Giugno 2010

La seconda potenza mondiale è al fianco dei palestinesi

Il mio pezzo per PEACEREPORTER di questa settimana:

Israele annuncia un alleggerimento dell’embargo, ma non lascia passare quel che serve davvero

di Vittorio Arrigoni

Ketchup, maionese, aghi da cucito e filo sono i prodotti che settimana scorsa Israele ha inserito nella lista dei pochi beni autorizzati a Gaza. A questi si sono aggiunti martedì attrezzi agricoli, pezzi di ricambio per automobili, giocattoli e make-up che sopra 130 camion abbiamo visto entrare all’interno della Striscia.

Prendendo atto della decisione del governo israeliano di “allentare” l’assedio a Gaza concedendo l’immissione di più merce, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha commentato : “questo è un primo mini passo nella giusta direzione per portare la politica d’Israele in linea con i suoi obblighi”.
Passo davvero microscopico, se consideriamo che solo dal valico di Karni, prima dell’inizio dell’assedio, passavano più di diecimila camion al mese e che comunque anche allora eravamo lontani dai 500 camion di merci al giorno, quantitativo minimo necessario stabilito dalle Nazioni Unite per coprire in parte i fabbisogni di un milione e mezzo di persone.
Un passo che secondo alcuni analisti politici palestinesi è addirittura controproducente, perché si pone nella direzione di voler legittimare l’assedio. Un assedio che in quanto punizione collettiva ad una popolazione civile viola l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, ed è ritenuto illegale da tutte le maggiori organizzazioni per i diritti umani governative e non, come hanno recentemente ribadito Amnesty International e la Croce Rossa Internazionale.
Continua a essere banditi dalla Striscia il cemento, il ferro e qualsiasi altro materiale per la costruzione, tanto che a detta dell’Onu, a distanza di un anno e mezzo dai bombardamenti dell’operazione Piombo Fuso, il 75 percento degli edifici danneggiati e distrutti pendono ancora in macerie.

Secondo il portavoce dell’Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi), Christopher Gunness, Israele con questa nuova politica tende a confondere le acque sulle sue flagranti violazioni del diritto internazionale: “La strategia israeliana è quella di far parlare la comunità internazionale per un sacco di cemento concesso qui, e un progetto stanziato là. Quello di cui abbiamo bisogno è di un accesso completo e libero attraverso tutti i valichi”.
Se tutti gli sguardi sono rivolti al miraggio dei valichi israeliani aperti, perdere di vista il confine con l’Egitto è un errore. Rafah continua a essere solo semi-aperta o per meglio dire semi-chiusa. L’autorità di confine egiziana rifiuta il passaggio di qualsiasi tipo di merce, compreso un carico di tonnellate di cibo e medicine raccolte nelle settimane scorse dal sindacato dei farmacisti del Cairo.
I ceffi del famigerato Mubarak egiziano, noti per i feroci maltrattamenti ai civili palestinesi, donne, bambini e malati compresi, a loro discrezione hanno rispedito indietro centinaia di viaggiatori con passaporti e visti regolari.
Anche per gli internazionali in Egitto desiderosi di venire a raccontare o a sostenere la popolazione di Gaza, il passaggio di Rafah resta proibitivo. John, giornalista freelance che è uscito con noi dell’International Solidarity Movement al confine per documentare i quotidiani cecchinaggi ai contadini da parte degli snipers israeliani, stanco di aspettare ad Al Arish un lasciapassare che non arrivava, ci ha raggiunto passando dai tunnels.

Se dalle televisioni di stato italiane la percezione trasmessa è che l’assedio è stato allentato per un atto di generosità dello Stato israeliano, sul campo la realtà è ben diversa.
L’assedio di per se deve essere in toto terminato perché la popolazione qui non ha bisogno di stuzzicadenti e patatine fritte, ma di cemento, ferro, medicinali, attrezzature mediche e tutto il necessario in import e export per risollevare l’economia e renderla indipendente dagli aiuti. Oltre che di poter uscire e entrare liberamente da questa prigione.
Tutto quello che abbiamo davanti agli occhi in questi giorni è l’immagine artefatta di una situazione tragica truccata ad arte a miglioria dopo il lavorio cosmetico della propaganda israeliana ed egiziana.
In mezzo a questi echi propagandistici di grande presa stridono ulteriormente le felicitazioni di Tony Blair per l’avvenuto “allenatamento” del blocco israeliano. Dietro il sorriso di Blair, direttore di orchestra di un Quartetto (Usa, Ue, Russia e ONU) che in questi anni non hanno prodotto altro che inutili comunicati stampa, tutte le carie di una cariatide corresponsabile del genocidio iracheno in corso, oltre che del lassismo politico dei governi europei dinnanzi alla tragedia palestinese.
A Tony Blair mi preme ricordare che se due sacchi di farina in più entrano nella Striscia assediata non è certo per merito del suo operato nel del quartetto moderato o di qualunque altra istituzione preposta alla risoluzione dell’occupazione israeliana della Palestina, ma bensì grazie al sacrificio di migliaia di persone comuni sparse per il mondo impegnate da anni per i diritti dei palestinesi. Un impegno culminato col martirio dei nove attivisti turchi sulla Mavi Marmare come prima per Gaza si erano immolati Tom Hurndall e Rachel Corrie.
Alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto nel Golfo il New York Times per definire il movimento pacifista globale che in migliaia di piazze del mondo protestava contro ” una guerra che mai aveva incontrato tanta manifesta ostilità nella storia” aveva coniato la definizione di «seconda potenza mondiale».
Ebbene la seconda potenza mondiale è scesa in campo al fianco dei palestinesi: ora è Israele a essere sotto assedio.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city

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ISM ITALIA: oscurare i crimini israeliani

ISM-Italia Comunicato stampa 2010/06/24/01

Spegnere le luci per il soldato israeliano Gilad Shalit per oscurare i crimini israeliani

Oggi, per iniziativa dei rispettivi sindaci e delle locali comunità ebraiche, complici gli uni e le altre dei crimini israeliani, verranno spente, per ricordare la cattura nel 2006 del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di un commando palestinese, a Roma le luci del Colosseo, a Milano quelle del  Castello Sforzesco, a Torino quelle della Mole Antonelliana, .

C’è da supporre che cerimonie simili siano state decise anche in altre città.

L’ipersionismo militante della destra, del centro e della sinistra (?), uniti nel sostenere uno stato coloniale, razzista e fascista1, non ha limiti. Uno Stato, la cui follia omicida e suicida è una minaccia contro tutta l’umanità, dovrebbe preoccupare ogni coscienza civile e democratica

Quando fossero indotti ad accorgersi della pulizia etnica della Palestina, del genocidio in corso a Gaza, delle distruzioni del Libano fino a quella del 2006, dei crimini commessi dall’esercito israeliano durante l’operazione Cast Lead (Piombo fuso), dell’assassinio di nove attivisti turchi della Freedom Gaza Flotilla, nella notte tra il 30 e il 31 maggio 2010, che cosa faranno questi signori?

Che cosa faranno quando fossero indotti ad accorgersi dei circa 7.500 prigionieri palestinesi2, chiusi da anni nelle carceri israeliane, molti in detenzione amministrativa, cioè senza accuse specifiche, fra cui donne e bambini?

Spegneranno le luci per sempre o arriveranno a demolire il Colosseo, a bruciare il Castello Sforzesco o a bombardare la Mole Antonelliana?

Non pretendiamo ovviamente nulla di tutto questo. Pretendiamo solo un minimo di serietà.

Degli ipersionisti di casa nostra denunciamo il cinismo, l’ipocrisia e la menzogna sistematica.

A Torino del sindaco Chiamparino e dell’ineffabile Beppe Castronovo, a Milano della signora Moratti, a Roma di ex (?) fascisti doc come la signora Polverini, il signor Alemanno et similia.

“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”

ISM-Italia, 24 giugno 2010 

1. Baruch Kimmerlimg, Politicidio – Sharon e i Palestinesi, Fazi 2003, pag. 11

2. I prigionieri palestinesi attualmente nelle prigioni israeliane sono circa 7.500. 37 sono donne, 330 i bambini, 15 i deputati del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP).  5.000 sono i prigionieri palestinesi condannati tra i quali 790 stanno scontando ergastoli plurimi, come Marwan Barghouti, uno dei leader di Fatah.  

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E’ morto JOSÈ SARAMAGO

Buon viaggio Jose’, che ti sia soffice il cammino.

V.

“Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese.

Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni”

“Quello che sta accadendo in Palestina è un crimine che possiamo paragonare agli orrori di Auschwitz”.

anno 2002 – JOSÈ SARAMAGO, premio nobel per la letteratura

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Ilan Pappè e Tariw Shadid sul massacro della Freedom Flotilla

2 pregevoli penne, una palestinese e l’altra israeliana, ci illuminano sulla vicenda del massacro della Freedom Flotilla.

Bagno di sangue della Freedom Flotilla: ma a nessuno piace un pazzo

Di Tariw Shadid (tradotto dall’inglese da Daniela Filippin)

Ancora una volta lo stato d’Israele è riuscito a lasciare la sua impronta di sangue nella storia. Non è la prima volta che l’entità sionista compie una strage di civili, e non è nemmeno una novità che conduca degli attacchi nei confronti di persone arrivate a portare aiuti ai derelitti e disperati. Rifugiandosi comodamente dietro alla cortina di fumo creata dai media ufficiali del mondo occidentale, la pratica dell’esercito israeliano è stata per lungo tempo quella di sparare ad ambulanze, medici, paramedici, giornalisti, manifestanti, e altri civili disarmati, comprese donne e bambini dentro le loro stesse case, con mortale brutalità. 

Ad ogni modo, il bagno di sangue della Freedom Flotilla sarà ricordato nella storia mondiale come una giornata nera da chiunque dia un minimo di valore all’impegno umanitario. In questo caso, le vittime non erano palestinesi ma membri della comunità internazionale. Gli occhi dei media mondiali erano sin dall’inizio puntati su ciò che quelle navi avrebbero subìto, dopo aver salpato verso l’assediata Gaza, con la sua popolazione ridotta alla fame per il blocco. 

Politicamente, il governo turco aveva avvertito che non avrebbe accettato un eventuale attacco di Israele contro la flottiglia con mezzi sproporzionati. Ciò nonostante, nulla ha potuto impedire a Israele di utilizzare una forza bruta quanto arbitraria contro civili inermi in acque internazionali. In alcuni passaggi di un’intervista rilasciata dopo la carneficina della flottiglia, il noto Norman Finkelstein, figlio di sopravvissuti all’Olocausto, ha avuto piena ragione nel definire Israele come uno stato “impazzito” (“lunatic state”).  

Sgomento e rabbia

Con lo stupore di molti, soprattutto di coloro che ancora non conoscevano la reale natura violenta dell’entità sionista, il 31 maggio i commando israeliani hanno attaccato la nave turca Mavi Marmara, che trasportava il grosso dei volontari umanitari presenti nella flotta, compiendo un massacro inconcepibilmente cinico e crudele. Hanno assassinato almeno nove volontari inermi, ferendone a dozzine – si dice – mentre questi passeggeri sventolavano delle bandiere bianche.

Per molti occidentali, vittime di un lavaggio del cervello affinché credano che lo stato sionista sia un cosiddetto faro di civiltà, un’isola di modernità in un mare arabo di supposta arretratezza, lo shock consiste principalmente nello scoprire che un’aggressione tanto primitiva e insensata semplicemente non pare corrispondere all’immagine che si erano fatti di Israele. Apparentemente, l’inconcepibile crudeltà applicata contro i palestinesi a Gaza durante il massacro del 2008-9, famigerato per il letale fosforo bianco caduto a pioggia in aree densamente popolate e condannato con decisione dal rapporto Goldstone, fino ad ora ha fallito nell’intento di rendere il pubblico consapevole del reale livello di sete di sangue dei sionisti. Le masse del mondo occidentale sembrano essere state completamente abituate ad accettare il sistematico assassinio di palestinesi da parte degli israeliani come una “tragedia senza fine”, alla quale sperano che “ci sia una soluzione”, oppure arrivando persino a incolpare di tutto ciò i palestinesi stessi.  

Tuttavia, per i palestinesi, in questo freddo e premeditato comportamento omicida israeliano non vi è nulla di nuovo. Per ben sei decenni hanno provato sulla propria pelle come la follia ideologica dei sionisti li spinga ad agire quando hanno in mano un’arma e si trovano di fronte ad un civile inerme. La lista di esempi di simili comportamenti grondanti sangue è ormai diventata talmente lunga, che nessun palestinese si fa illusioni che la situazione possa cambiare in fretta. Si può affermare che Israele è disposto e pronto ad assassinare chiunque, e lo fa ovunque reputi che sia necessario. Apparentemente, ora lo fa anche senza badare a chi sta guardando. Se è vero che Israele investe somme spaventose per la propria propaganda e la costruzione della propria immagine, è ormai altrettanto vero che coltiva l’arrogantissima nozione di potersi permettere di accusare grandi perdite in questi campi senza pagare (almeno in proporzione) in termini d’influenza politica mondiale.

Percezione di sé distorta

Evidentemente, per il fatto di essersi dilettati in questo genere di attività per tanti anni di fila senza aver mai sofferto una significativa reazione di opposizione politica sulla scena internazionale, lo stato belligerante d’Israele è arrivato a soffrire di una percezione di sé fortemente distorta.

Chiaramente, esso considera le leggi internazionali come un insieme di regole che esistono per controllare soltanto il comportamento delle altre nazioni, mentre i trattati internazionali sarebbero inutili accordi che in maniera arbitraria pongono un freno alla propria sfacciataggine negli affari internazionali (incluso l’uso del nucleare). La trasparenza politica, poi, considerano viene considerata come uno caratteristica degli sciocchi. In cinica contraddizione con tutto questo, ciò nonostante Israele conta sulla medesima comunità internazionale per il suo presunto “diritto di esistere”, nonostante la sua natura di stato colonialista ed espansionista, con confini ancora indefiniti.

Israele è consapevole che da un punto di vista psicologico ha una tale presa sulle popolazioni delle nazioni potenti del mondo che la gente sembra stata condizionata a non chiedersi più nemmeno perché Israele sia esentata dal rispettare le leggi. Contemporaneamente, in una sorta di automatismo, le popolazioni del mondo mormorano fra di loro: “Già, è il senso di colpa dall’Olocausto”. Israele ripone una fede cieca in questo meccanismo, e in apparenza inizia a credere nelle proprie bugie.

 Ad un livello politico più elevato – e quindi ad un livello di maggiore informazione – questo atteggiamento da servi è più una sorta di recita Hollywoodiana che una posizione realmente sincera da parte dei politici occidentali. In effetti, molti di loro sono piuttosto stanchi di subire costantemente la prepotenza di Israele e della lobby ebraica. Ai politici del mondo è stato ”insegnato” che tutto il proprio personale potere politico e le proprie finanze dipendono dall’apparire e dall’agire in maniera palesemente pro-israeliana. Per molti di loro, anche azzardarsi ad attribuire la colpa a entrambe le parti, anche quando Israele è evidentemente colpevole, li fa sentire come se rischiassero un tradimento dei loro stessi portafogli, e delle proprie carriere politiche. La stessa cosa, purtroppo, vale per molti di quelli che lavorano nei media occidentali, nonostante la supposta lealtà ai principi universali del giornalismo. 

Altre nove Rachel Corrie

Ciò nonostante, ecco cosa fa spiccare il bagno di sangue della Freedom Flotilla sugli altri crimini commessi negli anni da Israele: stavolta sono stati messi di fronte a una condanna unanime e hanno costretto anche alcuni dei governi più cauti del mondo a dar voce al proprio dissenso e alla propria costernazione. Alcuni paesi, noti per il loro cieco sostegno allo stato sionista, si sono fatti notare più di altri per aver assolto l’indifendibile, come gli Stati Uniti e i Paesi Bassi durante le sedute del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU del 2 giugno, trovandosi poi uniti solo con l’Italia di Berlusconi, ma altrimenti isolati dalla voce della comunità mondiale.

A giudicare dai principi della legge internazionale, Israele è sempre stata molto difficile da difendere, ma l’attuale situazione mette a dura prova anche i più subdoli falsificatori della storia, costringendoli a inventare qualcosa per salvare la propria credibilità – anche nei confronti di quelli che hanno subito più lavaggi del cervello. Perché 9 civili appartenenti alla comunità internazionale, compreso il 19enne americano Furkan Dogan, che stavano portando cibo e materiale di costruzione ad una popolazione affamata, dovevano morire? Furkan è stato colpito ben 5 volte, con 4 colpi alla testa, suggerendo fortemente che i morti della flottiglia siano stati uccisi a sangue freddo. Chi può credere nella benevolenza di Israele ora?

Nonostante l’aver dovuto sostenere pressioni da molti anni per l’assassinio nel 2003 di Rachel Corrie, la giovane americana che aveva cercato di impedire la distruzione di una casa palestinese, venendo brutalmente schiacciata a morte da un bulldozer dell’esercito israeliano, il governo Netanyahu continua stupidamente e vilmente ad aggiungere altre 9 Rachel Corrie alla lista di martiri internazionali per la Palestina.

Erosione del sostegno per Israele

I disperati tentativi di Israele di cancellare i propri crimini, compreso il blackout mediatico e la falsificazione dell’informazione, hanno soltanto aumentato la sempre più diffusa e crescente sfiducia verso Israele stessa. Un ottimo esempio della disinformazione è rappresentato dall’istanza con cui lo stato sionista ha accusato la Freedom Flotilla di avere legami con Al Qaeda, un’affermazione senza fondamento che è stata poi ritirata dallo stesso governo israeliano, poco dopo essere stata emessa.

Israele sottovaluta sistematicamente i danni che questi eventi possono infliggere sulla stessa macchina della propaganda, e alla propria reputazione internazionale. Sottovaluta artisti come Elvis Costello, Carlos Santana e Gil Scott-Heron, che hanno cancellato i propri concerti in Israele, come segnali di un boicottaggio completo sui piani economici, artistici e accademici, boicottaggi che stanno facendo sempre più chiasso.

A livello politico, il prezzo che Israele sta pagando per la sua folle aggressione è abbastanza tangibile. La Turchia ha reagito con rabbia fulminante, richiamando il proprio ambasciatore e con le parole di Erdogan, mostrando una durezza senza precedenti nei confronti dello stato sionista. Il Nicaragua ha sospeso ogni legame diplomatico con Israele. Almeno 17 paesi, compresa la Svezia, hanno richiamato i propri ambasciatori pretendendo delle spiegazioni. Ma il vero prezzo che Israele sta pagando non è politico.

In politica, tutto dipende dal denaro e dai comuni interessi e patti dei coinvolti. Questi legami e accordi sono quasi sempre valorizzati dai politici molto più dei principi, delle leggi e della morale. Tuttavia, il modo di ragionare delle masse raramente si basa su linee guida tanto opportunistiche, tendendo invece a seguire le emozioni che spaziano dalla paura alla solidarietà umana. Questo fenomeno può essere la base dello sfruttamento delle masse da parte della politica, ma al tempo stesso può rivoltarsi contro di essa.

L’amore non si compra

Per qualsiasi potenza che imponga il proprio volere con la forza, è sempre importante  capire che qualsiasi espressione di sostegno è effimera e scaturisce dall’opportunismo e dal bisogno di sopravvivenza. Israele deve quindi rendersi conto che imporre la propria infinita prepotenza sulla comunità internazionale non è un sistema che può essere mantenuto senza limiti, almeno non senza un suo prezzo. Anche se alle persone in occidente è stato insegnato, quasi fosse alla base delle proprie filosofie di vita, che devono rispettare e apprezzare Israele come se il loro stesso benessere ne giovasse, il vero e sentito sostegno per Israele si sta erodendo molto in fretta.

L’erosione del consenso procede mano nella mano con quella che è la scoperta della vera natura dello stato sionista, che al suo interno incarna sia il razzismo che la violenza calcolata contro i civili. Queste sono caratteristiche abbastanza visibili per chiunque faccia uno sforzo per notare l’immensa oppressione, violenza e discriminazione che Israele opera quotidianamente sui palestinesi.

Il potere politico, economico e militare può forse essere imposto alla gente, anche su un’intera comunità internazionale. Ma una delle leggi della natura dice che l’amore o la vera affinità non possono essere imposte a nessuno: possono solo essere conquistate. In questo senso, Israele attraverso gli anni non si è guadagnato nulla, ma potrebbe ben essere lo stato con il più grande debito di tutti. Potrebbe reggersi tutto sulla politica, ma nessuno ama un folle.

IN ENGLISH HERE:

 

 

Il declino della reputazione israeliana

Di Ilan Pappè (traduzione di Virginia Fiume)

Ehud Barak e Benjamin Netanyahu sono due delle figure di maggiori spicco nel sistema politico e militare israeliano. Ci sono loro due dietro al tremendo attacco alla “flottilla” che ha scioccato il mondo ma che sembra essere considerato da tutta l’opinione pubblica come un semplice atto di legittima difesa.
Sebbene nello scenario politico israeliano siano uno di sinistra (Barak, il ministro della Difesa, è laburista) e uno di destra (il Primo Ministro Netanyahu è membro del Likud), entrambi hanno in comune la stessa visione di Gaza in generale e della vicenda della “flottilla” in particolare.
Un tempo Ehud Barak era il comandante di Netanyahu nell’equivalente israeliano della Special Air Service britannica (SAS- un corpo speciale militare inglese http://it.wikipedia.org/wiki/Special_Air_Service)
Per dirla più chiaramente hanno servito nell’esercito in un’unità simile a quella che ha assaltato la nave turca la scorsa settimana. La loro percezione della realtà della Striscia di Gaza è condivisa con molte altre personalità militari e politiche in Israele, e ampiamente sostenuta dall’elettorato ebraico israeliano.
Bisogna farsene una ragione. Sebbene Hamas sia l’unico governo nel mondo arabo eletto democraticamente dal suo popolo, deve essere eliminato sia politicamente che militarmente. La ragione sta non solo nel fatto che questo movimento-partito continua la lotta contro l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania che dura da quarant’anni lanciando missili rudimentali in Israele – che non sono frequenti quanto le rappresaglie israeliane che uccidono gli attivisti in Cisgiordania. La principale ragione sta nel fatto che Hamas si oppone al tipo di “pace” che Israele vuole imporre ai palestinesi.
La “pace forzata” non è negoziabile per le élite dirigenti israeliane e offre ai palestinesi un limitato controllo e una limitata sovranità sulla Striscia di Gaza e sulla Cisgiordania. Ai palestinesi viene chiesto di rinunciare alla lotta per l’autodeterminazione e la libertà in cambio della concessione di tre piccoli bantustan sotto lo stretto controllo e la supervisione di Israele.
La versione ufficiale in Israele, comunque, è che sia Hamas l’ incredibile ostacolo per la pace. E di conseguenza la strategia è dichiarata: affamare e costringere alla sottomissione il milione e mezzo di palestinesi che vive nello spazio più densamente popolato al mondo.
L’embargo era stato imposto nel 2006 per costringere i cittadini di Gaza a rimpiazzare il loro Governo con un’alternativa che avrebbe accettato le regole di Israele- o quanto meno che avrebbe fatto parte della più acquiescente Autorità Nazionale Palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo Hamas ha catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit, e di conseguenza il blocco è stato reso più duro. Ora include il bando dei più necessari beni di consumo, senza i quali per chiunque può diventare difficile anche sopravvivere. Per quanto riguarda il cibo e le medicine la gente di Gaza vive in condizioni che sono definite “catastrofiche” e “criminali” dalle organizzazioni internazionali e dalle agenzie che operano all’interno della Striscia.
Come nel caso della “flottilla”, ci sono sistemi alternativi per ottenere il rilascio del soldato che è stato fatto prigioniero, come lo scambio con le migliaia di prigionieri politici palestinesi che Israele tiene nelle sue prigioni. Molti di loro sono ragazzini, e un certo numero di questi è stato arrestato senza processo. Israele ha trascinato per le lunghe questo negoziato in merito allo scambio, che verosimilmente non è in grado di dare risultati in tempi ragionevoli.
Ma Barak e Netanyahu, e quelli che li circondano, sanno troppo bene che il blocco di Gaza non produrrà nessun cambiamento nell’atteggiamento di Hamas. Bisognerebbe dare credito al Primo Ministro inglese Dave Cameron (Ilan Pappe, storico israeliano, vive in Inghilterra dove insegna all’università di Exeter), che ha ricordato durante il question time della settimana scorsa che la politica israeliana ha rafforzato, anziché indebolire, il controllo di Hamas su Gaza. Ma il fatto che la strategia di Israele stia fallendo non sembra impaurire il governo di Gerusalemme.
Ci si potrebbe immaginare che il drastico deterioramento dell’immagine di Israele nell’opinione pubblica internazionale avrebbe potuto cambiare il modo di pensare dei suoi leader. Ma le risposte riguardanti l’attacco alla flottilla nei giorni scorsi dimostrano che non c’è il minimo spazio per un cambiamento di rotta nelle posizioni ufficiali. La ferma decisione di non togliere l’embargo e l’accoglienza da eroi che è stata riservata ai soldati che hanno assaltato la nave nel Mediterraneo mostrano che questa politica continuerà a essere la stessa per molto tempo.
Non è una novità. Il governo di Barak- Netanyahu – Lieberman non conosce altro modo per rispondere alla realtà esistente sul suolo di Israele e della Palestina. Questi politici sanno solamente fare ricorso ai soliti mezzi: la violenza per imporre la propria volontà, una febbrile propaganda che descrive tutto come legittima difesa, devastando la popolazione di Gaza e trattando quelli che cercano di portare aiuto come se fossero terroristi. Il dolore e la sofferenza delle persone non li riguardano, e nemmeno le condanne internazionali.
La reale, anche se non dichiarata, strategia di Israele è quella di mantenere questo stato di cose. Finchè la comunità internazionale sarà compiacente, il mondo arabo impotente e Gaza sigillata, Israele continuerà ad avere un’economia fiorente e un elettorato che accetta il dominio dell’esercito sulla propria vita e il conflitto e l’oppressione dei palestinesi come esclusiva realtà della vita in Israele del passato, del presente, del futuro.
Il vice presidente statunitense Joe Biden è stato umiliato recentemente quando gli israeliani hanno annunciato la costruzione di 1.600 nuove case nella zona contesa di Ramat Shlomo, nel distretto di Gerusalemme, proprio il giorno in cui era arrivato per discutere di come provare a congelare l’espansione delle colonie. Ma il sostegno incondizionato da questi offerto dopo l’ultima azione ha fatto sentire i leader e l’ elettorato giustificati.
Sarebbe sbagliato, comunque, credere che il sostegno americano e la debole risposta europea siano la ragione principale dell’embargo e del soffocamento di Gaza. C’è un elemento che forse è quello più difficile da spiegare ai lettori di tutto il mondo, cioè quanto queste percezioni e atteggiamenti siano profondamente radicati nella mentalità e nella psicologia degli israeliani. Ed è davvero difficile comprendere come siano diametralmente opposte le reazioni comuni che sono scattate in Inghilterra rispetto a quelle della società ebraica israeliana.
Le risposte internazionali si basano sull’assioma che qualche concessione ai palestinesi e un continuo dialogo con le élite politiche israeliane produrranno nuovi fatti sul terreno. La versione ufficiale che circola in Occidente è che la soluzione sia ragionevole e a portata di mano: i due Stati.
Niente è così lontano dalla verità come questa ottimistica visione. L’unica versione accettabile per Israele sarebbe quella di una addomesticata Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah e una presenza forte di Hamas a Gaza. E’ un’offerta che finirebbe con l’imprigionare i palestinesi in enclave in cambio della fine della loro lotta.
Nessuno parla di una soluzione alternativa – uno Stato unico e democratico, ipotesi che sostengo personalmente – oppure di quella, più plausibile dell’instaurazione di due Stati. Entrambe richiederebbero una completa trasformazione della mentalità ufficiale e dell’opinione pubblica israeliana. Questa mentalità è il principale ostacolo sul percorso verso una riconciliazione pacifica nella terra di Israele e della Palestina.
Il professor Ilan Pappé dirige il Centro Europeo di Studi palestinesi alla Exeter University e ha scritto “La Pulizia Etnica della Palestina”

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La genesi del Free Gaza Movement: navigando l’utopia

Il mio pezzo per Il Manifesto di domenica:

A gambe larghe, il busto leggermente flesso in avanti,
le piante dei piedi nudi piantate sulla superficie di legno consunto della cabina di comando,
a sensibilizzare l’intero corpo su ogni minima oscillazione delle onde,
e di reazione compensare con il timone.
Armonizzare, essere una cosa sola, tu al timone, la barca ai tuoi piedi, l’immenso tappeto di acqua circostante che ti vorrebbe inghiottire.

Condurre una barca su docili onde come su di un mare molesto,
è un pò come fare l’amore con una bella donna.
Almeno, per me così è stato. Ascoltare il sussulto della carne liquida del mare,
il suo gemito quando battendo contro lo scafo ne inclina le assi.
Essere dominatori del mare, dominare,
e nel contempo saper ricompensare.

Io che da autista semmai ero esperto di tangenziali e imbocchi autostradali, non avevo mai condotto una  imbarcazione in vita mia prima dell’agosto 2008, quando impegnati nella prima traversata del mediterraneo in direzione di Gaza, resosi indisponibile il capitano libanese, dovetti improvvisarmi timoniere per condurre la Free Gaza dentro il porto di Creta.
Quella missione si concluse con successo il 23 dello steso mese: una cinquantina di uomini e donne provenienti da 18 differenti paesi riuscirono a sbarcare nella Striscia dimostrando come gente comune determinata e organizzata può giocare ruoli chiave nella storia.

Le biografie dei passeggeri di allora la dicevano lunga sulla eterogeneità dell’umanità imbarcata: c’erano suore cattoliche, ebrei sopravvissuti all’olocausto, anziani palestinesi vittime della diaspora, giornalisti, avvocati, ingegneri, operai, dottori, insegnanti e attivisti per i diritti umani.

La genesi del Free Gaza Movement ebbe luogo una notte del 2005 in un pub australiano dove riuniti un gruppo di attivisti dell’ISM a cui Israele negava l’accesso in Palestina partorirono il sogno: raggiungere Gaza non più via terra vincolati dai lasciapassare delle autorità israeliane ed egiziane, ma via mare.
Un rotta di navigazione mai intrapresa prima, dal porto di Larnaca passando per acque cipriote sino a quelle internazionali quindi sopra quel tratto di mare che le leggi internazionali sanciscono essere a sovranità palestinese.


Gaza era è lì appena oltre il mediterraneo, ma pareva che nessuno fino ad allora avesse mai pensato di raggiungerla nella maniera più naturale: navigando.

Ben presto il difficile si rivela non essere raddrizzare l’uovo di Colombo, ma covarlo.

Due anni di paziente raccolta fondi ci permisero di acquistare due rudimentali pescherecci di legno.
 
Io lasciai l’Italia a fine giugno 2008  per Atene. Da lì, venni segretamente condotto in una isoletta di pescatori dell’arcipelago greco della quale ignorai  nome e locazione geografica sino alla vigilia della partenza.
 
Nel più totale anonimato e senza contatti esterni per timore di sabotaggi da parte dei servizi segreti israeliani fra flebili speranze e giustificati timori, lavorai alla messa a punto di quella che sarà poi ribattezzata Free Gaza, un peschereccio di una trentina d’anni che dotammo di sofisticate apparecchiature per la comunicazione satellitare.
Dopo una settimana di navigazione obbligati a diverse tappe fra Grecia, Creta e Cipro per rimediare  ai continui guasti alle nostre barche, il 21 agosto 2008 salpammo per l’ultima volta da Larnaca diretti a Gaza.
Impegnati nell’ultimo sforzo, ci lasciamo alle spalle le fatiche di mesi di preparazione e le minacce di morte che per alcuni di noi risuonavano continuamente sui cellulari come telefonate anonime.

Due giorni dopo migliaia di palestinesi si riversarono al porto per dare il benvenuto alle prime barche internazionali dal 1967.

I pescatori palestinesi che si aspettavano due fiammanti yachts,  constatando che stavamo a malapena a galla su due bagnarole, tali e quali i loro vecchi pescherecci in legno piansero lacrime di commozione.

La stessa emozione che ha provato l’anno scorso Tun Dr.Mahathir bin Mohamad, l´ex Primo Ministro Malese nel venire a conoscenza delle nostre missioni, e che ha rappresentato la svolta per il Free Gaza Movement.

Con la generosità delle donazioni della ong malesiana Perdana Global Peace
Organization  infatti è stato possibile acquistare una nave cargo e due nuove  imbarcazioni passeggeri.  A queste in breve tempo si sono unite le navi
della European Campaign to End the Siege of Gaza, di Insani Yardim
Vakfi , di Ship to Gaza Grecia, e di Ship to Gaza Svezia, ed è nata la prima Freedom Flotilla.

Della prima missione sono state dismesse le barche ma non gli attivisti: sono loro quelli che hanno subito i pestaggi più feroci da parte dei soldati israeliani nel porto di Ashdod, e poi nelle varie carceri dove sono stati detenuti.

Come il palestinese Osama Qashoo, i greci Vaggelis Pissias, professore universitario, e il documentarista Yannis Karipidis,  pestati selvaggiamente durante lo sbarco nel porto israeliano.

Paul Larudee, musicista statunitense, anche lui come i  sopracitati componente storico del Free Gaza,è stato violentemente percosso per essersi rifiutato di fornire le generalità mentre Ken O’ Keef,  irlandese, secondo capitano nella  prima missione, a detta di testimoni stava disteso nella sua cella coperto di sangue .

Edy Epster, ebrea 85 anni sopravvissuta  all’olocausto  e coinvolta in tutti i viaggi del Free Gaza Movement  non ha  ancora potuto coronare il suo sogno: visitare la Striscia prima di morire.

Avrà molto presto un’altra chance, poiché flotte di navi cariche di aiuti umanitari continueranno a sfidare la pirateria finchè l’assedio non verrà spezzato.

Mi ha scritto Edith Lutz  dalla Germania. Dice che stanno per levare sopra il cielo nel mediterraneo la loro “ voce ebraica”, la prima barca di ebrei in direzione della prigione di Gaza. Per dare una lezione a chi in questi giorni ci apostrofa come pericolosi terroristi. Perché come spiegava  Mauro Manno antisionismo non è sinonimo di antiebraismo, ma anelito di libertà dalle catene dell’oppressore disumano.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza.

La genesi del Free Gaza Movement: navigando l’utopia Leggi l'articolo »

I martiri della Freedom Flotilla

Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

Quelle falci di luna e le stelle a cinque punte bianche intinte nel sangue che sventolano sul cielo di Gaza sopra un porto dimesso, tornato a simulacro di oppressione, di certo frusteranno ancora a  lungo l’assedio.

Girando per le strade di una Striscia che non ha ancora fagocitato la pena per l’ennesimo massacro, mi capita di essere avvicinato più del solito da curiosi che mi rivolgono tutti la stessa domanda: “ Sei turco?”. Poi quando rispondo che sono italiano mi sorridono quasi sempre lo stesso, tranne quei pochi informati sul voto contriario del nostro governo alla risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che chiede lo svolgimento di una inchiesta sul massacro della Freedom Flotilla.

Non è comodo, ve lo assicuro, vivere fuori dai confini italiani di questi tempi, e e ancor di più qui, dopo aver scoperto il proprio paese fiancheggiare la pirateria e il terrorismo di stato israeliano. Lo sconforto nella consapevolezza di avere radici in un paese ormai ridotto a sovranità limitata.

Mentre Istanbul fervendo di rabbia anti israeliana si preparava a celebrare  il rientro delle  9  salme degli attivisti uccia , da quest’altra  parte del mediterraneo i membri turchi dell’IHH, protagonista della Flotilla, venivano  consacrati a eroi.

I più ricercati per foto e strette di mano dalle alte autorità di Hamas fino alle gente comune. E a buon ragione,  il leader dell’ong per i diritti umani turca, Mehmet Kaya  ha dichiarato che la sua organizzazione intende spendere ben 25 milioni di dollari per la ricostruzione, l’assistenza sanitaria e l’educazione all’interna di una Striscia impoverita dalla tenaglia dell’assedio.

Non avendo alcuna remora a comprare cemento e ferro nel mercato nero dei tunnel al confine con l’Egitto,  in pratica l’IHH si sostituisce all’ONU nell’impegno alla ricostruzione delle migliaia di edifici danneggiati e distrutti durante i bombardamenti israeliani del gennaio 2009. Le Nazioni Unite che non possono acquistare merce di contrabbando, hanno infatti visto paralizzarsi  molti dei loro progetti di riedificazione  per la carenza di materiali bloccati al confine da Israele

Ieri  la commemorazione dei martiri in una cerimonia di poco al largo dal porto sopra i rudimentali pescherecci palestinesi: si sono letti i nomi dei morti e gettati dei fiori in acqua. Colombe bianche liberate dalle gabbie hanno rappresentato una metafora inafferrabile. Oggi l’attesa per la Rachel Corrie, anche se il porto è deserto e ciò fa intendere che sono veramente pochi a crederci.

Forse gli unici ad alimentare un lumicino di speranza siamo noi attivisti: oltre agli aiuti umanitari sulla Rachel Corrie ci sono dei compagni che desiderano venire a sostenerci nella lotta per la difesa dei diritti umani violentati ogni giorno nella Striscia.

Mentre non volgiamo un attimo lo sguardo via dall’orizzonte recintato, ci arriva in serata la notizia dell’arresto di Huwaida Arraf,  cofondatrice dell’International Solidarity Movement e del Free Gaza Movement. Partecipava alla rituale manifestazione pacifica del venerdi’ contro il muro che si sta inghiottendo il villaggio di Bil’In.

Arrestata oggi, era appena uscita di prigione solo tre giorni fa dopo esser stata sequestrata  a bordo di una delle navi della Freedom Flotilla.

Le ho scritto di darmi almeno il tempo materiale di mandarle dei fiori fra una reclusione e l’altra.

La sua coraggiosa tenacia è la nostra di bandiera sventolante.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza

Blogger from gaza

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Mubarak Caino. (Manolo Luppichini e Osama Qashoo are free)

Le vie dell’utopia sono zeppe d’incroci: i miei amici Manolo e Osama non si conoscevano prima di qualche ora fa, eppure si sono riconosciuti immediatamente come alleati dinnanzi allo squadrismo dei loro torturatori.


Ora sono tornati liberi, uno in Italia l’altro in UK, certi di ritrovarsi in futuro sulla strada che porta alla liberazione della Palestina.

Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

L’ondata evocativa immane, di immagini di corpi innocenti che hanno gettato la vita e il sangue in mare nel compimento di una missione umanitaria si è percossa dirompente nella Striscia di Gaza. Scuotendo le parenti della prigione e scardinando il cancello di fuga a Sud.

Il confine con l’Egitto è liberato, aperto sia in entrata che in uscita a tempo illimitato per consentire il passaggio di malati, studenti e chiunque abbia un visto e un passaporto in regola, stranieri compresi. Una rara occasione per migliaia di uomini e donne con futuri e amori impigliati dietro una distesa di filo spinato, un speranza di salvezza per dei pazienti che se a Gaza sono incurabili, altrove sono guaribili.

Dall’inizio dell’anno, il valico è stato aperto solo 12 giorni, permettendo l’evasione dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo solo ad una ritretta minoranza di privilegiati, e comunque senza mai permettere il passaggio di merci per risollevare una economia a pezzi. Ihab Ghussein, un portavoce del Ministero degli Interni di Hamas ha dichiarato la piena disponibilità del suo governo per agevolare la migrazione degli abitanti della Striscia. “ Ci auguriamo che il valico resti aperto per sempre, e non solo per qualche giorno in risposta al massacro della Freedom Flotilla” ha concluso.

Se l’Egitto apre i confini Israele spalanca di nuovo i cimiteri dentro la Striscia: 5 vittime oggi. Due palestinesi uccisi a Khan Younis nella mattinata e altri tre morti nel pomeriggi sotto i bombardamenti aerei a Beit Lahiya, nel Nord della Striscia.

Murad Muwafi, governatore egiziano del distretto della Sinai settentrionale, ha spiegato l’apertura di Rafah per “alleviarere la sofferenza dei nostri fratelli palestinesi dopo l’attacco.” In realtà se il presidente egiziano Mubarak è un fratello per i palestinesi di nome fa Caino, essendo complice con Israele delle sofferenze di un milione e mezzo di persone durante un assedio lungo ormai 4 anni. Un Caino che non esita a gasare i lavoratori nei tunnel scavati a Rafah e a sparare ai pescatori che si di poco sconfinano nella ricerca del necessario di cui vivere. Che tortura gli attivisti palestinesi e seppelisce in carcere chiunque in Egitto sposi la loro causa.

La complicità a Israele e USA comuque l’Egitto se la fa pagare cara: 2 miliardi di dollari versati ogni anno dalla Casa Bianca al governo del Cairo, e soprattutto una protezione politica e militare che ha permesso a un dittatore come Mubarak di rimanere al suo posto per decenni dinnanzi a cento milioni di suoi sudditi che non vedrebbero l’ora di spezzare le catene.

Un complice fedele: su richiesta statunitense venti anni dopo la caduta del muro di Berlino l’Egitto ha iniziato la costruzione di un nuovo muro che sprofondando parecchi metri sotto il confine si prefigge di soffocare il traffico di merci vitali nei tunnel palestinesi.

Piu’ che per misericordia, sulla decisione di aprire il valico presa da un fratello cosi’ ingrato devono aver pesato le pressioni politiche esterne e una opinione pubblica mondiale che diventa decisa quando una campagna di boicottaggio ti sta sul fiato sul collo, se una delle tue principali industrie e’ il turismo.

Una campagna di boicottaggio all’Egitto oltre che contro Israele che aveva ottenuto una brusca accelerata nel gennaio di quest’anno, quando nell’anniversario del massacro di Gaza il governo egiziano aveva violentemente represso e impedito il passaggio del valico alle centinaia di partecipanti della Gaza Freedom March, mentre Al Arish diventava terreno di scontro fra polizia e attivisti del convoglio di Viva Palestina.

 

Nel valico di Rafah, sigillato dal giugno 2007 si era aperta una breccia il 23 gennaio 2008, quando miliziani mascherati avevano demolito il muro di confine facendolo saltare con l’esplosivo. Se ora i lucchetti cadono è per il sangue innocente versato da chi credeva più ai ponti che ai muri.Il loro gesto non è stato vano e le ripercussioni del loro sacrificio a beneficio del popolo palestinese sono più che percepibili.

La CNN turca riferisce di una nuova flotta di aiuti umanitari che si sta organizzando a Istanbul, e questa volta sarà scortata nel mediterraneo dalle navi militari di Erdogan.

Mentre gli occhi del mondo non si discostano un attimo dalla Striscia di Gaza per Israele ed Egitto inizia il conto alla rovescia che vedrà scadere il loro regime d’impunità: a quanto pare è vero che gli assedianti si sono tramutati in assediati.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

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Israele+Gaza+Freedom+Flotilla+pacifisti+attivisti+uccisi+free gaza movement+nave+turca

Oggi al Diane Rehm show, un popolare talk show di una radio statunitente, Michael Oren, ambasciatore israeliano negli USA ha dichiarato che la Mavi Marmara era “troppo grande per essere fermata con mezzi non violenti”. Queste sono state le sue precise parole.

“”too large to stop with nonviolent means.” .

Tutto ciò significa una sola cosa, che l’attacco alle navi della Freedom Flotilla, e l’uccisione di 9-20 civili, era PREMEDITATO.

ps. Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

Lo specchio di mare dinnanzi a Gaza che avrebbe dovuto riflettere speranza per un popolo assediato, oggi si è risvegliato listato a lutto nell’assistere scivolare verso il porto non le barche della Freedom Flotilla, ma le sue bare.

Qualche giorno fa su un quotidiano israeliano un ufficiale israeliano spiegava come  per bloccare la missione umanitaria e impadronirsi delle navi sarebbero stati impiegati corpi speciali, addestrati in modo tale da limitare il numero di feriti in caso di resistenza dei naviganti. L’ufficiale ha rispettato la parola data, al momento ci sono più morti che feriti.

In una mail, Adam, attivista di Tel Aviv mi ha spiegato di quanta reputazione godano all’interno della società israeliana i Commandos Navali, “le Elite delle Elites, il Meglio del Meglio. Solo uno su cento riesce a concludere l’estenuante corso di addestramento e guadagnarsi notorietà e appeal sulle ragazze.  L’aspirazione di molti adolescenti e anche di Adam a quei tempi.

Spesso però a reputazione non corrisponde realtà. Ho avuto a che fare con i famosi Commandos nel novembre 2008 quando a di bordo di un peschereccio palestinese fummo assaltati al largo di Rafah. Nonostante fossi disarmato e in bermuda eil marine prima di spararmi con una Taser  tremava come foglia.  Cosi’ non certo audaci si presentavano i commandos a fine giugno del 2009 assalendo la “Spirit of Humanity”. “Soffrivano il mal di mare e hanno iniziato a vomitarsi addosso nelle maschere,  se non era per il nostro Capitano e il primo ufficiale sarebbero caduti in acqua”, nel racconto di Greta a bordo della nave durante quell’assalto.

Israele è un paese che ha intriso nel suo dna la paura, perché allevato a covare il terrore. E quando un soldato ha paura della sua ombra, spara a qualsiasi cosa gli si muove incontro, specie se viene insegnato essere etnicamente impura.

Uccidendo a sangue freddo quegli attivisti, Israele ha gettato in mare molte speranze per un popolo abituato all’oppressione, e contemporaneamente si e’ ancora più arroccato nel suo status di stato criminale.

Mentre a Ramallah Mahmoud Abbas, presidente  dell’Autorità Palestinese ha dichiarato 3 giorni di lutto nazionale, qui a Gaza si sono alternate manifestazione organizzate dalle varie fazioni lungo tutta la Striscia.

Al termine di una di queste, Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas,  ha cosi’ dichiarato: “consideriamo l’attacco israeliano alla Freedom Flotilla un enorme crimine e una flagrante dichiarazione della legge internazionali. Nonostante le gravi perdite fra i passeggeri della navi riteniamo che il loro messaggio è stato consegnato. Ringraziamo questi eroi venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidarietà con Gaza, l’assedio israeliano oggi è un problema internazionale e riteniamo che gli occupanti, attraverso questo crimine, oggi sono quelli realmente sotto assedio “.

Le manifestazioni più nutrite ed emotivamente partecipate si sono venute a creare però spontaneamente . Centinaia di uomini dai volti intrisi di rabbia e di una infinita tristezza  hanno marciato compatti per tutto il giorno dal porto incustodito fino alla sede delle Nazioni Unite.

E hanno gridato forte “Fermate Israele”.  E hanno chiesto altrettanto intensamente di farla finita con l’assedio e l’impunità dei massacri di civili.

Ho visto in quegli volti provati dalla sofferenza un dolore sconosciuto, la perdita di un fratello mai conosciuto.

Ahmed, pescatore: “Questi martiri venuti dall’occidente sono morti per la nostra libertà, mentre i nostri fratelli arabi si sono dimenticato che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari dei defunti e piangere con loro”.

Munir, taxista: “dopo Deir Yassir e il massacro dell’anno passato, questa è un’altra pagina indelebile nella storia del terrorismo di stato d’Israele.”

La missione della Freedom Flotilla non è finita. Altre due imbarcazioni del Free Gaza Movement, in ritardo sui tempi del resto della flotta a causa di guasti tecnici, stanno navigando proprio in questo ore nel mediterraneo.

A bordo della nave cargo Rachel Corrie ci sono il premio Nobel per la Pace Mairead Macguire e Hedy Epstein, ebrea ottantacinquenne sopravvissuta all’olocausto.

Il capitano irlandese Dereck e mi ha dichiarato che sono tutti a conoscenza del massacro di ieri e consapevoli che un’altra strage di innocenti potrebbe compiersi approssimandosi alle coste di Gaza, ma vanno avanti.

Come Rachel Corrie si trovò ad un varco fra una vita di soprusi e la difesa dei diritti umani a costo della morte, e scelse per una empatia fatale, i miei amici vanno incontro ad una probabile fine certi che di avere intrapreso la rotta giusta.

Che tutto il mondo possa soffiare nelle loro vele.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni, Gaza city

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Un porto che aspettava solo di essere ingravidato di speranza

Prima che il mare diventasse cremisi e i nostri volti notte, il mio pezzo per Il Manifesto di lunedi’ raccontava la vigilia dello sbarco.

Porto deriva dal greco porthmion, valico, ed è così detto perché si addentra nella terra e offre ricovero ai bastimenti.

Una miriade di bastimenti da tutto il mediterraneo hanno trovato rifugio qui a Gaza, sin dai tempi dei cananei, gli antichi abitanti della Palestina e nel corso dei secoli in un crocevia di popoli e di culture, di scambi commerciali e traffici di spezie preziose, che si realizzavano in questo anello di congiunzione fra Africa Asia ed Europa.

Bombardato e semidistrutto durante la seconda intifada, parzialmente ricostruito e rimbombardato durante il massacro israeliano nel gennaio 2009,  sigillato dall’assedio negli ultimi anni  il porto di Gaza è stato una finestra nel vuoto collimante col baratro delle speranze per il futuro dei palestinesi.

Qualcosa cambia oggi, con i preparativi per la cerimonia di benvenuto per la Freedom Flotilla. Grazie ai fondi investiti dall’ong turca HHI e lavorando sodo 24 ore su 24, si è riusciti a liberare il porto dalle sue macerie e a pavimentare le banchine. Il fondale è stato reso più profondo per ospitare la “Rachel Corrie SS” e le altro 4 navi cargo cariche di 10 mila tonnellate di cemento, ferro, attrezzature mediche e aiuti umanitari.

Pavimentato il porto, pavimentate le speranze: migliaia di palestinesi sono pronti a salpare con un centinaio di rudimentali imbarcazioni, tutta la flotta dei pescherecci della Striscia incontro alla Flottila, ridando senso all’esistenza di un porto da troppi anni ormai ridotto a simulacro di oppressione. Su una di questa barche ci saranno gli scout locali e una banda musicale, ed è previsto il lancio al cielo di 400 palloncini neri in ricordo dei bambini massacrati dalle bombe lo scorso anno. Striscioni e banner disposti un pò ovunque lungo il molo sono pronti ad accogliere i 700 “eroi” stranieri. Molti gli slogan dedicati ad Erdogan, il presidente turco che ha osato sfidare la prepotenza dell’oppressore israeliano.

Mani italiane e palestinesi imbrattate di pittura hanno dipinto un enorme “break the siege” sulla facciata di uno dei edifici più alti a ridosso del porto dove è ha sede la cooperazione italiana. Un messaggio chiaramente visibile anche alle navi da guerra quando si appresteranno ad assaltare le navi della Flotilla.

Per ragioni di sicurezza Hamas ha predisposto delle barricate attorno alla zona dello sbarco, ben consci che sarà impossibile frenare l’esplosione di entusiasmo della folla  festante verso i coraggiosi navigatori.

La stessa euforia ha contagiato i vertici del governo di Gaza, Ismail Haniyeh si è così espresso: “Israele che minaccia di impedire alla Freedom Flotilla di sbarcare a Gaza è un pirata sionista che viola le leggi internazionali. Siamo testimoni degli ultimi istanti di vita dell’assedio israeliano”

Anche le maggiori organizzazioni per i diritti umani presenti lungo la Striscia  attendono con trepidazioni l’arrivo della navi. Amnesty International coglie l’occasione per sottolineare la “punizione collettiva contro la popolazione civile” e OXFAM richiede la revoca immediata dell’assedio. Anche John Ging, nelle sue vesti da direttore delll’UNRWA ha chiesto a gran voce alla comunità internazionale di  “concentrarsi sugli aiuti alla striscia di Gaza così come la flotta, inviando aiuti via mare, piuttosto che limitarsi a pubblicare dichiarazioni scritte su ciò che sarebbe necessario “.

Portavoci del governo di Tel Aviv hanno messo in dubbio l’esistenza di una emergenza umanitaria nella Striscia mostrando video nei quali appaiono ristoranti con tavole imbandite e negozi straripanti di prodotti.

Premesso che secondo dati dell’ONU a Gaza l’88% della popolazione sopravvive sotto la soglia di povertà e la disoccupazione riguarda più del 70% della forza lavoro,  e che quindi i beni di lusso se esistono sono destinati ad una ristretta elite, queste merci non filtrano certamente dai confini israeliani ed egiziani sigillati ma dai tunnel di Rafah. Gli stessi tunnel che collassando ieri hanno causato la morte di 6 minatori palestinesi.

Yousef, uno di questi uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine con l’Egitto per permettersi gli studi universitari, l’ho incontrato pochi giorni fa curiosare al porto:

“Sbarchino o non sbarchino abbiamo comunque vinto. E’ chiaro a tutti che il mondo intero sta dietro le vele della  Flotilla e che  Israele è sempre più isolato e solo, arroccato nel suo regime razzista”.

Prima di questo:

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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