Settembre 2010

Striscia di Gaza: i morti palestinesi che scompaiono dalle cronache italiane.

Il mio ultimo pezzo per Infopal:

Mentre a Gaza gli obitori reiniziano a intasarsi e i becchini si scervellano per trovare nuovi metri cubi di terra ancora vuota da riempire, qualcuno a Gerusalemme ha dato l’aria di divertirsi un mondo.

Settimana scorsa in mondovisione, i sorrisi e le strette di mano fra il promotore e primo patrocinatore del movimento dei coloni Netanyahu e il pupazzo indegno della bandiera che porta Abu Mazen stonavano parecchio con la realtà di Gaza, visti da qui sul campo.

I negoziati di pace stanno esportando piu’ guerra di quanto preventivato nella Striscia: bombardamenti aerei, carri armati e cecchini israeliani al confine hanno provocato numerosi ferimenti e uccisioni dal 2 settembre a oggi. Non sono “cinque uccisi, fra cui tre civili e un miliziano” come scritto in un dispaccio ANSA del 15 settembre da Aldo Baquis, ma sono 6 gli ammazzati palestinesi fino al 24 di questo mese qui a Gaza, e tutti e sei sono civili.

A beneficio anche della distrazione dell’Ansa ecco i nomi degli uccisi in tempo di negoziati di pace:

4 settembre. Caccia F16 israeliani bombardano i tunnel di Rafah al confine con l’Egitto. Due lavoratori palestinesi muoiono per l’esplosione il successivo crollo del tunnel. Sono Khaled ‘Abdul Karim al-Khatib, di 35 anni e Saleem Mohammed al-Harrab, diciannovenne, entrambi provenivano dal campo profughi di, al-Boreij.

12 settembre. Un carro armato al confine di Beith Hanou fa fuoco in direzione di tre pastori palestinesi che accudiscono le loro pecore. All’ospedale arrivano i cadaveri massacrati di Ibrahim Abdullah Mosa Abu Sa’id, 91 anni,, Hosam Khaled Ibrahim Abu S’aid, 16 anni e Isma’il Waleed Mohammed Abu ‘Oda, di anni 17. L’esercito israeliano che all’inizio afferma di aver colpito miliziani in procinto di entrare in azione, dinnanzi alle prove lampanti fornite dalle organizzazioni per i diritti umani non ha potuto fare altro che ammettere “l’errore”, o per meglio dire “l’orrore”. Senza che questo comporti nessun procedimento sostanziale contro l’ufficiale che ha dato l’ordine e il soldato che ha eseguito l’ennesima carneficina di civili.

15 settembre. Caccia F16 di nuovo in picchiata sopra i tunnel di Rafah mietono l’ennesima vittima civile, Wajdi Jihad al-Qadhi, 23 anni, che viveva nel campo profughi Yibna di Rafah. Questi i nomi dei 6 civili assassinati, ai quali va aggiunto Mansour Baker, un giovane pescatore ucciso venerdi’, senza dimenticare le decine di feriti dal 2 settembre a oggi coinvolti nei bombardamenti e negli attacchi terroristici israeliani al confine.

Nell’articolo citato dell’Ansa cio’ che lascia eufemisticamente interdetti è la prassi di prendere come cronaca i comunicati diramati dai portavoce dell’esercito israeliano, come fossero la cieca realtà dei fatti.

“Da Gaza miliziani palestinesi hanno sparato almeno due razzi verso il porto israeliano di Ashkelon e una decina di colpi di mortaio in direzione dei villaggi agricoli ebraici del Neghev. Per la prima volta, almeno tre proiettili contenevano fosforo”. Scrive Baquis, senza che gli aleggi nella testa il dubbio di dove diavolo sono andati a prenderselo il fosforo bianco i palestinesi che sotto assedio fanno fatica a trovare due mattoni e un secchio di cemento. Qualcuno ha ipotizzato il fosforo bianco fosse un residuo di quelle tonnellate che ci hanno scaricato addosso nel gennaio 2009 durante Piombo Fuso, ma non ci vuole un laureato in chimica per sapere che un proiettile del genere una volta sparato non puo’ poi essere risparato indietro. A meno che non si tratti di un messaggio volutamente simbolico, ma si da il caso che gruppi armati di Gaza hanno smentito la bufala.

D’altronde, a prendere come notizie i comunicati dei vertici militari israeliani Piombo Fuso è stata un’ offensiva contro Hamas, poco importa che poi il 90 per cento delle vittime sono state civili, compresi 350 bambini.

Il 17 settembre una squadrone della morte israeliano è entrata prima dell’alba in una abitazione a Tulkarem e ha ammazzato nel sonno il leader di Hamas As’ad Shelbaya, sparandogli gli tre colpi a bruciapelo. Anche in questo caso i maggiori media occidentali hanno ripetuto la versione israeliana secondo la quale Abu Shaalbiyeh sarebbe “corso in strada in maniera sospetta verso i militari, nascondendo le braccia dietro la schiena” a differenza di quanto hanno raccontano familiari e testimoni secondo i quali si è trattata di una vera e propria esecuzione, avvenuta nella camera da letto di Abu Shaalbiyeh. Sul suo corpo non sono state trovate e armi e comunque sarebbe bastato osservare le foto della scene del delitto per intuire la sua fine:

Mentre beffa delle beffe per i palestinesi Abu Mazen incontra il premier israeliano nella sua confortevole casa di Gerusalemme, casa con vista sionista, come per assicurarsi un ruolo da suo maggiordomo a negoziati finiti, la società civile mondiale continua a fomentare il boicottaggio contro Israele, e la buona notizia di questa settimana viene dalla Gran Bretagna dove 6 milioni e mezzo di lavoratori tramite i loro sindacati si rifiuteranno di comprare merci prodotte nelle colonie illegali israeliane.

Alla conferenza annuale del TUC, il congresso della federazione dei sindacati del Regno Unito che rappresenta la gran parte dei lavoratori inglesi, ha votato all’unanimità una mozione a sostegno del BDS movement.

Marterdi’ scorso, giorno dei negoziati, ci siamo recati al confine disarmati, per ricordare le ultime vittime e per rilanciare il messaggio del boicottaggio dinnanzi a Erez, il muro nord della prigione di Gaza.

I secondini israeliani ci hanno mitragliato senza negoziare alcuna umanità: 

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city.

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Il vero volto dei negoziati di pace

Il mio pezzo di ieri per Peacereporter:

Ieri nell’obitorio di Beit Hanoun, dinnanzi a me mutilato, stava disteso il vero volto dei negoziati di pace.

Nelle celle frigoriferi spalancate i veri frutti dei colloqui voluti da Benjamin Netanyahu, la pratica della pace israeliana che mentre in gessato scuro con una mano ingessata dà pacche sulle spalle ai pupazzi di Ramallah, con l’altra armeggia il tritacarne di una occupazione mai disinnescata.

I volti delle ultime vittime civili palestinesi presentano le scarificazioni del rituale dello Shalom come è inteso da Netanyahu, e prima di lui da Olmert, da Sharon, da Perez, da Rabin, da Golda Meir fino a Ben Gurion, e ancora prima negli spregevoli piani prospettati a fine ottocento da Theodor Herzl.

Un vivere in pace che nella visione sionista è sinonimo di pulizia etnica della popolazione autoctona, che se a Gerusalemme e in West Bank si concretizza coi bulldozer  e gli ettari di terra divorati ogni giorno radendo al suolo case e abbattendo ulivi millenari, qui a Gaza continua incessantemente a sradicare vite umane.

Ieri pomeriggio a Beit Hanoun,verso le ore 17, il pastore beduino Ibrahim Abu Sayed di 91 anni si trovava col suo nipote diciassettenne Hossam e un suo amico, Ismail Abu Oda, di anni 16  a Nord di Sharab Street, a badare al bestiame nella loro terra posta a circa 700 metri dal confine, quando durante una improvvisa incursioni di blindati israeliani un carro armato ha sparato un colpo di cannone direttamente su di loro, riducendo i corpi in brandelli.

All’ospedale di Beit Hanoun abbiamo incontrato le famiglie di queste nuove vittime del terrorismo israeliano, la moglie di Ibrahim, devastata dal dolore, sfogava gridando a squarciagola tutto l’orrore a cui aveva appena assistito.

“Ero con loro mezz’ora prima che dell’attacco”, ci ha avvicinato Mohammed Abu Oda, un parente, “li ho visti prendersi cura delle loro pecore. Poi quando mi sono allontanato ho sentito i colpi sparati dai carri armati israeliani, i colpi che hanno ucciso i nostri familiari”.

Sono morti all’istante, secondo quanto ci ha riferito un dottore che preferisce rimanere anonimo. Ibrahim presentava sul petto e sullo stomaco numerose ferite causate da frammenti di esplosivo, mentre Hossam è arrivato all’ospedale con la parte posteriore del cranio mancante, come abbiamo potuto constatare all’obitorio.  Anche Ibrahim, l’amico di Hossam,  è arrivato cadavere dinnanzi ai dottori e anch’esso con gran parte della testa mutilata.

 

“Israele dichiara che la nostra terra si trova nella buffer zone, ma siamo almeno 700 metri lontano dal confine”, ci ha raccontato lo zio di Ismail, Majdi Abu Oda. “Siamo tutti contadini e pastori che viviamo lì da moltissimi anni. Non siamo nemici di Israele, non rappresentiamo un pericolo per loro. Hanno telecamere piazzate ovunque lungo la linea di confine e ci hanno visto centinaia di volte. Hanno le nostre foto, ci conoscono bene, come sapevano benissimo che i tre uomini  ammazzati oggi erano civili e non combattenti.”

Lo stesso sdegno suscitato nel mondo per l’omicidio dei coloni israeliani non si è fatto vedere neanche questa volta a Gaza per il massacro di questi 3 pastori, che a differenza dei coloni erano secondo le leggi internazionali si trovavano a tutti gli effetti sulla loro terra e non rappresentavano una minaccia per Israele.

Per commemorare la macabra fine di un anziano nonno, di suo nipote e di un secondo adolescente, domani a Beit Hanoun è prevista una manifestazione al confine, che si presume sarà molto partecipata.

Saber Zaneen, coordinatore dell’associazione di volontari  “Local Initiative” e organizzatore della manifestazione ha dichiarato:

terrorismo israeliano made in israel

“ Oggi l’occupazione israeliana ha commesso un nuovo crimine da aggiungere alla sua infinita lista nera. 3 martiri ora riposano in cielo cono onore e dignità in cielo. Chiediamo con forza alla comunità internazionale e alla società civile tutta di mobilitarsi affinchè cessino questi crimini contro l’umanità contro civili palestinesi e di impegnarsi per proteggere la popolazione  all’interno della Striscia di Gaza”.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza

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LAUREN BOOTH: lettera aperta a Israele

Un’accorata lettera di una cara amica

V.

Questa mattina avevo l’intenzione di scrivere un articolo sul saccheggio della flottiglia di aiuti diretta a Gaza da parte di vostri soldati. Come avrete potuto leggere, un ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane è stato rinviato a giudizio da un tribunale militare, sospettato di aver rubato dei computer portatili ai passeggeri. E’ da notare come il quotidiano Haretz ora si riferisca alla flottiglia denominandola “flottiglia di aiuti”. Proprio com’era. Invece della flottiglia del “terrore”, come avrebbero voluto i vostri leader che fosse chiamata. Ma faccio una digressione. Dunque, eccomi, pronta per scrivere il mio pezzo, quando mi sono imbattuta in un articolo uscito su ynetnews. Cercava di spiegare nei dettagli lo sgomento forse provato da qualcuno per via del saccheggio. Un ufficiale di rilievo delle Forze di Difesa Israeliane ha dichiarato a proposito dei furti verificatisi sulle navi: “Ci dev’essere un grave problema all’interno delle IDF per quanto riguarda i valori”. 

Ho fissato quelle parole a lungo. E, invece di scrivere il mio pezzo, ho deciso di scrivervi. Perché non posso fare a meno di domandarmi: ma chi, sulla faccia della terra, ha ancora riserve di “sgomento” messe da parte di fronte al comportamento delle vostre forze armate? Voglio dire, ma suvvia ragazzi. Al di là dei confortevoli viali di Tel Aviv, il resto del mondo trova che la frase “Esercito Morale”, quando usata per riferirsi alle IDF, sia in pratica uno scherzo grosso, (tristemente catastrofico), e di portata globale. Sullo stesso piano di, ad esempio, il rifiuto del riscaldamento globale oppure i due mandati di George Bush. 
Ora, qui l’ho fatto ancora una volta. Vi ho fatto arrabbiare molto. Ma, per favore, datemi ancora qualche attimo in più per spiegare perché sto scrivendo questa lettera. Perché non ho l’intenzione e non voglio nemmeno insultarvi. Di certo non più di quanto ho fatto in passato. Sono seduta qui, con la lavatrice e tante altre cose ancora da fare in casa, per farvi una domanda. Come madre e come essere umano che sono ho bisogno di sapere perché non vedete il male che viene fatto nel vostro nome?

Come fate a non vedere?

Come forse sapete già, ho partecipato alla prima missione Freegaza nel 2008. Questo vuol dire che non solo ho il piacere di conoscere personalmente le brave donne che hanno fondato il FGM (Freegaza Movement). Vuole anche dire che avevo molti amici e colleghi sulla flotta attaccata dalle vostre forze armate a maggio. 
Sapete, (di nuovo per un secondo consideratemi una madre e non una “nemica”) nessuno tra quelle brave persone è un terrorista che vuol introdurre armi illegalmente per gli “estremisti”. Sono uomini e donne di estrema umanità e preoccupate per lo stato del mondo. Persone che non riescono a condurre una vita normale mentre il vostro stato, il vostro esercito, i vostri coloni, tormentano altri esseri umani. Ogni minuto ogni giorno. Di ogni mese e ogni anno. 
Da sessantadue anni. 

Non vorrei essere scortese. Ma arriva un momento in cui dire “Non sapevo cosa stesse succedendo” comincia ad essere trito e ritrito. Si capisce, vero? Tutta questa farsa di essere “scioccati” dal comportamento pessimo di vostri soldati, ha fatto ridere tutti i non israeliani; in effetti, ci fa ridere. 

Il saccheggio di questa settimana da parte di vostri soldati, non è la prima volta che si verifica, non è vero? Forza. Ripensateci. Ce ne sono state tante, ma tante altre. Ve ne siete dimenticati? Vi do una mano. Prendete un computer e digitate le parole “IDF looting” (saccheggi IDF) nel motore di ricerca google. Potreste (o forse no) essere sorpresi nel ritrovarvi di fronte a più di 64.000 risultati. Ora prima che perdiate il controllo urlando che “i nostri nemici dicono falsità nei nostri confronti”. Fatemi il piacere. Leggete alcuni dei risultati sulla prima pagina. Non vi prenderà troppo tempo. Va bene perché non prendere tutta la mattina per leggerli? Dopo tutto, è in qualche modo il vostro dovere sapere che cosa si sta facendo nel vostro nome, non vii pare? Voglio dire, quando si commettono delle atrocità in guerra con i shekel delle vostre tasse, avete il diritto di sapere. 

Uno dei risultati google ha rivelato che un soldato delle Forze di Difesa Israeliane confessò di aver rubato una carta di credito da una abitazione posta a nord della striscia di Gaza durante l’Operazione Piombo Fuso. Vi ricordate? Il soldato, appartenente al battaglione di ricognizione della fanteria Givati, la usò per prelevare 1.600 shekel in Israele. Un piccolo atto criminale. Parte di una criminalità molto più ampia. 

Un crimine contro l’umanità, sia perché lo ignorate oppure perché siete tenuti all’oscuro volutamente da parte delle vostre autorità. E come già ho avuto modo di menzionare, voi avete accesso a internet, non siete costretti a rimanere al buio. A meno che, ovviamente, non vi troviate a vostro agio lì dentro. 

L’ultimo saccheggio da parte delle IDF a danno della proprietà di civili, mi ha fatto pensare alle donne Al Samouni che ho incontrato l’anno scorso sulle macerie delle loro abitazioni preso Al Zaytoun (vi mando qualche foto in allegato). Voi potreste vagamente ricordare quel nome, “Al Samouni”. Facciamo un esercizio della memoria. Il sabato 3 gennaio 2009 è iniziata l’incursione israeliana nel quartiere Al Zaytoun. Il giorno dopo, 4 gennaio 2009, le vostre forze hanno bombardato la stessa zona. 
Lunedì 5 gennaio 2009 alle ore 7:00, di nuovo le vostre forze bombardano la stessa area di Hay nel (quartiere) Al Zaytoun. Uno dei razzi ha colpito il terzo piano della casa di Tallal Hilmi Al Samouni. Successivamente sono arrivati i soldati a sparare per uccidere. 

Complessivamente, 26 membri della famiglia Al Samouni sono stati uccisi, compresi 10 bambini e 7 donne. La Croce Rossa ha potuto accedere all’area soltanto tre giorni dopo per evacuare i morti e i feriti, la maggior parte dei quali erano in condizioni così gravi che sono stati portati in Belgio, Egitto e Arabia Saudita per ricevere le cure adeguate. 

Permettetemi di elencarvi i loro nomi visto che probabilmente non li conoscete. Poiché siete delle persone gentili, sono sicuro che volete portare loro i vostri rispetti e forse anche pregare per loro.

Elenco dei bambini uccisi 

• Azza Salah Al Samouni, anni 3.
• Waleed Rashad Al Samouni, anni 17.
• Ishaq Ibrahim Al Samouni, anni 14.
• Ismail Ibrahim Al Samouni, anni 16. 
• Rifka Wael Al Samouni, anni 8.
• Fares Wael Al Samouni, anni 12.
• Huda Nael Al Samouni, anni 17.
• Ahmad Atieh Al Samouni, anni 14. 
• Mu’tassim Mohammed Al Samouni, anni 6.
• Mohammed Hilmi Al Samouni, anni 5. 

Elenco delle donne uccise

• Rahma Mohammed Al Samouni, anni 50.
• Safa’ Hilmi Al Samouni, anni 25.
• Maha Mohammed Al Samouni, anni 22.
• Rabbab Azzat Al Samouni, anni 32.
• Laila Nabih Al Samouni, anni 40. 
• Rifqa Mohammed Al Samouni, anni 50.
• Hannan Khamis Al Samouni, anni 36.

Elenco degli uomini uccisi

• Tallal Hilmi Al Samouni, anni 55.
• Attieh Hilmi Al Samouni, anni 25.
• Rashad Hilmi Al Samouni, anni 42.
• Tawfiq Rashad Al Samouni, anni 23.
• Mohammed Ibrahim, anni 26.
• Ziyad Izzat Al Samouni, anni 28.
• Nidal Ahmad Al Samouni, anni 30. 
• Hamdi Maher Al Samouni, anni 23.
• Hamdi Mahmoud Al Samouni, anni 70.

Lo scorso marzo le donne e i bambini mi hanno portato in giro tra le macerie della loro comunità. Ho visto i graffitti razzisti lasciati sui muri di una stanza dove una ragazza adolescente doveva ancora dormire. Un ricordo lasciatole da niente meno che dall’“Esercito Morale”. C’erano scritte “torneremo” sia in ebraico, sia in inglese, e poi ho visto una vignetta volgare che mostrava una casa che esplodeva con le parole “siete qui” spiritosamente aggiunte. Una bella ragazza mi ha raccontato di come si stesse per sposare prima dell’attacco. La sua famiglia aveva messo da parte diverse migliaia di dollari per la sua dote (i risparmi messi da parte da molte persone all’interno di una stessa famiglia per molti anni, come potete immaginare). Era stata nascosta sotto un letto dentro una valigia per la felice occasione. Sua madre aveva alcuni gioelli antichi appartenuti per generazioni alla famiglia, anche sotto forma d’oro. Bene, ecco, i vostri soldati, hanno bombardato queste persone, dopo hanno sparato ai loro figli, in seguito hanno razziato tutto quello che avevano i sopravvissuti. Vi giuro, controllate su google, guardate dentro ai vostri cuori, sappiate che questo succede. 

Sapete che questo è il modo in cui il vostro esercito tratta volutamente i palestinesi. 

Prima che urliate “menzonga” o “antisemiti”, per favore, vi prego. Da genitore a genitore. Da essere umano a essere umano. Nel nome del Dio di tutte le fedi, fatte un respiro, sospendete la vostra incredulità e poi continuate a leggere. Perché, oh Israele. Cosa succederebbe se, supponiamo, io non fossi l’antisemita come hanno cercato di dipingermi i vostri estremisti informati su wikipedia. E cosa succederebbe se, soltanto il dieci per cento dei 64.000 risultati google per “saccheggi IDF” fosse completamente vero? Cosa succederebbe allora? Di che cosa vi rendete complici? Cosa farete se solo per un secondo la verità vista da tutto il resto del mondo sulla brutalità di vostri leader riempisse le vostre menti e i vostri cuori come succederà sicuramente un giorno? 

Le mie parole, trovandomi all’esterno, sembreranno senz’altro dure, perfino ingenue. Allora ecco quest’articolo dal Jerusalem Post di oggi.

“Secondo le informazioni analizzate dall’organizzazione per i diritti dell’uomo Yesh Din, tra il settembre del 2000 e la fine del 2009, meno del sei per cento tra le quasi 2.000 inchieste aperte contro i soldati dell’IDF sospettati di crimini contro i palestinesi hanno ricevuto un atto d’accusa formale. Durante lo stesso periodo, secondo diverse stime, migliaia di civili palestinesi venivano uccisi come risultato delle attività delle IDF. Quante tra queste uccisioni hanno avuto come esito un atto d’accusa? Quattro. Non il quattro per cento – soltanto quattro”. 

Diventa sempre più chiaro come i vostri giovani uomini e le vostre giovani donne siano allenati per comportarsi come animali. Questi fatti, le razzie, le fotografie pubblicate su internet da Eden Abergil, non possono più essere catalogati con la dicitura “casi isolati”. 

Spetta a voi di chiedervi che cosa vogliano dire. 

Sono veramente dispiaciuta se le mie parole vi hanno offeso. Volevo soltanto parlare con voi direttamente per una volta. 

A proposito, c’erano circa 400 computer portatili, 600 cellulari e inoltre denaro in contanti ed effetti personali, materiale trattenuto dal vostro esercito che non è ancora tornato in possesso dei passeggeri della flottiglia di aiuti. Vedete, quando si sono imbarcati, per qualche motivo, quelle brave persone, non avevano pensato che sarebbero state derubate dalle IDF. 

Vostra con speranza,

Lauren Booth

Titolo originale: “An open letter to Israel From: Lauren Booth, UK “

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NIKLAUS47

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Eid Mubarak Gaza! Shana Tovah Israele!

Il mio ultimo pezzo per Infopal:

Eid Mubarak Gaza! Felice Eid Gaza!

Shana Tovah Israele! Buon anno Israele!

Quando un missile di una tonnellata si schianta a 200 metri da voi i timpani fanno parecchio male e la sensazione di intontimento è pari a quella che si prova dopo aver ricevuto un cazzotto non preventivato da Mike Tyson.

Ieri sera verso le 22  Israele ha deciso di festeggiare il nuovo anno ebraico sparando i suoi botti su una di Striscia di Gaza che contemporaneamente si stava dedicando ai preparativi per l’ Eid ul-Fitr, la maggiore festività musulmana che segna la fine del digiuno del Ramadan.

Ho camminato come in preda ad una leggera commozione cerebrale sul luogo del bombardamento presidiato da forze di sicurezza di Hamas visibilmente agitate, con me giornalisti locali, pompieri e ambulanze.

C’è un enorme cratere ora nella rimessa dinnanzi al porto dove la polizia tiene le carcasse arrugginite dei veicoli distrutti durante Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani del gennaio 2009.

Il missile ha colpito un antiquato carro armato dell’Autorità Palestinese, il blindato ha fatto un volo di cento metri e se ne sta riverso in rottami in mezzo alla strada, per darvi l’idea della portata della potenza dell’esplosione.

Fa ancora parecchio caldo a Gaza, per cui le mie finestre erano spalancate, al contrario di alcune dei miei vicini di casa che sono andate in frantumi.

Altri bombardamenti nello stesso momento hanno colpito i tunnel al confine di Rafah, fortunatamente non causando feriti gravi ma solo danni a edifici nei pressi, a differenza di ciò che è accaduto sabato, quando  i missili lanciati dagli f16 hanno provocato due morti e il ricovero in ospedale di due uomini con gravi ustioni.

Venerdì scorso il datore di lavoro di Ali Al Khodary, uno dei palestinesi feriti, aveva concesso ai suoi dipendenti un giorno di ferie salvo poi richiamarli all’improvviso al loro impiego sabato sera. Il tunnel dove Ali lavorava da tre settimane per mantenersi gli studi in sociologia all’università di Al Quds è stato bombardato appena pochi minuti dopo il suo arrivo:

“Mi ero appena levato la maglietta e mi stavo preparando a scendere sotto terra quando un’esplosione mi ha lanciato diversi metri lontano. Al mio risveglio il mio corpo era in preda alle fiamme e una donna si  è precitata verso di me gettandomi dell’acqua addosso”.

Il padre di Ali che ho incontrato all’ospedale  era  contrario alla scelta del figlio di un lavoro così pericoloso, ma il ragazzo determinato a continuare i  suoi studi non aveva altra scelta  in una Gaza che sotto assedio da 4 anni non ha da offrire altri impieghi.

Non sono solo ragazzi e adolescenti a lavorare sotto la superficie terrestre di Rafah per procacciare  le merci necessarie alla quotidianità dei palestinesi della Striscia.

Hassan Abu Armana, quarantacinquenne è disteso con ustioni di terzo grado su tutto il corpo in un letto poco distante da quello di Ali: col suo lavoro di tassista non era più in grado di sfamare la numerosa famiglia.

Secondo i testimoni sabato gli F16 israeliani  hanno iniziato a sorvolare Rafah intorno alle 23 e 30 e poco prima di mezzanotte hanno sganciato due missili su due tunnel, uno utilizzato dai palestinesi per  approvvigionarsi di beni di prima necessità, l’altro per rifornire di benzina la Striscia altrimenti all’asciutto di carburante.

I missili sono scesi in profondità sottoterra prima di esplodere e uccidere due lavoratori: Salim Al Khatab, diciannovenne dal campo profughi di Bureij, che tragicamente aveva iniziato quel lavoro da pochi giorni stanco della sua situazione di totale indigenza e Khalid Abed Al-Kareem Al-Khateeb di 35 anni sempre di Burej, sposato e padre di 4 figli.

I due sopravvissuti sono ricoverati in pessimo stato al Nasser di Khan Younis, un ventilatore  e’ il  palliativo per delle  bruciature che si fanno strada sotto l’epidermide divorandogli lentamente la carne.

Forse perché non coloni, più probabile perché non israeliani, la vita e la  morte di queste ultime vittime civili non suscitano nessuna ondata di sdegno, ma il disinteresse generale, come capita di sovente nei confronti di chi parla l’arabo con l’accento gazawo.

Ancora di più per i lavoratori dei tunnel: sopravvivono nella terra celati dalla luce del sole e quando fuoriescono di notte la terra in combutta con il cielo di piombo se li riprende.

 

Ogni qualvolta cade uno stuzzicadenti nel deserto del Negev, le agenzie di stampa vomitano dispacci a ciclo continuo, ieri poco dopo che circa 4 tonnellate di tritolo sono crollate da diecimila metri di altezza sulla Striscia di terra a più altra densità abitativa del mondo, ho scommesso con un amico palestinese che nessun media occidentale ne avrebbe fatto cenno.

 

Mentre i miei timpani ci metteranno ancora molte ore a rimettersi in sesto, riscuoto la mia scommessa.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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l’11 settembre che pochi ricordano

“Andasti a lavoro un martedì di Settembre, per le strade assediate di Santiago, strade sorde ai colpi di fucile, strade cieche al tradimento, insensibili alla morte, andasti a lavoro un martedi, e non tornasti. Cammino per le strade, vado di città in città cercando e cercando, chiedo di te con in mano una tua piccola foto: un sorriso antico illumina i tuoi occhi, dove sei!?! In un campo abbandonato, i tuoi occhi ciechi, il tuo corpo spezzato, i tuoi sogni intatti, andasti a lavoro un martedì, e non tornasti” (Canto popolare cileno)

Care madri, cari padri e persone di coloro che sono morte l’11 Settembre a New York, sono cileno, vivo a Londra e vorrei dirvi che forse abbiamo qualcosa in comune: i vostri cari furono assassinati come lo furono i miei; abbiamo anche la data in comune, l’11 Settembre, martedì 11 Settembre. Nel 1970 ci furono le elezioni, io avevo 18 anni e votavo per la prima volta; avevamo un bellissimo sogno, costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del proprio lavoro e le ricchezze del paese. Così quel Settembre del 1970 andammo tutti a votare e vincemmo! C’era il latte e la scuola per i figli, terre incolte vennero distribuite ai contadini senza terra, le miniere di rame e carbone e le principali industrie divennero proprietà di tutti noi. Per la prima volta nella loro vita le persone avevano una dignità. Ma non sapevano quanto questo fosse pericoloso. Il vostro segretario di stato Henry Kissinger disse: “Non vedo come si possa stare fermi a guardare un paese che cade nelle mani dei comunisti grazie all’irresponsabilità del suo stesso popolo”: le nostre scelte democratiche, i nostri voti non erano rilevanti, il mercato ed i profitti sono più importanti della democrazia; da quel momento in poi il nostro dolore, il vostro dolore furono legalizzati. Il vostro presidente Nixon affermò che avrebbe fatto crollare la nostra economia, la CIA ricevette istruzioni di attivarsi per organizzare un’insurrezione militare, un colpo di stato; oltre 10.000.000 dollari furono stanziati per sbarazzarsi del nostro presidente Allende.

Amici, i vostri leader decisero di distruggerci: provocarono uno sciopero dei trasporti che finì quasi per paralizzare la nostra economia, bloccarono gli scambi delle merci nel nostro paese creando il caos, si unirono a quanti nel nostro paese non avevano accettato la nostra vittoria. I vostri dollari foraggiavano gruppi neofascisti che portavano la violenza nelle strade e mettevano bombe nelle fabbriche e nelle centrali elettriche. Incredibilmente la cosa non funzionò: nelle elezioni amministrative il consenso popolare addirittura aumentò. E cosa fecero gli Stati Uniti?!?

“L’11 Settembre i nemici della libertà hanno compiuto un atto di guerra contro il nostro paese e la notte è calata su un mondo diverso, un mondo dove la libertà stessa è sotto attacco” (Gorge W.Bush): L’11 Settembre i nemici della libertà compirono un atto di guerra contro il nostro paese. Alle prime luci dell’alba truppe corazzate avanzarono contro il nostro palazzo presidenziale, Allende e i suoi ministri consiglieri erano all’interno. Allende non fuggì mentre il palazzo della “Moneda” veniva bombardato: “Loro hanno la forza, potranno farci schiavi ma i progressi sociali non si arrestano né con il crimine, né con la forza, la storia è nostra ed è fatta dal popolo. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!. Fu assassinato. Martedì, anche noi accadde un martedì, l’11 Settembre del 1973, un giorno che cambiò le nostre vite per sempre.

Mi spararono a un ginocchio e poi mi sbatterono la testa contro l’asfalto lurido della strada, me la sbatterono non so quante volte, finchè non persi conoscenza. Un giorno in prigione mi issai sulle sbarre della finestra e vidi fuori un amico che veniva trascinato per le braccia, gli avevano spezzato le ossa, sanguinava dalle orecchie, poi lo assassinarono. Sapevamo dei campi di tortura comandati da ufficiali addestrati nelle scuole militari americane, sapemmo di quelli sbudellati, gettati dagli elicotteri in volo, di quelli torturati davanti ai loro figli e alle loro mogli; sapete cosa facevano? Collegavano fili elettrici ai genitali, mettevano topi nelle vagine delle donne, addestravano i cani a stuprare le donne. E poi sapemmo della carovana della morte, del generale che andava di città in città ordinando esecuzioni a caso, 30.000 persone furono assassinate, 30.000. Il vostro ambasciatore in Cile protestò per le torture, ma Kissinger replicò: “Ditegli di non mettersi a fare lezioni di scienze politiche”. Il generale Pinochet che aveva guidato il colpo di stato accolse ridendo il segretario di stato che si era congratulato con lui per il lavoro fatto.
Mi chiamarono terrorista, mi condannarono a vita senza processo né difesa. Fui rilasciato dopo 5 anni ma dovetti abbandonare il paese per la sicurezza dei miei amici. Ora non posso tornare in Cile, anche se ci penso continuamente: il Cile è la mia casa, ma cosa ne sarebbe dei miei figli?!? Loro sono nati qui a Londra, non posso condannarli all’esilio come fu per me, non posso farlo anche se con tutto il mio cuore vorrei tornare a casa.
S. Agostino diceva: “La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio: sdegno per le cose come sono, e coraggio per cambiarle.

Madri, padri e persone care di coloro che sono morti a New York, presto sarà il ventinovesimo anniversario del nostro martedì 11 Settembre e il primo del vostro, noi vi ricorderemo, spero che voi vi ricordiate di noi. Questa è la colpa di cui mi sento io stesso accusato: la conoscenza, il più insormontabile baluardo antagonista alle menzogne di un mondo occidentale che tenta con i propri deliri filo-fascisti di cancellare le nefandezze susseguitesi negli anni, con l’accusa di un eccessiva egemonia della cultura marxista…..la storia…..la verità…..la cultura….semplicemente sinonimi di giustizia. Pablo

l’11 settembre che pochi ricordano Leggi l'articolo »

Abu Mazen con Netanyahu da Obama: i negoziati farsa visti da Gaza

Il mio pezzo per Il Manifesto di giovedì

Riferendosi agli accordi di Oslo il compianto Edward Said usava ripetere che il processo di pace è il primo ostacolo alla pace. Alla vigilia di questi ennesimi colloqui fra il premier israeliano Netanyahu e il rappresentate palestinese Abu Mazen in scena alla casa bianca, sono andato a tastare il polso dell’uomo della strada di Gaza.

Juber, contadino di Khan Younis:

“Abbiamo sempre avuto negoziati e cosa abbiamo ottenuto? Sempre meno terra e più colonie. E qui a Gaza più miseria e disperazione. Questa è solo un’operazione mediatica concessa da Netanyahu a Obama come semaforo verde per attaccare l’Iran. Non ce ne facciamo niente di strette di mano in un album di fotografie, se c’era la buona volontà sarebbe prima stato rimosso l’assedio, ma a Gaza non cambierà nulla, lo sanno anche le galline nel mio pollaio”.

Non sorprenda la padronanza dell’argomento per il palestinese qualunque della Striscia, qui anche nell’analfabetismo si cresce a pane olio zaatar e politica.

Mahfuz , pescatore di Gaza city:

“Dare il tempo a Israele di ripulire Gerusalemme dagli arabi, questo il senso dei negoziati. Ramallah avrebbe dovuto richiedere la fine dell’assedio, e poi sedersi al tavolo. E’ importante ricompattarci fra di noi palestinesi, prima di inviare un rappresentate”.

Munir taxista, va contromano:

“Sono felice per questi negoziati, è possibile che ci consentano di tornare a viaggiare e magari a lavorare in Israele. Ho molto fiducia in Abu Mazen, che ha sempre dimostrato di amare Gaza, guarda solo tutti i soldi che spedisce qui una volta al mese”.

“Balle”, interviene Salah Al Din, studente universitario che ha ascoltato la mia intervista al taxista, “ Abu Mazen con gli stipendi che riversa a Gaza si è comprato parte del consenso. Questi negoziati non avrebbero mai dovuto cominciare prima di richiedere la fine dell’assedio.  Gaza non è contemplata nelle trattative, non passa loro nemmeno nell’anticamera del cervello. Guarda, io sono di Fatah ma Abu Mazen non mi rappresenta proprio, non ha chiesto alla sua gente cosa pensa di questi negoziati, non l’ha chiesto alla nazione. Il massimo che può ricavare da questi colloqui sono una sola cosa: pace economica in West Bank, e io non voglio pace economica, io voglio un Paese! “.

Saber che durante la seconda intifada aveva abbracciato la lotta armata, oggi fa il volontario nella sua organizzazione benefica a Beit Hanoun, e combatte l’occupazione con l’arma della non violenza:

“Di per se’ ben venga l’idea di negoziati diretti con Israele se è per ottenere più diritti,  ma è ridicolo e politicamente impossibile pensare che Netanyahu, sorretto da una governo di cui fa parte il movimento dei coloni, possa concedere qualcosa. Anche l’intermediario non è attendibile, ci vuole qualcuno che raggiunta una bozza di intesa imponga a Israele di rispettare le risoluzioni, e questi non possono essere certo gli USA che ogni anno donano a Israele miliardi di dollari in armamenti, per colpire una popolazione civile disarmata”.

Poi conclude, profetico sull’attacco ai coloni di Hebron: “Questi negoziati sono pericolosi, poiché non tutte le istanze sono poste sul tavole delle trattative, vedi Gaza,  e dato che i rappresentanti dei palestinesi non hanno un chiaro mandato,  per chi si sente tagliato fuori queste trattative potrebbero rappresentare la miccia che detonata l’esplosione di nuova violenza”.

L’ultimo che interpello non è proprio un uomo qualunque, ma Haider Eid,  professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Al-Aqsa  e baluardo del BDS qui a Gaza,  la campagna di boicottaggio a Israele:

“Questi negoziati sono uno schiaffo in faccia alle 1400 vittime dell’ultima guerra israeliana e ai martiri della Freedom Flotilla.  La missione investigativa dell’ ONU guidata dal Giudice Richard Goldstone  accusa Israele di aver commmesso crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. I negoziati, tuttavia, hanno lo scopo di aiutare Israele a scendere dalla gogna e dare esternamente l’impressione che le parti in causa abbiamo le stesse responsabilità nel conflitto, negoziando il riallineamento delle frontiere.  Non bisogno essere dei politologi per sapere  che l’esito di questi negoziati non comporterà alcun stato palestinese indipendente poiché tale possibilità è stata assassinata sul nascere dalla parte potente, cioè da Israele.

Il cosiddetto processo di pace non ha in realta’ tanto a che vedere con la pace, quanto con il processo in se.

Ho un senso di de ja vu, la stessa cosa accadde nel 2000, quando Arafat  fu invitato a Camp David con Ehud Barak e il risultato conseguito fu pari a zero “

Vittorio Arrigoni da Gaza City

1998. Barack Obama a cena con Edward Said: l’arte di disimparare la lezione

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Peppino Impastato si è rivisto a Como contro Marcello Dell’Utri

AGGIORNAMENTO:

Peppino è sempre più vivo e si è rivisto a Torino

 

Buone nuove: Peppino Impastato è vivo ed è stato avvistato a Como.

Oibo’.

Lascio la mia terra due anni fa in preda al berlusconismo più rivoltante

e scopro oggi che lo spirito di Peppino Impastato si è incarnato nella borghese e conformista Como.

Al fondatore di Forza Italia e braccio destro di Berlusconi,

senatore del PDL Marcello Dell’Utri,

condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa,

un solo messaggio urlato con i comaschi finalmente  indignati:

FUORI LA MAFIA DALLO STATO!!!

Vik da Gaza

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