Ottomila morti nelle fosse comuni: 10 anni dopo Srebrenica ricorda la strage
di red
Sono trascorsi dieci anni dalla strage di Srebrenica, nella quale vennero giustiziate almeno 7-8mila persone: da un parte ragazzi e uomini bosniaci musulmani, dall’altra l’esercito serbo che con un’azione militare sanguinaria ha portato a termine la più grave strage civile che l’Europa del dopoguerra ricordi. A niente è servita l’interposizione delle truppe di peace keeping inviate dalle Nazioni Unite in quella che doveva essere una “zona protetta”. La cittadina bosniaca suo malgrado è divenuta il simbolo di una guerra fratricida la cui violenza il vecchio continente aveva pensato fosse relegata per sempre nei ricordi dell’ultima guerra mondiale. Un ultimo insensato colpo di coda di un conflitto che stava per concludersi.
Che la ferita sia ancora aperta si è avuta la prova alla celebrazione per il ricordo delle vittime. Migliaia di musulmani bosniaci, in tutto almeno 50mila persone, si sono ritrovati lunedì mattina nella cittadina per ricordare cosa accadde quell’11 luglio. Per l’occasione sono state inumate nel Memoriale di Potocari le spoglie di 610 vittime del genocidio identificate negli ultimi mesi, tra le migliaia esumate da 60 fosse comuni finora scoperte. L’ultima, aperta tre giorni fa, è poco distante da li. Si trova nel comune di Budak: gli esperti della Commissione per la ricerca dei dispersi dicono che si tratta di una fossa “secondaria”, dove cioè i cadaveri di Srebrenica sono stati trasferiti nel ’96. Così si tentava di nascondere le prove del massacro spostandole dal luogo della prima sepoltura. Si prevede che la terra restituirà almeno un centinaio di corpi degli abitanti del piccolo paese di Glogova. Anche nel loro caso l’dentificazione passerà attraverso l’esame del Dna.
Dopo la commemorazione le centinaia di bare collocate sulla spianata, tutte uguali e ricoperte da un drappo verde a simboleggiare la fede islamica, sono state portate in corteo nel luogo della sepoltura, poco lontano dal Memoriale, trasformato in un enorme pantano per le pioggie della notte. Ad accompagnarle le preghiere rilanciate dagli altoparlanti che risuonavano come un lamento.
Tra le 50 delegazioni straniere che hanno partecipato alla celebrazione, quella più scomoda è stata quella arrivata da Belgrado. Il presidente della Serbia Boris Tadic aveva dichiarato di ritenere quel viaggio «l’unica cosa da fare dopo tutto quello che è successo». Ma la loro presenza ha creato un fastidio palpabile tra i bosniaci che li erano riuniti a commemorare i propri morti. I vertici serbi infatti sono stati indicati a vario titolo come fiancheggiatori dei 19 uomini politici e dell’esercito accusati dal Tribunale penale internazionale per il massacro. Solo sei di loro sono stati finora processati e condannati, dopo essersi consegnati volontariamente tra gennaio e marzo di quest’anno.
Il Tribunale penale internazionale: fu genocidio
Nell’aprile del 2004 è arrivata la sentenza definitiva del Tribunale penale internazionale sull’ex Jugoslavia dell’Aja, pubblica accusa affidata al procuratore Carla del Ponte: il massacro avvenuto nell’enclave musulmana in Bosnia fu un “genocidio”. Una decisione, che ribadisce all’unanimità la sentenza di prima istanza dell’agosto del 2001, ha assunto un valore storico, destinata a fare giurisprudenza e condizionando il giudizio su altri casi simili.
Polemica l’assenza alla commemorazione del procuratore capo del Tribunale penale dell’Aja, Carla Del Ponte, che ha seguito la vicenda per sei anni. Più volte il procuratore ha protestato contro Belgrado, specie per la mancata collaborazione nella cattura di due super ricercati per genocidio e crimini di guerra, l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic e il suo comandante militare Ratko Mladic. «Il mio mandato è quello di condurrli davanti alla giustizia. Come potrei apparire alla cerimonia? Posso certo spiegare che non posso fare nulla, che non dispongo delle forze necessarie, ma agli occhi delle vittime io sono responsabile. Ed è giusto che sia così». Lo farà quando almeno uno dei due sarà rinchiuso nel carcere dell’Aja. Poi, nell’intervista concessa al quotidiano francese Le Monde, annuncia: «Non è una minaccia ma alla fine dell’anno io renderò pubbliche le informazioni di cui dispongo per le quali Radovan Karadzic e Ratko Mladic non sono stati arrestati». L’occasione sarà la sua presenza davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ma la Del Ponte è fortemente critica anche rispetto alla comunità internazionale: «non spetta a me nè localizzare i fuggiaschi, nè arrestarli. Io non ho che una piccola squadra di collaboratori, che può portare il suo contributo alle ricerche» e tuttavia è meno severa con il governo serbo che avrebbe «realmente l’ intenzione di arrestare Mladic. Il primo ministro Kostunica mi ha assicurato che ci stanno lavorando. Perchè questa nuova politica? Vogliono entrare nell’ Unione europea ed iniziare i negoziati il 5 ottobre». Ecco perchè l’Unione Europea può avere un ruolo importante per fare pressione su chi deve fare i passi concreti che portino agli arresti.
Cosa accadde dieci anni fa
Il 6 luglio 1995, unità speciali Drina dell’esercito serbo bombardarono Srebrenica e attaccarono le postazioni degli osservatori olandesi delle Nazioni Unite che presidiavano la “zona di sicurezza”. L’attacco continuò fino all’11 luglio. Il 10 luglio 1995, mentre le truppe avanzavano verso l’enclave di Srebrenica, circa 25.000 civili che erano rimasti all’interno della città fuggirono verso Potočari, una cittadina industriale a 4 chilometri di distanza, dove era collocata la base principale dei Caschi blu, in attesa dell’evacuazione verso il territorio sotto il controllo del governo bosniaco. Nei giorni successivi al 12 luglio – comandanti dell’operazione Ratko Mladić e Radislav Krstić – a Potočari giunsero più di 50 tra autobus e autocarri. Inizia il processo di deportazione dei profughi musulmani-bosniaci: uomini, donne e bambini furono caricati a bordo e portati via.
La sera dell’11 luglio 1995, circa 15.000 musulmani- bosniaci tentò la fuga attraverso la foreste nei dintorni di Tuzla, a 50 km in direzione nord-ovest. Ma la lunga fila umana cadde vittima di un’imboscata dell’esercito serbo.