“Senza Pace”, di David Hirst: Arafat parla alle Nazioni Unite

 tratto dal libro
“Senza Pace”, di David Hirst,

ed. Nuovi Mondi Media

– Arafat parla alle Nazioni Unite –

 

[.] Con il suo nuovo primo ministro, Yitzhak Rabin, il
governo israeliano trovo’ tutti i pretesti che voleva per
applicare la linea dura. Ma’alot aveva dimostrato che,
nonostante tutte le sue pose umanitarie, lo scopo di Arafat
era malvagio come sempre: distruggere Israele. Non c’era
percio’ alcun bisogno che Israele cambiasse la propria linea
politica. Non avrebbe riconosciuto l’esistenza di un “popolo
palestinese” e tanto meno il diritto dell’OLP di
rappresentarlo. Uno stato della Palestina sarebbe equivalso a
una “bomba a orologeria”. Non meno del 70,8% della
popolazione d’Israele era d’accordo con lui; erano contrari a
un tale stato persino nel quadro di una pace generale.

L’intransigenza israeliana appariva pero’ sempre piu’
irrealistica. La colombe continuavano a farlo notare. Pochi
israeliani, diceva uno di loro, potevano ancora sostenere che
non esistesse un “problema palestinese”. “Eppure la
maggioranza spera ancora che, non pensandoci,
semplicemente scompaia, che la terra si apra per magia e
ingoi tutti i palestinesi”. Il tempo, ammoniva, non era dalla
parte di Israele, che un giorno “si sarebbe svegliato e avrebbe
trovato i palestinesi al tavolo dei negoziati che gli piacesse o
meno”. Anche il mondo esterno faceva notare le stesse cose.
Anzi, era la’, nell’arena diplomatica internazionale, che
Arafat stava per conseguire una serie di successi spettacolari
che avrebbero rafforzato, e totalmente eclissato, quelli
militari… spingendo ancor piu’ sullo sfondo la guerra civile
minacciata da Abu Nidal. Il forum fondamentale furono le
Nazioni Unite.

Nel 1947, con il voto dell’Assemblea Generale in favore
della suddivisione, i sionisti avevano conseguito una famosa
vittoria, che descrivevano come il documento che
riconosceva la legittimita’ d’Israele. Eppure, pur essendo un
verdetto grottescamente sbilanciato in loro favore, ne
violavano sistematicamente quelle norme che tentavano di
salvaguardare i diritti dei palestinesi. Percio’, se esisteva una
qualche legittimita’ internazionale con la quale i palestinesi
potevano sostenere la propria causa e rafforzare la propria
posizione nel processo di pace, era l’ONU che doveva
fornirla. Avevano cercato una definizione dei propri diritti…
e avevano fatto notevoli progressi.

Nel 1947 l’ONU, un organismo molto piu’ piccolo e
dominato dall’Occidente rispetto a cio’ che sarebbe diventata
in seguito, era prevenuta in favore di Israele; ora le cose
erano cambiate; la causa palestinese beneficiava
automaticamente dei voti del blocco afro-asiatico.
L’obiettivo principale dei palestinesi era ottenere il
riconoscimento non solo come profughi meritevoli d’aiuto
per motivi umanitari, ma come un popolo con aspirazioni
politiche. Cosi’, nel 1969, l’Assemblea Generale affermo’
per la prima volta il diritto del “popolo della Palestina” alla
“autodeterminazione”; la negazione di quel diritto, diceva,
era alla radice dell’intero problema dei profughi. Cio’ fu
ribadito, con enfasi crescente, negli anni successivi, finche’,
nel 1973, l’Assemblea stabili’ un chiaro nesso tra
l’autodeterminazione e il diritto a tornare, con quest’ultimo
indicato come un presupposto “indispensabile” per la prima.
Il riconoscimento dei “diritti” era accompagnato dal
riconoscimento del diritto a “lottare” per ottenerli.
Analogamente, in una risoluzione del 1970, i palestinesi
erano stati classificati, insieme a vari popoli dell’Africa
meridionale, come vittime di una “dominazione coloniale e
straniera” e, in quanto tali, autorizzate a ripristinare i propri
diritti “con ogni mezzo a loro disposizione”.

Il punto culminante doveva ancora essere raggiunto.
L’Assemblea Generale dell’ONU decise, per la prima volta
dal 1952, di discutere in forma solenne la “Questione
Palestinese” e invito’ l’OLP a parteciparvi in qualita’ di
rappresentante del popolo palestinese. Quel culmine era stato
opportunamente preannunciato. Nel 1947 la Francia aveva
votato per la suddivisione, divenendo uno dei piu’ fedeli
amici di Israele nei primi anni della sua esistenza. Ma
quando, nell’ottobre 1974, il suo ministro degli Esteri Jean
Sauvagnargues si reco’ in visita ufficiale in Libano, si senti’
in dovere di fare colazione con Yasser Arafat. In seguito,
pare avesse confidato che Arafat stava acquisendo “la statura
di uno statista”; era un “moderato” che “rappresenta, incarna,
le aspirazioni dei palestinesi”.
Quel pasto intimo, consumato nella residenza
dell’ambasciatore francese, inizio’ e fini’ con
l’accompagnamento dei boati sonici dei caccia israeliani che
sorvolavano la citta’… a quanto pareva in un gesto di stizza
per quello che equivaleva al primo riconoscimento ufficiale
dell’OLP da parte di una potenza occidentale.
Pochi giorni dopo ci fu “un banchetto di nozze per i
palestinesi”. E’ cosi’ che Arafat descrisse il summit arabo a
Rabat. Ai suoi occhi, il trono hascemita era secondo soltanto
a Israele come strumento delle disgrazie palestinesi. A Rabat,
re Hussein si piego’ alle schiaccianti pressioni arabe e
rinuncio’ a meta’ del suo regno, cedendo, giuridicamente,
all’OLP la Cisgiordania e Gerusalemme che aveva perduto,
fisicamente, in favore degli israeliani nel 1967. Fu una
vittoria diplomatica che vendico’ lo sconfitta militare del
Settembre Nero 1970.

L’apoteosi di Arafat – due settimane dopo sul podio
dell’Assemblea Generale dell’ONU – fu assaporata da tutti i
palestinesi, sia favorevoli che contrari alla pacificazione,
come un momento di vera dolce vendetta. Non soltanto – con
buona pace di Golda Meir – i palestinesi esistevano, ma ecco
che il loro leader, parlando al mondo, riceveva quel tipo di
attenzione appassionata che nessuno statista in visita, per
quanto illustre o discusso, aveva mai ottenuto prima di lui.
Giornalisti arabi riferirono da New York che l’uomo che,
dieci anni prima, aveva iniziato a varcare di soppiatto le
frontiere israeliane in missioni di sabotaggio che erano
passate quasi inosservate, ora stava allestendo l’operazione
piu’ spettacolare della propria carriera. New York infatti,
contando piu’ ebrei dello stesso Israele, era senz’altro
territorio nemico. Arafat, disse un leader ebraico, era
considerato la’ con quel tipo di odio riservato un tempo a
Hitler; l’atmosfera, prima del suo arrivo, generava “quello
stesso tipo di solidarieta’ di quando scoppia una guerra”.

Un’enorme manifestazione lo precedette. A decine di
migliaia si radunarono in piazza Hammarskjöld, all’ombra
del palazzo dell’ONU, per ascoltare i leader israeliani che
denunciavano l’affronto che stava per essere perpetrato. Li
capeggiavano senatori e deputati di New York e di una
mezza dozzina di altri stati, consiglieri comunali, il sindaco,
funzionari statali, leader sindacali e la maggior parte dei
candidati alle imminenti elezioni newyorchesi: tale e’
l’importanza di Israele nella politica interna americana. I
manifestanti, ebrei e gentili, bianchi e neri, recavano cartelli
con scritte come: “L’ONU diventa un forum del terrorismo”;
“L’OLP e’ una multinazionale dell’omicidio”; “Ci rifiutiamo
di stringere la mano insanguinata dell’OLP”. Tra gli oratori,
il senatore Henry Jackson, campione della comunita’ ebraica
sovietica, si merito’ l’applauso piu’ caloroso. La decisione
dell’ONU di riconoscere l’OLP, dichiaro’, “minaccia le gia’
pallide prospettive di pace. Le Nazioni Unite puzzano di
ricatto”.

Un altro oratore, che parlava per la federazione sindacale
AFL-CIO, esorto’ ad attuare un embargo americano del
“petrolio arabo avvelenato”. Sostenne che gli alleati europei
dell’America si erano gia’ “arresi” agli arabi. Le proteste
presero anche una piega violenta. Militanti della Lega di
Difesa Ebraica del rabbino Meir Kahan, invasero gli uffici
cittadini dell’OLP su Park Avenue e colpirono il
vicedirettore con un tubo di piombo. Russell Kellner, il
“dirigente operativo” della Lega, convoco’ una conferenza
stampa e, con una pistola sul tavolo dinanzi a lui, annuncio’
che non c’era posto a New York per gli “assassini” dell’OLP
e che “uomini addestrati” avrebbero provveduto a che
“Arafat e i suoi luogotenenti non lascino New York vivi”.

Normalmente, in un assolato pomeriggio autunnale, nel
palazzo dell’ONU si accalcano dai quattro ai cinquemila
visitatori. I newyorchesi passeggiano nei giardini che si
estendono lungo l’East River per diciotto acri, godendosi i
crisantemi o le ultime rose estive. Famiglie venute dalla
periferia scendono nel seminterrato a fare un giro per i
negozi di articoli da regalo mentre i turisti compiono la visita
guidata. Ma non l’11 e 12 novembre 1974… quel fine
settimana l’intero complesso era ermeticamente chiuso al
mondo esterno. Arafat, il cui discorso all’Assemblea
Generale era previsto per lunedi’ 13, era sorvegliato dal
servizio di sicurezza piu’ rigoroso della storia dell’ONU.
Due elicotteri dell’esercito statunitense l’avevano
accompagnato li’, con il suo gruppo, dall’aeroporto; mentre
lo depositavano all’interno del recinto, altri elicotteri
pattugliavano dall’alto, mentre le lance percorrevano l’East
River, i tiratori scelti facevano la guardia dagli edifici piu’
alti e centinaia di poliziotti newyorchesi e Guardie Federali
addetti alla sorveglianza presidiavano barricate di legno giu’
nelle strade.

Poco prima di mezzogiorno, Arafat fece il suo ingresso
all’Assemblea Generale e i presenti si alzarono in piedi per
acclamarlo. Soltanto la delegazione americana rimase seduta.
L’aula era stracolma; solo due gruppi di sedili erano vuoti,
quelli degli israeliani, che non se la sentivano di assistere a
questo trionfo palestinese, e quelli dei sudafricani, sospesi
dall’Assemblea la sera prima. Arafat fu scortato fino al podio
dal capo del protocollo e sedette sulla poltrona di pelle
bianca riservata ai capi di stato. Con una procedura applicata
soltanto una volta prima di allora – e niente di meno che per
il papa – divenne il primo leader di un “movimento di
liberazione nazionale” a ricevere un simile onore. Lui pero’
fece ben poco per affettare il contegno di un capo di stato.
Indossava, come sempre, la solita keffiya a quadri, i
pantaloni cascanti, la camicia aperta sul collo e una giacca di
cattivo taglio. E quando, per ringraziare dell’applauso, alzo’
le braccia in un saluto rivoluzionario, mostro’ la fondina che
aveva al fianco. Per una volta pero’, a quanto pareva, si era
almeno rasato a dovere e, si affermo’, la fondina era vuota.

In senso figurato, pero’, ne’ lui ne’ la gente che
rappresentava avevano abbandonato le armi… sebbene
attendessero con ansia il giorno in cui avrebbero potuto farlo.
“Sono venuto portando un ramoscello d’ulivo e il fucile di un
combattente per la liberta’. Non lasciate che il ramoscello
d’ulivo mi cada di mano”. Con questo appello concluse il
suo discorso di cento minuti, nel corso del quale si era
soffermato amorevolmente sulla sua “Palestina di domani”,
sul suo Stato Democratico per musulmani, cristiani ed ebrei.
L’aveva definito il suo “sogno” e aveva invitato gli ebrei che
ora vivevano in Palestina, tutti quanti, ad abbandonare
l’ideologia sionista, che offriva loro soltanto un perpetuo
spargimento di sangue, per condividere il suo sogno.

Il discorso – e le successive risoluzioni dell’ONU in favore
dell’OLP – furono accolte, dagli israeliani e dai loro
sostenitori, con la stessa cieca furia con cui era stata accolta
dagli arabi, ventisette anni prima, la suddivisione della
Palestina. Dall’ambasciatore israeliano all’ONU giunse una
tirata di rara violenza non soltanto contro la banda di “brutali
assassini” di Arafat, che aveva gettato l’ONU in una
“Sodoma e Gomorra di ideali e valori”, ma contro la
comunita’ internazionale che, in “giorni di degrado e
disgrazia, di resa e umiliazione”, gli aveva permesso di farlo.
Per il ministro degli Esteri, “la voce di Arafat era, e rimane,
la voce del terrorismo indiscriminato, la voce del fucile, che
non ha nulla del ramoscello d’ulivo della pace”.
Il ministro non si lasciava ingannare dalla garbata retorica. E
nemmeno la stampa israeliana. Era ovvio, dicevano i
commentatori, che un qualsivoglia Stato della Palestina in
Cisgiordania o a Gaza non sarebbe stato altro che un
trampolino per riprendere la guerra contro un Israele
opportunamente ridotto alle sue dimensioni precedenti, piu’
vulnerabili. “Nessuna persona ragionevole – se ce n’e’
rimasta qualcuna in un mondo assetato di petrolio – puo’
chiederci di cedere quelle regioni all’OLP, a meno che non si
aspetti che Israele si suicidi”.

Ma dove gli israeliani vedevano soltanto la reiterazione, in
una forma ingannevole, di un’ortodossia intransigente, i
palestinesi, e il particolare quelli della Cisgiordania,
vedevano un’ulteriore prova della moderazione successiva
alla guerra di ottobre. Il “sogno” di Arafat era l’unica cosa
che gli israeliani notavano; l’obiettivo pratico, immediato
che proponeva, l'”autorita’ nazionale”, era cio’ che contava
per loro. Gli israeliani vedevano soltanto il fucile; i
palestinesi vedevano il ramoscello d’ulivo. Per la maggior
parte dei palestinesi, il “sogno” era semplicemente un
eufemismo per indicare l’obiettivo della liberazione totale.
Era ovvio che Arafat dovesse ricorrervi per ammansire
“quelli del rifiuto”, convinti che la Rivoluzione Fino alla
Vittoria, la continua lotta armata, fosse l’unico modo di
cambiare la natura d’Israele, l’unico modo per raggiungere
quell’obiettivo che un Arafat di recente divenuto “moderato”
e un inflessibile George Habash avevano ancora
ufficialmente in comune.

In realta’, pero’, la costituzione di uno Stato della Palestina
poteva significare soltanto che la lotta, se fosse continuata,
sarebbe stata pacifica e politica. Un accomodamento finale in
Medio Oriente avrebbe messo al bando la violenza. Garanzie
ferree sarebbero dovute venire da tutte le parti, e non da
ultimo dai fedayin, i quali, negli ultimi dieci anni, avevano
combattuto ed erano morti nella convinzione che la violenza,
o la contro-violenza rivoluzionaria, come la consideravano,
fosse l’unica salvezza per il loro popolo. Molti palestinesi,
soprattutto in Cisgiordania, lo capivano e l’accettavano. “La
Palestina democratica”, diceva il direttore del giornale
militante di Gerusalemme al-Fajr, “e’ un sogno anche per
noi, ma crediamo che gli stati arabo ed ebreo in Palestina
possano fondersi in un’unica nazione soltanto mediante un
processo politico graduale”.
Era anche largamente accettato che quello potesse essere il
traguardo ultimo del sionismo al contrario, che cio’ che
Arafat postulava come una fase transitoria di durata
indefinita potesse in realta’ essere quella definitiva. “Nel piu’
profondo”, diceva un professore dell’universita’ Bir Zeit,
“l’80% di noi lo capisce. Per noi e’ molto difficile dire addio
a cio’ che e’ nostro – Haifa, Giaffa e gran parte di
Gerusalemme – ma stiamo effettivamente dicendo agli
israeliani che siamo pronti a farlo. Stiamo dicendo che non
vogliamo piu’ scacciarli dalla terra da cui loro ci hanno
scacciato. Alcuni di noi vorrebbero ancora farlo, ma non
sono la voce dominante. In cambio, pero’, gli israeliani si
devono ritirare almeno da tutti i territori occupati nel 1967.
Non e’ possibile niente di meno. Devono rendersene conto”.

Ma non se ne resero conto. Per di piu’, il professore non si
aspettava davvero che lo facessero. Se gli israeliani non
vedevano alcun cambiamento nei palestinesi, lui, come la
maggioranza dei suoi compatrioti, certamente scorgeva ben
pochi cambiamenti in loro. In teoria, Arafat teneva ancora in
mano il suo ramoscello d’ulivo, ma questo ben presto
appassi’ nell’abbandono. Gli arabi capirono che gli israeliani
erano congenitamente incapaci di abbandonare la politica
della forza sulla quale avevano sempre fatto affidamento.
Quanto piu’ diventava palese la rinascita dei palestinesi, con
tanta maggiore ostinazione si rifiutavano di riconoscerlo. I
vignettisti ritraevano ora Israele come l’uomo che si mette le
dita nelle orecchie e si rifiuta di ascoltare. Il suo “rifiuto di
accettare la realta’”, la sua “perseveranza nell’assurdo”
divennero temi dominanti degli editorialisti. Era un
atteggiamento spavaldo che trovavano tanto piu’
rimarchevole in quanto, per come la vedevano, Israele
semplicemente non disponeva delle risorse per sostenerlo.
Tutto stava a dimostrare, dicevano, che, quale che fosse la
situazione strettamente militare, il sottostante equilibrio di
poteri si spostava continuamente in favore degli arabi.

Dalla Guerra di Ottobre, diceva un giornale di Beirut,
“l’intera entita’ sionista si e’ trovata in uno stato di crisi
permanente che e’ ormai quasi fuori controllo”. Israele,
diceva un altro, non si poteva aspettare di vivere come un
“organismo estraneo” nella sua regione piu’ di quanto la
Rodesia o il Sudafrica potessero fare nelle loro. Ma
avvertivano che Israele avrebbe probabilmente cercato di
capovolgere la situazione a danno degli arabi in un campo,
quello militare, dove aveva ancora la possibilita’ di farlo. Un
simile tentativo, facevano notare, sarebbe stato irrazionale
dal momento che la principale ragione delle difficolta’
israeliane presenti erano le conseguenze economiche,
diplomatiche e psicologiche dell’ultima guerra. Ma nella
mente degli arabi stava prendendo piede anche l’immagine di
un nemico prossimo all’isteria, di un Israele in rotta, di uno
stato-fortezza assediato che si preparava a morire con la
spada grazie alla quale era nato.

Nel periodo immediatamente successivo alla Guerra di
Ottobre, che le fortune potessero cambiare in Medio Oriente
non appariva poi una visione cosi’ follemente irrealistica. Ma
in breve si dimostro’ tale. A onor del vero, c’erano sintomi
sufficienti di declino in Israele e nelle forze che lo
sostenevano, un declino che, se non fosse stato arrestato, si
sarebbe da ultimo dimostrato fatale per l’intera impresa
sionista. Per il presente, tuttavia, Israele era in grado non
solo di raddrizzare le proprie sorti, in relazione a palestinesi
e arabi, ma di innalzarle a un livello di controllo sul proprio
ambiente mai raggiunto prima. Quella visione trascurava
infatti la deplorevole condizione, temporaneamente oscurata
dalla Guerra di Ottobre, in cui gli arabi stessi erano
sprofondati.

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