Gennaio 2006

la shoah palestinese si celebra ogni giorno

Palestina oggi, la quotidiana cronaca di un olocausto odierno:

27 GENNAIO 2006

Medioriente: uccisa dagli israeliani una bambina palestinese

REDAZIONE

Una bambina palestinese di soli nove anni è stata uccisa dai soldati israeliani. E’ successo nella Striscia di Gaza, a poche decine di metri dal territorio israeliano.
I soldati di guardia al confine hanno aperto il fuoco quando hanno visto una figura avvicinarsi alla frontiera con una grande borsa. La piccola – che secondo i militari dello stato ebraico non si è fermata neanche dopo l’esplosione di alcuni colpi di avvertimento – è stata ferita a morte da un proiettile al collo.

I soldati pensavano di avere ucciso un uomo, ma poi i mezzi di soccorso palestinesi hanno riferito che si trattava di una bambina. Un episodio analogo si era verificato recentemente in Cisgiordania, dove martedì scorso una pattuglia di militari aveva aperto il fuoco contro due palestinesi che stavano collocando un “oggetto sospetto” sul ciglio di una strada. A terra senza vita era rimasto un bambino di nove anni.

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La svolta verso Hamas come castigo per Abu Mazen

Arafat è morto
una seconda volta.

Il voto che ha premiato Hamas, in realtà non inquadra 
l’esatta fotografia della società palestinese,
tutt’altro che islamizzata.
E’ un voto di protesta espresso dai palestinesi contro un Fatah corrotto,
e in special modo contro Mahmoud Abbas,
Abu Mazen,
verso il quale non ricordo un solo palestinese che mi abbia mai espresso rispetto,
ma solo il forte malcontento verso questo leader con passaporto americano, amico (così si dice) della famiglia Sharon.

E adesso?
Credo assisteremo a settimane di incertezza,
Hamas stesso non poteva immaginare un sua vittoria così schiacciante (contavano di fare opposizione e maturare).
Non sono affatto pronti a governare, non hanno esperienza politica,
e ora dovranno riuscire scindersi al loro interno,
la parte moderata, più ideologa,  in grado di dialogare come entità politica,
dalla parte più estremista vicina ai gruppi armati.

Sicuramente il primo passo sarà quello di farsi più realisti,
credibili, innanzitutto proprio per i palestinesi.
Nessuno è così ingenuo da pensare non utopico poter distruggere Israele,
di qua abbiamo gli ordigni artigianali e gli sciaid, 
a Tel Aviv posseggono le bombe atomiche e uno degli eserciti più potenti del mondo.

Il solo fatto che Hamas si è presentata alle elezioni,
presuppone un suo processo di trasformazione,
il tacito assenso agli accordi sin’ora stabiliti fra palestinesi e israeliani,
in particolare quello di Oslo.

Pochi ricordano inoltre,
come Hamas è riuscita a far rispettare ai suoi gruppi armati  una tregua alle violenze lunga di un anno
a differenza di Israele.

Ed è proprio da Israele che arrivano i primi stop ai processi di pace,
Ehud Olmer ha già dichiarato che dopo la vittoria di Hamas il muro dell’apartheid verrà portato a termine
(con conseguenti ulteriori confische di territori palestinesi, distruzioni di case, economie, vite,)
e sondaggisti ritengono probabile una risalita nei consensi di Likud del sionista Netanyahu
(elezioni israeliane a fine marzo).

Arafat muore una seconda volta,
ma i palestinesi rimangono suoi figli fedeli,
e richiedono a gran voce  un rigorosa ripulita all’interno del loro governo,
e magari un vero leader per la storica compagine di Fatah.

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Alessandro Bergonzoni

«Mi amo talmente tanto che se mi lascio muoio,
perché sono uno che scrive come parla,
mangia come beve, pensa come cammina
e dorme come canta.»

A.B.

Così come ebbi a comunicare
dinnanzi alla telecamera
di una rete televisiva di Mantova
nel contempo di un deambulare ipnotico collettivo
dinnanzi a Bergonzoni,
è alquanto limitativo parlare di satira
e licenziare ogni sua forma espressiva
con uno semplicistico fare calambour.
 
Qui
si tratta di
una levata di cappello
disciolti dal ridere
 dinnanzi a chi per pura menomania del cervello,
reso capace di giri a velocità solare
sa far della parola,
del suo abile uso
del suo fine intagliamento senza alcune primo fine ( sono solo tutti terzi, quarti quinti scopi),
una sfaccettatura di collage di vizi, di visioni, divisi dai ricordi.
un carmele bene meno sensato,
più grottesco, ho esagerato?
 
Andatelo a scoprire a teatro,
poi qua sottoscrivetene.
.
 
la sua tournee
 

“Cosa mi aspetto da chi vedrà per la prima volta “Predisporsi al micidiale”?
Che quando introdurrò temi come la reazione dei chiodi claustrofobici, i rapporti tra agonia e agonismo, compasso e compassione, o come la rapidità delle colle o anche la solitudine dei lobi negli spettatori esploda l’idea dell’altro e dell’oltre, dato che ho voluto scrivere di un argomento che è proprio l’inaudito immediato, attraverso il mai detto e il mai pensato estemporaneo esternato a ciò che, e scusami se dico a ciò che, nessuno si possa riconoscere in quello che c’è di rassicurante, vicino e affettuosamente condiviso da loro.

Quali sono le priorità che ho in “Predisporsi al micidiale”?
Nello spettacolo la mia mente è aperta davanti al pubblico: mi squarto e ne faccio un’autopsia comica e ho la necessità di essere creativo non giornalistico o parodistico, soprattutto in quest’epoca dove sembra che tutto debba essere denuncia o spiegazione ma nell’arte, al contrario, le parole devono servire all’impossibile, alla complicazione della mente, devono permettere solo di andare altrove, di avere il piacere della “sparitualità”, per seguire tutte le cose che spariscono e che sono anche spirituali…

Ho un momento particolarmente amato nel nuovo lavoro che mi ha aperto nuovi spazi, nuovi orizzonti tra la amigdala e l’ippotalamo?
Bella domanda! Mi coglie un po’ alla sprovvista…
Un momento particolarmente amato è forse quando analizzo la nascita del concetto della manutenzione dell’odio, dell’oceano in pillole e della ghigliottina che vuol far di testa sua; il tutto nato dall’estremo possibilismo infinito delle combinazioni immaginifiche (e so di aver detto roba grossa).

Ho mai pensato di cantare un’opera o di raccontare un avventura lirica?
Fino allo spettacolo precedente no mai, in questo spettacolo invece sì e l’opera è: “Pioggia dorata su concerto all’aperto di Rackmaninhof una sera fresca fresca, a proposito passami lo scialle è in macchina allora vallo a prendere io non sono mica il tuo cameriere ah no? allora me ne vado, il conto per favore!”
Sottotitolo: “Vuole la ricevuta?”.
 
 
http://www.alessandrobergonzoni.it/#

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Elezioni in Palestina: Marwan Barghouti unica guida possibile

A poche ore dalle elezioni palestinesi,
Guerrilla Radio si dice certa che l’esito vedrà vincitore l’unica guida possibile,
l’unico uomo che incarna oggi il valore e  il destino di prigionia della sua gente.
Marwuan Barghouti.
 
Sebbene Hamas incalza,
sospinta nei consensi più che da una progressiva islamizzazione della Palestina
ma dai demeriti di Fatah (i cui esponenti si sono spesso macchiati di reati di corruzione);
Ritengo che la radice aggregante della Palestina si rispecchia ancora tutt’oggi
in una comunità di donne e uomini il cui primo valore è vivere in uno stato laico, uno dei pochi della regione,
con a cuore i diritti dei suoi cittadini più che l’ispirazione ad estremismi di dogmi religiosi.
 
E Inanzitutto la liberazione del suo territorio dall’occupazione israeliana.
 
Israele deve essere costretta al più presto a scarcerare il Mandela palestinese,
il prossimo presidente, l’unico degno successore del Rais Arafat

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PARADISE NOW candidato all’oscar come miglior film straniero

“Il martirio ci porterà in Paradiso”
“Il Paradiso non esiste, è solo nella tua testa”
“Meglio un Paradiso nella testa che l’Inferno di quaggiù”


Paradise Now di Hany Abu-Cassad ha ricevuto:
La menzione d’onore al Festival di Berlino 2005;
Il Golden Globe 2006 come miglior film straniero.

La pellicola palestinese, inoltre è candidata all’oscar come miglior film straniero, in un paese che non riconosce nella Palestina uno stato.

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ALLEANZE ISRAELIANE: Uri Davis dalla nostra.

” In quanto cittadino dello Stato d’Israele, per di più un cittadino dello Stato d’Israele classificato come ebreo, ho l’ulteriore responsabilità di urlare la mia protesta più forte e mobilitare con maggiore urgenza contro l’ingiustizia ed il crimine di guerra perpetrato dal mio Governo dato che, come cittadino dello Stato d’Israele, queste atrocità vengono commesse, purtroppo, anche in nome mio. Alzo quindi la mia voce nel modo più forte che mi è possibile per urlare: NON IN MIO NOME! Non in mio nome come individuo, non in mio nome come cittadino, non in mio nome come ebreo.”
Uri Davis
.

Ho passato momenti di avvilimento,
nel continuo sentirmi dire che lottare per i diritti umani
equivale a essere etichettato come anti-israeliano.
 
Ho sempre pensato che i diritti umani non hanno cittadinanza.
 
Essi dovrebbero essere universalmente riconosciuti,
e ogni essere umano dovrebbe impegnarsi affinché vengano rispettati.
 
Oggi nel proseguimento del nostro volontario impegno per favorire una pace duratura in medioriente,
 dobbiamo dare notizia di una presa di posizione decisa e promettente,
 l’alleanza che ci ha dichiarato una eminente personalità della società intellettuale israeliana.
 
Il dottor Uri Davis,
ci ha teso la sua mano per una probabile futura collaborazione,
lo incontreremo presto, con onore.
Tutto l’onore e il piacere dell’incontrare un uomo da sempre in primo piano nella lotta per i diritti umani in Israele,
 che è stato il primo vero attivista a praticare la disobbedienza civile in Israele (negli anni 60)
 che ha gridato più volte ed ad alta voce: NON IN MIO NOME!,
che ha denunciato al mondo la vera apartheid dentro Israele.
 
Che proprio da Israele siano giunti questi incoraggianti segnali,
ci fa ben sperare affinché questo regime di discriminazione inizi a traballare,
per i cittadini israeliani arabi, per gli internazionali operatori umanitari e i palestinesi tutti,
ma non ultimo per il bene stesso d’Israele.
La futura collaborazione con Uri Davi  potrebbe essere la chiave
per smantellare la macchina di apartheid dal suo interno…
inshallah.
 
.
ps.
 
Dal nostro scambio epistolare,
in cui spiegavo a lui come il giudice di Tel Aviv ci ha espulsi dal paese adducendo misteriosi “motivi di sicurezza”
ecco come Uri mi ha risposto:
 
“Non tanto misteriosi.
La presenza di cittadini stranieri che sono testimoni di abusi dei diritti umani
perpetrati dai criminali di guerra (l’esercito israeliano ndb) rappresenta un rischio per i criminali di guerra (sempre l’IDF).
Tutti voi potreste essere invitati per testimoniare contro di loro nei processi e poi all’AIA  e questi soldati passerebbero il resto della loro vita in prigione”
-U.D.
 
vittorio arrigoni-guerrilla radio

leggi anche:
Noam Chomsky,  razzismo e apartheid di Israele
(vale la pena ricordare che che Noam è ebreo…)
 

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Non saranno le ingiuste sentenza a giustificare la nostra resa

Questi nervi tesissimi e taglienti
tutti protesi come cavi spinati
nella concentrazione in una missione di giustizia e onore,
ora spezzati, sono schiantati al suolo,
ed Io in frantumi con loro.
 
Tutta la forza d’animo espressa,
tutta la diplomazia esercitata,
tutta la violenza subita, e la non-violenza restituita ai miei violentatori,
adesso sono scorie di una pena
che  sconto in un clima di tempesta emotiva, nevrosi, incubi notturni.
 
Sono reduce da un campo di battaglia
cui mi sono presentato disarmato,
ma credo di non aver incassato questa apparente sconfitta.
 
 
Nonostante la sentenza del giudice si è espressa a nostro sfavore
non è stata sconfitta l’aver posto sotto l’attenzione di sporadici media (pochi ma buoni), 
e conseguentemente della coscienza civile,
ciò che il regime di apartheid israeliano esprime senza remora e vergogna.
 .
Non è stata sconfitta se dal mondo politico cui mi sento maggiormente rappresentato (suona ardimentoso ammetterlo)
sono giunti propositi di future benevole complicità
specie per domani, (inshallah)
quando l’opposizione sarà occupata dagli ignavi fascisto-xenofobi adesso al governo.
 
Non è stata sconfitta
soprattutto per i recenti segnali
che dall’interno della stessa società civile israeliana,
si sta muovendo qualcosa a nostro supporto,
a denuncia di questo ennesimo valico ostruito al dialogo della pace.
 
Qui e ora,
posso rivelare,
che oltre ad offerte di future assistenze legali,
che bypassando inconsapevoli amici hanno coinvolto importanti avvocati israeliani,
si è interessato a noi e speriamo ne possa nascere una forte alleanza,
una personalità di spicco della società intellettuale e attivista per i diritti umani in Israele
come è il Dottor Uri Davis.
 
Sebbene il giudice si è espresso contro di noi
(davvero sarebbe stato alquanto interessante avere posto una  microscopia nella camera di consiglio
per recepire ciò che i servizi segreti avevano da illustrare sul nostro conto al magistrato)
il fatto dicharato che l’appartenenza  all’ ISM o a altre ong  non preclude automaticamente la possibilità  di varcare i confini israeliani è una cosa buona.
 
Il fatto che siano arrivate informazione estere di un’attività anarchica concernente due di noi , invece continua a  lasciare molto pensare.
 
I nostri prossimi passi saranno quelli di studiare tutte le sentenze passate e questa presente (che mettero in rete entro breve),
di modo da elaborare una comune linea giuridica difensiva da esercitare in future azioni.
 
La black list, (il giudice l’ha nominata! per la prima volta! ma l’ha denominata “included list”….) riguarda oggi più di duecento fra operatori umanitari e attivisti pacifisti, se solo un quarto di loro si facessero ispirare dal nostro stesso spirito temerario, e tentassero ciò che a noi non è riuscito,
credo che Israele si troverebbe in enormi difficoltà, e di opinione pubblica, e di alleanze politiche.
 
Altrimenti come interpellato da Jacopo Venier, credo sia doveroso ipotizzare che un prossimo governo di centrosinistra
inizia a filtrare ai confini italici anche i cittadini israeliani in visita nel nostro paese,
secondo la consuetudine che vuole uguglianza di trattamento stipulando un buon accordo bilaterale fra due nazioni.
 
Da parte nostra non ci arrenderemo certo dinnanzi alla minaccia di nuove possibile detenzioni,
da parte mia, le forze di sicurezza e polizia israeliane devo ben mettersi in testa,
che più prendo botte,
più mi somministano le loro vigorose dosi di superviolenza,
più cresce in me un innato desiderio di riscatto,
mi temprano e mi assetano
di sete di giustizia.
 
E poco importa
se ci denigrano come antiisraeliani,
o peggio filoterroristi, banditi
Non importa specie se pensiamo che bandito,
terrorista era tacciato Ghandi, seduto sui binari delle ferrovie inglesi, Martin Luther King che occupava le scuole proibite ai neri.
 
Non si chiudono le idee in una galera, (come mi ha scritto di recente un consigliere Ds della mia provincia citando Guccini)
e non si arrende la nostra straordinaria volontà di agire per la Pace.
 
Non si è sconfitta l’apartheid negli Usa in due giorni,
non si è liberata dal colonialismo inglese l’India in poco tempo,
Noi non ci arrendiamo all’idea che venga vietata la possibilità
di manifestare la solidarietà internazionale alla Palestina,
e di lavorare laggiù per la pace fra i due paesi in conflitto.
 
Pace e rispetto,
restiamo umani.

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morta la comandante Ramona

UNA DONNA DOLCE E DISCRETA CON LA FORZA DI UNA BOMBA

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, 6 gennaio.

La comandanta Ramona faceva sempre diversi lavori. Tra questi il principale era, come diceva lei, ” svegliare la gente”. Chi avrebbe detto che lei, prototipo dell’indigeno “invisibile”, dei “più piccoli” di queste terre, che sembrano non esistere, avrebbe incarnato immagini così potenti e indimenticabili per il Messico e per il mondo: nelle nebbie della prima intervista ai comandanti zapatisti nel 1994; nella cattedrale di San Cristóbal de Las Casas, ad umiliare gli inviati del governo salinista; nella comunità di La Realidad, sul punto di essere presa dall’Esercito, quando per la prima volta uno zapatista usciva fino a Città del Messico: lei.

Ma la più forte e paradossale di tutte queste immagini fu il 12 ottobre del 1996. La comandante tzotzil, ricamatrice di mestiere (e stupenda) entrava a Città del Messico blindata come un essere molto prezioso. O molto pericoloso. Tutto quel ferro che percorreva l’asfalto, lo spiegamento di polizia, le telecamere e i microfoni, la moltitudine di gente sui marciapiedi, per una donna di statura minima, quasi monolingue e quasi analfabeta e, per di più, gravemente malata. Si può immaginare un essere umano più pericoloso? Il governo di Ernesto Zedillo pensò che Ramona era un’arma carica. E reagiva di conseguenza. Vediamo: questa donna non partecipò solo alla presa molto sovversiva di San Cristóbal de Las Casas degli indigeni dell’EZLN il 1º gennaio 1994. Lei stessa, fondatrice dell’esercito ribelle, ed uno dei suoi comandanti civili, il comando più alto dell’EZLN. E, per di più, uno dei promotori della Legge Rivoluzionaria delle Donne che allora diffusero gli insorti, non come fatto consunto, ma come programma di lotta da rispettare.

Che cosa differenzia un essere così da una bomba ad alto potenziale? Ogni volta che Ramona usciva dalle comunità del suo San Andrés, esplodeva come una bomba. Discreta, dolce, con le mani inarrestabili, sempre con i fili tra le dita, anche quando ammazzava il tempo. Ed il petto acceso nel rosso dei suoi magistrali “huipiles”.

Ad un anno dalla firma degli accordi di San Andrés, Ramona concesse un’intervista a La Jornada a Città del Messico, mentre era convalescente da un trapianto di rene, nel febbraio del 1997. Allora disse: “Noi zapatisti vogliamo un Messico che cambia, il Messico cambierà, ed un giorno il Messico sarà libero”. Ed avvertì “Se non saranno realizzati gli accordi, la gente indigena continuerà ad unirsi”.

Il 10 ottobre 1996 era uscita da La Realidad, scortata dal subcomandante Marcos, tra l’assalto della stampa, dei deputati e senatori della Cocopa che stavano lì come scudi umani affinché l’Esercito non invadesse la comunità tojolabal, durante una delle crisi più gravi di questa “guerra di carta e Internet” (secondo una frase coniata da un funzionario salinista che credeva, lui, di essere di carne ed ossa).

Quel giorno a La Realidad c’erano diversi intellettuali. Ed anche l’assemblea nazionale de Il Barzón, delusa dal fatto che gli zapatisti non mandassero al Distretto Federale il famoso subcomandante Marcos, ma quella donna insignificante.

Dopo avere riempito lo Zocalo di gente che l’acclamava, partecipato alla creazione del Congresso Nazionale Indigeno nel Centro Medico Nazionale, fatto tremare il regime ed aver sconfitto la morte in una sala operatoria, Ramona si sorprendeva, con i suoi occhi scuri come tizzoni e con la sua voce da uccellino in tzotzil, la lingua maya più musicale di tutte: “Non so perché mi vogliono bene”.

Il gruppo musicale chicano Quetzal è diventato celebre con la canzone “Todos somos Ramona”. Se veramente si potesse dire che tutti siamo Ramona, questo mondo sarebbe un posto migliore.

Hermann Bellinghausen, inviato La Jornada 7 gennaio 2006

(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

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L’editoriale di EDERA dichiara le sue alleanze

Percorsi di pace

editoriale del 06.01.2006

“Da parte mia confido che la democrazia professata da Israele si concretizzi nel pieno rispetto dei miei diritti di cittadino italiano di viaggiare e spostarmi, di andare a ricevere e donare l’affetto di quegli amici che ho lasciato sia in territorio israeliano, che in quello palestinese.
Non ho alcun timore di rischiare sulla mia pelle per rivendicare un diritto fondamentale come quello della libertà, la mia libertà di portare sostegno ai più disperati.
La mia libertà di sostenere quelli si sentono dimenticati, la semplice libertà di ricevere abbracci da quelli che considero miei fratelli sebbene di un’altra lingua e cultura.”

Con queste parole Vik partiva per Londra, il 16 dicembre dello scorso anno.
Arrivando poi a Tel Aviv il 20.
A queste parole ci siamo aggrappati durante i giorni del suo arresto.
Sempre a queste parole ritorniamo adesso che è rientrato in Italia, in seguito all’espulsione avvenuta il 28 dicembre.

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solidarietà e informazione anche da CARTA.org

Vittorio, pacifista nonviolento picchiato ed espulso da Israele
by Giusy Baioni

5 gennaio 2006
Stanco, provato, frastornato, anche dimagrito, ma quanto mai determinato a tentare di nuovo: Vittorio Arrigoni, 30 anni, attivista espulso da Israele dopo una settimana di isolamento in carcere, non ha dubbi. Tenterà di nuovo. Vuole tornare in Palestina, vuole soprattutto poter riabbracciare le famiglie a cui lo lega un forte affetto.
“Sono in un posto, dovrei essere in un altro e arrivo da uno in cui mai avrei pensato di trovarmi”. Sintetizza così gli ultimi dieci giorni, da quando è partito dalla sua casa di Bulciago, in provincia di Lecco, con un invito in tasca per partecipare a una conferenza internazionale sulla nonviolenza che si teneva dal 29 al 31 dicembre a Betlemme.
Sapeva che avrebbe avuto problemi all’ingresso in Israele ed era determinato ad affrontarli. Era già stato in Palestina tre volte e l’ultimo tentativo – lo scorso aprile – era andato male, nonostante avesse scelto l’ingresso dalla Giordania per evitare l’aereoporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove i controlli sono più severi. Anche lì, dopo dieci ore fermo ad aspettare che gli spiegassero quali erano le “security reasons” per cui non poteva entrare in Israele, era stato prelevato da tre agenti delle forze speciali, caricato su un bus vuoto e percosso brutalmente per i pochi minuti che lo riportavano sul suolo giordano.
Aveva messo in conto, Vittorio, che poteva essere bloccato di nuovo ed arrestato. “Ma solo perché sono pessimista. I miei compagni di viaggio erano sicuri di poter raggiungere Betlemme. Io pensavo che avrebbero potuto fermarci per due o tre giorni al massimo, mai avrei immaginato di finire in isolamento, né di venire malmenato come è successo”.

È accaduto mercoledì 21, quando poliziotti con fare molto aggressivo si sono presentanti nella cella per portare via Michael, uno dei due “compagni di sventura”, e rispedirlo in Inghilterra. Ma loro avevano già dichiarato che non intendevano lasciarsi espellere dal paese senza prima comparire davanti alla Corte. All’arrivo dei poliziotti, hanno opposto resistenza passiva e chiesto di contattare il loro avvocato. “A questo punto – racconta Vittorio – i poliziotti ci hanno urlato che erano autorizzato a portarlo via con la violenza. Nel momento in cui i poliziotti provavano ad afferrarlo, io mi sono interposto fra lui e loro, richiedendo a gran voce il mio diritto di contattare il consolato italiano. La risposta è stata una ginocchiata ai testicoli. Hanno cercato, ammanettandomi un polso, di trascinarmi via e io ho cercato di impedirglielo con tutte le mie forze, in modo nonviolento”. La risposta degli agenti (sette) sono stati calci e pugni. Vittorio è cardiopatico e, quando ha avvertito problemi di respirazione e una fitta al cuore, si è spaventato. “Essendo nonviolento, piuttosto che muovere violenza contro qualcuno sono disposto ad arrivare ad infliggerla a me stesso: sono riuscito ad allungarmi e ad afferrare un vetro dal pavimento e ho iniziato a tagliarmi, prima il viso, poi un braccio, infine la mano, pensando che la vista del sangue placasse la ferocia dei miei aguzzini. E così infatti, dopo alcuni minuti, i poliziotti hanno mollato la presa, mi hanno permesso di prendere la medicina per il cuore e un’ambulanza mi ha condotto in ospedale”.

L’accaduto però non è servito a smuovere la situazione. Spiega Vittorio: “Prima, durante e dopo l'”incidente” ho continuamente richiesto di contattare il mio avvocato e il consolato italiano, ma senza esito”. Non è stata l’unica violazione dei suoi diritti: gli sono stati requisiti i medicinali per la cardiopatia, per due giorni ha subito privazioni di cibo, nella cella è stato spento il riscaldamento. Non ha potuto lavarsi né cambiarsi. “Dopo il pestaggio è stata dura: sono rimasto due giorni sulla branda, sotto le coperte, coi vestiti incrostati di sangue. Non mi facevano contattare nessuno. Eppure, non ero incriminato di nulla!”.
Ed è proprio questo uno dei punti su cui Vittorio insiste. Il console italiano, Andrea de Felip, si è dato molto da fare e gli è stato di notevole aiuto, così come il senatore Turroni dei Verdi, e il deputato Rusconi della Margherita. Non altrettanto si può dire del governo, che non ha mosso un dito per un suo cittadino ingiustamente incarcerato e malmenato, nonostante si ripeta spesso che Italia e Israele sono paesi amici. “È stato sconsolante vedere che il governo non muoveva un dito”. E lo stesso vale anche per il governo inglese: gli altri due arrestati, una australiana e un sudafricano, risiedono infatti stabilmente da tempo in Gran Bretagna.

Dopo i duri giorni in isolamento, martedì 27 Vittorio e i suoi compagni di viaggio sono comparsi davanti alla Corte israeliana: “Ma la sentenza era già scritta”. Nella sentenza, il giudice dice che “sono giunte informazioni da due paesi”, in base alle quali Vittorio e gli altri vengono identificati come membri attivi di una rete internazionale radicale vicina agli anarchici. “Non ho mia avuto a che fare nella mia vita con movimenti anarchici – spiega sorpreso il giovane – e comunque abbracciare un ideologia anarchica non mi risulta essere un crimine. Io vivo un vita tranquilla, non svolgo alcuna attività politica qui in Italia, se si esclude la gestione di un blog (http://guerrillaradio.iobloggo.com/). Una volta l’anno partecipo come volontario a progetti umanitari fuori dall’Italia. Sono stato nell’Europa dell’ Est e in Africa, con diversi gruppi e ong. Anche in Palestina sono stato con diverse organizzazioni; ora aderisco ai progetti dell’Ism, perchè al momento li ritengo i migliori per il loro tipo di intervento contro l’occupazione”.
Un breve autoritratto, che mostra un ragazzo tutt’altro che pericoloso. Eppure, i servizi italiani hanno evidentemente passato informazioni fuorvianti su di lui ed è in base a queste informazioni che a Vittorio è stato negato il diritto di recarsi a Betlemme. “Tutto questo mi porta a interrogarmi sulla vera utilità dei servizi di intelligence”.

C’è un’altra motivazione addotta per giustificare l’espulsione: “Il giudice ha anche sentenziato che in passato io e i miei compagni avremmo partecipato a manifestazioni violente nella West Bank. Anche questo è falso, alle uniche manifestazioni contro il muro dell’apartheid a cui ho assistito, la mia presenza era solo come osservatore. Non è solo per il mio caso. È evidente che dietro a tutto ciò c’è il tentativo di eliminare la presenza di internazionali e il loro ruolo di testimoni e garanti dei diritti umani”.

Eppure, Vittorio non si dà per vinto. “Ho ricevuto molti attestati di solidarietà, anche da persone che non conosco, e questo mi risolleva. Ci proveremo ancora. Il nostro avvocato dice che tra un anno le informazioni utilizzate dal giudice per rifiutare il nostro ricorso non varranno più”.
Ha già un’idea, Vittorio: “Il problema vero è l’esistenza di questa black list, con duecento nomi, che non ci permette di entrare in Israele. E io allora faccio un appello: che almeno cinquanta di queste persone si organizzino e si presentino tutte insieme alla frontiera, facendo ricorso contro l’espulsione e affrontando insieme la Corte. Così metteremmo alle strette il governo israeliano, che non potrebbe più far finta di nulla e dovrebbe giustificare il suo comportamento davanti all’opinione pubblica mondiale”.

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Lettera a Pino Scaccia (frammento)

from pinoscaccia.it:

Combattere per la pace: : il web ci salvera’

Questi nervi tesissimi e taglienti
 tutti protesi cavi spinati
nella concentrazione in una missione di giustizia e onore,
ora spezzati, sono schiantati al suolo,
ed Io in frantumi con loro.
Tutta la forza d’animo espressa, tutta la diplomazia esercitata, tutta la violenza subita, e la non-violenza restituita ai miei violentatori,
adesso sono scorie di una pena che sconto in un clima di tempesta emotiva, nevrosi, incubi notturni.
Sono reduce da un campo di battaglia cui mi sono presentato disarmato, ma credo di non aver incassato questa apparente sconfitta. 
Con in mano la sentenza a nostro sfavore  tradotta dall’ ebraico, I nostri prossimi passi saranno quelli di studiare tutte le sentenze passate e questa presente, di modo da elaborare una comune linea difensiva da esercitare in future azioni. La black list, (il giudice l’ha nominata! per la prima volta! ma l’ha denominata “included list”….) riguarda oggi più di duecento fra operatori umanitari e attivisti pacifisti, se solo un quarto di loro si facessero ispirare dal nostro stesso spirito temerario, e tentassero ciò che a noi non è riuscito, credo che Israele si troverebbe in enormi difficoltà, e di opinione pubblica, e di alleanze politiche. Ringrazio vivamente la prontezza con cui hai voluto mettere in luce la mia (a tratti) drammatica situazione. Considero l’universo della rete, e nello specifico il pluriverso dei blogs, la risposta più libera ed indipendente da un regime massmediatico che calibra  e filtra le notizie da riportare vuoi ai telegiornali vuoi nelle maggiori testate nazionali dipendentemente dalla sudditanza alle rappresentazioni del potere di turno. Internet potrebbe essere la polveriera di possibili rivoluzioni in futuro, (ma non facciamolo sapere a Bill Gates) laddove la verità è la prima vittima di un potere che vuole soffocare una democrazia.

Vittorio Arrigoni- guerrillaradio

Lettera a Pino Scaccia (frammento) Leggi l'articolo »

Israele è preoccupato per il potere della nonviolenza

Conferenza internazionale sulla nonviolenza
di Stefano Bossotto


Dal 27 al 30 Dicembre 2005 si terrà a Betlemme, in Palestina, un conferenza internazionale sulla nonviolenza. Il tema della conferenza è volto alla discussione sul passato, il presente e il futuro della resistenza nonviolenta e per imparare direttamente dagli attivisti nonviolenti in Palestina. Le tracce della conferenza sono le seguenti:

metodi e teorie della nonviolenza;
movimenti nonviolenti palestinesi;
passato, presente e futuro della lotta nonviolenta;
religione e nonviolenza.
La partecipazione prevista è di circa 300-400 persone da tutto il mondo di tutte le religioni del mondo. Però la partecipazione di queste persone si scontra con il problema delle liste nere dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Queste liste sono volte, secondo fonti israeliane, alla sicurezza interna, il problema è che nelle liste nere rientrano anche attivisti di associazioni non governative per il solo fatto di avere rapporti con i palestinesi. Queste problematiche sono emerse il 20 Dicembre, quando 5 attivisti sono stati fermati all’aeroporto e sottoposti a controlli di polizia. Di questi attivisti due inglesi hanno ottenuto il permesso di entrare in Palestina, mentre gli altri 3, un italiano (Vittorio Arrigoni), un sudafricano e un australiano dopo un serrato interrogatorio sono stati trasferiti in un centro di detenzione in attesa di una decisione della corte in merito alla loro espulsione. Inoltre per altri sei oratori della conferenza provenienti dalla Georgia, dal Kenya, dall’India e dall’Uganda è stato negato il visto di ingresso. L’organizzatore della conferenza, Mubarak Awad ha dichiarato: Ai nostri colleghi è stata negata la partecipazione a una conferenza sull’attivismo non violento perché essi sono attivisti nonviolenti. Chiaramente Israele è preoccupato per il potere della nonviolenza”. Mubarak Awad, nato a Gerusalemme 59 anni fa, psicologo, è fondatore del “Palestinian Center for the Study of Nonviolence”, aveva organizzato un movimento palestinese di resistenza nonviolenta all’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza già negli anni ‘80. Nel 1988 le autorità militari israeliane lo hanno arrestato ed espulso e da allora vive negli Stati Uniti.
In tutti questi anni ha però cercato di lavorare per attuare una strategia di non violenza per arrivare alla pace tra israeliani e palestinesi. Le persone trattenute o espulse fanno tutte parte del movimento “Access for Peace in the Middle East”, un gruppo che cerca di fare pressione per cambiare l’opinione di criminalizzazione dei lavoratori della pace e il deliberato isolamento della Palestina dagli osservatori internazionali. Dal 2000 le autorità israeliane hanno impedito l’accesso a centinaia di persone appartenenti ad organizzazione non governative che intendevano offrire assistenza umanitaria alla popolazione palestinese. Secondo la Mezzaluna Rossa palestinese (l’equivalente della Croce Rossa) negli ultimi 5 anni sono morti in Israele 3754 palestinesi, fra uomini, donne e bambini in azioni militari, la maggioranza di questi erano civili. La domanda sul perché degli attivisti non violenti, che dovrebbero partecipare ad una conferenza alla quale sono stati invitati con tanto di nominativo, siano stati perquisiti, espulsi o trattenuti in cella e di essere considerati tanto scomodi da non essere ben accetti in Israele rimane senza risposta. La conferenza andrà avanti in accordo ai programmi che erano stati decisi in precedenza, nella speranza che le ragioni delle azioni nonviolente per la liberazione della Palestina dall’apartheid in cui è tenuto prevalgano sul tentativo di insabbiamento delle autorità israeliane.

(pubblicato il 29 Dicembre 2005 su http://www.laspecula.com/)

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URI DAVIS: perchè Israele è uno stato che fa apartheid

ISRAELE: PERCHE’ E’ APARTHEID
di Uri Davis*

Contrariamente alla legislazione degli Stati uniti che riconosce, nell’ambito di una Costituzione democratica, una cittadinanza unica e universale per tutti i cittadini Usa senza distinzioni nazionali, religiose, linguistiche, tribali, nonché di orientamenti sessuali, lo Stato d’Israele non conferisce una cittadinanza universale a tutti i suoi cittadini. Guidato dalla dominante ideologia del sionismo politico il legislatore israeliano (la Knesset) ha varato quattro differenti tipi di cittadinanza che esprimono una diseguaglianza lampante nella legge stessa, rappresentando – in altre parole – una nuova forma di Apartheid.

Nello Stato di Israele il diritto di partecipare alla vita politica di un cittadino che ai termini di legge viene classificato come “non Ebreo” (cioè “Arabo”) è formalmente uguale al diritto di un cittadino classificato per la legge come “Ebreo”. Analogamente la posizione di fronte alla legge dei tribunali di un cittadino classificato come “non Ebreo” è formalmente uguale a quella di un cittadino classificato per legge come “Ebreo”. Invece nei confronti dei servizi sociali e di welfare e delle risorse materiali dello Stato i diritti di un cittadino definito per legge come “non Ebreo” non sono uguali a quelli di un cittadino definito come “Ebreo”. Fino alla sentenza della Corte Suprema afferente al caso Qaadan contro Qatzir (marzo 2000), ai cittadini che per legge venivano definiti come “non Ebrei” (cioè “Arabi”) veniva negato l’accesso al 93% del territorio di Israele prima del 1967 gestito dalla Israel Land Administration (Ila).

In altre parole, il sistema giuridico israeliano si basa su almeno due categorie di cittadinanza. La categoria “A” vale per cittadini che la legge definisce come “Ebrei” cui la legge stessa conferisce un accesso preferenziale alle risorse materiali dello Stato come anche ai sevizi sociali e di welfare per il solo fatto di essere, per legge, “Ebrei”; in contrasto con la cittadinanza di categoria “B” i cui componenti sono classificati per legge come “non Ebrei”, cioè come “Arabi” e come tali discriminati dalla legge per quanto concerne la parità di accesso alle risorse materiali dello Stato ai servizi sociali e di welfare e soprattuttto per ciò che concerne la parità di diritti di accesso alla terra ed all’acqua. Tuttavia nell’ambito della cittadinanza di categoria “B” esiste nello Stato di Israele – in virtù della Legge sulla Proprietà Assenteista del 1950 – anche una categoria “C” comprendente quei cittadini arabi che pur presenti dentro lo stato vengono classificati dalla legge come ‘assenti’. Questi cittadini arabi sono in effetti presenti in Isreale come contribuenti e come votanti ma – essendo classificati come “assenti” dalla summenzionata legge oscena – si vedono negati tutti i diritti alle proprietà (terre, case, società, azioni, conti in banca, cassette di sicurezza, ecc.) in loro possesso fino al 1948. Intorno al 20% dei cittadini arabo-palestinesi di Israele, circa 200 mila persone, sono oggi considerati dalla legge israeliana come cittadini di categoria “C”, cioè come “presenti-assenteisti”.

Inoltre, sempre in virtù della legge sulla Proprietà Assenteista del 1950, il legislatore israeliano (la Knesset) ha stabilito per legge una cittadinanza di categoria “D” formata dai 750 mila profughi di Palestina del 1948 e dei loro discendenti – valutati dall’Unrwa intorno alle quattro milioni di persone – cui è stata negata la cittadinanza.

Secondo ii termini della Risoluzione dell’Onu 181 (Piano di Spartizione con Unione Economica) del novembre 1947 – cioè il documento costitutivo dello Stato di Israele e dello Stato di Palestina che prevedeva la spartizione del territorio della Palestina del Mandato Britannico in uno “Stato Ebraico” ed uno “Stato Arabo” – gli attuali 4 milioni di profughi della Palestina del 1948 hanno diritto alla cittadinanza dello “Stato Ebraico”. Tuttavia il legislatore israeliano (la Knesset) in virtù della suddetta Legge sulla Proprietà Assenteista ed in violazione delle norme della Dichiarazione Universale sui Diritti Umani e delle norme di legge internazionali ha denazionalizzato la massa dei profughi della Palestina del 1948 negando loro il diritto alla cittadinanza israeliana e trasformandoli così in apolidi.

Secondo i termini dei suddetti documenti costitutivi dello Stato di Israele dello Stato di Palestina (risoluzione Onu 181) tutti gli ebrei normalmente residenti nei territori attribuiti dall’Onu allo “Stato Arabo” avevano diritto alla cittadinanza dello “Stato Arabo” mentre tutti gli arabi normalmente residenti nei territori attribuiti dall’Onu allo “Stato Ebraico” (inclusi, certamente, tutti i profughi palestinesi del 1948 ed i loro discendenti) avevano diritto alla cittadinanza dello “Stato Ebraico” ed ovviamente ai titoli delle loro proprietà in Israele ed al diritto di ritornare…


*docente dell’Università di Durham (Londra) ed autore di un noto volume sulla discriminazione etnico-nazionale in Israele [Israel: An Apartheid State Zed Books, London, 1987 & 1990]. La versione integrale del pezzo si trova sul sito: www.mediareviewnet.com/Uri/20Davis/20Opinion/20Piece.htm , il Manifesto ha tradotto e pubblicato gli ampi stralci che riportiamo sul giornale

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