Giugno 2006

SONDAGGIO: VOTA IL TERRORISTA

Chiuso il sondaggio sul peggiore dei peggiori,
fra i nuovi ministri del governo prodi,
ecco l’esito:
 
[242 voti]
Clemente Mastella [55.4%]

Massimo D´Alema [14.5%]

Alfonso Pecoraro Scanio [7.9%]

Francesco Rutelli [5.8%]

Giuliano Amato [5.8%]

Giuseppe Fioroni [2.9%]

Paolo Ferrero [2.9%]

Tommaso Padoa Schioppa [2.5%]

Livia Turco [0.8%]

Alessandro Bianchi [0.8%]

Antonio Di Pietro [0.8%]

Fabio Mussi [0%]
Pierluigi Bersani [0%]
Arturo Parisi [0%]
Paolo Gentiloni [0%]
Cesare Damiano [0%]
Paolo De Castro [0%
 
Visto il risultato piuttosto plebiscitario abbiamo avuto l’accortezza di inviare l’esito
direttamente al vincitore:
il sindaco di Ceppaloni.
 
Invitiamo i visitatori di queste pagine a dire la loro sull’operato del neo-ministro della giustizia tramite la sua mail di sindaco:
 
sindaco@comune.ceppaloni.bn.it
 
———

 
Chiuso un sondaggio,
vien da sè se ne apre un altro (qui a fianco-destra)
e questo verte sul riconoscimento di quale sia lo stato che più si fa promotore di terrorismo nel mondo,
certi che,
oltre allE ben propagandate azioni terroristiche di gruppi armati palestinesi, ceceni e iracheni,
non ci si copra gli occhi sul quotidiano genocidio perpetrato dall’esercito israeliano oltre i suoi confini,
ne tantemeno di chi a ridotto a macerie la città di Grozny,
e ancora,
nessuna hai mai saputo cosa s’insegnava
alla SCUOLA DELLE AMERICHE???
.
guerrillaradio

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Vacanzieri indecisi? quest’anno tutti a Guantanamo!

“Vivono ai Tropici, sono ben nutriti, hanno tutto ciò che vogliono, sono trattati benissimo e si trovano in installazioni nuove di zecca, per le quali abbiamo speso un mucchio di denaro.

 Vengono trattati benissimo”

(Dick Cheney, Vice Presidente degli Stati Uniti)

 

Tentati suicidi e duri scontri nella prigione di Guantanamo

Amnesty esprime preoccupazione per le violenze

Rapporto Onu: gli Usa chiudano Guantanamo e ogni prigione illegale

aggiornamenti:

GUANTANAMO: CORTE SUPREMA USA DA’ TORTO A BUSH
 »STORIA E NUMERI DELLA PRIGIONE USA A CUBA
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato le scelte del presidente George W.Bush sui tribunali militari speciali per i detenuti di Guantanamo. La decisione della Corte, resa pubblica proprio alla vigilia della consueta pausa estiva di tre mesi, tratta del caso piu’ atteso di tutto l’anno giudiziario Usa e destituisce di legittimita’ i tribunali speciali istituiti dall’amministrazione Bush a Guantanamo.

I giudici si sono espressi con un voto di 5-3 sul caso dello yemenita Salim Ahmed Hamdan, un detenuto di Guantanamo che è stato l’autista di Osama bin Laden e ha sfidato la legittimità delle ‘Commissioni militari’ create dall’amministrazione Bush. Il presidente della Corte, John Roberts, non ha votato perché si era già pronunciato in precedenza. La Corte ha ordinato di rinviare il caso Hamdan a una Corte d’appello federale.

VIOLATA CONVENZIONE GINEVRA
Nel decidere l’istituzione di una giustizia militare speciale per i detenuti di Guantanamo, l’amministrazione Bush ha violato la Convenzione di Ginevra. E’ una delle indicazioni che emergono dalla sentenza del massimo organo giudiziario americano sul caso Hamdan, che obbliga ora Casa Bianca e Pentagono a ripensare l’intera procedura, ritenendola illegittima. Le motivazioni della sentenza sono state scritte dal giudice John Paul Stevens, il più ‘liberal’ tra i membri della Corte.

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Caccia israeliani invadono spazio aereo della Siria.

La gratuite provocazioni di israele verso un conflitto su ampia scala.

Dove sono le reazioni dei gendarmi del mondo? e le denunce dall’Europa ?

Israele si pone sempre più come il paese che pone più a rischio la sicurezza mondiale.

g.r.

F-16 israeliani sulla Siria. Damasco risponde
Quattro caccia di Tel Aviv hanno sorvolato il palazzo del presidente Bashar el Assad. La contraerea reagisce
 
 

TEL AVIV – Quattro aerei F16 israeliani hanno sorvolato a bassa quota il palazzo del presidente Bashar el Assad presso Lattakya (Siria settentrionale). Lo ha rivelato la televisione israeliana Canale 10. Assad si trovava nel suo palazzo. Secondo quanto precisato dalle forze di difesa israeliane, l’azione aveva lo scopo di premere sulla leadership siriana affinché decida l’espulsione da Damasco del leader di Hamas Khaled Mashaal, che secondo Israele ha orchestrato il sequestro del soldato Gilad Shalit.
In risposta allo sconfinamento israeliano alcuni caccia siriani si sono levati in volo, costringendo quelli della stella di David ad abbandonare lo spazio aereo di Damasco. Lo ha riferito un comunicato della presidenza siriana , nel quale si precisa che i quattro F-16 di Gerusalemme sono stati costretti a rientrare in Israele sorvolando il Mediterraneo.
 
 
www.corriere.it

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L’EMERGENCY DEL MANIFESTO

La rivoluzione non paga.
Allora ci pensano i piccoli rivoluzionari.
Guerrilla Radio ha versato 20 euri per il Manifesto,
tramite :
 
 bonifico bancario sul conto corrente: Banca Popolare Etica – Agenzia di Roma ABI 05018 – CAB 03200 – C/C 000000535353 – CIN K, intestato a Emergenza Manifesto.
 
ma altri sistemi di versamento sono possibili.
 
Siamo alla resa dei conti,
se loro rischiano la pelle,
noi che ci si restringono le orbite degli occhi,
qualora quelle critiche pagine vengano sbiancate,
e l’udito,
se una voce fuori dal coro zittisce i suoi assoli.
 
Il manifesto che  rischia di chiudere,
rappresenta il venire meno di un bene comune,
la conservazione di un “mostro” non comune,
fuoriluogo e controcorrente,
(perchè sempre fuori dai palazzi che contano).
Deve essere priorità per tutti coloro che parteggiano
per l’idea “originale”,
che è sempre libera,
che questa abbia appunto modo di MANIFESTARSI.
 
Ci aspettiamo che i tanti amici che passano per questo blog
avvertano l’emergenza
di non lasciare ancora una volta che la rivoluzione si suicidi
per motivi venali.
 

 
Solo questo riteniamo giustifichi il nostro piccolo contributo:
 
«Come si chiama quel giornale lì?… È carta abbastanza buona per pulirsene…».
«Ma neanche, perché le rimane poi sempre il nero su per il culo… l’inchiostro non è un buon inchiostro».
V.  «Sono proprio degli stronzi… No, di avere questo anti-americanismo…»
 
( dalle intercettazioni a Vittorio Emanuele II)
 
——-
http://guerrillaradio.iobloggo.com/
.
 
http://www.ilmanifesto.it/sottoscrizione2006/start.html
.
La mobilitazione di fydaije
.
 
Io sto con il Manifesto

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L’ITALIA SALVA SE STESSA: DIFESA LA COSTITUZIONE

REFERENDUM. SCALFARO: MAGGIORANZA POPOLO HA DIFESO COSTITUZIONE

Roma, 26 giu – “Questo risultato e’ segno di una maggioranza di popolo che ha voluto difendere la Carta del ’48 come valore fondamentale”. E’ quanto dichiara l’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, commentando i dati piu’ recenti sul risultato del referendum costituzionale.
“Mi sento di salutare chi ha votato ‘si’ e adesso invito a mettersi al tavolo per discutere e cambiare con parsimonia.
Nessuno si faccia prendere dalla fregola di cambiamento, basterebbe un’adesione dei due terzi del Parlamento per evitare un referendum”. Certo e’, osserva Scalfaro che “il tavolo dove ci si puo’ incontrare e’ pulitissimo se i dati sono definitivi. Non ci sara’ sopra niente. ‘Tamquam non esset’
Raccogliamo l’esito del referendum come un segno dei tempi.

Ancor più che la volontà di cambiar registro di governo,

la volontà di battere sulla testa di un piccolo presidente che si sognava duce:
 

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Avanti Savoia 2: nelle intercettazioni la Sgrena è una troia

GLI INSULTI A GIULIANA SGRENA

 

-N.: Narducci
-VE : Vittorio Emanuele

I due cambiano discorso e cominciano a parlare del delitto Calipari


VE.: senta: che casino che è venuto fuori, eh!
N.: ma di che, di cosa? VE.: adesso guardi che quella lì.
N.: uhm.
VE.: è meglio che non si faccia vedere in giro, eh! Quella che..
N.: chi è?
VE.: quella merda lì che è stata, ehm, che ha fatto morire il nostro capo dei servizi segreti.
N.: ah sì! Quella lì è una merda! Comunista di merda quella lì!
VE.: Le televisioni l’hanno distrutta! Le televisioni di Berlusconi e il TG 2
N.: sì,sì,sì.
VE.: l’hanno distrutta!
N.: ah sì?
VE.: sì.
N.: ah sì,ah sì, mi fà, mi fà ridere, mi fà ridere Emilio Fede che ha detto che lei guardava dal finestrino e contava le pallottole che sparavano gli Americani! ( ride)
VE.: e poi è meglio che non vada ad abbracciar la vedova: no,no.Glielo sconsiglio! ( ride)
N.: ( ride) comunque è una. Eh, ma guarda è una, sono merde quella gente lì! E’ gente che! Comunque non ci va più in Iraq, ha detto che non ci và più, eh!
VE.: ma è meglio che ci andasse, così la fan fuori!
N.: così la tolgono dai piedi, eh! Comunque!
VE.: no, ma come si chiama quel giornale lì?
N.: il Manifesto, il Manifesto.
VE.: hanno detto che era un agguato fatto dagli Americani ! Ma figuriamoci! Quel pezzo di merda di quella vecchia troia
N.: (ride) Bisognerebbe, bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e poi darla agli alpini che se la sollazzino!
VE.: no, ma poi dopo la buttano giù! La buttan giù dalla montagna, morta,a pezzetti!

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Palestina: attese vanificate dall’indifferenza mondiale

Raid israeliano a Gaza: Uccisi due bambini e altri cinque feriti
Martedì, 20 giugno

 Un missile lanciato da un veivolo israeliano ha centrato un auto nel campo profughi di Jebaliya e ha provocato la morte di due bambini e il ferimento di almeno undici persone. Lo confermano fonti militari e ospedaliere. Sono morti Mohammed Roka, 5 anni, e una bambina di sette anni, che versava in condizioni critiche. Lo ha affermato il dottor Jumma Fatah dell’ospedale Shifa di Gaza. Ci sono poi almeno undici feriti, tra cui cinque bambini.

Khalil Roka, cugino del bambino ucciso, ha raccontato che il bambino stava giocando difronte alla sua autofficina, quando un lampo rosso ha solcato il cielo immediatamente prima della violenta esplosione.

Il Canale 2 israeliano ha criticato il raid definendolo “l’ennesimo tentativo di assassinio fallito, dove sono stati colpiti innocenti”. L’esercito aveva spiegato che la macchina colpita trasportava militanti delle Brigate dei martiri di al Aqsa, gruppo vicino a Fatah e quindi al presidente palestinese Abu Mazen

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Il Brasile dei mondiali ulteriore emblema di un calcio-vergogna.

“La nazionale brasiliana, quella che gioca divertendosi, che i suoi giocatori sono tutti amiconi tra di loro, che suonano la chitarra al ritmo di sambe e merenghe, dove ognuno di loro gioca per il loro popolo e per i bambini poveri delle favelas.”

“Quella che ha tutti i suoi giocatori pagati in euro ed al soldo dei maggiori club europei. Quella che i suoi giocatori sono i testimonial della nike, puma, adidas ed altre simpatiche multinazionali che fanno cucire le scarpe ai bambini del sud del mondo.”

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AVANTI SAVOIA!

Il gip Alberto Iannuzzi, nell’ordinanza di custodia cautelare, ha poi definito «oggettivamente raccapriccianti» i termini usati dal principe e dal suo assistente durante una conversazione telefonica sulla partecipazione di Vittorio Emanuele a una manifestazione filantropica, nel settembre dello scorso anno, durante la quale sarebbero stati raccolti fondi a favore di un’associazione milanese che assiste minorenni vittime di abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia. «Speriamo che ci sian belle bambine, così le sodomizziamo!», dice Narducci a Vittorio Emanuele, che ribatte: «Subito, sì, urlando!».

 

All’origine c’è la necessità di organizzare la truffa dei video-giochi, la voglia di guadagnare soldi — tanti soldi — e qualche abitudine sessuale, come quella di preferire le bionde. L’intreccio tra la «banda» che doveva piazzare le macchinette truccate nei casinò e nei bar con Vittorio Emanuele di Savoia nasce da lì, come si evince dalla telefonata del 30 novembre 2004 tra il principe e Ugo Bonazza, l’anello di congiunzione con i promotori dell’affare. A chiamare è il principe.
Vittorio Emanuele: «Sto andando a Milano, in città… e adesso c’ho tre quarti d’ora… e volevo andare a puttane».
Bonazza: «Se mi chiamava stamattina (ride) vuole andare?… Dica dica».
V. Emanuele: «Andare sempre, come si chiamava quella là?».
Bonazza: «Alice, Alice».
Bonazza fornisce l’indirizzo: «È lì, suona il campanello, numero 18, c’è scritto Yoga, si ricordi…».
V. Emanuele: «Gli do 200 euro e non di più, eh?».
Bonazza: «No, no, anche niente (…). Gli faccia un salutino, un bacino e basta. Gli dica che mi arrangio io, dopo». Poi cambia argomento: «Senta, mi permetta adesso una parolina sola di lavoro. Una cosa (…). Io avrei bisogno che lei mi presentasse, o se lei potesse parlare con un generale, qua, della Finanza, perché c’è un grosso affare, business, grosso, grosso, grosso».
V. Emanuele: «Ma cosa vuole? Chi vuole?… Un carabiniere o una fiamma gialla?».
Bonazza: «Fiamma gialla, fiamma gialla».
V. Emanuele: «Ok, sarà fatto».
In un’altra occasione, nel giugno 2005, dopo un colloquio con Vittorio Emanuele, Bonazza telefona a una ragazza, Sonia.
Bonazza: «Sei libera stasera?… Ci sarebbe da andare a Ginevra… praticamente la persona è importante(…). Vabbè posso dirti, è il principe Vittorio Emanuele di Savoia».
Sonia: «Uhm, uhm».
Bonazza: «Sei italiana te?».
Sonia: «Uhm, di origine. Per metà solo. Sono araba per metà». (…) Bonazza: «Come sei? Alta, bassa, piccola giusta? Ah?».
Sonia: «Sono alta un metro e settanta».
Bonazza: «Però! Buono! Giovane?».
Sonia: «Ventidue anni». I due si accordano per risentirsi e organizzare la serata.

 

VISITA A BERLUSCONI


Il figlio del «re di maggio», però, vuole anche sbloccare la questione relativa all’eredità dei Savoia, per la quale è in atto una vertenza con lo Stato italiano. Per ottenere appoggi Vittorio Emanuele va a parlare con l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e il 30 gennaio 2006 riferisce a tale Giudici, che i magistrati indicano come «persona da identificare».
V. Emanuele: «In tutto questo casino mi ha ricevuto subito, eh, Berlusconi, e allora ho detto, signor presidente, non possiamo permetterci il lusso di perdere queste elezioni».
Giudici: «Assolutamente».
V. Emanuele: «Tutti gli amici devono andare a votare, devono votare Forza Italia e la destra, se no siamo nel culo… (…) Bisogna che ci vadano tutti, perché le sinistre, loro figli di puttana ci vanno».
Giudici: «Vabbè, i bolscevichi vanno sempre».
V. Emanuele: «I bolscevichi (sorride) loro ci van sempre, capisci? E allora bisogna assolutamente che questa storia cambia, adesso… Ha detto sì, infatti è uscito su tutti i giornali Vittorio Emanuele prende posizione».
Altri apprezzamenti di tipo politico il principe li aveva riservati un anno prima, commentando col segretario la drammatica liberazione di Giuliana Sgrena, al quotidiano il manifesto.:
«Come si chiama quel giornale lì?… È carta abbastanza buona per pulirsene…».
Narducci: «Ma neanche, perché le rimane poi sempre il nero su per il culo… l’inchiostro non è un buon inchiostro».
V. Emanuele: «Sono proprio degli stronzi… No, di avere questo anti-americanismo…».
Di elezioni Vittorio Emanuele parla con l’attore Pippo Franco, candidato al Senato nella lista Dc-Psi, il 23 marzo 2006.
V. Emanuele: «Bisogna darci da fare, bisogna riuscire, bisogna fare… Siamo tutti sulla stessa barca…».
Pippo Franco: «Sì, sì, sapevo della sua adesione all’idea».
V. Emanuele: «(…) C’è Rutelli che ride… che scherza … che insulta… il nostro ministro del Tesoro eccetera… (…) Un po’ di dignità … ci dovrebbe essere…».
Franco: «Eh… ma non c’è principe, purtroppo…»(…)
V. Emanuele: «Poi c’è un’altra cosa spaventosa e e… sono questi… come lo dicono… comunismo al caviale dicono (ride)».
Franco: «Ah, sì, sì, vero».
V. Emanuele: «D’Alema ha la barca a vela più bella di chiunque… D’Alema ha i conti in Lussemburgo, se non lo sa. Questo lo so io».
Franco: «Ah bene… Chi è senza peccato scagli la prima pietra principe… Ma loro l’hanno dimenticato, e soprattutto negano le radici…».


I NO GLOBAL

In molte conversazioni si fa riferimento a esponenti delle forze dell’ordine, una volta il segretario del principe parla «dei carabinieri che servono a noi, che ci fanno sempre dei favori». Vittorio Emanuele ha bisogno d’aiuto soprattutto quando deve passare la frontiera. L’1 novembre 2005 dice a un personaggio chiamato Pico: «Sono a Milano, rientro per giovedì… volevo sapere se giovedì il nostro amico è alla frontiera… mi fa passare…», e Pico assicura: «Non c’è problema. Io chiamo… e poi la richiamo e glielo dico». Ma a febbraio 2006 Vittorio Emanuele è preoccupato per quando suo figlio porterà la fiaccola per le Olimpiadi invernali di Torino. Il 9 febbraio parla con una «voce maschile».
V. Emanuele: «Allora se questi non global fan qualcosa li menano, spero».
Voce: «Li meniamo tutti guarda, gli spacchiam la schiena».
V. Emanuele: «Gli spacchiam la schiena tutti (ride)».
In una telefonata del luglio 2005 mentre si trova sull’isola di Cavallo, il principe si lascia andare a «commenti sprezzanti e triviali» sui sardi: «Sono pezzi di merda… Quei sardi lì, l’unica cosa che sanno fare, inculano le capre… E poi puzzano la stessa cosa».

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Speciale referendum: tutti al voto ora!!!

«Con questa riforma costituzionale può tornare una dittatura. Per questo il voto di domenica e lunedì è il più importante di tutta la tornata elettorale: non riapriamo le porte a un altro onnipotente fabbricato con la democrazia».

Oscar Luigi Scalfaro

 Nostra madre costituzione

Chi c’era

Non c’erano soltanto i vecchi maestri del diritto, quelli che dal fascismo erano stati brutalmente privati delle loro cattedre o se n’erano andati in silenzioso dissenso, e adesso tornavano a dare il loro contributo alle scelte etiche della nazione; non c’erano soltanto intellettuali di fama mondiale come Benedetto Croce, Ignazio Silone, Luigi Einaudi. La composizione dell’Assemblea costituente, eletta dagli italiani sessant’anni fa per redigere la Carta fondamentale della Repubblica, quella che doveva contenere gli ideali nei quali il nuovo Stato sarebbe vissuto, era assai più varia. C’erano, per esempio delle donne, per la prima volta nella storia parlamentare italiana. La più giovane di loro, Teresa Mattei, 25 anni, piangeva un fratello che, torturato nelle carceri di via Tasso a Roma, quando le sevizie gli erano diventate insostenibili, si era impiccato per non tradire i compagni; lei, dal canto suo, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta e “gappista”, una di quei combattenti clandestini che atterrivano i nemici, colpendoli all’improvviso nel cuore delle città.
Un’altra donna, Teresa Noce, poverissima operaia, poi sindacalista, era andata a combattere in difesa della repubblica spagnola; più tardi, deportata dai nazisti, era sopravvissuta all’orrore del lager di Ravensbruck. E c’era una socialista testarda e coraggiosa, Lina Merlin, che per anni aveva lavorato alla difesa della dignità della donna, spingendosi fino a reclamare, fra l’orrore dei maschilisti, la chiusura dei bordelli, cui lo Stato concedeva il riconoscimento di aziende regolarmente tassate. Stavano, queste donne – una ventina – insieme a 500 uomini, che avevano vissuto esperienze non meno importanti. Alcuni di loro avevano perciò (come Sandro Pertini, Ernesto Rossi, Ferruccio Parri…) trascorso lunghi anni nelle carceri del fascismo o erano stati costretti a vivere una vita dura al confino di polizia o in esilio, al-l’estero, come Giuseppe Di Vittorio, Emilio Lussu, Francesco Saverio Nitti… Molti erano rimasti in patria ma vigilati quasi ossessivamente dal regime e ridotti, come Alcide De Gasperi, a lavori impiegatizi minuti, grigi, sproporzionati alla loro cultura e intelligenza. Alcuni avevano sofferto, ancora ragazzi, le violenze del fascismo: Giorgio Amendola aveva poco più di 19 anni quando aveva visto morire il padre Giovanni, deputato e ministro negli anni ’20, a causa delle bastonature che gli squadristi gli avevano inflitto in due successive aggressioni. Alcuni, come Boldrini, Zaccagnini e Dossetti, avevano appena deposto le armi della Resistenza. Da un lager veniva Giuseppe Lazzati, docente universitario, presidente diocesano della Gioventù milanese di Azione cattolica. Dopo l’8 settembre aveva, come 600 mila soldati italiani, ostinatamente ripetuto il suo No ad ogni invito a riconoscere la repubblica di Salò ed era rimasto nella miseria e nei pericoli dei campi nazisti per “internati militari”.

C’erano nell’assemblea, naturalmente, i leader dei grandi partiti: Togliatti, Nenni, De Gasperi, Ruini, La Malfa, Saragat, Lelio Basso. Dal loro gruppo sarebbero usciti nei decenni successivi sette presidenti della Repubblica (Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini e Scalfaro). Per altri tre costituenti (La Pira, Lazzati e Zaccagnini) sarebbe stata proposta dai cattolici, negli anni ’80, una causa di beatificazione. (…)

Un sentimento che univa tutti

Queste donne e questi uomini avevano non soltanto diversissime “estrazioni sociali”, come si usava dire, e diversissime esperienze, ma anche diversi ideali politici. Erano marxisti o cattolici o liberali, e talvolta diversi fra loro anche all’interno del marxismo, del cattolicesimo e del liberalismo. Nel Paese la lotta politica divampava, talvolta con asprezze pericolose, ma i costituenti che sedevano nella stessa aula di Montecitorio in cui Mussolini aveva dichiarato la morte della democrazia italiana e annunziato la sua dittatura, esaminavano attentamente le proprie parole poiché sapevano che a loro era affidato il compito di fondare un nuovo Stato, unitario, giusto e pacifico; scrivevano quelle parole con l’inchiostro delle lacrime e del sangue, degli errori e delle consapevolezze in cui il Paese aveva vissuto negli ultimi vent’anni. Un sentimento li univa: la speranza, la volontà di fare sì che non tornasse mai più tanto dolore, che la povera gente non rimanesse confinata nell’ineguaglianza e nell’iner-mità, schiacciata dall’ingiustizia, da una dittatura, dalla follìa delle guerre. Dovendo conquistare un novo futuro, radicalmente diverso dal passato, questo popolo doveva darsi come madre una Costituzione.

(…) Ricordo quegli anni con una lucidità che mi sorprende (…). Nelle stazioni ferroviarie, sconvolte dai bombardamenti, i binari dispersi o piegati verso l’alto come per rispondere alla violenza caduta dal cielo, insieme ai resti dei vagoni bruciati sembravano scheletri di mostruosi mastodonti antidiluviani che una tragedia planetaria aveva colpito in un deserto di pietre. Sui marciapiedi ai quali approdava qualche treno che impiegava dieci, dodici ore per viaggiare da Roma a Milano e due giorni per andare da Catania a Torino si ammassavano famiglie devastate dalla guerra, che ora cercavano di ricomporsi. Di quando in quando su quei marciapiedi si affollavano improvvisamente decine, centinaia di donne: un pietoso tam tam le aveva avvisate che sarebbe passato un treno carico di prigionieri di guerra che finalmente tornavano da lontananze infinite. Le donne si abbarbicavano ai vagoni, quasi impedendo ai reduci di scendere; qualcuna, con un urlo, ritrovava il suo uomo, la maggior parte, come con furia, protendeva verso i volti dei reduci, stralunati dalla fatica del viaggio e dalle emozioni, le fotografie dei suoi cari di cui non aveva più notizie. Le donne chiedevano imperiose “Guarda, guarda bene… Qui ha in testa la bustina e non si vede ma è pelato, così giovane… Ma non sei della Tridentina, tu, possibile che non lo abbia mai visto?”. La furia si spegneva in un lamento, le donne se ne andavano a testa china. Ma sarebbero tornate, poi, per mesi e mesi, a rovistare ricordi e grumi di dolore.

In guerra erano morti 330 mila soldati italiani. Non c’era famiglia che non piangesse un caduto nei deserti o sulle ambe dell’Africa, sui monti della Grecia o dell’Albania, nel gelo sconfinato della Russia. Nelle notti delle mogli e delle madri gemevano le ombre dei dispersi. Nel ghetto di Roma non suonavano più le voci dei bambini. Anche 110 mila civili erano stati uccisi. Questa era stata la guerra di Mussolini. Maledetta la guerra, maledetto il Duce.

L’incubo della guerra

La guerra, in un certo senso c’era ancora, quando l’As-semblea costituente iniziò i suoi lavori. I trattati di pace non avevano cancellato le tragedie. C’era ancora il razionamento che non garantiva il pane quotidiano a sazietà, ci sarebbe stato un altro inverno da affrontare senza riscaldamento, senza indumenti adatti; c’erano lunghe fila davanti ai negozi e agli uffici in cui si distribuivano gli aiuti degli americani, del Vaticano. Un quinto del patrimonio economico dello Stato era andato distrutto. La presenza delle truppe alleate e le norme afflittive dell’armistizio stringevano un cappio al collo della nostra indipendenza. La sovranità nazionale non era ancora ristabilita nell’Alto Adige che i tedeschi avevano incorporato nell’impero nazista. Trieste e la Venezia Giulia erano, formalmente e di fatto, separate dall’Italia. In Sicilia la mafia collegata con le “Famiglie” degli Stati Uniti, la militarizzazione di un banditismo prossimo a un ambiguo movimento indipendentista corrodevano, rendevano esitante, frammentaria la presenza dello Stato. Il referendum istituzionale aveva spaccato il Paese fra monarchici e repubblicani e provocato veri e propri tentativi insurrezionali.

Tale era la situazione del nostro Paese. Questo noi vecchi dobbiamo testardamente ricordare, a costo di essere malamente spintonati, ogni volta che qualcuno osa dire “Scordiamoci il passato” o irridere a certe norme della Costituzione repubblicana: sulla guerra, per esempio, sul fascismo, sul lavoro, sull’unità nazionale.

La speranza nelle mani del popolo

La Costituzione fu dunque scritta in un momento fatale della storia italiana, anzi il più importante, quello in cui dolore e speranza fecondarono il futuro, tracciando scelte che non erano generazionali perché partorite dai grembi più profondi delle nostre culture. Per la prima volta tutti i cittadini sopra i 21 anni (e non solo i benestanti, e non solo i maschi) avevano potuto scegliere le persone chiamate a esprimere le loro convinzioni e aspirazioni. Sino a quel momento lo Stato italiano, i poteri pubblici, i diritti e i doveri dei cittadini, dunque i valori alla base della convivenza nazionale erano stati definiti dallo Statuto albertino. Era una costituzione scritta per un piccolo regno, quello di Sardegna, per un popolo di analfabeti e una frazione di dotti e di sapienti; ma era, soprattutto, un documento calato dall’ alto, dalla benevolenza di un grazioso sovrano; e per questo, per la loro gelosa proprietà, i discendenti di Carlo Alberto avevano tranquillamente potuto violarlo sino al grande tradimento del 1922.

Nata dai rappresentanti di tutti i cittadini, la Costituzione repubblicana fu posta nelle mani del popolo: nelle nostre mani.

L’ombra del Piano Gelli

Negli anni seguiti alla sua proclamazione, la Carta fondamentale dello Stato e la Corte chiamata a interpretarla hanno svolto una funzione preziosa, anche se l’informazione al riguardo è purtroppo stata assai scadente e il tentativo di dare vita a una educazione civica che fosse cultura costituzionale è stato vanificato dalla stolidità di certa burocrazia e dalla pochezza intellettuale ed etica di certi cosiddetti statisti. Decine di norme che pretendevano di regolare disinvoltamente, per così dire, la vita dello Stato, i diritti dei cittadini, la sicurezza sociale eccetera sono state bloccate dalla Corte e i legislatori costretti a riscriverle. Di più: quando vi sono stati più o meno palesi attacchi alla democrazia, “tintinnio di sciabole” (per usare una formula famosa) od altre tentazioni di “eccezionalità”, la maggior parte delle forze democratiche ha potuto serenamente opporsi a qualunque tentazione autoritaria, richiamandosi con forza al dettato della Costituzione e convocando attorno ad esso la solidarietà dei cittadini. Proprio per questa ragione la Costituzione non piace a Berlusconi.

Fino a qualche tempo fa pensavo che il Cavaliere guardasse alla Costituzione con fastidio, come per un vecchio mobile che contrasta con la modernità di altri arredi. Avrei giurato che la Costituzione, lui, non l’aveva mai letta. Adesso, dopo i discorsi sul possibile ritiro dei suoi parlamentari dalle Camere, sul marciare su Roma, sulla lotta nelle piazze, ho mutato parere. Il vecchio adepto della P2 non ha mai dimenticato il “Piano Gelli”: il cui primo presupposto è la rielaborazione della Carta per ridurre il controllo dello Stato e del Parlamento sui poteri economici. Vuole una Repubblica presidenziale, quale la riforma prevede perché, certo di tornare al governo, non vuole impedimenti all’esercizio del proprio potere. Mentre tutti i commentatori politici, mi pare, scrivono che Berlusconi è costretto a battersi nella battaglia referendaria dalla necessità di non perdere il sostegno dei leghisti, io penso che il sostegno dei leghisti gli interessi proprio perché anche loro vogliono il cambio della Costituzione. Negli ultimi giorni, anzi, li ha spinti a non tentare trattative con gli avversari.

La logica di un feroce capitalismo

Nella loro battaglia per la devolution, i leghisti non sono un fenomeno eversivo soltanto italiano, tanto meno nuovo. Dovunque via sia un’entità statale nei cui confini sussistano aree di differente ricchezza, l’ottusità di un egoismo di massa preme verso una secessione. I discorsi fatti a Verona o a Varese sulle aree produttive costrette a trainare quelle dei ladroni o degli infingardi, sono soltanto linguisticamente diversi da quelli che risuonano ai bordi dei campi da golf di São Paulo, locomotiva del miracolo brasiliano. Il frazionamento della Federazione Jugoslava reca lo stesso marchio di violenza e di superbia, di disprezzo per la solidarietà. Nonostante le tensioni del nostro tempo lo dimostrino giorno dopo giorno, la tentazione di alzare muri di separazione è vastissima. La Lega crede di poterne iniziare la costruzione, immiserendo l’unità nazionale. I suoi sostenitori, i ricchi che vogliono godersi in toto il proprio benessere, non conoscono la storia e non vogliono conoscerla. Del resto, se passa la devolution, la storia potranno riscriverla a proprio uso e consumo nelle “loro” scuole. Chissà se citeranno i soldi del Banco di Napoli trasferiti al Nord, appena realizzata l’unità d’Italia, per finanziare l’industrializzazione del Piemonte e della Lombardia, e la forza-lavoro del Sud costretta a emigrare in paesi lontani o risalire la Penisola in condizioni di inermità. Viene da piangere quando si considera la differenza fra gli antichi e i modernissimi costituenti, dominati questi ultimi dalla ferocia di un capitalismo dialettale e senza etica.

Fedeltà al nostro passato

Il “No” al prossimo referendum (quest’occasione così rischiosa perché ogni astensione dal voto conterà, di fatto, come un sì alla costituzione “riformata” secondo Berlusconi, Bossi e Casini) è dunque un voto rinnovato alle scelte di libertà, di giustizia, di solidarietà che l’Italia fece dopo l’esperienza del fascismo, di una guerra terribile e di una coraggiosa resistenza al razzismo. Mai come questa volta il Paese è chiamato ad essere fedele ai momenti più alti della propria storia.

E non basta. Man mano che si va verso la data del referendum, i due poli, incerti sui risultati, propongono trattative. Da varare prima del voto, dice Bossi, da non escludere, ma dopo, dicono gli arciprudentissimi olivetani. Ogni possibilità d’accordo non è di per sé scandalosa. Ma la fedeltà al nostro passato sarà tanto più garantita quanto più il voto contrario allo stravolgimento non sarà una bandiera sventolata da una esigua parte di cittadini.

di Ettore Masina
da www.adistaonline.it
Le ragioni essenziali del nostro No!!!

di Roberto Zaccaria

Al termine di questa atipica campagna elettorale per un referendum che ha in palio la posta più importante di questi ultimi anni, sentiamo su di noi una responsabilità enorme. E’ in atto un singolare gioco delle parti, con una clamorosa inversione dei ruoli: i conservatori si atteggiano ad innovatori e portano avanti la più catastrofica controriforma della storia repubblicana e accusano di conservazione chi vuole restare nel solco della Costituzione nata dalla Resistenza.

Ci dicono che questo sarebbe il primo cambiamento della Costituzione e dimenticano che in sessant’anni la Costituzione è stata modificata, nel rispetto dello spirito originario, oltre trenta volte ed è stata “riletta” attraverso centinaia e centinaia di sentenze della Corte costituzionale. Noi che difendiamo il principio di eguaglianza, i diritti fondamentali e la libertà di espressione sappiamo che il valore fondamentale del pluralismo non è scritto da nessuna parte ma è stato costantemente giudicato come un valore fondamentale in sede di interpretazione della Carta.
Quel valore, proprio quel valore è stato invece clamorosamente calpestato da tutta la legislazione approvata dal centrodestra ed in particolare dalla legge Gasparri, con un’ altra dissennata controriforma.

E’ falsa l’impostazione che ascrive uno spirito conservatore ai sostenitori del NO. Noi abbiamo l’idea chiara di un modello costituzionale che nello spirito dei padri costituenti consolidi la forma di governo della repubblica parlamentare attraverso il modello di un governo più forte in un parlamento più forte. Invece la nuova forma di governo, contenuta nel progetto di controfirma del centrodestra, non  affronta questo delicato equilibrio ma  conferisce un potere assoluto al Presidente del Consiglio in contrasto con le soluzioni adottate nelle moderne democrazie. Il Presidente forte del sostegno di un esiguo numero di parlamentari fedelissimi può bloccare la “sfiducia costruttiva”.

Il Presidente della Repubblica è fortemente indebolito perché perde ogni potere nello scioglimento delle Camere e viene coinvolto nelle dispute di maggioranza per sottrarre le competenze al Senato. Il Senato federale non risolve il problema del bicameralismo perché non è in grado, per la sua composizione, di rappresentare le esigenze delle Regioni: i rappresentanti delle comunità regionali non hanno diritto di voto nelle deliberazioni del Senato. Il nuovo procedimento legislativo è straordinariamente pasticciato. Non c’è specializzazione ma una grande complicazione tra materie statali e regionali. Con grave ricaduta sulle attribuzioni legislative di ciascuna Camera, specie nelle leggi, come quella finanziaria, di particolare complessità.

La riduzione del numero dei parlamentari viene rinviata al 2016: E’ una riforma finta.
Il problema delle garanzie dell’opposizione non è risolto ma solo rinviato ai regolamenti parlamentari. La devoluzione alle regioni di funzioni esclusive in materia di istruzione, sanità e sicurezza è pericolosa anche perché si accompagna ad una competenza esclusiva dello Stato e delle Regioni nelle stesse materie. Tale duplicità è illogica e può arrecare gravi danni all’esercizio di diritti fondamentali. Si divide l’Italia,con un’idea non solidale delle autonomie e l’uguaglianza dei diritti verrà compromessa da una diversa distribuzione delle risorse. Si avrà quindi un federalismo iniquo, conflittuale e squilibrato. Il potere di annullare le leggi regionali affidato al Parlamento in seduta comune è un altro istituto finto: questo sistema non ha mai funzionato e in questo modo funzionerà ancora meno.  Il ricorso diretto alla Corte costituzionale dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane (articolo 46 della Riforma) per sollevare questioni di legittimità costituzionale è soloun vuoto annuncio, mentre è vero il fatto che la Corte viene politicizzata con le nomine prevalenti che
passano al Parlamento Non c’e più traccia di quel regionalismo differenziato che era stato introdotto nel 2001.

Andremo dunque con grande determinazione a dire NO insieme alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti, assieme ai lavoratori dell’informazione, assieme agli editori che difendono il pluralismo, assieme agli artisti, agli scrittori,ai produttori indipendenti, a tutti coloro che in questi anni si sono battuti contro ogni forma di censura, tenendo sempre la schiena dritta. Domani e dopodomani quella schiena dritta sarà di grande aiuto.

 

Ciampi: voterò «no» perchè la nostra Costituzione è bella, viva e più attuale che mai

ROMA – «L’ho già detto pubblicamente e non ho mai avuto dubbi: andrò a votare al referendum perchè sono un cittadino italiano. E voterò «no» per difendere la nostra Costituzione che è bella, è viva e più attuale che mai». E’ quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi spiegando, in un’intervista a Repubblica che il suo «no» che «è un no ragionato, non un no acritico».
Secondo Ciampi, la riforma della Cdl rischia di «minare il funzionamento delle istituzioni»: a tal proposito, rimanda anche a un articolo del giurista Francesco Paolo Casavola: «Andate a leggere quello che ha scritto sul Mattinò di Napoli – rileva Ciampi – e capirete perchè non si può non votare no a questo referendum». E a chi gli fa notare che se avesse avuto delle riserve sul testo avrebbe potuto non promulgarlo dal Quirinale, Ciampi risponde: «Anche questa – dice – è una polemica strumentale. Quel testo dopo la sua quarta approvazione parlamentare non è mai passato al Quirinale. E’ stato pubblicato direttamente sulla Gazzetta Ufficiale perchè gli italiani potessero poi richiedere il referendum confermativo e dunque non è mai transitato nè sulla mia scrivania nè su quella dei miei uffici giuridici». Ciampi non entra nella polemica scaturita dalle affermazioni di Silvio Berlusconi, che ha definito «indegno» chi non voterà «sì» al referendum. «Per carità – conclude Ciampi – a queste parole non voglio rispondere. Non voglio entrare in questa polemica anche perchè mi pare che chi l’ha sollevata sia già stato costretto ad autosmentirla».

 

 

Salvati: “la carta non si cambi a colpi di maggioranza”

Michele Salvati è professore di Economia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano.

È stato deputato nella legislatura 1996-2001 nel gruppo Ds-Ulivo, membro della Commissione Bicamerale per la Riforma Costituzionale e della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati. Autore di numerosi saggi, dopo il ritorno in Università, ha scritto “Perché non abbiamo avuto (e non abbiamo) una classe dirigente adeguata” e “Il partito democratico. Alle origini di una idea politica”.

Perchè voterà No a questa Riforma Costituzionale?
Perchè peggiora l’attuale Costituzione. Soprattutto per quanto riguarda il processo legislativo e il riparto delle funzioni tra Regioni e Stato centrale, crea gravi intoppi alla già scarsa efficienza della pubblica amministrazione. Di solito chi vota No, come Sartori, ha anche dei fortissimi dubbi nei confronti della parte della Riforma legata all’attribuzione di maggiori poteri al premier, in particolare al potere di sciogliere la Camera. Su questo punto ho minori resistenze, anche perchè si tratta di una posizione che il centrosinistra aveva sostenuto in passato; lo ricordo bene, perchè allora ero membro della Commisione bicamerale e centrosinistra e centrodestra avevano trovato una soluzione di accordo. Ma capisco che si possano avere resistenze su questo aspetto, poichè si tratta di un tipo di riforma inconsueto. Però non bisogna dimenticare che le ragioni delle difficoltà, dei ribaltoni, della scarsa stabilità di governo e quindi degli scarsi poteri del premier, derivano soprattutto da un sistema politico con un’eccessiva frammentazione di partiti. Quindi è giusto aspettarsi che sia l’evoluzione del sistema politico verso partiti più grandi a eliminare il problema. Comunque, credo che un piccolo favore costituzionale in grado di garantire maggiori poteri al premier non sia sbagliato.

Sui poteri da riconoscere al premier in modo da garantire una buona coesione di maggioranza, quali correttivi individua rispetto alla Riforma del centrodestra?
Il premier dovrebbe avere la possibilità di tornare all’elettorato quando crea problemi la maggioranza che lo ha eletto. Infatti, se il bipolarismo resta, il premier ha un’importanza decisiva come singola persona fisica per gli elettori, perchè moltissimi, che non hanno particolari lealtà di partito, si sentono garantiti da lui. È uno degli effetti della forte personalizzazione del nostro bipolarismo, la stessa che caratterizza tutti i bipolarismi. Diverso sarebbe se fossimo in una situazione nella quale ci sono soltanto due grandi partiti, perchè in quel caso , a esplicitare quei poteri, sarebbe sufficiente una soluzione parlamentare. Ma dato che ora due grandi partiti ancora non ci sono, assicurare maggiori poteri al premier risulta inevitabile. E poi, quando ci fossero grandi partiti, questo extra potere rimarrebbe inutilizzato.

La fine del bicameralismo perfetto con l’istituzione del Senato federale resta un altro passaggio irrinunciabile?
Sì, sulla fine del bicameralismo perfetto e sul fatto che una delle due Camere si faccia rappresentante delle Regioni, non ho nessun dubbio. Ma il Senato così come è stato pensato, con l’elezione simultanea dei senatori in occasione dell’elezione dei Consigli regionali è una soluzione molto, molto timida. A me non dispiacerebbe che il Senato avesse personale che rappresenta veramente le Regioni, non senatori eletti simultaneamente e poi senza vincolo di mandato.
Potrebbero essere le Regioni a nominare i loro rappresentanti nel Senato federale, nel primo Consiglio regionale, indicando persone legate al territorio. In questo Senato non vedrei male una rappresentanza dello Stato, trattandosi di un Senato federale. Questa Camera dovrebbe poi svolgere non compiti tecnici, ma di supervisione legislativa, a cui verrebbe subordinata la Conferenza Stato-Regioni, che dirime gli aspetti legati al riparto di competenze a livello regionale. Perciò, la soluzione sul Senato adottata dal centrodestra è una soluzione timida, non abbastanza regionale.

E sulla devoluzione dei poteri alle Regioni?
Occorre distinguere tra quelle leggi che hanno inziativa al Senato delle Regioni o che hanno iniziativa alla Camera e quelle che fanno la spola tra l’una e l’altra; perchè il modo in cui sono ripartite darà luogo a un contenzioso mostruoso, complicando la situazione invece che semplificarla. Il punto da cui partire è molto semplice: l’ossessione sulle competenze legislative esclusive ha cessato la sua ragione d’essere in tutti gli stati federali. Perchè è praticamente impossibile sapere dove si ferma lo Stato con i suoi poteri e dove possono iniziare le Regioni. Si possono soltanto dare indicazioni di massima e poi affidarle a un saggio Senato federale e a una conferenza Stato-Regioni per un riparto minuto. Ma in qualsiasi materia può sussistere la necessità che lo Stato intervenga per esigenze di coordinamento generale. La cosa che mi fa più ridere è il progetto di riduzione del numero di senatori e deputati a partire dal 2016. Questo elemento viene indicato come uno dei criteri più importanti di risparmio, ma in realtà la Riforma produrrà contenziosi, pasticci, cali di efficienza e il risparmio di quegli stipendi, anche lauti, non è nulla rispetto alle spese che saranno dovute a queste inefficienze.

Crede che andrebbe rivista anche la prima parte della Costituzione?
Se si adotta il criterio di una nuova Assemblea Costituente non credo che nessuna parte della Costituzione sia sacra e inviolabile. Proporrei anch’io una serie di ritocchi. Ma nelle condizioni di rissosità attuali considero già un miracolo poter fare una Convenzione costituente che ritocchi la seconda parte, con le ipotesi di riforma di centrodestra e centrosinistra già discusse da tempo. Toccare anche la Prima parte della Costituzione, mi sembra impossibile nella fase attuale. Se invece avessimo due grandi partiti moderati allora potremmo rivedere, in senso liberale, anche la prima parte della Carta, perchè alcuni punti portano chiaramente il segno della temperie in cui furono redatti, immediatamente dopo la guerra. Considero già un miracolo il fatto che si possa arrivare a una soluzione condivisa, attraverso un largo accordo trasversale, con maggioranze mescolate. Del resto, questa riforma risente di motivi tesi a compattare la maggioranza di centrodestra. Potrei dire esattamente quali parti sono state date in ostaggio alla Lega, quali ad An, quali all’ Udc. È una riforma viziata da ragioni politiche contingenti e le riforme costituzionali non si fanno così. Prendiamo uno dei punti più importanti: il federalismo fiscale. Il federalismo o è fiscale, cioè o alle regioni si danno risorse e responsabilità legate alle risorse, oppure si parla a vanvera, perchè le competenze sono in funzione dei soldi che si hanno. In questo caso l’articolo cruciale è il 119, ed è un articolo che non è stato toccato, perchè nessuno aveva coraggio di farlo, perchè questo avrebbe creato vespai mostruosi all’interno della maggioranza della Cdl e li creerebbe anche adesso, nella maggioranza di centrosinistra.

Quale strada vede dopo il referendum?
Il centrosinistra ha fatto un grande errore a imporre con una ristretta maggioranza la modifica del titolo V della Costituzione, cioè la modifica federalistica o regionalistica che fece nel 2001. È stato un errore perchè fu deciso contro l’opposizione di centrodestra. Ed è un errore ribadito e ingigantito da questa riforma, che è ancora più vasta di quella del centrosinistra e, di nuovo, è stata fatta contro l’opposizione, di centrosinistra, questa volta. Mi sono persuaso che un tipo di riforma costituzionale debba indicare un consenso dei principali partiti e un largo consenso dell’opinione pubblica. Mi sono però anche convinto che forme come quelle delle commissioni bicamerali, di estrazione puramente politica, in cui i grandi partiti sono rappresentati in ragione della loro forza, non siano una via di uscita. Perchè non si deve operare imponendo una posizione. Cercare in Parlamento, attraverso una Commissione bicamerale, una possibile convergenza, non è una soluzione, perchè le ragioni di partigianeria politica, cioè le ragioni di conflitto tra le due parti, sono tali da inquinare il processo di riforma, che dovrebbe invece avvenire a mente sgombra, senza riflessioni sulle conseguenze immediate per le parti coinvolte. Ma i Parlamentari, immersi nella politica del giorno per giorno, non possono garantire un’immagine distaccata; perciò non serve fare arbitro di questo processo la Commissione bicamerale proporzionale. Credo che l’unico modo sia o una nuova Assemblea Costituente o, se questo si ritiene eccessivo, una Convenzione costituzionale, che conduca a scegliere un insieme di rappresentanti, ovviamente non dei non politici, persone competenti, ma staccate dalla politica immediata. Saranno persone di centro, destra, sinistra, avranno le loro opinioni, ma non le faranno dipendere dalla politica contingente del giorno per giorno. Credo che di una riforma costituzionale ci sia bisogno e quindi non appena si sarà esaurito questo voto, quale che sia il risultato, penso si debba tornare a discuterne.

La Convenzione è stato lo strumento utilizzato per la Costituzione europea, con ratifica popolare…
Penso a una Convenzione con scopo puramente redigente, che predisponga un progetto sul quale vota il Parlamento. Dopo il voto del Parlamento, di necessità, si potrà ricorrere all’elettorato, al popolo. È una via possibile.

Lo scenario si comporrà in modo diverso se vincerà il Sì piuttosto che il No?
Comunque, sia che vinca il Sì, sia che vinca No, sarà difficilissimo ritoccare la Costituzione. Se vince il Sì non vedo quali possibolità possa avere il centrosinistra, che sulle questioni costituzionali non è affatto unito, usando l’articolo138, di ritoccare i punti da correggere dell’attuale riforma. Si troverà con un testo sanzionato dall’ approvazione popolare, un testo sul quale il centrodestra darà battaglia per riuscire a conservarlo nella versione approvata. Io non voglio che una riforma così imperfetta, anche tecnicamente e giuridicamente, una riforma così malfatta possa sopravvivere: meglio ricominciare. Ma non considero nemmeno facile, se vince il No, ripartire con un processo di riforma. Però, se si pensa di intervenire con una Convenzione costituente, come quella suggerita da Barbera e altri, allora forse qualche possibilità maggiore c’è. Ma, per il momento, lasciamo da parte ragionamenti strategici, legati alla possibilità di vittoria del Sì o del del No. Consideriamo invece che se vince il Sì avremo una Costituzione riformata nella versione voluta dal centrodestra, che tale rimarrà. Se vince il No questa Riforma sarà cancellata, se si arriverà a farne un’ altra resta incerto. Allora, la domanda che dobbiamo porci è molto ingenua e molto onesta; dobbiamo chiederci: ti piace la Costituzione riformata dal centrodestra oppure no? E se ti piace voti sì, senza pensare a cosa succede dopo, se non ti piace voti no .

 

Intervista con Oscar Luigi Scalfaro

Per un settennato ha difeso la Costituzione dal Colle più alto, attirandosi anche qualche sempiterna inimicizia da chi auspicava interpretazioni più ‘elastiche’. Oggi Oscar Luigi Scalfaro, 87 anni, già membro della Costituente e poi deputato e ministro di lungo corso, ha accettato di presiedere il Comitato per il No. Salviamo la Costituzione, creato per condurre la battaglia referendaria del 25 e 26 giugno contro la riforma della Carta varata dal centrodestra. E ha svolto questo ruolo senza risparmiarsi, correndo da una parte all’altra d’Italia, partecipando a dibattiti e kermesse di ogni tipo. E suscitando entusiasmo specie tra i più giovani, accorsi in gran numero. Quali sono gli argomenti che il presidente emerito considera più convincenti per un voto contro la devolution incarnata in questa riforma? ‘L’espresso’ gliel’ha chiesto.
Se vincono i ‘No’ non si rischia di buttar via il bambino con l’acqua sporca, cioè assieme ad alcune brutture anche aspetti positivi, come la riduzione dei parlamentari?

“Si fa molta propaganda, e un po’ di demagogia, sul taglio dei seggi. Ben vengano i risparmi, magari se ne potrebbero fare di più con una sola Assemblea anziché due. Ma la decurtazione è secondaria rispetto al problema reale…”.

Che sarebbe…

“Il Parlamento è espressione del popolo: quest’ultimo paga le tasse anche per dargli voce. Sarebbe certo meglio se le due Camere costassero meno, ma è prioritario che i poteri delle Assemblee non vengano demoliti. E uno dei dati maggiormente negativi della riforma è invece proprio che il ruolo del Parlamento ne esce assai mortificato. Oggi mette al mondo il governo con la fiducia e lo manda a casa con la sfiducia; domani non solo il primo ministro verrebbe indicato dagli elettori, ciò che di fatto già avviene, non solo il premier sceglierebbe i ministri (e anche questo sarebbe accettabile), ma non dovrebbe più chiedere la fiducia e, soprattutto, la Camera non ha più il potere di dare o negare la fiducia. Nella Costituzione del ’48 Parlamento e governo sono legati da un cordone ombelicale che verrebbe reciso. Addirittura si apre la possibilità che se il Parlamento riuscisse a mandare a casa il governo, esso stesso si scioglierebbe automaticamente. In più, finora le Assemblee hanno eletto un capo dello Stato forte, d’ora in poi non sarebbe più così, anche se sta scritto che sarebbe il garante della Costituzione e dell’unità federale dello Stato: ma con quali mezzi? Con quali poteri?”.

Non le pare che tutto ciò sia un prezzo da pagare per rafforzare i poteri del premier e quindi la stabilità dei governi?

“Non è un rafforzamento: è l’onnipotenza del primo ministro che ha il potere di scioglimento senza contrappesi e garanzie. Può mandare a casa i deputati, gli unici che hanno un’investitura politica democratica, se solamente non votano una legge che lui ritiene essenziale. Per giustificare questo radicale mutamento degli assetti costituzionali vengono ricordate le molte crisi di governo che si sono verificate in passato. Ma Alcide De Gasperi ha governato per circa sette anni, passando attraverso varie crisi senza però che il presidente Luigi Einaudi avesse granché da fare: infatti De Gasperi aveva una maggioranza di governo decisamente stabile. È questo il punto importante. Poi le formule per limitare le crisi troppo facili sono molte, ad esempio la soglia tedesca per entrare in Parlamento, ed è bene scegliere la più opportuna, ma senza giungere a dare al primo ministro un potere così ampio come quello di licenziare la Camera, diminuendo – così facendo – l’importanza del voto dei cittadini. Oggi votiamo parlamentari che hanno dei poteri, domani deputati che sulla testa hanno la spada di Damocle di poter essere cacciati di punto in bianco”.

La nuova configurazione costituzionale avrebbe un effetto anti-ribaltone.

“Ribaltone è un termine propagandistico. È nato quando ero presidente della Repubblica e il governo entrò in crisi: la Lega dichiarò che non lo avrebbe più votato. Era un governo legato da una solidarietà numerica, non politica. Silvio Berlusconi venne da me a rimettere il mandato e mi chiese: lo scioglimento delle Camere, le elezioni, e il tutto da svolgere con il suo governo già dimissionario. Gli ho risposto tre no, diversamente sarei stato imputabile di alto tradimento perché avrei fatto un atto totalmente in favore di una parte e a danno dell’altra. Questo fu chiamato ribaltone. Ma dove stava scritto che avrei dovuto sciogliere le Camere perché il governo era andato in crisi? Pure nei paesi dove il maggioritario è molto radicato non esiste lo scioglimento automatico del Parlamento”.

La devolution è più pericolosa perché mina l’unità del paese, perché rende più inefficaci i processi decisionali o perché ha un costo alto?

“Certamente il punto fondamentale è che si spezza l’unità del paese. Bastano due esempi: sanità e scuola. Ci ritroveremmo con due cittadini italiani a pieno titolo, con gli stessi diritti e doveri, con le medesime necessità sanitarie, trattati in maniera molto diversa a seconda della regione in cui risiedono. È inaccettabile. L’articolo 5 della Costituzione dice che ‘la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali’. Ma se l’autonomia valica determinati limiti, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini ne esce distrutta”.

Aumenterà la conflittualità Stato-Regioni?

“Già oggi il dialogo Stato-Regioni è notevolmente conflittuale, basta vedere il numero delle cause pendenti alla Corte costituzionale. Con la riforma aumenterebbero, sia perché l’indicazione delle competenze esce da quei binari fondamentali che lo Stato solo ha il dovere di indicare, come nel caso della scuola, sia perché non sono affatto delineate chiaramente nelle materie e nei loro limiti. Inoltre la conflittualità si riduce quando si ha una giurisprudenza consolidata della Consulta: ma per ottenerla ci vogliono decenni. Sorvolo sui conflitti che nascerebbero per i poteri non chiari attribuiti al Senato che nasce su base regionale e può perfino eleggere quattro giudici costituzionali: insomma, una parte si nomina i propri giudici”.

Nella sua esperienza ha mai avvertito problemi di vetustà della Costituzione?

“No. Basti pensare ad articoli come l’11 sul ‘ripudio della guerra’ e sull’accettazione ‘in condizione di parità con gli altri Stati, delle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni’. I costituenti – c’ero anch’io, giovanissimo, e molto imparai – hanno dimostrato grande lungimiranza. All’indomani della Seconda guerra mondiale compresero che i caratteri fondamentali dei conflitti erano mutati, che a farne le spese, più ancora dei soldati al fronte, erano soprattutto le popolazioni inermi delle città. Cosa sempre più vera, tanto che oggi gli storici si pongono un tremendo interrogativo: i bombardamenti sulle popolazioni civili sono atti di guerra o manifestazioni di terrorismo? E poi soprattutto la rinuncia a una parte della sovranità nazionale fu allora un luminoso sguardo sul futuro, un grande segno di civiltà”.

Il ‘No’ alla riforma è un ‘no’ a ogni cambiamento sostanziale della Costituzione?

“Quando fui eletto capo dello Stato, nel ’92, nel discorso del giuramento ho ricordato che da decenni si discuteva di riforme e ho invitato il Parlamento ad affrontarle in concreto. Ora, passati gli anni, preciso in sintesi: anzitutto non si possono toccare i principi fondamentali relativi alla persona umana. Quando si vuole riformare occorre tenere sempre presenti due vincoli. Il fine sostanziale di ciò che viene cambiato deve essere l’utilità del cittadino; inoltre, ogni mutamento deve essere approvato da una maggioranza ampia, non meno dei due terzi, come ho sempre sostenuto anche da presidente. Non è un caso che oggi siamo alla vigilia di un referendum confermativo: i costituenti, che nel ’47 votarono la Carta con quasi il 90 per cento dei consensi, previdero questo passaggio qualora le modifiche non avessero ottenuto almeno i due terzi dei voti. Oggi quindi siamo di fronte a una legge ‘sospesa’, a cui manca il voto referendario. Secondo l’articolo 138 della Costituzione il referendum può essere richiesto da un quinto dei componenti della Camera, o del Senato, o da almeno cinque consigli regionali. Tutto ciò è stato fatto, ma noi responsabili del Coordinamento nazionale abbiamo ritenuto essenziale raccogliere anche le firme popolari perché tutti siamo consapevoli che la Carta è di ciascun cittadino”.

Per cambiare la Costituzione basta l’articolo 138 o dobbiamo pensare a una Costituente o a una Convenzione?

“Penso che il 138 sia sufficientemente saggio, aggiungerei però la soglia dei due terzi al posto della maggioranza assoluta attuale. In fin dei conti già oggi, se il Parlamento vota con la maggioranza dei due terzi, le modifiche costituzionali possono venire promulgate subito, senza l’attesa di tre mesi altrimenti necessaria. Quanto alla creazione di una Costituente, mi sembra fosse una strada obbligata nel ’46: lo Statuto albertino era morto schiacciato dalle riforme dittatoriali e il 25 luglio ’43 con il regime erano cadute anche le istituzioni. Oggi mi sembra assai meno necessaria, in presenza di una Costituzione operante. La Convenzione, infine, altro non è che una commissione. Non mi pare che nel caso della Costituzione europea abbia dato buona prova, a giudicare dalle bocciature raccolte. Ma è pur vero che quella Convenzione è stata espressione dei governi e non dei Parlamenti che le avrebbero dato base più autorevole”.

Tra i sostenitori del ‘Sì’ ve ne sono che promettono modifiche dopo il referendum. Promesse speculari provengono da molti sostenitori del ‘No’. Che ne pensa?

“Sono posizioni idonee a creare confusioni, perché possono parere simili: ‘poi si discute’. In realtà sono diametralmente opposte. Quando si vota ‘No’ si cancella ciò che è stato scritto e poi ci si mette intorno a un tavolo sul quale non c’è nessun progetto precostituito. Se invece prevalgono i ‘Sì’, anzitutto il capo dello Stato deve promulgare la legge, anche se entra in vigore qualche tempo dopo. L’impegno a discuterla è un impegno politico, non costituzionale. Nel frattempo si dà il crisma di legge costituzionale alla riforma e modificarla diventa assai difficile”.

di Paolo Forcellini
da l’Espresso

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Sulla necessità di tifare CONTRO questa nazionale.

La squadra di Lippi nonostante sia composta da pochi veri campioni
e ancora meno di uomini veri,
ha buone possibilità di giungere sino alla fine di questo campionato del mondo.
 
Brutto affare,
se consideriamo che in caso di risultati eclatanti
viene da sè che lo scandalo dell’anno passa in secondo piano.
Nel dimenticatoio,
dove latitano troppe brutte storie facilmente digerite da un popolo senza memoria.
 
Facciamogli sentire
tutto il nostro NON-supporto.
 
Perchè non sopporto che il primo sport che vedo abbracciare dai bimbi appena si mettono sui loro due piedini,
su questo simulacro di fantocci corrotti e viziati,
manipolati da trame oscure e interessi di potere.
 
Oltre a ristabilire un messaggio di  moralità  per i più giovani,
il calcio è la quinta industria del Paese,
una bella fetta del pil,
sarebbe il caso di preservarla da ulteriori crack questa industria,
facendo piazza pulita del marcio che cova sin nelle sue radici.
 
Qui non si tratta di dare contro agli juventini,
anche perchè la Fiorentina e Lazio sono nelle stesse condizioni,
e che dire della Roma degli orologi d’oro regalati agli arbitri?
O dell’Inter dei passaporti falsi?
Dell’Udinese che aggiustava risultati,
che dire di quest’uomo che incarna da sè il conflitto d’interessi discendente diretto
del più grande conflitto del suo datore di lavoro???

 
 
 
E se proprio non possiamo tifare contro,
tiriamoci indietro,
e lasciamo negli stadi resi cattedrali nel deserto,
 questi prototipi in calzoncini e maglietta,
di un’Italia che profondamente disconosciamo.
 

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Morto un Zarqawi se ne fa un altro (made in USA)

Abu Musab Al-Zarqawi è stato sinalmente scovato e ucciso,
gli Usa esultano.
Bisognerebbe quanto meno avvisare i genitori,
che il funerale al figlio, l’hanno già fatto circa un anno fa…
 
Zarqawi,
giordano di origini palestinesi,
ce lo hanno passato come un musulmano estremista,
eppure ad Amman (chiesi anche io a suo tempo in giro)
se lo ricordano ancora quando ubriaco
veniva cacciato a calci nel culo da ogni moschea.
 
Zarqawi,
temibile condottiero,
capo terrorista di al Qaida
(semmai al Qaida in effetti esista…)
viene mostrato in alcuni filmati
come uno che non riesce neanche sparare due colpi di seguito
davanti a un bersaglio immobile…
 
Ora si cerca un suo degno successore,
piuttosto che guardare al palcoscenico di guerra in Iraq,
sarebbe bene rivolgersi verso Washington e vedere stavolta cosa tireranno fuori dal cilindro
quei geniali generaloni,
che come con Bin Laden han bisogno di quella incarnazione del male
che permette di fare degli iracheni e degli arabi una unica entità ostile e terrorista.
E non magari di civili che si difendono dalle incursioni terroriste (quelle sì) di invasori stranieri sadici e spietati.

 

vik alias guerrillaradio,   spesso viceversa

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Autocensura: Sabina Guzzanti non tornerà in una Rai lottizzata

«Non trovo dignitoso accettare di tornare alla Rai finché non si è riformato il sistema delle nomine e non la si fa finita per sempre con la lottizzazione».

“…non trovo proprio dignitoso lavorare o non lavorare a seconda del governo che c’è in quel momento… è chiaro che io sono, diciamo così, più “antipatica” al centrodestra che al centrosinistra. Ma questo sistema è professionalmente inaccettabile e lavorare in simili condizioni non sarebbe rispettoso di se stessi e della stessa democrazia, nel senso più profondo ed esteso del termine».

«Quando i passanti mi riconoscono mentre raccolgo le firme mi dicono “ma tanto adesso che problema c’è, l’Unione è al governo, tu tornerai a fare tv. Proprio questo è per me assurdo. Cioè una logica servile, comunemente accettata, in base alla quale “puoi” lavorare in Rai se c’è un politico che ti protegge, oppure se finalmente il governo di turno te lo permette perché è più simpatico dell’altro. E poi bisogna capire quanto è simpatico davvero… »  «Cioè se cade un governo, poi ne torna un altro e tu riappari in tv, alla fine diventa un segno chiaro di complicità con un sistema ».

 

 

Per esempio in questi giorni Sabina Guzzanti è attivissima sostenitrice della proposta di legge popolare per la riforma del sistematelevisivo.Tra i primi firmatari c’è Tana De Zulueta, parlamentare verde. Entro il 25 luglio le firme dovranno essere 50 mila, sono già a quota 35 mila. Senso del tutto: abolizione della commissione parlamentare di Vigilanza, sganciamento della Rai dai partiti, nomina del Consiglio di amministrazione Rai affidato a un Consiglio per le comunicazioni audiovisive. Uno schema non lontano da quello ora applicato in Spagna e Gran Bretagna. Dice Guzzanti: «Quando i passanti mi riconoscono mentre raccolgo le firme mi dicono “ma tanto adesso che problema c’è, l’Unione è al governo, tu tornerai a fare tv”. Proprio questo è per me assurdo. Cioè una logica servile, comunemente accettata, in base alla quale “puoi” lavorare in Rai se c’è un politico che ti protegge, oppure se finalmente il governo di turno te lo permette perché è più simpatico dell’altro. E poi bisogna capire quanto è simpatico davvero… » Ovvero, Guzzanti? Un sorriso. E silenzio sull’argomento. Non sul resto, sul cuore del problema: «Cioè se cade un governo, poi ne torna un altro e tu riappari in tv, alla fine diventa un segno chiaro di complicità con un sistema ».

Ma quando ha maturato questa decisione? «La decisione è arrivata dopo quest’ultimo periodo. Alla Rai sono avvenute tante e tali cose, così pesanti e incisive al punto da minacciare la stessa democrazia, che è diventato impossibile far finta di niente». Lei pensa che l’Unione procederà a una nuova lottizzazione della Rai? Guzzanti ride: «Non lo so… certo, sarebbe bello se questo governo avviasse una autentica riforma del servizio pubblico. Sarebbe il segnale che l’Unione avrebbe elaborato una vera analisi di quanto è accaduto intorno alla tv italiana in questi ultimi anni ». Vede segnali? «Ho visto qualche dichiarazione del ministro Paolo Gentiloni che sembra andare in questo senso. Non so quanto sentita. Vedremo. Per ora aspettiamo».


di Paolo Conti
da www.corriere.it

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La morte di al Zarqawi nell’opinione di Gino Strada

Lo scalpo del nemico
In Iraq si festeggia la morte di al Zarqawi. Ma è giusto gioire dell’uccisione di un nemico?


Caro chirurgo confuso,
ho seguito sui telegiornali la conferenza stampa con cui si annunciava (e si celebrava) l’uccisione di al Zarqawi. Al Zarqawi era sicuramente un pericoloso terrorista, ma quei “festeggiamenti” mi hanno dato i brividi..Che cosa ne pensi?
Giovanni


 La morte di Al Zarqawi è la “notizia del giorno”. Era un convinto e dichiarato terrorista. Su questo punto siamo tutti d’accordo. Ma proprio questa comune certezza ci induce a riflettere senza paure né alchimie.


“Il termine terrorismo significa violenza premeditata che a fini politici viene perpetrata contro bersagli non combattenti da parte di gruppi sub-nazionali o agenti clandestini…” Una definizione strana, per alcuni versi pazzesca. Perché ne deriverebbe che lo sterminio degli abitanti di un villaggio di contadini non è terrorismo se viene compiuto da “gruppi nazionali” , cioè dagli eserciti di qualsiasi Paese. Licenza di uccidere. E’ la legge degli Stati Uniti d’America ad affermarlo al Capitolo 22, Sezione 2656f(d), come riportato nel sito ufficiale della CIA.


Zarqawi è stato un terrorista non perché era senza uniforme. Lo è stato perché sparava, sgozzava, metteva bombe, tirava razzi, piantava mine, rapiva e torturava. In altri termini, lo è stato – il contenuto del suo agire è lì a provarlo – perchè “faceva la guerra”. Il terrorismo è guerra, e la guerra è la forma più organizzata e devastante di terrorismo. Non ne siamo convinti?


Se si decidesse una devastante campagna di bombardamenti aerei “per distruggere il morale della popolazione civile nemica e, in particolare i lavoratori delle industrie”, sarebbe questo un atto di terrorismo oppure no?
 
 


Per le Convenzioni di Ginevra, assolutamente sì, in quanto contrario a tutti gli articoli che regolano la condotta bellica in materia di protezione delle popolazioni civili. Articoli quasi sempre disattesi da tutti gli eserciti, ma pur sempre validi perché rappresentano – per molti di noi – un tentativo anche se illusorio di porre un limite alla barbarie. Non si parla qui di civili morti “per caso” durante azioni belliche, siamo di fronte alla esplicita dichiarazione di volere colpire selettivamente le popolazioni civili. Un gigantesco e premeditato atto di terrorismo di massa.


La frase sopra citata sta nella Risoluzione del governo inglese che nel febbraio del 1942 autorizza i “bombardamenti di area” cioè la distruzione di intere città con i loro abitanti. Più di un milione di tonnellate di bombe sulle città tedesche: almeno seicentomila civili morti, per quella decisione. E poi i feriti e i mutilati, e chi è impazzito, e i sette milioni di senza tetto.


Crediamo davvero che guerra e terrorismo siano cose diverse? I soldati – parte di “gruppi nazionali” – che hanno compiuto la strage di Hadita non sono migliori, né meno terroristi, di Al Zarqawi.


Ma basta, mediaticamente, proclamare i buoni e i cattivi, i “good guys” (cioè noi) e i bad guys (loro) e il gioco è fatto: siamo nemici, quindi ci combattiamo. E scatta, come sempre in guerra, l’irrazionalità’ totale.
“Giustizia e’ fatta” ha dichiarato George Bush.


Avevamo opinioni diverse sull’idea di giustizia. Pensavamo che alla parola fosse obbligatoriamente associata l’esistenza di una legge, di un diritto, di un processo equo, di un’equa sentenza.


Invece no. Nel mondo che sempre più si militarizza, “giustizia” significa bombardare una casa e seppellirvi un terrorista e un’altra decina di persone, inclusi donne e “un bambino”. Effetti collaterali.
Non si può certo pensare di instaurare tribunali nelle zone dove si combatte, ma chiamiamo almeno le cose col loro nome: uccisioni, eliminazioni fisiche, guerra. Quando c’è guerra non c’è alcuna giustizia ma solo la lotta per l’eliminazione reciproca, essendo ciascuno dei combattenti convinto di stare “dalla parte giusta”.


Molto del pensiero sociale, etico, giuridico, politico degli ultimi secoli sembra improvvisamente svanito, sostituito dagli spot, dalle bugie, dal culto della violenza.
Alcuni governi hanno espresso “soddisfazione” e inviato “felicitazioni” per l’uccisione di Al Zarqawi. E’ un altro grave sintomo di barbarie, il gioire di fronte ai morti. Chiunque siano, qualsiasi atrocita’ abbiano commesso. E’ la cultura della guerra.


Gino Strada

www.emergency.it

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quanto costa all’italia in termini di vite umane l’occupazione

tutti gli uomini (morti) del presidente…33 italiani caduti finora in Irak

 

Un elicottero AB-412  multiruolo (prodotto dall’Agusta-Westland) dell’Aviazione dell’esercito in forza al 6.ROA, con base presso l’aeroporto di Tallil, è caduto stanotte, per cause ancora in corso di accertamento, in un’area desertica a 13 miglia a sudest di Nassiriya. I quattro militari italiani che si trovavano a bordo del mezzo sono morti.

Sono scattate le ricerche condotte con velivoli da ricognizione Predator ed elicotteri HH-3F A-129, che hanno portato all’individuazione del relitto localizzato poco prima delle 06:00 (ora locale) in una zona desertica poco distante dalla base di Tallil. Il team di soccorso ha però potuto solo constatare il decesso dei quattro componenti dell’equipaggio.

Con le quattro vittime di oggi (il tenente colonnello Giuseppe Lima, il capitano Marco Briganti, il maresciallo capo Massimiliano Biondini e il maresciallo ordinario Marco Cirillo) salgono a 33 gli italiani caduti dall’inizio della nostra missione. 25 militari, un agente del Sismi e sei civili.

Diciassette soldati – 12 carabineri e cinque dell’esercito – rimasero vittime dell’attentato del 12 novembre 2003 nella base “Animal House”. Poi, è stata la volta del lagunare Matteo Vanzan, e del caporale Antonio Tarantino. Ad essi si aggiungono i sei civili uccisi: il regista Stefano Rolla e l’operatore della cooperazione internazionale Marco Beci uccisi nell’attentato di Nassiriya, Fabrizio Quattrocchi trucidato dopo essere stato rapito così come Enzo Baldoni e l’imprenditore italo-racheno Ayad Anwar Wali, l’italo-inglese Salvatore Santoro morto in circostanze misteriose. E ancora: l’agente del Sismi Nicola Calipari, ucciso dal fuoco amico durante la liberazione di Giuliana Sgrena.

Ripercorriamo in sintesi i momenti più drammatici che hanno visto coinvolti i soldati italiani in Iraq.

12 novembre 2003. Alle 10.40 (le 8.40 in Italia) un camion sfonda la recinzione della sede della missione Msu (Multinational Specialized Unit) dei carabinieri a Nassiriya, aprendo un varco ad un’autobomba che esplode subito dopo. Muoiono 12 carabinieri, cinque soldati e due civili: i militari dell’Arma sono Domenico Intravaia, Orazio Majorana, Giuseppe Coletta, Giovanni Cavallaro, Alfio Ragazzi, Ivan Ghitti, Daniele Ghione, Enzo Fregosi, Alfonso Trincone, Massimiliano Bruno, Andrea Filippa, Filippo Merlino; i soldati Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Emanuele Ferraro, Alessandro Carrisi, Pietro Petrucci. Stefano Rolla e Marco Beci sono i due civili. La base Maestrale, che ospita il personale dell’unità di manovra del Reggimento carabinieri della Msu, è ridotta a uno scheletro di cemento, davanti c’è un cratere profondo otto metri provocato dall’autobomba. In conseguenza dell’esplosione muoiono anche 9 iracheni, mentre i feriti italiani sono 18.

10 marzo 2004. Viene ferito un carabiniere nel corso di una sparatoria a Nassiriya. Tra gli episodi più cruenti da registrare nel corso dell’anno, la cosiddetta ‘battaglia dei ponti’, scontro armato con i miliziani sciiti legati a Moqtada Al Sadr per il controllo dei ponti sull’Eufrate, che il 6 aprile causa il ferimento di undici bersaglieri. Coinvolti nel conflitto a fuoco gli uomini della Task Force Eleven, circa 500 militari intervenuti per ripristinare l’ordine pubblico. I bersaglieri italiani vengono fatti oggetto di colpi d’arma da fuoco e rispondono con le armi in dotazione.

2-3 maggio 2004. Altri episodi, uno dei quali coinvolge anche il comandante del contingente, generale Gianmarco Chiarini: un mezzo di pattuglia sul quale viaggia l’ufficiale italiano è fatto oggetto di colpi di arma da fuoco da parte di un gruppo di assalitori. I militari italiani rispondono al fuoco.

Nella notte tra il 6 e il 7 maggio 2004 quattro colpi di mortaio esplodono nelle vicinanze della sede della Cpa, l’autorità provvisoria di governo. Tra il 14 e il 16 maggio, nuova violenta fiammata di scontri a fuoco: prese di mira con razzi Rpg e colpi di mortaio la base White Horse, la base Libeccio e la sede della Cpa di Nassiriya, bersagliata dai miliziani appostati nel vicino ospedale cittadino. Matteo Vanzan, 23 anni, lagunare del Reggimento Serenissima, viene colpito da una scheggia di mortaio all’arteria femorale. Ricoverato in ospedale, muore dopo un disperato intervento chirurgico nelle prime ore della mattina del 17 maggio.

5 giugno 2004. Convogli militari italiani vengono attaccati per due volte nella stessa giornata nei dintorni di Nassiriya. Contro i soldati di Antica Babilonia, che scortano un convoglio di cooperazione civile-militare impegnato nella ristrutturazione di un edificio scolastico e di una struttura veterinaria, vengono esplosi in tutto cinque razzi Rpg.

10 giugno 2004. Un ordigno esplode nelle vicinanze di una pattuglia di Lagunari, senza provocare feriti. Il 25 giugno vengono esplosi colpi di arma da fuoco contro gli elicotteri italiani in Iraq. Presi di mira due Ab412 dell’esercito italiano in servizio di perlustrazione notturna a trenta chilometri da Nassiriya. L’attacco non provoca danni ai mezzi né feriti, gli elicotteri si allontanano dalla zona degli spari senza riportare danni e senza rispondere al fuoco.

5 luglio 2004. Il primo caporalmaggiore Antonio Tarantino muore in seguito ad un incidente stradale nel quale rimane coinvolto mentre percorre la strada che separa le due basi di White Horse e di Tallil.

21 gennaio 2005. Muore il maresciallo Simone Cola, di 32 anni, da Ferentino. Era il mitragliere a bordo di un elicottero dell’Esercito, in volo di perlustrazione su Nassiriya.

4 marzo 2005. L’ufficiale del Sismi Nicola Calipari cade ad un check point americano sulla strada per l’aeroporto di Bagdad dove stava andando per riportare in Italia Luciana Sgrena, appena liberata dopo un drammatico sequestro. Ma l’auto con Calipari, l’ostaggio e un ufficiale dei Ros sarà colpita dal fuoco dei soldati Usa: Calipari viene ucciso, la Sgrena ferita.

15 marzo 2005. Il sergente Salvatore Marracino muore per un incidente durante una seduta di addestramento.
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Le forze italiane impegnate nella missione in Iraq sono composte da circa 3.400 militari di cui 8 lavorano presso Uscentcom – Tampa (Usa), comando da cui dipende l’Operazione “Iraqi Freedom”; 3.280 contingente interforze in Iraq; 44 contingente interforze in Kuwait; 75 Corpo Militare e Infermiere Volontarie Cri.

Le forze sono costituite da Unità dell’Esercito, della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare e dell’Arma dei Carabinieri schierate in Iraq per l’operazione “Antica Babilonia”, per gli aspetti nazionali ed operativi, dipendono (dal 21 aprile 2005) dal Generale di Brigata Pietro Costantino che è il Comandante del Contingente Nazionale).

La componente dell’esercito, su base della Brigata paracadutisti “Folgore”, dal 21 aprile 2005 è costituita da un comando brigata, da un Reggimento di Manovra, su base 187° reggimento paracadutisti, costituito da due Task Group (2° battaglione paracadutisti Tarquinia più una compagnia del Reggimento San Marco), dal Reparto Comando e Supporti Tattici, dall’8° Reggimento Genio Guastatori Paracadutisti, comprensiva di assetti Eod (Explosive Ordinance Disposal – Bonifica Ordigni Esplosivi), da una compagnia Nbc (Nucleare Batteriologico Chimico), dal Gruppo Supporto di Aderenza su base 1° Rema, da una compagnia areale del 7° reggimento trasmissioni “Sacile”.

La componente dell’esercito è inoltre costituita da un Battle Group Forze Speciali, da un’aliquota Cimic (Cooperazione Civile Militare), dall’Aviazione Esercito (Aves) rischierata presso il 6° ROA di Tallil comprendente 4 elicotteri AB 412 (uno dei quali è caduto oggi) e 3 A-129 Mangusta; da un plotone guerra elettronica, dal plotone esplorante del 3° Savoia Cavalleria e dal Rista (ricognizione – intelligence – sorveglianza del campo di battaglia) con ricognitori aerei Pointer, radiocomandati, per missione a breve raggio e sistema radar contro fuoco “Arthur”.

La componente aereonautica è composta da circa 250 militari dislocati presso il 6° Reparto Operativo Autonomo (Roa) in Tallil, nello specifico da: 3 elicotteri HH – 3F del 15° Stormo di Pratica di Mare; 3 Unmaned Aerial Veicles Predator ricognitore aereo, senza pilota, con sistema di guida da terra, per missioni a medio e lungo raggio, (operativi dal 28 gennaio 2005) del 28° Gruppo Velivoli Teleguidati del 32°Stormo di Amendola; Distaccamento di Forze Speciali Aeronautica Militare (Reparto Incursori dell’Aeronautica di Furbara); personale specializzato per la manutenzione elicotteri; assetti per supporto logistico; attività Tra.Mo.Ca. che garantisce i collegamenti con velivolo C-130J.

La componente della Marina Militare è presente con un’aliquota di circa 200 uomini delle Forze Speciali (Gruppo Op. Incursori Comsubin). La Marina Militare è presente con 1 compagnia delle Forze Speciali del Battaglione San Marco (Gruppo Op. Incursori Comsubin). Circa 400 carabinieri costituiscono invece la Multinational Security Unit (Msu) con personale rumeno ed unità di Polizia Militare.

Infine, per quanto riguarda gli altri contributi, si registra quello del corpo militare della Croce Rossa con 67 presenze tra Corpo Militare ed Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana provenienti da varie sedi del territorio nazionale, che operano nell’ambito del contingente nazionale. Opera a Baghdad, dai primi giorni di maggio 2003, un ospedale da campo della Cri al quale un reparto di CC ha fornito il supporto di sicurezza fino all’8 ottobre 2003. Il corpo delle Infermiere Volontarie svolge, inoltre, intensa e fondamentale attività di aiuto alla popolazione con l’invio e la distribuzione di aiuti umanitari, inserendosi nel più ampio contesto della Missione del Contingente militare in Iraq. Infine, si registra la presenza di Ufficiali di Staff presso il Comando Divisione Multinazionale Sud Est (con sede in Bassora) e personale della branca logistica a Kuwait City (25 uomini).

(Repubblica, 31.5.05)

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