Vittorio, pacifista nonviolento picchiato ed espulso da Israele
by Giusy Baioni
5 gennaio 2006
Stanco, provato, frastornato, anche dimagrito, ma quanto mai determinato a tentare di nuovo: Vittorio Arrigoni, 30 anni, attivista espulso da Israele dopo una settimana di isolamento in carcere, non ha dubbi. Tenterà di nuovo. Vuole tornare in Palestina, vuole soprattutto poter riabbracciare le famiglie a cui lo lega un forte affetto.
“Sono in un posto, dovrei essere in un altro e arrivo da uno in cui mai avrei pensato di trovarmi”. Sintetizza così gli ultimi dieci giorni, da quando è partito dalla sua casa di Bulciago, in provincia di Lecco, con un invito in tasca per partecipare a una conferenza internazionale sulla nonviolenza che si teneva dal 29 al 31 dicembre a Betlemme.
Sapeva che avrebbe avuto problemi all’ingresso in Israele ed era determinato ad affrontarli. Era già stato in Palestina tre volte e l’ultimo tentativo – lo scorso aprile – era andato male, nonostante avesse scelto l’ingresso dalla Giordania per evitare l’aereoporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove i controlli sono più severi. Anche lì, dopo dieci ore fermo ad aspettare che gli spiegassero quali erano le “security reasons” per cui non poteva entrare in Israele, era stato prelevato da tre agenti delle forze speciali, caricato su un bus vuoto e percosso brutalmente per i pochi minuti che lo riportavano sul suolo giordano.
Aveva messo in conto, Vittorio, che poteva essere bloccato di nuovo ed arrestato. “Ma solo perché sono pessimista. I miei compagni di viaggio erano sicuri di poter raggiungere Betlemme. Io pensavo che avrebbero potuto fermarci per due o tre giorni al massimo, mai avrei immaginato di finire in isolamento, né di venire malmenato come è successo”.
È accaduto mercoledì 21, quando poliziotti con fare molto aggressivo si sono presentanti nella cella per portare via Michael, uno dei due “compagni di sventura”, e rispedirlo in Inghilterra. Ma loro avevano già dichiarato che non intendevano lasciarsi espellere dal paese senza prima comparire davanti alla Corte. All’arrivo dei poliziotti, hanno opposto resistenza passiva e chiesto di contattare il loro avvocato. “A questo punto – racconta Vittorio – i poliziotti ci hanno urlato che erano autorizzato a portarlo via con la violenza. Nel momento in cui i poliziotti provavano ad afferrarlo, io mi sono interposto fra lui e loro, richiedendo a gran voce il mio diritto di contattare il consolato italiano. La risposta è stata una ginocchiata ai testicoli. Hanno cercato, ammanettandomi un polso, di trascinarmi via e io ho cercato di impedirglielo con tutte le mie forze, in modo nonviolento”. La risposta degli agenti (sette) sono stati calci e pugni. Vittorio è cardiopatico e, quando ha avvertito problemi di respirazione e una fitta al cuore, si è spaventato. “Essendo nonviolento, piuttosto che muovere violenza contro qualcuno sono disposto ad arrivare ad infliggerla a me stesso: sono riuscito ad allungarmi e ad afferrare un vetro dal pavimento e ho iniziato a tagliarmi, prima il viso, poi un braccio, infine la mano, pensando che la vista del sangue placasse la ferocia dei miei aguzzini. E così infatti, dopo alcuni minuti, i poliziotti hanno mollato la presa, mi hanno permesso di prendere la medicina per il cuore e un’ambulanza mi ha condotto in ospedale”.
L’accaduto però non è servito a smuovere la situazione. Spiega Vittorio: “Prima, durante e dopo l'”incidente” ho continuamente richiesto di contattare il mio avvocato e il consolato italiano, ma senza esito”. Non è stata l’unica violazione dei suoi diritti: gli sono stati requisiti i medicinali per la cardiopatia, per due giorni ha subito privazioni di cibo, nella cella è stato spento il riscaldamento. Non ha potuto lavarsi né cambiarsi. “Dopo il pestaggio è stata dura: sono rimasto due giorni sulla branda, sotto le coperte, coi vestiti incrostati di sangue. Non mi facevano contattare nessuno. Eppure, non ero incriminato di nulla!”.
Ed è proprio questo uno dei punti su cui Vittorio insiste. Il console italiano, Andrea de Felip, si è dato molto da fare e gli è stato di notevole aiuto, così come il senatore Turroni dei Verdi, e il deputato Rusconi della Margherita. Non altrettanto si può dire del governo, che non ha mosso un dito per un suo cittadino ingiustamente incarcerato e malmenato, nonostante si ripeta spesso che Italia e Israele sono paesi amici. “È stato sconsolante vedere che il governo non muoveva un dito”. E lo stesso vale anche per il governo inglese: gli altri due arrestati, una australiana e un sudafricano, risiedono infatti stabilmente da tempo in Gran Bretagna.
Dopo i duri giorni in isolamento, martedì 27 Vittorio e i suoi compagni di viaggio sono comparsi davanti alla Corte israeliana: “Ma la sentenza era già scritta”. Nella sentenza, il giudice dice che “sono giunte informazioni da due paesi”, in base alle quali Vittorio e gli altri vengono identificati come membri attivi di una rete internazionale radicale vicina agli anarchici. “Non ho mia avuto a che fare nella mia vita con movimenti anarchici – spiega sorpreso il giovane – e comunque abbracciare un ideologia anarchica non mi risulta essere un crimine. Io vivo un vita tranquilla, non svolgo alcuna attività politica qui in Italia, se si esclude la gestione di un blog (http://guerrillaradio.iobloggo.com/). Una volta l’anno partecipo come volontario a progetti umanitari fuori dall’Italia. Sono stato nell’Europa dell’ Est e in Africa, con diversi gruppi e ong. Anche in Palestina sono stato con diverse organizzazioni; ora aderisco ai progetti dell’Ism, perchè al momento li ritengo i migliori per il loro tipo di intervento contro l’occupazione”.
Un breve autoritratto, che mostra un ragazzo tutt’altro che pericoloso. Eppure, i servizi italiani hanno evidentemente passato informazioni fuorvianti su di lui ed è in base a queste informazioni che a Vittorio è stato negato il diritto di recarsi a Betlemme. “Tutto questo mi porta a interrogarmi sulla vera utilità dei servizi di intelligence”.
C’è un’altra motivazione addotta per giustificare l’espulsione: “Il giudice ha anche sentenziato che in passato io e i miei compagni avremmo partecipato a manifestazioni violente nella West Bank. Anche questo è falso, alle uniche manifestazioni contro il muro dell’apartheid a cui ho assistito, la mia presenza era solo come osservatore. Non è solo per il mio caso. È evidente che dietro a tutto ciò c’è il tentativo di eliminare la presenza di internazionali e il loro ruolo di testimoni e garanti dei diritti umani”.
Eppure, Vittorio non si dà per vinto. “Ho ricevuto molti attestati di solidarietà, anche da persone che non conosco, e questo mi risolleva. Ci proveremo ancora. Il nostro avvocato dice che tra un anno le informazioni utilizzate dal giudice per rifiutare il nostro ricorso non varranno più”.
Ha già un’idea, Vittorio: “Il problema vero è l’esistenza di questa black list, con duecento nomi, che non ci permette di entrare in Israele. E io allora faccio un appello: che almeno cinquanta di queste persone si organizzino e si presentino tutte insieme alla frontiera, facendo ricorso contro l’espulsione e affrontando insieme la Corte. Così metteremmo alle strette il governo israeliano, che non potrebbe più far finta di nulla e dovrebbe giustificare il suo comportamento davanti all’opinione pubblica mondiale”.