Novembre 2004

Rognoni: dai magistrati un appello credibile: VIRGINIO ROGNONI

LA LETTERA
Rognoni: dai magistrati un appello credibile
di VIRGINIO ROGNONI*
 
 da

www.Corriere.it

 – 24 novembre 2004

Ho ricevuto la lettera firmata da così numerosi magistrati, inclusi Capi di Corte e di Uffici giudiziari di grande importanza, per cui mi pare doveroso rispondere. «Siamo magistrati della Repubblica Italiana. Siamo impegnati ogni giorno in condizioni difficili, nel compito di applicare la legge, dirimere le controversie dei cittadini, accertare le responsabilità delle persone accusate di delitto. Decidiamo della libertà delle persone, dei loro beni, della tutela dei diritti».
Questo, l’inizio della lettera dei magistrati; la forma severa, quasi solenne – che certamente colpisce – dipende dal fatto che subito è posto il problema del magistrato, del suo delicatissimo compito, della estrema rilevanza per la convivenza civile della funzione giurisdizionale: la legge che vincola ed il magistrato che deve interpretarla e applicarla al caso concreto; in gioco la libertà, la sicurezza e i beni dei cittadini.
C’è qui in questo « incipit », così formale e severo, il richiamo indubbio alla «autorevolezza» che la giustizia deve avere in sé e nella percezione della gente, per cui si giustifica il successivo, accorato appello a rendere congruo e forte questo fondamentale servizio.
Ma i magistrati sono anche i primi a mettersi in discussione. «Siamo consapevoli – essi dicono – che spesso le decisioni arrivano troppo tardi e non sempre i bisogni e le aspettative di giustizia sono soddisfatti». E’ chiaro che qui è implicata la loro professionalità, la loro intelligenza, la loro cultura, non ultime ragioni della loro autonomia e indipendenza.
Ma proprio perché si mettono in discussione diventa più credibile il loro appello, nutrito della quotidiana esperienza, perché, chi vi deve provvedere, provveda, con costante lettura dell’occorrente, ai mezzi necessari per rendere adeguato il servizio giustizia.
Ma al di là della richiesta di una più efficiente organizzazione e adeguato funzionamento del servizio, per la cui impresa il Csm si sente coinvolto nella promozione di una cultura anche manageriale dei Capi degli Uffici, c’è, nell’appello dei magistrati, anche la richiesta a Governo e Parlamento per interventi di riforma sulle procedure e sui codici.
Il male oscuro della giustizia italiana, e cioè la durata interminabile del processo, trova la sua causa principale nella legge processuale: qui è lo snodo essenziale di una politica riformatrice per la qualità del servizio e, non a caso, questa è la prospettiva che il Csm ha, con insistenza, suggerito, anche con la Relazione al Parlamento sullo stato della giustizia per l’anno 2001, espressamente dedicata al tema dell’efficacia e dei tempi della giurisdizione.
Ecco perché nel parere che il Csm ha dato sulla proposta di legge-delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario, si è avuto cura di avvertire come questa legge, pur necessaria e prevista dalla stessa Costituzione (VII disposizione transitoria) non affronta e non può affrontare i temi decisivi di una riforma della giustizia. E sul merito di questa proposta di legge, i magistrati, e non solo i magistrati, conoscono il parere assai critico che il Csm ha espresso soprattutto per la vulnerabilità che sembra investire l’impianto costituzionale del sistema giudiziario (compreso l’indebolimento di prerogative dello stesso Csm) e per la farraginosità di meccanismi concorsuali che potrebbe rendere assolutamente ingestibile la macchina giudiziaria.
Ma di questo parere troppo volte si è parlato e non mette conto di ripetersi. Piuttosto, è opportuno cogliere lo spirito che mi pare orienti la lettera dei magistrati in un momento così difficile e preoccupante, caratterizzato, come è, da proteste – qualunque possa esserne la valutazione – anche da parte di altri operatori della giustizia e da critiche assai severe di studiosi e giuristi.
Lo spirito che orienta la denuncia dei magistrati mi pare, infatti, possa essere considerato, in uno scenario nuovo, dove fossero rimosse pregiudiziali e chiusure, come una risorsa per il Paese, una risorsa preziosa.
* vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura

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sciopero dall’Associazione Nazionale Magistrati

Cosa avrebbe pensato LORO della riforma(???) della giustizia presentata dal governo al parlamento  in questi giorni??? 
guerrilla radio

www.CENTOMOVIMENTI.com
 NEWS – 23 NOVEMBRE 2004

Domani lo sciopero dell’Anm. La società civile dalla parte dei Giudici
 


La Magistratura italiana si fermerà domani per protestare contro il nuovo ordinamento giudiziario. L’astensione, già nell’aria da diverse settimane, era stata confermata dall’Associazione Nazionale Magistrati lo scorso 11 novembre, a poche ore di distanza dall’approvazione della Riforma da parte del Senato.
“Il Governo ha dimostrato una totale chiusura di fronte agli appelli al dialogo e alla unanime critica degli operatori della giustizia e del mondo accademico – si leggeva in una nota dell’Anm – il Ministro Castelli ha fatto passare una riforma davvero epocale, ma solo perché peggiorerà il funzionamento della giustizia e diminuirà le garanzie dei cittadini”.

In occasione dello sciopero, i Giudici potranno contare sul sostegno e sulla solidarietà della società civile, che ha organizzato molteplici iniziative di protesta contro i progetti della Casa delle Libertà.
Il Coordinamento delle Associazioni e dei Movimenti Milanesi per la Giustizia ha deciso di organizzare un sit-in davanti al Palazzo di Giustizia del capoluogo lombardo, invitando i cittadini a presentarsi in Corso di Porta Vittoria alle ore 18 con una candela, un lumino o una fiaccola.
“Porta una luce di speranza, una luce di impegno, una luce di democrazia – si legge in una nota de Le Girandole – sentiamo il bisogno di esprimere il nostro dissenso da queste scelte e il nostro impegno perché si possa aprire una stagione nuova che, nell’interesse generale, riprenda il percorso delle riforme vere e necessarie, quelle che non guardano agli interessi o ai processi particolari – dei singoli e dei potenti – e che invece siano una garanzia per tutti i cittadini”.

In prima linea anche la città Genova, dove alle 17 e trenta si terrà una “Passeggiata Civile contro gli attacchi intimidatori verso i Magistrati e contro la Riforma dell’ordinamento giudiziario, a tutela dell’autonomia e indipendenza della Magistratura”. L’appuntamento è in Galleria Mazzini, lato Teatro Carlo Felice.
L’iniziativa è promossa da Comitato Promotore dell’Appello Sansa, dal Comitato per lo Stato di Diritto e dal Movimento Università Opinione.
Il giorno seguente, giovedì 25, si terrà invece un convegno (ore 20,45) sul tema della Giustizia a Milano, presso la Casa della Cultura di Via Borgogna. Saranno presenti, tra gli altri, anche il Magistrato Claudio Castelli e il professor Carlo Smuraglia.

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storie di cani

La prima, a Roma. Un bimbo affetto da autismo si era
allontanato dai genitori perdendosi: il suo pastore
maremmano lo ha riportato a casa sano e salvo.
La seconda a Washington, dove, chiamando il 911
(l’equivalente del nostro 118), un rottweiler ha salvato la
vita alla propria padrona, che s’era sentita male e aveva
perso conoscenza. Il cane era gia’ stato addestrato a
chiedere aiuto sollevando il ricevitore e schiacciando col
naso un tasto di chiamata d’emergenza.
E, per rimanere in tema cinofilo, una notizia
dall’Inghilterra: messo a punto un tapis roulant per cani
che desiderano combattere l’obesita’ assieme ai loro
padroni.

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Le condanne a morte negli Stati Uniti sono crollate del 50

Le condanne a morte negli Stati Uniti sono crollate del
50% negli ultimi cinque anni e nel 2003 hanno raggiunto
il minimo storico dal 1976, quando la pena capitale e’
stata reintrodotta negli Usa. Tra i motivi va segnalato il
fatto che le giurie popolari sono fortemente influenzate
dalle continue rivelazioni sugli errori giudiziari e sul
numero sempre crescente di casi di innocenti (soprattutto
neri) finiti nel braccio della morte.
Fonte: www.Santegidio.org

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gli attici perduti (e ritrovati da Bondi) di Tanzi

Bondi, sei tutti noi Sono stati ritrovati alcuni pezzi del tesoro segreto di
Tanzi. Un miliardo e duecento milioni di dollari (una
cosa tipo un paio di milioni di miliardi di lire) fatti
sparire nei paradisi fiscali (si riuscira’ a metterci le mani
sopra?), un panfilo di trenta metri nascosto bello
incellofanato in un cantiere navale di La Spezia, e atti di
proprieta’ per un numero imprecisato (che da Repubblica
viene definito “impressionante”) di appartamenti, tutti
nella quotatissima stazione sciistica di Chamonix, in
Francia.
E la bestia giurava di non aver messo via niente. E
adesso se ne sta a casa sua al caldo. Ma soffre per tutti
quegli attici perduti

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“Senza Pace”, di David Hirst: Arafat parla alle Nazioni Unite

 tratto dal libro
“Senza Pace”, di David Hirst,

ed. Nuovi Mondi Media

– Arafat parla alle Nazioni Unite –

 

[.] Con il suo nuovo primo ministro, Yitzhak Rabin, il
governo israeliano trovo’ tutti i pretesti che voleva per
applicare la linea dura. Ma’alot aveva dimostrato che,
nonostante tutte le sue pose umanitarie, lo scopo di Arafat
era malvagio come sempre: distruggere Israele. Non c’era
percio’ alcun bisogno che Israele cambiasse la propria linea
politica. Non avrebbe riconosciuto l’esistenza di un “popolo
palestinese” e tanto meno il diritto dell’OLP di
rappresentarlo. Uno stato della Palestina sarebbe equivalso a
una “bomba a orologeria”. Non meno del 70,8% della
popolazione d’Israele era d’accordo con lui; erano contrari a
un tale stato persino nel quadro di una pace generale.

L’intransigenza israeliana appariva pero’ sempre piu’
irrealistica. La colombe continuavano a farlo notare. Pochi
israeliani, diceva uno di loro, potevano ancora sostenere che
non esistesse un “problema palestinese”. “Eppure la
maggioranza spera ancora che, non pensandoci,
semplicemente scompaia, che la terra si apra per magia e
ingoi tutti i palestinesi”. Il tempo, ammoniva, non era dalla
parte di Israele, che un giorno “si sarebbe svegliato e avrebbe
trovato i palestinesi al tavolo dei negoziati che gli piacesse o
meno”. Anche il mondo esterno faceva notare le stesse cose.
Anzi, era la’, nell’arena diplomatica internazionale, che
Arafat stava per conseguire una serie di successi spettacolari
che avrebbero rafforzato, e totalmente eclissato, quelli
militari… spingendo ancor piu’ sullo sfondo la guerra civile
minacciata da Abu Nidal. Il forum fondamentale furono le
Nazioni Unite.

Nel 1947, con il voto dell’Assemblea Generale in favore
della suddivisione, i sionisti avevano conseguito una famosa
vittoria, che descrivevano come il documento che
riconosceva la legittimita’ d’Israele. Eppure, pur essendo un
verdetto grottescamente sbilanciato in loro favore, ne
violavano sistematicamente quelle norme che tentavano di
salvaguardare i diritti dei palestinesi. Percio’, se esisteva una
qualche legittimita’ internazionale con la quale i palestinesi
potevano sostenere la propria causa e rafforzare la propria
posizione nel processo di pace, era l’ONU che doveva
fornirla. Avevano cercato una definizione dei propri diritti…
e avevano fatto notevoli progressi.

Nel 1947 l’ONU, un organismo molto piu’ piccolo e
dominato dall’Occidente rispetto a cio’ che sarebbe diventata
in seguito, era prevenuta in favore di Israele; ora le cose
erano cambiate; la causa palestinese beneficiava
automaticamente dei voti del blocco afro-asiatico.
L’obiettivo principale dei palestinesi era ottenere il
riconoscimento non solo come profughi meritevoli d’aiuto
per motivi umanitari, ma come un popolo con aspirazioni
politiche. Cosi’, nel 1969, l’Assemblea Generale affermo’
per la prima volta il diritto del “popolo della Palestina” alla
“autodeterminazione”; la negazione di quel diritto, diceva,
era alla radice dell’intero problema dei profughi. Cio’ fu
ribadito, con enfasi crescente, negli anni successivi, finche’,
nel 1973, l’Assemblea stabili’ un chiaro nesso tra
l’autodeterminazione e il diritto a tornare, con quest’ultimo
indicato come un presupposto “indispensabile” per la prima.
Il riconoscimento dei “diritti” era accompagnato dal
riconoscimento del diritto a “lottare” per ottenerli.
Analogamente, in una risoluzione del 1970, i palestinesi
erano stati classificati, insieme a vari popoli dell’Africa
meridionale, come vittime di una “dominazione coloniale e
straniera” e, in quanto tali, autorizzate a ripristinare i propri
diritti “con ogni mezzo a loro disposizione”.

Il punto culminante doveva ancora essere raggiunto.
L’Assemblea Generale dell’ONU decise, per la prima volta
dal 1952, di discutere in forma solenne la “Questione
Palestinese” e invito’ l’OLP a parteciparvi in qualita’ di
rappresentante del popolo palestinese. Quel culmine era stato
opportunamente preannunciato. Nel 1947 la Francia aveva
votato per la suddivisione, divenendo uno dei piu’ fedeli
amici di Israele nei primi anni della sua esistenza. Ma
quando, nell’ottobre 1974, il suo ministro degli Esteri Jean
Sauvagnargues si reco’ in visita ufficiale in Libano, si senti’
in dovere di fare colazione con Yasser Arafat. In seguito,
pare avesse confidato che Arafat stava acquisendo “la statura
di uno statista”; era un “moderato” che “rappresenta, incarna,
le aspirazioni dei palestinesi”.
Quel pasto intimo, consumato nella residenza
dell’ambasciatore francese, inizio’ e fini’ con
l’accompagnamento dei boati sonici dei caccia israeliani che
sorvolavano la citta’… a quanto pareva in un gesto di stizza
per quello che equivaleva al primo riconoscimento ufficiale
dell’OLP da parte di una potenza occidentale.
Pochi giorni dopo ci fu “un banchetto di nozze per i
palestinesi”. E’ cosi’ che Arafat descrisse il summit arabo a
Rabat. Ai suoi occhi, il trono hascemita era secondo soltanto
a Israele come strumento delle disgrazie palestinesi. A Rabat,
re Hussein si piego’ alle schiaccianti pressioni arabe e
rinuncio’ a meta’ del suo regno, cedendo, giuridicamente,
all’OLP la Cisgiordania e Gerusalemme che aveva perduto,
fisicamente, in favore degli israeliani nel 1967. Fu una
vittoria diplomatica che vendico’ lo sconfitta militare del
Settembre Nero 1970.

L’apoteosi di Arafat – due settimane dopo sul podio
dell’Assemblea Generale dell’ONU – fu assaporata da tutti i
palestinesi, sia favorevoli che contrari alla pacificazione,
come un momento di vera dolce vendetta. Non soltanto – con
buona pace di Golda Meir – i palestinesi esistevano, ma ecco
che il loro leader, parlando al mondo, riceveva quel tipo di
attenzione appassionata che nessuno statista in visita, per
quanto illustre o discusso, aveva mai ottenuto prima di lui.
Giornalisti arabi riferirono da New York che l’uomo che,
dieci anni prima, aveva iniziato a varcare di soppiatto le
frontiere israeliane in missioni di sabotaggio che erano
passate quasi inosservate, ora stava allestendo l’operazione
piu’ spettacolare della propria carriera. New York infatti,
contando piu’ ebrei dello stesso Israele, era senz’altro
territorio nemico. Arafat, disse un leader ebraico, era
considerato la’ con quel tipo di odio riservato un tempo a
Hitler; l’atmosfera, prima del suo arrivo, generava “quello
stesso tipo di solidarieta’ di quando scoppia una guerra”.

Un’enorme manifestazione lo precedette. A decine di
migliaia si radunarono in piazza Hammarskjöld, all’ombra
del palazzo dell’ONU, per ascoltare i leader israeliani che
denunciavano l’affronto che stava per essere perpetrato. Li
capeggiavano senatori e deputati di New York e di una
mezza dozzina di altri stati, consiglieri comunali, il sindaco,
funzionari statali, leader sindacali e la maggior parte dei
candidati alle imminenti elezioni newyorchesi: tale e’
l’importanza di Israele nella politica interna americana. I
manifestanti, ebrei e gentili, bianchi e neri, recavano cartelli
con scritte come: “L’ONU diventa un forum del terrorismo”;
“L’OLP e’ una multinazionale dell’omicidio”; “Ci rifiutiamo
di stringere la mano insanguinata dell’OLP”. Tra gli oratori,
il senatore Henry Jackson, campione della comunita’ ebraica
sovietica, si merito’ l’applauso piu’ caloroso. La decisione
dell’ONU di riconoscere l’OLP, dichiaro’, “minaccia le gia’
pallide prospettive di pace. Le Nazioni Unite puzzano di
ricatto”.

Un altro oratore, che parlava per la federazione sindacale
AFL-CIO, esorto’ ad attuare un embargo americano del
“petrolio arabo avvelenato”. Sostenne che gli alleati europei
dell’America si erano gia’ “arresi” agli arabi. Le proteste
presero anche una piega violenta. Militanti della Lega di
Difesa Ebraica del rabbino Meir Kahan, invasero gli uffici
cittadini dell’OLP su Park Avenue e colpirono il
vicedirettore con un tubo di piombo. Russell Kellner, il
“dirigente operativo” della Lega, convoco’ una conferenza
stampa e, con una pistola sul tavolo dinanzi a lui, annuncio’
che non c’era posto a New York per gli “assassini” dell’OLP
e che “uomini addestrati” avrebbero provveduto a che
“Arafat e i suoi luogotenenti non lascino New York vivi”.

Normalmente, in un assolato pomeriggio autunnale, nel
palazzo dell’ONU si accalcano dai quattro ai cinquemila
visitatori. I newyorchesi passeggiano nei giardini che si
estendono lungo l’East River per diciotto acri, godendosi i
crisantemi o le ultime rose estive. Famiglie venute dalla
periferia scendono nel seminterrato a fare un giro per i
negozi di articoli da regalo mentre i turisti compiono la visita
guidata. Ma non l’11 e 12 novembre 1974… quel fine
settimana l’intero complesso era ermeticamente chiuso al
mondo esterno. Arafat, il cui discorso all’Assemblea
Generale era previsto per lunedi’ 13, era sorvegliato dal
servizio di sicurezza piu’ rigoroso della storia dell’ONU.
Due elicotteri dell’esercito statunitense l’avevano
accompagnato li’, con il suo gruppo, dall’aeroporto; mentre
lo depositavano all’interno del recinto, altri elicotteri
pattugliavano dall’alto, mentre le lance percorrevano l’East
River, i tiratori scelti facevano la guardia dagli edifici piu’
alti e centinaia di poliziotti newyorchesi e Guardie Federali
addetti alla sorveglianza presidiavano barricate di legno giu’
nelle strade.

Poco prima di mezzogiorno, Arafat fece il suo ingresso
all’Assemblea Generale e i presenti si alzarono in piedi per
acclamarlo. Soltanto la delegazione americana rimase seduta.
L’aula era stracolma; solo due gruppi di sedili erano vuoti,
quelli degli israeliani, che non se la sentivano di assistere a
questo trionfo palestinese, e quelli dei sudafricani, sospesi
dall’Assemblea la sera prima. Arafat fu scortato fino al podio
dal capo del protocollo e sedette sulla poltrona di pelle
bianca riservata ai capi di stato. Con una procedura applicata
soltanto una volta prima di allora – e niente di meno che per
il papa – divenne il primo leader di un “movimento di
liberazione nazionale” a ricevere un simile onore. Lui pero’
fece ben poco per affettare il contegno di un capo di stato.
Indossava, come sempre, la solita keffiya a quadri, i
pantaloni cascanti, la camicia aperta sul collo e una giacca di
cattivo taglio. E quando, per ringraziare dell’applauso, alzo’
le braccia in un saluto rivoluzionario, mostro’ la fondina che
aveva al fianco. Per una volta pero’, a quanto pareva, si era
almeno rasato a dovere e, si affermo’, la fondina era vuota.

In senso figurato, pero’, ne’ lui ne’ la gente che
rappresentava avevano abbandonato le armi… sebbene
attendessero con ansia il giorno in cui avrebbero potuto farlo.
“Sono venuto portando un ramoscello d’ulivo e il fucile di un
combattente per la liberta’. Non lasciate che il ramoscello
d’ulivo mi cada di mano”. Con questo appello concluse il
suo discorso di cento minuti, nel corso del quale si era
soffermato amorevolmente sulla sua “Palestina di domani”,
sul suo Stato Democratico per musulmani, cristiani ed ebrei.
L’aveva definito il suo “sogno” e aveva invitato gli ebrei che
ora vivevano in Palestina, tutti quanti, ad abbandonare
l’ideologia sionista, che offriva loro soltanto un perpetuo
spargimento di sangue, per condividere il suo sogno.

Il discorso – e le successive risoluzioni dell’ONU in favore
dell’OLP – furono accolte, dagli israeliani e dai loro
sostenitori, con la stessa cieca furia con cui era stata accolta
dagli arabi, ventisette anni prima, la suddivisione della
Palestina. Dall’ambasciatore israeliano all’ONU giunse una
tirata di rara violenza non soltanto contro la banda di “brutali
assassini” di Arafat, che aveva gettato l’ONU in una
“Sodoma e Gomorra di ideali e valori”, ma contro la
comunita’ internazionale che, in “giorni di degrado e
disgrazia, di resa e umiliazione”, gli aveva permesso di farlo.
Per il ministro degli Esteri, “la voce di Arafat era, e rimane,
la voce del terrorismo indiscriminato, la voce del fucile, che
non ha nulla del ramoscello d’ulivo della pace”.
Il ministro non si lasciava ingannare dalla garbata retorica. E
nemmeno la stampa israeliana. Era ovvio, dicevano i
commentatori, che un qualsivoglia Stato della Palestina in
Cisgiordania o a Gaza non sarebbe stato altro che un
trampolino per riprendere la guerra contro un Israele
opportunamente ridotto alle sue dimensioni precedenti, piu’
vulnerabili. “Nessuna persona ragionevole – se ce n’e’
rimasta qualcuna in un mondo assetato di petrolio – puo’
chiederci di cedere quelle regioni all’OLP, a meno che non si
aspetti che Israele si suicidi”.

Ma dove gli israeliani vedevano soltanto la reiterazione, in
una forma ingannevole, di un’ortodossia intransigente, i
palestinesi, e il particolare quelli della Cisgiordania,
vedevano un’ulteriore prova della moderazione successiva
alla guerra di ottobre. Il “sogno” di Arafat era l’unica cosa
che gli israeliani notavano; l’obiettivo pratico, immediato
che proponeva, l'”autorita’ nazionale”, era cio’ che contava
per loro. Gli israeliani vedevano soltanto il fucile; i
palestinesi vedevano il ramoscello d’ulivo. Per la maggior
parte dei palestinesi, il “sogno” era semplicemente un
eufemismo per indicare l’obiettivo della liberazione totale.
Era ovvio che Arafat dovesse ricorrervi per ammansire
“quelli del rifiuto”, convinti che la Rivoluzione Fino alla
Vittoria, la continua lotta armata, fosse l’unico modo di
cambiare la natura d’Israele, l’unico modo per raggiungere
quell’obiettivo che un Arafat di recente divenuto “moderato”
e un inflessibile George Habash avevano ancora
ufficialmente in comune.

In realta’, pero’, la costituzione di uno Stato della Palestina
poteva significare soltanto che la lotta, se fosse continuata,
sarebbe stata pacifica e politica. Un accomodamento finale in
Medio Oriente avrebbe messo al bando la violenza. Garanzie
ferree sarebbero dovute venire da tutte le parti, e non da
ultimo dai fedayin, i quali, negli ultimi dieci anni, avevano
combattuto ed erano morti nella convinzione che la violenza,
o la contro-violenza rivoluzionaria, come la consideravano,
fosse l’unica salvezza per il loro popolo. Molti palestinesi,
soprattutto in Cisgiordania, lo capivano e l’accettavano. “La
Palestina democratica”, diceva il direttore del giornale
militante di Gerusalemme al-Fajr, “e’ un sogno anche per
noi, ma crediamo che gli stati arabo ed ebreo in Palestina
possano fondersi in un’unica nazione soltanto mediante un
processo politico graduale”.
Era anche largamente accettato che quello potesse essere il
traguardo ultimo del sionismo al contrario, che cio’ che
Arafat postulava come una fase transitoria di durata
indefinita potesse in realta’ essere quella definitiva. “Nel piu’
profondo”, diceva un professore dell’universita’ Bir Zeit,
“l’80% di noi lo capisce. Per noi e’ molto difficile dire addio
a cio’ che e’ nostro – Haifa, Giaffa e gran parte di
Gerusalemme – ma stiamo effettivamente dicendo agli
israeliani che siamo pronti a farlo. Stiamo dicendo che non
vogliamo piu’ scacciarli dalla terra da cui loro ci hanno
scacciato. Alcuni di noi vorrebbero ancora farlo, ma non
sono la voce dominante. In cambio, pero’, gli israeliani si
devono ritirare almeno da tutti i territori occupati nel 1967.
Non e’ possibile niente di meno. Devono rendersene conto”.

Ma non se ne resero conto. Per di piu’, il professore non si
aspettava davvero che lo facessero. Se gli israeliani non
vedevano alcun cambiamento nei palestinesi, lui, come la
maggioranza dei suoi compatrioti, certamente scorgeva ben
pochi cambiamenti in loro. In teoria, Arafat teneva ancora in
mano il suo ramoscello d’ulivo, ma questo ben presto
appassi’ nell’abbandono. Gli arabi capirono che gli israeliani
erano congenitamente incapaci di abbandonare la politica
della forza sulla quale avevano sempre fatto affidamento.
Quanto piu’ diventava palese la rinascita dei palestinesi, con
tanta maggiore ostinazione si rifiutavano di riconoscerlo. I
vignettisti ritraevano ora Israele come l’uomo che si mette le
dita nelle orecchie e si rifiuta di ascoltare. Il suo “rifiuto di
accettare la realta’”, la sua “perseveranza nell’assurdo”
divennero temi dominanti degli editorialisti. Era un
atteggiamento spavaldo che trovavano tanto piu’
rimarchevole in quanto, per come la vedevano, Israele
semplicemente non disponeva delle risorse per sostenerlo.
Tutto stava a dimostrare, dicevano, che, quale che fosse la
situazione strettamente militare, il sottostante equilibrio di
poteri si spostava continuamente in favore degli arabi.

Dalla Guerra di Ottobre, diceva un giornale di Beirut,
“l’intera entita’ sionista si e’ trovata in uno stato di crisi
permanente che e’ ormai quasi fuori controllo”. Israele,
diceva un altro, non si poteva aspettare di vivere come un
“organismo estraneo” nella sua regione piu’ di quanto la
Rodesia o il Sudafrica potessero fare nelle loro. Ma
avvertivano che Israele avrebbe probabilmente cercato di
capovolgere la situazione a danno degli arabi in un campo,
quello militare, dove aveva ancora la possibilita’ di farlo. Un
simile tentativo, facevano notare, sarebbe stato irrazionale
dal momento che la principale ragione delle difficolta’
israeliane presenti erano le conseguenze economiche,
diplomatiche e psicologiche dell’ultima guerra. Ma nella
mente degli arabi stava prendendo piede anche l’immagine di
un nemico prossimo all’isteria, di un Israele in rotta, di uno
stato-fortezza assediato che si preparava a morire con la
spada grazie alla quale era nato.

Nel periodo immediatamente successivo alla Guerra di
Ottobre, che le fortune potessero cambiare in Medio Oriente
non appariva poi una visione cosi’ follemente irrealistica. Ma
in breve si dimostro’ tale. A onor del vero, c’erano sintomi
sufficienti di declino in Israele e nelle forze che lo
sostenevano, un declino che, se non fosse stato arrestato, si
sarebbe da ultimo dimostrato fatale per l’intera impresa
sionista. Per il presente, tuttavia, Israele era in grado non
solo di raddrizzare le proprie sorti, in relazione a palestinesi
e arabi, ma di innalzarle a un livello di controllo sul proprio
ambiente mai raggiunto prima. Quella visione trascurava
infatti la deplorevole condizione, temporaneamente oscurata
dalla Guerra di Ottobre, in cui gli arabi stessi erano
sprofondati.

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IL BEDUINO sceicco Gheddafi e il cavaliere Berlusconi

IL BEDUINO E IL CAVALIERE

Luciano Ardesi

L’11 ottobre, una decisione del Consiglio europeo dei ministri degli esteri ha archiviato le sanzioni contro la Libia. Una congiuntura internazionale favorevole e il timore italiano per l’immigrazione irregolare hanno consentito a Gheddafi di capitalizzare il proprio cambiamento di rotta in politica estera.

Tra l’estate e l’inizio dell’autunno si è assistito ad una sorta di gara tra gli Stati Uniti e l’Unione europea a chi per primo toglieva le sanzioni. Il presidente americano Bush ha definitivamente cancellato l’embargo commerciale alla Libia, precedendo di un soffio la decisione dell’Ue. Si è ripetuta così la competizione per ottenere dalla Libia il risarcimento per gli attentati degli anni ’80, competizione nella quale la Libia ha decisamente optato per gli Usa.

Impantanato in Iraq, senza più strategia in Medio Oriente e impegnato nella campagna elettorale, Bush ha abbandonato il sogno di un progetto complessivo per il mondo arabo, ma continua la sua politica di penetrazione nei mercati arabi. Con l’entrata a tutto campo delle multinazionali Usa in Libia, il gioco, anche per l’Italia che parte da una posizione privilegiata, si fa più animato. Poco importa, a questo fine, se una parte dell’amministrazione americana non comunica con l’altra. Il dipartimento di stato continua infatti a mantenere la Libia nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo: non a caso, è rimasto l’embargo sulle armi.

Forse anche per questo la proposta italiana di togliere l’embargo commerciale, ma non quello delle armi, è stata alla fine superata di fronte alla rapidità della risposta americana e malgrado le reticenze dei paesi scandinavi. L’Ue ha infatti decretato l’annullamento delle misure prese nel 1986 dopo l’attentato in una discoteca di Berlino. Le imprese europee non hanno mai fatto mistero di attendere questo momento per riprendere la vendita di armamenti; del resto hanno già pronto il loro catalogo.

Con il prezzo del petrolio ormai stabilmente al di sopra dei 50 dollari al barile, la Libia è sicuramente un paese solvibile. Gheddafi può quindi acquistare quelle armi che gli consentono di diventare effettivo protagonista nel continente africano, intervenendo nei conflitti regionali con forze di interposizione. In tal modo la svolta in politica estera che lo ha allontanato dal mondo arabo, dal quale ha ricevuto solo delusioni, per inserirlo nel gioco continentale assumerà concretezza e credibilità. A questo puntava il leader della Jamahiriya quando ha rinunciato platealmente a quelle armi di distruzione di massa che non aveva mai posseduto e che non gli sarebbero mai servite per i suoi sogni di grandezza.

È in questo quadro, piuttosto complesso, che si inserisce la politica italiana degli ultimi mesi. È stata questa straordinaria congiuntura a consentirle finalmente di agguantare un successo dopo anni di messa in scena con scarsi esiti. L’ormai ricorrente tragedia degli immigrati irregolari che a ondate arrivano sulle nostre coste ha propiziato gli ultimi accordi. Finora le intese dirette a costringere Tripoli a prendere misure concrete per controllare i migranti che partono dalle sue sponde si erano scontrate con la richiesta libica di mezzi per farvi fronte. Ma i mezzi di trasporto e di sorveglianza, anche se non dotati di armamento, incappavano comunque nell’embargo americano ed europeo, anche dopo la fine delle sanzioni dell’Onu.

Da semplice questione bilaterale, il problema dell’immigrazione ha coinvolto l’insieme dei rapporti tra la Libia e il mondo occidentale

Alla base di tutta l’operazione rimane l’idea che l’immigrazione sia un problema di polizia. La storia, sia recente che antica, smentisce questo presupposto, ma è opportuno che qualcosa di nuovo e di diverso venga fatto. È chiaro che è indispensabile accogliere con umanità e dignità coloro che sono comunque approdati sulle nostre coste. Quello che abbiamo intravisto a Lampedusa – dai centri di… (come definirli? pochi hanno avuto modo di entrarci) alle manette, a coloro che sono imbarcati sugli aerei militari – non è degno di un paese democratico.

Ma è altrettanto chiaro che non basta accogliere i “fortunati” che riescono ad arrivare sulle nostre coste: bisogna soprattutto fermare coloro che organizzano questo commercio, bisogna impedire che il canale di Sicilia diventi la tomba di migliaia di persone gettate a mare. L’Italia pensa di cavarsela obbligando la Libia a non far partire le imbarcazioni che partono dalle sue coste; la Libia, a sua volta, chiede all’Italia di aiutarla, dotandola di mezzi adeguati, a pattugliare le proprie frontiere.

S’invoca poi la cooperazione allo sviluppo. Ma con i tempi che corrono, con “i tagli” alla finanziaria (speriamo che il Miniculpop berlusconiano ci dica con quale parola dobbiamo rimpiazzare “cooperazione”, che sembra essere ormai proibita), è pura fantasia che l’Italia possa avere un ruolo significativo da svolgere su questo versante. Nel gioco tra l’Italia e la Libia saranno comunque gli immigrati a perdere. A parte il commercio, armi incluse, l’Europa sta a guardare, o meglio restringe ancora di più il diritto d’asilo. Chissà se qualcuno spiegherà ai tanti respinti nel mucchio, ai tanti a cui viene negata la possibilità di costruirsi una vita dignitosa, che queste sono le nostre radici… cristiane?!

All’Italia interessa anche la partita di altri immigrati, quelli italiani arrivati in Libia con la conquista coloniale: quei 20mila espulsi nel 1970, da un giorno all’altro, e che ora avranno il visto per rivedere i luoghi dove sono nati e dove hanno vissuto. Il giorno scelto da Berlusconi per aprire il rubinetto del gas, il 7 ottobre, il giorno che il regime di Gheddafi aveva chiamato “il giorno della vendetta”, dell’espulsione insomma, non poteva essere meglio scelto per voltare la pagina della storia.

Intanto si è aperto anche il capitolo degli ebrei libici costretti a fuggire dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, al tempo di re Idriss. Dovremo ora misurare il tempo tra le parole e i fatti, anche perché il contenzioso economico è ancora aperto: ci sono di mezzo le riparazioni di guerra, ci sono i debiti con le imprese italiane, ci sono i beni confiscati agli italiani e ci sono soprattutto i nuovi affari.

Quando ci sono di mezzo i soldi e due giocatori, non si può fare a meno di pensare a chi ha vinto e a chi ha perso. Chi ci guadagna: Gheddafi o Berlusconi? Gheddafi o l’Occidente? Ecco una bella storia da raccontare in un romanzo ambientato nel deserto, sotto una tenda. Lo “sceicco” Gheddafi è già pronto. Chi sarà la fanciulla rapita? L’Italia? Chi sarà il coraggioso che la libererà? Lui, il valoroso Cavaliere!

Nel frattempo, i nostri “orientalisti” dei tempi moderni, in attesa della trama, si sono sbizzarriti a descrivere il personaggio: beduino, visto che osa vivere ancora sotto una tenda; astuto, perché si è fatto riabilitare dopo aver rinunciato ad armi che non aveva; tempista, perché ha utilizzato il panico americano in Iraq. Attendiamo una produzione letteraria per aggiornare la nostra lista di romanzi sahariani (vedi il dossier di questo numero).

 

Greenstream

Il gasdotto, inaugurato il 7 ottobre da Berlusconi e Gheddafi, porterà all’Italia, entro la fine del 2005 quando sarà a pieno regime, 8 miliardi di metricubi di gas naturale all’anno. Il nostro paese ne consuma circa 77 miliardi l’anno: dunque dalla Libia arriverà un decimo del nostro fabbisogno di gas naturale. Greenstream (Corrente verde), così è stato chiamato, si sviluppa per 520 km sott’acqua ed è il più lungo gasdotto sottomarino del Mediterraneo.

Il gas libico è estratto da due giacimenti, quello di Wafa sul confine algerino a 520 km dalla costa, e quello di Bahr Essalam in mare aperto a 120 km dal litorale. Il gas viene mandato all’impianto di trattamento di Mellitah, a ovest di Tripoli, e da qui prende la via di Gela in Sicilia. Il progetto, varato nel 1999, è stato realizzato dall’Eni in collaborazione con l’ente petrolifero di stato libico (Noc). L’Eni non ha mai interrotto la propria presenza nel paese dal 1959, ben prima dell’avvento di Gheddafi.

Greenstream è il secondo gasdotto che collega l’Italia al Nord Africa, e affianca il Transmed, il gasdotto proveniente dall’Algeria, via Tunisia, che è stato recentemente potenziato. L’impianto italo-libico sembra aver fatto accantonare, almeno per il momento, il progetto attualmente allo studio di un secondo gasdotto dall’Algeria all’Italia, via Sardegna, progetto al quale gli algerini tengono particolarmente.

L’Eni per gli idrocarburi e l’Italia per il commercio sono i principali partner della Libia. La fine delle sanzioni americane e dell’Ue rimette in gioco una concorrenza che si annuncia molto agguerrita. (l.a.)

www.nigrizia.it

. Ora la Libia aspetta ciò che le è stato promesso e forse qualcosa di più, visto che non è più uno “stato canaglia”, secondo la definizione Usa. Come le esperienze precedenti lasciano intuire, tutto si svolgerà con tempi non facilmente prevedibili.

IL BEDUINO sceicco Gheddafi e il cavaliere Berlusconi Leggi l'articolo »

Stati Uniti e Russia mettono a punto nuove armi nucleari

CENTOMOVIMENTI NEWS – 18 NOVEMBRE 2004

Come ai tempi della guerra fredda: Usa e Russia sperimentano nuove armi

www.centomovimenti.com

 

Stati Uniti e Russia mettono a punto nuove armi da impiegare nella battaglia contro il terrorismo internazionale e in futuri ipotetici conflitti.
L’apparato bellico americano sperimenterà a breve un missile destinato a rivoluzionare le attuali tecnologie militari. La prossima settimana due bombardieri lanceranno un attacco contro una “nave fantasma” nell’oceano pacifico, sulla quale piomberà un missile guidato via satellite.
Un’esercitazione parecchio costosa, dieci milioni di dollari per essere sicuri in futuro di poter affondare nel giro di pochi minuti navi ostili (di un esercito nemico e dei terroristi) in ogni angolo del pianeta.
Secondo alcuni giornali americani questo esperimento altro non è che una prova generale in vista di un possibile conflitto contro la Corea del Nord, che grazie a questa tecnologia potrebbe essere privata in pochissime ore dell’intera sua flotta. Ovviamente, queste indiscrezioni sono state seccamente smentite dal Pentagono.

Nel frattempo il Governo di Mosca preferisce dedicarsi agli armamenti nucleari. Il presidente Vladimir Putin ha ieri annunciato che molto presto la Russia avrà a disposizione testate intercontinentali “diverse da quelle possedute dagli altri paesi”.
“Non soltanto abbiamo condotto test sugli ultimi sistemi di razzi nucleari, ma sono anche sicuro che nei prossimi anni questi entreranno in dotazione – ha spiegato – si tratta di sistemi che non esistono ancora e molto difficilmente ne dispongono altre potenze nucleari”.
Il massimo esponente del Cremlino ha chiarito che questi nuovi strumenti bellici saranno messi a punto per contrastare “una delle principali minacce alla Russia: il terrorismo internazionale”.
“Abbiamo compreso che fino a quando ignoreremo alcune componenti della nostra difesa come lo scudo nucleare e missilistico, le altre minacce potrebbero crescere – ha concluso – Mosca continuerà i suoi sforzi per costruire le proprie forze armate e le sue componenti nucleari”.

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Benvenuti in Italia

Scusi, il Colosseo e’ nato rotto? E’ una delle tante
bizzarre domande che le guide turistiche di Roma si
sentono fare dai visitatori.
L’Ansa riporta alcuni aneddoti: oltre a pensare che il
Colosseo sia nato rotto, molti turisti chiedono dove sia la
tomba di Gesu’ (a Roma???).
“Un caso limite – ha spiegato una delle guide – mi e’
capitato con un americano che mi disse: durante le sue
spiegazioni lei parla sempre di Avanti Cristo, Dopo
Cristo. Ma chi e’ questo Cristo?”
A un’altra guida, mentre indicava la finestra da cui si
affaccia il Papa a San Pietro, e’ capitato di sentirsi
chiedere “Ma chi e’ il Papa?”.
Un argentino, vedendo cumuli di rovine nei siti
archeologici della citta’, chiese “Perche’ non ripulite
tutto e ci fate un bel parco verde?”
Citiamo infine il caso della Cappella Sistina, che spesso
diventa Sixteen Chapel (la sedicesima Cappella). Cosi’ i
turisti chiedono di visitare le altre 15

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simona pari e simona torretta: il tartufo della pace!

CRETE SENESI, IL «TARTUFO DELLA PACE» A SIMONA PARI E SIMONA TORRETTA

 

Andrà all’associazione “Un ponte per” il Tartufo per la pace di quest’anno. L’associazione di volontariato, nata dopo la fine della prima Guerra del Golfo per aiutare la popolazione irachena, riceverà domenica 21 novembre il riconoscimento della comunità di San Giovanni d’Asso (Siena). E’ qui, nella piccola “capitale” del tartufo Bianco delle Crete Senesi, che la comunità locale dedicherà ancora una volta il cumine dell’attività annuale ad una realtà distintasi nel tempo per un impegno genuino a favore della pace e della solidarietà.

Dopo don Luigi Ciotti, destinatario del 2003. e dopo le altre quindici personalità o organizzazioni che ne hanno beneficiato dal 1998 in poi, il “Tartufo per la Pace” porterà dunque in primo piano l’organizzazione presieduta da Fabio Alberti, ed animata tra gli altri da Simona Pari e Simona Torretta, le due volontarie rimaste ostaggio in Iraq per venti giorni lo scorso settembre. La cerimonia di consegna del Tartufo per la pace, nella sala grande del millenario Castello di San Giovanni, è prevista per le ore 16.30 di domenica prossima, alla presenza dell’Assessore Regionale al Commercio e Turismo Susanna Cenni.

“Un ponte per”, sostenuta da 500 aderenti e comitati locali in diverse città, è da tempo impegnata nel contrastare la dominazione dei paesi del Nord sul Sud del mondo, sostenendo progetti di crescita in campo sanitario ed educativo. Alla iniziativa originaria, “Un ponte per Baghdad”, ha affiancato nel corso degli anni altre intense iniziative in realtà disagiate del pianeta: da “un ponte per Belgrado”, lanciata in seguito all’aggravamento della crisi nei Balcani, a “un ponte per Chatila” verso i profughi in Libano ed a “un ponte per Dyarbakir”, per i diritti delle minoranze in Turchia.

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Il cdr del Tg4 e Gloria Buffo condanna duramente Emilio Fede

Il cdr del Tg4 «condanna duramente le affermazioni del direttore Emilio Fede riportate ieri da ‘Striscia la notizià» e giudica «inaccettabile e lesivo della dignità di tutta la redazione definire filoterroristi alcuni giornalisti del Tg4». Il comitato di redazione chiede l’intervento dell’azienda, si riserva di intraprendere le vie legali e convoca per domani un’assemblea di redazione. Giuseppe Giulietti: «Fede , per l’ennesima volta , ha usato il suo tg per aggredire un cittadino, in questo caso la parlamentare ds Gloria Buffo, che si era permessa di criticare l’altrettanto dura aggressione che Emilio Fede aveva condotto ieri sera in diretta contro la giornalista del medesimo tg4 Anna Migotto per il servizio trasmesso sulla situazione in Iraq”».

 

Fede minaccia Gloria Buffo

di WANDA MARRA
da “l’Unità”

«Scusate, scusate, non lo sapevo. È la seconda volta che questa giornalista fa questa cosa. Qualcuno dovrà risponderne, non è possibile una cosa del genere».
Sono le 19 di martedì, quando Emilio Fede, in diretta sul Tg 4, decide di tuonare pubblicamente contro una sua giornalista, l’inviata del Tg 4 in Iraq, Anna Mingotto.
Ma quale colpa giustifica un atto così grave nei confronti della giornalista?
Un servizio in cui vengono mostrate immagini che evidentemente il fedelissimo di Berlusconi non può tollerare: quelle dell’uccisione di un irakeno da parte di un soldato americano. Immagini, peraltro, anche epurate della parte più violenta. Si fermano infatti dentro la Moschea: si vede il fucile puntato contro l’irakeno, poi c’è un fermo immagine e si riparte dopo la raffica di mitra, mostrando il soldato che se ne va. Troppo per Fede, che dopo aver inveito contro l’autrice del servizio, si affretta a passare oltre e a dare la notizia dell’esecuzione di Margaret Hassan, affidando alla collega in studio il compito di leggere l’agenzia. La giornalista lo fa, informando, tra l’altro, che Al Jazeera ha il video dell’uccisione della donna, ma ha deciso di non trasmetterlo. Una facile sponda per il direttore del Tg 4, che a questo punto può fare il suo sermoncino: «Questo non è giornalismo – afferma – Non si capisce perché non mettono in rete le immagini dei terroristi che uccidono una donna e si fanno vedere le immagini di un soldato che uccide un terrorista». Detto per inciso, Fede in questa affermazione fa vari errori: l’uomo ucciso non era un terrorista, ma un irakeno, e il fatto era stato ripreso non dalla tv araba, ma da dalla Nbc, e mandato in onda per la prima volta dalla Cnn.
La vicenda finisce sul sito di Articolo 21. Poi, ieri la parlamentare diessina, Gloria Buffo, denuncia la gravità del fatto e si appella all’Autorità per le comunicazioni: «Che cosa fa l’Autorithy per la comunicazione, preposta a vigilare sulla libertà dell’informazione mentre una giornalista viene minacciata in diretta dal suo direttore per aver fatto seriamente il proprio lavoro?».
Per tutta risposta, Fede invita la deputata «a farsi i fatti suoi». Per poi ricordare che il suo Tg va in onda in fascia protetta e giustificare così la violenza della sua reazione: «Si trattava di immagini di violenza assolutamente non consentite». E si difende sottolineando come un’altra volta aveva contestato alla giornalista un servizio sugli ostaggi nepalesi uccisi per immagini troppo violente. Confessa poi di aver fatto «un cicchetto ai responsabili della line che avevano visionato il servizio per poi mandarlo in onda».
Ma non finisce qui. Non contento, infatti, Fede torna sulla vicenda ieri, sempre durante il suo telegiornale, mostrando una foto della Buffo, commentata da un consiglio esplicitamente macabro: andare in vacanza a Nassirya.
Immediata la risposta della parlamentare che invita il diretttore del Tg 4 a stare «sereno»: «Mi faccio i “fatti di tutti” e continuerò a difendere la libertà di informazione e la dignità dei giornalisti», dice segnalando che il «nervosismo» del giornalista, al pari di quello del suo “padrone” è forse indice di uno stato di crisi irreversibile». E annuncia che oggi, oltre all’intervento dell’ Authority per le Comunicazioni, chiederà all’ avv. D’Amati se esistono gli estremi per procedere legalmente Fede.
A fugare ogni dubbio sulle reali motivazioni del Direttore del Tg 4 ci pensa, poi, definitivamente ieri Striscia la notizia, che lo mostra mentre dà della «terrorista» alla Mingotto. E poi trasmette un altro lungo fuori onda, dove Fede si vede inveire violentemente contro «gli antiamericani, filopalestinesi, terroristi».
Nel pieno del suo stile la replica: «Che altri possano essere filopalestinesi o antimericani è un loro diritto. Ma è un mio diritto essere obiettivo».

www.unità.it

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Amnesty international denuncia la violazione da parte americana

Amnesty accusa Bush: a Falluja civili indifesi

da L’unità
di Marina Mastroluca

 L’ultima roccaforte è caduta. I comandi militari annunciano l’ennesima vittoria a Falluja, città ribelle addomesticata con la forza. Ormai non resterebbero che alcune «sacche» di resistenza nel quadrante meridionale della città, nel quartiere di Shuhada, dove sono stati trovati bunker, tunnel blindati e depositi di armi. I carri armati americani hanno raggiunto anche quest’ultimo bastione, percorrendo strade seminate di rovine: un reporter della Reuters al seguito delle truppe Usa descrive un paesaggio lunare, case sventrate, moschee rase al suolo, cadaveri abbandonati. Anche ieri mattina gli aerei si sono alzati in volo per colpire presunte postazioni di ribelli, mentre a terra ancora si combatteva. «Sono rimasti i più duri e quelli con il miglior equipaggiamento», spiegava ieri alla Bbc il generale Richard Natonski. Un convoglio della Mezzaluna rossa in attesa da giorni di portare viveri, acqua e medicinali è stato costretto a tornare indietro in assenza di via libera. Le forze Usa assicurano che intendono occuparsi direttamente dell’assistenza umanitaria, a bordo dei blindati drappelli di militari passano strada per strada spiegando con gli altoparlanti che chiunque abbia bisogno di aiuto può rivolgersi alle truppe americane. Con quale esito è difficile dire, la sola certezza per le organizzazioni umanitarie – dalla Mezzaluna rossa all’Ics, Consorzio italiano di solidarietà – è che a Falluja si sta consumando un disastro umanitario. Amnesty international denuncia la violazione da parte americana delle regole di condotta che impongono la tutela dei civili e degli stessi combattenti, citando espressamente il bombardamento di una clinica di Falluja e il fuoco aperto su un guerrigliero ferito, testimoniato da un filmato della tv britannica Channel 4. Sotto accusa anche i ribelli che si sarebbero fatti scudo della bandiera bianca per poi colpire i marines. Ma è la crisi umanitaria quella che in questo momento allarma di più. Da almeno una settimana a Falluja non c’è acqua né energia elettrica, minato il ponte sull’Eufrate è venuta meno anche la possibilità di raggiungere l’ospedale, i pochi posti medici – ambulatori privi di tutto – non sono in grado di fronteggiare l’emergenza. Servono medicinali, cibo, alimenti specifici per bambini, vestiario pesante. Intervenire finora non è stato possibile. Anche i villaggi intorno a Falluja, dove hanno trovato rifugio 200.000 sfollati, «non sono sempre accessibili, visto che spesso le Forze multinazionali respingono anche ambulanze e convogli umanitari», come denuncia l’Ics. Secondo la Mezzaluna rossa almeno 150 famiglie prive di tutto sarebbero intrappolate nella città, dove cadaveri insepolti sono finiti in pasto ai cani. Il bilancio ufficiale parla di 1200 ribelli, 38 americani e 5 soldati iracheni uccisi, nessun riferimento alle vittime civili, che secondo il premier Allawi semplicemente non ci sarebbero state, il governo iracheno è disposto ad ammettere il ferimento di una ventina di civili, non di più, mentre sbandiera lo smantellamento dell’«esercito di Maometto», legato ad Al Zarqawi. Le prime immagini che arrivano dalla città sembrano mostrare però una realtà diversa da quella descritta da Allawi. E su un sito internet un messaggio audio attribuito ad Al Zarqawi invita ad attaccare le linee di rifornimento dei militari Usa.Il vicepremier iracheno Barham Salih per la prima volta ha ammesso che lo svolgimento delle elezioni a gennaio prossimo potrebbe essere compromesso dal clima di violenza. «All’approssimarsi del voto il governo iracheno, le Nazioni Unite, la commissione elettorale e l’assemblea nazionale devono impegnarsi in un dialogo serio e concreto per verificare la situazione», ha detto il vicepremier al britannico Guardian, sottolineando la sua personale speranza di riuscire a «stabilizzare molte delle aree divenute sacche di resistenza». «Tenere le elezioni sarà una grande sfida».Violenti combattimenti si sono verificati ieri anche a Baquba, scoppiati – secondo la versione Usa – dopo l’arrivo nella città di un pullman con a bordo tra i 20 e i 40 ribelli, che avrebbero attaccato le forze americane «a partire da una moschea». La risposta Usa è stata un pesante raid aereo, sono state sganciate due bombe da 250 chili. Il bilancio ufficiale è di una ventina di guerriglieri uccisi. Scontri anche nella vicina cittadina di Buhriz, dove un manipolo di ribelli ha attaccato un commissariato, portando via le armi e incendiando tutti gli automezzi. Grave anche la situazione a Mosul: dopo cinque giorni di scontri le forze di sicurezza avrebbero ripreso la maggior parte dei posti di polizia occupati dai guerriglieri giovedì scorso, ma nei prossimi giorni ci si aspetta un intensificarsi delle violenze. Negli incidenti finora si contano sette poliziotti e 30 ribelli uccisi. Secondo il ministro dell’interno iracheno Falah al-Nakib un agente ferito sarebbe stato rapito in ospedale, poi mutilato e impiccato.Vittime anche nella capitale. Quattro bambini e due donne sono rimasti uccisi ieri in un quartiere alla periferia meridionale di Baghdad, colpiti da tiri di mortaio, mentre una quindicina di uomini armati ha attaccato l’ambasciata polacca, senza gravi conseguenze.

www.unità.it

 

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