Settembre 2007

Diaro palestinese in Libano 4: Ahmed faccia d’angelo

Per l’ultima volta prima del mio rientro, oggi sono andato a trovare Ahmed, martire miracolosamente ancora vivo, emblema ambulante della tortura e della sofferenza che hanno subito i migliaia di palestinesi del campo profughi di Nahr el Bared, ora raso al suolo.

Ahmed faccia d’angelo aveva 18 anni sino a qualche mese fa, ora, le smorfie che assume quando spaurito si guarda attorno,come a sincerarsi che non stiano tornando a riprenderselo, lo fanno assomigliare piu’ ad un vecchio improgionato in un corpo da bambino.

Ahmed studente di meccanica a Beirut, era tornato a Nahr el Bared per stare con la famiglia durante le vacanze estive.  Trovatosi nel centro del fuoco incrociato fra i guerriglieri di Fatah Al Islam e i soldati libanesi il terzo giorno di battaglia, quando ai civili non era ancora consentito di lasciare il campo, e’ rimasto seriamente ferito alla schiena dalle schegge di una granata. I soldati libanesi l’hanno condotto in ospedale, ma non in uno civile come credevano i suoi familiari, ma in uno militare, dove ha trascorso 106 giorni subendo torture e vessazioni di ogni tipo.

Sebbene formalmente non incriminato, ma anzi a detta degli stessi soldati non essere sospettato di appartenere al gruppo di Fatah Al Islam, Ahmed ha trascorso la maggior parte del tempo detenuto con le mani legate e gli occhi bendati, regolarmente pestato. A volte per convincerlo a firmare un foglio che non gli e’ mai stato concesso di leggere, altre volte per puro svago dei militari presenti nell’ospedale. Sbattuto per terra, o su di un materasso lercio, alcuni giorni e’ rimasto rinchiuso in uno stanzino oscuro coi soldati che andavano volentieri a fargli visita, a suon di calci e pugni.

I dottori che dovevano occuparsi delle sue ferite si sono dimostrati altrettanto carnefici quanto i picchiatori. Dopo giorni senza cure adeguate (” i dottori si dimenticavano di cambiarmi i bendaggi”) Ahmed ha sviluppato una infenzione che lo avrebbe destinato sicuramente alla morte. Solo per merito delle pressioni della Croce Rossa Internazionale il ragazzo e’ stato rilasciato, ma anche il giorno della sua liberazione si e’ consumato il dramma. La madre giunta all’ospedale militare per ricevere il figliolo ferito e’ stata fatta aspettare per tutto il giorno, Ahmed alla sera e’ stato dimesso ma condotto fuori dall’ospedale da una uscita secondaria. Ricorda ancora con livore come i soldati si sono presi gioco di lui: “Guarda, nessuno e’ venuto a prenderti, alla tua famiglia frega un cazzo di te”. Malconcio, traballante Ahmed si issato sulle sue fragili gambe e ha cercato di raggiungere un taxi che lo riconducesse ai familiari, ma e’ crollato subito a terra fratturandosi un piede. Solo grazie all’intervento di alcuni passanti Ahmed ha potuto raggiungere Beddawi. Da li’, alcuni amici volontari internazionali l’hanno poi portato in un ospedale civile libanese, dove hanno convinto i dottori ha ricoveralo e rioperarlo, Ahmed ora sta meglio. Ma ai palestinesi in Libano non sono concessi gli stessi diritti che i nostri animali domestici hanno se ricoverati in un qualunque studio veterinaio occidentale. Per cui il decorso post-operatorio Ahmed lo sta trascorrendo sul pavimento di una lurida scuola affollata di profughi a Beddawi, nell’aula ridotta a dormitorio con lui sono stese a terra almeno 30 persone, stipate come topi in una fogna.

Il minimo che ho potuto fare io e’ stato quello di cercare di alleviare le sue sofferenze strappandogli qualche sorriso durante le mie visite:

 

E raccontare oggi la sua storia come gli avevo promesso.

Vik in Libano.

per ogni contatto nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

Diaro palestinese in Libano 4: Ahmed faccia d’angelo Leggi l'articolo »

Diaro palestinese in Libano 3: bocche che tracimano la diga del terrorismo

Schivata l’autobomba di ieri di 20 minuti e 10 chilometri in linea d’aria.

Qui in Libano pare che l’intercalare del tempo non sia frazionato in date stabilite dal calendario, ma in periodi di distanza fra una bomba e l’altra.

Quando sei stato l’ultima volta a Beirut? Si’ ma prima o dopo l’ultimo attentato?

Non per turismo stragista ma per non darla vinta al terrorismo che si prefigge appunto di terrorizzare, che ieri sera sono andato a Jemairah, quartiere di Beirut noto per i suoi pub brulicanti di giovani fino a tarda notte. Quasi tutti i locali avevano le serrande abbassate, mi sono infilato in uno dei pochi aperti, un minuscolo pub pieno di ragazzi piuttosto alticci, il gestore il piu’ sbronzo della serata. Parevano strabattersene della’autobomba esplosa poco distante, una festa era in corso  ma io me ne sono andato gia’ dopo il secondo bicchiere, tracannato in fretta.  Non c’era nulla da ammirare in quei giovani che inizialmente mi illudevo stessero rispondendo come me al terrorismo con la normalita’. Erano tutti figli della ricca borghesia libanese, bmw e mercedes belle lustre li attendavano parcheggiate fuori sui marciapiedi. Per una mezz’ora li ho osservato con ripugno.

Guardavo quelle loro bocche sghignazzare, cianciare di vite ignave, bocche che ingurgitavano prelibate pietanze, che si attaccavano al collo di pregiati vini come impegnati in un coito orale, bocche che poppavano come biberon costosi sigari cubani, ingollavano liquore all’anice che non potra’ mai essere il medesimo che corrode il mio fegato.

Bocche che tracimano ogni vittima innocente della storia con il palato insensibile al sapore acre del dolore. Bocche che non potevano conoscere il significato del digiuno, quello della miseria intendo, non quello del ramadan, anche se in questo paese spesso i due coincidono.

Ripensavo a qualche ora prima al campo profughi di Beddawi, mentre stavo visitando alcune famiglie recluse in una scuola ridotta ad un dormitorio coperto di sudiciume. Una anziana in quei corridori di palpabile tragedia, mi si era fatto incontro sbraitando e gesticolando in un idioma a me poco conosciuto. Mi indicava il pavimento e ho intuito si riferisse allo spesso strato di sporcizia su cui camminavano liberamente bimbetti di due o tre anni a piedini nudi. Mi hanno spiegato prima che scoppiasse a piangere, che ci teneva a dirmi che non era colpa loro, delle donne, se c’era sporcizia dappertutto. Non hanno neanche i soldi per comprare il detersivo per pulire il pavimento, i profughi di Nahr el Bared. Le promesse del governo di aiuti sono per ora vane.

La mano che ha azionato il telecomando causando diverse vittime civili e l’assassiono del parlamentare antisiriano Antoine Ghanem e’ ignota. Ma non pensate, tutto il mondo e’ paese, anche l’emisfero del terrorismo non fa eccezione. I mandati si devono cercare fra chi otterra’ nel breve e lungo termine piu’ vantaggi da questo attentato, e domenica in Libano si elegge il nuovo presidente…

ps. Dimenticavo, sono a Beirut perche’ fra un’ora mi accingo a portare un cordoglio maturato in tanti anni, ai sopravvissuti di Sabra e Shatila. Un impegno doveroso?

Di piu’, un obbligo morale.

Vik in Libano.

per ogni contatto nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

Diaro palestinese in Libano 3: bocche che tracimano la diga del terrorismo Leggi l'articolo »

Diaro palestinese in Libano 2: lividi di livore e indifferenza

I generali libanesi odiano i profughi della Palestina perduta,

anche se non lo danno a vedere.

 

Gli hezbollah sono dei fieri guerrieri,

vendicatori stoici dei soprusi subiti dai loro consanguigni arabi malearmati,

ma l’archetipo di societa hezbollah e’un arcaismo secolare che stona con la storica laicita’di chi guidava le sorti di questi popoli.

 

Degli israeliani non ne parliamo,

giacche’lo spauracchio del ritorno di 5 milioni di palestinesi in Israele

e’ la scusa accampata dal governo di Tel Aviv per orchestrare l’opinione pubblica

contro l’eventualita’di dover negoziare un trattato di pace che preveda la risoluzione della questione dei profughi.

 

Il governo Siniora come tutti i precedenti governi libanesi non ha alcuna intenzione di concedere uno straccio di diritto di cittadinanza ai rifugiati.

Per intenderci, I 400 mila profughi palestinesi in Libano per legge non possono esercitare piu’ di 70 professioni in Libano, non possono esercitare nessuna professione liberale, non possono comprare una casa al di fuori del campo, non hanno diritto alla pubblica sanita’ ne’ ad un passaporto.

Il tasso di disoccupazione raggiunge il 42%, il tasso di mortalita’ infantile e maternale e’ altissimo (239 per 1000).

 

C’e’ tutto un odio che ristagna

attorno alle catapecchie del campo profughi di Beddawi.

 

Ci si sente oppressi da razzismo e cocente indifferenza sino a soffocare.

 

Un livore che aleggia al di fuori del campo come un rapace implacabile

pronto a planare per fare a brandelli ogni teorema di convivenza pacifica.

 

La sera, interrotto il digiuno, dirigo per un paio di ore verso la Tripoli antica,

dove dinnanzi ad un bicchiere di araq scarabocchio le storie che ho ascoltato durante il giorno.

Mi e’ capitato gia’ un paio di volte d’incontrare tutto questo livore proiettato nei miei confronti, quando il nazionalista libanese di turno comprende perche’ sono qui e dove passo le giornate.

Per il mio vissuto,

ma in special modo per quello a cui qui quotidianamente assisto,

e’ difficile a volte mantenermi nell’etica gandhiana a cui aspiro,

l’altra sera i commenti di un fascista falangista cristiano maronita hanno superato il valico della mia tolleranza.

E quel bicchiere di araq mi si e’ frantumato in mano.

 

Coltellate verso il mio cuore malconcio,

sono certe invettive per cui i palestinesi non solo sarebbero i primi responsabili della loro tragedia,

ma di ogni male nella regione mediorientale.

 

Per esempio l’opinione pubblica libanese e’ convinta che nell’ultimo conflitto a Nahr el Bared i profughi fossero tutti complici dei guerriglieri di Fatah Al Islam,

mentre in realta ne sono stati le prime vittime.

 

Dalle decine di profughi palestinesi con cui ho parlato non e’mai sentito una sola parola di sostegno per questo gruppo armato, semmai di disprezzo.

E la certezza conclamata che gli uomini di fatah al islam non facessero parte della comunita’dei campi.

Infatti questi mercenari, stipendiati in dollari secondo i beneinformati,

erano arabi di diverse nazionalita’, pochissimi i palestinesi.

Gli stessi Fatah e Hamas all’interno del campo si stavano preparando per combatterli.

 

Purtroppo i media hanno trasmesso solo la versione del governo,

e i duecento caduti fra i soldati hanno elevato al rango di eroe la figura dell’esercito libanese,

relegando 40mila profughi innocenti sullo stesso piano di un qualche centinaio di estremisti bellicosi.

 

Comunque nelle mie scorribande serali  frequento anche un altro Libano piu’ liberale e tollerante,

una generazione di ventenni con la mente sgombra da tutte queste barriere di pregiudizio eredita’ di una guerra civile che non ha mai seppellito l’ascia di guerra.

Sono studenti univesitari che sbarcano il lunario lavorando come camerieri e fattorini per poche lire,

tutti politicamente fortemente schierati verso una sinistra comunista.

 

……..

 

Ora dovro’ qui riferire  di oscenita’,

lo strascico dietro il conflitto nel campo profughi di Nahr Al Bahred.

 

A Beddawi ci hanno mostrato foto e video di maltrattamenti,

vere e proprie torture che hanno subito i civili palestinesi da parte del glorioso esercito libanese.

Non paiono essere episodi isolati ma piuttosto di routine,

ho parlato con alcuni di questi giovani  che hanno subito o testimoniano di percosse e umiliazioni cercando di oltrepassare i checkpoints che circondano il campo.

 

Dopo il lavoro,

ogni giorno mi reco in visita da Ahmed,

che sfortunatamente trovatosi nel centro del fuoco incrociato fra esercito e guerriglieri,

e’ rimasto seriamente ferito.

Condotto in un ospedale militare ha subito torture e vessazioni di ogni tipo,

E’ un miracolo che sia ancora vivo,

ma rendero’ conto della sua storia piu’ innanzi.

 

La punizione collettiva che subiscono i palestinesi qui come in Palestina,

come ovunque,

per mezzo di governi che si professano amici del nostro

e’ un crimine non solo contro questa comunita’ di uomini che vive di stenti,.

ma per  ogni uomo che dovrebbe avere a cuore la difesa dei diritti umani

piuttosto che crogiolarsi da benestanti dietro roccaforti di confort e inedia.

 

Per quanto mi riguarda sono fiero di questo ulteriore pezzetto di vita che percorro a fianco di questa gente,

c’e’ molto piu’ da imparare sulle soglie delle baracche dei diseredati che nelle universita’ occidentali dagli usci lustri coi pomelli d’oro.

 

Vik in Libano

 

X contattarmi nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

ps.

Connessioni tortuga e tastiere in arabo rendono ardimentosa l’interazione con questi spazi guerrilleri,

ringrazio tutti coloro che mi hanno espresso sostegno e conforto. Anche i silenti.

Diaro palestinese in Libano 2: lividi di livore e indifferenza Leggi l'articolo »

Diaro palestinese in Libano 1: i profughi dei profughi

Nel campo profughi di Beddawi sono concentrate le migliaia di persone da Nahr el Bared ,
raso completamente al suolo. L’esercito ne circonda ancora le macerie.
A nessuno e’ concesso di metterci piede, allora abbiamo convinto con pochi dollari un soldato libanese a scattare delle foto al suo interno.
Una volta svillupato il rullino,
per molti palestinesi e’ significato avere la certezza d’aver perduto casa e bottega.

Alla mia memoria quelle foto ricordano tremendamente il giorno dopo il massacro di Jenin.

La situazione e’ al limite della crisi umanitaria a Beddawi,
con centinaia di sfollati affollati nelle scuole trasformate in centri di accoglienza.
Si dorme per terra e le condizioni igenico-sanitarie sono alquanto precarie.
Non vi e’ modo di cucinare ne di conservare il cibo.
Il governo libanese consegna delle razioni, che diversi hanno rifiutato per orgoglio,
la sistemazione e’ momentanea, ripete il governo,
ma sino a quando?
L’inverno non e’ distante e bisogni come riscaldamento e acqua calda non sono secondari.

Siniora e il compare Hariri e’ ovvio non godono di molta popolarita’ fra i palestinesi profughi dei profughi.


La Palestina e’ ovunque,
nei drappi sventolanti di Fatah ovunque, ma anche in alcuni poster di Yassin e Ramtisi.
Nei graffiti di Naji AL ALi e Latuff che edulcorano l’amaro grigiume di cemento nudo e lamerie che compongono l’anima di  questa enorme baraccopoli.

La Palestina si tramanda,
nelle vivaci voci dei bambini che inneggiano all’intifada o al loro diritto di ritorno nella patria originaria.

La palestina si traduce in disperazione,
negli occhi degli anziani che si fanno lustri al narrare dei miei racconti palestinesi.
E si chiedono, ci domandano,
quale paradosso assurdo permette a noi stranieri di calpestare liberamente le loro terre,
mentre a loro e’ negata la sola vista di lontano di quelle stesse terre che appartengono legittimamente
al loro padri e ai loro nonni.

Nelle loro rugose mani stringono ancora quelle chiavi che aprivano case che ora non ci sono piu’.
Laggiu’ Israele ha edificato il suo impero di soppraffazione.

Beh, se e’ per questo anche a me oggi Israele nega il diritto di entrare in Palestina.

L’essere stato nelle prigioni di Tel Aviv e’ quasi una medaglia al valore conficcata sul mio petto sanguinante…

Solidariezziamo in ogni angolo,
abbiamo visitato malati e feriti di guerra,
famiglie ammassate una sull’altra in stanza microcospiche,
ma dotate di macroscopica dignita’offrendoci il loro umile the alla menta.
Intratteniamo frotte di bimbi dagli occhi che sono i miei stessi prima che maturita’e le pochezze della nostra vita europea
cavarono diversi anni fa.

Ho dato una mano nell’ambulatorio in cui convergono molti feriti,
con semplici mansioni,
prima di dedicarmi ad attivita’piu’ consone al mio fisico che nonostante trasandatezza trabocca di energia, specie dinnanzi all’ingiustizia.

Mi sono tramutato quindi in muratore,
e il lavoro che porto avanti di concerto con altri 6 muratori arabi,
e’ l’ampiamento proprio di quell’ambulatorio che non sa piu’come soddisfare le richieste di pronto soccorso
per tutte quelle ferite che la piega dell’esistenza stessa di un campo profughi produce a ritmo insostenibile.

Per domani gli aruspici islamici dell’arabia saudita hanno decretato esserci l’inizio del Ramadan,
e per me in particolare significa che quelle 8 ore di lavoro sotto di un sole impietoso,
saranno portate avanti senza cibo e senza acqua, almeno sino al tramonto.

Ammetto di essere piuttosto fuori allenamento.

Qualcuno sia cosi’ generoso di serbare per il mio ritorno una birra in fresco,
anche solo un refrigerio ideale.

Vik in Libano.

 

ps

per ogni contatto nel campo profughi di Beddawi:

nakbalibanese@libero.it

Diaro palestinese in Libano 1: i profughi dei profughi Leggi l'articolo »

Guerrilla Radio-Vittorio Arrigoni in rotta verso il Libano

Guerrilla radio torna a essere semplicemente Me Stesso,
che lascia questa stanza in direzione di una nuova missione.
 
Ci sono mani concepite per la distruzione,
per brandire spade e mettersi a capo di eserciti di indomiti omicidi,
che non conoscono pietà accecati dall’odio.
 
Ci sono poi altre mani che vengono dopo,
a ricucire le ferite, raccogliere le macerie,
semplicemente a tendersi nell’offrire quei gesti solidali
che sono la motrice della speranza.
 
Queste mie mani segnate da bruciature di sigarette,
poco ingegnose per un’epoca di sovrapproduzione modaiola,
buone solo per disegnare castelli nell’aria di iperbole utopiste,
mani troppo abili a versarsi quell’ultimo bicchiere di troppo,
preferiscono  comunque appartenere a chi sa offrire,
piuttosto che ferire.
 
Conoscono ancora la tenerezza di una carezza,
su di un viso imperlato di lacrime.
L’orgoglio di una stretta di mano sincera,
preambolo di ogni amicizia possibile e disinteressata.
 
Metterò quindi a disposizione queste mie mani
e la forza delle mie robuste braccia,
ai palestinesi del campo profughi di Nahr el Bared in Libano,
raso al suolo dall’esercito, la battaglia è terminata ieri,
ora già tempo di ricostruire, e di lenire le piega di questa ennesima atroce sofferenza. 
La vicenda di Nahr el Bared,
risolleva la questione del diritto di ritorno dei profughi palestinesi,
e se non per tutti,
quantomeno ad ognuno deve essere garantita una terra dove vivere con eguali diritti a tutti gli altri uomini.
 
Oltre ad aiutare nella ricostruzione,
ci sarà tempo per le mie mani anche di levare al cielo quei tanti bimbi sfortunati
rilegati nel dimenticatoio di un orfanotrofio pericolante.
 
Parto fra qualche ora,
sostenuto da miei ideali di giustizia mai saturi
e tutte quelle persone con cui ne ho condiviso le lotte.
 
Guerrilla Radio,
di nuovo semplicemente Vittorio.
vittorio arrigoni in libano
 

Guerrilla Radio-Vittorio Arrigoni in rotta verso il Libano Leggi l'articolo »

Nessuna Terra nessun Diritto per una Palestina lasciata al suo destino

Questo facevamo con l’ISM in Palestina:

Oggi, con una scarsa presenza di civili internazionali come scudi umani, la situazione in Palestina non è certo migliorata.
 
Il parlamentare palestinese ed ex ministro dell’informazione nel governo di unità nazionale, Mustafa Barghouthi,
denuncia:
 
-dagli Accordi di Oslo a oggi Israele ha enormemente ampliato gli insediamenti, creandone 82 nuovi. Il numero di coloni ha così raggiunto le 450 mila unità nella West Bank e a Gerusalemme.
 
-Israele adotta differenti metodi criminali, tra questi, i 543 checkpoint permanenti e i 610 temporanei usati per aggredire la popolazione palestinese. I soldati israeliani mpediscono ai cittadini di transitare senza autorizzazione, di far entrare cibo, medicine e strumenti sanitari. I cancelli vengono aperti solo per pochi minuti al giorno”.
 
 -Le forze di occupazione stazionanti al valico di Ras Atiya perseguitano i cittadini, li perquisiscono, controllano le carte di identità; inoltre, utilizzano i bambini come scudi umani. Si considerano sopra la legge, e non rispondono a nessuno per le torture e le violazioni praticate contro la popolazione palestinese, così come i tribunali israeliani si arrogano il diritto di prendere qualsiasi tipo di decisione.
 
-I soldati israeliani impediscono il passaggio anche ai palestinesi malati, gravi e cronici, e che 69 donne sono state costrette a partorire davanti ai checkpoint: 5 mamme sono morte, altre 6 sono state picchiate. Come risultato, un terzo dei neonati è morto.
 
-4 bimbi su 1000 muoiono prima di raggiungere un anno di vita, a causa dei checkpoint e dei divieti di transito da un’area palestinese all’altra: non possono essere trasportati in ospedale per le cure, neanche quando solo in gravi condizioni di salute.
 
-Ad oggi, il numero di bambini palestinesi feriti a causa delle forze di occupazione è salito a 20 mila, compresi 1500 che sono diventati disabili permanenti.
 

ps.
il ragazzo con la bandana rossa e la barba (nel primo video) è Joe Carr,
nostro compagno di quegli orrori privi di speranza,
come noi non è mai retrocesso un passo dal battersi contro l’Ingiustiza di questi tempi.
 
Per i Palestinesi fuori dalla Palestina,
non va meglio,
da ciò che ci giunge in racconti dai campi profughi palestinesi in Libano,
dopo che l’esercito ha raso al suolo quello di Nahar al Bared.
 
Si dovrebbe fare qualcosa,
si deve…
 
guerrilla radio

Nessuna Terra nessun Diritto per una Palestina lasciata al suo destino Leggi l'articolo »

STOP THE OCCUPATION OF PALESTINE!

“Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza… Ma l’illusione della conoscenza”

 (Stephen Hawking)

L’Irlanda era sotto occupazione, oggi è liberata.
 
L’Algeria era sotto occupazione, oggi è liberata.
 
L’India era sotto occupazione, oggi è liberata.
 
Gli USA erano  sotto occupazione, oggi sono liberati
 
Il Sud Africa era sotto occupazione, oggi è liberato.
 
Please,
Stop the Occupation of Palestine,
NOW.
 
I Video di GuerrillaRadio

STOP THE OCCUPATION OF PALESTINE! Leggi l'articolo »

Torna in alto