Maggio 2005
sciopero della fame degli scienziati per una maggiore visibilit
REFERENDUM, SCIENZIATI IN SCIOPERO DELLA FAME
Il Corriere della Sera – 24 maggio 2005
di Mariolina Iossa
ROMA. Come i dodici professori universitari che si rifiutarono di giurare al regime fascista. E’ il paragone che fa Marco Pannella quando parla dei dieci ricercatori e scienziati italiani che dalla mezzanotte di ieri hanno cominciato uno sciopero della fame contro la mancata informazione sui referendum sulla legge 40, quella che disciplina la procreazione assistita.
Il leader radicale appoggia la “protesta nonviolenta” e s’arrabbia perché nel centrosinistra non emergono posizioni “forti”. “Ha fatto più parlare Gianfranco Fini con i suoi tre sì e un solo no…”. Intanto gli accademici, tra i quali Gilberto Corbellini e Luigi Montevecchi, Maurizio Mori e Adolfo Allegra, che presto saranno davvero dodici perché ad essi si aggiungeranno Carlo Flamigni e Antonino Forabosco, chiedono che venga restituito “ai cittadini Italiani un loro diritto”, “un diritto politico”.
LA PROTESTA — Si faccia subito qualcosa, dicono i professori, “per evitare di accettare a priori che il risultato referendario sia fondato su una gara falsata, antidemocratica”. I dieci si stupiscono perché “di solito siamo abituati a parlare e a dire la nostra. Ma evidentemente l’Italia è il malato d’Europa non solo per l’economia, ma anche per alcune elementari garanzie democratiche”. I radicali applaudono. E fanno da eco ad un sondaggio telefonico commissionato dal Liberaldemocratici-comitato per il si. A tre settimane dal voto solo il 53% degli italiani sarebbe a conoscenza del referendum, mentre il 44,7% ha dichiarato che andrà sicuramente a votare.
IL QUORUM — Sulla questione del quorum interviene Emma Bonino. “Come presidente del comitato Donneperilsì yahoo.com, del quale fanno parte anche Prestigiacomo e Boniver, ho chiesto un incontro al presidente del Consiglio. Per far si che il referendum sia valido il quorum è diventato del 53-54%. Questo perché dagli elenchi degli italiani all’estero, tre milioni di persone, non sono stati tolti i “morti e i fantasmi” che contribuirono a far fallire l’ultimo referendum”.
Anche Pannelia e tornato più volte sugli appelli all’astensione e ha lasciato a Daniele Capezzone il compito di raccontare quanto sta avvenendo in questi giorni sul sito della Margherita. A differenza di molti parlamentari della Dl, la maggior parte dei “navigatori” del partito di Rutelli sarebbe schierata per 4 si (45,09%). E anche se c’è un 36 per cento che dice di non andare alle urne, trionfano quelli che giudicano l’astensione “una furbata”.
Come fa Rosa Romano, fautrice della “linea Bindi”: «Suggerire l’astensione è altamente pericoloso” scrive la tesserata di Legnano.
Una posizione condivisa dal leader dello Sdi, Enrico Boselli: “Mi auguro che la Margherita non si pronunci per l’astensione, lo considererei un errore”.
Pronta e dura la replica del deputato dl Enzo Carra, che parla di «ragionamenti violenti» da parte di Boselli e chiede l’intervento di Romano Prodi.
L’ASTENSIONE – Per l’astensione si schiera senza dubbio il professor Bruno Dallapiccola. direttore dell’istituto Mendel di Roma, per il quale non ci sono prove certe “che le staminali dell’ embrione servono a curare le malattie”. S’indigna Rita Levi Montalcini: “Sono stupita e irritata — ha detto il premio Nobel -. Io voterò 4 si ma bisogna andare assolutamente a votare, anche se si decidesse liberamente per il no. Votare è un obbligo, un dovere”.
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Joe Carr, buona fortuna amico
Lovinrevolution
Joe Carr
ha subito il mio stesso destino
like Theresa
stasera
che mi ha appena avvisato di come tristemente anch’essa
è stata espulsa dai razzisti confini d’israele;
che non ci permette più (poveri illusi, loro)
di correre ad abbracciare le nostre antiche famiglie palestinesi.
Ci siamo lasciati
io e Joe
quella sera ad Amman
con la promessa di provare assieme a forzare il confine (da solo mi è andata un pò maluccio…)
e magari finire in prigione a ben gurion a cantare canzoncine stupide per irretire le guardie carcerarie.
Lui mi disse, tracannando un birra dopo l’altra
che gli veniva propinata dal mio consueto mai avaro zaino,
in un fatiscente hotel giordano in sfacimento
popolato solo da esuli iracheni
(che stavano anche dietro ai nostri esaltati discorsi)
esuli anche noi,
del desiderio suo di volare in Siria a imparare meglio l’arabo,
e stringere contatti laggiù con alcune organizzazioni della società civile
che teme da un momento all’altro di divenire il prossimo bersaglio usa.
In contropiede, invece ora è sbarcato nell’inferno di Baghdad,
da dove non stenta a mandarmi i suoi reportages di disperazione mista a speranza.
Da dove non stenta
ma questo involontariamente
a richiamarmi presto al su fianco.
inshallah presto.
take care sadiki…..
ps, Joe con il suo nuovo look all’irachena…
che a detta sua è una mglior copertura di una scorta di rumorosi soldati yankee…
come dargli torto???
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Liberate Clementina Cantoni
LIBERATE CLEMENTINA CANTONI
Clementina Cantoni, cooperatrice italiana originaria di Milano, è stata rapita a Kabul, in Afganistan, un paese in guerra da 26 (ventisei) anni. La ragazza lavora per l’organizzazione non governativa “Care International”, per cui si occupa di un progetto di assistenza alle vedove afghane.
Liberate Clementina.
Nei primi giorni di maggio proprio la “Care International” ha diffuso un rapporto in cui denuncia che “l’escalation di violenza nel paese compromette la capacità degli operatori umanitari di distribuire aiuti e di portare avanti i progetti di sviluppo in Afghanistan”.
Violenti scontri sono scoppiati la scorsa settimana a Jalalabad, dove le Nazioni Unite hanno chiuso gli uffici ed fatto evacuare lo stabile. Ci sono state violenze ed uccisioni anche a Ghazni, dove la polizia ha sparato sulla folla.
Dopo l’invasione delle truppe statunitensi nel 2001, la pace e la libertà non sembrano siano arrivati in Afganistan. Durante la scorsa estate la forte rispresa militare dei talebani nel sud-est ha causato scontri violentissimi con le forze della coalizione guidata dagli Usa, che hanno risposto anche con attacchi aerei.
Da agosto 2004 fino ad oggi, secondo le stime ufficiali, sarebbero circa 1000 le persone che hanno perso la vita negli scontri tra talebani e truppe americane, tra le vittime anche operatori umanitari e moltissimi civili.
La ONG “Care International” opera a favore di 30 milioni di persone nei 72 Paesi piu’ poveri del mondo (Asia, Africa, America Latina, Medio oriente e Europa orientale). L’organizzazione gestisce oltre 500 programmi di cooperazione in tutto il mondo. Secondo i dati diffusi da “Care International”, il 90% dei suoi dipendenti sono cittadini dei Paesi dove l’ONG opera.
Fonte: Peacereporter, Care International, RaiNews24, WarNews.
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chi è: il ritratto di Clementina Cantoni, rapita, presto libera
Il ritratto di Clementina Cantone
Clementina «la peste» che difende le donne
Milanese, 32 anni, guida un progetto per le vedove afghane «La vita da ufficio? Non è per me: io voglio rendermi utile»
«Il mio nome non mi rende giustizia. Ma quale Clementina… Io non sono clemente per niente, soprattutto con i maschi e i maschilisti di questo Paese ». Le chiama «pillole di saggezza», o, più milanesamente, «stupidate», queste e altre freddure con cui Clementina Cantoni è solita «raggelare» amici, colleghi e conoscenti nei sempre più rari momenti di relax della vita a Kabul. «Di solito mi vengono meglio la sera, e qui ora è mattina — ci ha scritto in una email dall’Afghanistan— purtroppo vedo che la mia vena si sta esaurendo. Vorrei scrivere un libro con queste mie parole di saggezza nate fra queste aride montagne (oh! quanto mi manca la mia Valtellina!) e che hai avuto la fortuna di sentire con le tue orecchie. Ti autorizzo, dall’alto della mia magnanimità, a citarle quando rientri nella mia Milano». Può sembrare fuori luogo, in un momento come questo, ricordare la Clementina Cantoni rapita ieri sera nel centro di Kabul piena di ironia, beffarda, allegra, impertinente, tagliente di lingua e — solo apparentemente — spigolosa di carattere. Clementina la peste, l’ha ribattezzata infatti la comunità italiana in Afghanistan, che ha cominciato a conoscerla 3 anni fa, quando è sbarcata nel Centro Asia per l’organizzazione danese Care, di cui cura un programma di assistenza per 10 mila vedove nei distretti 5-6-7-8 della capitale. Perché Clementina non fa sconti a nessuno sia quando scherza sia quando lavora. Ma dietro l’essenzialità e la serietà lombarde nasconde un animo giulivo, solare, mediterraneo. Non cela per nulla invece la sua volontà ferrea e la sua dedizione per gli altri, soprattutto le «vedove di Kabul. Sono tante, almeno 60 mila — ripete Clementina —e sono le più sfortunate, le più reiette». La filosofia di vita di Clementina è molto semplice e lineare, ma radicale: «Non sono fatta per la vita di ufficio, non sopporto la vita da impiegata: se devo faticare per vivere, preferisco farlo servendo gli altri e rendendomi utile a chi ha bisogno. Non amo la Milano da bere, preferisco una birra, se la trovo».
Eppure non le mancava nulla per vivere meno pericolosamente, per una vita di successo nella sua «grand Milàn»: di famiglia per bene, nata in una zona per bene, nel cuore di Città Studi, corso di laurea all’estero, un fratello a New York (dove vive la sua adorata nipotina), un altro in un’altra parte del mondo — come ha ricordato ieri sera un cugino a Milano, che ha fatto da portavoce e da scudo alla famiglia, schiantata dalla notizia del sequestro. «Ci scriveva ogni giorno — ha detto — era serena come sempre, certo non si poteva immaginare un evento simile». E’ stata lei stessa una sera in cui era particolarmente loquace per la felicità di andarsene in ferie, prima in Valtellina, poi a New York e quindi a Boston, a tracciare una sua succinta biografia: «Sono nata a Milano nel 1973 (due giorni fa ha compiuto 32 anni, ndr), ho due fratelli, Stefano e Davide, un nipotino in America. Sono a Kabul dall’inizio del 2002, ma ho cominciato a fare lavoro umanitario nel 1977: ho lavorato in Bulgaria, in Kosovo… Ho tanti amici. Etanta pazienza per vivere in Afghanistan ». Pazienza per le condizioni di vita oppressive imposte anche (soprattutto) alle donne occidentali, da una società «maschilista». Concetto che ribadì quando la intervistammo per «Io Donna» con altre italiane impegnate in Afghanistan, proprio sulla condizione di «espatriata» in un Paese islamico e conservatore appena uscito dal medioevo talebano. «Mi sento onorata di essere intervistata su un tema serio quale quello delle donne occidentale in un Paese come questo, dove non si sopravvive se non fosse per il nostro senso umoristico e un po’ cinico», rispose, usando quasi le stesse parole di Simona Lanzoni, responsabile di Pangea, di Silvye Garoia, unica occidentale in Procura a Kabul, di Carla Ciavarella e Carmen Colitti che lavorano per il progetto giustizia in Afghanistan, dell’architetto Anna Soave dell’Aga Khan Trust. «Ma sì — specificò Clementina — i pesi della vita qui non sono tanto il poter prendersi una vacanza solo ogni tre mesi, anche se una volta ho battuto il record di permanenza senza interruzione: ben 6 mesi! Ciò che è insopportabile è la mancanza di ogni libertà, di privacy.. Quando esci sei sempre scrutata, qualche volta insultata dai uomini afghani, non puoi guidare l’auto, la security. Insomma le solite menate..»
Così Clementina, con ennesimo tocco di milanesità, liquidava i pericoli insiti nel suo lavoro e nel suo risiedere in Afghanistan. Non certo perché fosse incosciente, soprattutto dopo gli ultimi allarmi su possibili sequestri di occidentali, lanciati in questi giorni dall’organizzazione che si occupa della sicurezza degli stranieri impegnati nell’Onu o nelle varie agenzie umanitarie. Era molto prudente, come tutte le sue amiche e colleghe. Ogni sera rispondeva all’appello radio, non si muoveva da sola. Ma ieri sera tutte le precauzioni non sono bastate. Resta una email sul computer: «Che cosa mi ha spinto a fare tutto ciò? Boh, non riesco a fare lavoro d’ufficio e se devo stare 8/10 ore ogni giorno a guadagnarmi il pane quotidiano, preferisco farlo impegnandomi in un’attività che m’appassiona: lavorare in Paesi post-conflict con le persone del posto, a cercare di ricostruire il loro Paese, insieme».
Paolo Foschini e Costantino Muscau
17 maggio 2005
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professori univesitari boicottano colleghi israeliani
Accademici britannici boicottano colleghi israeliani
.: Stampa araba / articoli
di Islamonline.net
giovedì, 14 aprile 2005
In Gran Bretagna dei professori universitari intendono boicottare i loro omologhi israeliani che si rifiutano di condannare il comportamento razzista del loro governo nei territori palestinesi occupati.
In Gran Bretagna dei professori universitari intendono boicottare i loro omologhi israeliani che si rifiutano di condannare il comportamento razzista del loro governo nei territori palestinesi occupati. Secondo fonti accademiche israeliane, un eventuale boicottaggio dei professori britannici infliggerà un “grande danno” alle università di Israele.
Il quotidiano inglese “The Guardian” (del 5.4.05) riporta la notizia secondo cui un gruppo di accademici britannici cercherà, durante l’incontro annuale dell’Unione dei professori inglesi previsto il prossimo 20 aprile, di far passare la proposta di boicottare i loro colleghi di tre università israeliane (Università di Jaffa, Bar Ilan e quella ebraica a Gerusalemme) in quanto questi ultimi “sono coinvolti nella politica del governo israeliano nei territori palestinese”.
Da Londra, i professori promotori dell’iniziativa hanno spiegato che saranno invece esclusi dal boicottaggio gli accademici israeliani “contrari all’occupazione israeliana nei territori palestinesi e alla politica razzista del governo di Tel Aviv”. Ancora secondo il Guardian, il progetto venne lanciato già due anni fa quando però non si riuscì a trovare la maggioranza per sostenerlo, mentre oggi i promotori dell’iniziativa si dicono fiduciosi.
Dall’Unione degli accademici britannici, organo a favore del boicottaggio, spiegano che “il boicottaggio ha lo scopo di fare pressione contro il governo israeliano” e, in modo pacifico, di “sostenere i colleghi palestinesi”. Inoltre sostengono di essere meglio organizzati rispetto a due anni fa, quando per la prima volta venne lanciata l’iniziativa: “questa volta anche i professori palestinesi che insegnano nelle università inglesi hanno raccolto firme di circa 60 tra centri accademici e Ong in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza proprio in appoggio al boicottaggio”.
Molti docenti britannici hanno inviato nel 2004 le loro proteste ad istituti di ricerca israeliani di primo piano annunciando il loro rifiuto di andare a lavorare in questi istituti. E pesanti le reazioni israeliane: “Sapere che è in crescita il numero dei professori britannici a favore del boicottaggio è per noi un duro colpo”, ha affermato il direttore del Israelian Science Foundation, Tamar Jaffe-Mittwoch. E secondo il rettore dell’Università ebraica di Gerusalemme, Nachman Ben-Yehuda quest’iniziativa “infliggerà gravi danni alle università israeliane”.
D’altro lato però, l’Università di Oxford nel 2003 sospese per due mesi dal servizio un professore (Andrew Wilkie, docente di patologia) perché quest’ultimo si era rifiutato di iscrivere al proprio dottorato di ricerca uno studente israeliano. Decisione che il professore aveva preso per esprimere il proprio dissenso con le pratiche del governo israeliano contro i palestinesi.
Fonte: Islamonline.net, 5 aprile 2005
Tradotto da: M. Kh. per aljazira.it
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inviati a quel paese: claudio pagliara
Come parla l’inviato della Rai in Medioriente Claudio Pagliara?
In data 16 maggio 2005, durante il telegiornale di Rai Due delle ore 20.30, l’inviato della Rai da Gerusalemme, Claudio Pagliara, nel suo servizio riguardante la visita del calciatore Ronaldo ai Territori Palestinesi, ha definito Ramallah come “capitale palestinese”.
Questa errata terminologia sottende ad una posizione politica che, in violazione di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, vuole che Gerusalemme sia considerata come capitale “unica, eterna ed indivisibile” dello Stato d’Israele.
E’ necessario ricordare che, secondo le risoluzioni ONU, in particolar modo la risoluzione 252 del Consiglio di Sicurezza, secondo la comunità internazionale intera, non ultimi gli Stati firmatari delle Convenzioni di Ginevra del 1949, e secondo la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, Gerusalemme Est è considerata territorio occupato.
La questione di Gerusalemme come capitale dei due stati, quello israeliano e il futuro Stato palestinese, è ancora oggetto di discussione nei negoziati di pace, non ultimo la Road Map. Conseguentemente, Ramallah non può essere definita come “capitale palestinese”.
Ci sembra ancora più grave che questa affermazione avvenga nel momento in cui Israele si appresta a concludere la costruzione del Muro di separazione che dividerà Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania, completando l’annessione di fatto ed unilaterale della parte est della città, in spregio alle risoluzioni internazionali ed anticipando con fatti compiuti una decisione che deve essere negoziata tra le parti.
Chiediamo pertanto che seri provvedimenti vengano presi nei confronti del titolare dell’Ufficio Corrispondenza Rai, Claudio Pagliara, affinché la terminologia utilizzata dal servizio pubblico radiotelevisivo italiano sia corretta, chiara, trasparente e non faziosa; e chiediamo che la Rai faccia pubblica ammenda.
Gerusalemme Est, 17 maggio 2005
La presente lettera è sottoscritta dalle seguenti organizzazioni:
Associazione Orlando
UNA – International Service
Nexus Emilia Romagna Onlus
PROSVIL – Progetto Sviluppo
ARCI
CISS – Cooperazione Internazionale Sud Sud
Centri Rousseau
GVC – Gruppo Volontariato Civile
Terres des Hommes Italy
Peace Games
EducAid
CRIC
DISVI
Pax Christi Italia, Campagna “Ponti non muri”
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referendum sulla procreazione assistita: il nobel dulbecco
Renato Dulbecco
La legge 40 è folle. E umiliante per la medicina. Perché impedisce di combattere i killer del nostro tempo. Parola di Nobel colloquio con Renato Dulbecco
È un’umiliazione per la medicina: non è tenero il giudizio sulla legge 40 del premio Nobel per la medicina e presidente onorario del Comitato scientifico internazionale di Telethon, Renato Dulbecco. Lui se ne sta laggiù, nella terra della speranza per ogni bioscienziato, la California che a stragrande maggioranza ha approvato con uno specifico referendum popolare una disposizione che autorizza e finanzia la ricerca sulle cellule staminali embrionali. E guarda al referendum che aspetta la sua povera Italia con un misto di incredulità e sconforto.
No, gli scienziati proprio non capiscono perché, per legge, da un lato si impedisca loro di cercare terapie per i peggiori mali; e, dall’altro, si proibisca di usare quanto hanno scoperto sino a oggi per prevenire la nascita di bambini malformati, destinati a una vita di sofferenze, come fa questa legge con lo stigma sulla diagnosi prenatale. E Dulbecco, presidente emerito del Salk Institute for Biological Studies a La Jolla, è come gli altri: rispettoso di ogni convinzione religiosa, ma profondamente convinto che scienza e religione siano linguaggi affatto diversi, e che, in fondo, la teologia non c’entri niente con la medicina e il suo dovere di curare le malattie: un mandato molto terreno, molto più semplice di qualunque disquisizione etica.
Professor Dulbecco, il 12 giugno gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi sul referendum abrogativo di quattro articoli della Legge 40-2004. Uno di questi quesiti propone agli elettori di eliminare le norme che vietano qualunque tipo di ricerca scientifica su embrioni a qualunque stadio di sviluppo, estendendo il divieto non soltanto agli embrioni che si produrranno nel futuro ma anche a quelli sino a oggi congelati. Cosa ci perdiamo?
«Sappiamo ben poco di queste cellule. Ma ciò che sappiamo ci indica chiaramente che possono essere la strada per arrivare a battere i grandi killer del nostro tempo, dall’Alzheimer, al Parkinson al cancro».
Alcuni importanti scienziati sostengono che le staminali embrionali non sono indispensabili. E che le terapie più promettenti si incontrano lavorando sulle cellule staminali adulte che non pongono problemi etici. È d’accordo?
«Questo è un argomento di cui si è dibattuto a lungo e su cui è bene essere chiari. Inizialmente si pensava che le cellule staminali potessero essere trovate soltanto negli embrioni, vero e proprio serbatoio di cellule indifferenziate capaci di generare, e quindi rigenerare in caso di malattia, tutti i tessuti del corpo umano. Poi, si è scoperto, invece, che quasi tutti gli organi hanno cellule staminali progredite che hanno funzioni specifiche in quel particolare organo e che possono essere utilizzate per ripararlo. Non solo, altri studiosi hanno riscontrato come queste cellule d’organo possano dar luogo a diversi tessuti, e questa scoperta ha fatto pensare che si potesse rinunciare alle embrionali. Ma non è così. Innanzitutto perché altre ricerche hanno dimostrato che le staminali dei diversi organi non sono così potenti come le embrionali. E poi, perché, comunque noi non sappiamo esattamente quali siano tutte le loro potenzialità».
Insomma, limitare il lavoro scientifico alle staminali adulte significa rinunciare a sapere cosa c’è dietro l’angolo?
«Esattamente. Ma non solo. Perché noi sappiamo bene che, se è vero che le staminali di ogni organo possono essere utilizzate per riparare quell’organo, e che le staminali del midollo osseo possono funzionare in diversi organi, sappiamo anche che le embrionali possono rigenerare qualunque cosa. Dunque, sappiamo che non c’è paragone tra quanto si può fare con le adulte, e già oggi spesso si fa per fortuna, e quello che si farà con le embrionali».
Cinicamente si potrebbe però dire: questi sono studi che pongono problemi etici, lasciamoli fare agli altri, godremo ugualmente dei risultati della ricerca fatta in paesi che hanno una diversa sensibilità religiosa.
«In Italia questa è la regola. Prenda ad esempio la ricerca farmaceutica: un tempo in Italia se ne faceva tanta e di buona qualità, e c’erano industrie in grado di produrre terapie innovative. Oggi, non è più così. L’Italia è solo un mercato di farmaci studiati e pensati altrove che noi ci limitiamo a comprare senza poter influire sul modo in cui sono stati scoperti o sulle regole che ne determinano efficacia e sicurezza. Sarà così anche per le terapie messe a punto grazie alle cellule staminali».
Questo ha dei costi sul piano della modernizzazione del paese?
«Lei che ne dice?».
Condannati all’emarginazione scientifica, dunque. Ma forse anche un po’ opportunisti: quanto è etico mettere la testa sotto la sabbia sapendo che tanto poi godremo ugualmente dei benefici delle staminali?
«Se dobbiamo discutere di questi temi, che esulano l’ambito scientifico, io premetto che rispetto tutte le opinioni. Io ho la mia, ma insomma…».
E qual è la sua?
«Penso che dobbiamo cercare di fare bene il nostro mestiere: cercare terapie per le malattie che affliggono l’uomo. E per far questo è necessario che ci diano i mezzi per farlo. Impedirci di lavorare sugli embrioni non ci mette nelle condizioni migliori».
Ma un paletto alla ricerca deve pur esserci?
«Sì, e in molti paesi ci sono limitazioni all’uso degli embrioni umani per la ricerca biomedica che stabiliscono il limite dei 14 giorni dalla fertilizzazione del gamete femminile, oltre i quali scatta il divieto. Mi pare un limite scientificamente ragionevole e accettabile».
È il dettato della legge inglese. Ma il nostro è un paese cattolico.
«È vero, e nel rispetto delle convinzioni di ciascuno possiamo anche discutere ulteriori limitazioni. A molti, a esempio, sembra ottuso il divieto di utilizzare gli embrioni congelati, risultato di precedenti interventi di fecondazione assistita e mai impiantati nell’utero della madre. Sono embrioni destinati a morire, e a essere buttati via: perché non accettare che siano donati alla scienza per la ricerca di nuove terapie».
È quanto chiede l’Accademia dei Lincei. E quanto molti scienziati cattolici indicano come un terreno di compromesso possibile.
«Ho detto che non esprimo opinioni sulle convinzioni religiose, io mi occupo di cose medico-scientifiche. So soltanto che gli embrioni che giacciono congelati basterebbero a lavorare tantissimi anni e a permetterci di scoprire nuove strade».
Un altro dei quesiti referendari riguarda la proibizione, sancita dalla Legge 40, di effettuare diagnosi precoce sugli embrioni. Secondo lei, ha senso?
«Non ha nessun senso. Mettiamoci davanti a questo piccolo numero di cellule che viene chiamato embrione: potergli prelevare una cellula per sapere se è affetto da malattie gravi a me pare un grande progresso medico, molto utile per l’uomo. Proibirlo è un insulto alla medicina».
Non crede allora che questo divieto sia umiliante per i genetisti impegnati a prevenire queste malattie?
«Noi lavoriamo per battere le patologie che affliggono l’umanità. E molto del lavoro dei genetisti ha proprio come immediata applicazione la possibilità di scoprire le malattie ereditarie. Se la legge impedisce di mettere in pratica questo lavoro, io francamente non capisco perché si continui a fare ricerca scientifica».
Cosa ci preclude allora questa legge?
«Pensiamo alla possibilità che ci offre la terapia genica sull’embrione: prelevare qualche cellula e curare molte malattie terribili che affliggeranno il bambino e l’adulto. Senza il lavoro scientifico sull’embrione questo non sarà mai possibile, ad esempio. Ma l’elenco è lungo».
Lei vota in Italia?
«No».
E cosa consiglia agli elettori italiani?
«Quattro sì. Per battere i grandi killer».
Autore: L’Espresso
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referendum sulla fecondazione assistita: margherita hack
Margherita Hack
«Invito tutti i cittadini, e soprattutto le donne, a ricordare l´appuntamento dei referendum sulla fecondazione assistita, referendum contro una legge iniqua e medievale». Le parole sono dell´astrofisica Margherita Hack, tra le figure più importanti del panorama scientifico italiano e internazionale. La Hack, da pochi giorni consigliere regionale in Lombardia (Pdci), si era già impegnata attivamente nel periodo della raccolta firme a favore dei referendum e torna all´attacco contro la legge 40: «Si tratta di una legge antiscientifica, perché impedisce la ricerca sulle cellule staminali embrionali che potrebbero guarire enormi malattie, e di una legge liberticida, perché incide sulla libertà più intima dei cittadini, in particolare delle donne. Inoltre, non si può imporre la morale cattolica a tutti i credenti e non credenti. Per questo, va assolutamente cancellata».
La Hack commenta, inoltre, lo slittamento dell´appuntamento referendario al 12 giugno, ultima domenica utile per il voto: «Un modo di fare subdolo. È evidente che cercano di non far raggiungere il quorum». E a chi sostiene che bisogna boicottare i referendum perché chiamano la gente comune a esprimersi su materie troppo complicate, l´astrofisica replica duramente: «Ma figuriamoci! È una cosa talmente ovvia, invece. Qui si parla della salute e della libertà di avere figli. Mi pare sia una cosa che tocca la gente da vicino, nel suo intimo, e mi pare che chiunque la possa capire». Infine, un appello a tutti gli uomini e le donne di scienza a sostenere la causa del comitato per il sì ai referendum: «Penso che sia doveroso appoggiare il comitato. Io l´ho fatto fin dall´inizio. È nostro dovere contrastare una legge che va contro la scienza e la libertà».
Autore: Red. – 08/03/05
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referendum sulla fecondazione assistita: sabrina ferilli
Sabrina Ferilli
Avrebbe voluto registrare per la sua campagna a favore dei quattro referendum sulla fecondazione assistita «messaggi più forti, più aggressivi, più faziosi». Ma il Comitato referendario l’ha indotta alla prudenza, anche per non rischiare denunce penali, come le ha detto qualcuno con un po’ di benevola ironia.
È comunque difficile fermare la passionale Sabrina Ferilli, “sex symbol felice”, come ama definirsi, che ha prestato la sua popolarissima immagine per una serie di foto da pubblicare sui principali giornali e la sua voce per gli spot radiofonici. Vorrebbe andare anche in tv a sostenere le ragioni del Sì la Sabrina nazionale, «perché è da lì che puoi veramente farti capire anche dalle persone più semplici».
E intanto, sul set del film che sta finendo di girare, dove interpreta tre personaggi femminili in altrettanti episodi ambientati negli anni dell’ultima guerra mondiale (titolo provvisorio “Angela, Matilde, Lucia”), Sabrina fa propaganda con la troupe, con le comparse, con i fan che arrivano a chiederle l’autografo. Insomma, si è schierata senza riserve. Come è abituata a fare nella vita, nel lavoro e perfino allo stadio.
Perché ha deciso di impegnarsi in questa campagna?
«Mi sento chiamata in causa come essere umano e in particolare come donna. Mi sembra intollerabile che questa maggioranza politica abbia deciso come e quando si possa fare un figlio, o magari impedire di farlo. Quei signori possono fare le leggi che vogliono, ma poi sarò io, Sabrina, che come migliaia di altre italiane di qualsiasi età, dovrei farmi impiantare per forza tre embrioni, non uno di più e non uno di meno. Sono io che potrei ritrovarmi tre gemelli, se gli embrioni dovessero attecchire tutti. O che rischierei di concepire un bambino malato, visto che la legge mi obbliga a mettermi nella pancia anche un embrione con alterazioni gravi, salvo poi, paradossalmente, darmi il permesso di abortire. Questa è una cosa barbara, che nessuna persona che abbia rispetto di sé può accettare».
Intanto la Chiesa sta predicando l’astensione, con lo scopo di far fallire i referendum. Che cosa ne pensa?
«Ho apprezzato la Chiesa e il papa che è appena scomparso per le sue battaglie contro la fame, le guerre, le ingiustizie sociali. Ma la Chiesa non può avere la pretesa di entrare nei drammi e nei dolori privati, non ha il diritto di imporre a un paese intero le sue regole. Non succede in nessun’altra nazione, perché deve toccare proprio all’Italia?».
Secondo i cattolici mettere in discussione questa legge vorrebbe dire addirittura compromettere l’avvenire dell’umanità.
«Io non sono certo un’esperta, ma ho capito bene una cosa: che il progresso, quello buono, con la “P” maiuscola, che aiuta la gente a vivere meglio, ha dato alle donne questa possibilità in più di avere un figlio, e soprattutto di averlo sano. Perché dovrei affidarmi alla Chiesa e a questo governo che vogliono togliermela invece che alla scienza?».
Crede che siano molte le donne che la pensano come lei?
«Sì, e non solo a sinistra, per fortuna. La pensa così anche la ministra Prestigiacomo, una donna coscienziosa. Ho visto che anche Veronica Lario, con grande senso di responsabilità, ha raccontato di aver abortito anni fa un feto malato di sei mesi, proprio per far capire che drammi potevano capitare alle donne e come è inaccettabile averle ricacciate indietro».
Insomma, lei vorrebbe cancellare completamente la legge 40?
«Vorrei abrogare le cose più intollerabili, ma qualche regola è giusto che ci sia. Va bene proibire la provetta alle mamme-nonne. E non sono favorevole a quel mercato che è l’utero in affitto. Ma per il resto devono smetterla di perseguitare le donne, devono lasciarci libere di scegliere».
Lei Sabrina è sposata da due anni e il suo sembra un matrimonio felice. Un po’ di tempo fa ha detto che avere un figlio è il suo più grande desiderio. Se fosse necessario farebbe la fecondazione assistita?
«Certo che la farei. Per ora sto tentando in modo naturale, ma se ci saranno difficoltà mi rivolgerò a un buon medico. Essendo una donna alla vigilia dei quarant’anni non ho intenzione di perdere troppo tempo. Ormai abbiamo imparato che l’orologio biologico non sta lì ad aspettare».
In Italia le donne famose preferiscono non raccontare queste cose. Non avrebbe nessun imbarazzo a farlo?
«Neanche per sogno. Dando la vita a un nuovo essere umano non commetterei un reato né un peccato, ma farei una cosa bellissima, e proprio i cattolici, così attenti a difendere la vita, dovrebbero capirlo più degli altri. Qui si parla di un figlio, non di un essere artificiale. Non vedo che cosa avrebbe di diverso dagli altri bambini se l’ovulo della mamma e lo spermatozoo del papà si fossero incontrati in provetta».
Farebbe anche la fecondazione eterologa, con un seme diverso da quello di suo marito?
«Personalmente non me la sentirei. Ma a chi invece vuole provarci bisogna dare i migliori medici, le migliori strutture. Questi viaggi verso le cliniche estere a cui sono costrette tante coppie discriminano in modo intollerabile chi è abbiente e chi non lo è. Sono una vergogna per il nostro paese».
Lei è credente?
«Sono laica, ma non atea. Ho imparato dai miei genitori di sinistra la tolleranza e la solidarietà. Mi piacerebbe che anche la Chiesa praticasse queste virtù».
Crede che avere figli sia fondamentale per una donna?
«Non è detto che lo sia per tutte. Per me sarebbe importante, l’istinto materno è qualcosa che mi appartiene. E non penso sia per caso se mi chiedono quasi sempre di interpretare ruoli di madre. Credo sia perché, nell’immaginario della gente, rappresento la donna comune, con tutto il valore che ha questo termine. E la donna della vita di tutti i giorni è vista anche come madre».
Che cosa farà da qui al 12 giugno?
«Cercherò tutte le occasioni possibili per dire alle donne che devono svegliarsi, fare propaganda e poi andare a votare quattro volte Sì. Non dobbiamo lasciarci mettere sempre i piedi addosso, accettare la parte di eterne colpevoli. Ma questi referendum non riguardano solo le donne, anche gli uomini desiderano diventare padri. E poi ci sono i malati, che aspettano nuove cure dalla ricerca scientifica. Bisogna fare fronte comune, per cancellare norme che feriscono la libertà di tutti».
Autore: L’ Espresso – 05/05/05
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referendum procreazione assistita: Andrea de carlo
Andrea De Carlo
ROMA «Già l’idea che qualcuno inciti gli elettori a non andare a votare, mi sembra un motivo valido per andarci. Se ci sono opinioni diverse si possono discutere, ci si può confrontare. E poi la maggioranza decide: è un basilare principio democratico. Ma invitare all’astensionismo, boicottare in partenza l’espressione della volontà popolare, mi sembra un atteggiamento parecchio discutibile».
Ad Andrea De Carlo – negli anni Ottanta enfant prodige della nuova narrativa italiana (da Treno di panna a Due di due) e oggi uno degli scrittori di maggior successo nel nostro Paese (l’ultimo romanzo, Giro di vento, pubblicato da Bompiani, è stato per mesi in vetta alle classifiche) – in tutta questa storia dei referendum del 12 e 13 giugno sembra non andare giù soprattutto l’ideologizzazione del dibattito.
«Se parliamo di queste questioni semplicemente senza pregiudizi, appare a tu\tti evidente che una liberalizzazione dei modi con cui praticare la fecondazione assistita e con cui far progredire la ricerca scientifica, avvantaggerebbe tutta la collettività».
Eppure…
«Eppure sembra che in Italia questo non si riesca a fare. Da noi l’ingerenza clericale ha una lunga tradizione ed è anche nota la tradizione dei politici pronti a ossequiare il Vaticano. Da questo nuovo Papa, poi, mi sembra che non ci dobbiamo aspettare niente di meglio. Parlo da laico, ma in questi giorni ho raccolto le impressioni di diversi amici cattolici e anche loro non mi sembrano particolarmente ottimisti sul futuro della Chiesa. Pare che da cardinale Ratzinger sia stato l’ispiratore degli aspetti più conservatori della “politica” di Wojtyla, come la netta contrarietà al controllo delle nascite o all’uso del preservativo anche in Paesi, come molti di quelli dell’Africa, dove l’Aids è un vero flagello».
Dunque, secondo lei, è la Chiesa cattolica l’ispiratrice della legge 40 che sta per essere sottopposta a referendum?
«Direi proprio di sì. E mi sembra paradossale che ad approvarla sia stato un governo che si chiama ‘Casa delle libertà’. È una legge che, come sappiamo, mette a repentaglio la salute della donna che si voglia sottoporre al trattamento assistito per conseguire una gravidanza. Il divieto di congelamento degli embrioni, poi, diminuisce le possibilità di successo della fecondazione assistita. Inoltre mi sembra assurdo il divieto, attualmente stabilito dalla legge, della fecondazione eterologa. Il fatto di ricorrere allo sperma o degli ovociti di un donatore o di una donatrice è una scelta che pertiene alla coppia e basta. Se i due partner sono d’accordo, non capisco per quale ragione un’autorità esterna alla loro coscienza come quella dello Stato debba intromettersi per impedirlo. Forse l’unico limite da porre è quello dell’età della madre, che non dovrebbe discostarsi molto da quello di una madre che ha un parto “naturale”. Perché altrimenti si rischia di vivere la maternità in maniera egoistica. Ma sono favorevole a consentire la fecondazione assistita, per esempio, a una coppia di donne lesbiche, perché, comunque, il neonato sarebbe il figlio naturale di una delle due. Lo Stato deve garantire dei diritti, non vessare i suoi cittadini imponendo limiti ingiusti».
Un punto controverso è quello relativo alla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali…
«Sappiamo che attraverso questio tipo di ricerca si potrebbero conseguire risultati scientifici utili per curare alcune malattie che ogggi riguardano, solo in Italia, milioni di persone. È davvero incomprensibile questo divieto. Non capisco perché nessuno si scandalizzi del fatto che si possa fare ricerca o addirittura praticare la vivisezione su, poniamo, uno scimpanzé adulto e che invece l’embrione sia protetto non si comprende da cosa. Anche perché mi sembra di aver capito che il divieto di sperimentazione riguarda anche gli embrioni attualmente conservati nei congelatori e che comunque, sembre in base a questa strana legge, rimanendo lì sono destinati prima o poi a morire».
Il fatto è che all’embrione la legge 140 attribuisce valore di ‘persona’…
«Questo è un altro punto pericolosissimo. È chiaro che si tratta di una legge grimaldello, fatta per mettere in discussione la legge sull’aborto, che noi italiani abbiamo approvato con un altro referendum nel 1981. È una palese sfida alla volontà popolare, che in quell’occasione si era espressa con nettezza dopo anni di difficili battaglie. Ora qualcuno vuole tornare indietro, ma per fortuna abbiamo ancora questo strumento democratico che è il referendum».
Dunque lei andrà a votare?
«Certamente, e i miei saranno quattro sì. Invito tutti a farlo, perché, come dicevo, si tratta di esprimere un parere attraverso un istituto democratico quale è il referendum, che, vivaddio, in Italia c’è ancora. Qualcuno afferma che si tratta di questioni troppo tecniche per essere decise a colpi di voti referendari. Ma allora la stessa accusa di incompetenza potrebbe essere rivolta a chi ha scritto la legge 40, visto il risultato. E poi credo che, al di là dei tecnicismi, i termini della questione siano chiari a tutti, come è chiaro a tutti che si tratta di una battaglia di civiltà».
Autore: L’Unità – 3/05/05
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referendum sulla fecondazione assistita: Monica Bellucci
Monica Bellucci
«Ma che cosa ne sanno i politici di com´è strutturato il corpo di una donna?», dice Monica Bellucci, l´attrice italiana più cara ai francesi, che nel sondaggio che sarà pubblicato nel prossimo numero di “L´Express” è tra i quaranta personaggi più amati in Francia. La Bellucci è al telefono da Parigi, dove è impegnata nelle ultime riprese della commedia di Bertand Blier “Combien tu m´aime?” con Gerard Depardieu. E parla con il trasporto di chi crede in una giusta causa e anche con il sentimento di solidarietà femminile della donna che sta vivendo in piena serenità l´esperienza di essere madre.
È per questo che ha firmato il sì al referendum?
«Il referendum è necessario. Penso che la legge sulla procreazione assistita approvata in Italia crei una situazione assurda (…)»
È per questo che ha firmato il sì al referendum?
«Il referendum è necessario. Penso che la legge sulla procreazione assistita approvata in Italia crei una situazione assurda, come se la scienza in Italia dovesse fermarsi e lasciarci in una situazione arretrata rispetto agli altri paesi che intanto vanno avanti. Ho messo la mia firma, come ha fatto Dacia Maraini, Rita Levi Montalcini, Sabrina Ferilli, tante altre donne e anche uomini con un minimo di consapevolezza, perché bisogna liberarci di questa legge. È una legge che neanche Torquemada avrebbe concepito, una grande offesa alla donna sotto tutti i punti di vista. E tutto questo esclusivamente per fini politici, per attirare voti».
Quali sono gli elementi che trova più negativi?
«Per esempio l´obbligo di impiantare tutti i tre embrioni fecondati e il divieto della diagnosi pre-impianto per sapere se gli embrioni sono sani o no. Con il rischio successivo di trovarsi di fronte alla necessità di un aborto. E anche il divieto di conservare gli embrioni congelati e l´impossibilità di ogni crioconservazione mi sembra una cosa aberrante. Non dovrebbero essere le donne a decidere? A parte il fatto che ne deriva una situazione che crea grande disparità rispetto alle condizioni economiche di una famiglia».
In che senso?
«E´ semplice, sono le donne che non hanno possibilità economiche ad avere bisogno dell´aiuto della legge e dello Stato. Quelle che possono spendere vanno in America o vengono in Francia o in qualunque altro paese con le leggi più avanzate. E con maggiore rispetto per le donne».
Il fatto che lei sia diventata madre la rende più sensibile?
«Forse, non c´è una ragione al mondo per cui si debba negare alle donne il diritto e la gioia della maternità. Ma anche se non fossi stata madre avrei aderito con la stessa indignazione. Se chiedessi ad un prete o a un politico com´è il mio corpo, come sono fatte le mie ovaie, come funzionano i miei ovuli non saprebbero neanche di che cosa sto parlando. I politici e i preti devono restare fuori dalla legge, dovrebbero occuparsene soltanto gli scienziati e le donne. Anzi, per la campagna per il referendum si potrebbe diffondere una t-shirt con su scritto “che ne sanno politici e preti delle mie ovaie?”».
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referendum sulla fecondazione assistita: Lella Costa
Lella Costa
Lella Costa: «La legge sulla fecondazione un insulto non solo per le donne, io voterò quattro Sì per abrogarla».
ROMA Lella Costa è inarrestabile. Non riesce a fermarsi la fanciulla «immersa in un mondo fiabesco», divenuta suo malgrado «metafora della follia contemporanea». Appena finita l´applauditissima tournée teatrale, «Alice una meraviglia di paese» (con la regia di Giorgio Gallione), eccola con l´agenda già piena zeppa di impegni. Il suo nome è teatro, tv di qualità, radio e impegno civile (da sempre con Emergency). Ieri a Milano, oggi a Roma, alla conferenza stampa del Comitato per il sì che apre ufficialmente la battaglia per modificare una legge molto ideologica, per niente laica, che spacca sia destra sia al centro. Trasversalmente. Lella Costa sarà testimonial nella campagna referendaria e il 9 giugno a Milano, la sua città, chiuderà insieme a Barbara Pollastrini, coordinatrice nazionale delle donne Ds, la maratona pro-referendum.
Quattro sì e un impegno pubblico?
«Certo, senza dubbio alcuno, è una battaglia importantissima. Di leggi brutte in questi ultimi anni ce ne hanno scodellate un bel po´, ma questa qui è la peggiore. È medievale, offensiva, violenta, invade territori e fasi della vita senza alcun rispetto. Mi sembra doveroso spendere il proprio impegno e il proprio tempo per modificare quesot testo».
Lei a Londra ha partecipato ad un dibattito con gli italiani residenti all´estero e ha parlato del referendum. Come è andata?
«È stato un incontro su libertà e giustizia, una esperienza straordinaria. Con me c´era anche Katia Zanotti, dei Ds, e la cosa che mi ha colpito è stato questo diverso sguardo sull´Italia di persone che da più o meno tempo e con più o meno distanze geografiche e emotive stanno da un´altra parte. Ci guardano e non riescono a capacitarsi di quello che sta succedendo qui. Credo che su questi temi, che dovrebbero essere garantiti dalla libertà di scelta degli individui, all´estero facciano fatica a capire l´invadenza della legge 40 nella vita delle persone. Percepiscono un preoccupante senso dell´andare indietro nel tempo».
A proposito di questo, come le sembra il dibattito in corso sul tema?
«Intanto credo ci sia stato un tentativo di far passare sotto silenzio questo referendum contando sul fatto che in fondo in fondo dovrebbe riguardare una piccola percentuale dei cittadini. Un´operazione subdola e piuttosto offensiva. Per fortuna, di contro, vedo un grande impegno femminile di solidarietà e un grande senso di condivisione dei principi a sostegno dei sì. Posso ritenermi fortunata perché ho avuto tre figlie in modo naturale, ma ho vissuto anche episodi di gravidanze con gravi patologie che ho dovuto interrompere con grande dolore e so che ogni donna che è stata toccata da queste problematiche ha una sensibilità acutissima, è pronta a mettersi in gioco per difendere i suoi diritti».
E gli uomini?
«Mi spiace molto che gli uomini non si siano sentiti offesi e violati da una legge così proibitiva. Il progetto di fare i figli in genere coinvolge un paio di persone, un uomo e una donna appunto. Non voglio neanche parlare, in questo paese, di maternità di donne sole omosessuali… Dico però che mi sembra un peccato il fatto che la legge e la sua abrogazione sia stata considerata una faccenda di donne. Lo è in gran parte per quanto riguarda gli aspetti negativi e invasivi delle norme, per il resto il messaggio che deve arrivare è che si tratta di una battaglia di tutti, a prescindere dai figli che si hanno e da quelli che si avranno».
Che ne pensa degli inviti all´astensione?
«Trovo che l´astensione sia una delle cose peggiori da auspicare in questo caso. Piuttosto è meglio invitare a votare no. Stimo moltissimo Rosy Bindi, mi spiace che la pensi in modo diverso da me, ma apprezzo quando dice “vado a votare no”. Questa è la differenza. Non votare è la peggiore dimostrazione di mancanza di rispetto delle regole, di incapacità di confrontarsi anche duramente ma lealmente sui temi in discussione. Nessuno prima ha fatto le campagne sull´«andate a mare» così vistose e organizzate».
Stavolta è nato anche il comitato «andate a mare»…
«Immagino che avremo anche le tribune referendarie con ospiti in studio che andranno a sostenere la politica del non voto. Mi sembra piuttosto offensivo».
Quindi il suo è un impegno a tutto campo per il sì?
«Farò il possibile, impegni permettendo, perché ho ben presente anche un altro rischio: la legge sull´aborto».
Nel suo lavoro teatrale su Alice ha inserito nel testo anche gli embrioni. Ci racconti.«
Ho una vera passione perLewis Carrol e da lì è partita l´idea di lavorare su Alice. Poi, ho voluto parlare dell´infanzia e ho usato i dati del rapporto Unicef 2005: sono agghiaccianti. Si tratta di numeri da paese delle meraviglie. Mi è sembrato pertinente, nel clima dell´assurdo e del grottesco di Carrol con questa filastrocca della mamma crudele al contrario. arrivare anche agli embrioni che tutti vogliono tutelare. Peccato, mi sono detta, che poi in Italia ci sono 400mila bambini tra i 7 e i 14 anni che lavorano. Se vogliamo difendere gli embrioni iniziamo a fare una vera politica di tutela dell´infanzia. Mi chiedo, con una certa preoccupazione, cosa proporrà adesso il ministro della Sanità Francesco Storace che quando era governatore voleva inserire gli embrioni nello statuto di famiglia».
Autore: Maria Zegarelli
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nakba, cinquantasettesimo anniversario di catastrofe in palestin
57 anni dalla distruzione della Palestina
la Catastrofe: Nakba.
I palestinesi insistono nel loro diritto a tornare nelle loro case native,
secondo la risoluzione dell’ONU numero 194
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i conflitti d’interesse (aggiornati) di berlusconi
DTT, accuse di pastetta sui decoder
Secondo alcuni senatori della Repubblica molti dei decoder finanziati dallo Stato sono prodotti da una società controllata da Paolo Berlusconi. L’accusa è violazione delle norme sul conflitto di interessi
Roma – Piove a dirotto sulla televisione digitale terrestre (DTT) all’italiana: questa volta a criticare l’operazione con cui il Governo negli ultimi anni ha finanziato l’acquisto di decoder è un gruppo di senatori dell’opposizione che accusano una violazione della normativa sul conflitto di interessi. A loro dire, infatti, molti dei decoder finanziati sono prodotti da una società controllata da Paolo Berlusconi, fratello del premier Silvio Berlusconi.
Secondo Luigi Zanda, senatore della Margherita che ha firmato una interrogazione rivolta al ministro delle Comunicazioni insieme ad alcuni colleghi (Caddeo, Murineddu e Nieddu dei DS e Dettori della Margherita), “l’effetto non trascurabile di questa benedetta transizione al digitale terrestre è stato quello di aumentare il patrimonio della società Solari.com controllata, attraverso la finanziaria Pbf srl, dal signor Paolo Berlusconi”.
L’interrogazione presentata in Senato ricostruisce la vicenda dei contributi, sostenendo che oggi si è di fronte ad una “mera operazione commerciale” e – si legge nel documento – “guarda caso, il principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo Mhp è la Solari.com, controllata al 51% da Paolo e Alessia Berlusconi attraverso la società finanziaria Pbf srl da loro posseduta”. “È curioso notare – accusa il testo – che la società controllata da Paolo Berlusconi ha cominciato a commercializzare i decoder per la nuova tecnologia a gennaio 2005, proprio quando è stato lanciato il servizio pay per view Mediaset Premuim e, da gennaio a luglio 2005, il fatturato della Solari.com è raddoppiato fino a raggiungere 141 milioni di euro”.
Saremmo dunque di fronte, questo il senso dell’interrogazione, ad un’operazione non solo pesante per l’Erario (220 milioni di euro sborsati negli ultimi due anni) ma anche ad una pastetta poco trasparente. Secondo Zanda “la vicenda è molto grave: è una palese violazione della legge sui conflitti di interesse secondo la quale il conflitto esiste anche quando l’atto o l’omissione del Presidente del Consiglio ha incidenza sul patrimonio del coniuge o dei parenti entro il secondo grado. Paolo Berlusconi è il fratello del Presidente del Consiglio, quindi parente di secondo grado”.
L’obiettivo dell’interrogazione è far sì che il Ministero ora solleciti un’indagine da parte del Garante del mercato e contestualmente sospenda la transizione al DTT nelle due regioni, Sardegna e Val d’Aosta, che secondo i progetti governativi dovranno fare da apripista nella migrazione dall’analogico al digitale. “Sarei anche felice di sapere – ha anche dichiarato Zanda – se il signor Paolo Berlusconi, così come richiede la legge sui conflitti d’interesse, ha dichiarato tempestivamente all’Autorità garante le sue partecipazioni nelle società Pbf e Solari.com”.
Di interesse notare che l’interrogazione è stata depositata poche ore dopo la clamorosa presa di posizione del governatore della Sardegna Renato Soru, secondo cui il Governo ha disatteso gli impegni ponendo tutta la regione in una situazione difficile e paradossale
Articolo di Marco Travaglio su Repubblica 06/07)
Dopo che Berlusconi ha assunto l’interim del Ministero dell’Economia lasciato vuoto da Tremonti, la mappa dei suoi conflitti di interesse si allarga a dismisura. Rai, calcio, cinema, tasse, pensioni, assicurazioni…
Il 22 aprile 1992 si gioca Torino-Milan. Finisce 2 a 2. Sembra un pareggio come tanti. Peccato che in quel momento il presidente del Milan Silvio Berlusconi controlli anche il pacchetto azionario del Toro. Lo racconterà l’anno seguente il presidente granata Gianmauro Borsano: nel marzo ’92 aveva girato al Milan le quote del Toro a garanzia della cessione di Gianluigi Lentini e di un anticipo immediato di 10 miliardi in nero. Così, per qualche mese, Berlusconi controllò due club di serie A. Poi la giustizia sportiva “punì” Borsano e salvò il Milan. Oggi la storia si ripete. Ma in grande stile: da due giorni il neoministro dell’Economia Berlusconi controlla le azioni della Rai, oltreché di Mediaset. Senza contare la giungla di conflitti d’interessi aggiuntivi che le deleghe sulla politica economica del governo comporta anche formalmente per il proprietario e/o azionista di banche, assicurazioni, società televisive, editoriali e sportive. Prima, per salvare le forme, Berlusconi poteva almeno uscire in corridoio, come fece alla vigilia di Natale, mentre i ministri gli approvavano il decreto salva-Rete4. Ora cade anche l’ultima foglia di fico.
Raiset. Il ministro del Tesoro, in base alla Gasparri, indica il presidente della Rai e un altro dei consiglieri d’amministrazione. Ma nomina (e revoca) anche il direttore generale. “Se almeno fosse stata approvata la pur blandissima legge Frattini sul conflitto d’interessi – spiega il costituzionalista ed ex presidente Rai Roberto Zaccaria – scatterebbero controlli e sanzioni per le operazioni che portano un “vantaggio””. Non basta: “Il ministero dell’Economia, nella convenzione e nel contratto di servizio con la Rai, è responsabile della gestione economica dell’azienda. La Rai deve comunicare al Tesoro, cioè al padrone della concorrenza, tutti i dati economici e i piani industriali. Un groviglio inestricabile”.
Antitrust. Controllando anche formalmente Mediaset e Rai, Berlusconi cumula sulla sua persona il 90% del mercato televisivo e il 97 di quello pubblicitario delle tv: troppo persino per il generosissimo “tetto” del 20% del Sic (il sistema integrato delle comunicazioni della Gasparri). Il che potrebbe attivare le due Authority competenti: Antitrust e Telecomunicazioni. “Finora – osserva Zaccaria – si poteva discutere di controllo “formale” su Mediaset e “sostanziale” su Rai. Ora siamo alla doppia titolarità anche formale. E potrebbe scattare l’articolo 15 della Gasparri che vieta, anche con “controlli e collegamenti”, di conseguire ricavi superiori al 20% del Sic”. Altra possibile posizione dominante: quella sui diritti sportivi. Alla prossima asta davanti al Cio per le Olimpiadi 2008, si presenteranno per l’Italia due concorrenti controllati dalla stessa persona: Rai e Mediaset.
Cinema. L’impero berlusconiano comprende Medusa, società di produzione e distribuzione monopolista sul cinema italiano. E il Tesoro è l’unico azionista di Cinecittà Holding, l’ente pubblico del cinema.
Pubblicità. Nonostante la crisi del mercato mondiale, la società pubblicitaria Mediaset, Publitalia, ha guadagnato anche nel 2003: il 6.5% in più del 2002. Visto l’enorme afflusso di capitali freschi che porta al Biscione, Publitalia è fra le aziende più interessate alla politica fiscale del governo, se davvero il neoministro Berlusconi manterrà l’impegno di “meno tasse per tutti”. Senza contare che il Tesoro allarga e chiude i cordoni della borsa per le “pubblicità istituzionali” che ministeri ed enti effettuano sulle reti Rai e Mediaset.
Meno tasse. Berlusconi giurò che le sue aziende non avrebbero utilizzato il condono Tremonti. Poi Mediaset lo utilizzò, risparmiando 162 milioni di euro per un’evasione accertata sull’acquisto di diritti cinematografici. Ora anche gli eventuali condoni li firmerà direttamente Berlusconi. E così avverrà per altri sgravi alle imprese: la Tremonti-1 del ’94 fruttò a Mediaset un risparmio di 242 miliardi di lire sulle imposte dovute per l’acquisto di vecchi film.
Calcio e debiti. Il decreto salva-calcio, varato dal Tesoro, consente alle società pallonare di spalmare i loro debiti sui bilanci di dieci anni. Anche il Milan ne ha subito approfittato, con un notevole guadagno. La norma fece storcere il naso proprio al commissario europeo Mario Monti. Ora quella patata bollente la gestirà Berlusconi, presidente del Milan.
Assicurazioni. Con Ennio Doris, Berlusconi controlla una banca-assicurazione, Mediolanum. Come banca è soggetta ai controlli del Tesoro e molto interessata alla politica creditizia del nuovo ministro. Come assicurazione, è soggetta ai controlli del Tesoro e molto interessata alle pensioni integrative legate alla riforma previdenziale. Controllore e controllato, ancora una volta, sono la stessa persona.
<!– do nothing –>Borse e mercati. Anche qui – osserva l’economista Salvatore Bragantini, ex membro della Consob – “si crea un impressionante groviglio di interessi. Il ministro dell’Economia ha poteri diretti d’intervento superiori a quelli del premier: nell’allocazione dei fondi a questo o quel settore produttivo; o nella sorveglianza dei mercati regolamentati, insieme alla Consob”. Infine da un lato Berlusconi eredita da Tremonti la delega a tagliare, discrezionalmente, spese pubbliche per 2 miliardi di euro, anche in settori “sensibili” come l’editoria e lo spettacolo. Dall’altro è superazionista di società quotate come Mediaset, Mediolanum e Mondadori. E, contemporaneamente, diventa il proponente del ddl sul risparmio per un nuovo sistema di controlli sulle borse dove sono quotati i suoi titoli. Altro che Toro – Milan 2 a 2. Questo, al confronto, è il campionato del mondo.
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