Speciale referendum: tutti al voto ora!!!

«Con questa riforma costituzionale può tornare una dittatura. Per questo il voto di domenica e lunedì è il più importante di tutta la tornata elettorale: non riapriamo le porte a un altro onnipotente fabbricato con la democrazia».

Oscar Luigi Scalfaro

 Nostra madre costituzione

Chi c’era

Non c’erano soltanto i vecchi maestri del diritto, quelli che dal fascismo erano stati brutalmente privati delle loro cattedre o se n’erano andati in silenzioso dissenso, e adesso tornavano a dare il loro contributo alle scelte etiche della nazione; non c’erano soltanto intellettuali di fama mondiale come Benedetto Croce, Ignazio Silone, Luigi Einaudi. La composizione dell’Assemblea costituente, eletta dagli italiani sessant’anni fa per redigere la Carta fondamentale della Repubblica, quella che doveva contenere gli ideali nei quali il nuovo Stato sarebbe vissuto, era assai più varia. C’erano, per esempio delle donne, per la prima volta nella storia parlamentare italiana. La più giovane di loro, Teresa Mattei, 25 anni, piangeva un fratello che, torturato nelle carceri di via Tasso a Roma, quando le sevizie gli erano diventate insostenibili, si era impiccato per non tradire i compagni; lei, dal canto suo, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta e “gappista”, una di quei combattenti clandestini che atterrivano i nemici, colpendoli all’improvviso nel cuore delle città.
Un’altra donna, Teresa Noce, poverissima operaia, poi sindacalista, era andata a combattere in difesa della repubblica spagnola; più tardi, deportata dai nazisti, era sopravvissuta all’orrore del lager di Ravensbruck. E c’era una socialista testarda e coraggiosa, Lina Merlin, che per anni aveva lavorato alla difesa della dignità della donna, spingendosi fino a reclamare, fra l’orrore dei maschilisti, la chiusura dei bordelli, cui lo Stato concedeva il riconoscimento di aziende regolarmente tassate. Stavano, queste donne – una ventina – insieme a 500 uomini, che avevano vissuto esperienze non meno importanti. Alcuni di loro avevano perciò (come Sandro Pertini, Ernesto Rossi, Ferruccio Parri…) trascorso lunghi anni nelle carceri del fascismo o erano stati costretti a vivere una vita dura al confino di polizia o in esilio, al-l’estero, come Giuseppe Di Vittorio, Emilio Lussu, Francesco Saverio Nitti… Molti erano rimasti in patria ma vigilati quasi ossessivamente dal regime e ridotti, come Alcide De Gasperi, a lavori impiegatizi minuti, grigi, sproporzionati alla loro cultura e intelligenza. Alcuni avevano sofferto, ancora ragazzi, le violenze del fascismo: Giorgio Amendola aveva poco più di 19 anni quando aveva visto morire il padre Giovanni, deputato e ministro negli anni ’20, a causa delle bastonature che gli squadristi gli avevano inflitto in due successive aggressioni. Alcuni, come Boldrini, Zaccagnini e Dossetti, avevano appena deposto le armi della Resistenza. Da un lager veniva Giuseppe Lazzati, docente universitario, presidente diocesano della Gioventù milanese di Azione cattolica. Dopo l’8 settembre aveva, come 600 mila soldati italiani, ostinatamente ripetuto il suo No ad ogni invito a riconoscere la repubblica di Salò ed era rimasto nella miseria e nei pericoli dei campi nazisti per “internati militari”.

C’erano nell’assemblea, naturalmente, i leader dei grandi partiti: Togliatti, Nenni, De Gasperi, Ruini, La Malfa, Saragat, Lelio Basso. Dal loro gruppo sarebbero usciti nei decenni successivi sette presidenti della Repubblica (Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini e Scalfaro). Per altri tre costituenti (La Pira, Lazzati e Zaccagnini) sarebbe stata proposta dai cattolici, negli anni ’80, una causa di beatificazione. (…)

Un sentimento che univa tutti

Queste donne e questi uomini avevano non soltanto diversissime “estrazioni sociali”, come si usava dire, e diversissime esperienze, ma anche diversi ideali politici. Erano marxisti o cattolici o liberali, e talvolta diversi fra loro anche all’interno del marxismo, del cattolicesimo e del liberalismo. Nel Paese la lotta politica divampava, talvolta con asprezze pericolose, ma i costituenti che sedevano nella stessa aula di Montecitorio in cui Mussolini aveva dichiarato la morte della democrazia italiana e annunziato la sua dittatura, esaminavano attentamente le proprie parole poiché sapevano che a loro era affidato il compito di fondare un nuovo Stato, unitario, giusto e pacifico; scrivevano quelle parole con l’inchiostro delle lacrime e del sangue, degli errori e delle consapevolezze in cui il Paese aveva vissuto negli ultimi vent’anni. Un sentimento li univa: la speranza, la volontà di fare sì che non tornasse mai più tanto dolore, che la povera gente non rimanesse confinata nell’ineguaglianza e nell’iner-mità, schiacciata dall’ingiustizia, da una dittatura, dalla follìa delle guerre. Dovendo conquistare un novo futuro, radicalmente diverso dal passato, questo popolo doveva darsi come madre una Costituzione.

(…) Ricordo quegli anni con una lucidità che mi sorprende (…). Nelle stazioni ferroviarie, sconvolte dai bombardamenti, i binari dispersi o piegati verso l’alto come per rispondere alla violenza caduta dal cielo, insieme ai resti dei vagoni bruciati sembravano scheletri di mostruosi mastodonti antidiluviani che una tragedia planetaria aveva colpito in un deserto di pietre. Sui marciapiedi ai quali approdava qualche treno che impiegava dieci, dodici ore per viaggiare da Roma a Milano e due giorni per andare da Catania a Torino si ammassavano famiglie devastate dalla guerra, che ora cercavano di ricomporsi. Di quando in quando su quei marciapiedi si affollavano improvvisamente decine, centinaia di donne: un pietoso tam tam le aveva avvisate che sarebbe passato un treno carico di prigionieri di guerra che finalmente tornavano da lontananze infinite. Le donne si abbarbicavano ai vagoni, quasi impedendo ai reduci di scendere; qualcuna, con un urlo, ritrovava il suo uomo, la maggior parte, come con furia, protendeva verso i volti dei reduci, stralunati dalla fatica del viaggio e dalle emozioni, le fotografie dei suoi cari di cui non aveva più notizie. Le donne chiedevano imperiose “Guarda, guarda bene… Qui ha in testa la bustina e non si vede ma è pelato, così giovane… Ma non sei della Tridentina, tu, possibile che non lo abbia mai visto?”. La furia si spegneva in un lamento, le donne se ne andavano a testa china. Ma sarebbero tornate, poi, per mesi e mesi, a rovistare ricordi e grumi di dolore.

In guerra erano morti 330 mila soldati italiani. Non c’era famiglia che non piangesse un caduto nei deserti o sulle ambe dell’Africa, sui monti della Grecia o dell’Albania, nel gelo sconfinato della Russia. Nelle notti delle mogli e delle madri gemevano le ombre dei dispersi. Nel ghetto di Roma non suonavano più le voci dei bambini. Anche 110 mila civili erano stati uccisi. Questa era stata la guerra di Mussolini. Maledetta la guerra, maledetto il Duce.

L’incubo della guerra

La guerra, in un certo senso c’era ancora, quando l’As-semblea costituente iniziò i suoi lavori. I trattati di pace non avevano cancellato le tragedie. C’era ancora il razionamento che non garantiva il pane quotidiano a sazietà, ci sarebbe stato un altro inverno da affrontare senza riscaldamento, senza indumenti adatti; c’erano lunghe fila davanti ai negozi e agli uffici in cui si distribuivano gli aiuti degli americani, del Vaticano. Un quinto del patrimonio economico dello Stato era andato distrutto. La presenza delle truppe alleate e le norme afflittive dell’armistizio stringevano un cappio al collo della nostra indipendenza. La sovranità nazionale non era ancora ristabilita nell’Alto Adige che i tedeschi avevano incorporato nell’impero nazista. Trieste e la Venezia Giulia erano, formalmente e di fatto, separate dall’Italia. In Sicilia la mafia collegata con le “Famiglie” degli Stati Uniti, la militarizzazione di un banditismo prossimo a un ambiguo movimento indipendentista corrodevano, rendevano esitante, frammentaria la presenza dello Stato. Il referendum istituzionale aveva spaccato il Paese fra monarchici e repubblicani e provocato veri e propri tentativi insurrezionali.

Tale era la situazione del nostro Paese. Questo noi vecchi dobbiamo testardamente ricordare, a costo di essere malamente spintonati, ogni volta che qualcuno osa dire “Scordiamoci il passato” o irridere a certe norme della Costituzione repubblicana: sulla guerra, per esempio, sul fascismo, sul lavoro, sull’unità nazionale.

La speranza nelle mani del popolo

La Costituzione fu dunque scritta in un momento fatale della storia italiana, anzi il più importante, quello in cui dolore e speranza fecondarono il futuro, tracciando scelte che non erano generazionali perché partorite dai grembi più profondi delle nostre culture. Per la prima volta tutti i cittadini sopra i 21 anni (e non solo i benestanti, e non solo i maschi) avevano potuto scegliere le persone chiamate a esprimere le loro convinzioni e aspirazioni. Sino a quel momento lo Stato italiano, i poteri pubblici, i diritti e i doveri dei cittadini, dunque i valori alla base della convivenza nazionale erano stati definiti dallo Statuto albertino. Era una costituzione scritta per un piccolo regno, quello di Sardegna, per un popolo di analfabeti e una frazione di dotti e di sapienti; ma era, soprattutto, un documento calato dall’ alto, dalla benevolenza di un grazioso sovrano; e per questo, per la loro gelosa proprietà, i discendenti di Carlo Alberto avevano tranquillamente potuto violarlo sino al grande tradimento del 1922.

Nata dai rappresentanti di tutti i cittadini, la Costituzione repubblicana fu posta nelle mani del popolo: nelle nostre mani.

L’ombra del Piano Gelli

Negli anni seguiti alla sua proclamazione, la Carta fondamentale dello Stato e la Corte chiamata a interpretarla hanno svolto una funzione preziosa, anche se l’informazione al riguardo è purtroppo stata assai scadente e il tentativo di dare vita a una educazione civica che fosse cultura costituzionale è stato vanificato dalla stolidità di certa burocrazia e dalla pochezza intellettuale ed etica di certi cosiddetti statisti. Decine di norme che pretendevano di regolare disinvoltamente, per così dire, la vita dello Stato, i diritti dei cittadini, la sicurezza sociale eccetera sono state bloccate dalla Corte e i legislatori costretti a riscriverle. Di più: quando vi sono stati più o meno palesi attacchi alla democrazia, “tintinnio di sciabole” (per usare una formula famosa) od altre tentazioni di “eccezionalità”, la maggior parte delle forze democratiche ha potuto serenamente opporsi a qualunque tentazione autoritaria, richiamandosi con forza al dettato della Costituzione e convocando attorno ad esso la solidarietà dei cittadini. Proprio per questa ragione la Costituzione non piace a Berlusconi.

Fino a qualche tempo fa pensavo che il Cavaliere guardasse alla Costituzione con fastidio, come per un vecchio mobile che contrasta con la modernità di altri arredi. Avrei giurato che la Costituzione, lui, non l’aveva mai letta. Adesso, dopo i discorsi sul possibile ritiro dei suoi parlamentari dalle Camere, sul marciare su Roma, sulla lotta nelle piazze, ho mutato parere. Il vecchio adepto della P2 non ha mai dimenticato il “Piano Gelli”: il cui primo presupposto è la rielaborazione della Carta per ridurre il controllo dello Stato e del Parlamento sui poteri economici. Vuole una Repubblica presidenziale, quale la riforma prevede perché, certo di tornare al governo, non vuole impedimenti all’esercizio del proprio potere. Mentre tutti i commentatori politici, mi pare, scrivono che Berlusconi è costretto a battersi nella battaglia referendaria dalla necessità di non perdere il sostegno dei leghisti, io penso che il sostegno dei leghisti gli interessi proprio perché anche loro vogliono il cambio della Costituzione. Negli ultimi giorni, anzi, li ha spinti a non tentare trattative con gli avversari.

La logica di un feroce capitalismo

Nella loro battaglia per la devolution, i leghisti non sono un fenomeno eversivo soltanto italiano, tanto meno nuovo. Dovunque via sia un’entità statale nei cui confini sussistano aree di differente ricchezza, l’ottusità di un egoismo di massa preme verso una secessione. I discorsi fatti a Verona o a Varese sulle aree produttive costrette a trainare quelle dei ladroni o degli infingardi, sono soltanto linguisticamente diversi da quelli che risuonano ai bordi dei campi da golf di São Paulo, locomotiva del miracolo brasiliano. Il frazionamento della Federazione Jugoslava reca lo stesso marchio di violenza e di superbia, di disprezzo per la solidarietà. Nonostante le tensioni del nostro tempo lo dimostrino giorno dopo giorno, la tentazione di alzare muri di separazione è vastissima. La Lega crede di poterne iniziare la costruzione, immiserendo l’unità nazionale. I suoi sostenitori, i ricchi che vogliono godersi in toto il proprio benessere, non conoscono la storia e non vogliono conoscerla. Del resto, se passa la devolution, la storia potranno riscriverla a proprio uso e consumo nelle “loro” scuole. Chissà se citeranno i soldi del Banco di Napoli trasferiti al Nord, appena realizzata l’unità d’Italia, per finanziare l’industrializzazione del Piemonte e della Lombardia, e la forza-lavoro del Sud costretta a emigrare in paesi lontani o risalire la Penisola in condizioni di inermità. Viene da piangere quando si considera la differenza fra gli antichi e i modernissimi costituenti, dominati questi ultimi dalla ferocia di un capitalismo dialettale e senza etica.

Fedeltà al nostro passato

Il “No” al prossimo referendum (quest’occasione così rischiosa perché ogni astensione dal voto conterà, di fatto, come un sì alla costituzione “riformata” secondo Berlusconi, Bossi e Casini) è dunque un voto rinnovato alle scelte di libertà, di giustizia, di solidarietà che l’Italia fece dopo l’esperienza del fascismo, di una guerra terribile e di una coraggiosa resistenza al razzismo. Mai come questa volta il Paese è chiamato ad essere fedele ai momenti più alti della propria storia.

E non basta. Man mano che si va verso la data del referendum, i due poli, incerti sui risultati, propongono trattative. Da varare prima del voto, dice Bossi, da non escludere, ma dopo, dicono gli arciprudentissimi olivetani. Ogni possibilità d’accordo non è di per sé scandalosa. Ma la fedeltà al nostro passato sarà tanto più garantita quanto più il voto contrario allo stravolgimento non sarà una bandiera sventolata da una esigua parte di cittadini.

di Ettore Masina
da www.adistaonline.it
Le ragioni essenziali del nostro No!!!

di Roberto Zaccaria

Al termine di questa atipica campagna elettorale per un referendum che ha in palio la posta più importante di questi ultimi anni, sentiamo su di noi una responsabilità enorme. E’ in atto un singolare gioco delle parti, con una clamorosa inversione dei ruoli: i conservatori si atteggiano ad innovatori e portano avanti la più catastrofica controriforma della storia repubblicana e accusano di conservazione chi vuole restare nel solco della Costituzione nata dalla Resistenza.

Ci dicono che questo sarebbe il primo cambiamento della Costituzione e dimenticano che in sessant’anni la Costituzione è stata modificata, nel rispetto dello spirito originario, oltre trenta volte ed è stata “riletta” attraverso centinaia e centinaia di sentenze della Corte costituzionale. Noi che difendiamo il principio di eguaglianza, i diritti fondamentali e la libertà di espressione sappiamo che il valore fondamentale del pluralismo non è scritto da nessuna parte ma è stato costantemente giudicato come un valore fondamentale in sede di interpretazione della Carta.
Quel valore, proprio quel valore è stato invece clamorosamente calpestato da tutta la legislazione approvata dal centrodestra ed in particolare dalla legge Gasparri, con un’ altra dissennata controriforma.

E’ falsa l’impostazione che ascrive uno spirito conservatore ai sostenitori del NO. Noi abbiamo l’idea chiara di un modello costituzionale che nello spirito dei padri costituenti consolidi la forma di governo della repubblica parlamentare attraverso il modello di un governo più forte in un parlamento più forte. Invece la nuova forma di governo, contenuta nel progetto di controfirma del centrodestra, non  affronta questo delicato equilibrio ma  conferisce un potere assoluto al Presidente del Consiglio in contrasto con le soluzioni adottate nelle moderne democrazie. Il Presidente forte del sostegno di un esiguo numero di parlamentari fedelissimi può bloccare la “sfiducia costruttiva”.

Il Presidente della Repubblica è fortemente indebolito perché perde ogni potere nello scioglimento delle Camere e viene coinvolto nelle dispute di maggioranza per sottrarre le competenze al Senato. Il Senato federale non risolve il problema del bicameralismo perché non è in grado, per la sua composizione, di rappresentare le esigenze delle Regioni: i rappresentanti delle comunità regionali non hanno diritto di voto nelle deliberazioni del Senato. Il nuovo procedimento legislativo è straordinariamente pasticciato. Non c’è specializzazione ma una grande complicazione tra materie statali e regionali. Con grave ricaduta sulle attribuzioni legislative di ciascuna Camera, specie nelle leggi, come quella finanziaria, di particolare complessità.

La riduzione del numero dei parlamentari viene rinviata al 2016: E’ una riforma finta.
Il problema delle garanzie dell’opposizione non è risolto ma solo rinviato ai regolamenti parlamentari. La devoluzione alle regioni di funzioni esclusive in materia di istruzione, sanità e sicurezza è pericolosa anche perché si accompagna ad una competenza esclusiva dello Stato e delle Regioni nelle stesse materie. Tale duplicità è illogica e può arrecare gravi danni all’esercizio di diritti fondamentali. Si divide l’Italia,con un’idea non solidale delle autonomie e l’uguaglianza dei diritti verrà compromessa da una diversa distribuzione delle risorse. Si avrà quindi un federalismo iniquo, conflittuale e squilibrato. Il potere di annullare le leggi regionali affidato al Parlamento in seduta comune è un altro istituto finto: questo sistema non ha mai funzionato e in questo modo funzionerà ancora meno.  Il ricorso diretto alla Corte costituzionale dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane (articolo 46 della Riforma) per sollevare questioni di legittimità costituzionale è soloun vuoto annuncio, mentre è vero il fatto che la Corte viene politicizzata con le nomine prevalenti che
passano al Parlamento Non c’e più traccia di quel regionalismo differenziato che era stato introdotto nel 2001.

Andremo dunque con grande determinazione a dire NO insieme alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti, assieme ai lavoratori dell’informazione, assieme agli editori che difendono il pluralismo, assieme agli artisti, agli scrittori,ai produttori indipendenti, a tutti coloro che in questi anni si sono battuti contro ogni forma di censura, tenendo sempre la schiena dritta. Domani e dopodomani quella schiena dritta sarà di grande aiuto.

 

Ciampi: voterò «no» perchè la nostra Costituzione è bella, viva e più attuale che mai

ROMA – «L’ho già detto pubblicamente e non ho mai avuto dubbi: andrò a votare al referendum perchè sono un cittadino italiano. E voterò «no» per difendere la nostra Costituzione che è bella, è viva e più attuale che mai». E’ quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi spiegando, in un’intervista a Repubblica che il suo «no» che «è un no ragionato, non un no acritico».
Secondo Ciampi, la riforma della Cdl rischia di «minare il funzionamento delle istituzioni»: a tal proposito, rimanda anche a un articolo del giurista Francesco Paolo Casavola: «Andate a leggere quello che ha scritto sul Mattinò di Napoli – rileva Ciampi – e capirete perchè non si può non votare no a questo referendum». E a chi gli fa notare che se avesse avuto delle riserve sul testo avrebbe potuto non promulgarlo dal Quirinale, Ciampi risponde: «Anche questa – dice – è una polemica strumentale. Quel testo dopo la sua quarta approvazione parlamentare non è mai passato al Quirinale. E’ stato pubblicato direttamente sulla Gazzetta Ufficiale perchè gli italiani potessero poi richiedere il referendum confermativo e dunque non è mai transitato nè sulla mia scrivania nè su quella dei miei uffici giuridici». Ciampi non entra nella polemica scaturita dalle affermazioni di Silvio Berlusconi, che ha definito «indegno» chi non voterà «sì» al referendum. «Per carità – conclude Ciampi – a queste parole non voglio rispondere. Non voglio entrare in questa polemica anche perchè mi pare che chi l’ha sollevata sia già stato costretto ad autosmentirla».

 

 

Salvati: “la carta non si cambi a colpi di maggioranza”

Michele Salvati è professore di Economia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano.

È stato deputato nella legislatura 1996-2001 nel gruppo Ds-Ulivo, membro della Commissione Bicamerale per la Riforma Costituzionale e della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati. Autore di numerosi saggi, dopo il ritorno in Università, ha scritto “Perché non abbiamo avuto (e non abbiamo) una classe dirigente adeguata” e “Il partito democratico. Alle origini di una idea politica”.

Perchè voterà No a questa Riforma Costituzionale?
Perchè peggiora l’attuale Costituzione. Soprattutto per quanto riguarda il processo legislativo e il riparto delle funzioni tra Regioni e Stato centrale, crea gravi intoppi alla già scarsa efficienza della pubblica amministrazione. Di solito chi vota No, come Sartori, ha anche dei fortissimi dubbi nei confronti della parte della Riforma legata all’attribuzione di maggiori poteri al premier, in particolare al potere di sciogliere la Camera. Su questo punto ho minori resistenze, anche perchè si tratta di una posizione che il centrosinistra aveva sostenuto in passato; lo ricordo bene, perchè allora ero membro della Commisione bicamerale e centrosinistra e centrodestra avevano trovato una soluzione di accordo. Ma capisco che si possano avere resistenze su questo aspetto, poichè si tratta di un tipo di riforma inconsueto. Però non bisogna dimenticare che le ragioni delle difficoltà, dei ribaltoni, della scarsa stabilità di governo e quindi degli scarsi poteri del premier, derivano soprattutto da un sistema politico con un’eccessiva frammentazione di partiti. Quindi è giusto aspettarsi che sia l’evoluzione del sistema politico verso partiti più grandi a eliminare il problema. Comunque, credo che un piccolo favore costituzionale in grado di garantire maggiori poteri al premier non sia sbagliato.

Sui poteri da riconoscere al premier in modo da garantire una buona coesione di maggioranza, quali correttivi individua rispetto alla Riforma del centrodestra?
Il premier dovrebbe avere la possibilità di tornare all’elettorato quando crea problemi la maggioranza che lo ha eletto. Infatti, se il bipolarismo resta, il premier ha un’importanza decisiva come singola persona fisica per gli elettori, perchè moltissimi, che non hanno particolari lealtà di partito, si sentono garantiti da lui. È uno degli effetti della forte personalizzazione del nostro bipolarismo, la stessa che caratterizza tutti i bipolarismi. Diverso sarebbe se fossimo in una situazione nella quale ci sono soltanto due grandi partiti, perchè in quel caso , a esplicitare quei poteri, sarebbe sufficiente una soluzione parlamentare. Ma dato che ora due grandi partiti ancora non ci sono, assicurare maggiori poteri al premier risulta inevitabile. E poi, quando ci fossero grandi partiti, questo extra potere rimarrebbe inutilizzato.

La fine del bicameralismo perfetto con l’istituzione del Senato federale resta un altro passaggio irrinunciabile?
Sì, sulla fine del bicameralismo perfetto e sul fatto che una delle due Camere si faccia rappresentante delle Regioni, non ho nessun dubbio. Ma il Senato così come è stato pensato, con l’elezione simultanea dei senatori in occasione dell’elezione dei Consigli regionali è una soluzione molto, molto timida. A me non dispiacerebbe che il Senato avesse personale che rappresenta veramente le Regioni, non senatori eletti simultaneamente e poi senza vincolo di mandato.
Potrebbero essere le Regioni a nominare i loro rappresentanti nel Senato federale, nel primo Consiglio regionale, indicando persone legate al territorio. In questo Senato non vedrei male una rappresentanza dello Stato, trattandosi di un Senato federale. Questa Camera dovrebbe poi svolgere non compiti tecnici, ma di supervisione legislativa, a cui verrebbe subordinata la Conferenza Stato-Regioni, che dirime gli aspetti legati al riparto di competenze a livello regionale. Perciò, la soluzione sul Senato adottata dal centrodestra è una soluzione timida, non abbastanza regionale.

E sulla devoluzione dei poteri alle Regioni?
Occorre distinguere tra quelle leggi che hanno inziativa al Senato delle Regioni o che hanno iniziativa alla Camera e quelle che fanno la spola tra l’una e l’altra; perchè il modo in cui sono ripartite darà luogo a un contenzioso mostruoso, complicando la situazione invece che semplificarla. Il punto da cui partire è molto semplice: l’ossessione sulle competenze legislative esclusive ha cessato la sua ragione d’essere in tutti gli stati federali. Perchè è praticamente impossibile sapere dove si ferma lo Stato con i suoi poteri e dove possono iniziare le Regioni. Si possono soltanto dare indicazioni di massima e poi affidarle a un saggio Senato federale e a una conferenza Stato-Regioni per un riparto minuto. Ma in qualsiasi materia può sussistere la necessità che lo Stato intervenga per esigenze di coordinamento generale. La cosa che mi fa più ridere è il progetto di riduzione del numero di senatori e deputati a partire dal 2016. Questo elemento viene indicato come uno dei criteri più importanti di risparmio, ma in realtà la Riforma produrrà contenziosi, pasticci, cali di efficienza e il risparmio di quegli stipendi, anche lauti, non è nulla rispetto alle spese che saranno dovute a queste inefficienze.

Crede che andrebbe rivista anche la prima parte della Costituzione?
Se si adotta il criterio di una nuova Assemblea Costituente non credo che nessuna parte della Costituzione sia sacra e inviolabile. Proporrei anch’io una serie di ritocchi. Ma nelle condizioni di rissosità attuali considero già un miracolo poter fare una Convenzione costituente che ritocchi la seconda parte, con le ipotesi di riforma di centrodestra e centrosinistra già discusse da tempo. Toccare anche la Prima parte della Costituzione, mi sembra impossibile nella fase attuale. Se invece avessimo due grandi partiti moderati allora potremmo rivedere, in senso liberale, anche la prima parte della Carta, perchè alcuni punti portano chiaramente il segno della temperie in cui furono redatti, immediatamente dopo la guerra. Considero già un miracolo il fatto che si possa arrivare a una soluzione condivisa, attraverso un largo accordo trasversale, con maggioranze mescolate. Del resto, questa riforma risente di motivi tesi a compattare la maggioranza di centrodestra. Potrei dire esattamente quali parti sono state date in ostaggio alla Lega, quali ad An, quali all’ Udc. È una riforma viziata da ragioni politiche contingenti e le riforme costituzionali non si fanno così. Prendiamo uno dei punti più importanti: il federalismo fiscale. Il federalismo o è fiscale, cioè o alle regioni si danno risorse e responsabilità legate alle risorse, oppure si parla a vanvera, perchè le competenze sono in funzione dei soldi che si hanno. In questo caso l’articolo cruciale è il 119, ed è un articolo che non è stato toccato, perchè nessuno aveva coraggio di farlo, perchè questo avrebbe creato vespai mostruosi all’interno della maggioranza della Cdl e li creerebbe anche adesso, nella maggioranza di centrosinistra.

Quale strada vede dopo il referendum?
Il centrosinistra ha fatto un grande errore a imporre con una ristretta maggioranza la modifica del titolo V della Costituzione, cioè la modifica federalistica o regionalistica che fece nel 2001. È stato un errore perchè fu deciso contro l’opposizione di centrodestra. Ed è un errore ribadito e ingigantito da questa riforma, che è ancora più vasta di quella del centrosinistra e, di nuovo, è stata fatta contro l’opposizione, di centrosinistra, questa volta. Mi sono persuaso che un tipo di riforma costituzionale debba indicare un consenso dei principali partiti e un largo consenso dell’opinione pubblica. Mi sono però anche convinto che forme come quelle delle commissioni bicamerali, di estrazione puramente politica, in cui i grandi partiti sono rappresentati in ragione della loro forza, non siano una via di uscita. Perchè non si deve operare imponendo una posizione. Cercare in Parlamento, attraverso una Commissione bicamerale, una possibile convergenza, non è una soluzione, perchè le ragioni di partigianeria politica, cioè le ragioni di conflitto tra le due parti, sono tali da inquinare il processo di riforma, che dovrebbe invece avvenire a mente sgombra, senza riflessioni sulle conseguenze immediate per le parti coinvolte. Ma i Parlamentari, immersi nella politica del giorno per giorno, non possono garantire un’immagine distaccata; perciò non serve fare arbitro di questo processo la Commissione bicamerale proporzionale. Credo che l’unico modo sia o una nuova Assemblea Costituente o, se questo si ritiene eccessivo, una Convenzione costituzionale, che conduca a scegliere un insieme di rappresentanti, ovviamente non dei non politici, persone competenti, ma staccate dalla politica immediata. Saranno persone di centro, destra, sinistra, avranno le loro opinioni, ma non le faranno dipendere dalla politica contingente del giorno per giorno. Credo che di una riforma costituzionale ci sia bisogno e quindi non appena si sarà esaurito questo voto, quale che sia il risultato, penso si debba tornare a discuterne.

La Convenzione è stato lo strumento utilizzato per la Costituzione europea, con ratifica popolare…
Penso a una Convenzione con scopo puramente redigente, che predisponga un progetto sul quale vota il Parlamento. Dopo il voto del Parlamento, di necessità, si potrà ricorrere all’elettorato, al popolo. È una via possibile.

Lo scenario si comporrà in modo diverso se vincerà il Sì piuttosto che il No?
Comunque, sia che vinca il Sì, sia che vinca No, sarà difficilissimo ritoccare la Costituzione. Se vince il Sì non vedo quali possibolità possa avere il centrosinistra, che sulle questioni costituzionali non è affatto unito, usando l’articolo138, di ritoccare i punti da correggere dell’attuale riforma. Si troverà con un testo sanzionato dall’ approvazione popolare, un testo sul quale il centrodestra darà battaglia per riuscire a conservarlo nella versione approvata. Io non voglio che una riforma così imperfetta, anche tecnicamente e giuridicamente, una riforma così malfatta possa sopravvivere: meglio ricominciare. Ma non considero nemmeno facile, se vince il No, ripartire con un processo di riforma. Però, se si pensa di intervenire con una Convenzione costituente, come quella suggerita da Barbera e altri, allora forse qualche possibilità maggiore c’è. Ma, per il momento, lasciamo da parte ragionamenti strategici, legati alla possibilità di vittoria del Sì o del del No. Consideriamo invece che se vince il Sì avremo una Costituzione riformata nella versione voluta dal centrodestra, che tale rimarrà. Se vince il No questa Riforma sarà cancellata, se si arriverà a farne un’ altra resta incerto. Allora, la domanda che dobbiamo porci è molto ingenua e molto onesta; dobbiamo chiederci: ti piace la Costituzione riformata dal centrodestra oppure no? E se ti piace voti sì, senza pensare a cosa succede dopo, se non ti piace voti no .

 

Intervista con Oscar Luigi Scalfaro

Per un settennato ha difeso la Costituzione dal Colle più alto, attirandosi anche qualche sempiterna inimicizia da chi auspicava interpretazioni più ‘elastiche’. Oggi Oscar Luigi Scalfaro, 87 anni, già membro della Costituente e poi deputato e ministro di lungo corso, ha accettato di presiedere il Comitato per il No. Salviamo la Costituzione, creato per condurre la battaglia referendaria del 25 e 26 giugno contro la riforma della Carta varata dal centrodestra. E ha svolto questo ruolo senza risparmiarsi, correndo da una parte all’altra d’Italia, partecipando a dibattiti e kermesse di ogni tipo. E suscitando entusiasmo specie tra i più giovani, accorsi in gran numero. Quali sono gli argomenti che il presidente emerito considera più convincenti per un voto contro la devolution incarnata in questa riforma? ‘L’espresso’ gliel’ha chiesto.
Se vincono i ‘No’ non si rischia di buttar via il bambino con l’acqua sporca, cioè assieme ad alcune brutture anche aspetti positivi, come la riduzione dei parlamentari?

“Si fa molta propaganda, e un po’ di demagogia, sul taglio dei seggi. Ben vengano i risparmi, magari se ne potrebbero fare di più con una sola Assemblea anziché due. Ma la decurtazione è secondaria rispetto al problema reale…”.

Che sarebbe…

“Il Parlamento è espressione del popolo: quest’ultimo paga le tasse anche per dargli voce. Sarebbe certo meglio se le due Camere costassero meno, ma è prioritario che i poteri delle Assemblee non vengano demoliti. E uno dei dati maggiormente negativi della riforma è invece proprio che il ruolo del Parlamento ne esce assai mortificato. Oggi mette al mondo il governo con la fiducia e lo manda a casa con la sfiducia; domani non solo il primo ministro verrebbe indicato dagli elettori, ciò che di fatto già avviene, non solo il premier sceglierebbe i ministri (e anche questo sarebbe accettabile), ma non dovrebbe più chiedere la fiducia e, soprattutto, la Camera non ha più il potere di dare o negare la fiducia. Nella Costituzione del ’48 Parlamento e governo sono legati da un cordone ombelicale che verrebbe reciso. Addirittura si apre la possibilità che se il Parlamento riuscisse a mandare a casa il governo, esso stesso si scioglierebbe automaticamente. In più, finora le Assemblee hanno eletto un capo dello Stato forte, d’ora in poi non sarebbe più così, anche se sta scritto che sarebbe il garante della Costituzione e dell’unità federale dello Stato: ma con quali mezzi? Con quali poteri?”.

Non le pare che tutto ciò sia un prezzo da pagare per rafforzare i poteri del premier e quindi la stabilità dei governi?

“Non è un rafforzamento: è l’onnipotenza del primo ministro che ha il potere di scioglimento senza contrappesi e garanzie. Può mandare a casa i deputati, gli unici che hanno un’investitura politica democratica, se solamente non votano una legge che lui ritiene essenziale. Per giustificare questo radicale mutamento degli assetti costituzionali vengono ricordate le molte crisi di governo che si sono verificate in passato. Ma Alcide De Gasperi ha governato per circa sette anni, passando attraverso varie crisi senza però che il presidente Luigi Einaudi avesse granché da fare: infatti De Gasperi aveva una maggioranza di governo decisamente stabile. È questo il punto importante. Poi le formule per limitare le crisi troppo facili sono molte, ad esempio la soglia tedesca per entrare in Parlamento, ed è bene scegliere la più opportuna, ma senza giungere a dare al primo ministro un potere così ampio come quello di licenziare la Camera, diminuendo – così facendo – l’importanza del voto dei cittadini. Oggi votiamo parlamentari che hanno dei poteri, domani deputati che sulla testa hanno la spada di Damocle di poter essere cacciati di punto in bianco”.

La nuova configurazione costituzionale avrebbe un effetto anti-ribaltone.

“Ribaltone è un termine propagandistico. È nato quando ero presidente della Repubblica e il governo entrò in crisi: la Lega dichiarò che non lo avrebbe più votato. Era un governo legato da una solidarietà numerica, non politica. Silvio Berlusconi venne da me a rimettere il mandato e mi chiese: lo scioglimento delle Camere, le elezioni, e il tutto da svolgere con il suo governo già dimissionario. Gli ho risposto tre no, diversamente sarei stato imputabile di alto tradimento perché avrei fatto un atto totalmente in favore di una parte e a danno dell’altra. Questo fu chiamato ribaltone. Ma dove stava scritto che avrei dovuto sciogliere le Camere perché il governo era andato in crisi? Pure nei paesi dove il maggioritario è molto radicato non esiste lo scioglimento automatico del Parlamento”.

La devolution è più pericolosa perché mina l’unità del paese, perché rende più inefficaci i processi decisionali o perché ha un costo alto?

“Certamente il punto fondamentale è che si spezza l’unità del paese. Bastano due esempi: sanità e scuola. Ci ritroveremmo con due cittadini italiani a pieno titolo, con gli stessi diritti e doveri, con le medesime necessità sanitarie, trattati in maniera molto diversa a seconda della regione in cui risiedono. È inaccettabile. L’articolo 5 della Costituzione dice che ‘la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali’. Ma se l’autonomia valica determinati limiti, l’uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini ne esce distrutta”.

Aumenterà la conflittualità Stato-Regioni?

“Già oggi il dialogo Stato-Regioni è notevolmente conflittuale, basta vedere il numero delle cause pendenti alla Corte costituzionale. Con la riforma aumenterebbero, sia perché l’indicazione delle competenze esce da quei binari fondamentali che lo Stato solo ha il dovere di indicare, come nel caso della scuola, sia perché non sono affatto delineate chiaramente nelle materie e nei loro limiti. Inoltre la conflittualità si riduce quando si ha una giurisprudenza consolidata della Consulta: ma per ottenerla ci vogliono decenni. Sorvolo sui conflitti che nascerebbero per i poteri non chiari attribuiti al Senato che nasce su base regionale e può perfino eleggere quattro giudici costituzionali: insomma, una parte si nomina i propri giudici”.

Nella sua esperienza ha mai avvertito problemi di vetustà della Costituzione?

“No. Basti pensare ad articoli come l’11 sul ‘ripudio della guerra’ e sull’accettazione ‘in condizione di parità con gli altri Stati, delle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni’. I costituenti – c’ero anch’io, giovanissimo, e molto imparai – hanno dimostrato grande lungimiranza. All’indomani della Seconda guerra mondiale compresero che i caratteri fondamentali dei conflitti erano mutati, che a farne le spese, più ancora dei soldati al fronte, erano soprattutto le popolazioni inermi delle città. Cosa sempre più vera, tanto che oggi gli storici si pongono un tremendo interrogativo: i bombardamenti sulle popolazioni civili sono atti di guerra o manifestazioni di terrorismo? E poi soprattutto la rinuncia a una parte della sovranità nazionale fu allora un luminoso sguardo sul futuro, un grande segno di civiltà”.

Il ‘No’ alla riforma è un ‘no’ a ogni cambiamento sostanziale della Costituzione?

“Quando fui eletto capo dello Stato, nel ’92, nel discorso del giuramento ho ricordato che da decenni si discuteva di riforme e ho invitato il Parlamento ad affrontarle in concreto. Ora, passati gli anni, preciso in sintesi: anzitutto non si possono toccare i principi fondamentali relativi alla persona umana. Quando si vuole riformare occorre tenere sempre presenti due vincoli. Il fine sostanziale di ciò che viene cambiato deve essere l’utilità del cittadino; inoltre, ogni mutamento deve essere approvato da una maggioranza ampia, non meno dei due terzi, come ho sempre sostenuto anche da presidente. Non è un caso che oggi siamo alla vigilia di un referendum confermativo: i costituenti, che nel ’47 votarono la Carta con quasi il 90 per cento dei consensi, previdero questo passaggio qualora le modifiche non avessero ottenuto almeno i due terzi dei voti. Oggi quindi siamo di fronte a una legge ‘sospesa’, a cui manca il voto referendario. Secondo l’articolo 138 della Costituzione il referendum può essere richiesto da un quinto dei componenti della Camera, o del Senato, o da almeno cinque consigli regionali. Tutto ciò è stato fatto, ma noi responsabili del Coordinamento nazionale abbiamo ritenuto essenziale raccogliere anche le firme popolari perché tutti siamo consapevoli che la Carta è di ciascun cittadino”.

Per cambiare la Costituzione basta l’articolo 138 o dobbiamo pensare a una Costituente o a una Convenzione?

“Penso che il 138 sia sufficientemente saggio, aggiungerei però la soglia dei due terzi al posto della maggioranza assoluta attuale. In fin dei conti già oggi, se il Parlamento vota con la maggioranza dei due terzi, le modifiche costituzionali possono venire promulgate subito, senza l’attesa di tre mesi altrimenti necessaria. Quanto alla creazione di una Costituente, mi sembra fosse una strada obbligata nel ’46: lo Statuto albertino era morto schiacciato dalle riforme dittatoriali e il 25 luglio ’43 con il regime erano cadute anche le istituzioni. Oggi mi sembra assai meno necessaria, in presenza di una Costituzione operante. La Convenzione, infine, altro non è che una commissione. Non mi pare che nel caso della Costituzione europea abbia dato buona prova, a giudicare dalle bocciature raccolte. Ma è pur vero che quella Convenzione è stata espressione dei governi e non dei Parlamenti che le avrebbero dato base più autorevole”.

Tra i sostenitori del ‘Sì’ ve ne sono che promettono modifiche dopo il referendum. Promesse speculari provengono da molti sostenitori del ‘No’. Che ne pensa?

“Sono posizioni idonee a creare confusioni, perché possono parere simili: ‘poi si discute’. In realtà sono diametralmente opposte. Quando si vota ‘No’ si cancella ciò che è stato scritto e poi ci si mette intorno a un tavolo sul quale non c’è nessun progetto precostituito. Se invece prevalgono i ‘Sì’, anzitutto il capo dello Stato deve promulgare la legge, anche se entra in vigore qualche tempo dopo. L’impegno a discuterla è un impegno politico, non costituzionale. Nel frattempo si dà il crisma di legge costituzionale alla riforma e modificarla diventa assai difficile”.

di Paolo Forcellini
da l’Espresso

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