Gennaio 2010

Giuseppe Gatì

In giorni durante i quali si spara contro i magistrati con la lupara di leggi in chiave piduista
(Berlusconi tessera numero 1816, Alfano era troppo giovane),
voglio ricordare Giuseppe Gatì,
un siciliano vero che è morto con queste parole in bocca:
“W Caselli W il pool antimafia!”

Restiamo Gatì

Vik dal Cairo.

Esattamente un anno fa moriva Giuseppe Gatì, un giovane siciliano, orgoglioso d’essere siciliano, onesto e puro. Un giovane che credeva in una Sicilia libera dalla mafia e dalla politica collusa. Credeva e combatteva per una Sicilia laboriosa rispettosa dell’uomo e dell’ambiente.

Giuseppe Gatì era come dovrebbero essere i giovani siciliani che troppo spesso dimentichi dell’onore e dell’onestà, cercano di trovare strade contorte per raggiungere i propri interessi.

Giuseppe Gatì voleva difendere la nostra terra combattendo come fanno, purtroppo pochi, giovani siciliani che non vogliono abbandonare l’Isola e dichiararsi sconfitti dalla mafia e dalla politica incapace ed inconcludende e feudale della casta siciliana.

Giuseppe Gatì. un giovane normale, come dovrebbero essere normali tutti i giovani di questa bella e dannata Isola.

Gridava con orgoglio: questa è la mia terra ed io la difendo e tu?

Già, e tu ?

Ebbe il suo attimo di fama quando, nel corso della presentazione di un libro del pregiudicato Vittorio Sgarbi, incomprensibilmente eletto sindaco di Salemi,  cittadina siciliana, dichiarò ad alta voce la pura e semplice verità: che Sgarbi, appunto, “è” un pregiudicato, condannato in via definitiva per truffa allo Stato e in primo e secondo grado per aver diffamato il dottor Caselli e l’intero pool antimafia.
Giuseppe, che si era limitato a parlare, a gridare “Viva Caselli! Viva il pool antimafia!” e a mostrare dei volantini che riportavano le sentenze relative a Sgarbi (vedi video su youtube) , venne immobilizzato e portato via dalle forze dell’ordine presenti, poi tenuto per un’ora e mezza e interrogato in una sala della biblioteca, dove un membro della polizia municipale gli ripetè più volte che “l’avrebbe pagata”.
Di sicuro ha pagato, e a caro prezzo: circa un mese dopo, il 31 gennaio 2009, Giuseppe Gatì morì sul lavoro. Venne trovato morto folgorato per aver presumibilmente  “camminato su un cavo elettrico scoperto, senza accorgersene”.
Credo che mai un avverbio sia stato più consono del “presumibilmente” che ho appena utilizzato.
Ovviamente venne aperta un’inchiesta… dopodiché di Giuseppe si perdono le tracce mediatiche.

Non si può insinuare nulla, questo è certo. Si può solo meditare sui fatti nudi e crudi.
Ma soprattutto si può – anzi, si deve – ricordare questo ragazzo onesto, che amava la Sicilia, che aveva aperto un blog dal titolo “La mia terra la difendo”, che rifiutava di andarsene perché  “La Sicilia non è bella, è bellissima”. “E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci”.
Una persona sana, una persona onesta. Una persona morta.
Speriamo solo che questa consecutio non abbia davvero una sua logica perversa… ma noi, nel frattempo, ricordiamolo; diffondiamo il suo messaggio, onoriamo la sua memoria. Oggi è il primo anniversario della sua morte, ma noi cerchiamo di ricordarlo sempre, che le persone oneste esistono ancora.
Quanto al volgare, chiassoso – e pregiudicato – personaggio che si vede urlare nel video: “Prendetele la macchina! Toglietele la macchina!” (riferendosi all’amica di Giuseppe che, esercitando il suo  diritto di libera cittadina, riprendeva la scena con la videocamera), ci sono solo due parole:  schifo e vergogna.

 di Valeria Rossi

 

Schifo e vergogna:

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Gli industriali dell’olocausto

Ahmadinejad’s ‘Jewish Family’

“Sicuramente, verrà il giorno in cui i Paesi della regione saranno testimoni della distruzione del regime sionista”, ha dichiarato oggi la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei.

Perfettamente d’accordo con le sue parole, e come me lo sono certamente molti israeliani ed ebrei antisionisti, potrebbe essere il contrario?

Il Sionismo è un movimento abominevole, razzista e coloniale, e come tutte le realtà coloniali e di apartheid deve essere interesse di tutti che venga spazzato via.

Rimpiazzarlo senza spargimenti di sangue con uno stato democratico, laico, secolare, magari sui confini della Palestina storica e che  inglobi palestinesi e israeliani sotto eguale diritto di cittadinanza senza discriminazioni etniche e religiose, è un augurio che mi sento di auspicare diventi presto realtà.

Ai giornalisti prezzolati e ai nostri politicanti asserviti ai macellai israeliani,

vorrei far notare quello che è lapallisiano nella dichiarazione di Ali Khamenei: non una sentenza di morte a Israele, ma una condanna al sionismo.

Ed essere contro Israele sionista non significa certo essere contro gli ebrei, ospiti graditi a Teheran.

Identificare tutti gli ebrei del mondo con Israele sionista e ancora peggio con la tragedia della shoah significa fare il gioco di quello che Norman Filkenstein ha brillantemente battezzato l’industria dell’olocausto.

Al nostro caro capo di stato, il sionista Napolitano, vorrei ricordare che essere antisionisti non significa affatto essere antisraeliani, semmai significa volere il bene per gli israeliani, e contemporaneamente lottare per i diritti umani.

Proprio come i tanti che si unirono ai neri sudafricani in opposizione al colonialismo e all’Apartheid, non erano certo contro la totalità dei bianchi.

Restiamo Umani

Vik

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Shannon Hughes is at home

Aggiornamento: Shannon è arrivata sana e salva a casa.

She is at home!

I received the following via Pam Rasmussen:

Kristen Coughlin Carr, the aunt of one of our dear GFMers, Shannon Hughes (who was staying at Select Hotel), has informed us that Shannon is missing in Egypt. It has been reported to the US embassy, and they have declared her ‘missing or abducted’ and described the situation as ‘dire’. Here’s the details as we know them:
Shannon was last in Jerusalem. She was traveling with a friend. Her friend returned home to the US. Shannon had planned on being on a
flight from Cairo to NY on Friday January 22. She did not get on that flight.

Earlier this week, Shannon called home from Taba, Egypt. She had planned on taking a bus from Taba back to Cairo to fly home. The next thing her family heard from her were a series of weird emails in which she said she said she was taking a cab to Dahab.

Her aunt has asked that anyone who is still in Egypt, or who might know anyone still in Egypt, contact her via Facebook, by adding her as a friend. They are hoping that Facebook/Twitter will greatly increase the chances of finding her. She can be contacted directly through email kristencar [at] gmail.com. We have attached a recent photo of Shannon. Please spread the word, especially to any media contacts in Egypt. The media was so good to us in Egypt, there is no reason why they wouldn’t help us now.

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Another war with Hamas is inevitable

«Un’altra guerra contro Hamas è inevitabile»

Maurizio Blondet

La quiete del fronte Sud (Gaza…) è temporanea. Si prepara un colpo più concentrato con effetti di più lunga durata. L’operazione Piombo Fuso sarà un pallido ricordo. Serrare i ranghi dunque. Si pesca a piene mani tra i «religiosi» in armi, piamente obbedienti alle ingiunzioni di sterminio contenute nella Bibbia.«Un’altra guerra contro Hamas è inevitabile»: l’ha sancito il generale israeliano Tom Samia, già capo del Comando Sud (quello contro Gaza), in un’intervista alla radio dell’esercito.
Perchè un altro attacco, dopo le stragi e le distruzioni compiute poco più di un anno fa con «Piombo Fuso»? Perchè, ha detto il generale, «non è da credere che Hamas di colpo si arrenda senza essere colpito molto più gravemente di quanto è stato con Piombo Fuso». Israele, stavolta, deve sferrare «un colpo più concentrato con effetti di più lunga durata», anche con la rinnovata occupazione di alcune aree di Gaza. «Dobbiamo creare una situazione in cui Hamas resti senza ossigeno».

La dichiarazione dell’ex capo del Southern Command è stata confermata dall’attuale capo del Southern Command, generale Yoav Galant. «La quiete del fronte Sud è temporanea», ha avvertito Galant durante una visita ai comuni israeliani a ridosso della Striscia col suo milione e mezzo di prigionieri affamati (che sarebbe il Fronte Sud). Niente paura, ha aggiunto: il glorioso Tsahal si sta tenacemente addestrando per il prossimo conflitto, e «i civili si stanno ben preparando per un’altra tornata di combattimenti». (‘Another war with Hamas is inevitable’)
Queste dichiarazioni bellicose vengono proprio nel momento in cui Hamas, che controlla la Striscia, sta premendo sulle altre fazioni di resistenza palestinesi perchè smettano di tirare i loro razzetti  oltre confine. La settimana scorsa alcune fazioni che non rispondono ad Hamas (Jihad Islamica, Fronte Popolare e non precisati Comitati di resistenza popolare) hanno sparato una decina di missili giovedì 14 gennaio. Risultato: nove morti fra i palestinesi, per le rappresaglie dei caccia F-16 israeliani. Nessuna vittima dall’altra parte. (Le Hamas exhorte à cesser les pilonnages d’Israël)

L’anno scorso, finita l’operazione Piombo Colato, Israele rifiutò di entrare in formale stato di tregua con Hamas (non gli si deve riconoscere nemmeno la dignità di nemico). Nonostante questo, Hamas ha dichiarato una tregua unilaterale e l’ha osservata, per quanto consentano le fazioni più estremiste che evidentemente non controlla. Israele per contro ha indurito la «cura dimagrante» – ossia il blocco di ogni bene essenziale a Gaza – contando che questo facesse mancare l’ossigeno ad Hamas, ossia il favore della popolazione assediata ed affamata.I risultati non devono essere brillanti. La Autorità Palestinese, il gruppo rivale di Hamas favorito da Israele, il cui capo Mahmud Abbas campa in Cisgiordania (Territori Occupati) solo grazie al sostegno israelo americano, ha fatto perdere la pazienza ad Efraim Halevy, ex capo del Mossad: «Abbas è inutile ed è tempo di rovesciarlo», ha detto Halevy sempre alla radio dell’esercito.
«Appena Israele e USA smettono di finanziarlo, l’Autorità Palestinese svanirà. Abbas e la sua fazione devono riconoscerlo, e agire con modestia nelle loro minacce ad Israele».
Le terribili minacce ad Israele da parte dell’Autorità Palestinese: ha condannato pubblicamente le nuove espansioni degli insediamenti ebraici nei Territori Occupati, che Israele continua nonostante le implorazioni del presidente americano, e dichiarato che Abu Abbas non avrebbe ripreso i negoziati se non cessavano le espansioni. Quali negoziati non si sa, visto che il regime israeliano non negozia con l’Autorità Palestinese sugli insediamenti, che avvengono sulle terre che l’Autorità, col permesso di Sion, controlla un poco. Di fatto, non riconosce come interlocutore la suddetta Autorità, nè riconosce come nemico legittimo Hamas. Israele negozia solo con se stessa.
In compenso, il capo dello Shin Beth Yuval Diskin ha minacciato Abu Mazen, l’ottobre scorso, con queste parole: se non chiedi alle Nazioni Unite di rimandare il voto sul Rapporto Goldstone,  ridurremo la tua Cisgiordania “in una seconda Gaza”. Una minaccia un po’ più concreta. Abu Mazen ha chiesto all’Onu di rimandare la votazione. (Diskin to Abbas: Defer UN vote on Goldstone or face ‘second Gaza’)

SCANSANO LA LEVA 40 SU CENTO – I generali israeliani sono sempre scontenti di qualcosa. Il generale Azi Zamir, che comanda il direttorato del personale di Tsahal, s’è lamentato con il corpo insegnante delle scuole perchè «non instilla abbastanza i valori militari nella gioventù». Il fatto è, spiega l’accasciato generale, che il 28% dei ragazzi, e il 46% delle ragazze, evitano di arruolarsi. Fatta la media, ben 37 giovani israeliani su 100 scansano il servizio di leva. Anzitutto i giovani delle scuole talmudiche, e proprio i più fanatici haredim, hanno ottenuto dal parlamento l’esenzione legale del servizio (devono studiare la Torah). Ma molti, sospetta il generale, si dichiarano «haredim» e studenti talmudici proprio per scansare la naja.
Specialmente il 38% delle ragazze «usano l’argomento falso dell’osservanza religiosa per evitare la leva. E’ una strumentalizzazione cinica della legge», ha tuonato il generale: «Già oggi il concetto di nazione in armi è in demolizione, e se questa tendenza continua saremo presto sull’orlo dell’abisso».Sull’orlo dell’abisso? «Se si conta la gioventù arabo-israeliana, siamo di fronte a una situazione in cui il 70% dei giovani non fa il servizio militare», lamenta il generale Zamir.Ai giovani arabi, benchè in teoria cittadini, in Israele è vietato fare il servizio militare. Sarebbe «la morte di Israele come Stato ebraico» (dizione equivalente a «La morte della Germania come Stato ariano»), la minoranza etnica deve restare disarmata: come gli iloti a Sparta. E’ la sola democrazia del Medio Oriente .Il peso del servizio armato, ha lamentato ancora il generale, è ben lungi dall’essere equamente distribuito: «La Israeli Defense Force ha attualmente 450 mila riservisti fra i 21 e i 40 anni, ma solo 100 mila di loro si presentano ad adempiere ai 10 giorni di servizio della riserva all’anno».
In compenso, grandi sforzi – ha riconosciuto il generale – sono stati messi in atto per convincere gli haredim a fare i soldati. Vengono inquadrati in corpi speciali, coi loro rabbini di fiducia come cappellani militari, e sono assicurate loro le ore di studio talmudico. Ben mille haredim l’anno sono così arruolati. Molte delle atrocità commesse a Gaza sono state perpetrate da questi «religiosi» in armi, piamente obbedienti alle ingiunzioni di sterminio contenute nella Bibbia. Il guaio è che i soldati haredim obbediscono più ai loro rabbini che ai loro colonnelli laici, e sempre più spesso si mettono al servizio dei coloni ebraici negli insediamenti illegali. (Officer: IDF on brink of abyss over draft dodging)

«Bisogna fare di più», ha aggiunto il generale, «per aiutare i soldati che completano il loro servizio, specialmente i 20 mila soldati combattenti dimessi ogni anno dopo un servizio estremamente massacrante». E’ la parola esatta: massacrante. Esausti dal massacro, i giovani sono spesso mandati all’estero in vacanze pagate dallo Stato, per sanare le loro ferite psichiche. Alcuni vanno persino a New York a fare i traslocatori. Altri a Bombay, attratti dalla spiritualità indù.

GLI EBREI ETIOPICI, STRANAMENTE STERILI – Soprattutto, non danno il loro contributo alla leva israeliana gli ebrei di origine etiopica: quei 90 mila che sono stati portati in Israele fin dagli anni ‘80, ma la cui ebraicità è contestata dai rabbini più rigorosi e dall’opinione pubblica askenazi. Formalmente cittadini israeliani, i «tornati» dall’Etiopia subiscono ogni genere di discriminazioni; la difficoltà di trovar lavoro, di ricevere una decente istruzione, e persino di trovare un ebreo disposto ad affittare loro una casa, ne fa una sottocasta disprezzata. la più povera e misera dello Stato ebraico. Tempo fa, scoppiò uno scandalo sanitario: si scoprì che il sangue donato dagli ebrei etiopici veniva gettato via, perchè nessun vero ebreo accettava di farsi trasfondere il sangue di «negri».La comunità etiopica è anche la meno demograficamente fertile. Lo strano fatto è stato scoperto dalla signora Rachel Mangoli, che gestisce un asilo infantile per i bambini etiopici a Bnei Braq, sobborgo di Tel Aviv. «Ho cominciato a  pensarci quando ho dovuto mandare indietro degli indumenti per l’infanzia che mi erano stati donati, perchè non c’era nessun neonato a cui darli». Di fatto, nel suo asilo, è arrivato solo un nuovo bambino negli ultimi tre anni.
Rachel Mangoli ha chiesto spiegazioni all’ambulatorio locale, che si occupa della sanità di 55 famiglie etiopiche a Bnei Braq. «Il dirigente dell’ambulatorio mi ha risposto che avevano avuto istruzioni di somministrare iniezioni di Depo Provera alle etiopiche di età fertile, ma non mi ha voluto dire da chi aveva ricevuto l’ordine».
Il Depo Provera è un anticoncezionale usato molto di rado per i suoi gravi effetti collaterali (fra cui l’osteoporosi), ma che in compenso dà una sterilità quasi permanente. E’ stato talvolta iniettato nel Sudafrica dell’apartheid, all’insaputa delle donne nere.
La signora Mangoli ha denunciato il fatto a «Woman to Woman», un’organizzazione femminista di Haifa. Il gruppo, nel giugno 2008, ha interpellato il ministro della Sanità Yaacov Ben Yezri: il quale ha fatto rispondere che le etiopiche hanno «una preferenza culturale» per il Depo Provera.
Insomma: erano loro che preferivano l’iniezione alla pillola. Allora Women to Women ha mandato cinque donne ebree (non etiopiche) a chiedere ai loro dottori l’anticoncezionale Depo Provera, e si sono sentite rispondere di no, che quel farmaco poteva venire prescritto in casi molto particolari. Essenzialmente, solo a donne «primitive» e incapaci di gestire la loro sessualità «in modo responsabile». Il gruppo femminista lamenta che la sua indagine è stata ostacolata dal rifiuto di collaborare di ministri, medici e compagnie d’assicurazione sanitaria.

Alla fine, però, l’organizzazione è riuscita a pubblicare un rapporto-denunci sulla faccenda. «Si tratta di ridurre la natalità in un gruppo che è nero e per lo più povero», conclude Hedva Eyal, l’autrice del rapporto di «Womam to Woman»: «La direttiva inconfessata è che solo i bambini bianchi e askenazi sono graditi in Israele». dobbiamo questa preziosa informazione a Jonathan Cook, il coraggioso giornalista britannico che scrive da Nazareth. (Israel’s treatment of Ethiopians ‘racist’).

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Gaza Stay Human di Vittorio Arrigoni

Product Description
Had the pacifist International Solidarity Movement not been in Gaza at the time, the world would have been deprived of a detailed account from the inside, having instead to rely on the generalised accounts of news agencies reporting from outside the Strip. This brief yet precious volume stands alone, along with a precious few others, as a direct eye-witness account of Gaza’s last bloodbath. The English edition features a new authoritative introduction by the renowned Israeli academic Ilan Pappe and further dispatches of life in Gaza eight months after Operation Cast Lead. 

About the Author
Vittorio Arrigoni, an Italian national, has worked as a human rights activist for over a decade. He has been involved in volunteer work all over the world, from Eastern Europe to Africa, all the way to Palestine and Gaza, where he has lived for a year, from 2008 to September 2009. As a freelance journalist with the Italian daily Il Manifesto, Arrigoni describes the days of “Operation: Cast Lead”, not simply as a columnist, but also as someone intimately involved with the war as a volunteer, working with the Palestinian Red Crescent ambulances as a “human shield”.

( L’edizione e la traduzione di Gaza Restiamo Umani in inglese sono a cura di Daniela Filippin)

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Obama e il capitalismo dei disastri

Per quelli che Obama è calato in Haiti come un Salvatore…

Haiti è di nuovo “americana”

La reazione di Obama alla tragedia che ha colpito Haiti è stata prontissima e forte. 100 milioni di dollari subito come «prima tranche» di aiuti, migliaia di marines e truppe scelte della (piuttosto inquietante) ottantaduesima brigata aerotrasportata per pattugliare le strade ed evitare violenze e saccheggi, portaerei e nave-ospedale, la «riconversione umanitaria» del lager anti-islamico nella base cubana di Guantanamo, le U.S. Air Force Special Operation Forces che «si è impadronita» (parole de la Repubblica) dell’aeroporto di Port-au-Prince e decide «chi può atterrare e chi no». Va bene, è «uno strappo alla sovranità nazionale di Haiti» ma anche prima «era comunque una finzione». Di fatto gli americani si ritrovano a governare Haiti come è già capitato un’infinità di volte.
Tutto bene e a fin di bene. Come a dire che, questa volta, gli Stati uniti di Obama – il primo presidente nero – «non dimenticheranno e non abbandoneranno» Haiti – la prima repubblica nera del mondo.
Ma gli Stati uniti non hanno mai dimenticato né abbandonato Haiti durante gli ultimi 100 anni (semmai l’hanno spolpata, ma questo è un’altro discorso). Altrimenti non sarebbe ridotta com’è ridotta: un Stato fallito del quarto mondo. E il terremoto non avrebbe avuto gli effetti apocalittici – almeno in termini di morti – che ha avuto.
Sia chiaro. Questo non è un processo alle intenzioni (anche se il primo anno di presidenza Obama si è caratterizzato, a giudizio quasi unanime, più per le buone intenzioni che per i risultati).
Ma Haiti è Haiti e la storia (dei suoi rapporti con gli Usa) è la storia. Per Haiti e la sua storia, i «buoni» Woodrow Wilson e Bill Clinton non sono stati molto (o niente) diversi dai «cattivi» Teddy Roosevelt e George W. Bush (Clinton e Bush, la strana coppia che Obama ha messo alla testa del team bipartisan di coordinamento degli aiuti).
Tutti si augurano che Obama abbia la forza e la volontà di rompere questo linkage perverso (e chi ne dubita si vada a leggere Noam Chomsky, non Fidel Castro o Hugo Chvez, a meno che anche Chomsky sia diventato troppo «anti-americano»).
Con le decine di migliaia di morti ancora sparsi fra le rovine di Port-au-Prince e la commozione del mondo di fronte all’apocalisse haitiana, forse è sgradevole parlarne adesso. 
Invece bisogna parlarne. Adesso. E c’è chi ne parla. Ad esempio Naomi Klein, autrice di best-seller come No Logo e Shock Economy. Intervenendo a New York mercoledì scorso ha lanciato un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei distastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again». «Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l’economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».
L’altra sera a New York la Klein ha detto che «deve essere assolutamente chiaro che questa tragedia – in parte naturale, in parte non naturale – non deve, in nessun caso, essere usata 1) per aumentare il debito di Haiti e 2) per portare avanti impopolari politiche favoriscono gli interessi delle nostre corporations. Questa non è una teroria del complotto. L’hanno già fatto più e più volte». E «sono pronti a rifarlo», ha aggiunto, citando a mo’ di esempio un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre unpopular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto di Haiti offre l’opportunità di ridisegnare il governo e l’economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l’immagine pubblica degli Stati uniti nella regione».
«Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme» e anche se poi quella frase è stata tolta dalla Heritage Foundation e sostituita con una «citazione più diplomatica», il loro «primo istinto è rivelatore».
Obiettivi economici a breve e lunga scadenza, obiettivi politici di riconquista dell’egemonia in un’ America latina che da un po’ di tempo tende a sfuggire loro di mano.
Un altro sito degli «shockteraputi», The Foundry, che si definisce «promotore di politiche e principi conservatori», sempre legato alla Heritage Foundation, scrive che, accorrendo per primi e in massa sul luogo della tragedia, «i soldati Usa hanno anche la possibilità di interrompere i voli notturni carichi di cocaina diretti a Haiti e la Repubblica dominicana dalle coste del Venezuela» (ma non venivano dalla Colombia filo-americana di Uribe?) «e di fronteggiare gli incessanti tentativi del presidente venezuelano Hugo Chávez di destabilizzare l’isola di Hispaniola». Non solo. «Questa presenza militare Usa, che dovrebbe anche includere una grossa presenza della Guardia costiera, ha anche la possibilità di prevenire un movimento su larga scala degli haitiani che si lanciano in mare su pericolose e rischiose imbarcazioni per tentare di entrare illegalmente negli Stati uniti». Così si riolverebbe anche il problema dei boat-people. Più in generale «gli Stati uniti dovrebbe portare avanti un forte e vigoroso sforzo diplomatico per fronteggiare la propaganda negativa che certamente verrà dal campo Castro-Chávez. Questo sforzo servirà anche a dimostrare che il coinvolgimento Usa nei Caraibi resta un forza poderosa per il bene delle Americhe e del mondo»
Obiettivi del resto ben chiari, per chi guardi al ruolo degli Stati uniti senza farsi obnubilare dal fascino di Obama, anche al Brasile di Lula che sta cercando, come scriveva ieri Europa, «di contendere la leadership umanitaria di Obama a Haiti», con soldi e aiuti anche se su scala infinitamente minore (mentre una coltre si silenzio copre gli aiuti di paesi come Cuba e Venezuela). Lula, di fronte alle critiche della sinistra interna (anche il Pt, il suo partito) contro «la forza di occupazione» della missione di stabilizzazione inviata dall’Onu a Haiti nel 2004, ha giustificato la preponderanza del contingente brasiliano (1200 uomini) con la necessità di controbilanciare il peso degli Usa nel paese e nella regione caraibica. Ma, per ora, il ruolo di «buono» nella tragica storia haitiana ha un solo nome e un solo protagonista: Obama.
Tutti auspicano un happy end per Haiti. Ma il richiamo con l’uragano Katrina, che nel 2005 spazzò via New Orleans, è forte e inevitabile. Allora il non compianto professor Milton Friedman, il guru della «economia dei disastri» e della «shockterapia», scrisse un’editoriale sul Wall Street Journal che Katrina era una tragedia ma anche «un’opportunità», e un deputato della Louisiana disse che «finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l’ha fatto per noi».
Ora «Dio» l’ha fatto con Haiti. Allora alla Casa bianca c’era Bush, oggi c’è Obama. Vedremo cosa farà.

(Maurizio Matteuzzi per Il Manifesto)

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Zvi Schuldiner

La politica della paura (di Zvi Schuldiner)

Rosarno e la frontiera meridionale di Israele distano varie migliaia di chilometri, ma in fondo sono molto più vicine di quel che sembra. La notizia qui è che Israele costruisce un muri «anti-immigrati» lungo la frontiera meridionale con l’Egitto.
Nel 1989 molti hanno evocato «la scomparsa dei muri». La caduta della Germania comunista, il crollo del muro di Berlino sembravano aprire una nuova era, in cui l’espressione della libertà sarebbe stata un mondo libero dai muri che avevano imprigionato interi popoli. Non è stato così.
Nel settembre 2001 al Qaeda ha aiutato il regime di George W. Bush a costruire il decennio della paura.
In gran parte del mondo «sviluppato» la politica si è trasformata in politica della paura. Non si discute più dei mondi possibili preferiti ma di presunta lotta per la sopravvivenza. Grazie alla paura è più facile imporre un capitalismo svergognato, le guerre «sante» seminano morte ovunque, fiumi di sangue hanno rafforzato l’odio verso l’imperialismo in una delle sue fasi più sfacciate, e tutto questo ha aiutato a rafforzare la destra, nelle sue versioni moderata o sfrenata, in Italia come in Israele. Non solo la sinistra (radicale o moderata) ne sta pagando il prezzo, ma ogni forza socialdemocratica e elemento moderato è indebolita – e oggi paradossalmente sono i capri espiatori della crisi del capitalismo finanziario negli Stati uniti. In Francia, in Germania – forse domani in Spagna – la destra avanza perché è più facile formulare risposte basate sulla paura che riformulare reali alternative al capitalismo. Anche perché dalla caduta del muro di Berlino le sinistre, vere o presunte, sembrano aver accettato che l’unica logica, unico modello possibile è quello del mercato.
A Gerusalemme – la «eternamente unificata» – un muro invisibile ma reale separa israeliani e palestinesi. Nell’estate del 2005 il generale Ariel Sharon, allora primo ministro di Israele, ha inventato un altro mito, una menzogna che ha conquistato molti nel mondo occidentale: che Israele si ritirava dalla Striscia di Gaza. Un milione e mezzo di palestinesi hanno visto 8mila coloni israeliani ritirarsi dalla Striscia (appena 363 chilometri quadrati di territorio) e insieme hanno visto che continuavano a vivere accerchiati in una prigione. Dopo l’ultima guerra la situazione è ancora peggiorata, soldati israeliani da un lato, egiziani dall’altro sorvegliano la grande prigione che è Gaza.
Ora si tratta di un muro. Non che sia un’invenzione nuova, poiché da tempo avanza la costruzione di un altro muro di odio, che teoricamente separa Israele dai territori occupati palestinesi per garantire la lotta al terrore. Nella «sinistra» europea troppi hanno accettato la retorica della lotta al terrore, e sono stati incapaci di un’analisi critica del muro alzato dal governo israeliano.
I muri sono intesi a difendere la purezza – della nazione, della razza. L’«altro» – lo straniero, il nero, il musulmano, l’ebreo – minaccia la purezza, le nostre vite, è il terrorista di domani, negherà la nostra ebraicità o le qualità della nazione italiana. Era già successo in passato quando ebrei e omosessuali infettavano la purezza della razza ariana.
Il capitalismo globale rende inevitabili due fenomeni. Da un lato esporta lavoro in paesi meno sviluppati, dove il lavoro costa molto meno e si sfrutta di più, e così smantella fabbriche intere lasciando disoccupati a beneficio dei profitti degli imprenditori. Dall’altro «importa» manodopera a basso costo, gli «extracomunitari» che sono disposti a sobbarcarsi lunghe ore di lavoro, senza i normali diritti sindacali e con salari esigui anche se alti rispetto a quelli dei paesi da cui arrivano.
Parte della lotta sulla legalità o illegalità dei migranti nasconde un altro fenomeno: è necessario stabilire norme severe, così che poi si possa sfruttare meglio quanti non rientrano nelle norme ma, spinti dalla necessità, arrivano lo stesso, in barba alle leggi e alle polizie.
In Israele la «purezza» nazionale oggi è l’altra faccia della paura del terrorismo: non solo la sicurezza ma anche il futuro del «popolo ebreo». Il muro di odio separa Israele dai territori palestinesi mentre estende le frontiere del 1967 e legittima i numerosi coloni nei territori occupati. A Gaza, l’accerchiamento trasforma il milione e mezzo di abitanti palestinesi in detenuti con libera circolazione in una enorme prigione.
Intanto, alla frontiera meridionale, tra Egitto e Israele corre negli ultimi anni un fenomeno nuovo: sudanesi, etiopi e altri, in fuga da paesi africani per ragioni politiche o spinti dalla fame, attraversano l’Egitto e dopo varie odissee cercano rifugio e lavoro in Israele. Decine di queste persone sono state uccise dalle forze di sicurezza egiziane, ma migliaia ce l’hanno fatta e lavorano in mestieri semplici e subalterni… Ma cosa succederà alla sacra purezza della nazione, tanto cara agli integralisti e razzisti?
Ecco che il governo Netanyahu annuncia la soluzione, che avevano già approvato i governi precedenti: costruire uin altro muro su quella frontiera. La paura, la purezza della nazione e il capitalismo convergono in paesi che si difendono dall’«altro» anche se sono proprio loro che creano il fenomeno.
In Italia sembra che la ‘ndrangheta abbia fomentato gli incidenti razziali, e mentre il ministro Roberto Maroni annuncia che il governo italiano ha «risolto in modo brillante un problema di ordine pubblico» il New York Times parla di un clima da Ku Klux Klan negli anni ’60 negli Stati uniti.
In Israele un nuovo muro quasi non fa notizia. Amnesty e altri si rallegrano della promessa di Netanyahu che le porte si apriranno per i rifugiati politici. Ma la realtà dell’accerchiamento, un accerchiamento che ormai rinchiude tutti, in modo reale o virtuale, è la realtà del panico, la paura, la ricerca permanente della «sicurezza e purezza».

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IMBARAZZISMI

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla. Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un giovane di colore che stava leggendo il giornale.Quando cominciò a prendere il primo biscotto,anche il giovane ne prese uno; lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro.Tra lei e lei pensò: “Ma tu guarda che schifo,che arroganza,che maleducazione…se solo avessi un po’ più di coraggio,gliene direi quattro,tornatene al tuo Paese,prima di viaggiare impara ad essere civile…”. Così ogni volta che lei prendeva un biscotto,il giovane di colore accanto a lei, senza fare un minimo cenno, ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò: “Ah, adesso voglio proprio vedere cosa farà.…!” Il giovane di colore prima che lei prendesse l’ultimo biscotto lo divise a metà!
“Ah, questo è troppo”, pensò e cominciò a sbuffare ed indignata si alzò di scatto,borbottò a bassa voce “i cafoni dovrebbero restare a casa”, prese le sue cose, il libro e la borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa.
Quando si sentì un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette su una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione e per evitare altri incontri spiacevoli. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando….nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era del giovane di colore che si era seduto accanto a lei e che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato,schifato, nervoso.Al contrario di lei che aveva sbuffato,ma che ora si sentiva sprofondare nella vergogna…

(Autore Ignoto)

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Rosarno: quando gli schiavi si ribellano

Quando i Kunta Kinte si contano le cantano ai loro negrieri, siano loro malavita o malgoverno. Non c’è niente che Lega come le Radici.

Restiamo Umani

Vik dal Cairo

 

Maroni, basta con le menzogne. Questo caos lo hai creato tu

Secondo il ministro dell’Interno l`immigrazione clandestina a Rosarno alimenta criminalità e degrado. Maroni dimentica la rivolta antimafia dello scorso dicembre, la collaborazione degli africani con le forze dell’ordine, le terribili condizioni in cui sono costretti a lavorare e contro cui protestano da sempre. E soprattutto non ricorda di aver annunciato – lo scorso anno – 200 mila euro per far fronte all`emergenza.

Oggi ne sono arrivati 900 mila, solo a Rosarno. Come sono stati spesi?” A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un`immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall`altra ha generato situazione di forte degrado”. Il ministro dell`Interno, Roberto Maroni, parla della rivolta degli extracomunitari ieri sera in Calabria. “Abbiamo posto sostanzialmente fine all`immigrazione clandestina: a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni che lo richiedono”.

da Terrelibere.org.

Questa è la realtà che il ministro finge di non conoscere:

1) nel marzo del 2009, Maroni arrivava a Reggio Calabria e – colpito dalla situazione dei migranti nella Piana – annunciava 200 mila euro del PON Sicurezza per l`emergenza migranti, in particolare “primi interventi assistenziali in relazione alla situazione di forte disagio presente a Rosarno ed in altre aree della provincia per la presenza di immigrati”. Oggi quei fondi sono arrivati, anzi di più: 930 mila euro per il “recupero urbano delle aree degradate” di Rosarno. Come sono stati spesi? Perché l`emergenza annunciata (che si presenta ogni inverno dal 1990) non è stata affrontata?

2) Non tutti sono “clandestini”. Tanti lavoratori hanno il permesso di soggiorno in scadenza, sono stati licenziati nelle aziende del Nord dove lavoravano fino a ieri e rischiano di perdere i documenti se non trovano un altro contratto entro pochi mesi. Sono le regole disumane della Bossi Fini.

3) Tanti irregolari sono denegati (richiedenti asilo a cui è stato opposto un rifiuto). Molti hanno il permesso di soggiorno, ad esempio uno dei due ragazzi feriti nell`attentato che ha scatenato la rivolta.

4) Dire che gli stranieri portano degrado a Rosarno è assolutamente falso; il degrado è frutto dello strapotere mafioso, prodotto da italiani, contro cui il suo governo non ha fatto nulla e che viene di fatto accettato dagli abitanti locali. Gli africani, invece, si sono ribellati alla mafia nel dicembre 2008 ed hanno collaborato con i carabinieri, portanto all’arresto dei loro aguzzini.

5) I migranti irregolari della Piana hanno sempre chiesto di “poter lavorare in condizioni dignitose”. Non vogliono essere “clandestini”: si trovano a non avere documenti per le assurde leggi razziste varate da uno Stato irresponsabile.

7) Molti arrivano al Sud perché sperano di trovare uno Stato meno asfissiante, e di sfuggire al clima da caccia allo straniero creato dalla Lega.

8) Gli stranieri – sia “clandestini” che regolari – sostengono l’economia agricola del Sud. Senza di loro, arance, pomodori ed ortaggi marcirebbero nei campi. I loro salari da fame sono indipendenti dal prezzo di mercato. Braccianti e consumatori pagano una filiera malata, caratterizzata da passaggi parassitari, forme estorsive, presenze mafiose.

8) Qual è la “normalità” che Maroni vuole portare nella Piana, cacciando i “clandestini”? Quella dei morti ammazzati a colpi di kalashnikov dopo una lite per un posteggio? Quella delle autobombe? Quella dei razzi anticarro di provenienza jugoslava trovati in normali appartamenti? Quella dei ragazzini di 14 anni ammazzati con un colpo alla nuca?

Se proseguirà l`azione criminale della Lega, la rivolta di Rosarno si estenderà rapidamente al Nord. Milioni di lavoratori stranieri – che sostengono la nostra economia, pagano le nostre pensioni, tengono in piedi interi settori produttivi – non ne possono più di essere criminalizzati e sfruttati.

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Cicatrici bipedi e ambulanti

Tracciando percorsi di ansietà, sagomate su un tatuaggio fresco di sangue, il mio ultimo pezzo del 2009 per Il Manifesto:

Noi siamo gli eletti,
sopravvissuti e sopravviventi di un intramontabile massacro, testimonianze bipedi e ambulanti, condannati alla rivoluzione delle nostre vite come pegno per essere scampati ad una morte scontata. A bombe israeliane che non facevano distinzione fra civile e militare, fra civile palestinese e civile spagnolo, inglese, italiano. Un massacro che non trova precedenti nella storia moderna: Gaza da immensa prigione a cielo aperto si è tramutata per tre settimane in una sorta di campo di sterminio. I bombardamenti colpivano a tappeto tutta la Striscia, migliaia di profughi disperati da Nord fuggivano a Sud, quelli del Sud a Nord, recitanti dentro, in trappola, senza rifugio. Quando in massa si sono riversati nelle scuole delle Nazioni Unite credendosi al sicuro dietro le mura dipinte a bianco e blu con gli stemmi dell’ONU, Israele le ha intenzionalmente colpite e ridotta in cenere dai caccia israeliani è stata anche la sede dell’ONU nel centro di Gaza city. Con miei compagni dell’International Solidarity Movement eravamo entrati nella Striscia come attivisti prima dell’inizio dell’operazione “Piombo Fuso” e ne siamo fuoriusciti come qualcos’altro: quei 22 terribili giorni del gennaio scorso hanno radicalmente mutato quello che siamo oggi. Leila, la hippy australiana si è rimessa sui libri. Dopo aver raccolto decine di corpi straziati dai cecchini dinnanzi all’ospedale Al Quds, poi dato alle fiamme col fosforo bianco, sarà domani una di quelle fantastiche infermiere senza frontiere inviate nei luoghi più turbolenti del pianeta. Natalie, la giovane libanese, è certa che i diritti umani sono la sua strada maestra, dopo aver vissuto sulla sua pelle quegli orrori e constatato come quei crimini compiuti “dall’unica democrazia del medioriente” sono rimasti pressochè impuniti. Andrew, scozzese, si è confinato lontano dal mondo civilizzato, me lo immagino in solitudine a colloquio coi suoi spettri, i miei stessi, per reificare una esperienza impossibile da disciogliere nell’oblio. Alberto Arce, lo spagnolo, l’ho reicontrato agli inizi di novembre a Firenze, in occasione della presentazione del suo pluripremiato “To Shoot An Elephant”. Poche parole fra noi durante la proiezione del suo documentario, più complici sguardi umidi di commozione, e un continuo passarci una fiaschetta di alcol come palliativo per dei brividi scaturiti dinnanzi alla nostra esperienza sulle ambulanze palestinesi rivissuta sullo schermo. Poi con lui ritrovarsi a discutere su come riuscire a cavar fuori dalla nostre menti la pietra della follia, se con un bisturi o con l’analisi, visto che molti di noi a distanza di un anno sono ancora in cura psicologica. Semplicemente, non riusciamo ancora a capacitarci di come noi Sì e altri No. Perché mentre corpi umani venivano maciullati tutt’attorno noi l’abbiamo scampata, nella macabra cabala dei bombardamenti israeliani che avevano come obbiettivo mirato la popolazione civile, siamo stati estratti a sorte per sopravvivere. Tutti evidentemente afflitti da post traumatic stress. E se lo siamo noi, privilegiati per essere riusciti a evacuare, vi lascio immaginare come se la passano un milione e mezzo di palestinesi, che oltre a essersi presi in testa tonnellate di armi illegali, non hanno neanche potuto godere del privilegio di una boccata d’aria fuori dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo, Gaza. Mentre l’assedio continua smagrendo i ventri affamati e ammalando le menti aride di speranza dinnanzi ad un inarrestabile genocidio al rallentatore. Mentre secondo il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, “la prossima guerra sarà a Gaza”, ancora e ancora, e minacce di nuovi imminenti attacchi sono passeggeri come nuvole tenebrose nel cielo di una Palestina occupata ormai da più di 42 anni.

Congedandosi da me, Alberto mi ha confidato di un neonato intensissimo istinto paterno sbocciato in lui, un tempo insospettato, di come appena tornato in Spagna gli veniva naturale stringere a sé ogni bambino che gli si parava davanti quasi per proteggerlo. E per questo presto diventerà padre. Sia maschio o femmina suo figlio porterà il nome di una delle innocenti vittime dei bombardamenti di gennaio. Israele gli ha  fornito un’ ampia scelta di appellativi possibili sterminando più di 400 bambini.

Tutti noi reduci insieme ad altri 1500 cittadini provenienti da 42 paesi diversi ci siamo dati appuntamento qui al Cairo, per una  marcia che si spera possa fungere da lima per segare le sbarre di Gaza e contemporaneamente cassa di risonanza per dei cittadini del mondo senzienti e sensibili alla pace e ai diritti umani ben consci di quanto è più avvilente il silenzio degli onesti del disprezzo dei violenti.

Restiamo umani

Vittorio Arrigoni

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CONVOY VIVA PALESTINA UNDER ATTACK!

Ultim’ora da El Arish, la polizia egiziana sta attaccando il convoglio umanitario Viva Palestina:

“Here’s the latest news. Managed to finally get JJ on phone for few minutes his phone died after that. but he said they are alright, THANK GOD!! Also said what we reported before, outsiders arrived armed with sticks and stones entered the compound and attacked the members and were joined by Egyptian police squad. There are several members injured, heads and arms bandaged. Rumours are flying around about other things as well, like people still missing and such. for now i’m glad our guys are OK. More when we get it. At least we can breath now knowing they are alright for the moment. Thanks for everyones support!!! ” Slán Kev

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Haidar Eid e Omar Barghouti on Gaza Freedom March

Una lettera da due delle più illustri menti palestinesi dei notri tempi, Haidar Eid e Omar Barghouti, impegnati come noi lungo la marcia per rompere l’assedio di Gaza.

Perchè la Gaza Freedom March ha fatto bene a rifiutare la proposta egiziana
Grazie all’intervento della moglie del presidente egiziano le autorità egiziane hanno autorizzato una delegazione che si pensa rappresentativa della Marcia a recarsi a Gaza in un approccio umanitario, il …30 dicembre 2009. Mentre gli altri 1.300 partecipanti alla marcia restavano confinati a Gaza. I coordinatori palestinesi si rivolgono ai partecipanti alla Marcia.
«Cari organizzatori e partecipanti alla Marcia per la libertà di Gaza,dopo molte esitazioni e discussioni, vi scriviamo per chiedervi di rifiutare il “mercato” cui siete arrivati con la dirigenza egiziana (attraverso la sig.ra Mubarak). Questo è un cattivo accordo per noi e, ne siamo profondamente persuasi, terribile per il movimento di solidarietà.
Inizialmente, pensavamo che se dei rappresentati della quarantina di Paesi avessero potuto recarsi a Gaza e partecipare a una marcia simbolica con i palestinesi, questa avrebbe potuto trasmettere un messaggio all’opinione pubblica mondiale, nostro obiettivo principale.
Tuttavia, dopo aver ascoltato la conferenza stampa del Ministro degli Esteri egiziano la scorsa notte su Aljazeera e il modo in cui ha descritto l’accordo nei dettagli, pensiamo senza alcuna ambiguità che questo compromesso è troppo pesante, portatore di divisioni e distruttivo per il nostro lavoro e i nostri contatti con i differenti movimenti di solidarietà a livello internazionale.

Abu Al-Gheit[1] ha descritto i 100 delegati che graziosamente erano stati autorizzati ad entrare a Gaza come membri di organizzazioni che l’Egitto considera «buone e sincere nella loro solidarietà con Gaza come noi [il regime]». Ha descritto gli altri come membri «di organizzazioni che non sono interessate che alla sovversione e all’azione contro gli interessi egiziani, a seminare il disordine nelle strade d’Egitto e non alla solidarietà con i palestinesi». Ha anche sostenuto che l’opinione pubblica egiziana era sufficientemente saggia per vedere che questi erano degli hooligans, tenendosene alla larga.
Oltre alla evidente divisione che creerebbe l’accettare questo mercato, ecco cosa è falso in questa presentazione dei fatti:

1) Il regime egiziano, nella conferenza stampa, descrive la grande maggioranza degli internazionali che partecipano alla Gaza Freedom March come hooligans e provocatori, non come dei veri gruppi di solidarietà. Questo è un grave insulto a tutti noi, a tutti i nostri partners e alla GFM intera, perché dipinge tutti noi dei collaboratori al servizio di forze”fanatiche”, “distruttrici” e non di forze unitarie per porre fine all’assedio e perché il diritto abbia la priorità.

2)La direzione egiziana utilizzerà il nostro accordo per sostenere che la sua posizione e il suo «modo di essere solidale con Gaza» sono stati sempre i migliori e che coloro che concordano con questo saggio modo di fare sono stati autorizzati a entrare [a Gaza, NdT].
La pressione dell’opinione pubblica araba e internazionale sul governo egiziano cresce enormemente grazie alle azioni che tutti voi avete intrapreso e [grazie] agli eccellenti messaggi che avete inviato ai media. Il governo egiziano vuole usare questo accordo per alleggerire la pressione e dare l’impressione che è preoccupato per i palestinesi di Gaza.
Tutto questo per distogliere l’attenzione dal Muro d’Acciaio che sta costruendo e dagli appelli che gli vengono rivolti riguardo alla sua complicità con il criminale assedio israeliano.
Il nostro interesse a lungo termine in quanto palestinesi non è di permettere al regime di togliersi dall’imbarazzo così facilmente. O meglio, che autorizzi i 1.400 partecipanti ad andare a Gaza (se questi sono degli “hooligans” , l’Egitto potrebbe liberarsene mandandoli a Gaza, no?), altrimenti, vi esortiamo con tutte le nostre forze a rifiutare questo mercato troppo ristretto, troppo tardivo e troppo mal concepito[2].

Non possiamo decidere al vostro posto, la decisione in ogni caso è di VOI TUTTI. Se una maggioranza CHIARA tra voi si delineasse a favore dell’accordo, vi accoglieremo a Gaza e apprezzeremo fortemente la vostra solidarietà.
Ma noi pensiamo che la vostra solidarietà, senza venire a Gaza, denunciando l’assedio, può essere più fruttuosa per noi e per la fine dell’assedio almeno dal lato egiziano.

Vi salutiamo e vi ringraziamo, dal profondo del cuore, per l’indescrivibile lavoro che tutti voi avete fatto per Gaza!

Rispettosamente,

Haidar Eid,

Gaza

Omar Barghouti,

Gerusalemme

Lettera pubblicata il 2 gennaio 2010 sul sito dell’Association France Palestine

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End Israeli Apartheid Cairo Delegation

Con invito alla sottoscrizione:

The Gaza Freedom March has come to an end, but before the protesters dispersed they agreed on the following statement:

End Israeli Apartheid
Cairo Declaration
January 1, 2010

We, international delegates meeting in Cairo during the Gaza Freedom March 2009 in collective response to an initiative from the South African delegation, state:

In view of:

* Israel’s ongoing collective punishment of Palestinians through the illegal occupation and siege of Gaza;
* the illegal occupation of the West Bank, including East Jerusalem, and the continued construction of the illegal Apartheid Wall and settlements;
* the new Wall under construction by Egypt and the US which will tighten even further the siege of Gaza;
* the contempt for Palestinian democracy shown by Israel, the US, Canada, the EU and others after the Palestinian elections of 2006;
* the war crimes committed by Israel during the invasion of Gaza one year ago;
* the continuing discrimination and repression faced by Palestinians within Israel;
* and the continuing exile of millions of Palestinian refugees;
* all of which oppressive acts are based ultimately on the Zionist ideology which underpins Israel;
* in the knowledge that our own governments have given Israel direct economic, financial, military and diplomatic support and allowed it to behave with impunity;
* and mindful of the United Nations Declaration on the Rights of Indigenous People (2007)

We reaffirm our commitment to:

Palestinian Self-Determination
Ending the Occupation
Equal Rights for All within historic Palestine
The full Right of Return for Palestinian refugees

We therefore reaffirm our commitment to the United Palestinian call of July 2005 for Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) to compel Israel to comply with international law.

To that end, we call for and wish to help initiate a global mass, democratic anti-apartheid movement to work in full consultation with Palestinian civil society to implement the Palestinian call for BDS.

Mindful of the many strong similarities between apartheid Israel and the former apartheid regime in South Africa, we propose:

1) An international speaking tour in the first 6 months of 2010 by Palestinian and South African trade unionists and civil society activists, to be joined by trade unionists and activists committed to this programme within the countries toured, to take mass education on BDS directly to the trade union membership and wider public internationally;

2) Participation in the Israeli Apartheid Week in March 2010;

3) A systematic unified approach to the boycott of Israeli products, involving consumers, workers and their unions in the retail, warehousing, and transportation sectors;

4) Developing the Academic, Cultural and Sports boycott;

5) Campaigns to encourage divestment of trade union and other pension funds from companies directly implicated in the Occupation and/or the Israeli military industries;

6) Legal actions targeting the external recruitment of soldiers to serve in the Israeli military, and the prosecution of Israeli government war criminals; coordination of Citizen’s Arrest Bureaux to identify, campaign and seek to prosecute Israeli war criminals; support for the Goldstone Report and the implementation of its recommendations;

7) Campaigns against charitable status of the Jewish National Fund (JNF).

We appeal to organisations and individuals committed to this declaration to sign it and work with us to make it a reality.

……….

Dichiarazione dal Cairo

1 Gennaio, 2010

Noi, delegati internazionali riuniti al Cairo durante la Gaza Freedom March 2009, come risposta collettiva ad un’iniziativa della delegazione Sud Africana, dichiariamo:
In considerazione di quanto segue:
o l’attuale punizione collettiva che Israele infligge ai Palestinesi attraverso l’occupazione e l’assedio illegale di Gaza; o l’occupazione illegale della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e il proseguimento della costruzione illegale del muro dell’Apartheid e delle colonie; o il nuovo muro che stanno costruendo Egitto e USA che addirittura rafforzerà l’assedio di Gaza; o il disprezzo per la democrazia Palestinese mostrato da Israele, USA, Canada, Unione Europea ed altri dopo le elezioni Palestinesi del 2006; o i crimini di guerra commessi da Israele durante l’invasione di Gaza un anno fà; o la continua discriminazione e repressione che i Palestinesi affrontano all’interno di Israele; o la continuazione dell’esilio per milioni di rifugiati ; o tutti i suddetti atti di oppressione trovano fondamentalmente origine nell’ideologia sionista che è alla base di Israele; o sappiamo che i nostri governi hanno dato ad Israele diretto supporto economico, finanziario, militare e diplomatico, consentendogli di agire con impunità; o e memori della Dichiarazione ONU dei Diritti dei Popoli Indigeni (2007)
Riconfermiamo il nostro impegno per:
L’Auto-Determinazione dei Palestinesi
La fine dell’Occupazione
Pari diritti per tutti all’interno della storica Palestina
Il pieno diritto al ritorno per i rifugiati Palestinesi
A tal fine confermiamo il nostro impegno nei confronti della richiesta di United Palestinian, del luglio 2005, di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per costringere Israele a rispettare le leggi internazionali.
Fino a quando ciò non accadrà, noi cerchiamo e speriamo di dar luogo ad un movimento globale di massa, democratico, anti-apartheid per lavorare di comune accordo con la società civile Palestinese e implementare la richiesta Palestinese di BDS.
Consci delle tante e forti similitudini tra l’apartheid praticata da Israele e la precedente apartheid del regime in Sud Africa, proponiamo:
1) Un giro di conferenze nei primi sei mesi del 2010 tenuto da
sindacalisti e attivisti delle società civili Palestinese e Sud Africana, a
cui si uniranno sindacalisti e attivisti impegnati in questo progetto
all’interno degli stati in cui si andrà, per insegnare a fondo le tecniche
BDS direttamente ai sindacati e più largamente a pubblico internazionale;
2) La partecipazione alla Settimana dell’Apartheid Israeliana nel
Marzo 2010;
3) Un approccio sistematico e unitario nel boicottare i prodotti
Israeliani, coinvolgendo consumatori, lavoratori e sindacati dei settori di
commercio, magazzinaggio e trasporto;
4) Di sviluppare il boicottaggio Accademico, Culturale e Sportivo;
5) Campagne presso i sindacati di settore e fondi pensionistici per
incoraggiare il disinvestimento da compagnie direttamente coinvolte
nell’Occupazione e/o nelle industrie militari Israeliane;
6) Azioni legali contro il reclutamento esterno di soldati posti al
servizio delle milizie Israeliane, e procedimento penale contro i criminali
di guerra del governo Israeliano; coordinamento dei Citizen’s Arrest Bureaux
per identificare, condurre una campagna per denunciare e procedere contro i
criminali di guerra Israeliani; sostenere il Rapporto Goldstone e
l’implementazione delle raccomandazioni in esso contenute;
7) Campagna contro lo status di “fondazione di beneficienza” del
Jewish National Fund (JNF).
Facciamo appello ad organizzazioni e ad individuali che si riconoscono in
questa dichiarazione affinchè la firmino e lavorino con noi per realizzarla.

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