Luglio 2010

La guerra ai bambini di Gaza continua

Il mio pezzo di ieri per Peacereporter.net:

“E’ improvvisamente corsa dentro casa e si inginocchiata al centro del stanza dove stavamo tutti. Non avevamo capito fosse ferita, fino a quando non ha iniziato a vomitare fiotti di sangue dal naso e dalla bocca. I suoi fratelli erano immobili dinnanzi a lei, terrorizzati”.

Dopo il massacro della famiglia Abu Said, che settimana scorsa ha portato all’uccisione di una madre di cinque figli e il ferimento di altri tre civili, l’esercito israeliano ha esercitato ancora una volta l’uso di armi proibite contro la popolazione della Striscia di Gaza.

Secondo la ricostruzione basata sulle dichiarazioni dei testimoni, mercoledì 21 luglio, verso le ore 16, a Beit Hanun, guerriglieri della resistenza palestinese hanno cercato di respingere un’incursione di mezzi militari israeliani che avevano varcato di circa duecento metri il confine. Il fuoco israeliano ha immediatamente ucciso uno dei miliziani: Mohammed Hatem al-Kafarna, 23 anni, mentre un altro resistente, Qassem Mohammed Kamal al-Shanbari, di anni 20, è deceduto in ospedale per le ferite riportate.
Non paghi di questo, un carro armato dell’Israel Defense Forces (Idf) ha sparato tre proiettili carichi di freccette in varie aeree di Beit Hanun danneggiando delle abitazioni e ferendo otto civili, fra i quali una donna e cinque bambini .
Le freccette, il cui utilizzo in aeree densamente abitate è dichiarato illegale da Amnesty International e dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani, sono piccoli dardi metallici dalla punta acuminata, lunghi 4 centimetri e provvisti di 4 alette nella parte posteriore, con cui vengono caricati i proiettili da 120 millimetri dei carri armati. Quando il proiettile esplode in aria, a 30 metri dal suolo, disperde uno sciame di 5mila-8mila freccette in un raggio conico, investendo un’area larga 300 metri e lunga 100.

Appena ricevuta la notizia con i miei compagni dell’International Solidarity Movement ci siamo precipitati all’ospedale al-Shifa in visita ai feriti più gravi. Tutt’ora ricoverati in pessime condizioni due bambini: Samah ‘Eid al-Masri di 9 anni, ferita gravemente al petto, e Haitham Tha’er Qassem, di 4 anni, ferito gravemente al volto. Entrambi i bambini sono stati colpite dalle freccette.
”Quando è arrivata in ospedale era in fin di vita.” ci spiega il dottore che ha presa in cura Samah. “E’ molto complicato e tremendamente doloroso e traumatico inserire un tubo di drenaggio nel torace di un bambino. La bambina ha perso molto sangue”.
Le condizioni di Samah si sono ulteriormente aggravate per via della sua malattia. Come ci ha spiegato la madre, Samah e altri tre dei suoi figli soffrono di talassemia, affezione difficilmente curabile in una Gaza sotto assedio: secondo un recente rapporto del Palestinian Center of Human Rights, Israele previene l’entrata all’interno della Striscia del Exjade , farmaco specifico nella cura dei malati talassemici.

Una famiglia da sempre vittima dell’esercito israeliano quella degli Eid Al Masri. Durante l’operazione militare Piombo Fuso, una bomba ha centrato la loro casa uccidendo un conoscente della famiglia e ferendo alla testa Ryad, un altro fratello di Samah, che per le ferite riportate ha perso la vista.
Mercoledì pomeriggio Samah stava giocando da sola in strada, ben distante dal confine e dal terreno degli scontri come ci ha tenuto a sottolineare la madre, fino quando non si sono uditi una serie di colpi nell’aria e successivamente l’urlo straziato della bimba colpita.

A pochi letti di distanza da Samah, un’altra minuscola vittima è ricoverata, il viso celato dai bendaggi. E’ Haitham Thaer Qassem,di soli 4 anni. Avevano mandato fuori Haitham per una commissione in un negozio lì vicino, ci ha raccontato la madre, quando una bomba è caduta a 200 metri di distanza e ha scatenato lo sciame di freccette che lo hanno colpito ferendolo alla schiena, alla gamba destra e gravemente al viso. Alcune di queste frecce di acciaio sono ancora all’interno dell’esile corpo del bambino, e sarà necessaria una complicata operazione per rimuoverle.
Mentre ci allontanavamo dal reparto ospedaliero, via da Haitham che riprendeva conoscenza in preda a delle violente convulsioni, e via da Samah che soffocava sforzandosi di tenere in bocca il respiratore, con la madre impegnata a farle aria sventolandole addosso l’immagine radiografica delle sue ferite, mi è arrivato un messaggio telefonico. Un amico m’informava delle dichiarazioni del portavoce dell’esercito israeliano in relazione all’accaduto: “Tutti i colpiti sono combattenti”.
Durante Piombo Fuso il governo israeliano dichiarava al mondo di stare chirurgicamente colpendo solo i terroristi di Hamas e le loro basi mentre campi profughi, scuole dell’Onu e ospedali veniva dati alla fiamme col fosforo bianco.
320 minori vennero uccisi allora.


La guerra israeliana contro i bambini non conosce tregua.

 

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza

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Al Jazeera: Farming Under Fire

Non chiedetemi perchè la RAI con noi nei campi al confine non vuole venire.

E’ questione di palle.

E quelle necessarie per rischiare la vita raccontando la realtà di queste lande insanguinate, e quelle quotidianamente propinate al pubblico televisivo dal megafono italiano preferito da Netanyahu: Claudio Pagliara.

Vik dal confine di Gaza

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Ordinari massacri nella Gaza sotto assedio: gli orfani di Nema

Il mio pezzo per PEACEREPORTER di ieri:

Gli Abu Said sono beduini, e da quarant’anni vivono dei frutti della loro terra in una fattoria isolata nei pressi di Johr el-Diek, davanti al confine a Est di Gaza City, e per quarant’anni dichiarano di non avere avuto grossi problemi  con il bellicoso vicinato israeliano. In realtà, approfondendo il discorso con il capofamiglia, dopo la prima intifada, la seconda intifada e l’inizio dell’assedio, sotto la minaccia delle armi hanno dovuto progressivamente arretrare di molto le loro coltivazioni, se vent’anni aravano a ridosso al confine  ora sono retrocessi di 400 metri, con perdite rilevanti: dei bei frutteti che una volta prosperavano carichi di frutta non sono rimaste neanche le radici. 

Nonostante la posizione sfavorevole , Piombo Fuso non ha macinato vittime nella famiglia Abu Said. Il massacro si è tuttavia perpetrato 2 giorni fa.

E’ martedì sera, sono circa le ore 20:45, alcune donne stanno prendendo il fresco nel cortile dinnanzi a casa, quando odono un colpo sordo seguito subito dopo da un’altro e da un forte ronzio, come di una migliaia di insetti sparati a tutta forza contro di loro. Lo sciame di api metalliche inizia a infierire sulla facciata dell’abitazione, riducendola presto un colabrodo, poi con il loro pungiglione di acciaio attaccano fameliche la carne delle beduine.

Senza nessuna ragione per giustificare un attacco, un carro armato israeliano ha sparato due colpi di artiglieria: Amira Jaber Abu Said, 30 anni,  è colpita e ferita alla spalla da schegge di esplosivo e frecce di acciaio, mentre la cognata ventiseienne Sanaa Ahmed Abu Said perde sangue da un piede. Si rifugiano in preda la panico all’interno dell’abitazione e chiamano un’ambulanza, mentre dalla torretta militare sotto la quale staziona il blindato israeliano, una mitragliatrice spara verso di loro ininterrottamente per dieci minuti.

Le ambulanze raggiungono la zona dopo un quarto d’ora, ma sono costrette a tornare indietro: le Forze di Occupazione Israeliana non concedono loro il coordinamento per passare e minacciano di fare fuoco anche contro i paramedici.

Dopo circa un’ora di apparente quiete, Nema Abu Said, trentatreenne madre di cinque bambini, si accorge disperata che il suo figlio più piccolo Nader, dorme ancora all’esterno della casa inconsapevole del pericolo che sta correndo. Si getta fuori per raccoglierlo, quando si ode un altro corpo sordo e l’ennesimo sciame di frecce assassine la colpisce. Nema muore all’istante. Suo cognato, Jaber Abu Said, 65 anni, è ferito dalle schegge del proiettile alla coscia destra.

La famiglia ha continuato a chiamare i soccorsi invano: un’ambulanza della mezza luna rossa ottiene il permesso israeliano per arrivare sul posto solo dopo due ore, e raccoglie 3 feriti e una donna ormai cadavere.

Al termine dell’operazione militare “Piombo Fuso”, che a ha causato più di 1400 vittime, la stragrande maggioranza civili, fra i quali 300 bambini, Amnesty International ha documentato i tipi di armi utilizzate dalle forze di occupazione israeliane contro la popolazione di Gaza.
Fra queste le freccette, che sono piccoli dardi metallici dalla punta acuminata, lunghi 4 cm e provvisti di 4 alette nella parte posteriore, con cui vengono caricati i proiettili da 120 mm dei carri armati. Quando il proiettile esplode in aria, a 30 metri dal suolo, disperde uno sciame di 5mila-8mila freccette in un raggio conico, investendo un’area larga 300 m e lunga 100.

Utilizzate e poi bandite dall’esercito statunitense in Vietnam, essendo un’arma antipersona, l’uso delle freccette dovrebbe essere vietato in aeree abitate. Dal 2001 a oggi, a Gaza come in Libano Israele non lesina il suo illegale utilizzo. 

Il 5 gennaio 2009 a Beit Hanoun,  Nord della Striscia, numerosi proiettili carichi di freccette furono sparati sulla strada principale , uccidendo due civili: Wafa’ Nabil Abu Jarad,  giovane madre di 21 anni incinta di due gemelli, e il sedicenne Islam Jaber Abd-al-Dayem,  colpito da una freccetta al collo. Un anno prima, il 16 aprile 2008 fu ucciso dalle freccette il giovane cameraman della Reuters Fadel Shana; sempre a Johr el-Diek, a poche centinaia di metri dalla fattoria della famiglia Abu Said.

Nel 2003 l’Alta Corte Israeliana ha respinto una petizione presentata due gruppi per i diritti umani che chiedevano di mettere al bando l’uso delle freccette a Gaza.

Secondo uno di propositori della petizione, il Physicians for Human Rights  associazione medica USA premio nobel per la pace nel 1997,  le freccette sono armi a vocazione terroristica, congegnate non solo per uccidere, ma per  provocare ferite e disabilità permanenti.

Volgendo le spalle  al confine, alle torrette militari, ai radar e al reticolato di filo spinato, abbiamo lasciato Jaber e il resto della famiglia Abu Said che continuano a vivere nella stessa fattoria. Per l’orgoglio di voler morire sulla loro terra e perché non hanno altri luoghi dove rifugiare.

Per tutto il tempo della nostra visita di condoglianze il piccolo Nader ci chiedeva se sapevamo dove fosse la sua mamma. Nessuno dei familiari ha ancora trovato le parole adatte per spiegare a questa innocente creatura l’aberrazione di un altro massacro.

Ma queste parole realmente esistono?

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni

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Sopra il ghetto di Varsavia sventolano le bandiere bandite a Gerusalemme

Il mio ultimo pezzo per Infopal.it:

Mercoledì al fianco di un centinaio di manifestanti palestinesi siamo tornati a Nahal Oz.

A Nord-Est di Gaza e dinnanzi al confine abbiamo sfilato in protesta contro l’assedio e la confisca di terre e per ricordare Ahmed Salam Deed, ragazzo ventunenne ucciso nella stessa zona in una analoga manifestazione pacifica il 28 aprile scorso. Per questo omicidio a sangue freddo, per questo puro atto di terrorismo di stato israeliano, le organizzazioni per i diritti umani Adalah e Al-Mezan hanno recentemente richiesto una indagine che riconosca e punisca i soldati in quanto hanno “violato il codice penale d’Israele cosi’ come la legge internazionale”. Le due organizzazioni non governative hanno allegato alla loro denuncia un video che mostra effettivamente i soldati sparare proiettili letali indiscriminatamente conto dimostranti disarmati ed distanti dal confine.

Pressochè la quotidianità qui a Gaza e quello che si e’ ripetuto anche questa settimana. Le Nazioni Unite che ci avevano garantito la presenza di una loro jeep a distanza di sicurezza per monitorare gli eventuali crimini israeliani ai danni dei civili non si sono fatti vedere: abbiamo ricevuto un laconico sms dal dipartimento dei diritti umani in cui si scusavano per la loro assenza, non avendo ottenuto il coordinamento con l’ IDF. In compenso una volta arrivati sul luogo altre 5 jeep ci aspettavano, coi cecchini israeliani pronti ad aprire il fuoco. Fuoco che non e’ tardato a sfrecciare di poco sopra le nostre teste ancora prima che mettessimo piede nella fantomatica “ buffer zone”, la zona cuscinetto di terra palestinese dinnanzi al confine di fatto confiscata da Israele. Evidentemente, i soldati israeliani informati dai funzionari dell’ONU della nostra presenza a Nahal Oz quel giorno a quell’ora si sono fatti trovare pronti per darci il benvenuto: l’offerta dell’ONU di sostegno alla nostra lotta non violenta ci si e’ ritorta contro mutandosi in coordinamento con gli israeliani per venire a spararci più agevolmente. E tante grazie a Ban Ki- Moon se per poco non ci rimanevamo secchi.

Per la prima volta da quando abbiamo iniziato coi palestinesi queste manifestazioni pacifiche ho visto gli esponenti piu’ anziani ed esperti del Comitato Popolare contro la ‘zona cuscinetto’ mollare le bandiere e filarsela a gambe levata in preda al panico: i soldati hanno sparato per colpire anche mercoledi’ e per puro caso abbiamo portato tutti a casa la pelle.

Al termine di ogni giornata in cui da essere umani ci ritroviamo tramutati in bersagli viventi, mi chiedo cosa passi nelle menti di quei soldati che non esitano a eseguire un ordine anche se ciò significa sparare a donne, bambini, vecchi, civili disarmati e indifesi. Forse lo fanno perche’ accecati da un odio impartito in anni e anni di lavaggio del cervello, forse per discriminazione razziale, per attaccamento ad una bandiera anche quando quella bandiera e’ effige di terrorismo, come è avvenuto in acque internazionali ai danni della nave turca Mavi Marmara o in mille e piu’ episodi qui a Gaza e in West Bank.

La superiorità ebrea sugli arabi in Israele è realmente una lezione impartita nelle scuole e nelle accademie militari fin dalla più giovane età, e questo può far comprendere alcuni atti dell’esercito più immorale del mondo, da Sabra e Shatila fino alla Freedom Flotilla.

Questo almeno è quello che sostiene Yonatan Shapira, per molti anni pilota di elicotteri Blackhawk e capitano di una unita’ di elite’ delle Forze Aeree Israeliane. Yonatan si è rifiutato di prendere parte ad altro attacchi aerei in zone densamente abitate della Palestina occupata vista la alta concentrazione di civili tramutati in ‘danni collaterali”. Quando Yonatan è stato chiamato a giustificare il suo rifiuto dinnanzi al generale Gen. Dan Halutz cosi’ gli ha chiesto: “Lei accetterebbe di sparare missili da un apache contro un’ automobile su cui viaggia un uomo ricercato, se stessa guidando per le strade di Tel Aviv, ben conscio che questa azione potrebbe comportare la morte di civili innocenti che si trovano a passare in quell’istante?” “Le azioni degli ebrei devono essere valutate nella prospettiva della obiettiva superiorità degli ebrei sugli arabi” la pronta risposta del generale, eludendo il merito della domanda.

Jonatan e i suoi compagni che hanno detto “NO!” a degli ordini eticamente e legalmente ingiusti, li chiamano refusenik in Israele, e per la loro coraggiosa scelta di subiscono anni di prigione, e l’emarginazione a vita in uno stato che li considera dei vili traditori. Sono solo un paio di migliaia i refusenik, troppo pochi per pensare che la loro influenza possa contaminare la pace in un paese dove i soldati che sparano senza problemi di coscienza sono piu di 600 mila’, pero’, insomma, per noi che subiamo questo “fuoco superiore” ogni giorno e’ un segnale incoraggiante.

Settimana scorsa Yonatan Shapira, accompagnato dalla nostra attivista Free Gaza Movement Ewa Jasiewicz si e’ recato in visita alle rovine del ghetto di Varsavia. Con della vernice spray gli attivisti hanno scritto ‘Liberate Tutti I Ghetti’ in ebraico, e ‘Gaza e Palestina Libere” in inglese sul un muro originario rimasto in piedi del ghetto.

Yonatan al termine della visita ha poi dichiarato: ‘La maggior parte della mia famiglia proviene dalla Polonia e molti dei miei parenti sono stati uccisi nei campi di sterminio durante l’Olocausto. Quando cammino in quello che è rimasto del ghetto di Varsavia non riesco a smettere di pensare alla gente di Gaza che non solo sono reclusi in una prigione a cielo aperto, ma vengono continuamente bombardati da aerei da combattimento, elicotteri d’assalto e droni, pilotati da gente a cui ho obbedito prima del mio rifiuto nel 2003.”

Ha anche detto: “ Crescendo mi è stato sempre insegnato che le atrocità contro il popolo ebraico qui sono successe perché il mondo allora rimase in silenzio. Io quindi non posso tacere. Il popolo ebraico doveva essere liberato dai ghetti, e ora gli israeliani hanno bisogno di essere liberati dai crimini del proprio governo. Ognuno di noi deve prendere parte a questa lotta globale per la giustizia, e sostenere il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, non solo per il bene del popolo palestinese, ma anche per gli israeliani”.

La mia compagna Ewa ha aggiunto: “Yonatan avrebbe potuto essere il pilota del Blackhawk che ha calato il commando sulla navi Marmara Mavi responsabile dell’uccisione di nove attivisti della nostra flottiglia. Io Avrei potuto essere una di quelle vittime. La Polonia è piena di rovine di ghetti e campi di sterminio e di santuari dedicati a coloro che hanno sacrificato la loro vita in difesa della loro comunità e non solo, nella resistenza al fascismo. La gente qui deve svegliarsi e rendersi conto che le occupazioni e i ghetti non si sono estinti con la fine della seconda guerra mondiale. Queste tattiche e strategie di dominio e di controllo su altre persone e terre sono presenti oggi in Palestina e vengono perpetrati dallo Stato di Israele. Abbiamo la responsabilità di liberare tutti i ghetti e porre fine a tutte le occupazioni ‘.

Da oggi sopra il ghetto di Varsavia sventolano quelle bandiere bandite a Gerusalemme e fuse col piombo a Gaza,

qui le foto:

Gaza Freedom Graffiti in the Warsaw Ghetto

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

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L’assedio israeliano a Gaza è illegale, lo sostiene pure la Croce Rossa Internazionale

Il mio ultimo pezzo per Infopal:

Per la prima volta il Comitato Internazionale della Croce Rossa  ha detto pubblicamente le cose come stanno: l’assedio imposto da Israele a Gaza è illegale in quanto viola il diritto umanitario internazionale.

Ai sensi dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra  infatti “nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate … Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”.

L’assedio israeliano a Gaza iniziato all’indomani della vittoria elettorale di Hamas in elezioni libere e democratiche, e ferocemente inasprito subito dopo la cattura del soldato Shalit, è chiaramente una punizione collettiva ai danni di un milione e mezzo di persone, quindi in  fragranze violazione di queste Convenzioni.

Oltre a denunciare il crimine israeliano  elencando le sofferenze della popolazione causate dall’assedio, dall’economia collassata sino all’assistenza sanitaria precaria per la carenza di medicinali, il recente comunicato della Croce Rossa Internazionale è interessante perché tratta anche della cosiddetta “buffer zone”, quella porzione di terra nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque osi avvicinarsi.

Secondo i dati in possesso della Croce Rossa, la “buffer zone” che riguarda terreni fertili dal confine fino a un chilometro nell’entroterra palestinese, ricopre circa 50 chilometri quadrati, cioè circa un terzo del totale dei terreni coltivabili a Gaza e che ora sono lasciati incolti. 

Solo pochi coraggiosi contadini si avventurano ad andare a lavorare nei campi “proibiti”, li conosciamo bene perché spesso come attivisti dell’ISM li accompagniamo, da Beit Hanoun  a Khan Younis.

L’ultima volta sabato scorso a Khoza, sud est della Striscia. Nonostante avessimo con noi tre troupe televisive, i cecchini israeliani ci hanno osservato per una mezz’ora raccogliere a mani nude coi contadini palestinesi il mais, poi hanno aperto il fuoco. Abbiamo dovuto ritirarci, noi internazionali a mani alzate, i contadini indigeni muovendosi a terra terrorizzati mentre i proiettili ci passavano a centimetri dai corpi. 

I pochi giornalisti che vengono con noi al confine rimangono sempre colpiti, più che dalle pallottole dall’incredibile coraggio di questi temerari coltivatori nella loro sfida quotidiana contro la morte nel cercare di procurasi il necessario con cui sfamare le famiglie.

Con noi, sabato, c’era oltre ad Al Jazeera English, una televisione cinese e una brasiliana. Le  telecamere della RAI con noi ci sono venute solo una volta, e ce le hanno  condotte Manolo Luppichini.

Mi riferiscono che i telegiornali nazionali in questi giorni intasano l’etere illuminando i riflettori sulla vicenda del soldato Gilad Shalit, unico  prigioniero israeliano nelle mani dei palestinesi, prigioniero di guerra. Ben inteso, illuminare Shalit  oscurando le migliaia di prigionieri politici sepolti vivi nelle prigioni sparse in Israele, le quali sorti pare proprio non interessi a nessuno. 7.500 prigionieri (politici, non di guerra), soggetti ai più atroci supplizi in una pseudo-democrazia dove la tortura è una prassi consolidata.

Milano, Torino e Roma hanno spento i loro caratteristici monumenti per accendere l’ipocrisia di un messaggio secondo il quale  la libertà di un soldato vale più di quella di centinaia di minori palestinesi reclusi senza regolare processo e abitualmente abusati sessualmente nelle 25 prigioni e centri di detenzione israeliani.

Mentre il Colosseo si spegnava per un soldato sulla scalinata del Campidoglio gli attivisti della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese accendevano dei lumi per ricordare proprio questi migliaia di prigionieri innocenti e dimenticati. Almeno sino  a quando non stati aggrediti “da parte di un gruppo di squadristi riconducibili come appartenenti alla Comunità Ebraica Romana”, secondo quanto dichiarato dagli stessi attivisti.

6 ragazzi della Rete hanno dovuto ricorrere alle cure mediche dopo il vile assalto da parte di chi sotto la bandiera israeliana ritiene di godere di quell’impunità che quel vessillo rappresenta all’interno della comunità internazionale.

Evidentemente la solidarietà alla causa palestinese si paga col sangue, da Gaza a Roma fin sopra la nave turca Mavi Marmara.

Ma come quei temerari contadini continuano a sfidare i proiettili rivendicando il diritto alla loro terra, la solidarietà per i diritti umani conquistano e consenso maggior terreno ingiustizia dopo ingiustizia, affronto dopo affronto squadrista.

Nel frattempo anche Israele ha spento le luci per Shalit: qui a Gaza abbiamo a malapena 6 ore di elettricità al giorno.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni

L’assedio israeliano a Gaza è illegale, lo sostiene pure la Croce Rossa Internazionale Leggi l'articolo »

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