Free Gaza Movement: e’ sbarcata DIGNITA’ a Gaza.
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Ancora una volta, LA STORIA SIAMO NOI.
Contro ogni fascismo che nega la vita, un’altra esaltante vittoria dei diritti umani.
Nave di FREE GAZA rompe l’assedio di Gaza.
Ti ringrazio, tu sai chi sei, per il pacco pieno di tesori che ho ricevuto dai fratelli del Free Gaza Mov. appena attraccati al porto di Gaza (vedi ultimo fotogramma servizio al jazeera).
fotogallery dal washingtonpost:
tesoro giunto a destinazione:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902042.html
a DIGNITY smoking:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902047.html
il fratello Joe Fallisi rompe l’assedio:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902062.html
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902052.html
Il premio Nobel Mairead mcGuire:
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/photo/2008/10/29/PH2008102902057.html
Vittorio Arrigoni
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Sono partiti questo pomeriggio alle 5.00 spaccate.
“La SS Dignity con il suo carico 27 civili disarmati, e una tonnellata di medicinali urgenti, sta veleggiando verso Gaza. Stiamo navigando su acque territoriali Cipriote, verso acque internazionali, diretti verso le acque territoriali di Gaza. Non rappresentiamo nessuna minaccia alla sicurezza di Israele, non andremo in nessun modo vicino ad acque Israeliane, e oltretuttto, Israele non ha alcun diritto legale di interrompere violentemente la nostra missione” (Huwaida Arraf).
L’altra volta, la prima, storica,
invitammo Tsipi Livni ad accompagnarci, ora abbiamo invitato il ministro degli Esteri israeliano Aharon Abramovitz e quello della Difesa, Ehud Barak.
Per educarli sui devastanti effetti della politica genocida di punizione colettiva che Israele sta imponendo alle famiglie di Gaza. Per far comprendere loro di prima mano cosa ha comportato in termini di dramma la violenza israeliana alla popolazione civile di Gaza.
Ci sono a bordo della Dignity medici, attivisti, e Mairead Maguire, premio nobel per la Pace del 1976, che ha dichiarato: “La popolazione di Gaza fa parte della nostra famiglia di essere umani. Il governo israeliano non può tagliare fuori Gaza per sempre. Noi torneremo ancora ancora fino a quando non ricomporremo al nostra famiglia. Stiamo andando a visitare la nostra famiglia, e Israele non ha il diritto di fermarci.”
Arriveranno alle 8 circa di domattina.
Io cercherò di essere sul primo peschereccio che darà loro il benvenuto,
come a me lo diedero migliaia e migliaia di palestinesi esultanti quello storico 23 agosto.
La pelata del mio capitano Dereck, la maturità di David, il sorriso di Theresa, la simpatia di Coweida, (che non vedo dall’anno scorso nel campo profughi palestinese di Beddawi in Libano), gli occhi di Huwaida. Il vocione del fratello tenore Joe Fallisi, con cui andrò a cantarle forte e chiaro dinnanzi alle barriere dell’odio israeliano che segrega un milione e mezzo di esseri umani.
Salterò a bordo della Dignity e il mio abbraccio sarà quello ancora una volta di una popolazione allo spasimo,
a cui la speranza ridona vita.
Vittorio Arrigoni
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Free Gaza Movement: Scrutando l’orizzonte per avvistare DIGNITÀ Leggi l'articolo »
“Ulivo”,
se in arabo è “Zetun”,
in inglese è “Olive”.
Olive,
O-Live!!!,
un’ode alla vita tramandata da generazione in generazione,
fra i popoli di questa terra che da tempi immemorabili si nutrono del suo succo più prezioso.
In Palestina, come per uno scherzo della natura,
l’ulivo, universalmente riconosciuto come il simbolo della pace,
trova il clima più adatto per la sua crescita.
Se la pace da queste parti è solo un miraggio,
anche l’ulivo non se la passa bene;
è infatti in via di estinzione, dalla seconda Intifada,
più di mezzo milione di ulivi sono stati sradicati dalle terre palestinesi.
Per mano militare, o colone israeliana.
È stato calcolato che gli ostacoli posti tra gli agricoltori palestinesi e i campi coltivati sono oltre 500, cui si aggiungono tutte le complicazioni legate al tracciato del muro dell’apartheid costruito illegalmente da Israele. Quando sarà completo, su nove milioni di alberi di ulivo censiti nella Palestina Occupata, un milione sarà irraggiungibile.
Se nella West Bank i contadini che fanno affidamento alla raccolta delle olive per sopravvivere, devono subire i ripetuti attacchi dei coloni,
qui a Gaza è direttamente l’esercito israeliano che li sradica,
come ottemperando ad un preciso piano criminale,
per far sì che l’indigenza fra i palestinesi si aggravvi,
fino a che punto mi domando io,
ghetto di Varsavia?
In Palestina, l’ulivo è apprezzato per la sua presenza storica, la sua bellezza, il suo significato simbolico e, cosa più importante per la sua rilevanza economica.Gli ulivi sono una delle principali colture commerciali per la Palestina, e molte famiglie che da essa dipendono per la loro sussistenza. Oltre alle famiglie proprietarie dei campi, la raccolta delle olive coinvolge direttamente migliaia di persone, dai raccoglitori ai lavoratori delle macine, passando per chi si occupa del trasporto e della vendita dell’olio, che rappresenta il 22 percento della produzione agricola palestinese.
Sradicare un antico ulivo è come una decisione di confisca della memoria, e forse è per questo che sionisti ed esercito israeliano pare ci provino gusto. Cancellare dalla loro memoria che la terra che stanno occupando non gli appartiene, ma è usurpazione, furto, diritto negato.
Ci siamo recati dai contadini di Beit Hanoun,
e abbiamo raccolto con loro le loro olive,
nei loro campi, vicino al confine israeliano,
dove per due volte mezzi militari e bulldozer hanno invaso,
e raso al suolo ogni cosa.
Compresi migliaia di alberi d’ulivo, molti dei quali vecchi di 50 anni.
L’ultima volta due mesi fa,
scusate, ma non ci avevano raccontato che Gaza non era più sotto occupazione?
I contadini palestinesi di questa zona hanno perso dai 150000 ai 200000 mila ulivi.
Abbiamo raccolto con loro perchè mentre ripiantano nella loro terra nuovi ulivi spesso i soldati israeliani gli sparano contro, altre volte li arrestano.
Mahmoud Darwish scriveva:
“hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto sassi
e ho sentito che il tuo governo esproprierà
anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame
attento alla mia rabbia”
Possibile che a Tel Aviv nessuno si renda conto di questa tragica realtà?
Se la fame imposta da Israele ai pacifici contadini palestinesi si tramutasse in cannibalismo, non sarebbe certo una fatalità.
Darwish scriveva anche:
“qui il nostro sangue pianterà il
suo ulivo”.
E in effetti,
hanno raso al suo campo di ulivi
e ci hanno fatto cimiteri.
Hanno sradicato alberi millenari per issarvi fin dentro la terra,
le lapidi di chi di quella terra da millenni si sfamava.
Ora sono i palestinesi uccisi a sfamare la terra, a farsi concime
per nuovi ulivi che dovranno sfidare i cingoli dei carriarmati, oltre le impervietà del tempo,
esattamente come ogni contadino palestinese.
Altri ulivi sono già sorti,
si nutrono della cancrena, del sangue di chi chiedeva solo di coltivare il simbolo della pace.
Facciamo qualcosa per arrestare questa emoraggia,
è un’emergenza.
restiamo umani
Vik in Gaza.
Vittorio Arrigoni
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Per mantenermi qui a lottare per i diritti umani,
per restare umano, ho bisogno di tutto il sostegno umano possibile,
innanzitutto simbolico, e se qualcuno ne ha possibilità monetario.
Ringrazio coloro di cui ho notizia sino a oggi hanno contribuito finanziariamente alla nostra causa,
l’importo non importa, il gesto è ciò che conta.
Don Nandino (tonaca pasionaria), Cinzia, Sabine, Gabriele ZAX, Daniele, Massimo.
grazie a tutti voi,
Vik
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Free Gaza Movement: O LIVE!!! (ode all’ulivo e alla vita) Leggi l'articolo »
Orgogliosamente,
riporto qui parte del discorso del 63esimo Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
che in occasione del Secondo Giorno Internazionale sulla Non Violenza (2 ottobre), in memoria di Ghandi,
ha parlato così di NOI:
“I successori di Gandhi e di Luther King nel ventunesimo secolo hanno portato avanti altri esperimenti per dimostrare il potere della verità non violenta per ottenere giustizia e pace in ogni angolo del mondo – compreso, proprio negli ultimi due mesi, a Gaza. Il Free Gaza Movement è riuscito a rompere l’assedio di Gaza attraverso un’azione diretta e non violenta. Dopo essere salpati da Cipro, 44 attivisti provenienti da 17 paesi diversi, il 23 agosto 2008 sono riusciti, a bordo di due piccole barche di legno, ad attraccare al porto di Gaza, dove la popolazione assediata li ha accolti con entusiasmo. Questa iniziativa non violenta ha permesso ai Palestinesi di entrare e uscire liberamente dalla loro stessa terra per la prima volta dopo 60 anni. Come ha sottolineato Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nei Territori Occupati Palestinesi, si tratta ora di capire se il coraggio e l’impegno del Free Gaza Movement “potranno risvegliare la coscienza dell’umanità di fronte ad una tragedia in continua espansione”.
Partendo dall’innovativa attività di Gandhi e di Luther King arrivando fino all’attuale esempio del Free Gaza Movement, possiamo renderci conto di come il potere di trasformazione della non violenza si trovi, in questo nostro momento storico, ad un bivio. Avendo sviluppato e prodotto noi stessi, con la guerra, i mezzi da usare per la nostra stessa estinzione, siamo chiamati all’appello dalla Verità, a presentarci al centro della nostra esistenza, per svoltare verso una modalità di trasformazione non violenta che ci faccia approdare ad un futuro di giustizia e pace.
In una delle mie numerose dichiarazioni durante il Dibattito Generale dei leader mondiali all’Assemblea Generale che si è appena conclusa, ho detto: “O ci ameremo l’un l’altro o moriremo”. Oggi – miei cari fratelli e sorelle – io vi dico qualcosa di equivalente: non violenza o non esistenza.
Possa SATYAGRAHA occupare il posto centrale che merita di occupare nelle nostre vite!”
qui il link: http://un.org/ga/president/63/statements/idn21008.shtml
Sulle tracce di Ghandi,
impariamo a restare umani.
Vittorio Arrigoni
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Free Gaza Movement: un esempio per risvegliare la coscienza dell’umanità Leggi l'articolo »
ferite di pace Vittorio Arrigoni
Mi sono recato a sfilarmi i punti all’ospedale Al-Awda,
è rimasto sulla pelle scarificata a vita, un ricamino niente male (todà Israel),
come la dentatura di un vorace squale meccanico,
che da sempre infesta queste acque predando le sue vittime assiediate,
pescatori palestinesi.
Di quanto sangue innocente si è fatta pastura per la fauna ittica che popola le acque dinnanzi a Gaza?
Attendo impaziente che il mare plachi la sua ira,
e ci permetta di tornare al largo a pescare, a rivendicare il diritto violato,
diritto alla vita, quantomeno alla sopravvivenza per questa gente immersa nel suo legittimo spazio marittimo.
Ci sono svariegate ragioni per cui usciamo a pescare coi palestinesi,
alcuni visibilmente concrete e vitali, altre dai connotati simbolici, ma non meno essenziali.
Una giornata al largo con noi, a detta dei pescatori equivale ad una settimana di ordinario lavoro,
quando senza internazionali a bordo non si arrischiano a spingersi più di qualche miglia dal porto, dove il pescabile è miserevole,
perchè se lo fanno sono morti, feriti quando va bene.
(vale la pena ricordare che prima dell’assedio imposto da Israele, erano oltre 3.500 i pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia a Gaza; di questi, oggi solo 700 continuano a impegnarsi in un settore che dava lavoro ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e le migliaia di famiglie di pescatori locali, che oggi a stento sopravvivono)
Il giorno dopo una nostra battuta di pesca, il prezzo del pesce al mercato si vende a prezzo stracciato.
C’è più offerta, i prezzi calano, più bocche si sfamano.
I proprietari di diversi pescherecci, prima del nostro arrivo, erano seriamente intenzionati a vendere le barche, per via del prezzo del carburante elevato, e nessuna prospettiva di reddito futuro. Ora, oltre a effettivamente contribuire a maggiore redditi, ci hanno comunicato più volte quanto il nostro supporto abbia funto a iniezione benefica di speranza,
inoculata in una umanità che di speranza era in crisi di astinenza.
Oltre ai palpabili successi che le nostri azioni in mare ottengono, ve ne sono altri simbolici altrettanto edificanti come quelli pratici.
Con la Free Gaza e la Liberty abbiamo aperto il porto di Gaza, coi rudimentali pescherecci palestinesi cerchiamo ogni giorno di aprirne il mare, consapevoli che non è solo per i pescatori, ma per i palestinesi tutti, che ci attiviamo ostinatamente nel rivendicare il loro diritto ad una vita liberata dalla schiavitù della prigionia, l’assedio, il crimine contro l’umanità di cui si macchia Israele.
Se l’esercito israeliano, o il burattinaio che ne muove gli spinati fili in Israele,
ritiene d’avermi messo fuori gioco dopo la ferita che mi hanno inferto,
voglio dichiarare una cosa sola,
poveri illusi.
Me, Darlene, Donna, Fiona, Jenni, George, Andrew,
dovrete ammazzarci tutti,
prendervi la responsabilità dinnazi al mondo ed ad un Dio,
che nella Torah come nel Corano non giustifica in alcun modo l’omicidio di innocenti a sangue freddo.
Farci fuori tutti.
Mi piacerebbe riuscire ad interloquire coi soldati israeliani che ci attaccano ogni giorno, che ho scorto da così vicino da focalizzare il bianco nei loro freddi occhi, l’ultima volta quando mi hanno ferito;
chiedere loro se davvero ritengono che sparare a dei civili disarmati, internazionali o palestinesi, mentre sopra vascelli palestinesi semplicemente pescano, in acque palestinesi,
se tutto questo per loro significa davvero IDF, ovvero difendere lo stato d’Israele.
Come pacifista non me lo auguro in nessun modo,
ma davvero non mi sorprenderei affatto se un giorno, uno di questi giovanissimi pescatori palestinesi,
a cui Israele nega la speranza di una vita degnamente vissuta, collezionati lutti su lutti, di padri, amici, fratelli,
uccisi o feriti o seppelliti per anni in qualche inumana prigione israeliana,
dicevo non mi soprenderei se uno di questi decidesse di mollare le reti e imbracciare un kalashinikov.
Perchè è questo che insegna Israele, con le sue navi da guerra, le incursioni, l’occupazione militare dei confini,
ai giovani palestinesi di Gaza,
imponendo l’assedio come punizione collettiva, negando diritti umani,
Israele si fa responsabile della messa a rischio di tutta la sua cittadinanza, da Ashkelon a Tel Aviv,
insegnando l’odio alle sue vittime innocenti,
impartendo ai palestinesi quotidiane lezioni di puro odio incancrinito.
Continueremo ad andare per mare, per nulla intimoriti dalle avvisaglie di terrore che la marina israeliana ci spara contro, finchè la politica, l’attivismo di alto bordo, quella che si ritiene la società civile impegnata, la smettano di voltare così vergognosamente le spalle a quella che Nelson Mandela definisce “la questione morale dei nostri tempi”.
Vogliamo dimostrare ai palestinesi che qui ci hanno adottati,
che sussiste nel mondo ancora una minoranza di uomini e donne disposti a riscattare sulla propria pelle, ora cicatrizzata,
tutta l’omertà e l’indifferenza di una maggioranza apatica dinnanzi a questa immane tregedia.
Io credo che siano tanti gli esseri umani ancora immuni al virus dell’indifferenza e all’egotismo,
ovunque sul pianeta,
e per questo che vi chiamo all’appello,
non lasciateci soli,
non voltate le spalle dinnazi al vostro fratello succube di una profonda ingiustizia.
Venita a darci umano,
o in qualche modo sosteneteci,
Da lontano siateci vicini.
Restate,
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Banca Popolare Commercio & Industria
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Se Free Gaza è in rosso, l’Ism è al verde,
pure Vik ha le tasche bucate.
Se potere, anche poco, donate.
Come hanno fatto Cinzia, Luana e ancora Felicina, veri e propri angeli planati su questa terra.
Contattatemi e vi sarà spiegato dettagliatamente dove finiscono le vostre donazioni.
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Vostro,
volto ancora umano,
Vik.
IL BLOG PALESTINESE DI VITTORIO ARRIGONI
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