Chi e perchè ha ucciso Rafic Hariri

SULL’ORLO DEL BARATRO

Milano, febbraio – Non c’è Stato che abbia degli istinti suicidi. Nemmeno la Siria. Per questa ragione Damasco con l’assassinio di Rafic Hariri non ha nulla a che fare. Si è trattato di un deliberato attacco per dare fuoco a tutta la regione. Un’opera di piromani che si atteggiano a pompieri, usando a volte slogan islamici deliranti, a volte accattivanti confetti di democrazia occidentale.

Qualche mese fa abbiamo scritto che l’amministrazione Bush preparava diversi dossier medio orientali per un eventuale secondo mandato e avrebbe deciso più tardi quale aprire. Sembra che la scelta sia caduta sulla Siria, che non viene aggredita direttamente, perché era impossibile farlo, ma a tenaglia attraverso l’Iraq e il Libano, perché soprattutto quest’ultimo Paese implica anche l’Iraq, l’Iran, i palestinesi, racchiudendo così in sé tutte le maggiori questioni irrisolte del Medio Oriente. 

La Siria è l’unico Paese veramente laico della regione. Ciò non basta agli Stati Uniti, perché è un Paese che ha dei principi dai quali non arretra: rifiuta l’occupazione straniera, non solo in Palestina, ma anche nel Kuwait, e ribadisce da anni l’offerta araba a Israele, pace in cambio di terra, dove si offre tutta la pace in cambio della restituzione di tutte la terre arabe occupate con la forza, il Golan, le fattorie di Shebaa, i territori palestinesi del 1967, Gerusalemme Est inclusa.

Il Libano potrebbe prendere fuoco in qualsiasi momento: un incendio confessionale in cui gli unici vincitori, temporanei, potrebbero essere Stati Uniti e Israele. Temporanei perché il Libano non è immune dall’estremismo religioso, è quello che avviene in Iraq, troverebbe terreno fertile a Beirut per poi diffondersi nelle vicinanze, Siria e Palestina comprese. La presenza siriana in Libano non è solo un freno ai vari gruppi religiosi, ma è anche la barriera che si frappone tra tolleranza e intolleranza religiosa. Chi attacca la Siria in Libano vuole distruggere la coesistenza religiosa a Beirut e nella stessa Siria.

L’attacco alla sovranità libanese sotto lo stendardo sui cui campeggia “fuori l’occupante”, legittimato dalla risoluzione Onu 1559, ha anche addentellati iracheni e iraniani. Anche se si celebra nei media occidentali come trionfo della democrazia il voto del 30 gennaio scorso in Iraq, c’è la forte preoccupazione negli ambienti americani che l’Iraq finisca in mano a formazioni sciite che non hanno nessuna simpatia per la politica statunitense nella regione e tantomeno per Israele. Queste forze hanno legami religiosi e politici con gli sciiti del Libano e gli sciiti del Libano sono i primi che pagherebbero le conseguenze dell’attuazione della risoluzione 1559, perché la garanzia per la loro sopravvivenza in pace è assicurata dalla presenza siriana. Colpire gli sciiti libanesi, assume il valore di un messaggio in codice che viene inviato a quelli iracheni.

Non è un segreto che l’Iran abbia forti legami con Hezbollah. La 1559 chiede esplicitamente di disarmare quelle che vengono chiamate milizie presenti nel Paese dei cedri. Che Hezbollah sia un partito politico, interessa poco, disturba in quanto forza militare organizzata ai confini con Israele. Disarmare Hezbollah o minacciare di farlo prima che finisca l’occupazione da parte di Israele delle terre arabe, porta allo scontro, alla guerra civile. Ma ci sono anche almeno altre due conseguenze, a cui Stati Uniti e Israele assisterebbero volentieri. Il primo, lo spostamento del potenziale militare di Hezbollah dal sud del Libano verso l’interno, per utlizzarlo in uno scontro interlibanese. Il secondo non dover temere una reazione militare di Hezbollah nel caso in cui Israele e Stati Uniti decidessero di attaccare l’Iran anche solo nell’ambito di una singola operazione cosiddetta chirurgica. 

Un riferimento è necessario anche ai palestinesi, perché sono tanti quelli che vivono in Libano. Qualcuno teme che in caso di scoppio delle ostilità nel Paese ci possano essere dei nuovi Sabra e Chatila. Non è così. Il progetto è più raffinato. Si vorrebbe ottenere che un nuovo governo libanese filo-occidentale assicurasse a centinaia di migliaia di palestinesi la cittadinanza locale, ponendo così la parola fine all’annosa questione del diritto al ritorno in Palestina. Così si potrebbe definitivamente archiviare anche il capitolo della militanza palestinese nei campi profughi sparsi nel Libano.

Il dialogo tra Sharon e Abu Mazen è una coperta corta e stretta. Lo sanno bene  i mediatori. Dopo essere riusciti a creare la falsa sensazione nell’opinione pubblica internazionale, attraverso Sharm el Sheikh, che grandi progressi hanno avuto luogo sulla strada della reciproca comprensione tra israeliani e palestinesi, gli esperti sanno che il tempo stringe, e il trucco potrebbe non funzionare tanto a lungo. Servono quindi anche altri accorgimenti. Inglobare i palestinesi nella popolazione libanese potrebbe costituire un precedente da imporre dopo anche agli altri Paesi arabi nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente a stelle e striscie. Il problema del diritto sarebbe così finalmente risolto. 

Infine, un accenno all’Arabia Saudita. L’assassinio di Hariri, rivendicato da un gruppo sconosciuto che ha affermato di aver voluto colpire così la casa reale saudita che con Hariri aveva forti legami, fa venire in mente quanto disse nel maggio 2004 il principe ereditario saudita Abdullah bin Abdelaziz, dopo l’attacco terroristico nella città di Yanbu. “Adesso ci è diventato chiaro che dietro le azioni terroristiche che avvengono nel Regno c’è la mano israeliana. Posso dire di essere sicuro al 95 per cento di quello che dico”. Le parole del principe Abdullah vennero riferite dall’agenzia ufficiale saudita Spa, ma quelle internazionali sostituirono nei loro resoconti la “mano israeliana” con “mani straniere”. 

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