico vorrebbe condizionare l’indipendenza della magistratura. Si sono cambiate le regole, si è fatto ricorso prima a un decreto legge e poi a un emendamento della riforma dell’ordinamento giudiziario per raggiungere lo scopo: l’altra faccia dell’uso che questa maggioranza ha talora fatto delle leggi ad personam”.
C’è un’obiezione quasi scontata: ma Grasso non è comunque un buon procuratore antimafia?
“Lo ripeto, non ho mai badato agli interessi personali e le mie riflessioni non riguardano questa o quella persona, ma il rispetto di regole generali. A Grasso, magistrato che non manca certo di esperienza, vanno tutti i miei sinceri auguri. So benissimo che lui, come altri, aveva tutti i titoli per essere scelto. Ma lo scandalo è aver impedito un confronto totale escludendo qualcuno dal concorso, nel caso specifico me. L’aver sottratto al Consiglio superiore della magistratura la sua piena autonomia decisionale. Io non avrei mai contestato il risultato se delle forze esterne non avessero condizionato la procedura già aperta davanti al Csm”.
Che nome e cognome hanno quelle forze esterne?
“La maggioranza politica di governo, che ha usato un decreto legge e un emendamento di fatto contro di me. Si è deciso di interferire nella partita già cominciata. All’inizio era un intento condiviso ma sussurrato, poi è diventato esplicito e rivendicato”.
Chi ha rivendicato il suo siluramento?
“Il senatore Bobbio di An, ad esempio, un ex pm di Napoli. Lui, relatore della riforma dell’ordinamento giudiziario, ha presentato l’emendamento che mi riguarda e in più di una dichiarazione pubblica ha fatto il mio nome e mi ha indicato come l’obiettivo. Poi altri esponenti della Casa delle Libertà, come Gargani e Franceschini, hanno detto o scritto che questo era lo scopo del cambiamento delle regole. Bobbio, infine, raggiunto il risultato, ha già annunciato che adesso la legge si può di nuovo mutare: il limite di età può salire da 70 a 72 anni. Una chicca finale insomma, come dire: bloccato Caselli, non c’è più bisogno di penalizzare quasi altri 600 magistrati italiani”.
E la magistratura, come si è comportata?
“Io distinguerei il giudizio sui miei colleghi magistrati da quello su alcuni componenti togati del Csm. La magistratura ha capito che questa era la prova generale della controriforma giudiziaria contro la quale si è battuta addirittura con lo sciopero. Cambiare le regole delle nomine direttive, per poter ostacolare qualche magistrato, contrasta con un principio fondamentale di stampo liberale secondo cui “uno Stato senza garanzia dei diritti e separazione dei poteri non ha una Costituzione”, come già sancito, fin dal 1789, della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino. Non so come tutto questo possa definirsi: certo è una roba da non crederci. In Italia non era mai accaduto”.
Veniamo al Csm, come si è mosso in questa vicenda?
“Il Csm è il garante della nostra indipendenza. Mentre le strategie per bloccarmi erano già in corso, alcuni membri laici esponenti della Casa delle Libertà hanno detto che c’era un accordo di maggioranza per votare uno diverso da me. Mi stupisce che questa posizione non sia stata smentita dai membri togati chiamati in causa. Poi, proprio mentre si preparavano le iniziative legislative che mi riguardavano, gli esponenti togati di Unità per la Costituzione e di Magistratura indipendente, e cioè dei magistrati, hanno sottoscritto dei documenti congiuntamente a quei membri laici, documenti che avevano l’esplicito scopo di non contrastare le “manovre” contro di me in corso al di fuori del Csm. Senza voler capire che ciò che stava accadendo non era un attacco a Caselli, ma all’indipendenza di tutti i magistrati”.
(17 ottobre 2005
intervista a giancarlo caselli: Manovre nel Csm x escludermi Leggi l'articolo »
Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie (coordinamento di ben oltre 1200 Associazioni in Italia) esprime il più profondo stupore e disagio per il fatto che proprio nei giorni in cui si ricorda il sacrificio di Paolo Borsellino il governo abbia posto la fiducia e parte del Parlamento abbia approvato una disposizione di legge dichiaratamente contra-personam per impedire al Procuratore Generale di Torino Giancarlo Caselli di essere nominato Procuratore Nazionale Antimafia. A quel magistrato cioè che scelse coraggiosamente di raccogliere il testimone di Paolo Borsellino andando a Palermo subito dopo la strage di via D’Amelio e impegnandosi con grandi rischi personali e straordinari risultati. Un magistrato al quale dovrebbe perciò andare l’apprezzamento e la gratitudine di coloro che hanno a cuore le sorti della democrazia e legalità in Italia.
Libera
Don Luigi Ciotti e Rita Borsellino
legge contra personam rivolta a Giancarlo Caselli Leggi l'articolo »
11-10-2005 18:14
dal sito del Milan
MILANELLO – Ecco le dichiarazioni odierne di Sandro Nesta, dopo il lavoro sostenuto oggi in palestra e prima dell’operazione in programma domani a Varese: ‘Domani mattina verrò operato, ma spero di rientrare il prima possibile. Sono fiducioso, tranquillo, per quanto riguarda la mia ripresa. Più in generale invece devo ammettere che mi ha un po’ sorpreso l’ipotesi di un accostamento fra il mio specifico infortunio e la mia passione per i videogiochi. Francamente non credo che le due cose possano essere messe in qualche modo in relazione, anche perchè si tratta solo di un passatempo e non di un abuso o di una attività professionale’.
sandro nesta e la sua playstation Leggi l'articolo »
Ripescato in mare e rinchiuso nel centro di permanenza temporanea, l’inviato dell’Espresso Fabrizio Gatti ha vissuto una settimana con gli immigrati in condizioni disumane. E’ stato poi liberato con il foglio di via
di Fabrizio Gatti
Un nome inventato e un tuffo in mare. Non serve altro per essere rinchiusi nel centro per immigrati di Lampedusa. Basta fingersi clandestino e in poco tempo ci si ritrova nella gabbia dove ogni anno migliaia di persone finiscono il loro viaggio e dove nessun osservatore o giornalista può entrare. La via più veloce per infiltrarsi nella Cayenna dell’Unione europea prevede un salto dagli scogli e qualche ora in acqua. Se non si vuole partire dalla Libia e rischiare di affondare con le barche sovraccariche, non esistono alternative. Così ho scelto un nome straniero e uno stratagemma preso in prestito da Papillon, il mitico film del 1973: per fuggire dalla Cayenna, quella vera, Steve McQueen si butta dalle rocce e si affida all’Oceano aggrappato a una zattera di fortuna. Solo che qui lo scopo non è scappare ma farsi prendere. Ed è ciò che mi è successo: ripescato da un automobilista, catturato dai carabinieri sul lettino del pronto soccorso e rilasciato la settimana dopo, la sera di venerdì 30 settembre. Libero, con la possibilità di andare a lavorare in qualunque città d’Europa come clandestino, nonostante i precedenti penali e una condanna nel 2004. Comincia e finisce così il diario di otto giorni da prigioniero nell’inferno di Lampedusa. Il prezzo da pagare per assistere in prima fila a umiliazioni, abusi, violenze e a tutto quanto l’Italia ha sempre nascosto alle ispezioni del Parlamento europeo e delle Nazioni Unite. Ma è anche l’opportunità per vivere l’immane solitudine di uomini, donne e bambini che, nella fatica di migliorare la propria vita, hanno avuto contro il deserto, i trafficanti, le tempeste e adesso che sono sbarcati hanno contro la legge che dovrebbero rispettare.
Venerdì 23 settembre
Il Mediterraneo stasera ha il respiro lento. Sotto il cielo senza luna, l’acqua non si vede. Si sente soltanto il suono, due o tre metri laggiù ai piedi della scogliera. Prima del salto, bisogna sincronizzarsi con il ritmo del mare. Entrare in acqua quando l’onda è più alta, sfruttare la risacca e allontanarsi subito dalle rocce. Uno. Due. Al tre il freddo già avvolge il corpo: da questo momento sono Bilal Ibrahim el Habib, nato il 9 settembre 1970 nel villaggio immaginario di Assalah, distretto di Aqrah, Kurdistan iracheno. Sugli scogli non sono rimaste tracce. Scarpe e calze sono state affondate con quattro sassi. E anche il rotweiler randagio che aveva deciso di seguirmi e passare la sera in compagnia, adesso se ne sta andando un po’ perplesso. Bilal non ha molto con sé. Ha addosso pantaloni di tela neri, boxer, maglietta di cotone, una felpa blu, un pile pesante e un giubbotto di salvataggio con una scritta in arabo. Sul petto Bilal stringe una borsa sportiva. Dentro ci sono tre scatolette di sardine ‘Product of Morocco’, tre panini ormai poltiglia, una bottiglia d’acqua e un paio di vecchie ciabatte di plastica. Ma quella borsa, gonfia d’aria, aiuta soprattutto a galleggiare. È la serata ideale per buttarsi in mare senza essere visti. Nel cielo rimbalzano le luci e i suoni di ‘O’ Scià’, il festival di Claudio Baglioni. Quasi tutti i turisti, gli abitanti e le pattuglie di polizia e carabinieri sono allo spettacolo. E Bilal può nuotare indisturbato fino a un promontorio su cui brillano le finestre di una villa. C’è un andirivieni di ragazzi, auto e scooter. E prima che qualcuno si accorga dell’uomo in mare, passano almeno quattro ore e mezzo.
La gente di Lampedusa e le infermiere del pronto soccorso hanno regalato tutta la loro generosità. Ma adesso Bilal è su una macchina dei carabinieri. I fari illuminano una strada senza uscita accanto all’aeroporto. Poi un cancello sulla destra, decorato dal filo spinato. Apre un carabiniere in tuta antisommossa, anfibi e pistola nella fondina. Saranno le due e mezzo di notte. Anche se per la legge resta un libero cittadino, da qui Bilal non può più andarsene. “Dal pronto soccorso ci hanno consegnato questo”, dice al collega il militare sceso dall’auto. Bilal viene accompagnato a testa bassa fino a un piccolo cortile dove aspettano altri carabinieri e un ragazzo con la divisa della Misericordia, l’associazione che ha in appalto il centro di Lampedusa. Il ragazzo offre un bicchiere d’acqua e quattro confezioni di cornetti. Poi toglie da un sacchetto una maglietta di cotone e una tuta da ginnastica: “Mettiti queste che stai più caldo”, dice. “Come ti chiami? Da dove vieni?”, vuol sapere un carabiniere. “I don’t understand”, sussurra Bilal, non capisco. La domanda viene rifatta in inglese maccheronico. “Kurdistan? Ma se questo è più bianco di me, come fa a essere curdo?”, chiede un carabiniere molto abbronzato. Bilal tiene gli occhi bassi sulle sue ciabatte logore e ascolta le voci. “Un curdo che parla inglese. Sarà. Non è che questo è un giornalista della Cnn infiltrato qui dentro?”. “Sì, o magari è un giornalista italiano?”. “Ma va’, gli italiani non fanno queste cose”, risponde la prima voce. Pericolo scampato. “Bilal, you must tell ze verity”, urla un carabiniere, devi dire ze verity. “Ze verity, understand? Se no bam bam”, e mima gli schiaffi. Verity? In inglese verità si dice truth. Sarà un errore o un tranello? “Bilal vieni”, chiama il ragazzo della Misericordia. Trascina un materassino di gommapiuma preso da una pila di materassi. Lo sistema in corridoio, tra una fila di cessi puliti e la porta di un altro gabinetto molto sporco. Poi lo ricopre con un lenzuolo di carta. “Stanotte lo facciamo dormire qui”, dice il ragazzo ai carabinieri. Un altro immigrato sta russando, avvolto come una mummia in una coperta. E da una porta semichiusa si intravvedono le sagome di decine di donne stese sul pavimento e un bambino. Quando Bilal torna dal gabinetto, dove è sempre stato seguito da un carabiniere, trova il suo posto occupato. Più di 200 mosche hanno pensato che quel lenzuolo bianco e fresco di cartiera fosse per loro. Ma sono mosche educate. Si alzano quando Bilal arriva e si riappoggiano su di lui soltanto dopo che si è sdraiato. Il tentativo di scacciarle è una battaglia persa. Dal pavimento sale un fortissimo odore di urina. Dal soffitto la luce non si spegne mai. I carabinieri ridono e parlano a voce alta tutta la notte. È difficile prendere sonno. E poi c’è il problema del colore della pelle. Occorre inventarsi una spiegazione credibile prima di domani mattina. Forse questa può andare: Bilal è così pallido perché il papà è curdo, ma la mamma è bosniaca.
Sabato 24 settembre
L’alba si annuncia con un fragore assordante. Nel dormiveglia sembra il rumore di un aspirapolvere. No, forse è una lucidatrice. Ma no, è troppo forte. La puzza risolve il mistero. Sì, queste sono esalazioni di jp, il carburante degli aerei. Ecco cos’è: l’aeroporto accanto. Quando gli Airbus fanno manovra, sparano il getto dei motori dritto dentro le finestre dove dormono gli immigrati. È ancora buio, ma ormai sono tutti svegli. Dalla stanza delle donne escono ragazze eritree o etiopi. Altre appaiono da una seconda porta. C’è anche una donna con il pancione della gravidanza. Il conto è subito fatto: tra teenager e adulte sono quasi una cinquantina. In più Bilal e l’altro uomo che dorme in corridoio. Per tutti c’è un solo water, quattro docce e qualche lavandino. I carabinieri non vogliono che si usino le loro turche, le uniche che profumano di candeggina. Per evitare domande e guai, Bilal finge di dormire. Ma osserva e ascolta. C’è un viavai di carabinieri e qualche poliziotto intorno a lui. Si chiedono se sia davvero curdo. Le ragazze africane passano il tempo ad annodarsi treccine. Una di loro, che non avrà più di vent’anni, ha tutte le unghie smaltate a metà. La parte sopra è abbellita da un leggero velo perlaceo, la parte sotto è cresciuta senza cura. Forse dove finisce lo smalto è cominciato il suo viaggio. Fuori, nel piccolo cortile, pendono scarpe, pantaloni e maglie delle ultime arrivate. Ieri sera sono sbarcati 161 immigrati, poi altri 37, e poi Bilal. C’è un libro del Corano messo ad asciugare al sole. “Bilal”, urla forte una voce. “Tu”, dice un poliziotto e con la mano fa capire che bisogna seguirlo.
L’ufficio identificazioni della polizia è una grande stanza con quattro scrivanie. Bilal lo fanno sedere in fondo a destra. Di fronte a lui due poliziotti in borghese, un computer e un ragazzo con il volto berbero. È l’interprete: “Parli arabo?”, chiede in arabo. “Sì”. “Da dove vieni?”. “Kurdistan. Ma vorrei continuare in inglese, l’arabo non è la mia lingua, gli arabi hanno occupato la mia terra”, risponde Bilal. Scegliere la lingua è il primo nell’elenco dei ‘Diritti degli immigrati’ scritto su carta della Prefettura di Agrigento e appeso in corridoio. All’interrogatorio si aggiunge una ragazza che chiamano dottoressa e indossa una maglietta mimetica stile esercito americano. Vuole sapere tutto. Bilal racconta di voler andare in Germania. E di essere stato chiuso in un container in Turchia, caricato su un mercantile e messo su una lancia a motore a qualche miglio dalla costa italiana. Poi la lancia si è spaccata, è affondata e Bilal si è salvato a nuoto. Vogliono sapere della scritta in arabo sul giubbotto salvagente. “C’è scritto: La felicità 3. Forse è il nome di una nave”, spiega l’interprete di arabo. “Tu sai cosa c’è scritto?”, chiede la dottoressa, sempre in inglese. “Sì, as Soror, la felicità: tutti noi siamo venuti in Europa a cercarla”. Bilal deve ripetere tre volte la storia del suo viaggio. Cercano di metterlo in contraddizione. Fanno domande tranello: “Se sei curdo, parli urdu”. “No, l’urdu è una lingua del Pakistan”. Poi si arrabbiano: “Tu non vieni dalla Turchia, tu arrivi dalla Libia. E quella scritta in arabo lo dimostra. Noi adesso ti rimandiamo da Gheddafi”, promette la dottoressa. “Ce lo lascia un attimo che lo portiamo nella sala delle torture?”, le chiede un poliziotto robusto che si è appena aggiunto al gruppo. Ma forse è solo un modo per capire se Bilal parla italiano e per spaventarlo. L’interrogatorio ritorna subito a un volume più umano. La dottoressa prende il telefono e protesta con la stazione dei carabinieri perché chi ha prelevato Bilal al pronto soccorso non ha scritto il verbale e nessuno sa dove sia stato pescato e chi lo abbia portato nel centro. “Ecco, devi dire al maresciallo che è un coglione”, conclude la dottoressa. Dopo l’interrogatorio, bisogna lasciare le impronte digitali. Le dita e il palmo delle mani vanno premuti sul vetro rosso di uno scanner e si è automaticamente schedati. Fuori, 21 teenager aspettano il loro turno. Avranno tra i 15 e i 20 anni, visti insieme sembrano una classe di liceali in gita. Sono tutti di Kerouane, in Tunisia, tutti vicini di casa, tutti partiti con la stessa barca. Bilal non ha il tempo di sedersi accanto a loro. Un poliziotto gli consegna un biglietto con il numero di matricola 001 e lo affida ai carabinieri. Lo portano davanti a un grande cancello verde incorniciato da rotoli di filo spinato. Un altro carabiniere apre il lucchetto, poi sblocca il catenaccio. Subito dopo il cancello si richiude.
Centinaia di immigrati sono seduti sull’asfalto in file da dieci tra due baracche prefabbricate e quattro container. “Oggi siamo a quota 447”, avevano detto nell’ufficio di polizia. I carabinieri gridano e ridono. Sulla tuta hanno il distintivo rosso del reparto: 1 Brigata Mobile. “Vai in fondo, muoversi, muoversi”, urla uno dei militari. Bilal va a sistemarsi dietro a tutti, accanto a un cinquantenne magro e piccolo con la maglia di Bergkamp, e due ragazzi egiziani. Due rigagnoli di liquido violaceo escono da una porta a destra e scivolano sotto i piedi delle ultime file. Il liquame puzza di urina e fogna. “Seduti”, urla uno dei carabinieri, “Sit down”. “Ma qui in fondo è una schifezza”, dice il collega, un ragazzone con accento napoletano. “Il maresciallo ha detto di farli sedere. Sit down”, grida più forte il primo e sorprende un immigrato alle spalle, frustandolo sulle orecchie con i suoi guanti in pelle. Bilal e gli altri si erano accovacciati sulle caviglie per non sporcarsi con il liquame. Ma non basta ai carabinieri. Per evitare botte bisogna rassegnarsi e bagnarsi. Là davanti l’interprete berbero e un poliziotto in borghese chiamano i prossimi che lasceranno il campo. Un aereo è in partenza per il Cpt di Bari o forse per la Libia. Nessuno spiega nulla. Il carabiniere con i guanti di pelle tenta di chiudere a calci la porta da dove escono i rigagnoli. Poi si piazza in posizione strategica e sempre con i guanti frusta sulle orecchie chi viene chiamato dall’interprete. Qualcuno deve ripassargli davanti per andare a prendere in camerata il sacchetto con le poche cose. E si riprende un’altra sventola. Ride il carabiniere, occhiali e carnagione pallida. E ridono anche i suoi colleghi. Altra frustata. Per loro è solo un gioco. L’interprete e i poliziotti fanno finta di non vedere. Ma tra le file sedute a terra, ragazzi e uomini mormorano di rabbia. “Italiano, puttana, cornuto”, sussurra lo smilzo con la maglietta di Bergkamp.
Non sembra per niente un centro di accoglienza. E qui dentro non c’è nemmeno l’atteggiamento di rispetto che i poliziotti dell’ufficio di identificazione avevano alla fine mantenuto. Bilal e tutti gli altri devono rimanere seduti e rannicchiati per più di un’ora perché dopo l’appello si resta in coda per il pranzo. Un piatto di plastica con pasta e tonno, un altro con bocconcini di pesce fritto (forse) e verdura in agrodolce, un panino, una mela e una bottiglia di due litri d’acqua da dividere in due senza bicchieri. Un’occasione per socializzare ma anche un rischio se qualcuno è entrato con malattie infettive. Nemmeno Bilal è stato visitato dal medico del centro. Si mangia per terra sotto il sole rovente, appoggiando pane e mela sull’asfalto o sui muretti. Il pomeriggio bisogna trovare un posto dove ripararsi dal caldo. I letti a castello sono tutti occupati. Dormono a decine perfino sui tavoli della mensa. Nessun assistente della Misericordia spiega a Bilal cosa deve fare. Dietro alla mensa-dormitorio c’è qualche materassino lasciato da chi è appena partito. Guardando meglio molti sono pieni di insetti minuscoli, forse pulci. E non ci sono nemmeno le lenzuola di carta per proteggersi, abbandonate fuori perché un poliziotto aveva fatto capire che la Misericordia le avrebbe distribuite una volta dentro la gabbia. Ma non era vero. Bilal crolla addormentato sotto il sole, proteggendosi la testa con l’asciugamano che gli hanno dato come coperta. Lo risveglia un egiziano: “Ehi, ashara-ashara”. Ashara? In arabo significa dieci. “Ashara-ashara”, urlano pattuglie di carabinieri entrate nel campo con i manganelli Tonfa infilati nel cinturone. Bisogna andare a risedersi sul viale dei liquami. In file da dieci, “ashara-ashara”. È un altro trasferimento: questa volta l’aereo dell’Alitalia parte per Crotone. Chiamano anche lo scafista egiziano di Rosetta che ha guidato la barca di 161 persone arrivata ieri sera. Carnagione chiara, capelli neri voluminosi. Nel suo zainetto gli hanno trovato (e lasciato) cinquemila euro in contanti, la paga per il suo lavoro. “Questo qua è la terza volta quest’anno che passa da Lampedusa”, lo indica un appuntato dei carabinieri. Qualcuno dovrebbe però spiegare perché questa volta lo scafista è rimasto a Lampedusa meno di 24 ore.
Prima di sera l’ufficio identificazioni scopre che le impronte di Bilal corrispondono a quelle di un altro immigrato: Roman Ladu, nato a Bucarest il 29 dicembre 1970. È il nome che ho usato nel 2000 per entrare nel Cpt di via Corelli a Milano, poi chiuso per le precarie condizioni di detenzione. Il computer però non dice ai poliziotti che Roman Ladu è in realtà un giornalista. E forse nemmeno che il giornalista, alias Roman Ladu, per quell’inchiesta è stato denunciato e condannato a venti giorni di carcere. Così Bilal, vero pregiudicato, può tenere duro. “Tu sei romeno e parli italiano”, insiste un ispettore in borghese. Un suo collega si avvicina e chiede “Ce face?”, come stai. E poi all’orecchio di Bilal sussura: “Pizda, pizda, pizda, pizda, pizda…”, un modo poco elegante usato in Romania e altrove per chiamare i genitali femmili. Lo sguardo di Bilal resta fisso nel vuoto. Ci riprovano con un’interprete marocchina che alla fine conclude: “Non credo sia romeno. Parla l’arabo, però continua a chiedere che l’interrogatorio sia in inglese”.
Domenica 25 settembre
Bilal ha deciso di andare al gabinetto quando è notte. I gabinetti sono un’esperienza indimenticabile. Il prefabbricato che li ospita è diviso in due settori. In uno, otto docce con gli scarichi intasati, quaranta lavandini. E otto turche di cui tre stracolme fino all’orlo di un impasto cremoso: la sorgente dei due rigagnoli. L’altro settore ha cinque water, di cui due senza sciacquone, cinque docce e otto lavandini. Dai rubinetti esce acqua salata. Non ci sono porte, non c’è elettricità, non c’è privacy. Si fa tutto davanti a tutti. Qualcuno si ripara come può con l’asciugamano. E non c’è nemmeno carta igienica: bisogna usare le mani. Lì dentro è meglio andarci di notte perché di giorno il livello dei liquami sul pavimento è più alto dello spessore delle ciabatte e bisogna affondarci i piedi. Ma anche il pediluvio nel lavandino prima di uscire diventa un problema: perché non appena si sfila il piede, la ciabatta comincia a galleggiare e a navigare con la corrente. Eppure il 15 settembre il leghista Mario Borghezio, guidando una delegazione di europarlamentari, ha detto che il centro di Lampedusa è un hotel a cinque stelle e che lui ci abiterebbe: quel giorno il ministero dell’Interno gli aveva fatto trovare soltanto 11 reclusi e quella settimana i trafficanti avevano deviato la rotta dei barconi fino in Sicilia. Chissà, forse nell’appartamento di Borghezio è normale avere i pavimenti coperti di liquami. Ma la maggior parte degli immigrati rinchiusi qui dentro viene da case pulite in cui si entra addirittura a piedi nudi.
La colazione è un bicchiere di latte freddo, due cornetti e la bottiglia d’acqua da dividere in due. All’ashara-ashara del mattino i carabinieri si accorgono che mancano cinque persone. Ma parlando tra loro decidono di non segnalarlo. Impossibile sapere chi sia scappato perché non si fa nessun appello: i reclusi vengono solo contati. A metà della recinzione che separa dall’aeroporto, proprio dietro uno dei pali con le telecamere a circuito chiuso, il filo spinato è tagliato. E sul palo sono rimasti due lacci di stoffa bianca, forse legati lì per facilitare la presa di chi si è arrampicato fin sopra la rete. I carabinieri rifanno il conto un’altra volta e rimettono tutti a sedere sotto il sole. Si resta così ore perché c’è un’altra chiamata. Fanno partire tutti gli eritrei e gli etiopi sbarcati lunedì 19. Tra loro, un’intera famiglia di fratelli e cugini, gli Abraham. Sono scappati dall’Eritrea per non essere mandati al fronte, vogliono continuare a studiare in Europa. Uno di loro, Youssef, è una promessa dell’atletica: ha continuato ad allenarsi anche nel centro, ogni mattina alle sei. Ci sono molti minorenni, rinchiusi da una settimana insieme agli adulti. Un carabiniere là davanti mostra loro un grosso telefonino e qualcuno si copre gli occhi con le mani. Ma non si capisce perché. Ahmed Ibrahim ha da giorni un’infezione intestinale. Chiede di andare alla toilette e dopo qualche minuto i carabinieri gli danno il permesso di alzarsi. Al gabinetto ci resta un bel po’. “Ma è tornato quello che è andato in bagno?”, domanda uno dei militari. “E no che non è tornato, adesso vado a fare un giro”. Altri chiedono di andare in bagno, ma i carabinieri non danno più il permesso. Dopo quasi mezz’ora Ahmed Ibrahim riappare, sudato e sfinito. “Tu”, gli urla il carabiniere che mostrava il telefonino, “tu sei un cornuto”. Ahmed lo guarda spaventato. “Sei un cornuto. Vai a sederti e non ti alzare più”. I colleghi ridono. Alla fine partono in 150, forse per il centro di Caltanissetta. Ci si rialza e ci si risiede subito dopo per l’ashara-ashara del pranzo. Bilal ora è in terza fila. Un’altra lunga attesa, seduti e rannicchiati. Si avvicina il carabiniere con il grosso telefonino. È il meno robusto tra i suoi colleghi. Ha capelli neri curati, un neo ben visibile sulla guancia destra, un bracciale argentato e uno di cuoio con medagliette dorate al polso destro, e un orologio con cinturino in pelle al polso sinistro. Dopo aver fatto sentire un po’ di musica tecno, schiaccia un altro tasto e il telefonino comincia ad ansimare. Lui si china, mostra lo schermo ai minorenni seduti accanto a Bilal. Sono immagini di un film porno scaricate forse da Internet. Il carabiniere si rialza e sorride: “E dopo, shampoo”, annuncia ai minorenni mimando il gesto della masturbazione. I ragazzini ridono. Poi si china di nuovo sulla prima fila, la percorre e pretende che tutti guardino. Un trentenne si copre gli occhi con le mani. È uno dei ragazzi che ieri sera ha guidato la preghiera sul marciapiede-moschea. È un musulmano praticante e non vuole guardare. Il carabiniere con il neo gli strappa le mani dagli occhi: “E guarda che così impari”, dice piazzandogli lo schermo davanti al naso. Il trentenne si volta, guarda Bilal con gli occhi lucidi. Un carabiniere alle loro spalle scherza con il collega: “Ma lascia perdere che quello è frocio”.
Arriva il comandante, un appuntato che nel tempo libero gira con bandana, camicione e pantaloni fino al polpaccio. E il tormento non è finito. L’appuntato vuole farsi fare una foto davanti ai reclusi. Lui grida “Italia” e tutti devono alzare il pollice destro e rispondere “Uno”. “Forza”, dice un altro carabiniere, “chi non risponde ‘uno’ non mangia”. Bilal non risponde e non alza nemmeno il braccio. Il carabiniere lo vede. Bilal lo fissa negli occhi e quello lascia perdere.
Poco dopo la polizia rivuole Bilal in ufficio. Ma non è per un interrogatorio. Due ispettori, sempre gentili e rispettosi, gli fanno indossare il giubbotto di salvataggio che hanno sequestrato la notte dello sbarco. Vogliono semplicemente fare una foto ricordo con lui. Uno si mette a destra, l’altro a sinistra: “Bilal smile, sorridi”. Da quello scatto nessuno si occuperà più dell’identità dello strano immigrato curdo. Passa un’altra giornata. Su uno spiazzo di sassi appuntiti si gioca a calcio. Non ci sono scarpe per tutti. Così metà giocatori calza la destra, l’altra metà la sinistra e i due portieri restano a piedi nudi. Poco prima di cena cala il silenzio, all’improvviso. Un pullmino e un’ambulanza scaricano 21 immigrati neri. Sono sfiniti, affamati, seccati dal sale e bruciati dal sole. Passano davanti al cancello e agli sguardi fissi sulla loro sofferenza. Vengono fotografati, registrati, spogliati e perquisiti. Ricevono un tè caldo, un cornetto, un asciugamano e chi ha i vestiti logori, anche una tuta. Non si reggono in piedi. Ma dopo mezz’ora il cancello si apre e a gruppi di sei vengono spinti nella gabbia. Non sanno dove andare, barcollano. Due sono senza scarpe e quando vedono le condizioni del gabinetto tornano indietro a chiederne un paio. Cherriere, un arabo- francese sospettato di essere uno dei più famosi scafisti del Mediterraneo, impone ai carabinieri che gli ultimi arrivati siano serviti prima di tutti. Cherriere è il vero mediatore culturale: carabinieri e polizia lo chiamano spesso per farsi aiutare con l’arabo o per smussare le tensioni. Il medico ha mandato nella gabbia anche un uomo malato di scabbia. Non riesce nemmeno a sedersi per le piaghe, ma i militari insistono perché si metta come gli altri. L’ultimo entrato deve avere un colpo di sole perché continua a ciondolare. I carabinieri lo fanno andare avanti e indietro tre volte. “Quanto ha bevuto questo?”, ride un militare. Bilal e Cherriere ottengono che anche lui sia messo in prima fila con i compagni di viaggio. Poi un carabiniere parla di Bilal convinto di non essere capito: “A questo qua dobbiamo insegnargli a farsi i cazzi suoi”. Ma per le scarpe non c’è niente da fare. “Le scarpe le abbiamo date a tutti, dite a quei due che non scassino la minchia”, gracchia il caposervizio della Misericordia, un uomo con i capelli bianchi, molto diverso da Angelo, Andrea o il cuoco, i ragazzi sempre disponibili anche se lavorano sodo tutto il giorno. E i due restano a piedi nudi. Dopo cena gli ultimi arrivati guardano la rotta tra la Libia e Lampedusa dipinta sul prefabbricato all’ingresso: “Abbiamo perso l’orientamento e siamo rimasti in mare sette giorni. Mia moglie diceva: we gonna die, moriremo. Ma io le dicevo: no, Dio ci porterà in Europa”. Sono quasi tutti cristiani. Prima di andare a dormire intonano un gospel di ringraziamento al buio di una camerata. Impossibile trattenere le lacrime.
Lunedì 26 settembre
Bilal finalmente ha trovato una branda su cui dormire. Stesso materasso di gommapiuma e stessa coperta usata da chissà quante persone, in una stanza con gli scafisti egiziani e alcuni loro passeggeri. Ma la notte finisce presto. La sveglia è un lamento. Si alzano in molti e vanno a cercare chi sta male. Forse viene dalla prima camerata. Ma avvicinandosi il lamento prende la forma di una canzone stonata: “Ma quanto tempo e ancora, ti fai sentire dentro, quanto tempo e ancora.”. Viene da oltre il cancello: i carabinieri giocano al karaoke con il computer portatile della polizia. Sono le quattro e mezzo del mattino, è lo stesso turno che ieri mattina ha mostrato le scene porno sul telefonino. C’è anche il loro appuntato. Sono di spalle e non si accorgono. Si torna a letto. Ma non si riesce più a dormire perché un’Airbus della Windjet continua a girare a bassa quota sopra Lampedusa. La torre di controllo ha le luci spente e i piloti aspettano che qualcuno si svegli per farli atterrare.
Subito dopo la colazione Bilal deve risolvere un problema serio: far sapere ai familiari e alla redazione che è rinchiuso nel centro. Al quarto giorno di silenzio, qualcuno potrebbe preoccuparsi. La possibilità di contattare la famiglia è al secondo posto tra i diritti degli immigrati secondo l’avviso che la Prefettura di Agrigento ha fatto appendere nelle camerate e nei bagni. Ma ogni volta che Bilal e gli altri hanno chiesto di ricevere o di comprare una scheda telefonica, il caposervizio della Misericordia ha risposto: “Non io, direttore”. Oppure: “Bukara, domani”. Oppure: “Non scassare la minchia”. Sarà per questo che alcuni scafisti, chiusi da settimane nella gabbia, fanno affari d’oro vendendo a 20 euro schede da 3. Ma visto che nessuno può uscire, chi le passa dentro il cancello? Bilal deve assolutamente telefonare e ogni sistema di aprire la linea con un fil di ferro non funziona. Idea: il 118 risponde gratis. “Ho bisogno di aiuto, sono chiuso in un centro per immigrati e non ci fanno telefonare”, dice Bilal in francese, “Devo avvertire la famiglia, per favore, vi do un numero di telefono italiano, chiamate e dite che Bilal è vivo. Vi costa meno di un euro”. Non è uno scherzo: centinaia di papà e figli qui dentro hanno la stessa grave necessità. Ma nessuno è disposto a fare questo favore. Bilal riprova facendo a caso un po’ di numeri verdi. All’800-400-400 risponde lo sportello di Madre segreta della Provincia di Milano. È una giunta di centro-sinistra: magari sono più sensibili ai diritti di un immigrato. Invece dopo mezz’ora di insistenze in inglese, la ragazza al telefono si inventa perfino una legge: “Non posso, la legge sul terrorismo mi vieta di fare questa telefonata”. A nessuno interessano le angosce di questi immigrati chiusi in gabbia.
La sera, dopo cena, si prepara un’altra notte d’inferno. A Lampedusa sta arrivando una barca alla deriva con quasi 350 stranieri. I poliziotti dell’ufficio identificazione e i dipendenti della Misericordia tornano al lavoro. Anche i carabinieri della Brigata Mobile sono pronti per le perquisizioni. Ma stasera è di turno una squadra di persone per bene. La comanda un brigadiere che dà gli ordini con accento napoletano. È un uomo con i capelli grigi e un po’ di calvizie. In tutta la settimana nessuno dei suoi ragazzi è mai stato sentito gridare o insultare un immigrato. E quando arrivano stremati i primi passeggeri della barca, loro si fanno capire a gesti, senza urlare.
Martedì 27 settembre
È una giornata umida. Molti hanno la pelle della fronte e delle mani piena di punture. Le più grandi sono zanzare, le più piccole forse pulci. Bilal ogni volta che cerca di attraversare indenne la toilette pensa alla casa di Borghezio. È una giornata di attesa. I trasferimenti annunciati ieri sono rinviati perché la polizia deve prima identificare gli ultimi arrivati. È l’unico giorno in cui vengono pulite le camere. Uno dei dipendenti della Misericordia usa la stessa scopa con cui ha inutilmente rimosso i liquami dai bagni. Hanno mandato anche un autospurghi. Ma le schifezze invece di essere aspirate sono state sparate tutt’intorno alle turche. Anche nel mangiare c’è qualcosa che non quadra. Sabato sera e poi ancora altre volte la piccola cotoletta non era fatta di carne ma di pan grattato, farina e forse uovo. Tanto che era possibile tagliarla con un cucchiaino di plastica. Se è così vuol dire che a Lampedusa qualcuno spaccia pan grattato per carne. Bilal e gli altri vengono privati non solo della libertà ma anche delle proteine.
Mercoledì 28 settembre
L’ashara-ashara di mezzogiorno è una parata fascista. Sono quelli dello stesso turno che sabato ha fatto sedere Bilal nei liquami. Nella gabbia ci sono ormai 600 immigrati. Sono tutti seduti ad aspettare il pranzo. Un carabiniere si affaccia a una porta e imita il Duce. Un brigadiere, che a Mussolini un po’ ci assomiglia, mette le mani ai fianchi e molleggia sulle ginocchia. Poi saluta i colleghi con il braccio destro teso. “No”, lo corregge un carabiniere, “quello è il saluto nazista. Quello fascista è così. Italiani!… La prossima volta a questi ci insegniamo Faccetta nera?”. Il brigadiere è uno dei più rispettosi con gli immigrati della gabbia. Ieri pomeriggio Bilal l’ha visto portare un malato in braccio, dall’infermeria alla sua branda. Ma di notte questi ragazzi dimostrano di che pasta sono fatti. I reclusi sono a dormire. Bilal è nascosto dietro una rete. Ascolta e osserva. Un’altra notte durissima. I poliziotti hanno lavorato fino a tardi per gli ultimi interrogatori sullo sbarco di lunedì. E adesso ci sono 180 nuovi arrivi da registrare, perquisire e sistemare. Seduti su un muretto, due gemelline di due anni, la mamma e il papà. I carabinieri con mascherina e guanti in lattice cominciano subito a controllare tasche e borse. Li aiuta un collega in borghese, forse fuori servizio, basette curate, capelli neri con il gel e una maglietta con alcune scritte sul petto. “Spogliati nudo”, dice a un ragazzo in canottiera che sta tremando per il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero. “What is the problem?”, urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo sulla testa. L’immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema. Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai carabinieri vengono prese a schiaffi. Da mezz’ora quei ragazzi parlavano di fare il corridoio e nel gergo militare non è un ambiente che unisce due locali. Cosa sia lo dimostrano subito dopo: una fila di sei stranieri da portare nella gabbia passa in mezzo a loro e ciascuno si prende la sua razione di schiaffi. Quattro carabinieri fanno quattro schiaffi a testa. Appare finalmente il brigadiere che a mezzogiorno imitava Mussolini. Ma non rimprovera nessuno. “Questo ti dà problemi?”, chiede al collega in borghese. E spara un pugno sullo sterno all’immigrato magro, che non capisce proprio che cosa ha sbagliato ed è ancora in piedi immobile, in canottiera. Passa un’altra fila di immigrati, altro corridoio. Questa volta li accompagna un dipendente in divisa della Misericordia. Uno con il pizzetto e una piccola cicatrice vicino al naso, che una sera quando un ragazzo ha chiamato i musulmani alla preghiera, si è messo ad abbaiare ogni volta che sentiva dire Allahu akbar. Forse li farà smettere. Invece no, guarda e ride. Davanti alla fila si sistema il brigadiere. Fa il passo dell’oca e finge di portare una lancia: “Avanti marsh”. Soltanto un carabiniere napoletano non partecipa al gioco. Gli schiaffi risuonano nell’aria per mezz’ora. E finalmente una funzionaria di polizia se ne accorge. È una ragazza bionda, non tanto alta, che di giorno raccoglie i capelli dentro un bandana. “Maresciallo”, dice nervosa, “vada di là a vedere cosa stanno facendo i suoi ragazzi perché sento troppe mani che si muovono”. Il maresciallo volta l’angolo e raggiunge gli altri carabinieri: “Uhe ragazzi, mi raccomando”, dice loro e si mettono a ridere tutti insieme. Gli ultimi sei immigrati vengono portati dentro la gabbia a notte fonda, vanno a dormire sull’asfalto perché non ci sono più brande. E i carabinieri festeggiano con una grigliata nel cortile.
Giovedì 29 settembre
Bilal passa tutta la giornata a convincere un gruppo di ferventi musulmani che non può assolutamente seguirli a pregare. Alle sei di sera, prima dell’ashara-ashara della cena, una voce femminile gli cambia l’umore. “El Habib Ibrahim Bilal. Domani mattina alle otto presentati al cancello perché verrai trasferito”, dice l’interprete marocchina in arabo. “Quale destinazione?”. “Agrigento”. “Bilal va via”, dice Cherriere. E davanti a Bilal si forma una coda di prigionieri della gabbia che vogliono salutarlo. Rachid, 31 anni, marocchino, sbarcato ieri sera, gli spiega come funziona: “Ti danno un foglio di via. Tu per cinque giorni lo tieni e ti sposti fin dove devi arrivare. Poi lo butti. Io farò così, a Padova da mio cugino ho già un lavoro che mi aspetta. Modi diversi di entrare in Italia non ce ne sono”. La sera sbarcano altri 350 immigrati. Ma è il turno del brigadiere per bene e nessuno viene picchiato. Appena entra nella gabbia John, 27 anni, partito dal Togo e altri suoi compagni di viaggio chiedono dove si può mangiare. Ma la Misericordia fa sapere che il primo pasto sarà distribuito solo l’indomani mattina. “We are starving, non mangiamo da sette giorni”, trema John, “Quando siamo sbarcati ho visto un negozio e volevo comprare qualcosa ma la polizia ci ha detto che non potevamo e che qui dentro avremmo mangiato. Abbiamo i nostri soldi. Se siamo liberi, perché non possiamo comprare da mangiare?”. Bilal vede passare il medico, lo chiama e gli spiega la situazione. “Porto qualche brioche”, dice il medico. Invece va via e non porta nulla. John e gli altri vanno a dormire su un marciapiede perché sono finiti anche i materassini. Un funzionario in borghese rovescia una lattina di Coca Cola addosso agli immigrati attraverso le sbarre. “Perché questo?”, grida Teemer, 26 anni, palestinese, “Siamo clandestini, ma non siamo animali”. Il funzionario si scusa. Le camerate sono strapiene di gente fin sotto i letti. La radio a tutto volume in cucina canta ciò che centinaia di bimbi forse pensano ogni giorno dei loro papà rinchiusi qui dentro: ‘How I wish, how I wish you were here’, come vorrei tu fossi qui. Si va a dormire in una scena da fine del mondo.
Venerdì 30 settembre
Quando torna dalla sua doccia notturna, Bilal trova il letto occupato da altre due persone. Sono le ultime ore nella gabbia, può anche rimanere alzato. Il cielo è illuminato da lampi e fulmini. Il temporale dura poco ma gli scrosci d’acqua risvegliano le centinaia di persone che si erano addormentate all’aperto. Davanti al cancello stanno registrando un nuovo sbarco. E i carabinieri stanno di nuovo picchiando i ragazzi che perquisiscono. I primi sono due uomini che non si erano seduti al loro ordine. Uno lo chiamano Maradona. Volano sberle e per Maradona anche un calcio. Si fermano solo quando passa il tenente in borghese, un ragazzo con il pizzetto. Poi prendono a schiaffi un ventenne che non capisce che cosa deve fare. E altri due ragazzi che al ‘sit-down’ non si sono seduti perché parlano arabo e francese. Bisogna fermare questo schifo. Bilal grida in inglese: “State picchiando la gente, perché?”. Un carabiniere tira un calcio alla rete da dove sta osservando, cercando di colpirlo. Bilal viene chiamato fuori dal cancello. È un faccia a faccia tesissimo, gli occhi di Bilal dentro gli occhi di un carabiniere con i capelli un po’ brizzolati e la mascherina per nascondersi. Ma almeno smettono di picchiare. Quando il sole è alto dentro la gabbia sono state ammassate 1250 persone. “Questo è ‘o Professore”, dice di Bilal un carabiniere a due colleghi, “Avete visto cosa ha fatto prima? Questo qua un giorno lo chiamiamo fuori e gli diamo una ripassata”. Ma cinque minuti dopo è la polizia a chiamarlo fuori. Bilal viene portato vicino all’uscita, dove lo aspetta il gruppo che sta per essere trasferito. Nove adulti e 35 minori. La Misericordia distribuisce una maglietta bianca a tutti e le scarpe ai tre rimasti senza. Ma non restituisce i soldi che i ragazzini avevano depositato in segreteria. I carabinieri li hanno accompagnati all’uscita senza dire loro che sarebbero stati trasferiti da Lampedusa. “Oggi non è giornata, non c’è nessuno in ufficio che possa dare quei soldi”, spiega un giovane della Misericordia. Bilal insiste in inglese: “Sono centinaia di euro, è importante che partano con i soldi”. Un carabiniere dice di no con il dito e allarga le mani.
Si parte senza soldi. All’imbarco del traghetto gli ultimi turisti della stagione guardano la fila di immigrati sotto scorta dai carabinieri. Ciascuno ha un sacchetto con due panini e una bottiglia d’acqua. Si viaggia fino a sera nella sala soggiorno della nave, piantonata da un brigadiere e due carabinieri molto cortesi. Youssef, 16 anni, è sicuro sia una deportazione in Libia e si mette a pregare verso prua, convinto che la rotta sia verso Sud-Est. Ma quando sull’orizzonte appaiono le montagne della Sicilia, tutti gli altri si incollano al finestrino e ridono: “Jebel Scisciglia”. A Porto Empedocle i 45 sono caricati su un’autobus della ditta Cuffaro scortato dalla polizia. La carovana sale fino alla questura di Agrigento. Bilal e gli altri 8 adulti vengono separati dai minorenni. I teenager sono destinati a un istituto in attesa di essere affidati ai parenti già in Italia. Gli altri ricevono tre fogli, un sacchetto con due panini e una bottiglia d’acqua. Poi vengono caricati su un furgone che parte a tutta velocità. “Bilal, ho paura. Secondo me ci portano in Libia”, dice Abdrazak, 18 anni marocchino, che vuole raggiungere lo zio a Catania. Invece si finisce alla stazione. Ma il treno per Palermo è già partito: “Minchia, non parte mai in orario”, s’arrabbia un ispettore. Nuova corsa in auto, furgone e sirena fino ad Aragona, la stazione successiva. E questa volta il treno non è ancora arrivato. “Ragazzi ascoltatemi”, spiega un funzionario in inglese, “Avete cinque giorni di tempo per lasciare l’Italia. Siete liberi”. Anche Bilal è libero, nonostante il suo alter ego romeno e i precedenti penali. Gli altri quando capiscono, esultano. Uno si attacca al collo dell’ispettore che sorride, ma preferisce non essere baciato. Tutti, tranne uno, hanno un lavoro o un parente che li aspetta: a Milano, a Torino, a Napoli e Catania. L’ultimo ostacolo è un bigliettaio, la mattina dopo alla stazione di Palermo. È convinto che abbia davanti immigrati che non parlano italiano e li insulta. Maltratta anche un pendolare che si è offerto di aiutarli: “Lei che c’entra, crede che non li capisca?”. Bilal esplode: “Ma se nun capisti mancu l’italiano, lo fate o no ‘sta minchia di biglietto?”. Il bigliettaio sorpreso si mette subito al lavoro. “Che lingua era Bilal?”, chiede Abdrazak in francese, “era curdo?”. n
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Istruzioni per la fuga
“Se vai a Crotone te la puoi cavare con 150 euro. A Bari puoi scappare dal centro di detenzione la notte, saltando la rete e seguendo i sentieri. A Caltanissetta e Trapani no, se ti chiudono lì dentro esci solo quando lo decide la polizia”. Ahmed, così dice di chiamarsi, 26 anni, egiziano del Delta del Nilo, è chiuso da qualche settimana nel centro di Lampedusa e di mestiere fa lo scafista. Il suo desiderio è essere trasferito al centro per immigrati di Crotone: “Perché lì è più facile uscire. È per questo che alcuni di noi viaggiano con il telefono satellitare: quando sono vicini a Lampedusa, chiamano qualcuno a Crotone e rivelano quale nome useranno quando si presenteranno alla polizia”. Vuol dire che è possibile condizionare la propria destinazione? “No, se qui a Lampedusa sanno che vuoi andare a Crotone, ti mandano da un’altra parte. Però succede che alcuni di noi riescano più facilmente ad andare a Crotone di altri. Il punto di riferimento è un gruppo di sudanesi. Una volta liberi, andiamo a Roma, facciamo un duplicato del passaporto e rientriamo in Egitto. Dopo un po’ di riposo, torniamo in Libia legalmente e siamo pronti per un nuovo incarico. Fanno 5 mila euro a viaggio o 6 mila dollari. Alcuni poliziotti libici chiedono invece tra i 5 mila e i 20 mila euro per lasciar partire le navi. Dipende dal numero dei passeggeri”. Gli arrivi in massa degli ultimi giorni segnano la fine dell’accordo tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi. La barca approdata a Lampedusa con quasi 350 immigrati il 26 settembre è addirittura partita dalla Tunisia: “Ci hanno raccolti in Libia e portati oltre il confine”, raccontano i passeggeri. F. G.
I diritti umani secondo il Viminale
In sette giorni di reclusione nel centro per immigrati di Lampedusa, la detenzione di Bilal Ibrahim el Habib non è stata convalidata da nessun giudice: nonostante nessun cittadino possa essere privato della libertà senza il giudizio di un magistrato entro un tempo massimo di 48 ore. Gli immigrati rilasciati la sera di venerdì 30 settembre hanno ricevuto l’ordine di lasciare l’Italia entro cinque giorni firmato dal questore di Agrigento e il decreto di respingimento con accompagnamento alla frontiera. In realtà solo una formalità, perché nessuno è stato fisicamente accompagnato al confine. Ma soprattutto in nessun documento consegnato dalla Questura risulta la detenzione degli immigrati per una settimana o più. La Prefettura ha invece pagato ai nove stranieri il biglietto ferroviario da Agrigento a Palermo. Il ministero dell’Interno ha recentemente confermato alla Commissione europea e alla Corte europea per i diritti umani il rispetto della dignità umana nelle procedure di identificazione degli stranieri: in particolare grazie alla sostituzione dell’inchiostro per le impronte digitali con i Visa Scanner che non sporcano le mani. Il Viminale ha anche assicurato alla Ue che per ogni straniero detenuto a Lampedusa avviene un’udienza di convalida davanti a un giudice di pace. Nei casi di Bilal Ibrahim el Habib e degli stranieri detenuti tra il 24 e il 30 settembre nella gabbia del centro per immigrati sull’isola questa affermazione è falsa. F. G.
È l’ora della mangeria
A Lampedusa si usa uno slang che fonde idiomi diversi.
Maifrend: dall’inglese my friend, mio amico. È il modo con cui carabinieri, poliziotti e assistenti si rivolgono agli immigrati rinchiusi nella gabbia di Lampedusa quando si tratta di un singolo. Il plurale diventa cornuti ed è usato soltanto dai carabinieri.
Ashara-ashara: dall’arabo ashara, dieci. È il richiamo per l’adunata poiché ci si siede sull’asfalto in file da dieci. È anche l’indicazione data la sera alla distribuzione delle sigarette: dieci a testa, un pacchetto ogni due reclusi.
Fisa-fisa: dall’arabo, è l’ordine dato quando gli immigrati devono muoversi o fare qualcosa velocemente. Si usa anche visa-visa.
Mangeria: è l’ora dei pasti (colazione, pranzo o cena). Gli egiziani la chiamano anche mangheria o mangaria.
Asciugamano: nella gabbia di Lampedusa ha molti significati e funzioni in più rispetto all’esterno. Sta al posto di coperta, cuscino, parasole, pantaloni, separé nel wc, turbante, fazzoletto, stuoia e serve a proteggersi gli occhi dalla luce dei fari per dormire la notte.Kulu kulu: derivato dall’arabo, è tutto ciò che riguarda il mangiare.
F. G
Fabrizio Gatti alias Bilal Ibrahim el Habib, Leggi l'articolo »
Il 20 settembre a Bassora, zona a maggioranza sciita nell’Iraq meridionale, l’esercito britannico ha dato l’assalto al carcere della città gestito dalla Guardia Nazionale irachena. I militari della Gran Bretagna non sono andati per il sottile, lanciando l’assalto alla prigione con dieci carri armati e la copertura aerea garantita da alcuni elicotteri d’assalto. Quando le mura del carcere hanno ceduto sotto i colpi dei tank britannici, la folla inferocita ha assaltato i blindati con bottiglie incendiarie e pietre. Alla fine i britannici si sono ritirati, lasciando sul terreno 4 dei loro mezzi blindati distrutti.
La battaglia di Bassora. Ma qual era lo scopo di questa operazione in grande stile? Le truppe britanniche hanno liberato due dei loro che erano stati arrestati poche ore prima dalla polizia irachena. Le ricostruzioni dell’arresto dei due militari britannici sono contrastanti. Secondo gli ufficiali di polizia iracheni i due inglesi, che viaggiavano in abiti civili, hanno rifiutato di farsi identificare a un posto di blocco. Secondo il deputato Fattah al-Sheikh, intervistato da al-Jazeera, i due militari inglesi erano travestiti da arabi e l’auto sulla quale viaggiavano era piena di esplosivo. John Reid, ministro della Difesa britannico, non ha commentato limitandosi a confermare l’arresto di due militari del contingente della Gran Bretagna in Iraq. Alla fine dell’attacco i due militari sono stati liberati, ma con loro sono scappati anche 150 detenuti iracheni che hanno approfittato della confusione per dileguarsi. Le immagini di ieri hanno colto di sorpresa l’opinione pubblica, abituata a sentire parlare di Bassora e di tutta la zona controllata dagli sciiti come di un’isola felice.
Nessuna sorpresa. Qusay, un giornalista iracheno free-lance che vive in città e collabora con tv e radio non la pensa così. “Se si guarda la situazione dal punto di vista del cibo e dell’acqua, Bassora è tranquilla”, racconta Qusay, “la gente non muore di fame e di sete, ma la situazione in città è molto pericolosa. Le truppe britanniche che hanno la responsabilità della zona vivono rintanate nelle loro basi, non escono mai. La città è in mano alle milizie armate. Nello specifico a Bassora il potere reale è nelle mani delle milizie del Mahdi, quelle fedeli a Moqtada al-Sadr per intenderci. I militari si limitano a controllare le strutture d’interesse strategico e commerciale, ma lasciano che per le strade della città viga la legge del taglione. Alle milizia del Mahdi si contrappongono infatti le milizie del Badr, i gruppi armati del partito Sciri, la principale formazione politica sciita in Iraq. A tutte e due queste formazioni sciite si oppongono i gruppi armati sunniti d’ispirazione salafita. Gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno e, nelle rappresaglie che seguono un attacco, paga sempre la popolazione civile”. La situazione che racconta Qusay è molto pesante. Il giovane giornalista iracheno testimonia una vita quotidiana che, a tratti, ricorda la Kabul dei talebani. “Le milizie, armate fino ai denti e con i passamontagna, girano per le strade della città su pick-up”, racconta Qusay, “con la forza impongono la chiusura di tutte le attività che loro ritengono immorali: sotto i loro colpi cadono parrucchieri, negozi di alcolici e negozi di musica. Una ragazza di Bassora, che lavorava come interprete e giornalista, è stata assassinata e io stesso, in più di una occasione, sono stato minacciato di morte”. Gli episodi che Qusay racconta sono tanti, ma uno in particolare rende l’idea del clima irrespirabile di Bassora. “Un giorno alcuni studenti universitari avevano organizzato un pic-nic fuori città”, racconta il giornalista, “il gruppo era composto da ragazzi e ragazze che avevano solo voglia di divertirsi e di stare insieme. I miliziani del Mahdi, con la complicità della polizia, hanno circondato la zona e, per punire la promiscuità di quella innocente scampagnata tra amici, hanno bastonato tutti i presenti, distruggendo i loro cellulari e arrestando 8 ragazzi. Nessuno ha mosso un dito”.
Mancata pacificazione. Questo il clima che si respira a Bassora, ma l’esercito britannico avrebbe la responsabilità di quello che accade. “Come spiegavo i militari non fanno nulla”, racconta Qusay, “e quando lo fanno è anche peggio delle milizie. Un’operazione condotta in città per trovare armi è finita in un bagno di sangue: 10 morti. Tutti civili. Inoltre non sono mai cessati gli arresti arbitrari da parte dei militari britannici che, come accade anche in altre zone del Paese, detengono illegalmente centinaia di persone senza sottoporle a un processo, senza dare loro modo di vedere un avvocato e senza dare notizie alle famiglie. La loro presenza in città non ha per altro portato nessun beneficio lavorativo ai cittadini, com’è accaduto in altre parti dell’Iraq, perché tutta la manodopera civile che lavora nelle basi britanniche è composta da lavoratori che arrivano dall’estremo Oriente. Come può la gente avere un buon rapporto con loro?”, chiede Qusay. I fatti del carcere di Bassora dimostrano come la situazione sia fuori controllo, anche perché la popolazione civile si trova stretta tra la brutalità dei metodi dei militari del contingente britannico e le violenze delle milizie. “Comunque la tensione tra sciiti e sunniti non tocca la gente comune. Io ne sono un esempio pratico: mio padre è sciita e mia madre è sunnita. Sono i radicali di entrambe le parti che rendono la situazione molto pericolosa – conclude Qusay – Se i britannici non riescono a tenere la situazione sotto controllo, dovrebbero almeno evitare di rendere la situazione ancora più difficile”.
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Parla Sheik Hassan Zargani, portavoce del Movimento di Moqtada Sadr: resistenza unita di sciiti e sunniti
Stefano Chiarini
Il Manifesto, 14 settembre 2005
«Negandoci il visto e impedendoci di spiegare le ragioni di una forza politica che gioca un ruolo così rilevante nel nostro paese, il governo italiano ha confermato il suo ruolo di gregario degli occupanti americani. Ha dimostrato di avere paura delle nostre parole perché sono le parole di un movimento nazionale e patriottico che non vuole altro che la liberazione del proprio paese e perché sa che che il popolo italiano è contro la guerra e l’occupazione». Sheik Hassan Zargani, rappresentante all’estero del movimento di Moqtada al Sadr, di passaggio a Beirut, ci riceve in un piccolo e disadorno appartamento al piano terra di una costruzione anonima, al centro del dedalo di viuzze e palazzoni del quartiere di Haret Reik, nella periferia sud della capitale libanese a maggioranza sciita. Sheik Zargani, già direttore del giornale al Hawza chiuso dagli americani la scorsa primavera, ci racconta poi come il diniego del visto sia giunto nel mezzo di un intenso dibattito interno sull’opportunità di partecipare o meno al convegno di Chianciano sulla resistenza irachena. «Di solito non mandiamo mai nostri rappresentanti nei paesi occupanti – ci dice l’esponente iracheno – e non eravamo certo entusiasti della presenza di alcuni oratori del Baath, ma in questo caso, vista la solidarietà verso il popolo iracheno di tanti italiani, stavamo pensando di fare un’eccezione. Si è trattato di un’occasione mancata per voi, per noi, per l’avvio di un dialogo».
Il movimento di al Sadr si considera parte della resistenza irachena?
Noi siamo contro l’occupazione dell’Iraq e la combattiamo in tutti i modi possibili, politico, sociale, istituzionale e anche con le armi. E continueremo a farlo fino alla liberazione. Allo stesso tempo riteniamo che essa debba assumere forme che non danneggino il popolo iracheno e la popolazione civile.
Sempre piu spesso sui media si parla di possibile frammentazione del paese e di uno scontro tra sunniti e sciiti…
Il problema in Iraq è politico e non di natura religiosa: Il rischio di frizioni di questo tipo deriva da due fattori legati all’occupazione: Innanzitutto la struttura politico istituzionale imposta all’Iraq dagli Usa, con la distribuzione di tutte le cariche e dei posti di potere sulla base di percentuali assegnate alle varie etnie e confessioni. Un sistema nel quale i partiti e i politici non sono chiamati a fare il bene dell’Iraq, del paese ma quello della loro comunità o etnia, magari a danno della collettività. Vi è poi l’effetto nefasto di tanti politici, spesso tornati in patria dopo decenni all’estero, i quali non avendo alcun seguito popolare, cercano di giustificare il loro potere soffiando sul fuoco del confessionalismo e dell’etnicismo.
Siete quindi per un ritiro immediato delle truppe…
La presenza di truppe straniere è all’origine del caos iracheno ed è necessario ritirarle prima possibile. Se poi gli iracheni dovessero decidere di chiedere un sostegno a truppe neutrali, magari Onu, noi non saremo contrari.
A livello internazionale ha suscitato una certa sorpresa l’avallo di una possibile divisione dell’Iraq dato dal leader dello Sciri ( il partito sciita maggioritario), Abdel Aziz al Hakim che ha chiesto una super regione a maggioranza sciita nel sud dell’Iraq...
Il nostro movimento è contrario alla divisione del paese e abbiamo organizzato varie manifestazioni per difendere l’unità dell’Iraq. Intendiamoci, noi non siamo contrari alle autonomie locali o regionali, ma questa forma di federalismo estremo voluta dagli occupanti è l’anticamera della disgregazione. Inoltre visto che gli sciiti sono la maggioranza dell’Iraq non vediamo perché dovremmo rinchiuderci in un ghetto nel sud del paese.
Qual è quindi la posizione del movimento di Moqtada al Sadr sul referendum del prossimo quindici ottobre?
Noi siamo contrari agli articoli della costituzione dove si prefigura la divisione del paese ma allo stesso tempo non intendiamo cadere in uno scontro frontale tra sì e no che farebbe il gioco degli occupanti. Credo che presto ci sarà un annuncio in questo senso.
In occidente si dipinge spesso Moqtada al Sadr come un politico che intende imporre all’Iraq il modello iraniano…
Innanzitutto vorrei ricordare che in Iran, a differenza di tanti altri paesi, c’è una vivace dialettica politica e culturale, ma in ogni caso noi siamo iracheni, abbiamo la nostra storia, e non ci interessano altri modelli. Sappiamo bene che l’Iraq è un caleidoscopio di comunità, confessioni ed etnie e non sarà mai possibile – gli americani se ne stanno accorgendo a loro spese – imporre al paese un modello di stato che non sia condiviso da tutto il popolo. Senza però dimenticare che l’Iraq è un paese islamico e mi sembra irragionevole pensare che questo dato possa essere ignorato.
Non teme che l’Iran possa andare ad una intesa non scritta con gli Usa a spese dell’Iraq?
L’Iran è un paese assediato che si trova ad operare in un quadro internazionale dove non c’è ombra di giustizia, basta vedere come Usa ed Ue chiedono a Tehran di rinunciare al nucleare e tacciono invece sulle bombe atomiche israeliane. Quindi è logico che il governo iraniano cerchi di difendersi utilizzando tutti i mezzi possibili. Politicamente siamo giovani ma in questi due anni abbiamo imparato molto e capiamo le loro ragioni. Allo stesso modo però riteniamo che il futuro dell’Iraq debba essere nelle mani degli iracheni e che spetta a noi decidere obiettivi e mezzi della nostra liberazione.
Sheik Hassan Zargani, portavoce del Movimento di Moqtada Sadr: r Leggi l'articolo »
Lo sceicco Jawad al Khalisi è imam sciita della moschea di al Kadhimiya, a Baghdad, e preside della scuola religiosa annessa. E’ di passaggio a Parigi dopo l’incontro interreligioso di Sant’Egidio, a Lione
Michel Bôle- Richard
Le Monde, 16 settembre 2005
Abu Mussab Al Zarqawi ha dichiarato la “guerra totale” agli sciiti e commesso, mercoledì 14 settembre, il massacro più sanguinoso a Baghdad dall’inizio della guerra in Iraq. Cosa pensa di questa dichiarazione?
Io non penso che Al Zarqawi esista in quanto tale. E’ soltanto un’invenzione degli occupanti per dividere il popolo, poiché è stato ucciso nel nord dell’Iraq all’inizio della guerra, mentre si trovava con il gruppo di Ansar Al Islam, nel Kurdistan. La sua famiglia, in Giordania, ha provveduto a una cerimonia dopo la sua morte. Abu Mussab Al Zarqawi è quindi un fantoccio utilizzato dagli americani, una scusa per proseguire l’occupazione. E’ un pretesto per non lasciare l’Iraq.
Ma perché dichiarare la « guerra totale » agli sciiti ?
Al fine di avvicinarli alle forze di occupazione. In questo modo, gli sciiti troveranno rifugio presso gli americani piuttosto che unirsi alla resistenza. Perché gli sciiti partecipano alla resistenza al sud, come lo testimoniano i recenti attentati commessi, soprattutto a Bassora.
Eppure, non è stato appena annunciato che Najaf è passata sotto il controllo delle forze irachene e che altre città del Sud faranno lo stesso?
Non è vero. E’ solo un annuncio ad effetto per i media. In realtà. Le forze irachene non controllano la situazione e le truppe di occupazione restano nella periferia per intervenire nel caso ci fossero dei problemi.
Il progetto di Costituzione adottato sarà sottoposto ad un referendum il 15 ottobre. Che ne pensa?
E’ un testo adottato affrettatamente per rispondere all’agenda degli Americani. Non riflette le speranze del popolo iracheno, che è più preoccupato della sua sopravvivenza giorno per giorno e della sua sicurezza. Il progetto è stato concepito nella “zona verde” di Baghdad, sotto la guida dell’ambasciatore americano. Come ha detto uno specialista di questioni irachene britannico , “la Costituzione equivale ad occuparsi di sistemare le sdraio sul ponte del Titanic mentre sta affondando”. Adesso l’Iraq sta sprofondando.
Il referendum sarà un successo, come lo sono state le elezioni di gennaio ?
Personalmente, io invito al boicottaggio, ma se i miei concittadini decidono di andare a votare “no”, noi non ci opporremo. In ogni caso, George Bush ha già preparato la sua dichiarazione che afferma che questa consultazione è stata un successo e un progresso sul cammino della democrazia. Ma questo cambia qualcosa per l’Iraq?
Qual’è la posizione del grande ayatollah Al Sistani su questo referendum?
Non ha ancora preso posizione. Coloro che sono favorevoli al processo tentano di usarlo per incitare la popolazione a votare. Può dire “si” o non dire niente. Per le elezioni del trenta gennaio, aveva sostenuto le elezioni, ma il popolo iracheno non ne ha tratto beneficio e le promesse non sono state mantenute. Da allora, la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Coloro che sono stati eletti sono più preoccupati per il loro posto e il loro benessere che per quello del popolo. La corruzione è generalizzata. Neanche il bilancio della ricostruzione è stato realizzato.
Ibrahim Al Jaafari è un cattivo primo ministro così come è un cattivo medico. Non è come il vostro Pétain, che era stato un buon generale prima di essere un pessimo politico…
Allora,secondo lei, qual è la soluzione per salvare l’Iraq?
Prima cosa: un calendario di ritiro delle truppe. In secondo luogo: mettere le competenze nazionali sotto la supervisione dell’ONU al servizio del paese, e non più dei politicanti. Infine, un dialogo nazionale con l’organizzazione di elezioni sotto supervisione internazionale.
Se l’occupazione continua, la situazione non farà che peggiorare e sempre più iracheni si uniranno alla resistenza.
(Traduzione di Paola Mirenda)
abu mussab al zarqawi is dead. Leggi l'articolo »
All’on. Nichi Vendola, Presidente Regione PugliaBloccati i poligoni militari in Puglia: grazie Presidente Nichi!
Grazie a te e a tutti quelli che si preparano ad assumere con maggiore determinazione l’impegno di liberazione della nostra terra da tutto ciò che produce morte e la rende, suo malgrado, palestra di esercitazioni alla guerra.
Missionari comboniani di Bari22 settembre 2005
Gentile Presidente,
sembrava ormai archiviata come storia passata e la sovranità popolare ancora una volta sconfitta dagli interessi di Stato, soggiogata da una lobby industriale-militare-massonica, ma così non è.
L’impegno di molti uomini e donne, amministratori onesti e amanti della nostra terra, l’impegno intelligente e generoso di don Tonino Bello, e quello di tanti altri soggetti impegnati a ripensare quest’oggi e ad amare la Puglia, come terra vocata ad estendersi nel “suo mare come arca di pace e non arco di guerra” quest’oggi, ancora una volta, trova il giusto riconoscimento e viene assunto nei fatti da una amministrazione region ale che è maturata e ha condiviso da sempre questi passi e queste visioni. Grazie Nichi! Grazie a te e a tutti quelli che si preparano ad assumere con maggiore determinazione l’impegno di liberazione della nostra terra da tutto ciò che produce morte e la rende, suo malgrado, palestra di esercitazioni alla guerra. Grazie perche’ ridai fiato alla speranza e mobiliti le nostre coscienze: un Sud capace di pensarsi da solo è possibile, un Sud che non rincorre le chimere del PIL ma vuole tornare a guardare e a rispettare il valore assoluto che ogni persona, di qualunque cultura, religione e provenienza, ha in se’.
Ripartire dalle Regioni periferiche per dire il proprio no alla guerra, alla cultura di morte che ci attanaglia! Imparare ad amare la propria terra, la propria comune umanità, scongelando la ricchezza dalle mani avide dei pochi privatizzatori del creato. Innescare processi comunitari, ripartire dal basso per leggere la storia con gli occhi degli esclusi per porre i segni di una cultura della compresenza e superare cosi’, il rapporto conflittuale tra libertà e uguaglianza, tra comunità e persona, tra individuo e persona. Avviare processi di coinvolgimento per chiamare la gente a pensare ad una società differente, a scegliere, a riflettere su valori, conquiste e modalità di cambio. Siamo tutti alla pari, siamo fratelli e sorelle.
Sarebbe bello osare di piu’ e fare della Puglia un cantiere di elaborazione della difesa popolare e nonviolenta e non armata, gia’ riconosciuta nella sua validita’ giuridica dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 164 del 1985 e principio poi recepito nella legge n. 230 del 1998. Si tratta di avviare a livello regionale, e suggerire poi per le primarie, il disarmo unilaterale. Anzi avviare una campagna di sensibilizzazione per l’obiezione alle spese militari ma a favore della difesa popolare nonviolenta e disarmata.
Visto che la prossima finanziaria fa presagire momenti di magra, osiamo pensare che l’8 per mille versato allo Stato, non diventi l’osso al quale le tante confessioni mirino o il fondo segreto al quale lo Stato potrebbe attingere per sostenere la guerra, ma il fondo per il pieno recupero ambientale del nostro territorio, e della Murgia in particolare, cominciando con le spese legali per lo smantellamento di una mega struttura che raccoglierà immondizia da tutta l’Europa per fertilizzare il portafoglio di pochi e continuare ad appestare ed inquinare tutti noi. E’ necessario un tavolo di concertazione tra enti locali per sostenersi nell’impegno.
Coraggio, Presidente Nichi!
Missionari Comboniani – Bari
comboniani: grazie presidente nichi vendola Leggi l'articolo »
Palestinian children peer out through a hole in a tent, at the Mawasi area in the Gaza Strip, Tuesday, Sept. 13, 2005 . For more than four years, the families of Mawasi have been effectively cut off from their relatives in the nearby Gaza town of Khan Younis, trapped behind a security fence that protected the Gush Katif bloc of settlements in Gaza. (AP Photo/Muhammed Muheisen)
ma le macchine di morte del nemico sono sempre in agguato…
Palestina, cadono le barriere israeliane, vecchi e nuovi affetti Leggi l'articolo »
al mukawama siempre
Gaza, oggi, dopo 38 anni di occupazione israeliana. Leggi l'articolo »
BERLUSCONI MAFIOSO
L’ultima intervista di Paolo Borsellino.
Ripresentiamo la trascrizione dell’intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L’intervista venne registrata quattro giorni prima dell’attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio a Palermo. In questa intervista si parla dei rapporti tra Berlusconi e la mafia.
Dedicato a Maria Teresa
Ripresentiamo la trascrizione dell’intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L’intervista venne registrata quattro giorni prima dell’attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio a Palermo. In questa intervista si parla dei rapporti tra Berlusconi e la mafia.
A seguire troverete il link al decreto d’archiviazione del 3 maggio 2002 del gip di Caltanissetta per le stragi Falcone e Borsellino dopo le indagini su Berlusconi (Alfa) e Dell’Utri (Beta): motivo in più per non credere a quello che ci raccontano sulle stragi di Capaci e via D’Amelio…
Borsellino
Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.
Giornalista
“Uomo d’onore” di che famiglia?
Borsellino
L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.
Giornalista
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Borsellino
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.
Giornalista
Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Borsellino
Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.
Giornalista
Dell’Utri non c’entra in questa storia?
Borsellino
Dell’Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
Giornalista
A Palermo?
Borsellino
Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
Giornalista
Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?
Borsellino
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.
Giornalista
I fratelli
Borsellino
Sì.
Giornalista
Quelli della Publitalia?
Borsellino
Sì.
Giornalista
Perché c’è nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli.
Borsellino
Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.
Giornalista
C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.
Borsellino
Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
Giornalista
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
Borsellino
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.
Giornalista
Perché quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.
Borsellino
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell’Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
Giornalista
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
Borsellino
All’inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
Giornalista
Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?
Borsellino
è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
Giornalista
Mangano era un pesce pilota?
Borsellino
Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia.
Giornalista
Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?
Borsellino
Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
Giornalista
C’è un’inchiesta ancora aperta?
Borsellino
So che c’è un’inchiesta ancora aperta.
Giornalista (in francese)
Su Mangano e Berlusconi a Palermo?
Borsellino
Sì.
Due mesi dopo (il 19 luglio) Borsellino ucciso e con lui gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cusina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina
vedi inoltre:
Marco Travaglio: marcello dell’utri e berlusconi son mafiosi
berlusconi mafioso: ultima intervista di borsellino paolo Leggi l'articolo »