Henry D. Thoreau, Walden ovvero la vita nei boschi, 1854
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
dedicato a chi si ostina a pensarci macchine facilmente manovrabili.
guerrilla radio
“Persino in questo paese relativamente libero, gli uomini, nella maggior parte (per pura ignoranza ed errore) sono così presi dalle false preoccupazioni e dai più superflui e grossolani lavori per la vita, che non possono cogliere i frutti più saporiti che questa offre loro: le fatiche eccessive cui si sottopongono hanno reso le loro dita troppo impacciate e tremanti. In effetti, un uomo che lavori duramente non ha abbastanza tempo per conservare giorno per giorno la propria vera integrità: non può permettersi di mantenere con gli altri uomini i più nobili rapporti perché il suo lavoro sarebbe deprezzato sul mercato; ha tempo solo per essere una macchina.”
(Henry D. Thoreau, Walden ovvero la vita nei boschi, 1854)
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Afghanistan, liberi i tre ostaggi dell’Onu da un mese nelle mani degli estremisti
Dopo 27 giorni di sequestro, sono stati liberati e stanno bene i tre impiegati delle Nazioni Unite rapiti a Kabul. La nordirlandese Annetta Flanigan, la kosovara Shqipe Hebibi e il filippino Angelito Nayan, dipendenti Onu che collaboravano con la Commissione elettorale afghana, erano stati sequestrati a Kabul il 28 ottobre scorso. «Sono stati rilasciati», ha dichiarato il portavoce dell’Onu Manoel de Almeida e Silva. «Sono a Kabul e si stanno sottoponendo a visite mediche».
I tre sono stati rilasciati all’alba e portati da un’equipe Onu in una base militare dove sono stati identificati e sottoposti ai primi esami clinici da cui risulta -ha reso noto un comunicato dell’Isaf (la Forza internazionale di assistenza e sicurezza in Afghanistan)- che «sono apparentemente in buone condizioni».
La liberazione è avvenuta nelle prime ore di stamane (alle 07:00 ora locale, piena notte in Italia) dopo che ieri soldati statunitensi e membri delle forze di sicurezza afghane avevano compiuto una retata nella parte occidentale di Kabul a caccia dei tre sequestrati, terminata con l’arresto di una decina d persone.
Per il loro rilascio, il gruppo estremistico che aveva rivendicato il sequestro, aveva chiesto il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan e la liberazione dei prigionieri talebani nelle mani del governo afghano e di quello statunitense.
«Non è stato liberato nessun prigioniero (taleban), non è stata pagata nessuna somma di denaro, non è stata accettata nessuna richiesta», ha detto il ministro dell’interno afghano Alil Jalali in una conferenza stampa qualche ora dopo la liberazione dei tre ostaggi. Il capo del gruppo che li aveva rapiti ha detto che i tre funzionari sono stati liberati in cambio della liberazione di 24 detenuti vicini ai taleban.
Il filippino Angelino Nayan, la kosovara Shqipe Habibi e la nordirlandese Annetta Flanigan avevano seguito per conto delle Nazioni Unite lo spoglio dei voti nelle elezioni presidenziali afghane del 9 ottobre.
www.unità.it
La Coalizione internazionale “Stop using child soldiers!” Leggi l'articolo »
Ai vescovi italiani: su Falluja il silenzio è peccato
Centinaia fra sacerdoti, religiosi e laici scrivono ai vescovi italiani per chiedere condanna dell’attacco alle città irachene, una dichiarazione comune contro la guerra e il ritiro dei cappellani militari. Fra le adesioni quelle di padre Alex Zanotelli, don Albino Bizzotto, don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo, don Vinicio Albanesi, il giornalista Renzo Giacomelli, il teologo don Carlo Molari, ma anche di tantissima gente comune.
Un appello inviato oggi ai vescovi italiani perché condannino “il peccato di chi continua ad uccidere”, perché sconfessino “con una dichiarazione comune la guerra con le sue violenze, menzogne e crudeltà” e perché ritirino i cappellani militari presenti in Iraq.
Lo chiedono a gran voce sacerdoti, religiosi e laici da Genova a Napoli, da Padova a Perugia. Persone come padre Alex Zanotelli, don Albino Bizzotto, don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo, don Vinicio Albanesi, il teologo don Carlo Molari, ma anche laici come il giornalista Renzo Giacomelli e tantissima gente comune, credenti che rispetto al “tacere impressionante” sull’orrore di Falluja sentono un “fremito di coscienza” e vivono “la sofferenza della vergogna e dell’impotenza”.
“Non possiamo rassegnarci. Non possiamo più tacere! Il nostro Dio ascolta il grido dei bambini, delle donne , dei civili trucidati senza distinzione. Il nostro silenzio rischia di essere interpretato da parte di tutti i crocefissi come connivenza con i crocefissori. Questo silenzio è peccato” scrivono ai vescovi i sottiscrittori dell’appello, inviato oggi a tutti i vescovi italiani e che continua: “Noi vi supplichiamo di dire da pastori una parola di pietà per i morti, di consolazione per i sopravvissuti e di condanna per il peccato di chi continua ad uccidere, generando odio e vendetta di cui si nutre il terrorismo senza fine. Sconfessate con una dichiarazione comune la guerra con le sue violenze, menzogne e crudeltà. Ribadite la scelta responsabile della nonviolenza, del dialogo e del diritto per raggiungere la riconciliazione e la pace tanto desiderate”.
Alla Conferenza Episcopale Italiana viene chiesto “un segno semplice, eloquente, comprensibile dalle folle di poveri, sfiniti dalla violenza indiscriminata: ritirate i cappellani militari, che in questo momento sono assieme ai soldati italiani di fatto parte della coalizione responsabile di quanto sta avvenendo”.
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“PROCURA DELLA REPUBBLICA
Presso il TRIBUNALE di ROMA
SITO SOTTOPOSTO A SEQUESTRO PREVENTIVO D’URGENZA”
Questa che vedete riprodotta qui e’ la odierna pagina web iniziale dei
siti www.lavorivariabili.it e “redlab”, pagine dedicate dalla
Federazione RdB/CUB al lavoro precario. Da questa mattina, 22 novembre
2004 le pagine sono state oscurate dalla Polizia Postale di Arezzo su
ordine della Procura della Repubblica di Roma senza che ne sia stata
data motivazione alcuna ne’ alla RdB/CUB ne’ a chi gestisce le pagine.
Da oltre un anno i due siti della RdB/CUB (www.lavorivariabili.it ewww.lavorivariabili.it/redlab) svolgono un lavoro di informazione sulla
realtà del lavoro precarizzato. I due siti sono complementari:
“lavorivariabili” si occupa di notizie di carattere propriamente
sindacale e di tutela, mentre invece “redlab reddito-lavori” e’ dedicato
soprattutto alle notizie e documenti sulle iniziative di lotte contro la
precarieta’ e per il reddito sociale. Entrambi i siti hanno un notevole
numero di accessi, considerato che trattano notizie in continuo
aggiornamento e di questioni di carattere specifico difficilmente
reperibili altrove e in maniera così plurale.
Numerosissimi i lavoratori che si rivolgono alla nostra redazione per
consulenze, informazioni e consigli sui vari diritti o per denunciare
situazioni di sfruttamento e oppressione.
Un grave atto di intimidazione, di violazione del diritto
all’informazione, di attacco alle liberta’ sindacali in generale che
arriva a poche ore dallo straordinario risultato nelle RSU del pubblico
impiego, in cui la RdB/CUB ha chiamato al voto anche i precari che non
ne avevano diritto e a pochi giorni dalla riuscitissima manifestazione
nazionale per il diritto al reddito del 6 novembre.
Roma, 22 novembre ’04
by ste
La Federazione nazionale RdB/CUB
www.manifesto.it
Dopo almeno tre anni di braccio di ferro Carlo Azeglio Ciampi prende un’iniziativa clamorosa. Vuol tirare dritto sulla decisione annunciata di concedere la grazia a Ovidio Bompressi (e, si può intendere, in seguito anche ad Adriano Sofri). Solleverà, perciò, «conflitto di attribuzione» per la prima volta nella storia della Repubblica davanti alla Corte Costituzionale per rimuovere gli effetti paralizzanti del veto del ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli. Un «atto dovuto», come la controfirma del Guardasigilli al decreto di grazia, s’è trasformato in un «potere d’interdizione» di cui non c’è traccia nella Carta: all’origine di tutto una telenovela di pasticci, sgambetti, doppi e tripli giochi di Berlusconi, del governo e della maggioranza, volti a lasciare in mano a Ciampi il classico cerino acceso.
La Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere di grazia, ma prevede, per render validi alcuni atti del presidente, una specie di visto del ministro: mai era accaduto ed è qui il punto politico del conflitto che la differenza di opinione tra guardasigilli e presidente sfociasse in uno scontro che mettesse in forse le prerogative del Quirinale. C’è un solo precedente, ma non sfociò in una vera crisi di rapporti tra Colle ed esecutivo: Cossiga e Martelli, l’uno favorevole, l’altro contrario alla grazia al capo delle Br, Renato Curcio, stavano per finire davanti alla Corte costituzionale, ma il ministro, che aveva avviato le procedure per sollevare il “conflitto”, alla fine rinunciò. Stavolta, invece, tutto fa ritenere che alla Consulta passi l’ultima parola.
Ieri un’ora di colloquio al Quirinale a porte chiuse. Presenti il segretario generale Gaetano Gifuni, il consigliere legislativo Salvatore Sechi e il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio. Castelli ha detto quel che gli altri si aspettavano. Cioè è rimasto sulle sue posizioni: negherà ha ripetuto la sua firma in calce al decreto di Ciampi. Sul tavolo del presidente rimangono, perciò, solo tre fascicoli definiti, quello che riguarda la concessione della grazia al bandito sardo degli anni Sessanta, Graziano Mesina, (provvedimento che Cossiga sul finire del suo settennato aveva già cercato di avviare senza successo), e quelli di due altri casi “minori”: Luigi Pellè, un carabiniere che uccise un ladro d’auto a Torvajanica, e Aldo Orrù, un gangster milanese, anche lui in galera per omicidio. Entrambi hanno scontato metà pena. Per loro c’è il sì di Castelli, e questi tre decreti del presidente sono stati siglati dal ministro: prossimamente si parla di altre grazie in arrivo, per alcuni detenuti altoatesini in carcere per attentati ai tralicci negli anni Sessanta, e forse anche per alcuni degli appartenenti all’organizzazione paraleghista dei “Serenissimi” che inscenarono il blitz di un blindato «fatto in casa» in piazza san Marco a Venezia.
Sono alcuni dei casi via via entrati nel vortice di un complesso «mercato delle grazie» inscenato in questi anni dalle spinte e controspinte delle varie anime della maggioranza. È indicativo, però, che Ciampi abbia voluto prendere le mosse dalla concessione della grazia a tre personaggi, la cui sorte non risulta fosse stata presa in considerazione nel corso della “trattativa” sotterranea all’interno della maggioranza.
Ancor più significativi i toni e i contenuti del comunicato con cui ieri a ora di pranzo il Quirinale ha reso noto le decisioni. È interessante leggerlo con la lente d’ingrandimento: dopo aver detto delle tre misure di clemenza concesse «si rende noto altresì che l’8 novembre scorso il presidente della Repubblica, dopo attento e accurato esame della documentazione fattagli pervenire, su sua richiesta, dal ministro della Giustizia, aveva comunicato al Guardasigilli di essere pervenuto nella determinazione di concedere la grazia della pena detentiva residua a Ovidio Bompressi e lo aveva invitato a inviargli il relativo decreto ai fini della sua emanazione».
In questo capoverso Ciampi anzitutto rivendica l’insistenza con cui già nell’aprile scorso aveva strigliato Castelli per i troppi cincischiamenti che da via Arenula erano stati frapposti all’invio della documentazione sui due leader di Lotta Continua condannati per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. La documentazione fu, dunque, fatta pervenire dal guardasigilli «su richiesta» dello stesso Ciampi. E si tratta di una formulazione eufemistica, se solo si voglia ricordare la sgarbata reazione dello stesso ministro e del suo capo di gabinetto alla pubblicità data a questo sollecito dal Colle. E il fastidio con cui venne accolto il richiamo di Ciampi all’articolo 681 del Codice di Procedura Penale, che prevede, appunto, il potere autonomo di grazia e la clemenza anche in assenza di «proposta» del Guardasigilli. Perché le cose siano chiare nella stessa frase del comunicato di ieri si mette anche nero su bianco la «determinazione» già allora presa dal presidente, di concedere la grazia a Bompressi. Se la richiesta di Ciampi è dell’8 novembre, come mai Castelli ha lasciato passare ben sedici giorni prima di salire al Quirinale? «È stata la prima data utile», in serata sarà la sgarbata spiegazione del ministro.
La nota del Quirinale prosegue, del resto, con una glaciale, simmetrica contrapposizione: «Nel corso della udienza il ministro Castelli ha fatto presente di essere contrario alla concessione della grazia Bompressi e che, conseguentemente, non è in grado di inviare al capo dello Stato il relativo decreto. Il presidente della Repubblica ha preso atto di tale comunicazione e si è riservato di assumere le proprie decisioni». La formula del «si riserva» si spiega semplicemente con i tempi tecnici: le decisioni «in itinere» riguardano, per l’appunto, proprio l’avvio delle procedure del conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta. Il Quirinale non ne ha parlato esplicitamente perché si tratta ancora di redigere un vero e proprio «atto di citazione», e si prevede che l’annuncio ufficiale del «conflitto di attribuzione» verrà dato a metà dicembre, dopo il ritorno di Ciampi dalla Cina. Ancora, perché la Corte Costituzionale dica la sua è prevedibile che passino ancora alcuni mesi.
Nella matrioska di questo conflitto istituzionale, è contenuto, com’è ovvio, il caso Sofri. La pratica relativa all’ex leader di Lotta Continua è stata lasciata a dormire da Castelli per ancor più tempo rispetto al caso Bompressi. Un paio di mesi sono stati impiegati dagli uffici del Quirinale per sviscerare la vicenda di quest’ultimo. Il fascicolo relativo a Sofri è giunto, invece, da poche settimane sul Colle. Ed è per questa ragione che formalmente ieri non se n’è parlato. Ma le convinzioni maturate da Ciampi sono abbastanza note; e un via libera della Corte sul caso Bompressi accenderebbe quasi automaticamente anche il disco verde per la libertà a Sofri. Già si vedono salire, però, altre scintille: anche ieri per An, il ministro Gasparri ha ripetuto un’aggressivo avvertimento a Ciampi paventando una violazione della Costituzione nel caso che la grazia venga estesa a Sofri, con l’argomento (privo di appigli giuridici) che quest’ultimo, a differenza di Bompressi, non avrebbe chiesto la grazia.
Come fermare il conflitto? In teoria, ma solo in teoria, la strada alternativa potrebbe consistere in un intervento di Berlusconi, che in coerenza con la sua posizione a favore di Sofri, potrebbe imporre a Castelli una retromarcia, con una decisione plenaria del Consiglio dei ministri, controfirmando personalmente il decreto, o persino assumendo un «interim» per la Giustizia ristretto alla materia. Ma i canali di comunicazione del Quirinale con palazzo Chigi sono da tempo intasati, e una simile strada (basata sulle buone intenzioni del premier e sulla sua capacità di controllare la sua maggioranza) è stata già invano praticata, in tempi in cui ancora la maionese del centrodestra non era completamente impazzita: confidando, infatti, negli impegni di palazzo Chigi, di fronte allo stallo causato dalla «melina» del ministro leghista, a dicembre dell’anno scorso, Ciampi dichiarò di puntare all’approvazione della proposta di legge presentata da Marco Boato, che si proponeva di «chiarire» che il potere di grazia del capo dello Stato non è sottoposto al «concerto» con il Guardasigilli. La soluzione sembrava a portata di mano, ma il 17 marzo la norma naufragò alla Camera con i voti di An e della Lega, cui si associò gran parte del gruppo di Forza Italia. E Giuliano Ferrara scrisse sul “Foglio” berlusconiano che la Destra era «cialtrona».
castelli contro ciampi per la grazia a Bompressi Leggi l'articolo »
Il Banco di Garabombo, il grande mercato natalizio del commercio equo e solidale, riapre i battenti a Milano da sabato 13 novembre. Fino al 29 dicembre, all’uscita del metro Pagano (via Burchiello ang. via Cherubini), 350 metri quadri di esposizione in cui trovare tutti i prodotti del commercio equo e solidale, importati senza sfruttamento, per garantire ai produttori del Sud del mondo guadagni equi e la possibilità di una vita dignitosa.
Prodotti alimentari: dai più classici come tè, caffè, miele e cioccolato in tantissime varianti, alle nuove interpretazioni delle tradizioni natalizie, come il panettone alla crema di ananas (dal Kenya) ricoperto di cioccolato (dalla Repubblica Dominicana), il torrone mandorlato con le noci cajou dal Brasile, i torroncini con miele dal Messico e noci dell’Amazzonia.
Una vasta scelta di articoli d’artigianato (per la casa, per la persona, per i bambini…) che raccontano antiche tradizioni. Una importante novità di quest’anno è la linea di cosmetici Natyr, con ingredienti naturali del commercio equo e solidale: aloe vera, tè verde, spezie e fiori per la cura del viso e del corpo e per un benessere solidale.
E inoltre un ampio assortimento di libri – dai romanzi di autori del Sud del mondo, ai saggi sui paesi, alle proposte per un’economia alternativa, per la pace, la solidarietà e lo scambio interculturale.
E poi cesti natalizi, confezioni regalo e tante idee per un Natale più equo e solidale.
Il Banco di Garabombo è un’iniziativa di Radio Popolare, Cooperativa Chico Mendes e Cooperativa Librerie in piazza.
Banco di Garabombo
uscita MM Pagano
Milano
dal 13 novembre al 29 dicembre
aperto tutti i giorni dalle 9 alle 20
Il Banco di Garabombo mercato commercio equo:uscit metrò Pagano Leggi l'articolo »
REGGIO. Paladino della pace a tutti i costi, si richiama ad Einstein per dire che «è l’unica scelta morale», ma conosce bene il peso politico che oggi ha. Lui, pacifista convinto, sa usare la pace come arma politica. Chirurgo di guerra e leader dell’associazione umanitaria Emergency, Gino Strada aspetta al varco la nuova Grande alleanza democratica: «Noi voteremo a favore solo se il programma includerà il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq». Strada sarà domani sera a Reggio nel Palazzetto dello sport per discutere di «Non violenza e giustizia sociale» in un incontro organizzato dalla Cgil e dal centro studi R60. Con lui ci saranno Pietro Ingrao, don Luigi Ciotti e Gianni Rinaldini. Introdurrà i lavori, con inizio alle 21, il segretario provinciale della Cgil Mirto Bassoli.
Strada, lei è il chirurgo fondatore di un’associazione umanitaria, ma è diventato anche uno dei simboli del pacifismo e dei movimenti, con un ruolo politico. Non crede che le due attività siano in contrasto?
«Il nostro lavoro ha molto a che fare con la politica, intesa come insieme di scelte e regole che condizionano il nostro vivere associato, e nulla, invece, con il potere. Questo specie perché le posizioni assunte negli ultimi anni dai partiti non rispecchiano affatto le opinioni dei cittadini. Oggi l’80 per cento degli italiani si dice contrario alla guerra, ma il 92 dei parlamentari ha votato a favore. E’ per questo che in Italia non si può più parlare di democrazia. Emergency ha un impatto sulla politica per il chiaro messaggio di pace che trasmette».
Ispirandosi al suo operato, qualcuno ha coniato la definizione di «pacifismo alla Strada». Ma per lei che cos’è il pacifismo?
«La penso come Einstein, secondo cui la pace era una scelta obbligata e l’unica morale. Ma la storia dell’ultimo secolo è sempre andata in direzione contraria: ci sono stati infatti milioni di morti a causa dei conflitti. C’è chi parla di ricorrervi come l’ultima scelta, dovuta a una dolorosa necessità: ma finché resta uno strumento, sarà sempre la prima opzione».
I suoi rapporti con una parte della sinistra sono tutt’altro che facili.
«In effetti ho ricevuto parecchi attacchi da quella che qualcuno definisce sinistra, le cui differenze con la destra sono sempre più sottili».
Il pacifismo «senza se e senza ma» si scontra con l’esigenza di dare una risposta forte al terrorismo o alle violazioni internazionali. D’Alema presentò la missione in Kosovo come una guerra umanitaria. Cosa che ha fatto anche Fassino per l’Iraq. E’ una mediazione accettabile?
«La guerra umanitaria è una bestemmia e premessa a quella preventiva. Se si ammette che è lecito uccidere qualcuno per i diritti umani, è meglio farlo subito, perché aspettare? Tantomeno regge il parere di chi, come il leader della cosiddetta opposizione, dice che la guerra in Afghanistan abbia liberato le donne. Non c’è stato un conflitto che abbia azzerato gli altri. La seconda guerra mondiale ha forse eliminato il fascismo, il militarismo, l’imperialismo e il razzismo?».
No, ma bisognerebbe fare qualche distinzione. Un mancato intervento degli Usa ci avrebbe lasciato un’Europa diversa, non crede? E rimane il problema della legittima difesa.
«La mia risposta è che i problemi non sono spariti».
Il pacifismo di una certa sinistra ha una precisa valenza politica, poiché è soprattutto filopalestinese e antiamericano.
«E’ una strumentalizzazione inaccettabile. Penso infatti che Bush sia un terrorista come Putin e Bin Laden. Sono poi i momenti storici a decidere chi dei tre è il peggiore: se l’11 settembre lo era Bin Laden, il giorno dopo lo è stato Bush. Il fatto è che noi siamo impregnati di razzismo: cosa rende diversi i tremila morti delle Twin Towers dai tanti altri massacri che si sono verificati in tutto il mondo? Crediamo che esistano cittadini di serie A e altri di serie B: un sentore che appartiene anche a chi si dice di sinistra».
Ma perché scende in piazza soltanto per i conflitti che coinvolgevano direttamente gli Usa e non, ad esempio, per le guerre fratricide che hanno insaguinato l’Africa? Il terrorismo islamico non equivale alle rappresaglie di Sharon?
«La pace non è un valore di sinistra, è una questione etica. I due casi vanno considerati sullo stesso piano, ma il problema è che il terrorismo ora indossa solo il turbante. Tra le azioni di un capo di stato come Sharon e chi manda dei kamikaze a Tel Aviv non ci sono grosse differenze: è un problema politico, ma gli effetti sono gli stessi».
I detrattori del «pacifismo alla Strada» sostengono che sventolare un arcobaleno in piazza non basta.
«Emergency ha curato un milione e 200mila vittime di guerra in dieci anni. In Iraq o in Afghanistan io posso circolare tranquillamente, mentre un ministro ci lascerebbe la pelle. Il pacifismo, dunque, paga o non paga?»
Ma le due Simone sono state rapite anche in virtù del loro operato benefico.
«Il loro ruolo non mi sembra così definito. Comunque quando si va in un paese per dare una mano, curare dei feriti o costruire un ospedale, si fa una pratica di pace».
Che cosa pensa del fronte comune della Gad, Grande alleanza democratica?
«E’ una nuova democrazia cristiana che non crediamo potrà battere la destra. Vedremo se si potrà instaurare un dialogo. Prima delle scorse Europee con Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti firmammo un documento in cui dicemmo che non avremmo più votato chi non si oppone alla guerra. Lo ribadiamo anche ora: non sosterremo alcuna coalizione che non includa nel proprio programma l’uscita dell’Italia dal conflitto. La pace chiede alternativa, non alternanza. Basta con i Prodi, i Fini, i D’Alema… Se la democrazia in Italia deve essere quella americana, ne faccio a meno. Se deve ridursi a un Grande fratello, ridatemi una dittatura illuminata come quella di Federico II».
Pensa davvero che dire soltanto «no alla guerra» possa bastare?
«Cosa può offrire ora la classe politica in alternativa? Si potrebbe fare molto: ad esempio per la guerra in Iraq sono stati spesi 150 milioni di dollari ed è stato calcolato che per eliminare la fame nel mondo ne basterebbero 15».
Non crede che sia un pensiero un po’ massimalista?
«Il nostro è un lavoro umanitario che difende la vita umana quando non c’è più alcun rispetto dei diritti. Sul fronte delle alternative non vedo grandi distinzioni tra destra e sinistra: stiamo sprofondando nel baratro
www.emergency.it
Gino Strada: La guerra umanitaria è una bestemmia Leggi l'articolo »
Australia: l’elicottero dell’aereonautica militare, in
servizio durante una corsa automobilistica, avrebbe
dovuto occuparsi della sorveglianza antiterrorismo.
Invece svolazzava davanti ai palazzi vicini all’autodromo
esponendo un grande cartello con scritto “facci vedere le
tette!”, un messaggio rivolto alle ragazze in bikini che
guardavano la corsa dal balcone. Non li avrebbero mai
scoperti se non esistesse Internet: qualcuno ha
fotografato la scena e ha messo l’immagine in linea. Ora
rischiano la corte marziale.
www.Internazionale.it
meglio le tette del fare la guerra Leggi l'articolo »
Lettera aperta ai Sindaci dell’ATO 2 del Comitato italiano per il Contratto Mondiale sull’acqua e di rappresentanti della Società civile di Napoli. La richiesta è quella di scegliere per l’affidamento dei servizi idrici, la gestione “in house”.
NO ALLA PRIVATIZZAZIONE COMPLETA DELL’ACQUA A NAPOLI
Lettera aperta ai Sindaci dell’ATO 2
del Comitato italiano per il Contratto Mondiale sull’acqua e
di rappresentanti della Società civile di Napoli
Seduta dell’Assemblea dell’ATO 2 –Napoli-Volturno
Lettera Aperta
Al Sindaco della Città di Napoli Rosa Russo Jervolino
Al Presidente della Provincia di Napoli Di Palma
Ai Sindaci dei Comuni dell’ATO-2 Napoli-Volturno
Caro Sindaco, Caro Amministratore
ci risulta che dopo il rinvio della decisione sulle modalità di affidamento della gestione
del ciclo integrato delle Acqua da parte dei 136 Sindaci che compongono l’ATO 2, la prossima assemblea convocata per martedì 23 Novembre sarà chiamata a pronunciarsi definitivamente rispetto alle tre possibilità di affidamento, nell’ambito delle possibilità previste dalla attuale legislazione nazionale ed Europea:
1. Affidamento diretto “in house”;
2. Gara europea per la totale gestione del servizio;
3. Affidamento diretto a SPA mista, con partner privato scelto con gara europea.
Premesso che non esiste, né può esistere, nessun vincolo tecnico o normativo che impedisca la
libera scelta degli amministratori locali verso una delle tre forme su indicate di affidamento del S.I.I la scelta rispetto alle tre possibilità attiene esclusivamente alla responsabilità politica dei Sindaci eletti dai cittadini in rappresentanza del comuni che compongono l’ATO2.
Il Comitato italiano per il Contratto Mondiale per l’acqua ed una Rete di associazioni ed i
Movimenti che sono impegnati da diversi anni a difendere in Italia la gestione pubblica dell’acqua sulla base dei seguenti principi :
l’acqua è un “bene comune dell’ umanità” che appartiene cioè a tutti gli organismi
viventi perché elemento indispensabile per garantire il diritto alla vita e conseguentemente
che l’accesso all’ acqua è un diritto umano e sociale, individuale e collettivo.
il finanziamento dei costo necessario per garantire questo diritto ad ogni essere umano nelle quantità e qualità sufficienti per vivere, debba essere una responsabilità e competenza dei pubblici poteri, politici ed amministrativi.
gli enti locali hanno il dovere di garantire a tutti i cittadini l’accesso all’acqua come “bene comune pubblico” ,attraverso uno statuto di condivisione, gestione e protezione della risorsa e garantendo il “diritto di accesso” a tutte le popolazioni e alle generazioni future definendone gli usi, le pratiche e le regole per favorirne l’uso e la condivisione, in linea anche con i principi generali introdotti dall’art. 1 della Legge 5 gennaio 1994, n. 36
CHIEDONO
a tutti i Sindaci ed Amministratori di Enti Locali dell’ATO 2 Napoli-Volturno, al Presidente della Provincia di Napoli ed al Sindaco di Napoli Russo Jervolino, di scegliere per l’affidamento dei servizi idrici, la gestione “in house” .
Detta richiesta che il Comitato Italiano ed i Movimenti della società civile rivolgono agli Sindaci ed Amministratori dell’ATO 2, trova supporto nei seguenti pronunciamenti :
del Parlamento europeo che ha definito nel marzo del 2004 “l’acqua come patrimonio dell’umanità, che non può e non deve sottostare alle leggi del libero mercato”
nel pronunciamento del Consiglio Regionale della Campania che ha votava alla unanimità, il 27 ottobre, un ordine del giorno sottoscritto da tutti i Capigruppo consiliari che impegna la Giunta Regionale della Campania ed il suo Presidente a sostenere l’affidamento diretto “in house” del Servizio Idrico Integrato di Napoli.
INVITANO pertanto
i Sindaci ed i rappresentanti degli Enti locali che parteciperanno all’assemblea dell’ATO-2 –Napoli-Volturno e che condividono questo richiesta del Comitato italiano e di rappresentanti della società civile
o a sostenere l’opzione della gestione diretta in house
o a chiedere la votazione palese durante i lavori dell’assemblea
Le associazioni ed i movimenti firmatari del presente appello, segnalano che in occasione delle prossime elezioni regionali ed amministrative, nell’esercizio del proprio diritto di voto, terranno presente le decisioni adottate dagli amministratori locali e dalle forze politiche rispetto alla gestione dell’acqua potabile, fonte di vita per ogni essere viventi, ed alla scelta fra una gestione di Spa di tipo privatistico ed il modello di gestione pubblica in house.
I firmatari
Riccardo Petrella – Presidente Comitato italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua
Emilio Molinari – Vicepresidente Comitato Italiano
p.Alex Zanotelli – Animatore della Rete Lilliput
Salvatore Carnevale -Referente Rete Lilliput Nodo di Napoli
Napoli,22 novembre 2004
Alex Zanotelli : lettera no a privatizzazione completa Napoli Leggi l'articolo »
“Mi si rivolta l’anima quando vedo tanti alzare le spalle
mentre avvengono incredibili offese alla legge e alla
legalita’. No, bisogna gridare perche’ tutti si rendano
conto di quel che accade. E non smettere di gridare
finche’ non ci sentiranno anche coloro che non vogliono
sentire” Rita Borsellino
Rita Borsellino: Mi si rivolta l’anima Leggi l'articolo »
Desaparecidos. Le mamme non mollano La corte suprema del Cile ha decretato che gli assassini politici compiuti sotto la dittatura sono perseguibili nonostante l’amnistia decretata nel ’78 dallo stesso Pinochet. La sentenza e’ stata emessa in relazione al processo a cinque alti funzionari dell’esercito
La profonda ferita di Falluja (Zaki Shaqfeh) Leggi l'articolo »
Non so cosa avrebbero pensato LORO della situazione giudiziaria odierna e delle scelte legislative in merito, a me è venuto subito in mente un esempio del passato ancora inesorabilmente attuale. La storia insegna.
” Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al rischiaramento del quale debbo affrettarmi. Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l’idea dei maggiori, massimamente quando l’impunità, che l’avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. L’atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto di più per ischivarla, quanto è grande il male a cui si va incontro; fa che si commettano più delitti, per fuggir la pena di un solo. I paesi e i tempi dei più atroci supplicii furon sempre quelli delle più sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. Sul trono dettava leggi di ferro ad anime atroci di schiavi, che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava ad immolare i tiranni per crearne dei nuovi.”
Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene
by Mariposa Riottosa
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Nel mondo delle bestie più umanità di quanto si riscontra oggi
nella quasi totalità delle relazioni degli uomini.
Torniamo allora ai nostri bassi istinti,
se il progresso civile ci spinge a coltivare un continuo egotismo, individualismo,
spero proprio domani di risvegliarmi lupo, o meglio
delfino.
Con il naturale istinto alla mia sopravvivenza insieme a quella dei miei simili,
e non solo, anche il rispetto e l’impegno nel proteggere anche quella degli indifesi.
guerrilla radio.
SYDNEY – Delfini proteggono i nuotatori da grande squalo bianco. E’ accaduto in Nuova Zelanda ad un bagnino. L’uomo si allenava nel nuoto con la figlia 15/enne e due sue amiche a 100 metri dalla riva a Ocean Beach, sulla costa nord-est, quando un branco di sette delfini li ha circondati costringendoli a radunarsi, tracciando attorno a loro cerchi sempre piu’ stretti. Quando il bagnino, di nome Rob Howes, ha cercato di allontanarsi dal gruppo, due dei delfini piu’ grandi lo hanno respinto indietro. L’uomo ha finalmente capito perche’: uno squalo bianco di tre metri si stava dirigendo verso di loro a circa due metri di profondita’.”Sono rimasto impietrito”, ha detto Howe all’agenzia di stampa neozelandese Nzpa. ”Era ad appena due metri da me. L’acqua era cristallina e lo squalo era chiaro come il naso sulla mia faccia. Allora ho capito che i delfini avevano formato una barriera di protezione attorno a noi”.
Un altro bagnino, Matt Fleet, era in ricognizione in un gommone di salvataggio quando ha notato l’inconsueto comportamento dei delfini. Quando si e’ tuffato per raggiungere il gruppo, ha visto lo squalo e ha raggiunto gli altri dietro la ‘barriera’. I delfini hanno continuato a circondare i cinque per circa 40 minuti, continuando a battere con la coda sulla superficie dell’acqua, prima di permettere che tornassero a riva. Solo allora i due bagnini hanno rivelato alle ragazze la presenza dello squalo. L’episodio e’ avvenuto tre settimane fa, ma Howe e Fleet dicono di non averne parlato con nessuno finche’ non hanno potuto confrontare tra loro quello che avevano visto. Secondo la studiosa di mammiferi marini Rochelle Constantine, dell’universita’ di Auckland, i delfini sono sempre all’erta in presenza di squali, e la loro reazione altruistica e’ normale. ”Amano aiutare gli indifesi”, ha detto. ”Battere la coda sull’acqua e’ la loro maniera di comunicare e potrebbe essere stata una funzione di gruppo per mantenere la barriera protettiva”.
Un’altra esperta di mammiferi marini, Olga Visser del gruppo ambientalista Orca Research, ha detto che vi sono stati diversi casi nel mondo di delfini che hanno protetto dei nuotatori. ”Devono aver percepito che quei quattro erano in pericolo e sono intervenuti per proteggerli. E comunque, non e’ raro che i delfini attacchino gli squali per proteggere se stessi e la prole”
Un ulteriore esempio della “umanità” delle bestie. Leggi l'articolo »
Tempo fa ci si era giustamente
orribilmente scandalizzati per le foto fuoriuscite dal carcere statunitense di Abu Ghraib.
Ora nuovi fatti da Israele mi riconduco all’idea originale,
su che ruolo effettivamente svolgino reparti militari israeliani sul suolo iracheno.
Bene, semplicemente essi non si limitano ad addestrare i soldati usa nell’affrontare la battaglia in una città araba , (falluja assomgilgia molto al massacro di jenin…), ma completano la loro onorevole azione insegnando a questi ultimi anche come si deve organizzare un carcere militare.
Maestri di torture e macabri accanimenti contro i cadaveri.
Basta chiedere a qualsiasi palestinese
uomo
di età fra i 25 e i 50.
L’80% è stata nelle prigioni israeliane, e vista da laggiù abu ghraib al confronto pare un parco dei divertimenti.
guerrilla radio
Maestri di torture e macabri accanimenti contro i cadaveri. Leggi l'articolo »
“Israele deve abbandonare il mito che sia possibile avere pace ed occupazione al tempo stesso, che sia possibile una coesistenza pacifica tra padrone e schiavo”
Marwan Barghuthi
Free Marwan Barghuthi Leggi l'articolo »
Immagini spaventose sul quotidiano popolare Yedioth Ahronoth
Israele, gli orrori dell’esercito
abusi e scempio sui cadaveri
Episodi gravissimi di violenze perpetrate da soldati di Tsahal
Giocavano a calcio con le teste mozzate. Le foto in vendita
dal nostro inviato LEONARDO COEN
GERUSALEMME – Un ufficiale aveva scoperto i soldati mentre si accanivano sui corpi e li aveva puniti, rimproverandoli aspramente: “Non siete degli animali”. I membri di un’unità combattente che aveva appena ucciso alcuni “terroristi palestinesi”, prima disposero accuratamente in fila le loro teste tagliate, poi si misero in posa per la foto ricordo. Non pago, un soldato si fa fotografare mentre infila nella bocca di una di quelle teste la sua sigaretta appena accesa.
Dalla Valle del Giordano alla striscia di Gaza, da Hebron a Nablus: la piccola disgustosa geografia della vergogna di Tsahal – acronimo di Tsva Haganà Le Israele, cioè Armata di difesa di Israele – è apparsa oggi in prima pagina sul quotidiano conservatore Yedioth Ahronoth, il più popolare di Israele. Con immagini e titoli che gridano indignazione: “Documenti orribili”.
Altra foto ricordo, stavolta a Gaza, l’anno scorso, con cadavere di poliziotto palestinese da esibire come trofeo di guerra. Poi, le foto si vendono a mezzo Euro l’una. Il commercio è florido, vanno a ruba anche i video. Di un civile palestinese sappiamo che per sua disgrazia si era trovato troppo vicino ad un tank con la stella di David. Dal carro armato non ci pensano due volte: lo uccidono a bruciapelo. Dopo un’ispezione sul corpo, scoprono che era disarmato. Abbiamo fatto questo nel timore che ci attaccasse, si giustificheranno più tardi i soldati.
Dimenticando di aggiungere che, subito dopo, quel corpo di vittima innocente l’avevano issato su un veicolo, l’avevano portato alla base e ci avevano “giocato”.
“Abusi e torture ai danni di cadaveri palestinesi”. “Foto che testimoniano gravissimi comportamenti da parte di alcune unità dell’esercito” dice Yedioth Ahronoth. Unità scelte di combattimento: tra le più scatenate, una di quelle composte da volontari ultraortodossi. Le foto testimoniano “alcune derive” di ciò che è avvenuto nei Territori: le hanno consegnate al giornale alcuni militari “disgustati” dal comportamento dei loro commilitoni. Lo stesso meccanismo che fece conoscere al mondo le torture americane della prigione di Abu Ghraib in Iraq.
Fin da ieri, da quando cioè il quotidiano di Tel Aviv aveva anticipato la sua inchiesta, l’imbarazzo delle autorità militari era parso più che evidente: “Un caso è già sotto formale investigazione”, ha detto un portavoce di Tsahal, gli altri “verranno esaminati e, se verificati, saranno perseguiti fermamente”. Ma è stamani, a giornale in edicola – dicono sia andato letteralmente a ruba – che il capo di stato maggiore, Shaul Mofaz, ha dovuto ammettere che la mancanza di rispetto di certi militari sui corpi dei terroristi palestinesi non giova all’onore dell’esercito israeliano, “si tratta di cose terribili”, e ha annunciato l’immediata apertura di un’inchiesta “perché non si incolli questa etichetta a tutti i soldati”.
Se ne occuperà la polizia militare (Matzhak) che tra l’ottobre del 2000 e il giugno del 2004 ha avviato ben 564 indagini tutte per “violazione del codice etico” di Tsahal, sorta di codice morale cui si dovrebbe attenere il soldato israeliano.
Lo rivelò il 7 agosto scorso Menachem Finkelstein, l’avvocato generale presso la Procura militare, dicendo che 80 di questi procedimenti erano finiti davanti alla corte e quasi tutti si erano conclusi con esemplari condanne. Ma il fatto che se ne occuperà la magistratura militare non basta, protestano da sinistra. Il deputato laburista Matan Vilnai, peraltro ex generale, pretende un’immediata sessione speciale della Knesset, il parlamento.
L’opinione pubblica è sconcertata, scandalizzata, sotto shock. Ci si domanda quale possa essere la reale dimensione del fenomeno e come mai tali comportamenti siano stati tollerati dalle gerarchie di comando. Poche settimane fa un capitano della brigata Givati, ad un valico della striscia di Gaza, crivellò di colpi – ben ventuno – una ragazzina di tredici anni, la studentessa Imam al-Ams, rea di aver posato a terra, per un attimo, il pesante zainetto. Tornava da scuola: colpita al ventre e alla testa, era ancora viva, e forse si sarebbe salvata.
Ma l’ufficiale l’ha giustiziata freddamente, con una ferocia ed un fanatismo che hanno sconvolto gli altri soldati. Sono stati loro a denunciare il capitano.
Yedioth Ahronoth afferma di aver voluto informare l’opinione pubblica che sovente non è al corrente di certe cose, perché è venuto il momento di sapere; e aggiunge anche non di aver voluto sfruttare quella morbosità del male che sembra aver contagiato parecchia gente: ne è riprova il boom dei contatti in Rete per i siti che mostrano le varie esecuzioni degli ostaggi in Iraq. Non importa se poi, alla fine, le autorità militari israeliane cercheranno di soffocare lo scandalo dicendo che si è trattato di episodi marginali, circoscritti e puniti severamente: “Ci vuole tolleranza zero”, tuona l’ex generale Vilnai, anche uno solo di questi episodi getta ombre inquietanti su “come opera Israele nei Territori”, e delegittima la sua politica. Un danno di proporzioni incalcolabili: per questo bisogna trattare ogni caso “con immediata e assoluta severità”.
www.repubblica.it
violenze estreme da soldati di Tsahal: calcio coi morti Leggi l'articolo »
…per Martin Rees, un autorevole esperto di cosmologia e astrofisica, c’è solo una probabilità su due che la razza umana arrivi al prossimo secolo. Rees ricorda che il nostro pianeta è già incorso in cinque cicli di estinzione, la più celebre delle quali, 5 milioni di anni fa, fece sparire i dinosauri. E ora, conclude, l’homo sapiens sta approntando una sesta estinzione: la propria…
Quel che imparo ogni giorno
è quel che un albatro ferito ha infierito qui sulla mia spalla.
Che la memoria del’uomo è troppo corta,
e che è offuscata da ingordigia e brama di conquista.
Semmai non potremmo più ripercorre i passi della Storia che dovrebbe farci da monito sui nostri errori,
spero che almeno siano coscienti i nostri governanti dei passi che verso il futuro ci spingono all’autodistruzione.
Guerrilla radio
“Oggi, dopo il lampo di Hiroshima, non è più possibile difendersi con la guerra. L’esplosione atomica, spartiacque nella specie umana, ha posto fine per sempre alle regole del vecchio realismo politico secondo cui, per dirimere i conflitti, diventa indispensabile l’uso della forza. Da quel tragico fungo nucleare, è finita l’epoca della guerra giusta. Nulla può essere più come prima. Ogni guerra è divenuta iniqua.”
-Tonino Bello –
Verbali fedeli
“Qualcosa da dichiarare?” E’ la classica domanda al
momento in cui viene fatta contravvenzione. E sul
verbale e’ stata fedelmente trascritta la dichiarazione
dell’automobilista indisciplinato (che aveva appena
calcolato di essere sceso a quota 18 punti della patente):
“Ho sempre piu’ punti dell’Inter”.
(Fonte: www.Tgcom.it
avere più punti dell’inter Leggi l'articolo »
Meglio una canna che ricadere nel tunnel dell’eroina. E’ a
grandi linee questa la motivazione addotta da un giudice
di Varese, che ha accolto la richiesta formulata
dall’avvocato di un ex tossicodipendente da eroina.
Secondo il giudice detenere e consumare marijuana puo’
non essere reato se fatto a fini preventivi-curativi, ovvero
per evitare di ricadere nella droga pesante.
(Fonte: www.Tgcom.it
Meglio una canna che ricadere nel tunnel dell’eroina Leggi l'articolo »