Febbraio 2011

Video shock e nuovo rapporto UNICEF: Israele Erode

Dedicato agli altolocati sponsor e ai rinomati promotori della “democrazia” d’Israele, Marco Travaglio e Roberto Saviano in testa.

 

Dall’autore del video:

“Questo video e’ stato girato martedì mattina dopo che le autorità israeliane hanno effettuato un altro raid contro civili. Appena l’esercito e la polizia si sono allontanati, un furgone si e’ fermato nella zona e due agenti di polizia di frontiera sono saltati fuori. Kareem Tamimi, 11 anni, ha iniziato a fuggire, correndo verso la madre. La donna con la telecamera si sente gridare “Bambino! Bambino!” in ebraico per dissuadere gli agenti di polizia di frontiera alla cattura del piccolo, senza alcun risultato.  Quando gli agenti di polizia di frontiera catturano il bambino, lo trattano (e maltrattano) come se fosse una persona adulta. In pochi secondi è caricato sul furgone della polizia e sulla strada fuori dal paese verso una località sconosciuta. Sua madre che piange mentre sbatte le mani contro le finestre del furgone della polizia e’ ignorata dalla polizia di frontiera.

L’arresto di Kareem faceva parte di una strategia per mettere sotto pressione suo fratello Islam, di 14 anni, che è stato arrestato il giorno precedente in un raid notturno, in modo da convincere Islam a firmare tutte le (finte) confessioni prodotte dagli investigatori. La strategia ha funzionato, e Kareem è stato rilasciato più tardi la sera stessa.

Dopo questo arresto, il portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato ai media e su Twitter che “un altro ricercato sospetto è stata catturato e condotto in un luogo di sicurezza per un interrogatorio”. Il portavoce ha dimenticato di precisare che il “ricercato sospetto” è solo un bambino di 11 anni.

Questi video, che raramente passano sui  media di massa, dimostrano la vita palestinese sotto l’occupazione israeliana. Questo è il prezzo che pagano quei palestinesi che se si rifiutano di stare in silenzio sotto l’occupazione”.

L’UNICEF venerdi’ ha pubblicato un rapporto nel quale vengono illustrati gli abusi d’Israele contro i bambini palestinesi nel 2010:

11 bambini palestinesi sono stati uccisi.

360 bambini palestinesi sono rimasti feriti.

213 bambini palestinesi sono stati stati tenuti sotto detenzione militare.

14 bambini palestinesi sono stati stuprati nelle prigioni israeliane.

75 bambini palestinesi sono stati torturati nelle prigioni israeliane.

62 bambini palestinesi sono stati picchiati,

4 bambini palestinesi hanno subito l’elettroshock per estorcere loro confessioni.

Durante il 2010 le forze armate d’Israele hanno danneggiato 24 scuole palestinesi.

 

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

Video shock e nuovo rapporto UNICEF: Israele Erode Leggi l'articolo »

La democrazia secondo Gheddafi

Quel pazzo da legare di Gheddafi da il meglio di se’ in questa intervista rilasciata ad Al Jazeera, nella quale spiega come il termine “democrazia” non deriva dal “greco “δῆμος (démos)”=”popolo” e “κράτος (cràtos)”=”potere”, ma bensi dall’arabo ” deemo”=”stare”,e “karasee”=”sedia”, piu’ precisamente trono, in riferimento al potere illimitato dei sovrani.

DeemoKarasee secondo Gheddafi significa praticamentene il suo diritto a stare seduto sul trono della Libia fin quando gli pare.

E in infatti ci e’ seduto sopra dal 1969, ancora per qualche giorno.

Stay Human

Vik da Gaza city

La democrazia secondo Gheddafi Leggi l'articolo »

Gli occhi del mondo su Gheddafi, i missili israeliani su Gaza

Il mio pezzo di mercoledi’ per Peacereporter:

Mentre Barack Obama condanna “con forza” le violenze in corso in Libia, definendole “oltraggiose ed inaccettabili”, e il segretario di Stato Hillary Clinton si precipita a Ginevra per denunciare il Gheddafi al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, nessuno pare indispettirsi per i bombardamenti israeliani che mietono vittime civili a Gaza.

D’altronde, durante l’offensiva Piombo Fuso del 2009, quando l’esercito israeliano sterminava tranquillamente più di 320 bambini palestinesi, Obama si trovava alleHawaii a giocare a golf, e la Hillary probabilmente avrebbe fatto carte false per godere dello scenario di una Gaza arsa dal fosforo bianco dalla vista panoramica delle colline di Sderot.

Il recente veto degli USA alla risoluzione ONU che condannava l’estensione delle colonie illegali in Palestina, in realtà è un visto per Israele a continuare la sua pulizia etnica.

L’escalation di queste ultime ore è cominciata mercoledi’ mattina poco dopo le 8, con una incursione di 4 carri armati e 4 bulldozers israeliani all’interno del territorio palestinese a Juhor Ad Dik , nel centro-Est della Striscia. Queste invasioni di bulldozers con l’appoggio dei tank sono pressoché quotidiane a Gaza e hanno lo scopo di distruggere ettari di campi coltivabili all’interno del confine palestinese (esempio: http://www.youtube.com/watch?v=DYIGysIr7_8 ). Quando qualche ora dopo i blindati si sono poi spostati verso il quartiere di Al Zaytuon, a est di Gaza city, un gruppo di guerriglieri delle brigate Al-Quds, il braccio armato della Jihad islamica, ha cercato di respingerli. Verso le 12:50 i carri armati israeliani hanno iniziato a bombardare. Risultato, secondo fonti mediche: 11 feriti, 4 guerriglieri e 7 civili, 3 dei quali sono bambini. Adel Jeniyeh, uno dei miliziani delle brigate Al-Quds è deceduto all’ospedale Shifa per le ferite subite.

Nella serata, per vendicare questo omicidio, mentre il Fronte Popolare sparava alcuni colpi di mortaio oltre il confine la Jihad Islamica riusciva a lanciare 2 missili Grad contro Israele colpendo, per la prima volta dal gennaio 2009, la città di Be’er Sheva. Solo danni materiali e nessuna vittima.

A questo seguivano nella notte ripetute incursioni delle forze aree israeliane e una decina di bombardamentilungo tutta la Striscia. Caccia F16 ed elicotteri Apache hanno colpito ad Est di Gaza city, e ripetutamente Khan Younis. Nel quartier Zayton di Gaza city, nei pressi della moschea Rantisi, sono rimasti feriti dai missili due guerriglieri delle Brigate Al Quds. Complessivamente, contando 2 contadini feriti dal fuoco dei cecchini nel pomeriggio a Beit Lahia, nelle ultime 24 ore il fuoco delle forze di occupazione israeliane ha provocato 14 feriti e un ucciso fra i palestinesi.

Nessun ferito israeliano dai razzi palestinesi. Dal gennaio 2010, secondo dati dell’ONU, 65 palestinesi sono stati uccisi dai soldati di Tel Aviv. Zero le vittime civile israeliane per mano dei guerriglieri di Gaza.

Nonostante Hamas stia da tempo cercando di convincere le altre fazioni a sospendere la resistenza per timori degli attacchi israeliani, la Jihad Islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina non vogliono desistere dal cercare di difendere i confini della Striscia di Gaza.

Cosi’ si sono espresse ieri in un comunicato le Brigate Ali Mustafa, braccio armato del Fronte: “confermiamo la nostra volontà ad aderire alla resistenza e continueremo a combattere il nemico sionista per rispondere ai crimini degli occupanti”.

Anche ieri mattina tutte le centrali di polizia e i palazzi governativi rimanevano evacuati, mentre sul cielo di Gaza continuava la tirannia di caccia f16 a volo radente.

Nella notte, un missile sparato da un elicottero Apache ha centrato un’automobile che transitava dalle parti di Khan Younis. I due uomini a bordo hanno fatto appena in tempo a gettarsi fuori dall’abitacolo prima dell’esplosione: sono feriti ma vivi. Secondo testimoni gli uomini, a bordo di un’automobile di proprieta’ del governo di Hamas, stavano trasferendo un grosso quantitativo di denaro, ora ridotto in cenere.

Gli occhi del mondo su Gheddafi, i missili israeliani su Gaza Leggi l'articolo »

15 march in Palestine: End Of Division

Il mio pezzo di mercoledi’ per Peacereporter:

Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein, Algeria, Libia, con tutto il loro impetuoso scorrere di sangue e di speranza non hanno lasciato certo intaccati  gli argini degli animi dei giovani palestinesi di Gaza. Il fermento è in piena e traboccherà a breve: il 25 gennaio palestinese sarà il 15 marzo.

In vista di questa data infatti, decine di gruppi giovanili stanno lavorando alacremente per scendere in migliaia nelle piazze di Ramallah e di Gaza, in una giornata che  è stata battezzata non della collera, ma bensi’ della riconciliazione.

 

La lezione impartita  in particolare dalla rivoluzione egiziana dove forze laiche, musulmane, cristiane e di diverse classi sociali compatte sono riuscite a scacciare un potente dittatore che pareva inchiodato al trono, ha ritemprato l’orgoglio dei giovani gazawi pronti a esplodere in una forte e sensata richiesta di “End of division”, la fine della divisione fra Fatah e Hamas.

 

“Abbiamo scelto il 15 marzo perché per noi palestinesi è una data priva di significati politici o di particolari commemorazioni. La base della nostra iniziativa popolare è assolutamente apolitica, indipendente da tutte le fazioni politiche. Non accettiamo gruppi che si identificano anche lontanamente con qualche partito”, mi fa Assad 22 anni.

 

Quando incontro Assad  Saftawy , Mohammed Shamallakh , e Mohammed Al Sheikh al caffè Gallery, nel centro di Gaza city, la tensione si taglia con un coltello.

Poco prima della mio arrivo, al caffè i ragazzi hanno ricevuto una spiacevole visita, quella della polizia in borghese di Hamas, che ha sequestrato loro computer e telefoni cellulari.

 

“Perché Hamas ha cosi’ tanto timore di voi?” domando loro.

“Nonostante siamo stati chiari fin dal primo istante che i nostri intenti sono esclusivamente per un invito a ricomporre la frattura fra Ramallahe Gaza, che così tante sofferenze comporta, evidentemente sospettano che fra noi ci sia qualcuno collegato alla “The Revolution of Honor”, la giornata della collera indetta qualche settimana fa da Fatah e disertata in massa. Oltre a questo orami tutti leader arabi temono le manifestazione spontanee dei giovani. Il buffo è che alti esponenti del governo di qui, come il deputato di Hamas Ahmed Yousef, si erano dichiarati pubblicamente a favore della nostra iniziativa”, afferma Mohammed Al Sheikh, 22 anni.

 

La politica delle parole veste i doppiopetti, quella dei fatti le divise scure del mukabarat, e l’irruzione di oggi  in un caffè affollato delle forze di sicurezza di Hamas sono una minaccia esplicita per chiunque desideri aggregarsi all’iniziativa del movimento 15 marzo.

 

“Pensate che anche a Ramallah abbiano gli stessi problemi?”, continuo l’intervista.

Risponde Mohammed Shamallakh 24 anni :“Certamente. E come noi anche loro sono disposti a finire in prigione. Non ci nascondiamo, scrivi pure i nostri veri nomi. Davanti alle telecamere i politici si spendono in mille buoni propositi circa una possibile riconciliazione, ma sappiamo bene che in realtà molti di essi godono di privilegi in questa situazione di stallo. I giovani sono stanchi di stare alla finestra a osservare la vita passargli davanti. Io per via della faida fra Hamas e Fatah ho perso 3 borse di studio, la possibilità di viaggiare e di lavorare, di farmi una famiglia. Ogni giorno che passa è come un anno, e non voglio incominciare a vivere a 40 anni, o a 50. Se i nostri leader sonocosi’ poco lungimiranti da non avere il polso sulla situazione, sui bisogni della gente, il 15 marzo mostreremo loro che è ora di mettere da parte i dissidi interni e lavorare tutti assieme per la fine dell’assedio e dell’occupazione”.

 

Non solo nel centro di Gaza city e nella piazza Manara di Ramallah si prevede una grossa mobilitazione di ragazzi, ma anche i palestinesi in Israele e  in diverse città europee e del mondo sono pronti a scendere nelle strade.

 

“Abbiamo bisogno di tutto il supporto internazione possibile affinchè un evento importante come quello che desideriamo attuare per il bene di tutta la Palestina, non venga represso nella violenza dalla polizia della Striscia o in West Bank “, riprende la parola e continua Mohammed Al Sheikh “a differenza dei nostri fratelli tunisini ed egiziani, non vogliamo rompere il sistema, bensi’ ricomporlo. Poi potranno essere indette nuove elezioni,  sarà possibile ricostruire l’OLP anche con la presenza di Hamas e allora arriveranno certamente migliori salari e migliori condizioni di vita, diminuirà la disoccupazione, e riotterremo quella libertà di espressione e quei diritti civili che adesso sono soffocati sia da Fatah che da Hamas.”

 

Faccio presente a Mohammed il problema delle ingerenze esterne nelle scelte delle leadership palestinesi, e gli ultimi scandali dei cables pubblicati da Al Jazeera che evidenziano quanto sia stretto il collaborazionismo della dirigenza dell’OLP con Israele.

 

“Se saremmo cosi’ in gamba da muoverci come i ragazzi di Tahrir square ci hanno insegnato, chi ci governa non avrà scelta. Ed è questo il nostro intento, inchiodare Hamas e Fatah in un angolo, e in quell’angolo costringerli a dialogare, a lavorare per la gente e contro l’occupazione israeliana. Lo implorano anche i 6 milioni di profughi fuori dalla Palestina”.

 

Chiedo loro cosa ricordano di quel sanguinoso 14 giugno 2007 quando a Gaza palestinesi contro palestinesi si scannarono senza pietà.

 

I volti entusiasti si fanno cupi, nonostante tutti e tre i ragazzi hanno perso amici e parenti nel corso degli anni per mano dell’esercito israeliano, tutti e tre concordano nel dire che quella giornata di guerra civile è stata la pagina più drammatica della storia recente palestinese.

 

“C’erano cecchini ovunque e raffiche di mitra per tutta la Striscia. Era impossibile distinguere chi stesse ammazzando chi. Da allora è certamente morto il nostro futuro”, spiega con angoscia Assad  Saftawy.

 

Prima di offrire loro una shisha, chiedo come hanno presa l’iniziativa i genitori:

 

Mohammed Shamallakh: “Mio padre mi ha consigliato di desistere dall’idea. Devi sapere che soffro di una condizione particolare: aRamallah sono convinti che io sia un militante di Hamas, qui a Gaza che appartengo a Fatah. Ma io non parteggio ne per l’uno ne per l’altro, così come l’iniziativa del 15 marzo non si fa strumentalizzare da nessuno. Chiediamo solo a gran voce  la fine delle divisioni.”

 

Assad: “Mio padre lo sto convincendo, mentre i miei fratelli e le mie sorelle le ho già portate dalla mia parte.”

 

Mohammed Al Sheikh: “Mio padre è già dei nostri e  mi ha promesso che parteciperà alla manifestazione.  E non da solo, verrà anche mia madre. Il problema è che sospetto vogliano partecipare solo per difendermi!”

 

Mentre una coltre fumo si leva dagli arghile sulle nostre teste meditabonde, ho la quasi certezza matematica che i genitori di Mohammed non hanno torto.

 

Vittorio Arrigoni da Gaza city

15 march in Palestine: End Of Division Leggi l'articolo »

Ci vergogna per loro: Giovanni Lobrano

Almeno 84 morti in Libia secondo Human Rights Watch.

In attesa che Gheddafi fugga dal suo paese in fiamme per rifugiarsi in Italia, dove Berlusconi e La Russa sono pronti ad accoglierlo stendendosi sul tappeto rosso, con parate di carabinieri a cavallo, le frecce tricolori, 200 “hostess” e una tenda beduina permanente a Villa Pamphilj a Roma, con relativi servizi annessi e connessi di bunga bunga, vorrei sapere cosa pensa di questa strage in corso Giovanni Lubrano, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Universita’ di Sassari, che non molto tempo fa aveva deciso di conferire una laurea honoris causa al dittatore libico. 


Rigor mortis causa sarebbe più appropriato.

Stay human.

Vik da Gaza city

SASSARI: PRESIDE GIURISPRUDENZA, LAUREA A GHEDDAFI OPPURTUNITA’ SVILUPPO DIALOGO

Sassari, 11 maggio. (Adnkronos) – “Il conferiremento della laurea honoris causa al presidente Gheddafi da parte di una facolta’ che si pone certamente in un contesto diverso da quelle islamico contribuisce a un processo gia’ in corso di dialogo e di conoscenza reciproca fra sistemi giuidici diversi ma convergenti nel Mediterraneo”. E’ questo uno dei motivi fondamentali che hanno spinto il Consiglio della facolta’ di Giurisprudenza dell’Universita’ di Sassari, ad approvare la proposta formale del preside, Giovanni Lobrano, di conferire la laurea honoris causa al leader libico, Muammar Gheddafi.
“Anche se ho proposto io la cosa e ho votato a favore – precisa pero’ il preside con l’ADNKRONOS – e’ mia abitudine scientifica non attribuirmi meriti che non ho. Non posso definirla come una mia iniziativa ma sicuramente la proposta in facolta’ l’ho fatta io. Prima ne ho parlato con alcuni colleghi anziani e poi con il Magnifico rettore, Alessandro Maida. In particolare, ci siamo fatti carico di renderci conto se ci poteva essere una disponibilita’, una attenzione politico diplomatica per l’iniziativa. Poi veramente di piu’ non posso dire perche’ non si tratta di questioni personali di cui posso disporre. Su alcune cose sono veramente impegnato alla riservatezza”.

Ci vergogna per loro: Giovanni Lobrano Leggi l'articolo »

Giornata di collera in Libia contro Gheddafi ricordando il baciamano di Berlusconi

Dopo la caduta in Tunisia del regime di Ben Ali e in Egitto di Mubarak, il prossimo dittatore arabo destinato ad essere abbattuto dalla sua gente è Gheddafi.

Per domani 17 febbraio infatti in tutta la Libia è stata lanciata la “Giornata della collera”, in concomitanza con l’anniversario delle violenze di 5 anni fa scaturite dopo che il ministro della Lega Nord Roberto Calderoli aveva mostrato in diretta televisiva al tg1 una maglietta con le vignette contro Maometto.


Nella speranza che i libici si liberino presto del loro sanguinario satrapro, e che crollando Gheddafi si porti dietro pure il suo baciatore di mani preferito:

ps: la demenza senile non di casa è solo  ad Arcore. Secondo media arabi Gheddafi ha deciso di partecipare alle proteste di domani. Sì, insieme agli anti-Gheddafi…

Giornata di collera in Libia contro Gheddafi ricordando il baciamano di Berlusconi Leggi l'articolo »

L’esercito israeliano bombarda un magazzino di medicinali a Gaza: catastrofe sanitaria

L’esercito israeliano bombarda un magazzino di medicinali a Gaza: catastrofe sanitaria

Sotto l’effetto dell’ipnosi collettiva dell’intifada egiziana che Al Jazeera instancabilmente proietta da giorni in tutti i caffè della Striscia assediata, ho sognato ad occhi aperti 6 milioni di arabi nella Palestina storica, marciare all’unisono compatti e pacifici verso una Gerusalemme liberata, per riprendersi i diritti umani violati da un Mubarak che parla ebraico.

Mentre condivido questa visione con alcuni amici, Hussein giochicchia a lungo con l’accendino fra le dita prima di accendersi la paglia fra le labbra, come a farla durare di piu: dopo 2 settimane di blocco del mercato nero dei tunnel se i distributori di benzina sono a secco, il prezzo delle sigarette e’ gia’ lievitato di un quarto.

“Hai visto che strage di vittime ha mietuto Mubarak? E pensa che ha dovuto limitarsi perché e’ la sua gente. Israele stenderebbe migliaia palestinesi in un solo giorno, se solo innescassimo una rivolta del genere”. Hussein così razionalizza il mio auspicio di una rivoluzione palestinese sull’onda di quella non ancora doma in Egitto.

Mahmoud, studente universitario come Hussein, incalzato da me, continua: “Già ci sono ribellioni non violente contro i nostri dittatori, a Nil’in e Bil’in, e anche qui a Gaza. E ogni volta finisco stroncate nel sangue con assoluta nonchalance. Con la scusa della lotta al terrorismo, del diritto alla difesa, guarda in che macerie hanno ridotto Gaza, e ancora ci strangolano.” Jamal e’ il piu’ maturo seduto al nostro tavolo in un caffè del centro e condivide la tesi dei compagni di studio: “Netanyahu, a differenza di Mubarak, è riuscito a vendere a buona parte delle cancellerie internazionali e a rendere ineludibile ai grossi media la nostra oppressione, l’occupazione della Palestina e la pulizia etnica, come un male necessario per la sicurezza dello Stato d’Israele. Obama che adesso chiede le dimissioni di Mubarak, non muoverebbe un dito dinnanzi allo sfociare di fiumi di sangue innocente palestinese, puoi scommetterci”.

Quando in tv trasmettono il discorso dell’attivista Wael Ghoneim in piazza Tahrir ribattezzata piazza Liberazione , contagiato dall’entusiasmo contesto il pessimismo dei tre amici palestinesi, ma da li a poche ore saranno degli spaventosi boati sopra la città a confermare la loro tesi a scapito della mia ingenuità.

Qualche minuto dopo la mezzanotte di martedì cacciabombardieri f 16 israeliani hanno colpito 3 aeree della Striscia: i tunnel di Rafah al confine dell’Egitto, un campo d’addestramento delle Brigate al Quds, braccio armato della Jihad Islamica, a Khan Younis, causando due feriti, e il quartiere Tuffah, nel Nord della Striscia, alle porte del campo profughi di Jabalia, esplosione che a causato il ferimento di dieci civili, fra i quali due donne e un bambino.

Nel bombardamento di Tuffah, e’ rimasta seriamente danneggiata una fabbrica tessile, una scuola e soprattutto è stato ridotto in cenere un magazzino di medicinali del Ministero della Sanità. Il magazzino, costruito su di una superficie di 700 metri quadrati, conteneva grandi quantitativi di medicinali e forniture mediche, molte della quali sopraggiunte all’interno della striscia di Gaza grazie alle donazioni delle delegazioni internazionali come Viva Palestina e Road to Hope.

Munir al-Barsh, direttore generale del dipartimento di farmacologia presso il ministero il Ministero della Sanita’ ha spiegato come la distruzione del magazzino e’ destinata ad aggravare di molto il deficit del sistema sanitario della Striscia, già provato dalla carenza di 183 varieta’di medicinali e 190 articoli di forniture mediche.

I pompieri hanno cercato invano di domare le fiamme fino a tarda mattinata. La scuola adiacente al magazzino incenerito, frequentata da 625 studenti, ha dovuto chiudere per i danni subiti all’edificio.

Nonostante le continue denuncie delle organizzazioni per i diritti umani Israele continua impunemente a violare il diritto internazionale in chiave di punizione collettive ad una popolazione civile, e con l’assedio imposto su Gaza a negare il diritto alla sanita’ sancito dell’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra. In comunicato del Ministero della Sanita’ si legge: “I paziente continuano a morire per via dell’assedio: Hasan Hussein Bris, 52 anni, e’ l’ultimo malato di cancro deceduto perche‘ Israele gli ha impedito ingiustificatamente di lasciare la Striscia per andare a curarsi in ospedali piu attrezzati.”

Il malato curabile n. 379, deceduto perché incurabile nell’assedio criminale che chiude come in una bara la Striscia di Gaza. La comunità internazionale che i primi giorni ha balbettato e ora si mobilita dinnanzi agli efferati crimini compiuti dalla polizia di Mubarak, appare sempre impegnata in una sorta di congiura del silenzio quando si tratta di marcare i crimini di guerra e contro l’umanità’ dell’esercito israeliano.

Ora che per via della rivoluzione in corso in Egitto il valico di Rafah e’sigillato indefinitamente (ogni mese circa 500 pazienti palestinesi uscivano per farsi ricoverare negli ospedali egiziani) e che una scorta vitale di medicinali è stata distrutta dalle bombe, una catastrofe sanitaria nella Striscia e’ prevedibile.

Lunedì scorso il migliore amico israeliano di Roberto Saviano, il presidente Shimon Peres, si e’ complimentato pubblicamente con il comandante in capo dell’esercito Gabi Ashkenazi . Peres ha definito Ahsknazi, responsabile del massacro di Gaza “Piombo Fuso”, dell’assalto alla Freedom Flotilla e di innumerevoli altri crimini di guerra come il bombardamento di martedì notte: “Il migliore Capo di Stato Maggiore della storia d’Israele.”

Il premio Nobel per la Pace assegnato al presidente israeliano non e’ Gomorra, e’ Sodoma.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

L’esercito israeliano bombarda un magazzino di medicinali a Gaza: catastrofe sanitaria Leggi l'articolo »

Se Mubarak non va alla montagna, la montagna va da Mubarak

E’ ANDATO ALLA MONTAGNA!

 

Ore 01:33 egiziane e di Gaza.

A quanto pare l’attaccatutto sulle chiappe del vecchio dittatore non vuole saperne di mollare la presa.

Il discorso di Mubarak nel quale dichiara al mondo l’intenzione di rimanere incollato alla poltrona almeno fino alle prossime elezioni, è stato accolto in tutto le piazze d’Egitto con una levata di scarpe al cielo che neanche Bush a Baghdad nei suoi giorni peggiori:

Chissà se fra qualche mese sapremo che è successo questo pomeriggio, fra un golpe “dolce” annunciato dall’esercito e le notizie diramate dalle emittenti arabe che davano la mummia del faranone già in fuga verso l’aereoporto di Sharm el Sheikh.

Chissà se con gli ultimi stravolgimenti dell’evoluzione della rivoluzione egiziana c’entrano qualcosa quelle navi da guerra USA in rotta verso il Suez, e il sempre più consistente dispiegamento di truppe israeliane al confine sud.

Comunque, se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.

Ed ecco che le prime centinaia di manifestanti questa notte si spostano da piazza Tahrir verso la sede della tv di stato simbolo del potere del dittatore e i palazzi presidenziali.

In uno di questi, stanotte Mubarak farà fatica a prendere sonno, domani 20 milioni di egiziani sono pronti a erigersi montagna e  per scaraventarlo via dal suo regno di sangue e terrore.

Stay Human

Vik da Gaza city.

Se Mubarak non va alla montagna, la montagna va da Mubarak Leggi l'articolo »

La rivoluzione egiziana vissuta da Gaza

Il mio racconto per Peacereporter di ieri:

Mentre i riflettori del mondo illuminano l’evoluzione della rivoluzione egiziana, Gaza è avvolta dalle tenebre, pervasa da sentimenti contrapposti e distanti.

L’entusiasmo scaturito dinnanzi ai televisori che mostrano una piazza Tahrir gremita e matura per deporre l’odiato despota, per i molti palestinesi passati sotto i ferri roventi dei torturatori di Mubarak, è placato dell’angoscia per l’esito incognito che questa rivolta popolare comporterà per la vita degli abitanti della Striscia.

Contemporaneamente a questi giorni storici che permettono un balzo in avanti a tutto il Medio Oriente, Gaza pare ripiombare a due anni addietro, a quando Israele sigillando ermeticamente i confini e riducendo alla fame circa 2 milioni di persone preparava il massacro Piombo Fuso.

La notizia del giorno è il sabotaggio di un gasdotto nel Sinai che riforniva sia Israele che la Giordania, a circa 70 chilometri di distanza dal confine: le colonne di fuoco levatesi dall’esplosione sono rimaste a lungo visibili dal Sud della Striscia. Evidentemente qualche rivoluzionario egiziano si è ricordato dei fratelli palestinesi assediati ed ha aderito, a modo suo, alla campagna BDS, il boicottaggio a Israele. Un assaggio di cosa significa sopravvivere coi rifornimenti energetici tagliati o ridotti al lumicino come Gaza si trova a soffrire in questi istanti.

Nonostante la propaganda israeliana racconti che i tunnel di Rafah al confine con l’Egitto servano per rifornire la resistenza armata malearmata palestinese, in realtà da sottoterra si approvvigiona un intera popolazione civile di quei beni di prima necessità come alimenti e medicine altrimenti indisponibili, e del carburante necessario ad alimentare la centrale elettrica della Striscia.

Secondo Mahmoud Al Shava, presidente dell’associazione dei benzinai di Gaza, la Striscia necessita di 800 000 litri di gasolio (200 000 solo per la centrale elettrica) e 300 mila litri di benzina al giorno. Già prima della sommossa egiziana entrava a malapena là metà del quantitativo richiesto, ora le riserve di carburante stanno per esaurirsi e i pochi distributori ancora aperti presentano file interminabili di gente in attesa di riempire le taniche.

Con questa penuria di gasolio, beneficiamo solo di una decina di ore di elettricità al giorno, e vi assicuro, non trascorriamo certo serate romantiche a lume di candela pensando al panico che inizia a diffondersi negli ospedali, dove l’ erogazione continua di corrente elettrica è vitale per mantenere accesi i macchinari per la terapia intensiva e la rianimazione.

Al momento il Sinai è svuotato da forze di sicurezza fedeli al dittatore, solo al confine si è concentrato una massiccia presenza di militari: mentre Israele monitora la zona dal cielo coi i suoi droni ha concesso o piu’ realisticamente ordinato un nutrito dispiegamento di soldati egiziani come non accadeva dal 1979. Dalla parte palestinese, per scongiurare una possibile invasione israeliana del Nord Sinai allo scopo di occupare il confine con l’Egitto, Hamas è stata costretta a chiudere il valico di Rafah: troppo rischioso permettere infiltrazioni di guerriglieri in Egitto a supporto dei rivoltosi contro Mubarak.

Migliaia di palestinesi sono rimasti isolati fuori dalla Striscia, e altrettanti rinchiusi dentro, compresi i malati bisognosi di un ricovero urgente negli ospedali del Cairo e di Alessandria. Hamas concede l’accesso al valico solo ai lavoratori dei tunnel, operai presto disoccupati, visto che i rifornimenti dal Cairo ad Al Arish sono bloccati, e le scorte di Al Arish per il mercato nero di Gaza stanno terminando. Come denunciato incessantemente da John Ging, dimissionario direttore dell’UNRWA, la merce in entrata da Israele è un quantitativo irrisorio per soddisfare i bisogni primari della popolazione della Striscia: se i tunnel continuano a restare fermi Gaza rischia di precipitare in una catastrofe umanitaria nel giro di poche settimane.

Sotto il profilo della solidarietà espressa alla battaglia civile egiziana, la Palestina ha un gusto amaro come il suo olio di oliva.

A Ramallah mercoledì mattina un corteo contro Mubarak è stato sciolto a colpi di manganello dalla polizia dell’Autorità Palestinese, che ha anche arrestato dei giornalisti mentre poco dopo permetteva ad un gruppo di militanti di Fatah di sfilare indisturbato per la città intonando cori e innalzando striscioni a favore dei dittatore.

In West Bank la stessa cosa è successa giovedì e ieri: Human Rights Watch ha denunciato gli attacchi alla libertà di espressioni compiuti della polizia di Abu Mazen. Se il quisling leader di Fatah non può permettersi di inimicarsi il regime di Mubarak per via della comune sudditanza a Israele e per l’alleanza in chiave anti Fratelli Musulmani, anche nella Striscia mi deprime riportare come Hamas soffochi le spontanee dimostrazioni di appoggio all’intifada egiziana.

Durante un sit in nel centro di Gaza city dedicato alla situazione in Egitto, lunedi’ scorso 8 ragazzi e 6 ragazze sono stati arrestati e condotti in una stazione dove polizia, dove una delle ragazze, Asmaa Al-Ghoul, nota giornalista locale, è stata ripetutamente percossa.

Fra gli arrestati lunedi’ anche il traduttore dell’International Solidarity Movement: Mohammed AlZaeem. Mi sono recato personalmente a intercedere per la sua liberazione presso l’autorità locale, e l’ufficiale di polizia responsabile della sua detenzione ha confermato i miei sospetti sulle ragioni per cui le uniche manifestazione consentite qui sono quelle organizzate dal governo. Al centro agli interrogatori subiti dagli arrestati la richiesta incessante e opprimente di informazioni sull’identità del nuovo acerrimo nemico di tutti i governi arabi: Facebook.

Laddove serpeggia dello scontento, i moti prima tunisini e ora egiziani potrebbero rappresentare l’esempio per insurrezioni anche in Palestina, internet e i social network, la miccia per questa possibile deflagrazione.

Omar Barghouti, analista politico palestinese indipendente e uno dei fondatori del Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel (PACBI), il boicottaggio accademico e culturale d’Israele, ha cosi’ dipinto il quadro fra Ramallah e Gaza: “Fatah e Hamas concordano in così poco, e quell’unico piccolo denominatore comune è la repressione del dissenso e la repressione della libertà”.

In un clima generale incandescente di insurrezione, c’è chi cerca di cavalcare l’onda e gettare ulteriore benzina sul fuoco, come il generale di Fatah Tawfiq At-Tirawi, direttore dell’Intelligence dell’Autorità Palestinese, che per venerdi’ 11 ha chiamato ufficialmente ad un giornata di rivolta a Gaza contro Hamas.

Illudendosi che la sua richiesta venga accolta trionfalmente nella Striscia, ben sapendo che i moti tunisini ed egiziani non sono stati innescati dai partiti politici ma bensi’ dalla rabbia di masse di ogni età e classe sociale stanche di oppressione, affamate di democrazia e libertà.

La stessa fame che dilania da tempo quella Palestina governata dai collaborazionisti d’Israele.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni 

La rivoluzione egiziana vissuta da Gaza Leggi l'articolo »

Se i palestinesi si sollevano all’unisono come gli egiziani per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli? di Ali Abunimah

L’altra sera dinnanzi alle immagini teletrasmesse dell’intifada d’Egitto ho visto questo in sogno: 6 milioni di arabi nella Palestina storica marciare all’unisono compatti e pacifici verso Gerusalemme a riprendersi i loro diritti umani violati da un Mubarak che parla l’ebraico.

Vik da Gaza city

Siamo nel bel mezzo di un terremoto politico nel mondo arabo e la terra non ha ancora smesso di tremare. Azzardare previsioni quando gli eventi sono così mutevoli è rischioso, ma non c’è dubbio che la rivolta in Egitto – comunque si concluderà – avrà un impatto radicale in tutta la regione e nella stessa Palestina.

Se il regime di Mubarak cadrà, e a sostituirlo ce ne sarà uno meno legato a Israele e agli Stati Uniti, per Israele sarà un grande smacco. Come ha commentato Aluf Benn sul quotidiano israeliano Haaretz, “La perdita di potere del governo del presidente egiziano Hosni Mubarak lascia Israele in uno stato di panico strategico. Senza Mubarak, Israele resta quasi senza amici in Medio Oriente; lo scorso anno, Israele si è giocata l’ alleanza con la Turchia “ (” Without Egypt, Israel will be left with no friends in Mideast”, 29 Gennaio 2011).

Infatti, osserva Benn, “A Israele sono rimasti due soli alleati strategici nella regione. La Giordania e l’Autorità palestinese”. Ma ciò che Benn non dice è che entrambi questi due “alleati” non sono immuni (dal dissenso – n.d.t.).

Nel corso delle ultime settimane sono stato a Doha per approfondire i Palestinian Papers pervenuti ad Al Jazeera. Questi documenti sottolineano la misura in cui la scissione tra l’ Autorità palestinese a Ramallah, spalleggiata dagli Statui Uniti e guidata da Mahmoud Abbas e Fatah, da un lato, e Hamas nella Striscia di Gaza, dall’altro – rappresentino null’altro che il risultato della decisione politica delle potenze della regione: Stati Uniti, Egitto e Israele. In questa decisione rientra a piè pari il rigoroso mantenimento del blocco di Gaza da parte dell’Egitto.

Se cadrà il regime di Mubarak , gli Stati Uniti perderanno l’enorme influenza sulla situazione in Palestina, Abbas e l’Autorità Palestinese perderebbero quindi uno dei loro principali alleati contro Hamas.
Già screditata dalla propria posizione di collaborazione e di resa esposte dai Palestinian Papers, l’Autorità Palestinese ne uscirebbe indebolita ulteriormente. Senza un plausibile “processo di pace” che giustifichi il suo continuo “coordinamento per la sicurezza” con Israele, o addirittura la sua stessa esistenza, si potrebbe già iniziare a fare il conto alla rovescia per assistere all’implosione dell’AP . Anche il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea alla repressiva polizia dell’Autorità Palestinese dello “stato in permanente via di realizzazione” potrebbe non essere più politicamente sostenibile. Hamas potrebbe trarne beneficio in un primo momento, ma non necessariamente nel lungo termine. Per la prima volta da anni stiamo assistendo a movimenti di grandi masse che, nonostante includano gruppi islamisti, non sono necessariamente dominate o controllate da loro.

Bisogna anche considerare l’effetto dimostrativo che le proteste hanno per i palestinesi: la durata dei regimi tunisino ed egiziano ha giocato sulla percezione che questi non fossero sovvertibili, così come sulla loro capacità di terrorizzare parte delle loro popolazioni e di cooptarne altre. La relativa facilità con cui tunisini si sono liberati del proprio dittatore, e la velocità con cui l’Egitto, e forse lo Yemen, sembrano andare per la stessa direzione, possono anche fungere da messaggio ai palestinesi che né Israele né le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese sono indomabili come sembrano. In effetti, la “deterrenza” di Israele già ha preso un duro colpo dalla sua incapacità di sconfiggere Hezbollah in Libano nel 2006, e per aver rafforzato Hamas a Gaza con gli attacchi dell’inverno 2008-09.

Per quanto riguarda la AP di Abbas, mai sono stati spesi così tanti soldi ricevuti da donazioni internazionali per una forza di sicurezza e con risultati così scarsi. Il segreto di Pulcinella è che senza l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e l’assedio a Gaza (con l’aiuto del regime di Mubarak), Abbas e la sua guardia pretoriana sarebbero caduti già da tempo. E’ improbabile che questo castello di carte palestinese rimanga in piedi ancora a lungo, costruito sulle fondamenta di un processo di pace fraudolento, da USA, UE, Israele e con il sostegno dei decrepiti regimi arabi che ora sono sotto la minaccia della loro stessa gente.

Questa volta il messaggio dovrebbe esser che la risposta non è nella resistenza militare, ma piuttosto nel potere della gente e nella maggiore attenzione alle proteste popolari. Oggi, i palestinesi rappresentano almeno la metà della popolazione nella Palestina storica – Israele, Cisgiordania e la Striscia di Gaza assieme. Se si sollevano all’unisono per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli?Israele non ha mai smesso di dare dimostrazione di violenza brutale e forza letale nei villaggi della West Bank tra Bil’in e Beit Ommar.

Israele deve temere che, se rispondesse a qualsiasi sollevazione generale con brutalità, il suo già precario sostegno internazionale potrebbe iniziare ad evaporare più velocemente di quello di Mubarak. Il regime di Mubarak, a quanto pare, sta subendo una rapida “delegittimazione”. I leader israeliani hanno dimostrato che una tale implosione del sostegno internazionale li spaventa più di ogni minaccia militare esterna . Con lo slittare del potere verso la popolazione araba e lontano dai loro regimi, i governi arabi non possono permettersi di rimanere silenti e complici come hanno fatto per anni di fronte all’oppressione di Israele verso i palestinesi.

Come per la Giordania, il cambiamento è già in corso. Ho assistito a una protesta di migliaia di persone nel centro di Amman ieri. Queste proteste, ben organizzate e pacifiche, sollecitate da una coalizione di partiti islamici e dell’opposizione di sinistra, sono partite da settimane nelle città di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo del primo ministro Samir al-Rifai, lo scioglimento del parlamento eletto in quelle che sono state ampiamente riconosciute come elezioni fraudolente in novembre, nuove libere elezioni sulla base di leggi democratiche, giustizia economica, fine della corruzione e la cancellazione del trattato di pace con Israele. Ci sono state significative manifestazioni di solidarietà per il popolo egiziano.

Nessuno dei partiti che hanno aderito alla manifestazione auspica per la Giordania lo stesso tipo di sconvolgimenti di Tunisia e Egitto, e non c’è ragione di credere che tali sviluppi siano imminenti. Ma gli slogan che ho sentito durante le proteste sono senza precedenti per il loro coraggio e per la loro diretta sfida all’autorità. Qualsiasi governo sensibile ai desideri del popolo dovrà rivedere le sue relazioni con Israele e gli Stati Uniti.

Da oggi solo una cosa è certa: qualsiasi cosa succederà nella regione, la voce della gente non potrà più essere ignorata.

Link : Electronic Intifada
Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).

Traduzione a cura di Rough Moleskin

Se i palestinesi si sollevano all’unisono come gli egiziani per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli? di Ali Abunimah Leggi l'articolo »

Torna in alto