Giugno 2005

pochi giorni dal ritiro da Gaza e lo spettro della guerra civile

Scritti profetici

Mancano pochi giorni al disimpegno da Gaza e in Israele sale la tensione

Si chiama Avi Biebier, ha 19 anni. E’ il primo refusenick non vicino al movimento degli israeliani che si oppongono all’occupazione. Lui è il simbolo di un disagio nuovo che attraversa l’esercito israeliano: quello di coloro che si oppongono allo sgombero dei coloni dalla Striscia di Gaza.
Biebier è il primo che pagherà per essersi rifiutato, domenica scorsa, di partecipare alla demolizione delle prime case dei coloni e di disperdere i manifestanti. E’ trattenuto in una base militare in stato di fermo e soprattutto in attesa di giudizio. Il caso Bibier rischia di diventare molto frequente nei prossimi mesi, fino a creare un reale problema nelle forze armate israeliane. Almeno così dice un libro.

Un libro pericoloso. Provate a immaginare: lo stato di Israele, nato nel 1948 dopo tante sofferenze, che vive un guerra civile devastante con la scissione dei coloni.
La nascita di una seconda repubblica ebraica sulle ceneri causate da un conflitto. Coloni asserragliati nelle loro abitazioni che fanno esplodere bombole di gas, erigono barricate nelle strade e si chiudono nelle sinagoghe per impedire lo sgombero delle colonie della Striscia di Gaza ordinato dal governo di Tel Aviv.
Potrebbe sembrare il sogno realizzato dei gruppi terroristici che non vogliono la convivenza con Israele, ma anzi non hanno mai del tutto rinunciato alla sua distruzione. Israele diviso e debole.
Invece è lo scenario che disegna un libro che in questi giorni va a ruba in attesa dello sgombero in più fasi degli insediamenti nella Striscia di Gaza. Ventuno insediamenti abitati da circa 8mila persone saranno smantellati a partire  dal 17 agosto prossimo.
Il libro ha un titolo esplicito: Questa estate ci sarà la guerra civile. Lo ha scritto Yossi Blum Halevy, storico militare vicino ideologicamente alla destra oltranzista israeliana. Il tomo, di circa 200 pagine, è ordinabile via internet sul sito Katif.net, quello dei coloni dell’insediamento di Gush Katif, nella Striscia di Gaza.
Il libro non è niente più di una provocazione, anche se il numero elevato di ordini ne hanno fatto quasi un caso letterario. Pare difficile che tante persone credano che vada a finire così, ma sicuramente il clima in Israele diventa sempre più arroventato.
Le prime operazioni di sgombero, che peraltro riguardavano solo alcuni edifici abbandonati da tempo, hanno causato nei giorni scorsi degli scontri a Shirat Hayam, a sud della Striscia di Gaza. Su scala ridotta si sono viste tutte le possibili tonalità del disimpegno: coloni che opponevano resistenza civile allo sgombero, militari israeliani divisi di fronte all’idea di dover usare la forza contro altri israeliani.
L’unico ad averci rimesso è stato un cronista di Yedioth Ahronot che nella calca si è fratturato una gamba. Ma il disimpegno deve andare avanti.

Il disimpegno. La rinuncia per i coloni alla terra che ormai consideravano casa loro è un passaggio traumatico, ma la scelta del Governo Sharon pare irrevocabile.
Sul disimpegno il premier israeliano ha messo in giuoco la sua stessa maggioranza e adesso non può tornare indietro. Le incognite restano tante, anche perché un settore notevole delle forze armate, riunitosi sotto la sigla Difensive Shield, ha annunciato che molti militari si opporranno allo sgombero dei coloni.
Per le strade di Gerusalemme sono migliaia le macchine con la bandierina arancione che svolazza, scelta come simbolo da tutti quelli che considerano una concessione inaccettabile la rinuncia a terre che, come la Striscia di Gaza, loro considerano un diritto sancito dalle sacre scritture.
Un segno positivo in questo senso è il fatto che i coloni dell’insediamento di Gush Katif, il più grande con i suoi cinquemila coloni, abbia deciso di accettare l’offerta del governo di trasferirsi a Netzarim in cambio di un indennizzo economico.
Ma contemporaneamente continuano le manifestazioni contro il disimpegno. Lunedì, sulle principale strade d’Israele, è andata in scena l’operazione ‘Fermati e Rifletti’. La manifestazione, organizzata dallo Yesha Council, un’associazione di coloni, chiedeva a tutti i sostenitori della causa dei coloni di parcheggiare le auto sulle strade principali e di fermarsi a riflettere su quello che sta accadendo. La manifestazione è riuscita e, stando ai calcoli della polizia, c’era molta più gente di quei mille coloni irriducibili che secondo Sharon non rappresentano la maggioranza della popolazione israeliana.
I sondaggi peraltro sembrano dargli ragione e la maggioranza degli israeliani è favorevole al disimpegno da Gaza. Ha’aretz, uno dei quotidiani israeliani più importanti, ha sulla home page del suo sito un timer che tiene il conto alla rovescia dei giorni che mancano al disimpegno.
La situazione non sarà apocalittica come la descrive Halevy nel suo libro, ma la società israeliana è molto più divisa di quanto dica Sharon nei sui discorsi

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giustizia per Tom Hurdall???

Giustizia sembra compiersi
entro i territori che dell’ingiustizia fan la clausula di convivenza con il popolo oppresso confinante.
A quanto pare il soldato israeliano che uccise Tom
verrà condannato,
e rischia una pena di venti anni.
Vale la pena qui ricordare il commento dei genitori poco dopo aver udito la sentenza di colpevolezza,
l’omicidio di Tom ha ricevuto giustizia in quanto lui era un occidentale,
ma ciò che a lui è accaduto succede ogni giorni in Palestina
per mano armata dei soldati israeliani,
addestrati dai loro superiori a fare fuoco contro esseri umani disarmati
e tutte le donne barbaramente ammazzate
tutti i bimbi mutilati e uccisi
tutti gli omicidi di civili uccisi dall’esercito di tel aviv
non riceveranno mai alcuna giustizia…
guerrilla radio

 

27 GIUGNO 2005
Uccise un pacifista: condannato soldato israeliano
REDAZIONE

Fu ferito nella striscia di Gaza da un militare israeliano mentre aiutava dei cittadini palestinesi a mettersi al riparo durante uno scontro a fuoco. Morì, dopo nove mesi di agonia, nel gennaio del 2004, in un ospedale di Londra. L’assassino del pacifista britannico Tom Hurndall (attivista del Movimento di Solidarietà Internazionale) è stato oggi condannato da un Tribunale militare dello Stato ebraico. La corte lo ha giudicato colpevole di “omicidio involontario”. La pena del soldato Taysir Hayb sarà decisa nei prossimi giorni

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imam Abu Omar, rapito dalla cia e torturato in Italia

«Torturato in Italia l’imam rapito dalla Cia»

È guerra dichiarata tra i giudici italiani e gli Usa. Il gip: «Spregio della sovranità nazionale»

da L’Unità


LA GUERRA GIUDIZIARIA con gli Usa è ormai dichiarata per la vicenda del rapimento dell’Imam della moschea milanese di via Quaranta, Abu Omar. Il gip Chiara Nobili, nell’ordinanza in cui dispone l’arresto di 13 agenti della Cia responsabili del sequestro scrive
chiaramente che è stato il responsabile dell’ufficio Cia di Milano Robert Seldon Lady ad «avere coordinato l’azione, garantendo altresì collegamenti ed assistenza agli altri concorrenti nel reato, anche per effetto della sua pregressa presenza ed attività lavorativa a Milano». Il gip sottolinea la gravità dell’episodio «al di là del puro e semplice reato di sequestro di persona. In primo luogo, il fatto che si trattasse di un rifugiato politico «costituisce un gravissimo attacco all’autorità dello Stato Italiano e ai trattati internazionali in materia». In secondo luogo «il fatto che la condotta appare essere stata posta in essere da cittadini stranieri e finalizzata ad ottenere la detenzione in uno Stato estero, senza che nessuna autorità Italiana sia stata avvisata della vicenda o della presenza di un titolo custodiale o abbia minimamente autorizzato la limitazione di libertà». In terzo luogo, il fatto che si trattasse di persona sottoposta ad indagini da parte delle autorità italiane, con la conseguenza che la sottrazione di un siffatto soggetto ha costituito un oggettivo ostacolo all’effettivo accertamento dei fatti da parte dell’Autorità Giudiziaria».
Erano inizialmente 19 le richieste di arresto per il reato di sequestro di persona formulate dai procuratori aggiunti Armano Spataro e Ferdinando Pomarici. Gli altri restano indagati.
E vediamo la storia, che emerge dalla relazione del gip. Nasr Osama Mostafa Hassan, alias Abu Omar, egiziano, aveva ottenuto asilo politico nel 2001 ma fu poi indagato per reati di terrorismo internazionale. C’è una testimone, una donna egiziana che aveva assistito alla scena del rapimento: uomini con abiti occidentali che caricavano a forza su un furgone Abu Omar, vestito con la sua bianca jalabiyya, che urlando aveva richiamato la sua attenzione. Chiedeva aiuto in arabo. Per oltre un anno dopo il sequestro, non vi era stato alcun significativo progresso nelle indagini. L’imam riappare in conversazioni telefoniche intercettate dalla procura milanese. Parlando con la moglie diceva di trovarsi in Egitto, di essere stato sequestrato, portato in una base americana e quindi, in aereo, trasferito in Egitto, dove era stato detenuto fino a quel momento, sottoposto a gravi torture e rilasciato per gravi problemi di salute. La moglie dichiara a verbale: «mi ha detto di essere stato sempre detenuto e di essere stato sottoposto in carcere a ogni tipo di tortura, perché gli egiziani volevano da lui informazioni che egli non era in grado di dare e che al termine delle torture lo avevano obbligato a firmare una dichiarazione con cui affermava di avere volontariamente scelto di consegnarsi alle autorità egiziane».
Altra testimonianza concordante è quella di Abu Imad, l’imam della moschea di viale Jenner che riuscì a mettersi in contatto con lui e a raccogliere un suo dettagliato racconto. Conferma il sequestro, il trasferimento ad Aviano: durante il tragitto, durato 5 ore gli fu tappata la bocca col nastro adesivo, fu minacciato di morte se avesse urlato. Nella base Usa «mi disse di essere stato picchiato, torturato, interrogato». All’alba venne caricato su un aereo militare e trasferito al Cairo. Qui, secondo il testimone, incontrò il ministro dell’interno egiziano Habib Al Adly che «in sostanza gli disse che se voleva lavorare come infiltrato dei servizi segreti egiziani sarebbe stato fatto ritornare in Italia entro 48 ore, altrimenti si sarebbe assunto la responsabilità del rifiuto». Abu Omar rifiutò e fu incarcerato fino alla sua liberazione del 20 aprile 2004. Abu Imad conferma il racconto di tremende torture, chiuso in una stanza dove venivano diffusi suoni ad altissimo volume che gli hanno lesionato l’udito. Poi passaggi da «una specie di sauna ad altissima temperatura e subito dopo in una cella frigorifera, producendo dolori fortissimi alle ossa, come se si stessero spaccando». E ancora appeso a testa in giù, con elettrodi applicati nelle parti delicate e sensibili del corpo compreso l’apparato genitale. Ha subito danni alla deambulazione ed all’apparato urinario ed era diventato incontinente». Ottenne la scarcerazione promettendo di tacere su tutta la vicenda ma una volta liberò violò gli accordi e venne riarrestato. La moglie dice di averlo visto un’ultima volta il 21 febbraio del 2005 nel carcere vicino ad Alessandria. Da allora nessuno ha più avuto sue notizie.

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donald rumsfeld: a colloquio coi guerriglieri

Il Pentagono ammette: colloqui con i ribelli iracheni

di red

Il ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld ha confermato ufficialmente quanto riferito dal settimanale britannico The Sunday Times, secondo cui colloqui tra emissari americani e rappresentanti della guerriglia sarebbero effettivamente avvenuti in Iraq. In televisione Rumsfeld ha riconosciuto infatti che incontri tra le parti vi sono già stati, e che per conto di Washington vi hanno preso parte inviati dello stesso Pentagono.

 

L’articolo del Sunday Times racconta con molti particolari gli incontri che si sarebbero tenuti a partire dal 3 giugno scorso in una villa sulle colline attorno a Balda, una quarantina di chilometri a nord di Baghdad. Mediatore degli incontri sarebbe il ministro dell’elettricità Ayham al-Samurai, un sunnita vissuto per vent’anni negli Stati Uniti durante il regime di Saddam Hussein.
Secondo il settimanale i «colloqui sembrano rappresentare il primo serio sforzo da parte degli americani e degli insorti iracheni per trovare un terreno di intesa comune da quando le violenze si sono intensificate nella scorsa primavera»
Da parte americana agli incontri avrebbero partecipato alcuni ufficiali, un funzionario del Congresso e un rappresentante dell’ambasciata Usa a Baghdad. Tra gli insorti c’erano i rappresentanti di numerosi gruppi guerriglieri, tra i quali Ansar al-Sunna, a cui sono attribuiti numerosi attacchi suicidi, tra i quali quello che uccise 22 soldati americani in base a Mosul alla vigilia di Natale.

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Gesù Cristo,
che era nero e di certo non cogli occhi azzurri
potrà gioire di lassù
nel non vedere più quelle orrendi croci ardere nella notte.
Ma magari la lega nord sta per proporre un decreto
per issarne di nuove
dinnanzi ai disperati che sbarcano in sicilia in cerca di accoglienza.
guerrilla radio

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vertice sharon-Mahmoud Abbas

Vertice Sharon-Abbas: pochi i progressi


Israele potrebbe riconsegnare altre due città palestinesi, Betlemme e Kalkilya, al controllo della sicurezza Anp nelle prossime due settimane: lo ha indicato questa sera la radio pubblica israeliana dopo il vertice tenuto nel pomeriggio a Gerusalemme fra il premier israeliano Ariel Sharon e il presidente palestinese Abu Mazen. Due città della Cisgiordania, Gerico e Tulkarem, sono già state consegnate nelle scorse settimane al controllo palestinese. Il passaggio all’Anp di cinque città della Cisgiordania, compresa anche Ramallah, era stato concordato fra Sharon e Abu Mazen già al precedente vertice di Sharm el Sheikh l’8 febbraio scorso.

Il vertice di oggi, durato due ore, si è tenuto nella residenza del premier israeliano tra imponenti misure di sicurezza. Ariel Sharon e Mahmoud Abbas non sembrano aver fatto grandi progressi sui punti cruciali di un più agevole ritiro di Israele da Gaza e sul processo di pace. “Abbiamo ancora vittime”, ha detto Sharon lamentandosi con Abbas.
“E’ andata abbastanza male”, ha dichiarato invece un funzionario palestinese chiedendo di non essere identificato, perché le due parti non hanno diffuso dettagli sull’incontro. “E’ stato un incontro difficile, non all’altezza delle nostre aspettative”: così il premier palestinese Abu Ala, in una conferenza stampa a Ramallah, ha definito il summit. Ha aggiunto che non c’e’ stata alcuna risposta positiva alle richieste avanzate dalla delegazione palestinese.

Scettico sulla possibilità che il vertice modifichi la realtà è la l’avviso del movimento di resistenza islamico Hamas. ”Nulla verrà compiuto dal punto di vista del rilascio dei prigionieri, del ritiro dalle città della Cisgiordania e della fine dell’aggressione militare ai danni del nostro popolo”, si legge in una dichiarazione, nella quale si esprime stupore per il fatto che Abbas abbia acconsentito ad incontrare Sharon a Gerusalemme, dando così a Israele – si conclude – il pretesto di ribadire ancora una volta che Gerusalemme è capitale dello stato ebraico

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A Oalazzo Venezia, Fernando Botero dipinge abu ghraib

Colombia – 16.6.2005

Arte contro guerra

Intervista a Fernando Botero, autore di opere sulla tortura dalla Colombia a Abu Ghraib

Da giovedì 16 giugno, a Palazzo Venezia a Roma, Fernando Botero mette in mostra le sue ultime tele sulle tremende torture avvenute nel carcere di Abu Ghraib. Sono quindici anni che l’artista non espone i suoi quadri in una mostra personale nella città eterna. Indignazione e denuncia dipinte da un pennello e racchiuse in una cornice. Fino al 25 settembre.
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Maestro, che cosa l’ha spinta dipingere 65 tele sull’orrenda situazione delle torture di Abu Ghraib?
“Queste sono opere dettate dell’indignazione, che ho sentito io ma che ha sentito tutto il mondo quando abbiamo saputo che i soldati statunitensi torturavano i prigionieri iracheni a Abu Ghraib. Lo shock prodotto da questa notizia ha fatto in modo che iniziassi a buttare giù dei disegni, così ho iniziato a dipingere questa situazione”.
Qual è lo slittamento semantico che avviene nelle immagini di Abu Grahib una volta che vengono ridipinte? Cosa si aggiunge rispetto al linguaggio della fotografia fatto passare dai media?
“La fotografia è stata utile per me per vedere l’ambiente del carcere. Ma non ho preso le foto come punto di partenza per i miei quadri. Non avrebbe avuto senso. Ho visto le fotografie e ho letto gli articoli, mi sono fatto domande e solo così mi sono ispirato. Le foto sono lì da guardare. I miei quadri sono un’altra cosa”.
La scelta dei temi da lei trattati, quelli della guerra come in Colombia o della tortura come nel caso di Abu Ghraib, è una forma di polemica contro il disimpegno e l’individualismo dominanti nella scena dell’arte contemporanea?
“Si, soprattutto su Abu Ghraib, dove tutti gli articoli apparsi sui giornali americani, dal New York Time Magazine al Washington Post mi hanno ispirato. Dopo averli letti ho avuto una bella capacità creativa e voluto dare forma alle mie letture e a quello che avevo visto. Non ho inventato niente. Ho solo riprodotto l’immagine mentale che mi aveva dato la sola lettura di questi testi. Prima di fare le serie di quadri su Abu Ghraib, ho fatto una serie di opere che erano ispirate alla guerra violenta che devasta la Colombia, un’enorme tragedia per la nostra gente, per la nostra terra. Tutte queste opere adesso sono al museo nazionale della Colombia, le ho donate e sono lì da vedere. Ma non hanno nulla a che fare con questa serie di quadri ispirati ad Abu Ghraib”.
Gli artisti sono un mezzo per comunicare la violenza nella quale vive il mondo?
“L’artista non ha il potere per cambiare le cose, ma allo stesso tempo ha il “potere” di mettere insieme opere che servano come testimonianza permanente di quello che  accade”.
La violenza della guerra è fonte ispiratrice per gli artisti?
“Quando ci sono situazioni di ingiustizia io mi sento in dovere a fare qualcosa. Ogni artista reagisce diversamente. Un uomo si indigna e come artista forma delle opere che siano testimonianze della situazione, che lascino il segno. Non si tratta di ispirazioni. Non si tratta di specializzarsi nel fare quadri su tutte le tragedie del mondo. Ci sono tante crudeltà al mondo in questo momento. Credo però che la gente non si aspettasse che il paese più ricco del mondo facesse queste torture come facevano 10 secoli fa con una perversione totale”.
Lei ha dichiarato che le opere che riguardano Abu Ghraib non saranno messe in vendita. Perchè?
“Vero, anzi verissimo. Fare soldi sul dolore umano, speculare sulla guerra, non fa parte della mia cultura. Tutte queste opere saranno senz’altro regalate ad un museo. Non so ancora a quale, magari a quello di Baghdad se sarà ancora in “piedi”. Di certo comunque le opere saranno donate”.
Quale prevede che sarà la reazione degli spettatori statunitensi quando andranno a vedere le sue opere su Abu Ghraib?
“Penso che più della metà della popolazione statunitense o comunque la stragrande maggioranza della gente sia contro questo tipo di pratica. Una cosa da ricordare è che è stata la stampa statunitense a rivelare queste immagini al mondo e anche oggi continua a condannare certi comportamenti. Spero e credo che se ci sarà una mostra dei miei quadri negli Stati Uniti, ci saranno delle persone che li apprezzeranno e altre persone che saranno disturbate dalla visione di quelle opere”.
Qual è il messaggio dei suoi dipinti? Questi in particolare?
“Più che avere un messaggio sono una testimonianza. Per far ricordare alle generazioni future, per far vedere dal punto di vista artistico immagini che corrispondono a verità. Grazie all’arte, si aggiunge dal punto di vista artistico un qualcosa a questa forte denuncia sociale. L’arte per la sua dimensione, per l’estetica mescolata alla verità, per la sua importanza è uno strumento di comunicazione impressionante”.
Arte e pace possono compiere un cammino comune?
“La pace è il grande desiderio di tutti gli uomini che vogliono vivere una vita tranquilla.  Nel periodo di pace l’arte gioca un ruolo importante e trova la sua massima espressione. In un momento di guerra, invece, l’arte non si può apprezzare perché in quell’attimo l’uomo ha come primario desiderio la ricerca della sopravvivenza. L’arte in periodo di pace è il massimo desiderio della sollevazione umana”.
L’impegno politico è sempre stato caratteristica degli artisti e degli scrittori, in generale degli uomini di cultura. Perché secondo lei?
“Il mio non è impegno politico. La mia è una posizione umana. Penso che esistano cose al mondo che non si possono fare. Non è possibile vedere le torture subite da un uomo come è successo per i detenuti di Abu Grahib”.

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Human Resource Exploitation Training Manual e Kubark Counterinte

Il manuale segreto della Cia “Così si tortura un prigioniero”

 

Di ALBERTO FLORES D’ARCAIS

Le “torture” fanno da sempre parte della storia peggiore dell’umanità; le tecniche usate dai riservisti americani nella prigione di Abu Ghraib per abusare dei prigionieri di guerra e renderli più “docili e disponibili” a parlare hanno però molte somiglianze con quelle insegnate e descritte in due manuali della Cia negli anni Sessanta e Ottanta.

Questi due documenti “top secret” sono stati ieri declassificati dagli archivi nazionali di Washington insieme a un report segreto sullo stesso argomento scritto nel 1992 dall’attuale vicepresidente Dick Cheney (allora segretario alla Difesa nella Casa Bianca di Bush padre).

Il primo manuale della Cia (“Kubark Counterintelligence Interrogation”), dove Kubark è un nome in codice per definire la stessa Cia, risale al luglio 1963 ed è di 127 pagine. Ha una dettagliata sezione che si intitola “Coercive Counterintelligence Interrogation of Resistant Sources” divisa a sua volta in tre capitoli che si chiamano Minacce e paura, Dolore e Debolezza. Dopo diverse pagine accademiche che riprendono studi universitari e dotte citazioni sulla tortura il manuale descrive nei dettagli il modo migliore per “ottenere informazioni da fonti resistenti”.

Due i metodi base: non-coercitivi e coercitivi. Con il primo si tenta di far parlare il prigioniero convincendolo che è per il “suo” bene, che nessuno vuole fargli del male e così via. Più importante ovviamente il secondo, quello usato per far parlare chi non vuole, dove coercizione finisce per diventare facilmente tortura. Alcuni dettagli sono sottolineati. Ad esempio si raccomanda che scegliendo il luogo dell’interrogatorio “si conosca in anticipo che tipo di corrente elettrica ci sia, così che il trasformatore o gli altri apparecchi modificati siano a portata di mano”.

Nella sezione 9 (pagine 82-104 del manuale) sotto il titolo “Minacce e paure” gli agenti Cia autori del documento scrivono che “la minaccia di coercizione normalmente indebolisce o distrugge la resistenza più di quanto possa la coercizione stessa”. La minaccia di infliggere una dolore può in molti casi “suscitare una paura più grande di quanto non possa l’immediata sensazione fisica del dolore stesso”. Anche la voce “dolore” viene ampiamente analizzata. Si discutono le diverse teorie del dolore sottolineando come spesso la resistenza del soggetto cede per un dolore che lui ha l’impressione di infliggersi da solo “piuttosto che con la tortura vera e propria”. Un esempio? Costringendo il detenuto a stare in piedi per un lungo periodo di tempo si fa in modo che crolli la sua autofiducia, la certezza della resistenza sua e del suo fisico.

Dettagliata anche la descrizione della cella dove “interrogare”: deve essere “insonorizzata”, ci si deve portare solo un “soggetto” per volta, si deve avere chiaro che quella cella “è il campo di battaglia dove l’interrogante e il soggetto si incontrano e dove l’interrogante ha il vantaggio di avere il controllo totale del soggetto e del contesto ambientale”. La cella deve essere massimo 3 metri per 4, senza finestre, possibilmente con le mura bianche; deve avere uno specchio “a due vie” in modo che il soggetto possa essere guardato e “fotografato” dall’esterno.

Il secondo manuale (“Human Resource Exploitation Training Manual”) è di venti anni dopo ma riprende quasi per intero il primo, saltando le pagine più accademiche e richiamando in diverse pagine anche un altro manuale (questa volta redatto dall’intelligence dell’esercito), il cosiddetto “Project X”, in uso durante i primi anni della guerra del Vietnam per addestrare il personale militare alla controguerriglia. Lo “Human Resource” riprende in pieno le tecniche degli interrogatori coercitivi incluse le minacce di uso della violenza e la capacità – da parte dell’interrogante – di “manipolare l’ambiente del soggetto per creare una spiacevole e intollerante situazione, per fargli perdere ogni conoscenza di tempo, spazio e percezione sensitiva”.

Quando il Congresso durante gli anni Ottanta inizia ad indagare sulle atrocità commesse in America Centrale e sulle eventuali responsabilità di Cia e “istruttori” americani nelle torture decine di pagine dello “Human” vengono corrette a mano, per cambiare i passaggi più imbarazzanti, soprattutto quelli che sembravano un vero e proprio invito ad “abusare” dei prigionieri. La Cia rifece da capo l’introduzione con una frase che non lascia adito a dubbi: “L’uso della forza, la tortura psichica, le minacce, gli insulti o l’esporre un prigioniero a un trattamento disumano di qualsiasi tipo come aiuto per un interrogatorio è proibito dalla legge, internazionale e nazionale, non può essere mai autorizzato e non sarà mai perdonato”.

Nonostante questi cambiamenti, il manuale nella sua versione originaria viene tradotto in spagnolo per sette edizioni diverse e distribuito – tra il 1987 e il 1991 – in migliaia di copie ai vari corpi militari e di intelligence delle allora dittature militari: in Salvador, in Guatemala, in Ecuador, in Honduras, in Perù e nella “School of the Americas”, dove vennero addestrati alcuni dei più feroci torturatori dell’epoca. Solo nel 1991 venne aperta un’inchiesta quando il Comando Sud dell’esercito americano decise di usare il manuale nei “programmi di aiuto militare” alla Colombia, dove il governo era in duplice guerra contro i “narcotraficantes” e la guerriglia di estrema sinistra.

L’indagine interna, durata nove mesi, produce un rapporto che finisce sul tavolo di Cheney al Pentagono. Analizzando le istruzioni su come picchiare i prigionieri, condurre interrogatori pesanti e fare false esecuzioni, gli ispettori dell’esercito risalgono al “Project X”, scoprendo che quel manuale ormai vietatissimo, è, di fatto, sia pure con un altro nome, ancora in pieno uso. Secondo gli ispettori tutto questo può creare gravi problemi alla “credibilità dell’esercito degli Stati Uniti e provocare gravi e significativi imbarazzi”.

Cheney aggiunge alcune raccomandazioni per una “azione correttiva” e chiede che ove è possibile i manuali vengano ritirati e distrutti. L’ultimo documento declassificato è quello in cui un maggiore del controspionaggio dell’esercito, responsabile dei manuali in lingua spagnola, dice nel corso di una telefonata che i manuali sono stati mandati al Pentagono e che sono tornati indietro “approvati senza alcun cambiamento”.

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padre rodolfo zecchini sospeso

A Verona: sospeso prete paladino del SI’
Prete, frate cappuccino come il suo vescovo, insegnante di etica nel seminario scaligero, ma favorevole al SI ai primi tre referendum: una tesi che padre Rodolfo Zecchini ha spiegato a lezione tra le sacre mura e ribadito sui giornali. “La legge è restrittiva e parte da un presupposto discutibile. Che l’embrione sia persona”, aveva detto al “Corriere di Verona”. “Certo, è un embrione umano, ma non è un uomo. Come se mangiare un uovo fosse uccidere una gallina”. Monsignor Flavio Roberto Carraro l’aveva zittito subito promettendo provvedimenti. E da ieri, a urne chiuse, padre Zecchini è un ex professore dello Studio teologico San Zeno. “Sollevato dall’incarico” dal vescovo imbarazzato perché proprio a verona l’anno prossimo si terranno le assise della Chiesa italiana.

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gli Ignavi vincitori del referendum

INFERNO

canto III
“Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

  Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

  facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

  E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

  Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.”
—————————————————–

 
In momenti come questi ti viene voglia di cercare se affittano dalle parti di Bologna…
Prende piede infatti lo sconforto,
sconforto di chi si rende conto giorno per giorno di esser circondato dall’indifferenza più omologata,
gli apatici di ogni ideale,
Sono i vincitore reali  di questo referendum,
Quelli che io definisco appartenere al partito degli Ignavi.
Gli Ignavi
Sempre disinteressati verso qualsiasi cosa
valga la pena discutere, attivarsi, mobilitarsi,
in altre parole
vivere.
Menefreghisti che diresti catatonici
senonchè vederli improvvisamente ri-animarsi
quandunque qualcosa possa favorire il loro personale tornaconto,
non rendendosi conto
che lo sviluppo di una coscienza civile globale migliora ogni condizione di vita.
Ci fossero stati fra gli ignavi,
più malati-Ignavi
probabilmente ora la ricerca scientifica sarebbe stata votata per essere più libera, qui in Italia.
Il declino sociale
Il declino culturale
pure il decline ecomonico
del nostro paese,
ce lo meritiamo appieno.
Una unica avvertenza per gli Ignavi,
che vadano a ricontrollare
il destino che Dante ha previsto per loro nel terzo canto nell’Inferno della Divina Commedia.
Non si sorprendano quindi  questa estate,
quando verranno divorati come non mai dalle zanzare,
non è un’ondata  di voraci insetti africani,
ma  solo la logica attuazione  del loro contrappasso.


guerrilla radio

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Nigrizia attacca la Ferrari.

Bridgestone/Firestone (e Ferrari) vs Nigrizia: botta e risposta


 
La nostra denuncia sulle condizioni ambientali e lavorative nella piantagione di caucciù in Liberia non sono piaciute alla multinazionale né alla “Rossa”. Nigrizia conferma e rilancia. (English version below)

 

La denuncia di Nigrizia

Pneumatici con catene 
Ferrari, gomme a terra!


  La multinazionale reagisce e Nigrizia chiede un’indagine indipendente in Liberia
 Maranello svicola e Nigrizia formula nuove domande
 Rapporto di Save My Future sulla piantagione liberiana
www.nigrizia.it

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GUERRILLA RADIO SOTTO ATTACCO ISRAELIANO

INTERPELLANZA DEL SENATORE DEI VERDI SAURO TURRONI:

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

 

XIV LEGISLATURA

 

 

 

776ª SEDUTA PUBBLICA

 

 

 

GIOVEDI` 7 APRILE 2005

 

(Pomeridiana)

 

Presidenza del vice presidente MORO

 

 

 

 

 

Interrogazioni orali con carattere d’urgenza

 

ai sensi dell’articolo 151 del Regolamento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TURRONI. – Al Ministro degli affari esteri. – Premesso che:

 

da notizie apparse sulla stampa il 5 aprile 2005 si apprende che il

 

sig GUERRILLA RADIO, cittadino italiano, mentre si recava come ogni anno a

 

trovare alcuni amici in Palestina, dopo aver attraversato la Giordania , GUERRILLA RADIO sarebbe

 

stato fermato alla frontiera israeliana;

 

sarebbe arrivato in frontiera alle 9 del mattino, ora locale,

 

e avrebbe esibito il suo passaporto, ma l’addetta ai controlli, dopo aver

 

verificato sul terminale, gli avrebbe comunicato, senza dare ulteriori spiegazioni,

 

che il suo nominativo era inserito in una «lista nera»;

 

sarebbe stato, quindi, chiesto l’intervento immediato dei militari

 

israeliani, che avrebbero sottoposto GUERRILLA RADIO ad un serrato interrogatorio,

 

chiedendogli ripetutamente se fosse un delinquente, mentre effettuavano

 

un controllo sul bagaglio, manomettendo e rendendo inutilizzabile il suo

 

Senato della Repubblica XIV Legislatura – 56 –

 

telefono cellulare, danneggiando anche alcuni regali destinati ai suoi amici

 

palestinesi;

 

dopo essere stato torchiato per l’intera mattinata gli sarebbe stata

 

concessa la possibilita` di chiamare l’Ambasciata italiana, il cui personale

 

avrebbe provveduto a rassicurare GUERRILLA RADIO, tranquillizzandolo, perche´ mai

 

gli sarebbe stato fatto del male visto che Israele e` un paese amico;

 

in realta` le cose, a quanto consta all’interrogante, sarebbero andate

 

molto diversamente:

 

GUERRILLA RADIO e` stato posto in stato di fermo per imprecisati motivi di

 

sicurezza, senza che gli venisse fornita alcuna motivazione dal personale

 

di frontiera;

 

erano circa le ore 17 quando GUERRILLA RADIO  e` stato sollevato di peso da

 

tre militari e portato su un autobus dove, chiuse le porte, e` stato selvaggiamente

 

picchiato e preso ripetutamente a calci in faccia nel breve tragitto

 

verso la frontiera giordana;

 

scaricato dal mezzo e` stato soccorso dai militari giordani, i quali

 

hanno provveduto a stendere un rapporto di quanto da loro visto mentre

 

GUERRILLA RADIO  veniva sottoposto alle prime cure nel posto medico di frontiera;

 

non risulta che il sig. GUERRILLA RADIO sia mai stato, precedentemente ai

 

fatti accaduti, fermato o sottoposto a qualche procedimento restrittivo

 

della liberta` o di natura penale,

 

si chiede di sapere:

 

se il Ministro sia a conoscenza dei fatti riferiti;

 

se e quali iniziative siano state assunte dalla rappresentaza diplomatica

 

italiana, immediatamente contatata da GUERRILLA RADIO prima del pestaggio

 

a cui e` stato successivamente sottoposto, e se non si ritenga che vi sia

 

stata una grave sottovalutazione degli eventi da parte dell’Ambasciata italiana

 

in Israele;

 

se il Governo sia a conoscenza dell’esistenza di una lista nera di

 

cittadini italiani ai quali e` inibito l’accesso in Isarele e se non si ritenga

 

che cio` leda i diritti di libera circolazione, anche alla luce del fatto che

 

nessuna motivazione veniva fornita ad GUERRILLA RADIO  in ordine alla presenza

 

del suo nominativo nella suddetta lista;

 

se e quali iniziative intenda assumenre il Governo presso le autorita`

 

israeliane affinche´ siano accertate e perseguite le responsabilita` per gli

 

ingiustificati atti di violenza a cui e` stato sottoposto un cittadino italiano;

 

se non si ritenga necessario acquisire, tramite la nostra Ambasciata

 

in Giordania, la relazione dei militari, nonche` i certificati medici.

 

 

(4-08476)

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bridgestone firestone, la ferrari schiavizza la Liberia

Il pit stop della schiavitù

 

Bridgestone/Firestone sono i fornitori delle gomme della Ferrari.

Le gomme si fanno con il caucciù.

La Firestone è proprietaria della più grande piantagione di caucciù del mondo in Liberia. La concessione per lo sfruttamento, firmata con il governo della Liberia dal Signor Firestone nel 1926, è di 99 anni, e sarà estesa sino al 2061.
Un milione di acri di alberi del caucciù per una cifra irrisoria.

La Liberia è il terzo esportatore al mondo di caucciù.
E non c’è una sola industria della gomma, nè un articolo in gomma in tutto il Paese.

20.000 lavoratori incidono gli alberi e riempono secchi di caucciù tutto il giorno per 20 dollari netti al mese, meno di 1 dollaro al giorno.

I lavoratori vivono in baraccopoli senza servizi “I più sono costretti a vivere (con moglie e figli) in povere abitazioni con una singola stanza, in piccoli accampamenti di 50 famiglie, serviti da dieci latrine-bagni comuni, senza acqua corrente nè elettricità…” 

I dirigenti della Firestone, invece, vivono in quartieri videosorvegliati con guardie armate, campi da golf, centri congressi e pub.

I fiumi vengono inquinati da residui tossici (non ci sono leggi ambientali).

Cari ferraristi cosa ne dite se cambiassimo le gomme? O volete far finta di niente, “…tanto è il mercato”?

Schumaker, non e il momento di prenderti qualche responsabilità?

E’ bello sentire Montezemolo quando parla dell’etica del lavoro, però prima dia una risposta a Nigrizia : la pubblicherò sul blog.

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