Luglio 2005

quando la vacanza confina con la morte.

Il tumore si propaga,
trova terreno fertile
nell’ignoranza,
nella presupponenza.
.
 
Pretendiamo di andare a innescare
l’orrore della guerra
in Afghanistan,
poi in Iraq
chiudendo gli occhi sulla tragedia della  Palestina
(“che  crepino pure questi porci di musulmani”)
e poi partire belli tonti e beati sicuri di esser al sicuro in paradisi artificiali egiziani.
.
 
Qualcuno dovrebbe scrivercelo,
sui deplians turistici
che anche se non così non pare,
l’artificiale Sharm el-Sheick si trova in Egitto,
e l’Egitto confina con Gaza
:

Sharm el-sheick day of 23/07/2005

Gaza, many days of last years

Sharma el-sheick

Gaza

Sharm el-Sheick, il giorno 23 luglio 2005

Gaza, molti giorni di quest’anno.
(Gaza, April 2002. Palestinian teenager Samira finds her neighbour’s eight-member family dead under their house destroyed in an Israeli attack)
.
Il tumore si propaga,
non capisco allora la sorpresa,
quando ben inteso che l’orrore della guerra
oggi sa come traslocare coi suoi devastanti scenari dinnanzi alle nostra case (londinesi, prossimamente romane?)
come non è automatico concepire quanto facile
è sterminare le nostre vacanze
qualora si organizzano proprio ai confini delle tragiche  uccisioni di speranze.
.
 
Una volta estirpato il male della guerra,
e i motivi di una disperazione kamikaze
ecco che il terrorismo non troverà più alcun terreno fertile in cui proliferare.
.
.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

La cartolina odierna,
spedita a qualche giorno di distanza dalla carneficina egiziana
è l’immagine che mi viene evocata da quelle foto che i turisti oggi  
scattano divertiti dinnanzi alle rovine di cenere e putrefazione.

.
 
Mi immagino un turista steso su di una spiaggia di Sharm
e a fianco a lui un cadavere carbonizzato.
Il turista fa al morto:
brucia oggi il sole eh?
.
macabro ma mai tanto cinico
come il mondo reale.

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Jean Charles de Menezes, in cerca di giustizia

Protesta il governo brasiliano, la famiglia farà causa alla polizia inglese

di red.

 

 Jean Charles de Menezes, il giovane elettricista brasiliano ucciso per errore da agenti speciali britannici lo scorso venerdì 22 luglio, aveva il visto scaduto. Un visto da studente, che consente di lavorare un limitato numero di ore. Lo riferisce la televisione britannica Bbc. Ecco probabilmente perché il ragazzo, vedendo la polizia, è fuggito: temeva di essere arrestato ed espulso come clandestino. 

La famiglia di Jean Charles de Menezes, ucciso a 27 anni per errore, sta ora pensando di avviare un’azione legale contro la polizia inglese per la morte del loro congiunto. Lo affermano i cugini che vivevano con lui in un appartamento vicino alla stazione della metropolitana di Stockwell dove il ragazzo, un elettricista di 27 anni che stava andando al lavoro, è stato colpito alla testa da cinque colpi di pistola sparati a bruciapelo da agenti in borghese.

Il giovane era fuggito, senza fermarsi alle intimidazioni di “alt” che gli avevano gridato gli agenti, mentre lo inseguivano fin sopra un treno del Tube. Il governo britannico e Scotland Yard si sono rammaricati per il tragico errore, ma hanno ribadito che rimane valida la regola di «sparare per uccidere» nel caso le forze di sicurezza si trovino ad affrontare un possibile attentatore suicida.

La protesta del governo brasiliano
Dure reazioni anche dal Brasile. In un secco comunicato il governo brasiliano ha fatto sapere di essere «in attesa di spiegazioni». Il ministro degli esteri del Regno Unito, Jack Straw, incontrerà a Londra il suo collega brasiliano, Celso Amorin, a cui presenterà le scuse formali per l’accaduto. Le autorità britanniche hanno già assicurato al governo di Brasilia che effettueranno una «investigazione completa» sulla morte di de Menezes. «Mi hanno garantito che le indagini verteranno non solo sulle circostanze dell’uccisione, ma anche sui motivi che hanno portato ad essa», ha reso noto Amorim.

«Per ora nessuno mi ha accennato ad un indennizzo, anche se il fatto che le autorità abbiano ammesso che la polizia si è sbagliata sembra implicare un passo in questo senso», ha anche sottolineato il ministro, in un’intervista rilasciata ai media radiotelevisivi brasiliani.

Attraverso gli stessi media, il capo della polizia londinese Ian Blair, dopo aver ammesso che la morte di Menezes «è stata un errore», ha chiesto scusa ai suoi familiari. Uno di essi, il cugino Cleber Rabelo, ha però assicurato che finora né il governo brasiliano né quello britannico «hanno preso contatto con noi», precisando che solo «l’ambasciata brasiliana a Londra si sta adoperando per far sì che i resti di Jean Charles vengano rimpatriati al più presto».

In proposito, mentre Cleber Rabelo ha definito «mostri» i poliziotti che hanno ucciso il cugino, un’altra sua parente, Leide Menezes de Figueiredo ha reso noto di aver saputo dai cugini che risiedevano a Londra insieme allo scomparso che «la sua salma ci verrà restituita solo tra 15 giorni, perché prima deveno concludersi le indagini».

Intanto, mentre i media brasiliani dedicano un certo spazio all’avvenimento – ma prevale l’interesse per la grave crisi politica in corso – è in subbuglio la cittadina rurale di Gonzaga, nello stato di Minas Gerais, 800 chilometri al nord est di San Paolo, dove de Menezes era nato. Mentre i giornali pubblicano una foto dei vecchi genitori con in mano una foto del figlio, la nonna Zilda Ambrosia de Figuereido ha assicurato: «mio nipote era cattolico. Era un bravo ragazzo, amico di tutti, che non aveva alcun motivo per diventare un terrorista, e che stava lavorando a più non posso poiché voleva tornare a vivere con noi tra sei mesi».

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polizia londinese a scuola di morte in Israele

Londra, un brasiliano l’uomo ucciso per errore dalla polizia

 

LONDRA (Reuters) – La polizia britannica che dà la caccia agli attentatori ha ammesso di aver ucciso per errore un elettricista brasiliano, un episodio che mette in discussione il modo in cui si intende dar la caccia ai militanti nel timore che colpiscano ancora.

Nel corso della gigantesca caccia all’uomo, la polizia ritiene anche di aver individuato un collegamento tra i due gruppi di attentatori che hanno colpito due volte Londra. La polizia sulle tracce degli uomini che avevano tentato di colpire il sistema di trasporti di Londra venerdì scorso hanno inseguito ed ucciso a colpi d’arma da fuoco un uomo che uscito da uno degli edifici sotto sorveglianza non si era fermato all’alt intimatogli.

La polizia, esprimendo rincrescimento per la tragedia, ha detto che la vittima innocente si chiamava Jean Charles de Menezes, ed era un elettricista di 27 anni che viveva a Londra da tre anni.

Il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim ha chiesto chiarimenti alla Gran Bretagna riguardo l’uccisione.

La cugina della vittima, Lady Menezes, ha detto: “E’ un’ingiustizia, occorre fare qualcosa”.

Gli esperti di sicurezza affermano che la polizia ha chiaramente adottato una strategia “spara per uccidere” nei confronti dei sospetti attentatori.

L’esperto di antiterrorismo Robert Ayers del Royal Institute of International Affairs sostiene che la polizia ha “dimostrato di agire da ora in base al principio che se sospettano che qualcuno sia un attentatore, e che minacciare la gente, hanno l’ordine di sparare per uccidere”.

Massoud Shadjareh della Commissione Islamica per i Diritti Umani ha detto che l’uccisione è una diretta conseguenza del fatto di aver inviato funzionari di polizia in Israele per essere addestrati su come prevenire gli attentati suicidi.

“Dare alle persone licenza di uccidere così, sulla base di un sospetto, fa paura”, ha detto Azzam Tamimi dell’Associazione musulmana della GRan Bretagna.

Ma l’ex capo della polizia di Londra John Stevens difende la tattica.

“Ho mandato squadre in Israele ed altri Paesi colpiti dagli attentati suicidi dove abbiamo imparato una terribile verità. C’è un solo modo per fermare un attentatore suicida deciso a portare a termine la sua missione: distruggere all’istante il suo cervello. Il che vuol dire colpirlo alla testa in modo devastante uccidendolo all’istante”, ha scritto su News of the World.

 


 

Peccato che Israele insegni a devastare i cervelli dei sospetti, e non dei terroristi,

per cui anche la testa brasiliano vestito fuori stagione diviene bersaglio di uno nuovo sport mondiale,

il tiro al sospettato.

guerrilla radio

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CONTRO LA CACCIA E IL CACCIATORE

Allodola
Alzavola
Beccaccia
Beccaccino
Camoscio
Capriolo
Canapiglia
Cesena
Cervo
Cinghiale
Codone
Colombaccio
Coniglio selvatico
Fagiano
Fischione
Folaga
Gallinella d’acqua
Gallo forcello
Germano reale
Lepre bianca delle Alpi
Lepre comune
Marzaiola
Mestolone
Merlo
Minilepre
Moretta
Moriglione
Muflone
Pavoncella
Pernice bianca
Pernice rossa
Quaglia
Starna
Tordo bottaccio
Tordo sassello
Tortora
Volpe

http://www.cacciailcacciatore.org/

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SANGUE SECCO SULLA NOSTRA MENTE D’ASFALTO

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d’anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido
d’Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l’odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,

appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La “salvia splendens” luccica, copre un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita”

( Piazza alimonda- Francesco Guccini)

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paolo borsellino. manfredi: nulla è cambiato

Tredici anni fa l’attentato a Paolo Borsellino. Per il figlio «nulla è cambiato»

 di red

 Bastarono 57 giorni alla “cupola” per eseguire la condanna a morte di due giudici simbolo della lotta alla mafia. E per separare una coppia di amici fraterni, che insieme, siciliani e orgogliosi della loro terra, credevano di poter cambiare qualcosa. L’asfalto dipinto di rosso ricorda ancora il tratto di strada che collega Capaci a Palermo sotto cui era nascosto l’esplosivo che fece saltare in aria l’auto su cui viaggiava Giovanni Falcone, la moglie e diversi uomini della scorta. Era il 23 maggio del ’92 e quel boato risuonò nella testa di Paolo Borsellino come una campanella di richiamo. Da allora, e fino al 19 luglio, lui si definì «un morto che cammina». Perché la mafia gli aveva tolto un “fratello” e perché sentiva che neanche lui sarebbe sfuggito. La sua storia si conclude in via D’Amelio. Le immagini della televisione raggiungono gli italiani ancora in vacanza. Una scena di guerra, portata nel cuore di Palermo in un pomeriggio caldissimo. Tutta la città partecipa del rituale di morte deciso dai capi mafia: prima il boato fragoroso, quasi un memento per i siciliani, poi l’alta colonna di fumo nero visibile fino a chilometri di distanza. 

Tredici anni da quei fatti. Gli anniversari si susseguono accompagnati dalle buone intenzioni. Le indagini per fare luce sulle due “condanne a morte” hanno scavato nelle stanze della “cupola” senza riuscire a trovare una verità definitiva. Sono in carcere Totò Riina e Antonio Giuffrè mentre è latitante Bernardo Provengano. Sono stati condannati anche gli esecutori delle stragi, come Giovanni Brusca che aveva attivato con un telecomando l’esplosione del tritolo dalle colline di Capaci, o Salvatore Profeta che in via D’Amelio aveva attivato il detonatore posto su una 126 imbottita di tritolo. Mancano ancora i mandanti.

L’Assemblea regionale siciliana, in collaborazione con il Teatro Biondo Stabile di Palermo, ha organizzato una due giorni per ricordare Paolo Borsellino. Lo spettacolo «La forza della memoria», allestito con il contributo di artisti e intellettuali come Lorenzo Ferrero e Matteo D’Amico, i giornalisti Felice Cavallaro e Tano Gullo e la scrittrice Dacia Maraini. Nel Cortile Maqueda di Palazzo dei Normanni a Palermo si vedranno le immagini di Pippo Ardini. Non presenzierà Rita Borsellino, che non ha mai amato le celebrazioni ufficiali e nemmeno il figlio del giudice, Manfredi, che sembra rispondere a distanza ai politici siciliani con una lettera spedita al convegno «Antimafia 2000», organizzato a Palazzo Steri a Palermo: «Se, nonostante l’esplosione di strade e autostrade, continuiamo a commettere gli stessi errori, ossequiando il potente di turno per trarne favori personali non dovuti, avvicinando o facendoci avvicinare da personaggi equivoci per il solo fatto che possono essere utili alla nostra causa, allora non ci dobbiamo stupire di una lapide imbrattata o del figlio di un mafioso che fa affari con il patrimonio sporco di sangue del padre, nè che accadano in futuro episodi del genere». Nella lettera si legge un duro attacco anche a Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per mafia. In sostanza «nulla è cambiato».

Da Gorizia a Palermo poi si svolgerà «Pasta libera tutti», manifestazione promossa dai giovani della Margherita, in collaborazione con «Giovani per la Costituzione». In ogni piazza sarà organizzata una cena con i prodotti dell’associazione «Libera», fondata e presieduta da don Luigi Ciotti, che da oltre dieci anni coltiva i terreni confiscati alla mafia. A Roma l’iniziativa si terrà nell’ambito della festa della Margherita: i tavoli saranno allestiti nei giardini di piazza Cavour e ai fornelli del bar «I professionisti», che metterà a disposizione la cucina, si metteranno i Giovani della Margherita.. A Palermo l’iniziativa rientra nell’ambito della manifestazione «48 ore per la legalità» e vi parteciperanno Rita Borsellino, don Luigi Ciotti e Nando Dalla Chiesa. Oltre Roma e Palermo, ospiteranno la manifestazione anche Rimini, Bologna, Parma, Pavia, Torino, San Benedetto del Tronto, Fermo, Matelica, Porto Recanati, Ancona, Nizza di Sicilia, Bari, Trapani, Alcamo, Messina, Catania, Caserta, Terlizzi, Monopoli, Prato, Gorizia, Vibo Valentia, Piacenza, Cagliari, Sulmona, Forlì, Ferrara, Chieti.

C’è chi ricorderà il lavoro del giudice in mezzo ad un incrocio. Il consigliere regionale dei Comunisti Italiani del Veneto Nicola Atalmi ha invitato i padovani all’incrocio tra via Borsellino e via Falcone alle 16 mentre l’Unione nazionale cronisti-Gruppo siciliano e la sezione distrettuale di Palermo dell’Associazione nazionale dei magistrati, si ritroveranno nel «Giardino della memoria». Alle 17 saranno nell’appezzamento di via Ciaculli di proprietà del Comune, confiscato alla mafia e poi affidato all’Unci e all’Associazione nazionale dei magistrati.

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su telepadania gli extracomunitari ballano (solo lì)

i ministri si indignano

Il falso scoop di Telepadania

 

«Su TelePadania, e solo lì, questa settimana passano le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra», scrive furente sulla Padania Roberto Castelli. «Sono contenti, evidentemente perché un po’ di cani infedeli sono stati fatti a pezzi. Per queste immagini si indignano solo gli uomini della Lega. Per gli altri media, tutti gli altri, la notizia non esiste neppure».
Verissimo, signor ministro: infatti si tratta di una bufala. Padana, ma bufala. Sia chiaro: con l’aria che tira una manifestazione di esultanza per le bombe di Londra dovrebbe essere repressa con la massima durezza. Chi istiga a delinquere va colpito senza pietà, l’acqua torbida in cui nuota il pesce terrorista va prosciugata e il Corriere, al contrario di quanto scrive il Guardasigilli, ha sempre avuto su questi temi posizioni nette: niente indulgenze.
Detto questo, con l’aria che tira, è bene inquadrare i nemici senza sollevare polveroni. Anche Winston Churchill, dopo la dichiarazione di guerra mussoliniana, disse degli italiani immigrati: «Acciuffateli tutti». E finirono in galera, per poi morire sull’«Arandora Star» affondata dai tedeschi, mentre venivano avviati a un campo di prigionia canadese, anche esuli anti-fascisti come Decio Anzani ed ebrei rifugiatisi in Inghilterra dopo le leggi razziali come Umberto Limentani. Guai a fare di ogni erba un fascio. Tanto più se fai il ministro. Più il nemico è insidioso, più devi pesare le parole.
Ma partiamo dall’inizio. Siamo a Cento, un paesotto tra Ferrara e Bologna. È venerdì 8 luglio. Un uomo racconta a un cronista del quotidiano regionale: «Mentre l’Inghilterra piange e l’Italia trema, qualcuno giovedi sera ha ballato. Vedere quella scena mi ha fatto male al cuore. Era mezzanotte e nel piazzale dell’autostazione una decina di extracomunitari si abbracciavano e ballavano. Mi sono fermato per capire: mi hanno detto, con il sorriso, di starmene buono, che tra poco comanderanno loro e che la loro era una danza in onore dei kamikaze».
Il teste si chiama Erminio Gamberini, è un omone grande e grosso sulla sessantina, fa l’artigiano e a Cento lo conoscono tutti. Fanatico del body- building, racconta d’essere «amico di Schwarzenegger», di non essere mai andato a trovarlo a Los Angeles «per paura dell’aereo» e di essere culo e camicia anche con Lou Ferrigno, l’«Incredibile Hulk». Ignoto o quasi ai parroci della zona, è però un crociato del crocifisso, che minacciò tempo fa di affiggere in tutte le scuole: «Li ho fatti fare apposta ». Nemico giurato degli immigrati, gira con un basco e un manganello e al Corriere si presenta così: «Sono il capo dei Guardian Angels». Al giornale regionale, conoscendolo, non lo prendono troppo sul serio. Ma il giorno dopo le bombe di Londra, con tutte le polemiche in corso…
Fatto sta che la notizia, troppo ghiotta, esce: «Un testimone di Cento racconta così il suo personale incontro con l’orrore». I carabinieri fanno un salto sulla sedia: ma come, un ballo in piazza per festeggiare le bombe di Londra? Aprono un’inchiesta, ascoltano la gente che vive in zona, si fanno raccontare i fatti dall’autore della denuncia. E giungono alla conclusione che, minimo minimo, la notizia è stata, diciamo così, molto gonfiata.
Il quotidiano locale concorrente fa un’inchiesta parallela. Parla coi vicini: niente. Parla con la donna, Paola Ortensi, che gestisce il bar della Stazione: nonostante abbia buoni motivi per lamentarsi di certi gruppetti di immigrati che battono la zona, dice che, spiacente, anche lei non ne sa nulla. Parla con gli esponenti più in vista della comunità straniera e quelli non solo cadono dalle nuvole ma condannano durissimi la carneficina londinese.
Il Comune stesso, retto da una giunta civica, si dà da fare per accertare i fatti e fa un comunicato per spiegare che, al massimo, si è trattato di un equivoco tra un cittadino esasperato e «quattro ubriachi». Anche il parroco Alfredo Pizzi, che sta a Cento da 45 anni e conosce sia l’Erminio sia moltissimi extracomunitari, non ha dubbi: «È un fatto che non ha fondamento ».
Ma come la fermi un’onda ormai partita? Mario Borghezio, raccolti un po’ di giustizieri, si precipita «per dare una ripulita a Cento». E TelePadania manda in onda indignati servizi che raccontano del ballo per le bombe di Londra e mostrano le immagini di uomini dalla faccia araba che danzano isterici davanti alle telecamere. «Immagini da vomitare! Vomitare!» tuona col Corriere Roberto Calderoli. «Agghiaccianti» concorda Roberto Castelli nel suo articolo sulla Padania di ieri. Il «dramma italiano» spiega «è tutto qui»: nel fatto che «le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra» si vedano solo su Telepadania e «indignano solo gli uomini della Lega». Altro che «i buonisti, i masso-comunisti, i catto-musulmani »! Tutti ciechi: guardano la realtà con «deformanti lenti ideologiche».
Nel frattempo, resta quella curiosità: cos’è successo esattamente, a Cento? «Acqua passata» risponde rude il sedicente amico di Schwarzenegger. Acqua passata? Coi corpi delle vittime di Londra ancora caldi? «È andata come dico io, e basta». E come mai non si trova un solo altro testimone? «Perché hanno tutti paura degli islamici ».Maalmeno i cameramen di «TelePadania »! Almeno loro che riprendevano la scena potrebbero parlare! «Io non ho visto telecamere».
Prego? «Son venute per il corteo leghista. Ma la sera, lì, non le ho viste. Ovvio! Come potevano venire le telecamere, no? Ragioni! Lei fa il giornalista: ragioni!». Appunto: se c’era solo l’Erminio, come hanno fatto quelli di «TelePadania» a riprendere tutto? «Filmati? Ma quali filmati!» sbuffa Annalisa Bregoli, il sindaco alla guida di una giunta civica vicina alla destra: «Lo conosciamo l’uomo. È uno così. Che gira col manganello per provocare reazioni». Vuol dire che forse cercava la rissa e qualche ubriaco gli ha risposto con una battuta idiota? «Può essere. Certo noi qui non abbiamoproblemi particolari con gli immigrati. E, se lo dico io che non sono di sinistra e neanche buonista, mi può credere ».
Ma insomma: quei filmati? Max Ferrari, il direttore di «TelePadania», sbanda un po’: «Noi la notizia abbiamo cercato di accertarla. E ci siamo convinti che era buona. Certo, i filmati non potevamo averli ». E allora? Cede all’onestà: «Ci siamo arrangiati con immagini di repertorio, girate da un’altra parte dopo l’11 settembre». Roba d’archivio. Montata in modo tale da confondere non solo la gente comune che stava davanti alla tivù, ma anche due uomini di governo come Calderoli e Castelli che, diciamolo, si sono lasciati un po’ andare. Come potevano dubitare di «TelePadania»? E pensare che di solito sono così sobri e prudenti…
Gian Antonio Stella
19 luglio 2005

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minaccia da israeliani verso israele

Falso allarme bomba a Gerusalemme

REDAZIONE

E’ opera di un gruppo di estremisti israeliani il finto ordigno collocato ieri nel centro di Gerusalemme.
Militanti della destra religiosa – che hanno in questo modo voluto protestare contro lo smantellamento delle colonie dalla Striscia di Gaza previsto dal piano del Governo Sharon – hanno chiamato la Polizia per riferire della presenza di una bomba nella stazione degli autobus della capitale dello stato ebraico. Gli agenti hanno evacuato immediatamente la zona e gli artificieri hanno trovato una bombola del gas collegata ad un orologio e a dei fili elettrici. C’era anche un biglietto di minacce: “Il disimpegno vi esploderà in faccia”.

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egidia beretta: quello che io rappresento,

bulciago grande festa per l’arrivo dell’arcivescovo che saluta con entusiasmo gli animatori dell’oratorio «benvenuto, a nome dei musulmani» il sindaco beretta ha accolto il cardinale tettamanzi con una curiosa sottolineatura

 

bulciago (p.zuc.) è stato un nuovo bagno di folla quello di ieri per l’arcivescovo dionigi tettamanzi, in visita al santuario dei morti dell’avello nel suo centenario e al nuovo oratorio, fatto realizzare dal parroco don celeste delle donne a completamento del centro giovanile. al santuario il cardinale è stato ricevuto dal sindaco egidia beretta e da numerose altre autorità, oltre che da molti fedeli. «quello che ci fa incontrare è un evento – ha detto la beretta – condivisibile dall’intera società civile di bulciago, che rappresento: i credenti, i non credenti, i cristiani, i laici e i numerosi fratelli musulmani che vi abitano, perché un sindaco non distingue, lavora per tutti e, se una preferenza deve fare, è per i deboli, i poveri, quelli senza voce». il sindaco ha concluso invocando l’aiuto della madonna nella «ricerca costante del bene comune». l’intervento più atteso dell’arcivescovo è stato, però, all’oratorio davanti a tanti bambini. l’arcivescovo è stato salutato dal messaggio letto dal piccolo matteo fumagalli: «grazie che ci sei venuto a trovare in quella che per noi è una seconda casa, resa ancora più grande, bella e accogliente da don celeste. ti vogliamo bene». hanno fatto eco gli adolescenti, animatori dell’oratorio estivo: «i tuoi suggerimenti, cardinale, sono una guida sicura nel nostro cammino di fede». e don celeste: «all’oratorio feriale che si è appena concluso abbiamo avuto 40 animatori e 180 ragazzi tutti i giorni per quattro settimane: non poco, per un paesino. il signore ci ha dato la buona volontà; noi ci abbiamo messo il cuore, le mani e le gambe». don celeste ha scherzato con l’arcivescovo. uno spunto è stato offerto dai palloncini che scoppiavano durante i discorsi: il parroco ha esortato il cardinale a non spaventarsi e i carabinieri a non «sparare agli attentatori». l’arcivescovo lo ha bonariamente canzonato per essersi ripetutamente commosso nel corso del pomeriggio, poi ha parlato ai ragazzi, che ha chiamato «il presente più prezioso e il futuro di bulciago». ha detto: «è straordinario che chiamiate l’oratorio “casa”, cioè il luogo dell’incontro, della protezione, della crescita». e agli animatori: «spesso diciamo che i giovani sono disimpegnati e superficiali: grazie a dio voi, e tanti altri ragazzi che ho incontrato nella diocesi, siete la prova che non è vero. certo – ha detto agli adulti – non dobbiamo mai smettere di essere educatori, ricordando che i giovani si stancano delle prediche: a loro si deve parlare con l’esempio».

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Srebenica:11 luglio 1995, diecimila bosniaci musulmani giustizi

Ottomila morti nelle fosse comuni: 10 anni dopo Srebrenica ricorda la strage

di red

 Sono trascorsi dieci anni dalla strage di Srebrenica, nella quale vennero giustiziate almeno 7-8mila persone: da un parte ragazzi e uomini bosniaci musulmani, dall’altra l’esercito serbo che con un’azione militare sanguinaria ha portato a termine la più grave strage civile che l’Europa del dopoguerra ricordi. A niente è servita l’interposizione delle truppe di peace keeping inviate dalle Nazioni Unite in quella che doveva essere una “zona protetta”. La cittadina bosniaca suo malgrado è divenuta il simbolo di una guerra fratricida la cui violenza il vecchio continente aveva pensato fosse relegata per sempre nei ricordi dell’ultima guerra mondiale. Un ultimo insensato colpo di coda di un conflitto che stava per concludersi.

Che la ferita sia ancora aperta si è avuta la prova alla celebrazione per il ricordo delle vittime. Migliaia di musulmani bosniaci, in tutto almeno 50mila persone, si sono ritrovati lunedì mattina nella cittadina per ricordare cosa accadde quell’11 luglio. Per l’occasione sono state inumate nel Memoriale di Potocari le spoglie di 610 vittime del genocidio identificate negli ultimi mesi, tra le migliaia esumate da 60 fosse comuni finora scoperte. L’ultima, aperta tre giorni fa, è poco distante da li. Si trova nel comune di Budak: gli esperti della Commissione per la ricerca dei dispersi dicono che si tratta di una fossa “secondaria”, dove cioè i cadaveri di Srebrenica sono stati trasferiti nel ’96. Così si tentava di nascondere le prove del massacro spostandole dal luogo della prima sepoltura. Si prevede che la terra restituirà almeno un centinaio di corpi degli abitanti del piccolo paese di Glogova. Anche nel loro caso l’dentificazione passerà attraverso l’esame del Dna.

Dopo la commemorazione le centinaia di bare collocate sulla spianata, tutte uguali e ricoperte da un drappo verde a simboleggiare la fede islamica, sono state portate in corteo nel luogo della sepoltura, poco lontano dal Memoriale, trasformato in un enorme pantano per le pioggie della notte. Ad accompagnarle le preghiere rilanciate dagli altoparlanti che risuonavano come un lamento.

Tra le 50 delegazioni straniere che hanno partecipato alla celebrazione, quella più scomoda è stata quella arrivata da Belgrado. Il presidente della Serbia Boris Tadic aveva dichiarato di ritenere quel viaggio «l’unica cosa da fare dopo tutto quello che è successo». Ma la loro presenza ha creato un fastidio palpabile tra i bosniaci che li erano riuniti a commemorare i propri morti. I vertici serbi infatti sono stati indicati a vario titolo come fiancheggiatori dei 19 uomini politici e dell’esercito accusati dal Tribunale penale internazionale per il massacro. Solo sei di loro sono stati finora processati e condannati, dopo essersi consegnati volontariamente tra gennaio e marzo di quest’anno.

Il Tribunale penale internazionale: fu genocidio
Nell’aprile del 2004 è arrivata la sentenza definitiva del Tribunale penale internazionale sull’ex Jugoslavia dell’Aja, pubblica accusa affidata al procuratore Carla del Ponte: il massacro avvenuto nell’enclave musulmana in Bosnia fu un “genocidio”. Una decisione, che ribadisce all’unanimità la sentenza di prima istanza dell’agosto del 2001, ha assunto un valore storico, destinata a fare giurisprudenza e condizionando il giudizio su altri casi simili.

Polemica l’assenza alla commemorazione del procuratore capo del Tribunale penale dell’Aja, Carla Del Ponte, che ha seguito la vicenda per sei anni. Più volte il procuratore ha protestato contro Belgrado, specie per la mancata collaborazione nella cattura di due super ricercati per genocidio e crimini di guerra, l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic e il suo comandante militare Ratko Mladic. «Il mio mandato è quello di condurrli davanti alla giustizia. Come potrei apparire alla cerimonia? Posso certo spiegare che non posso fare nulla, che non dispongo delle forze necessarie, ma agli occhi delle vittime io sono responsabile. Ed è giusto che sia così». Lo farà quando almeno uno dei due sarà rinchiuso nel carcere dell’Aja. Poi, nell’intervista concessa al quotidiano francese Le Monde, annuncia: «Non è una minaccia ma alla fine dell’anno io renderò pubbliche le informazioni di cui dispongo per le quali Radovan Karadzic e Ratko Mladic non sono stati arrestati». L’occasione sarà la sua presenza davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ma la Del Ponte è fortemente critica anche rispetto alla comunità internazionale: «non spetta a me nè localizzare i fuggiaschi, nè arrestarli. Io non ho che una piccola squadra di collaboratori, che può portare il suo contributo alle ricerche» e tuttavia è meno severa con il governo serbo che avrebbe «realmente l’ intenzione di arrestare Mladic. Il primo ministro Kostunica mi ha assicurato che ci stanno lavorando. Perchè questa nuova politica? Vogliono entrare nell’ Unione europea ed iniziare i negoziati il 5 ottobre». Ecco perchè l’Unione Europea può avere un ruolo importante per fare pressione su chi deve fare i passi concreti che portino agli arresti.

Cosa accadde dieci anni fa
Il 6 luglio 1995, unità speciali Drina dell’esercito serbo bombardarono Srebrenica e attaccarono le postazioni degli osservatori olandesi delle Nazioni Unite che presidiavano la “zona di sicurezza”. L’attacco continuò fino all’11 luglio. Il 10 luglio 1995, mentre le truppe avanzavano verso l’enclave di Srebrenica, circa 25.000 civili che erano rimasti all’interno della città fuggirono verso Potočari, una cittadina industriale a 4 chilometri di distanza, dove era collocata la base principale dei Caschi blu, in attesa dell’evacuazione verso il territorio sotto il controllo del governo bosniaco. Nei giorni successivi al 12 luglio – comandanti dell’operazione Ratko Mladić e Radislav Krstić – a Potočari giunsero più di 50 tra autobus e autocarri. Inizia il processo di deportazione dei profughi musulmani-bosniaci: uomini, donne e bambini furono caricati a bordo e portati via.

La sera dell’11 luglio 1995, circa 15.000 musulmani- bosniaci tentò la fuga attraverso la foreste nei dintorni di Tuzla, a 50 km in direzione nord-ovest. Ma la lunga fila umana cadde vittima di un’imboscata dell’esercito serbo.

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Hanno sparato a Budda

Guardandosi negli occhi
stamane, Bush e Blair,
magari,
è possibile, per alcuni brevi istanti
possono aver pensato
“Ma come abbiamo ridotto questo mondo?”
poi però,
 stretti nei loro gessati lucidati,
il freddo aplomb da padroni del mondo si è reimpossessato di loro.
e ora scorre la solita retorica compassionevole,
e appariranno presto ovunque i fiocchetti di lutto coi colori britannici.
.
Causa ed effetto sono un meccanismo inalterabile,
se avessimo bombardato l’Iraq e l’Afghanistan,
di medicine e viveri
invece che mortifere bombe distruttive
oggi Londra, Madrid, Istambul, Casablanca, Jakarta e ci metto io probabilmente prossimamente Milano,
sarebbero città estremamente più sicure,
lontane da possibili ripercussioni
di scenari di guerre terribili che abbiamo esportato in un nome di una democrazia formato abu ghraib.
I 100.000 morti di iraq schiumavano vendetta,
quale ingenuo può pensare che seminando morte non si raccolga tempesta?
possibile che nessuno lassù nell’olimpo dei g8 non comprende che la “guerra al terrorismo” voluta da QUESTO GENIO   sia la prima causa del diffondersi del terrorismo?
Che prima delle guerre in Afghanistan e Iraq il mondo era un posto molto più sicuro in cui vivere?
Che uccidendo migliaia di innocenti i familiari e gli amici di questi non vogliano vendicarsi di noi?
.
Budda diceva che “l’odio genera solo odio”
2500 anni sono trascorsi ma nessuno ha fatto propria la sua lezione.
Guerrilla radio

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L’AFRICA CHE + CI RIGUARDA

Live 8:
parata di miliardaricantanti annoiati che si ricordano delle problematiche Africane
(non senza retorica) solo in occasione di eventi in mondo-televisione.
 
E il pubblico che assiste sembra credere alla messa in scena caritatevole,
più per idolatria verso il cantante pop che per convinzione.
 
Poi dopo il concerto si torna alle proprie case,
ai propri stili di vita egotistici,
all’indifferenza,
peggio, alla nefandezza di sostenere idee e partiti politici marcatamente xenofobi.
 
Sveglia uomo bianco,
la prima Africa da salvaguardare è quello dietro la nostra porta,
sulle nostre strade.
Lasciamo alle tante e preparate ong che si occupano di terzo mondo seguendone le vicende macroeconomiche
di continuare a far pressione sui governi occidentali offrendo risoluzioni solidali.
 
Per noi sarebbe il caso di abbracciare l’Africa che ci è più vicina,
quei centinai di migliaia di africani che oggi sopravvivono in Italia
oppressi da una classe politica razzista e da un buona fetta della nostra società altrettanto impregnata di xenofobia.
 
Perchè se un Senegalese oggi nel nostro paese
regolarizzato ( e non schiacciato e continuamente minacciato da una burocrazia ingiusta)
riuscisse a lavorare degnamente (invece di subire continui ricatti e vessazioni dal suo datore di lavoro)
e a pagare un affitto equo ( e non cospicuamente maggiorato causa il colore della sua pelle)
con il suo stile di vita umile riuscirebbe a metter da parte  e  inviare nel suo paese d’origine
qualche centinaia di euro al mese, e questo sarebbe già una boccata di ossigeno
per qualche decina di persone della sua famiglia.

L’africa è già da tempo confinante con l’Italia,
impariamo a scoprirla nelle nostre strade, dietro le nostre porte,
con un gesto di amicizia e gentilezza,
piuttosto che andare a cercarla su palchi dove bianchi cantanti fingono lacrimucce 
fiutando l’affare di apparire su di una ribalta dello showbiz così imponente.
guerrilla radio

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