Settembre 2004

bere l’alternativa: mecca cola

Mondo: boycott Coca Cola, ma con l’alternativa

CTM-Altromercato | Volontari per lo Sviluppo | Inter Press Service (IPS)
mercoledì, 21 luglio, 2004

 

Il prossimo 22 luglio si terrà la giornata internazionale di boicottaggio della Coca Cola. In varie città italiane tra cui Roma, Torino, Bologna, Modena e Cecina si terranno iniziative di informazione e di invito al boicottaggio verso la multinazionale con sede ad Atlanta che è colpevole di politiche repressive nei confronti dei lavoratori sindacalizzati in Colombia. Il sindacato colombiano Sinaltrainal ha subito negli anni di rapporto con Coca Cola 9 omicidi di sindacalisti, attentati, minacce, sequestri ai danni di familiari, quadri sindacali costretti all’esilio oppure costretti ad abbandonare le proprie comunità, licenziamenti forzati. Per questi motivi la Coca Cola sta subendo un processo negli Stati Uniti. A metà giugno una carovana internazionale rappresentativa di 10 paesi (57 persone) si è recata in Colombia per constatare di persona la grave situazione in cui si trovano i sindacati colombiani e tutte le organizzazioni sociali, contadine e di difesa dei diritti umani.

Il suo comportamento lesivo dei diritti di milioni di persone trova conferma negli scandali che nell’ultimo anno la hanno coivolta in altri paesi, tra questi l’India. La popolazione circostante la zona industriale di Kaladera, nella periferia di Jaipur, capitale del Rajastan, chiede la chiusura della fabbrica di Coca Cola e delle sue potenti pompe d’estrazione dell’acqua, considerate responsabili dell’esaurimento delle falde freatiche nel sottosuolo. Secondo una ricerca preliminare realizzata dalla “Giunta centrale di acqua sott erranea” le attività della Coca Cola a Kaladera hanno contribuito a ridurre il livello delle falde fino a 38,1 metri nella scorsa decade. La Corte Suprema di Kerala ha ordinato lo scorso dicembre alla Coca Cola di fermare l’estrazione dell’acqua dei suoi impianti d’imbottigliamento in quanto la proprietà del terreno su cui era installato l’impianto non conferiva automaticamente all’impresa il diritto di estrarre l’acqua, che è stata considerata bene pubblico. “La maggior parte dei 90 impianti d’imbottigliamento che possiedono in India la Coca Cola e la sua rivale Pepsi sarebbero in difficoltà se le leggi sull’acqua si implementassero” ha dichiarato Afsar Jafri, della Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ambiente.

In alternativa a queste due multinazionali si è creato un mercato di offerte che vede tra le più importanti la Mecca-Cola, azienda fondata dal franco-tunisino Tawfik Mathlouthi, spigliato uomo d’affari 47enne che dopo la strage di palestinesi a Jenin voleva non sostenere più la multinazionale di Atlanta. La scelta dell’azienda di devolvere il 10% dei profitti ad associazioni palestinesi per l’infanzia e un altro 10% ad associazioni caritatevoli ha portato a un boom di vendite non solo nei paesi arabi ma anche in Francia, Regno Unito, Belgio, Germania, Spagna, Svezia e Danimarca. L’ultima neonata è la più dolce, l’Arab Cola, “la cola del mondo arabo” meno gasata e più caramellosa che vuole rispondere a quella fetta di mercato “orfana” della Cola americana e che non vuole essere “impegnata”. Tra le altre marche alternative ci sono la Muslim Up che è presente in oltre 13 paesi e in alcuni punti vendita a Genova e a Napoli.

Intanto dal mondo del commercio equo dopo il Guaranito, bevanda a base di guaranà offerta ora da Ctm anche in lattina, nasce la nuova bevanda che si chiama Beuk cola promossa da una cooperativa bretone di nome “Kar ar Bed” che si è rivolta alla rete del commercio equo belga Oxfam. Dalla collaborazione è nata la nuova cola equa, che oggi è distribuita nei 2000 bar e nei 70 festival riforniti da Kar ar Bed e da poco tempo è entrata sul mercato italiano grazie alla mediazione di Commercio Alternativo che ha tra le sue bevande anche la Fair Cola Guaranà.

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Colombia: inchiesta sui sindacalisti uccisi

International Confederation of Free Trade Unions
mercoledì, 18 agosto, 2004

 

 

Lo scorso 5 agosto ad Arauca in Colombia sono stati uccisi tre sindacalisti per mano del Gruppo di cavalleria meccanizzato e altri due sono detenuti. L’impegno dei sindacalisti era volto a rivendicare i diritti delle comunità con azioni di rivendicazione davanti agli enti locali, dipartimentali e nazionali. In seguito i sindacalisti sono stati perseguitati con false e tendenziose imputazioni in un processo penale che ha visto come conseguenza l’abbandono dell’attività pubblica e il rifugio nelle comunità con la continuazione della attività organizzativa all’interno di quelle. Un coordinamento di organizzazioni sindacali di Arauca rifiuta le dichiarazioni fatte dai comandi militari, nel tentativo di giustificare l’atroce massacro, con le quali affermano che i dirigenti sociali assassinati erano terroristi e che sono stati abbattuti in combattimento. Le organizzazioni sindacali chiedono un’inchiesta che persegua i responsabili di questi fatti e hanno lanciato un appello internazionale per aumentare la pressione via email sulle autorità competenti.

Richiesta rinforzata anche dalla Confederazione Internazionale dei sindacati (Icftu) che in una lettera mandata al presidente colombiano Alvaro Uribe, ha espresso forti dubbi rispetto alla versione fornita dal governo sui fatti del 5 agosto e ha richiesto un coinvolgimento nell’inchiesta delle organizzazioni indipendenti per i diritti umani colombiane. Da segnalare negli ultimi anni i numerosi attacci di calunnia da parte del governo colombiano verso organizzazioni locali e internazionali tra cui la Comunidad de Paz de San José de Apartado, il Collectivo de Abogados José Alvear Restrepo, le Peace Brigades International (PBI) e Amnesty International. Questo ultimo episodio fa salire a 30 i sindacalisti uccisi in Colombia nei primi otto mesi del 2004. Secondo i dati forniti dall’Icftu all’Organizzazione Mondiale del Lavoro, dal 2002 sono circa 700 i campesinos che sono stati uccisi dopo la forte militarizzazione dell’area. Tra i settori più colpiti ci sono quelli dei servizi, dell’agricoltura, dell’industria alimentare, servizi telefonici, minerario e dell’insegnamento professionale.

In Colombia è sotto i riflettori il caso della Coca Cola su cui incombe un processo internazionale e una campagna di boicottaggio che vuole denunciare la politica repressiva della multinazionale responsabile di otto omicidi. Accuse confermate anche da un rapporto della delegazione di New York City che lo scorso gennaio si è recata in Colombia per indagare sulle accuse dei lavoratori della Coca-Cola. La delegazione ha incontrato funzionari e lavoratori della Coca-Cola, come pure diverse rappresentanze governative, dei diritti umani e religiose.
La delegazione ha chiesto alla compagnia di porre immediatamente rimedio alla situazione e fa appello alla coscienza di tutte le persone perché partecipino alla pressione nei confronti dell’azienda per ottenere questo risultato. L’appaltatore per l’imbottigliamento della Coca-Cola, la messicana FEMSA ha rifiutato di trovare un nuovo impiego per i 91 lavoratori, ex lavoratori della Panamaco, che sono stati licenziati dopo che lo scorso anno la produzione è stata fermata in 11 dei 16 impianti di imbottigliamento colombiani. Il ministero della Protezione Sociale ha recentemente autorizzato i licenziamenti, nonostante il contratto collettivo stipulato tra Coca-Cola e il sindacato Sinaltrainal prevedesse che FEMSA dovesse ricollocare i lavoratori rimossi in nuovi impieghi. Più della metà dei lavoratori disoccupati sono leader sindacali. Il conflitto lavorativo arriva nel momento in cui l’azienda sta macinando profitti record. I suoi affari a livello mondiale fatturano 1,3 miliardi di dollari nel primo quadrimestre del 2004, ed è la prima volta che i guadagni quadrimestrali superano il miliardo di dollari. Queste entrate rappresentano un incremento del 35% rispetto allo scorso anno. [AT]

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coca-cola crimines

RAPPORTO DELLA COMMISSIONE INDIPENDENTE D’INCHIESTA DI NEW YORK CITY SULLA COCA-COLA IN COLOMBIA


Il rapporto della Commissione di New York City che ha svolto un’inchiesta in Colombia dall’8 al 18 Gennaio 2004

Autore: Commissione indipendente d’inchiesta di New York City sulla Coca-Cola in Colombia
Data: 2 aprile 2004
Lingua originale: inglese
Traduzione in italiano: COCS – COmitato Cambia lo Sponsor
Numero pagine: 12
Indice: 1. sommario esecutivo – 2. la storia della delegazione, i partecipanti, il mandato – 3. contesto nazionale e internazionale – 4. fonti e acquisizione dati – 5. accertamenti (pratiche di impiego – violenza extra-legale – inazione e complicità della coca-cola – rappresaglie legali) – 6. conclusioni e raccomandazioni

 

I. SOMMARIO ESECUTIVO

Nel Gennaio del 2004, il Consigliere Comunale di New York City Hiram Monserrate e una delegazione di attivisti dei sindacati, degli studenti e della società civile, si sono recati in Colombia per indagare sulle accuse dei lavoratori della Coca-Cola secondo cui l’azienda è complice delle violazioni dei diritti umani che i lavoratori stessi hanno sofferto.

La delegazione ha incontrato funzionari e lavoratori della Coca-Cola, come pure diverse rappresentanze governative, dei diritti umani e religiose.

Le conclusioni della Delegazione d’inchiesta di New York City sulla Coca-Cola in Colombia confermano le denunce dei lavoratori secondo cui l’azienda è responsabile della crisi relativa ai diritti umani che ha colpito la sua forza-lavoro.

Ad oggi, ci sono state un totale di 179 gravi violazioni dei diritti umani dei lavoratori della Coca-Cola, compresi nove omicidi. I familiari degli attivisti sindacali sono stati rapiti e torturati. I sindacalisti sono stati licenziati per aver partecipato a riunioni sindacali. L’azienda ha fatto pressione sui lavoratori perché rinunciassero a far parte del sindacato e ai loro diritti contrattuali e ha licenziato quelli che si sono rifiutati.

Più preoccupanti per la delegazione sono state le persistenti accuse secondo cui la violenza paramilitare contro i lavoratori è stata portata avanti con la consapevolezza e probabilmente sotto la direzione dei dirigenti aziendali.

L’accesso fisico che i paramilitari hanno avuto negli impianti di imbottigliamento della Coca-Cola è impossibile senza la consapevolezza e/o la tacita approvazione dell’azienda. In modo sconvolgente, i dirigenti dell’azienda hanno dichiarato alla delegazione di non aver mai indagato i rapporti tra i dirigenti degli impianti e i paramilitari. L’inazione dell’azienda ed il suo continuo rifiuto di assumersi alcuna responsabilità per la crisi dei diritti subita dalla sua forza lavoro in Colombia dimostra – nella migliore delle ipotesi – disprezzo per la vita dei suoi dipendenti.

La complicità della Coca-Cola nella situazione è aggravata dal suo reiterato schema di comportamento, nell’accusare di crimini gli attivisti sindacali che avevano denunciato la collusione dell’azienda con i paramilitari. Queste denunce sono state rigettate in quanto prive di fondamento in diverse occasioni.

La conclusione che Coca-Cola è responsabile per la campagna di terrore mirata contro i suoi lavoratori è inevitabile. La delegazione chiede alla compagnia di porre immediatamente rimedio alla situazione e fa appello alla coscienza di tutte le persone perché partecipino alla pressione nei confronti dell’azienda per ottenere questo risultato.


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II. LA STORIA DELLA DELEGAZIONE, I PARTECIPANTI E IL MANDATO

Il Consigliere Comunale di New York City Hiram Monserrate e cinque attivisti dei sindacati e della società civile si sono recati in Colombia dall’8 al 18 gennaio per indagare sulle accuse rivolte dai lavoratori colombiani impiegati presso gli impianti di imbottigliamento della Coca-Cola, secondo cui la Coca-Cola è complice nella campagna di violenze contro i leader e i membri del sindacato. Questo viaggio è stato il risultato di un processo investigativo e di un dialogo con la compagnia iniziato almeno un anno fa (v. Allegato A).

Monserrate, rappresentando la vasta e crescente comunità colombiana presso Jackson Heights ed Elmhurst, distretto di Queens, ha organizzato la delegazione di inchiesta di New York City sulla Coca-Cola in Colombia – una coalizione di studenti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti statunitensi e membri della comunità colombiana immigrata e residente a New York – per assicurarsi che uno dei maggiori mercati della Coca-Cola, New York City, non stia sostenendo abusi sul lavoro al di fuori dei nostri confini.

Su richiesta di Monserrate, egli stesso e altri rappresentanti della delegazione hanno incontrato i massimi dirigenti della Coca-Cola nel mese di Luglio del 2003 per discutere la crisi dei diritti umani a danno dei lavoratori della Coca-Cola in Colombia. Durante quell’incontro, i dirigenti dell’azienda hanno dichiarato  che le accuse, secondo cui l’azienda è collegata alle violenze, minacce e intimidazioni dei paramilitari, sono false.

La delegazione ha chiesto alla Coca-Cola di sponsorizzare una commissione d’inchiesta indipendente per indagare e valutare le accuse dei lavoratori circa un coinvolgimento dell’azienda nelle violenze illegali contro di loro (v. Allegato B). In seguito all’incontro del Luglio 2003, Coca-Cola ha risposto per iscritto che “l’azienda non intende supportare in alcun modo alcun tipo di Commissione d’inchiesta indipendente in Colombia” (v. Allegato C) e che le accuse dovrebbero essere esaminate solo localmente. Ritenendo fermamente che la faccenda richiedesse un’indagine, Monserrate e gli altri membri della delegazione hanno allora iniziato ad organizzare il viaggio che ha avuto luogo nel Gennaio del 2004.

I partecipanti alla delegazione in quel viaggio sono stati: Monserrate, rappresentante nel Consiglo Comunale di New York City per il 21mo distretto di Queens; Dorothee Benz, rappresentante del CWA – Communications Workers of America Local 1180; Lenore Palladino, direttore nazionale dell’associazione United Students against Sweatshop (USAS); Segundo Pantoja, rappresentante del  Professional Staff Congress-City University of New York (PSC-CUNY); José Schiffino, rappresentante del Civil Service Empolyees Association (CSEA); e Luis Castro, assistente e addetto stampa del Consigliere Monserrate.

Il mandato della delegazione d’inchiesta sulla Coca-Cola in Colombia per il viaggio del Gennaio 2004 era indagare sulle violenze contro i lavoratori della Coca-Cola, parlare in prima persona con i dirigenti e i lavoratori dell’azienda e valutare le accuse di complicità dell’azienda rispetto alle violenze.

La delegazione ha fatto ritorno il 18 Gennaio e ha realizzato un rapporto preliminare il 29 Gennaio. E’ anche iniziata una corrispondenza di sollecito all’azienda (v. Allegato E). Dopo la realizzazione del rapporto preliminare, i membri della delegazione hanno revisionato la voluminosa documentazione reperita sul caso, e ha sollecitato la documentazione aggiuntiva che alla delegazione era stata promessa dall’azienda.

Il presente rapporto rappresenta una revisione complessiva del materiale a disposizione al momento di questa stesura. La delegazione considera esaustivo il materiale, tuttavia si adopera per trovare documentazione aggiuntiva che possa fare ulteriormente luce sulla situazione.


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III. CONTESTO NAZIONALE E INTERNAZIONALE

La Colombia è uno dei paesi più pericolosi del mondo per un sindacalista. Sono più i sindacalisti assassinati ogni anno in Colombia che nel resto del mondo: 169 nel 2001, 184 nel 2002, 92 nel 2003. In tutto, più di 4000 sindacalisti sono stati assassinati dal 1986, e ad oggi nessuno è stato arrestato, giudicato e condannato per uno solo di questi assassini. In aggiunta agli assassini, i sindacalisti hanno subito altre forme di violenza e terrore, incluso il sequestro di persona, le percosse, le minacce di morte ed altre intimidazioni.

La maggior parte delle violenze sono state commesse dai membri delle unità paramilitari, anche conosciute come “squadre della morte”, ed in primo luogo le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). La collusione tra l’esercito e i paramilitari è un dato assodato in Colombia, e l’impunità totale di coloro che terrorizzano i sindacalisti si limita a sottolineare ulteriormente la connessione tra soggetti legali ed illegali che cercano di sopprimere l’attività sindacale.

La persecuzione nei confronti dei difensori della giustizia sociale sotto  la parvenza di lotta al terrorismo ha anche fornito al governo colombiano una scusa per limitare i diritti e le libertà dei sindacati. I sindacati sono sempre più oggetto di attacchi legali, così come di omicidi illegali e di minacce. Le modifiche nella legge colombiana risalenti al 1990 hanno fornito la cornice legale per eliminare il lavoro a tempo indeterminato e sostituirlo con il lavoro precario, aumentando l’insicurezza sul lavoro e inibendo fortemente la capacità dei sindacati di organizzare i lavoratori temporanei, che ora costituiscono la grande maggioranza della forza lavoro colombiana. Contemporaneamente, una serie di leggi approvate nel Dicembre del 2003, hanno ridotto gli ammortizzatori sociali e hanno limitato i diritti sindacali e le libertà civili. La violazione dei diritti è stata fatta passare come Legge Anti-Terrorismo, con argomentazioni ormai familiari per noi dopo l’11 settembre. I tagli allo stato sociale sono stati in linea con le richieste di austerità derivanti dai Piani di Aggiustamento Strutturale del Fondo Monetario Internazionale, così come i massici sforzi per incrementare le privatizzazioni. Circa 30.000 lavoratori pubblici sono stati licenziati; nei progetti del governo altri 40.000 perderanno il posto di lavoro.

Il risultato di queste tendenze è una disoccupazione ufficiale che si attesta al 20% mentre quella reale è molto più alta, come anche la sottoccupazione. L’adesione al sindacato dal 12% di dieci anni fa è crollata al 3,2%.

Sia la repressione legale che quella illegale dei sindacati in Colombia è largamente percepita come al servizio degli interessi delle multinazionali. Infatti la delegazione ha ascoltato numerosi racconti, durante la sua permanenza in Colombia, sulla collusione tra aziende e paramilitari – storie di campagne di terrore dove in migliaia sono stati uccisi o cacciati dalle loro terre dai paramilitari subito prima dell’ingresso di una multinazionale in una determinata area. Pertanto, le accuse contro Coca-Cola circa il suo ruolo rispetto alle violenze contro i suoi lavoratori, costituiscono un dato normale, piuttosto che eccezionale.

Il Sindacato Nazionale dei Lavoratori delle Industrie alimentari (SINALTRAINAL) è il sindacato nazionale del settore alimentare, che rappresenta i lavoratori colombiani della Coca-Cola. Nel Luglio del 2001 il SINALTRAINAL, in collaborazione con il UNITED STEELWORKERS OF AMERICA (USWA) e con l’INTERNATIONAL LABOR RIGHTS FUND (ILRF) ha intrapreso un procedimento presso la Corte del Distretto Sud-Est degli Stati Uniti in Florida contro la Coca-Cola Company e le sue controllate colombiane.

La denuncia legale, un’azione civile basata sull’ ALIEN CLAIMS TORT ACT (ACTA) registrata presso la Corte Distrettuale Federale del Distretto Sud della Florida con il No 01-03208-CIV in data 21 Luglio 2001, asserisce che le controllate della Coca-Cola in Colombia siano coinvolte in una campagna di terrore e omicidi nei confronti della loro forza-lavoro sindacalizzata attraverso l’utilizzo di truppe paramilitari delle AUC. Poco dopo, la Coca-Cola ha presentato denunce presso una corte colombiana contro coloro che l’hanno querelata negli USA per calunnia e diffamazione, chiedendo 500 milioni di pesos di risarcimento.


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IV. FONTI E ACQUISIZIONE DATI


Durante la permanenza in Colombia, la delegazione ha visitato Bogotà, Barranquilla, Barrancabermeja, Cali e Bugalagrande. Si è incontrata con i lavoratori Coca-Cola che sono stati vittima di violenza, intimidazione, rappresaglia e minacce, e con lavoratori e altre persone che sono stati testimoni di queste azioni. La delegazione si è incontrata anche con organizzazioni e attivisti impegnati per i diritti umani, altri sindacati, organizzazioni sociali e diversi rappresentanti del Governo. Questi incontri ulteriori hanno fornito un quadro generale e in alcuni casi la verifica indipendente delle accuse del sindacato contro l’azienda. La delegazione ha filmato tutte le testimonianze ricevute dai lavoratori della Coca-Cola, e, al suo ritorno negli Stati Uniti, ha visionato l’intera documentazione videoregistrata per la redazione di questo rapporto.

I lavoratori della Coca-Cola e i loro familiari più stretti che sono stati intervistati comprendono:
Anonimo 1, Barranquilla, 11 Gennaio
Limberto Carranza, Barranquilla, 11 Gennaio
Anonimo 2, Barranquilla, 11 Gennaio
Anonimo 3, Barranquilla, 11 Gennaio
Anonimo 4, Barranquilla, 11 Gennaio
Oscar Giraldo, Bogotà. 12 Gennaio
Hernan Manco, Bogotà, 12 Gennaio
William Mendoza, Barrancabermeja, 14 Gennaio
Jose Domingo Flores, Barrancabermeja, 14 Gennaio

Inoltre, la delegazione si è incontrata con i dirigenti nazionali del SINALTRAINAL, in particolare Javier Correa, presidente del sindacato, ed Edgar Paez, segretario per gli Affari Internazionali. In data 12 Gennaio ha ricevuto una presentazione in Power Point intitolata “Accumulazione di capitale e violazione dei diritti umani” che analizza la struttura aziendale di Coca-Cola, le strategie economiche, le pratiche di impiego della forza lavoro e i profitti, ed è stata consegnata una copia per le sue registrazioni documentali. Inoltre, abbiamo acquisito un libro con una storia dettagliata della Coca-Cola in Colombia, “Una delirante ambizione imperiale”, Edizioni Universo Latino, Bogotà, 2003.

Il 13 Gennaio, la delegazione ha incontrato due rappresentanti della Coca-Cola/FEMSA a Bogotà, Juan Manuel Alvarez, direttore dell’Ufficio Risorse Umane, e Juan Carlos Dominguez, manager dell’Ufficio Affari Legali. I membri della delegazione hanno cercato, mentre erano ancora a New York, di organizzare delle visite all’interno degli impianti di imbottigliamento Coca-Cola. Questa richiesta è stata reiterata nel corso dell’incontro del 13 Gennaio (v. Allegato D), e la delegazione a questo punto ha chiesto specificatamente che gli fosse consentito l’accesso all’impianto di Barrancabermeja. I dirigenti dell’azienda hanno rifiutato nettamente. Nel corso dell’incontro con Alvarez e Dominguez, questi hanno promesso che avrebbero inviato l’ampia documentazione a cui hanno fatto riferimento. Ad oggi, nulla di questo materiale è stato ricevuto all’infuori di una lettera dal Quartier generale di Atlanta che conferma che questi materiali saranno forniti (v. Allegato H).

La delegazione ha ricevuto informazioni sulla pratiche di impiego della Coca-Cola e sulla violenza contro i suoi lavoratori da diversi altri soggetti, al fine di inquadrare in maniera più ampia il contesto sociale, economico e politico. A Barrancabermeja, la delegazione ha incontrato in data 14 Gennaio il CREDHOS, una organizzazione locale attiva sul fronte dei diritti umani, e la Organizacion Femenina Popular, un’organizzazione di donne, il 15 Gennaio. A Cali, il 17 Gennaio, c’è stato un colloquio con Diego Escobar Cuellar, rappresentante di ASONAL JUDICIAL, l’associazione di lavoratori del settore giudiziario. Escobar ha fornito un quadro agghiacciante del problema dell’impunità, descrivendo in dettaglio la corruzione interna al sistema giudiziario e la sua crescente alleanza con i paramilitari. “Giustizia colombiana è un ossimoro”, ha dichiarato ai membri della delegazione.

La delegazione si è incontrata anche con numerosi esponenti del Governo e del mondo politico con cui ha discusso del caso Coca-Cola. Questi incontri si sono svolti con: i deputati Wilson Borja e Gustavo Pedro; Daniel Garcia Pena, assistente del sindaco di Bogotà Lucho Garzon; membri dell’Ufficio esecutivo del Frente Social y Politico, formazione politica di sinistra; il Sindaco di Cali Apolinar Salcedo Caicedo; e il Consiglio Comunale di Cali.

All’inizio del viaggio, la delegazione si è incontrata anche con due membri dello staff dell’ambasciata statunitense, Craig Conway e Stuart Tuttle, che all’epoca erano delegati ai Diritti Umani.


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V. ACCERTAMENTI

Le pratiche di impiego della Coca-Cola in Colombia, sia quelle legali che quelle illegali, hanno avuto l’effetto di abbassare notevolmente i salari, gli standard di lavoro e la sicurezza sul lavoro per i dipendenti della Coca-Cola, e simultaneamente di decimare il sindacato SINALTRAINAL. Entrambe queste tendenze sono state rafforzate dalle raccapriccianti violazioni dei diritti umani, che i lavoratori hanno sofferto per mano delle forze paramilitari.

L’azienda respinge ogni coinvolgimento nelle minacce, negli assassini, nei sequestri, e nelle altre tattiche di terrorismo, ma la sua incapacità di proteggere i suoi lavoratori anche all’interno delle proprietà della compagnia, il suo rifiuto di indagare le persistenti accuse di pagamenti ai paramilitari da parte dei capi degli impianti, e la sua riluttanza a condividere la documentazione che potrebbe portare a diverse conclusioni, conduce la delegazione alla conclusione che Coca-Cola è complice nelle violazioni dei diritti umani dei suoi lavoratori in Colombia.


Pratiche di impiego

Durante la scorsa decade, Coca-Cola ha proceduto alla centralizzazione della produzione presso i suoi impianti colombiani allo stesso tempo in cui ha decentralizzato la sua forza lavoro. Così facendo, ha chiuso o ridotto molti dei suoi impianti di imbottigliamento e ha fatto ricorso sempre più a lavoro in subappalto. Come denunciato dal sindacato, tali pratiche violano la legge vigente. Dal Settembre del 2003, Coca-Cola FEMSA ha chiuso le linee di produzione presso 11 dei suoi 16 impianti di imbottigliamento.

Inoltre, la ristrutturazione della forza lavoro ha abbattuto il numero di lavoratori della Coca-Cola. Dal 1992 al 2002 circa 6700 lavoratori della Coca-Cola in Colombia hanno perso il posto. L’88% dei lavoratori dell’azienda ora è costituito da lavoratori a tempo determinato e non sindacalizzati. Negli ultimi dieci anni i salari sono stati ridotti del 35% per questi lavoratori precari, ed essi guadagnano un quarto dei lavoratori sindacalizzati. I precari non hanno tutele sul lavoro, né assistenza sanitaria, né diritto di organizzarsi.

L’azienda ha fatto continuamente pressioni sui lavoratori perché rinunciassero alla loro appartenenza al sindacato e alle loro garanzie contrattuali. Dal Settembre del 2003, ha fatto pressione su 500 lavoratori perché rinunciassero ai loro contratti collettivi in cambio di un pagamento forfettario. A Barranquilla la delegazione ha ascoltato anche la testimonianza di tre lavoratori della Coca-Cola che hanno dichiarato di essere stati licenziati per aver partecipato agli incontri del sindacato. Due di loro hanno affermato che ora loro e le loro famiglie soffrono la fame e non hanno di che coprire le loro necessità vitali.

Molti dei leader sindacali della Coca-Cola hanno resistito a queste pressioni e hanno rifiutato di rassegnare le dimissioni. Da quando la delegazione è rientrata dalla Colombia, l’azienda ha aumentato la pressione su questi leader, richiedendo con successo al Ministero Colombiano per la Protezione Sociale l’autorizzazione per licenziare 91 lavoratori, il 70% dei quali sono dirigenti sindacali. Il SINALTRAINAL lo ha chiamato “lo sforzo finale di Coca-Cola per eliminare il sindacato”.

In risposta il SINALTRAINAL ha intrapreso uno sciopero della fame di 12 giorni il giorno 15 Marzo, in otto città colombiane, per protestare contro la chiusura di 11 fabbriche avvenuta lo scorso anno. Queste chiusure sono il risultato delle dimissioni forzate di 500 lavoratori, malgrado la legge colombiana e nonostante il contratto collettivo gli garantisse il diritto di essere trasferiti da un impianto all’altro. Due scioperanti sono stati ricoverati in ospedale prima che la FEMSA, una sussidiaria della Coca-Cola, accettasse di sedersi al tavolo negoziale con i dirigenti sindacali. L’inizio delle contrattazioni è programmato per lo stesso giorno in cui questo rapporto viene pubblicato, il 2 Aprile.


Violenza extra-legale

La distruzione del sindacato, e con essa la possibilità di abbattere i salari ed eliminare i benefici, è anche lo scopo della campagna di violenza e terrore diretta nei confronti dei membri del sindacato presso gli impianti Coca-Cola. Complessivamente ci sono stati un totale di 179 violazioni dei diritti umani di lavoratori Coca-Cola, compresi 9 omicidi. Sebbene la violenza sia praticata dai paramilitari piuttosto che da soggetti dell’azienda, il sindacato ha documentato la coincidenza temporale tra le trattative sindacali e i periodi di maggiore violenza contro i lavoratori.

La delegazione ha ascoltato testimonianze di dozzine di lavoratori Coca-Cola e loro familiari che sono stati vittime di violenze e terrore o che sono stati testimoni oculari dei fatti. La mole di queste testimonianze è schiacciante, e il quadro che ne emerge è inconfutabile: i lavoratori sindacalizzati e soprattutto i leader e gli attivisti sindacali sono stati ripetutamente bersaglio nello sforzo di ridurre al silenzio il sindacato e di annientare la sua capacità di negoziare condizioni migliori per i suoi membri.

A Barranquilla, la delegazione ha ascoltato il figlio di Adolfo Munera, un lavoratore della Coca-Cola che fu assassinato nell’Agosto del 2002. Egli ha dichiarato alla delegazione:
“Mio padre era una persona onesta e amichevole e un grande lavoratore. Iniziò a lavorare per la Coca-Cola nel 1993. Aderì al sindacato della Coca-Cola ed iniziò a lavorare per i diritti dei suoi colleghi. Proprio per questo, arrivò una denuncia dall’azienda. Loro [le forze di sicurezza del Governo] fecero irruzione in casa il 6 Marzo del 1997; arrivarono, entrarono con la forza e perquisirono dappertutto. Poi lanciarono false accuse contro mio padre. Con l’aiuto del sindacato, mio padre assunse un avvocato e preparò la sua difesa. Quella volta, l’azienda dichiarò mio padre assente dal lavoro. Durante quel periodo, mio padre dovette scappare in esilio e muoversi da un posto all’altro. Lo licenziarono per la sua assenza dal lavoro e a quel punto chiedemmo aiuto. Grazie al sindacato che ci diede quel supporto, approntammo la difesa. Sfortunatamente l’azienda gli fece consegnare una lettera di licenziamento e allora lui andò al confino per cinque anni. Nell’Agosto del 2002 fu assassinato sulla porta della casa di sua madre”.


Liberto Carranza, un lavoratore della Coca-Cola e attivista sindacale a Barranquilla, ci ha raccontato il rapimento del suo figlio di 15 anni, Jose David:
“Sto parlando alla Commissione Internazionale come padre. Mio figlio fu preso l’11 Settembre dello scorso anno [2003]. Un paio di uomini incappucciati lo presero mentre tornava a casa dalla scuola in bicicletta. Lo trattennero e lo portarono in giro per la città di Soledad, dove vivevamo all’epoca. Fu malmenato, cioè torturato. In seguito fu lasciato in un fosso tramortito ed in stato di semi-inconscienza. Chiesero a mio figlio di me. Dal momento in cui iniziarono a picchiarlo, gli chiesero dove fossi e in cosa fossi coinvolto. Poi gli dissero che in ogni caso avevano intenzione di uccidere suo padre. Mio figlio è stato picchiato…fino ad oggi…non si è ripreso, non può far finta di niente. Non riesce a superare lo shock psicologico.”

“Per quanto ci riguarda la cosa più importante è che il 9 iniziammo quella che può essere ritenuta la battaglia più dura con la dirigenza, quando l’azienda rese pubblica la sua intenzione di chiudere gli impianti di Cartagena, Monteria e Valledupar. Organizzammo la mobilitazione dei lavoratori affinché rifiutassero il piano proposto dall’azienda per il così detto “pre-pensionamento”. Loro iniziarono un gioco di intimidazione, portando i lavoratori in diversi hotel di queste città, per convincerli ad accettare il piano e ad abbandonare i diritti di tutela sul lavoro previsti nei loro contratti. Quale fu la risposta alla nostra mobilitazione? Il giorno successivo sequestrarono mio figlio”.

Non è stato questo l’unico caso di violenza nei confronti dei familiari di cui la Commissione ha avuto testimonianza. Si tratta forse della più orribile forma di terrore; si dice che il Cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII nel XVII secolo, abbia rimarcato: “un uomo con una famiglia può essere costretto a fare qualsiasi cosa”. Tra le altre storie di minacce contro le famiglie, c’è quella di William Mendoza, presidente della sezione locale del sindacato a Barrancabermeja. Ha raccontato come tre uomini cercarono di sequestrare sua figlia di quattro anni l’8 Giugno del 2002, ma il tentativo fu sventato dalla madre, che si aggrappò tenacemente alla figlia. Gli uomini allora iniziarono a picchiarla, ma le sue urla ripetute attirarono l’attenzione e i tentati sequestratori lasciarono perdere. Dopo questo fatto, Mendoza afferma che un comandante locale dei paramilitari lo chiamò:

Disse: “Ascolta, sei stato fortunato oggi, volevamo rapire tua figlia”. Continuò: “volevamo ucciderla, così avresti finito di raccontare stronzate sui paramilitari e sulla Coca-Cola”. Questo perché qui a Barranca noi abbiamo denunciato il paramilitarismo e le sue probabili connessioni con la Coca-Cola. Dicono che se ricomincio a parlare, se non mi sto zitto, qualcosa succederà ai miei familiari. Ho denunciato il fatto alla polizia e non ho visto nessuna persona arrestata, e l’ufficiale di polizia non mi ha detto a che punto sono le indagini….I miei figli vanno a scuola con l’auto blindata per proteggerli. E’ una situazione veramente difficile.

E non si tratta dell’ultima volta che un familiare di Mendoza è stato minacciato:
Il 17 Gennaio dello scorso anno [2003] ho ricevuto una chiamata a casa per mia figlia Paola. Gli chiesero se sua madre e suo padre fossero lì. Le dissero di avvertirli di stare molto attenti. Le chiesero dove studiava, lei rispose in una certa scuola e loro dissero che lei stava mentendo e che sapevano che lei andava in un’altra scuola, e anche che “proprio in questo momento tuo fratello sta facendo dei lavoretti in cortile”. Ed in quel momento mio figlio di dieci anni stava lì fuori a pulire la facciata della casa. Ovviamente stavano tenendo la nostra casa sotto sorveglianza.

La delegazione ha parlato con due sopravissuti della campagna dei paramilitari per distruggere il sindacato a Carepa, nella regione dell’Urabà, tra il 1995 e il 1996. E’ qui che il leader sindacale Isidro Segundo Gil fu colpito con sette colpi di arma da fuoco dai paramilitari all’interno l’impianto di imbottigliamento della Coca-Cola. Alcune ore dopo, la sede cittadina del sindacato fu data alle fiamme. E due giorni dopo, i paramilitari tornarono all’impianto, misero in fila tutti i lavoratori, diedero loro lettere prestampate di dimissioni dal sindacato e li fecero firmare sotto minaccia di morte. Le lettere furono scritte e stampate con i computer aziendali. Il risultato, non sorprendente, è che il sindacato lì fu annientato e i suoi leader, temendo per la propria vita, fuggirono.

L’assassinio di Gil fu uno dei cinque avvenuti presso l’impianto di Carepa, insieme a molte sparizioni e sequestri. Oscar Giraldo era a quel tempo il vice-presidente del sindacato locale. Prima che Gil venisse assassinato, la prima commissione esecutiva del sindacato era stata cacciata dalla città e lo stesso fratello di Giraldo, Vicente Enrique Giraldo, assassinato. Giraldo ha descritto la completa impunità di cui godettero gli assassini di Gil: “La polizia venne a prelevare il corpo e non fece nessuna indagine. La stessa cosa avvenne con mio fratello, vennero a prelevare il suo corpo e nessuno fece nessuna, nessunissima indagine”.

Ad ogni modo non era solo l’impunità da parte della Procura dello Stato che Giraldo testimoniava. Egli ha osservato anche legami tra l’azienda e i paramilitari. Egli ha dichiarato alla delegazione che “un supervisore mi disse che Mosquera [il direttore dell’impianto] aveva intenzione di stroncarci, e tre giorni dopo ci fu l’assassinio di Isidro Gil.” Ariosto Milan Mosquera ha lasciato la città poco prima dell’assassinio, giusto dopo che il sindacato aveva presentato la sua piattaforma contrattuale all’azienda. Giraldo ha ricordato:

I paramilitari potevano circolare all’interno dell’azienda senza problemi, arrivavano ed entravano senza ostacoli, e il direttore continuava a dire che doveva liberarsi del sindacato. Egli inoltre beveva con i paramilitari e si mostrava in pubblico con loro, tutti ce lo dicevano. E mi fu detto dal supervisore (…) che il piano era di sbarazzarsi del sindacato. Sono sicuro che ai paramilitari fu chiesto dall’azienda di distruggere il sindacato. C’era l’esercito, c’era la polizia in città, i paramilitari vivevano proprio lì, la polizia non ha mai fatto nessun tentativo per fermarli. Alcuni di loro erano nostri concittadini, altri forestieri. E Coca-Cola era un cliente dei paramilitari.

Attacchi e minacce sono continuati. Per esempio Luis Edoardo Garcia e Jose Domingo Flores, attivisti sindacali di Bucaramanga che la delegazione ha intervistato a Barrancabermeja, hanno raccontato alla delegazione di come furono vittime di aggressioni fisiche l’11 settembre 2003. Juan Carlos Galvis è sopravvissuto ad un tentativo di omicidio il 22 Agosto 2003.


Inazione e complicità della Coca-Cola

Le prove circostanziali della complicità di Coca-Cola nella repressione della sua forza lavoro sindacalizzata abbondano. Ad esempio la coincidenza sospetta, riportata alla delegazione da molteplici fonti sindacali, di ondate di violenza anti-sindacale durante le vertenze contrattuali tra sindacato ed azienda. L’analisi del sindacato rivela anche che i picchi nei profitti dell’azienda si sono verificati nei periodi di repressione più intensa.

Oltre a queste correlazioni, ci sono preoccupanti testimonianze oculari secondo cui i paramilitari avrebbero libero accesso agli impianti Coca-Cola e intratterrebbero rapporti con i manager aziendali.

Quando la delegazione si è recata a Barrancabermeja, è stato condotto un test sull’accessibilità fisica degli impianti al fine di comprendere con maggiore precisione che cosa implichi l’accesso dei paramilitari nelle proprietà dell’azienda. L’impianto di Barrancabermeja è circondato da un recinto metallico alto dieci piedi. L’ingresso è controllato da un cancello presidiato, che rimane chiuso. E’ semplicemente impossibile guadagnare l’ingresso all’impianto senza la consapevolezza ed il permesso dell’azienda. E’ impossibile evitare la conclusione che i paramilitari fossero presenti all’interno degli impianti di imbottigliamento con la piena consapevolezza e/o la tacita approvazione dell’azienda.

La delegazione ha anche ascoltato testimonianze da diverse fonti secondo cui ci sarebbero stati pagamenti ai paramilitari da parte dei manager locali della Coca-Cola. Nel corso dell’incontro del 13 Gennaio tra la delegazione e i rappresentanti della Coca-Cola/FEMSA (v. Allegato F) Juan Manuel Alvarez e Juan Carlos Dominguez, queste accuse sono state respinte con vigore. Tuttavia, Alvarez e Dominguez erano a conoscenza del fatto che i funzionari della Coca-Cola non avessero mai disposto alcuna inchiesta interna o esterna rispetto a tali accuse, né rispetto ad alcuna delle centinaia di violazioni dei diritti umani sofferte dai lavoratori della compagnia.

I rappresentanti dell’impresa erano anche consapevoli della possibilità che persone assunte dalla azienda – anche se agendo senza autorizzazione – potessero aver lavorato o avuto contatti con paramilitari. Questa ammissione rende ancor più scioccante la mancanza di indagini sui collegamenti con i paramilitari. Alvarez e Dominguez hanno anche sostenuto che l’azienda assistesse i lavoratori nella presentazione delle denunce alle autorità governative rispetto alla continua persecuzione dei paramilitari contro l’attività sindacale e hanno promesso di mettere a disposizione la relativa documentazione; ad oggi, tuttavia, nessuna documentazione è stata ricevuta dalla delegazione, nonostante le lettere di sollecitazione.

Lo scambio del 13 Gennaio rispecchia l’esperienza della delegazione con Coca-Cola nel corso del suo dialogo con la compagnia. Diverse richieste di documentazione sono rimaste senza risposta o inevase. La Coca-Cola ha mostrato, nella migliore delle ipotesi, disprezzo per le vite dei suoi lavoratori, che sono stati minacciati, picchiati, sequestrati, esiliati e uccisi, mentre l’azienda non ha ritenuto opportuno svolgere indagini su questa grave turbativa che sta affliggendo la sua forza lavoro.


Rappresaglie legali

I sospetti che la risposta dell’azienda alla situazione dei suoi lavoratori oscilli dall’indifferenza all’intimidazione deliberata sono avvalorati dal ripetuto ricorso della Coca-Cola a denunce penali contro gli attivisti sindacali.

Nel 1996 sei membri del sindacato dell’impianto di Bucaramanga furono arrestati dopo che il responsabile della sicurezza della Coca-Cola li accusò di aver messo una bomba nell’impianto. Le denunce penali furono portate avanti nei confronti di tre di loro ed essi furono incarcerati per tre mesi finché le denunce vennero respinte  dalla pubblica accusa perché in quanto prive di fondamento. La delegazione ha ascoltato testimonianze da diversi di questi lavoratori, che hanno raccontato con dettagli raccapriccianti la sofferenza della loro ingiusta detenzione, a volte in condizioni disumane. I lavoratori e le loro famiglie non sono mai stati risarciti per le sofferenze patite e qualcuno riporta problemi e disturbi derivanti da stress post-traumatico a causa della sua esperienza in carcere. Coca-Cola ha omesso di condannare queste incarcerazioni dei lavoratori o le false denunce presentate contro di loro dalle sue stesse società affiliate.

Più recentemente, la compagnia ha presentato denunce penali nei confronti di alcuni di coloro che hanno presentato querela nel processo federale iniziato nel 2001 contro l’azienda presso la Corte Distrettuale Federale del Distretto Sud della Florida in base all’Alien Claims Tort Act (ACTA). Nel corso dell’incontro del 13 Gennaio a Bogotà, Dominguez ha definito queste denunce penali come una conseguenza del processo basato sull’ACTA, alla delegazione ciò è apparso come se l’azienda intendesse le denunce come una rappresaglia diretta. Poco dopo che la delegazione aveva fatto ritorno dalla Colombia, il 26 Gennaio 2004, il procuratore colombiano competente per la causa della Coca-Cola contro i lavoratori che avevano presentato denuncia nel processo negli Stati Uniti, ha respinto le accuse di calunnia e diffamazione perché prive di fondamento. E’ la seconda volta che le denunce della Coca-Cola contro i suoi impiegati sono state respinte dalle Corti Colombiane. Ciononostante la Coca-Cola persiste senza tregua nella sua strategia legale; la compagnia ha infatti presentato denunce simili contro gli impiegati a Valledupar.


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VI. CONCLUSIONI E RACCOMANDAZIONI

La delegazione ritiene sia la quantità che la qualità delle accuse dei lavoratori della Coca-Cola scioccanti e convincenti. Appare innegabile che i lavoratori della Coca-Cola sono stati sistematicamente perseguitati per la loro attività sindacale. Appare parimenti evidente che la compagnia ha permesso, se non orchestrato direttamente, le violazioni dei diritti umani dei suoi lavoratori, che hanno duramente compromesso il sindacato dei lavoratori ed il loro potere contrattuale.

Di fronte a questa evidenza, è davvero sconcertante la persistente tesi della Coca-Cola secondo cui non è configurabile una qualsiasi responsabilità a suo carico per la campagna di terrore contro i suoi lavoratori, come anche l’assenza assoluta di indagini sui collegamenti tra azienda e paramilitari. La delegazione ha intrapreso un dialogo approfondito con la compagnia su questi fatti ormai quasi da un anno, e deve ancora ricevere una qualsiasi documentazione che supporti le sue smentite rispetto alla complicità in questa situazione. La delegazione continuerà a fare pressione per ottenere gli specifici documenti che sono stati promessi e per esortare l’azienda a prendere urgentemente i provvedimenti necessari per dare soluzione alla crisi relativa ai diritti umani rappresentata dalla sua forza lavoro colombiana.

Nello specifico, la delegazione rinnova le sue richieste per:

(1)   Il ritiro di tutte le denunce criminali in rappresaglia contro i suoi impiegati. La delegazione è preoccupata per gli agghiaccianti effetti dovuti al fatto che una compagnia come la Coca-Cola usi denunce di rappresaglia contro i suoi lavoratori che hanno usato il sistema legale per esprimere il loro malcontento.

(2)   Una dichiarazione pubblica della Coca-Cola a favore del diritto internazionale del lavoro in Colombia, di denuncia della violenza anti-sindacale e di inizio di un’inchiesta, anche se in grave ritardo, sulle accuse dei lavoratori. La delegazione ritiene che l’evidente rifiuto della Coca-Cola di indagare denunce di natura piuttosto grave contro i suoi impiegati dia l’impressione di indebolire il suo supporto ai diritti umani e del lavoro. Almeno una dichiarazione e un’indagine servirebbero a far crescere la fiducia dei consumatori a livello internazionale nella condotta aziendale della compagnia.

(3)   Una commissione indipendente sui diritti umani. Una commissione indipendente sui diritti umani è necessaria per valutare tutte le accuse e  le condizioni degli impianti, per determinare la credibilità delle minacce e identificare i potenziali strumenti per proteggere i diritti dei lavoratori, per verificare la credibilità della Coca-Cola come buon cittadino globale. Al fine di mantenere credibilità e obiettività, la commissione potrebbe essere costituita in egual misura da membri della Coca-Cola, del SINALTRAINAL e da altri rappresentanti sindacali di livello ed esperti internazionalmente riconosciuti in diritti umani.

La delegazione continuerà a prodigarsi per persuadere la Coca-Cola a prendere questi urgenti e necessari provvedimenti e a dimostrare  che non vengono tollerati profitti sovvenzionati dal terrore.

La delegazione richiama inoltre tutte le persone di coscienza a partecipare a questi sforzi. Facciamo appello ai consumatori perché si mettano in contatto con la compagnia  e aggiungano la loro voce all’appello per la responsabilità d’impresa. Facciamo appello agli azionisti perché esercitino il loro potere di proprietà nella compagnia. Facciamo appello alle chiese, alle organizzazioni degli studenti, ai gruppi locali e alle associazioni civiche perché si sentano coinvolte. Inviamo un appello particolare ai sindacati perché dimostrino la loro solidarietà con i loro fratelli e sorelle della Colombia, perseguitati per l’esercizio dei diritti sindacali internazionalmente riconosciuti. E facciamo appello ai membri del governo e a tutti i rappresentanti di questi elettori, perché si battano per i diritti umani e per gli ideali della democrazia americana, che garantisce la libertà di associazione.

Insieme, in quanto stakeholder della Coca-Cola, ognuno di noi deve sfidare questa compagnia, simbolo in tutto il mondo dell’impresa americana, a mettere fine alla sua complicità nella repressione dei lavoratori colombiani

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crimine in India da parte della coca cola

INDIA:
La sete provocata dalla Coca-Cola

 

Ranjit Devraj

NEW DELHI, 14 luglio 2004 (IPS) – L’impresa della Coca Cola è allo scontro con gli scienziati del governo dell’India e con la popolazione dello Stato occidentale desertico del Rajastan, che la accusano di sfruttamento eccessivo delle acque sotterranee

 

Questo è solo uno dei problemi che la multinazionale deve affrontare in India, dove negli ultimi mesi è stata accusata di inquinare l’ambiente, dare ai contadini rifiuti tossici spacciandoli per fertilizzanti e vendere bibite contenenti residui di insetticida.

La popolazione circostante la zona industriale di Kaladera, nella periferia di Jaipur, capitale del Rajastan, chiede la chiusura della fabbrica di Coca Cola e delle sue potenti pompe d’estrazione dell’acqua, considerate responsabili dell’esaurimento delle falde freatiche nel sottosuolo.

I rappresentanti della popolazione locale ritengono che tale pratica impedisce loro l’accesso alla risorsa e sconvolge il delicato equilibrio ambientale dell’area.

Guidati da organismi come il “Forum di agitazione del popolo”, l’associazione spirituale “Arya Samaj” e l’organizzazione dei servizi sociali “Rajastan Samara Seva Sang”, alcuni residenti della zona hanno inasprito le loro proteste questo mese.

La Coca Cola ha installato a Kaladera un proprio impianto d’imbottigliamento per la presunta abbondanza di risorse acquifere dell’area. Ma la siccità degli ultimi tre anni ha costretto l’impresa a restringere i suoi obiettivi di produzione.

Gli agricoltori della zona colpiti dalla siccità sono molto contrariati, poiché ogni giorno vedono uscire dall’impresa moltissimi camion carichi di bibite fresche.

Ma la Coca Cola rifiuta le accuse secondo cui starebbe estraendo troppa acqua dal sottosuolo di Kaladera.

Tuttavia, residenti e organizzazioni di volontari chiedono che all’impresa vengano ricordate le sue responsabilità, e realizzano numerose proteste davanti alla fabbrica.

Sunil Gupta, vicepresidente di Coca Cola-India, ha dichiarato che l’impresa avrebbe lavorato con Rajendra Singh, il principale attivista per il diritto di accesso all’acqua del Rajastan, nella applicazione di progetti per immagazzinare le piogge e impedire così l’esaurimento delle falde freatiche.

Ma Singh, leader dell’organizzazione Tarun Bharat Sangh e vincitore del premio ambientalista Magsaysay, ha detto di sostenere tutti i progetti di immagazzinaggio dell’acqua ma di rifiutare le fabbriche che la imbottigliano.

Singh ha dichiarato all’IPS che in più di due anni ha raccolto circa quattro milioni di firme di cittadini che s’impegnavano a non comprare acqua in bottiglia, e “riaffermavano il proprio diritto naturale all’acqua, e a non comprarla come una merce che può essere accaparrata da avide multinazionali”.

I risultati di una ricerca preliminare realizzata dalla Giunta centrale di acqua sotterranea (CGWB, la sigla in inglese) indicano che le attività della Coca Cola a Kaladera hanno contribuito a ridurre il livello delle falde fino a 38,1 metri nella scorsa decade.

Per questa ragione, ha concluso la CGWB, la maggior parte dei pozzi d’acqua della zona si prosciugano.

Secondo stime ufficiali, la fabbrica ha estratto in media 20mila metri cubi d’acqua mensili, mediante potenti pompe, direttamente dalle falde acquifere.

“L’estrazione continuata porterà al deterioramento della qualità dell’acqua sotterranea per l’alterazione della concentrazione naturale di sali in diversi livelli delle falde”, ha segnalato un idrogeologo della CWGB al quotidiano The Hindu.

I capi della Coca Cola hanno preferito non commentare le accuse dello scienziato della CWGB. Hanno invece affermato che l’impresa si è “associata” a questo organismo, “dei governi locali e delle comunità, per aiutare a combattere la penuria d’acqua e l’esaurimento delle falde”.

La Corte Suprema di Kerala ha ordinato lo scorso dicembre alla Coca Cola di fermare l’estrazione dell’acqua dei suoi impianti d’imbottigliamento nella località di Plachimada, nel sud dello Stato. La giunta comunale di Plachimada aveva ritirato la licenza di attività della fabbrica, dopo il prosciugamento delle falde acquifere.

Il tribunale ha sentenziato che la proprietà del terreno su cui era installato l’impianto non conferiva automaticamente all’impresa il diritto di estrarre l’acqua, che è stata considerata bene pubblico.

Si ripete un modello costante per l’estrazione abusiva di acqua a Plachimada, situata in un’area piovosa, e a Kaladera, ai confini del deserto di Rajastan Thar, ha osservato Afsar Jafri, della Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ambiente.

In entrambi gli impianti d’imbottigliamento si estraeva più acqua del necessario, al riparo dagli obblighi d’investimenti richiesti dai governi statali, secondo l’esperto.

La maggior parte dei 90 impianti d’imbottigliamento che possiedono in India la Coca Cola e la sua rivale Pepsi sarebbero in difficoltà se le leggi sull’acqua si implementassero, secondo Jafri.

“I tribunali e il parlamento – ha aggiunto – hanno riconosciuto che le multinazionali sfruttano eccessivamente un bene comune”.

L’anno scorso, laboratori ufficiali hanno accusato l’impresa della Coca Cola di Kerala di consegnare rifiuti tossici ai contadini come se si trattasse di “fertilizzanti”.

Paul Thachil, presidente della Giunta di controllo sull’inquinamento a Kerala, ha chiesto alla Coca Cola di smettere di distribuire “rifiuti nocivi”, dopo aver constatato che avrebbe inquinato con il cadmio l’acqua di una vasta area che circonda il villaggio di Plachimada, nel distretto di Palghat.

Anche l’anno scorso, il Centro per la scienza e l’ambiente (CSE) ha trovato sui campioni di 12 bibite vendute a Nuova Dehli e nei dintorni, tra cui Coca Cola e Pepsi, residui di quattro pesticidi e insetticidi altamente tossici.

Il livello registrato di chlorpyrifos di era 42 volte superiore a quello tollerato dalle norme europee, quello di malatione, 87 volte superiore, e quello del lindano – pesticida vietato negli Stati Uniti – 21 volte superiore, secondo gli scienziati. (FINE/2004)

 

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CHI DI CECENIA FERISCE, DI CECENIA PERISCE

NON E’ SOLO TERRORISMO CECENO
Postato il Thursday, 02 September @ 22:56:39 CEST di jormi

 

di Giulietto Chiesa
da La Stampa del 31 Agosto 2004

 

Non è solo terrorismo.
La impressionante successione di colpi che i ribelli ceceni stanno portando contro la Russia,
lascia ormai intravvedere un obiettivo politico che va oltre il problema ceceno e oltre i confini di quel martoriato paese. L’obiettivo è Vladimir Putin in persona e il suo destino politico.
Il Presidente russo ha ormai molti nemici non dichiarati, che abitano non a Groznij o a Gudermes, ma anche a Mosca.

Putin è padrone della Russia. Putin ha un vasto consenso popolare, forse non così grande come dicono i sondaggi, ma certo grande. Putin domina l’apparato dello stato, la polizia politica, tutti i ministeri della forza. Putin controlla i due rami del parlamento. Sia il Consiglio della Federazione, la Camera alta, sia la Duma, sono nelle sue mani pressochè interamente.
Le loro decisioni
fotocopiano semplicemente quelle dell’Amministrazione presidenziale.
Non ci sono partiti politici in grado di esercitare la benchè minima funzione di opposizione. In Cecenia i presidenti eletti con l’appoggio del Cremlino saltano in aria, uno dietro l’altro, ma Putin ne mette altri dei suoi al posto degli uccisi.
L’unico che ha tentato di rompere questo stato di cose, il banchiere e miliardario Khodorkovskij, è in galera da un anno e non ne uscirà.
Voleva organizzare un’alternativa per le prossime presidenziali e imprudentemente lo dichiarò. Si muoveva con l’appoggio esterno della Exxon-Mobil, che stava comprandosi a gran velocità il gigante petrolifero Jukos. E’ stato stoppato senza mezze misure.
“L’interesse della Russia si decide in Russia”, esclamò Putin. Fine della storia. Chi doveva capire venne avvisato, anche se stava seduto nei pressi di Wall Street.
Chi stava a Mosca,
nelle dacie lussuosissime nascoste nel verde dei dintorni, sentì il fiato caldo di un potere forte e antico che credeva di avere disarmato per sempre comprandosi Boris Eltsin.
E Putin, nonostante le pacche sulle spalle dei suoi amici occidentali, sta diventando sempre di più l’epifania di un potere nazionale russo, che non piace nemmeno a Washington.
Ma la Cecenia è sempre stata piena di sorprese. E non è una novità. Il primo a inaugurare l’”uso politico della Cecenia” fu il banchiere e miliardario Boris Berezovskij. Fu lui a finanziare e ispirare Shamil Bassaev perché attaccasse il Daghestan nel 1999. Così cominciò la seconda guerra cecena. E Vladimir Putin andò al potere. Gli oligarchi, o alcuni di loro, quella guerra la organizzarono per lui.
Adesso molte cose lasciano pensare che sia in corso una specie di legge del contrappasso: chi di Cecenia ferisce, di Cecenia potrebbe perire.
Berezovskij è in esilio a Londra, ma è vivo, vivissimo. I suoi legami di allora non sono mai stati tagliati. E a Mosca sono sicuramente non pochi coloro che – se Vladimir Putin continua la sua marcia – temono di fare la fine di esiliato di lusso. O quella, di gran lunga peggiore dell’imputato Mikhail Khodorkovskij. E che, quindi, vedrebbero di buon occhio o una caduta di Putin o almeno un suo drastico ridimensionamento. Da qui a ipotizzare che sia in atto un gioco tremendamente pericoloso per Putin, in cui i ceceni lavorano per se stessi, ma anche per qualcun altro; e questo “qualcun altro”, a sua volta, usa i ceceni per fare il proprio gioco, il passo è breve.
Gioco al massacro, naturalmente. Ma chi potrebbe stupirsene? Quando la democrazia è annullata e zittita, con la forza e con l’inganno, quando la giustizia è dei più forti, quando gli affari pubblici sono criminali, cosa ci si può aspettare di buono?
Così, alla lunga, Vladimir Putin potrebbe essere logorato.
Vincerlo non è possibile, al momento. Basta che si riesca a dimostrare che nemmeno lui può vincere. Forse è questo che sperano Shamil Bassaev e i suoi protettori, neanche troppo oscuri, che lasciano muovere i kamikaze per le strade di Mosca, che li lasciano occupare un teatro colmo di persone, che li lasciano salire su aerei civili carichi di innocenti,
che non li fermano quando entrano carichi di esplosivo nella metropolitana.
Contro un nemico così bene aiutato, che agisce in casa sua, Vladimir Putin non può vincere. E un presidente che non può vincere, alla lunga finisce per perdere.

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APPROFONDIMENTI RADICALI SULLA CECENIA

Il conflitto russo-ceceno, un oggetto misterioso. Saperne di più, mobilitarsi, sensibilizzare le cancellerie europee. Da sempre ci provano i radicali, e pochi importanti intellettuali, tra cui André Glucksmann e Adriano Sofri. E’ anche l’ambizione di questo approfondimento. Dalla deportazione dei ceceni voluta da Stalin nel ’44 alle guerre di Eltsin e Putin negli anni ’90, un percorso storico sul rapporto conflittuale tra Russia e ceceni. Ma in gioco in questo conflitto non ci sono solo l’imperialismo e il nazionalismo russo, o la voglia di indipendenza dei ceceni, né in modo determinante sembra agire il “fattore petrolio”. C’è il dramma del terrorismo, quello dei combattenti ceceni contro civili russi, o anche contro gli stessi ceceni filorussi, e quello dei massacri, delle “pulizie”, delle sistematiche violazioni dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra di cui si sono rese responsabili le forze armate russe.Un conflitto che grava quasi interamente sulle spalle delle popolazioni civili, senza che però la comunità internazionale sembri interessata, a differenza di quanto accade per tante altre crisi. Se in Cecenia non ci sono le tv, allora è come se non ci fosse neanche la guerra. Dopo alcune dure prese di posizione iniziali, l’Europa ha chiuso entrambi gli occhi sulla tragedia russo-cecena, preoccupata di privilegiare le sue nuove relazioni con la Russia di Putin, il presidente della scelta “occidentale” del suo Paese. Dopo l’11 settembre 2001, hanno chiuso un occhio anche gli Stati Uniti, sacrificando i ceceni sull’altare dell’alleanza contro il terrorismo, per la quale Putin ha promesso subito totale collaborazione. Così, il conflitto si è radicalizzato. La penetrazione dell’Islam radicale in Cecenia si è fatta più minacciosa. Putin ha scelto la soluzione militare e unilaterale, procedendo ad una “normalizzazione” di facciata. Il presidente indipendentista Maskhadov, eletto sotto la supervisione dell’Osce, ha perso autorità sia rispetto ai russi, perché costretto dal legame con i capi militari più estremisti e con gli islamici radicali, sia rispetto allo stesso fronte ceceno, a causa della sua via moderata e laica all’indipendenza fallita tra il ’96 e il ’99. Il fatto politico nuovo è costituito però dal piano di pace Akhmadov-Maskhadov, reso pubblico nel marzo 2003 e ignorato sia da Putin sia dall’Occidente. Eppure è in esso che sono riposte le maggiori speranze di pace. Propone l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia con il ritiro delle forze armate russe e il disarmo delle fazioni cecene. Il modello Kosovo.

Ma per la Cecenia – e ciò dovrebbe destare profonde preoccupazioni in Europa – passa anche la crisi della società russa. Dalla soluzione di questo conflitto dipendono le sorti del processo di democratizzazione della Russia, che oggi sembra vivere un pericoloso momento di stallo, proprio per l’ondata di nazionalismo, per le restrizioni delle libertà d’espressione, per l’assenza di mobilitazione della società civile e per la scarsa sensibilità per i diritti umani.

Da sempre in prima linea tra i politici europei nella battaglia per la pace in Cecenia, l’europarlamentare radicale Olivier Dupuis è da 35 giorni in sciopero della fame: uno strumento di lotta e di dialogo politico per chiedere all’Unione europea e agli Stati membri di occuparsi del massacro tuttora in atto nel Caucaso. Gli obiettivi. L’iniziativa, in particolare, chiede di prendere atto pubblicamente del Piano di pace proposto dal governo Maskhadov, che prevede l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia; di stilare, come consentito dal Trattato CE, una lista bianca delle personalità cecene incaricate di promuovere la ricerca di una risoluzione pacifica e politica della tragedia russo-cecena, consentendo a queste persone di risiedere e di viaggiare liberamente sul territorio dell’Unione; di garantire sicurezza e condizioni di vita dignitose alle centinaia di migliaia di ceceni che vivono nei campi profughi, senza neppure godere di questo status; di esigere dalle autorità russe che organizzazioni internazionali, ong e giornalisti possano tornare a lavorare e circolare liberamente in Cecenia.

Fino al 2 febbraio 145 eurodeputati avevano già sottoscritto il piano di pace, ai primi del mese l’europarlamentare ha ottenuto un incontro con la sottosegretaria agli Esteri Margherita Boniver, il 7 febbraio Dupuis ha pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tageszeitung una lettera aperta al ministro degli Esteri Joschka Fischer, il 17 è stato ricevuto da Romano Prodi Per la prossima settimana sono previste manifestazioni in oltre venti città europee e americane per ricordare la deportazione subita dai ceceni il 23 febbraio 1944 per volere di Stalin. In Europa: Albi, Saint Etienne, Bruxelles, Copenaghen, Ekaterinburg, Lione, Mosca, Parigi, Praga, Roma, San Pietroburgo, Strasburgo, Tolosa, Vienna, Vilnius, Varsavia. Due manifestazioni avranno luogo il giorno dopo a Bourges e Parigi. Domenica invece manifesterà Berlino. Negli Stati Uniti: Portland, Berkeley UC, Boston e New York.
Qualcosa comincia a muoversi, ha notato venerdì scorso Olivier Dupuis. I ministri degli esteri dell’Unione europea torneranno a discutere lunedì dell’importanza della “coerenza” nei rapporti con Mosca. «Abbiamo passato un periodo se non proprio contraddittorio, per lo meno confuso nei rapporti con Mosca – hanno spiegato fonti comunitarie – in cui non siamo riusciti a far capire bene alla Russia cosa vogliamo. Serve una posizione molto più ferma, coerente e realistica». Paolo Mieli faceva notare, qualche giorno fa nella sua rubrica, che «l’unico leader europeo che ha fatto un gesto concreto in favore di quel popolo in lotta è stato Tony Blair, che a fine novembre ha concesso asilo in Gran Bretagna ad Akhmed Zakaev – ex attore e regista teatrale, già rappresentante della resistenza cecena ai negoziati di Mosca, sostenuto in Inghilterra da Vanessa Redgrave – quel Zakaev che Mosca definisce un “terrorista” ma per Londra è un rifugiato politico. Blair, però, qui in Italia a causa delle sue posizioni sul conflitto in Iraq è considerato da gran parte della sinistra poco meno che un reietto e quando si è mosso per Zakaev nessuno (o quasi) ha riconosciuto il valore del suo gesto».Ma a muoversi sono anche i 200 – tra loro Adriano Sofri e il senatore Natale d’Amico – che hanno preannunciato la loro adesione allo sciopero della fame. In 17 mila, e centinaia di personalità e di parlamentari, hanno già firmato l’appello a sostegno del Piano di Pace del Governo ceceno, così come le centinaia di persone che prenderanno parte alle manifestazioni di lunedì per commemorare il 60mo anniversario della deportazione dei ceceni ad opera di Stalin, commemorazione non autorizzata in Russia dalla municipalità di Mosca, Un altro spunto per interrogarsi sulla situazione della democrazia e dei diritti in Russia. Per Dupuis, Putin sotto accusa: «Per chi riterrebbe di dover ancora approfondire la propria riflessione sull’evoluzione della Russia, questo nuovo attacco a un diritto fondamentale, quello di poter manifestare, potrà forse essere utile per prendere finalmente la misura dell’evoluzione dello Stato di Diritto e della democrazia in Russia dal 1999, data della conquista del potere da parte di Putin. In effetti, non c’è un settore della vita pubblica russa (senza parlare di quanto succede in Cecenia) – che si tratti di giustizia, di libertà di espressione, di libertà di stampa, di libertà di associazione o, come nel caso presente, di libertà di manifestazione – dove non si è assistito a un crescendo di violazioni patenti dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione russa e dalle principali Convenzioni internazionali e, conseguentemente, a un’erosione costante dello Stato di Diritto».

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MOSTRI DALLA MACELLERIA DI PUTIN

Blitz delle unità speciali russe. Strage nella scuola di Beslan


3 settembre 2004
Si è conclusa con un blitz delle unità speciali la crisi degli ostaggi nella scuola di Belsan in Ossezia del Nord. E anche se i bilanci ufficiali sono per il momento molto cauti cominciano a profilarsi i contorni di una vera e propria strage. Secondo il consigliere del presidente Vladimir Putin per i problemi del Caucaso, il numero delle vittime a Beslan potrebbe essere molto più alto di centocinquanta persone. Prima, l’inviato di Repubblica sul posto, Giampaolo Visetti, aveva riferito di alcune centinaia di morti. «Tutti qui a Beslan – aveva affermato Visetti – dicono che sono circa un migliaio le persone che erano prigioniere nella scuola, tra professori, nonni, genitori, bambini. C’erano anche tantissimi neonati, i nonni e questa è una scuola che può avere ottocento studenti iscritti. Figuriamoci tutti gli altri. Quindi le cifre le vedremo magari nemmeno oggi, domani, dopodomani ma si tratta di cifre alte, molto alte».

Nel primo pomeriggio il ministro degli Esteri olandese, Bernard Bot, «parlando come presidente del Consiglio dell’Unione europea», aveva espresso rammarico per il fatto che la crisi degli ostaggi non potesse essere stata risolta pacificamente, ma aveva dichiarato di comprendere «il difficile dilemma di fronte al quale si è trovato il governo russo». Poco dopo è arrivato anche il commento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Le notizie sulle vittime, tra i quali molti bambini, della cieca barbarie del terrorismo riempiono di sgomento e di dolore, insieme al sollievo per gli ostaggi liberati grazie all’azione delle forze russe». La Casa Bianca ha definito «un atto barbaro di terrorismo» la presa di ostaggi nella repubblica russa dell’Ossezia, aggiungendo di essere al fianco di Mosca.

«Oggi è il giorno del dolore e dello stordimento» – afferma il segretario dei Radicali, Daniele Capezzone. «Eppure, – aggiunge Capezzone – dovrà venire, per l’Occidente, il tempo di una riflessione su quanto abbiamo tollerato in questi anni. Il dramma è in due tempi. Dapprima, abbiamo lasciato che Vladimir Putin proseguisse in Cecenia un vero e proprio genocidio, con autentici campi di concentramento” (i “campi di filtraggio”), con tanto di lingue mozzate, mani tagliate, altre orribili mutilazioni ed elettrodi applicati ai testicoli dei prigionieri. Una capitale, Grozny, è stata rasa al suolo, e la popolazione cecena decimata. Ma da noi, nulla: silenzio e complicità con Putin. Poi, in questi ultimi mesi ed anni, abbiamo lasciato che la cosiddetta “resistenza cecena”, che si era a lungo mossa giocando la carta della elezione democratica del suo Presidente, che in qualche momento aveva anche scelto la carta nonviolenta, finisse invece travolta e risucchiata nella via sciagurata del terrorismo e del legame sempre più stretto con le organizzazioni fondamentaliste. E oggi si raccoglie quel che abbiamo seminato». (r.j.)

MOSTRI DALLA MACELLERIA DI PUTIN Leggi l'articolo »

L’angolo estremo di Gabriel.chinasky

per le giovani vittime innocenti

 

pensieri cupi riempiono la mia mente,
tristezza e disperazione inondano il mio sofferente cuore.
notizie di morte susseguono senza tregua nelle mie orecchie.
anche la mia vista non è immune, riempita da immagini scabrose,
vigliaccheria e miseria.
povertà umana: illusa speranza di un futuro felice e migliore !
fatal destino, o disegno diabolico,
strappano giovani vite nel fior dell’età,
adagiando i loro immaturi corpi in bui feretri.
tre metri sotto terra adesso giacciono,
e mai più il loro spirito verrà intaccato:
nè sofferenza nè gioia i loro animi più proveranno,
placidi e illuminati dall’eternità dorata,
soltanto loro sapranno la cruda verità
di essere stati sfortunati partecipi di uno stupido gioco.
un maledetto svago denominato potere, petrolio, potenza !!!
terrorista è un vocabolo che incute terrore,
soprattutto se usato per nascondere le nostre colpe,
i nostri misfatti !abbiamo sfruttato la povera gente,
per alimentare la nostra sete di potere
e di gloria.
ci siamo cullati su una ricchezza effimera
ricavata dal sangue e dal sudore di poveri cristi.
abbiamo violentato le donne
per appagare il nostro bisogno di amore.
abbiamo lodato il nostro dio
soltanto per avere una giustificazione delle nostre ignobili azioni;
chiudendo meschinamente gli occhi alla verità
abbiamo agito per i nostri biechi interessi personali.
ma il male che noi stessi abbiamo coltivato
e ingrossato dalla nostra bieca cupidigia
adesso ci si è rivolto contro
uccidendo i nostri figli, i nostri cari
e noi stessi.
la violenza e l’orrore
che abbiamo scagliato contro i più deboli ed i più poveri della terra
ci si sta ritorcendo contro.
stiamo pagando il fio
ed abbiamo ancora tanti interessi da sobbarcarci.
accecati dalla nostra megalomania abbiamo preferito farci ammaliare
dalle malefiche sirene dei nostri governanti ,
illudendoci di soffocare nel sangue la rivolta
dei nostri stessi animi.
ma il sangue innocente ha finito con lo strangolare
anche noi stessi.
che dio
ma soprattutto queste giovani vittime
ci perdonino
e confidiamo in un loro aiuto
per imboccare finalmente la retta via
per un mondo migliore.
peace.

 

G briel

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Freud e Einstein, carteggi eccelsi

Geni della pace
72 anni fa

Caputh (Potsdam), 30 luglio 1932 

Caro signor Freud,

……………..

C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? È ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte nella civiltà da noi conosciuta. Eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.

……………..

Com’è possibile che un piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale e che vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità, riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere?

……………..

Com’è possibile che la massa si lasci infiammare fino al furore e all’olocausto di sé da quella minoranza che di volta in volta è al potere e che ha in mano la scuola, la stampa e anche le organizzazioni religiose, cosa che le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica?

……………..

Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?

……………..

So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile.

Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.

Molto cordialmente Suo

Albert Einstein

 

 

Vienna, Settembre 1932

Caro signor Einstein,

…………………….

Non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini, ma si può cercare di deviarle al punto che non debbano trovare espressione nella guerra.

Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra.

Questi legami possono essere di due tipi.

In primo luogo relazioni che, pur essendo prive di meta sessuale, assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore.

L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni.

Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.

…………………….

Si dovrebbero, poi, dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora, all’educazione di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni, e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione.

……………..

Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita?

La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe contro la propria volontà a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali e prodotto del lavoro umano. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità.

……………..

Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.

Suo

SIGM. FREUD

 

da strega

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Il manifesto (slanci di integrazione)

Il manifesto di un gruppo di musulmani moderati

Isoliamo i fanatici
per un Paese più giusto e più sicuro

 

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Noi musulmane e musulmani d’Italia siamo schierati in modo totale, assoluto e compatto contro il terrorismo di quanti strumentalizzando un’interpretazione estremistica e deviata dell’islam e facendo leva sul fanatismo ideologico hanno scatenato una guerra aggressiva del terrore contro il mondo intero e la comune civiltà dell’uomo. Nel terzo anniversario della tragedia che ha insanguinato gli Stati Uniti d’America, confermiamo il nostro più sentito e convinto cordoglio per le vittime di questa offensiva globalizzata del terrorismo che infierisce in modo indiscriminato contro tutti coloro che sono stati condannati come nemici di una folle «guerra santa», siano essi americani, europei o arabi, oppure ebrei, cristiani, musulmani e di altre religioni. Noi musulmane e musulmani d’Italia affermiamo in modo forte, inequivocabile e deciso la nostra fede nel valore della sacralità della vita di tutti gli esseri umani indipendentemente dalla nazionalità e dal credo. Per noi la sacralità della vita è il principio discriminante tra la comune civiltà dell’uomo e le barbarie di quanti predicano e perseguono la cultura della morte. Siamo consapevoli che la sacralità della vita o vale per tutti o, qualora venisse violata, si ritorce contro tutti. Solo l’abbraccio comune alla cultura della vita consente la salvezza, la pace e il benessere dell’umanità.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia lanciamo un appello al popolo, alle istituzioni e al governo italiano affinché sostengano la nostra opera tesa a favorire la nostra piena e costruttiva integrazione. Siamo per l’assoluto rispetto delle leggi dello Stato e per la più sincera condivisione dei valori fondanti della Costituzione e della società italiana. Siamo convinti che un’Italia dall’identità forte, anche sul piano della religione, degli ideali e delle tradizioni, sia la migliore garanzia per tutti, autoctoni e immigrati, perché solo chi è forte e sicuro al proprio interno è in grado di aprirsi e di condividere positivamente le proprie scelte con gli altri. Alla luce di ciò siamo schierati dalla parte dello Stato italiano contro i terroristi e gli estremisti di matrice islamica, e non solo, che attentano alla sicurezza e alla stabilità della collettività, sia perpetrando trame eversive sia utilizzando taluni luoghi di culto per attività di indottrinamento e arruolamento di combattenti e aspiranti terroristi suicidi. Sosteniamo ogni iniziativa dello Stato volta ad assicurare che tutti i luoghi di preghiera siano delle case di vetro aperte e in simbiosi con l’insieme della società italiana, rispettose delle leggi e dei valori italiani, trasparenti sul piano della gestione e dei bilanci. Diciamo in modo esplicito che le moschee d’Italia non devono in alcun modo trasformarsi in un cavallo di Troia di ideologie integraliste e di strategie internazionali volte a imporre un potere islamico teocratico e autoritario.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia chiediamo al capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al presidente del Senato Marcello Pera, al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini e all’intera classe politica di adoperarsi per metterci nelle condizioni di poter condividere la costruzione di un’Italia più forte e più aperta, più sicura e più giusta, più prospera e più lungimirante. Riteniamo che i tempi siano maturi affinché lo Stato e la società italiana considerino positivamente la prospettiva di un’Italia plurale sul piano etnico, confessionale e culturale, ancorata a una solida piattaforma di leggi e di valori comuni. E siamo convinti che solo chi è a pieno titolo cittadino italiano, solo chi opera sulla base della piena parità sul piano dei diritti e dei doveri, possa ergersi a artefice di questa nuova Italia. Oggi i musulmani non sono soltanto parte integrante della realtà economica e sociale dell’Italia, ma anche parte integrante del suo patrimonio spirituale. Insieme a un milione di musulmani immigrati, ci sono circa trentamila musulmani italiani. Sollecitiamo pertanto le autorità italiane a agevolare il processo di «cittadinizzazione» dei musulmani d’Italia, accogliendo senza indugi e ritardi come nuovi cittadini coloro che vivono nel rispetto delle leggi e nella condivisione dei valori comuni. Oggi più che mai è necessario ancorare i musulmani d’Italia a un’identità italiana forte e condivisa, espressione di un sistema di valori credibile e convincente. Il rischio è che taluni musulmani, specie i più giovani nati e cresciuti in Italia, se abbandonati a loro stessi e in preda a una crisi di identità, possano finire soggiogati e cooptati dall’ideologia dei gruppi estremisti. In quest’ambito sosteniamo la proposta del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu di una Consulta dei musulmani d’Italia quale strumento per favorire il dialogo tra lo Stato e la maggioranza dei musulmani moderati.

 

Noi musulmane e musulmani d’Italia ci sentiamo profondamente partecipi all’impegno internazionale volto a contrastare la guerra del terrore che ha avuto proprio nell’11 settembre 2001 il suo momento di maggior impatto umano, mediatico e politico. Aspiriamo a un mondo migliore dove tutti i popoli, compresi i musulmani, possano vivere nella libertà, nella giustizia e nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. A tale fine auspichiamo l’avvento di una nuova etica nelle relazioni internazionali che favorisca l’emancipazione dei popoli dal sottosviluppo e dall’oscurantismo, nonché la formazione di governi autenticamente rappresentativi e democratici. Siamo consapevoli che la globalizzazione dello sviluppo, del diritto, della pace, della libertà e della democrazia costituisce la migliore garanzia affinché questi valori possano essere tutelati in ogni angolo della terra attraverso il dialogo e il reciproco rispetto.

 

Hanno aderito:
Mario Scialoja , direttore Lega musulmana mondiale-Italia; Abdellah Redouane , segretario generale del Centro culturale islamico d’Italia; Mahmoud Ibrahim Sheweita , imam della Moschea di Roma; Gabriele Mandel Khan , Gran maestro per l’Italia della Confraternita turca Jerrahi-Halveti; Souad Sbai , presidente Associazione donne marocchine in Italia; Khalid Chaouki , presidente Giovani musulmani d’Italia; Irta Lama , titolare azienda informatica ITS Associates; Yahya Sergio Pallavicini , vice-presidente Coreis (Comunità religiosa islamica d’Italia); Gulshan Jivraj Antivalle, presidente Comunità ismailita italiana; Ali Baba Faye, coordinatore nazionale Forum «Fratelli d’Italia»-Democratici di sinistra; Ali Federico Schuetz , mediatore culturale, Milano; Yassine Belkassem , Consulta comunale di Poggibonsi (SI); Khalida El Khatir , studentessa di Psicologia, Università di Napoli; Ejaz Ahmad , caporedattore Azad, mensile per i pachistani in Italia; Amadia Rachid , imam della moschea di Salerno; Roland Sejko , direttore «Bota Shqiptare, Il giornale degli albanesi in Italia»; Rachida Kharraz , Ufficio provinciale Acli di Viterbo; Feras Jabareen , imam del Centro culturale islamico di Colle Val d’Elsa (SI); Zoheir Louassini , scrittore e giornalista di Raimed; Jawed Q. Khan , marketing sistemi di tecnologia informatica per i trasporti, Roma; Shera Lyn Parpia , consulente professionale allattamento seno materno; Omar Camiletti , mediatore culturale presso la Moschea di Roma; Lotfy El Hosseny , presidente del Centro islamico di Ostia; Franco Abdul Ghafour Grassi Orsini , Guida spirituale in Italia della Tariqa Burhaniya Dusuqiya Shadhliya; Tarek Hassan , presidente del Centro islamico di Viale Marconi, Roma; Imane Fouganni , impiegata a Cremona aspira a diventare carabiniere.
 

2 settembre 2004

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il padre di Baldoni accusa il governo

Parla Antonio, 82 anni, il papà del reporter ucciso in Iraq
Baldoni,
il padre accusa il governo
«Per mio figlio hanno agito da dilettanti. Sbagliato il canale delle trattative, neppure una notizia del corpo»

 

PRECI (Perugia) – C’è un cane che abbaia, c’è un profumo forte di lepre al ragù. Sole, bambini olandesi che si tuffano nella piscina dell’agriturismo «Il Collaccio». Alla reception, solitario e silenzioso, Antonio Baldoni, il papà di Enzo, il vecchio capo – discreto e orgoglioso – di una famiglia travolta, quassù tra le colline dolci dell’Appennino umbro, da una guerra lontana.
Alza la testa: ha 82 anni ma la voce è solida e anche lo sguardo tiene, ancora tiene.«Però, ogni giorno che passa, tutto diventa più faticoso. Persino leggere i giornali… Adesso, poi, c’è pure la storia di quei due poveri giornalisti francesi…».
Brutta storia, ma con bagliori di speranza, sembra.
«Brutta storia, brutta come lo è stata quella di mio figlio Enzo… Tuttavia, ecco, gestita meglio, tremendamente meglio. Almeno fino a questo punto».
Gestita meglio da chi, signor Baldoni?
«Ma lo hanno visto tutti gli italiani, io credo…».
Cosa, chi hanno visto?
«Il presidente francese Chirac. C’è andato lui, alla tivù. E’ andato a metterci la faccia e avete notato, che faccia? Che sguardo duro e dignitoso? E poi le parole che ha usato, nei confronti dei rapitori. E i toni. Per mio figlio, invece…».
Invece?
«Invece, per lui, niente, poco o niente. D’altra parte, cosa avrebbe potuto cambiare un signore con la bandana? Cosa avrebbero pensato, i terroristi? Avrebbero riso e basta».
Lei è un padre addolorato che…
«Che comunque, intendiamoci, sa perfettamente quanto diversa sia la posizione dell’Italia da quella della Francia. E’ una differenza chiara, netta: noi siamo lì a fare la guerra e, forse, a uccidere, noi abbiamo un contingente militare schierato al fianco degli americani, mentre i francesi no, loro in quel pasticcio che è diventato l’Iraq non ci sono finiti. Però, ecco, resta il fatto che il rapimento di mio figlio è stato gestito in modo…».
Come?
«Comico. Anzi, no: non comico, ma superficiale. Sono stati dei dilettanti… La Francia, per esempio, ha subito fatto partire il ministro degli Esteri per chiedere aiuto e solidarietà in tutto il Medio Oriente».
Ma anche il ministro Frattini ha lanciato un appello su Al Jazira…
«Io parlo da padre, mi sono ritrovato il mio ministro che parlava a mezza bocca alla tivù degli arabi. Mah. Che poi, forza, diciamolo…».
Cosa, signor Baldoni?
«Diciamolo: hanno pure sbagliato il canale del cosiddetto “contatto”. Si sono fatti fregare»
A chi si riferisce, di preciso?
«A chi mi riferisco?».
Sì, a chi? Al governo? Ai nostri servizi segreti? Alla Croce Rossa?
«Ah, la Croce Rossa italiana… lasciamo stare, che è meglio. Se dico qualcosa, poi litigo con i figli che mi restano in vita».
Il commissario straordinario Scelli e l’ex capo della missione della Croce Rossa italiana in Iraq, De Santis, hanno incontrato i suoi figli e anche sua nuora e i nipoti…
«No no, in questo genere di cose, io non entro. Non me ne importa niente. Non le voglio nemmeno sapere. Io aspetto solo notizie sul corpo di Enzo».
Non ne avete?
«Niente. Zero. Silenzio assoluto. Siamo in contatto con i funzionari della Farnesina, gente perbene, gli unici, mi permetto di dire, all’altezza della situazione… Ma anche loro, poverini, non sanno cosa dirci».
Ma chi è che sta ufficialmente cercando il corpo di suo figlio, in Iraq?
«Non lo so. Giuro. Io non ho ancora capito chi sta cercando il corpo di Enzo, e se poi lo stanno davvero cercando. A questo punto, io non sono più sicuro di potergli fare un funerale, a Enzo».
Deve cercare di darsi coraggio, signor Baldoni…
«Ho visto che a Milano, la città dove viveva Enzo, c’è stata grande solidarietà. Hanno messo le bandiere a mezz’asta e poi è stato proclamato il lutto cittadino. E queste, lo ammetto, sono cose che fanno piacere e danno forza. Ho anche saputo che vogliono dargli un premio…».
Sì, l’Ambrogino d’oro.
«Beh, Enzo ne sarebbe orgoglioso».
Cosa le manca di Enzo?
«In questi giorni, sono ossessionato da ciò che ho letto sui giornali. Descrivono la sua ultima immagine: mezzo infilato nella sabbia, con una ferita al collo e la testa torta, povero figlio. Ma cerco di non pensarci, di distrarmi. Così ho cominciato a rispondere a tutti».
A tutti chi?
«A tutti quelli che ci hanno spedito un telegramma. Ne abbiamo ricevuti 487. Da ogni parte d’Italia. Ce ne è uno bellissimo che…».

Fabrizio Roncone

 

 

1 settembre 2004 

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lettere dalla palestina

da stefania in hebron
Sent: Thursday, September 02, 2004 1:42 AM
Subject: tuoni


non posso dormire, non riesco.

nella citta’ di hebron regna il silenzio, ma l’atmosfera qui e’ davvero strana, inquietante.
come ieri anche oggi non si esce dalla citta’ e non si entra, tutte le strade di accesso sono chiuse.
le strade della citta’ sono pressoche’ desolate e per tutto il giorno non si sono visti soldati in giro: ma sappiamo per certo che sono ovunque, le nostre fonti ci suggeriscono quali vie percorrere e quali no, ora dopo ora, ora dopo ora, ora dopo ora…
qualcuno sostiene che e’ meglio stare in casa, non uscire, ma sai bene come vivono i nostri fratelli palestinesi….
la scorsa notte alle 5.30 ora locale mi ha svegliata il tuono della loro vendetta: hanno fatto saltare la casa del cugino (pare) di uno dei kamikaze, proprio qui accanto. per tutta la notte ho sperato che non accadesse, che togliessero l’assedio durato tutto il pomeriggio e la notte….
ora aspettiamo il resto, sappiamo che non e’ finita cosi’… e’ questa eccessiva calma a dircelo.

bad vibs… really bad vibs this night…

 Stefania

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Naomi Klein e Jeremy Scahil

SIMONA PARI E SIMONA TORRETTA : ANATOMIA DI UN RAPIMENTO

 

Quando Simona Torretta ritornò a Baghdad nel marzo 2003 nel bel mezzo dei bombardamenti, i suoi amici iraqeni salutandola le dissero che era pazza: “Erano così sorpresi di vedermi, mi dissero, perchè sei tornata qui. Torna in Italia, sei pazza!”. ma Simona Torretta non tornò in Italia. Rimase durante l’invasione, continuando la missione umanitaria che aveva iniziato nel 1996, quando per la prima volta visitò l’Iraq con l’ong “anti-sanzioni” Un Ponte Per Baghadad.Quando Baghadad cadde nelle mani degli americani, Simona decise comunque di restare, questa volta per portare medicinali alla popolazione sofferente per l’occupazione militare. Sempre dopo che la resistenza iraqena iniziò a colpire gli stranieri e i giornalisti internazionali, mentre gli operatori umanitari fuggivano, Simona tornò ancora. “Non posso restare in Italia”- disse la giovane volontaria 29nne ad un regista di documentari . Oggi la vita di Simona Torretta è in pericolo, insieme alle vite della sua collega Simona Pari e dei due collaboratori iraqeni, Ra’ad Ali Abdul Aziz e Mahnouz Bassam. Ma qual’è la vera storia di questo sequestro?

 

Otto giorni fa, i 4 furono prelevati da un commando direttamente dalla casa/ufficio di Baghdad e da allora non si sono più avute notizie. In assenza di informazioni da parte dei loro sequestratori, le controversie politiche scoppiano attorno l’incidente. I sostenitori della guerra sono soliti dipingere i pacifisti come degli ingenui, che sostengono allegramente la resistenza che invece risponde alla solidarietà internazionali con rapimenti e decapitazioni.

Intanto un sempre maggior numero di leaders islamici affermano che il raid nella sede di Un Ponte Per Baghdad non è stata opera dei mujahidin, ma dell’intelligence internazionale, al fine di screditare la lotta della resistenza. Nulla riguardo questo rapimento costituisce un somiglianza con gli altri sequestri.

Molti sono stati attacchi occasionali perpetuati su strade. Simona Torretta e i suoi colleghi sono stati “freddamente” prelevati nel loro ufficio. E mentre i mujahidin iraqeni nascondono scrupolosamente la loro identità dietro ampie sciarpe, i rapitori erano a volto scoperto e sbarbati, alcuni vestiti in uniforme. Un assalitore era chiamato dagli altri “signore”. Gli ostaggi sono un uomo e tre donne.

I testimoni rivelano che il commando ha interrogato tutto lo staff della sede prima di identificare le due Simona per nome e che Mahnouz Bassam, la donna iraqena, è stata trascinata urlante per il velo; un oltraggio religioso scioccante per un’azione in nome dell’Islam. Molto strana è anche la dimensione dell’operazione: invece dei soliti 3/4 combattenti, 20 uomini armati e alla luce del sole, apparentemente incuranti di essere visti. La “Green Zone” è sorvegliata da molti checkpoint militari; il rapimento è stato effettuato senza alcuna interferenza da parte della polizia iraqena e delle truppe americane; benchè il periodico “Newsweek” ha svelato che un convoglio militare americano passò vicino alla sede della Ong italiana circa 15 minuti dopo il rapimento.

Le armi: gli assalitori erano armati con AK-47, fucili, pistole con silenziatore e armi che stordiscono. Armi difficilmente utilizzate dai mujahidin, dotati di rudimentali Kalashnikov.

Ancora più strano è questo dettaglio: i testimoni affermano che diversi sequestratori erano vestiti con le uniformi della Guardia Nazionale iraqena e si sono dichiarati come uomini di Ayad Allawi, primo ministro iraqeno ad interim. Un portavoce del governo iraqeno ha successivamaente smentito un coinvolgimento dell’ufficio del premier Allawi. Sabah Kadhim, portavoce del ministero degli interni, ha ammesso che i rapitori indossavano uniformi militari e giubbotti anti-proiettile.

Ma, allora è stato un rapimento condotto dalla resistenza iraqena o un’operazione segreta della polizia? O qualcosa di peggio: un ritorno del “mukhabarat”, il servizio segreto di Saddam che eliminava i dissidenti del regime, di cui non si è saputo più nulla? Chi può aver coordinato un’azione simile e chi può portare giovamento un attacco contro questa Ong da sempre contro la guerra?

Da lunedì scorso il governo italiano riporta una sola teoria. Lo Sceicco Abdul Salam Al-Kubaisi, autorevole esponente religioso sunnita in Iraq, ha riferito ai giornalisti di aver ricevuto una visita da parte di Simona Torretta e Simona Pari il giorno prima del rapimento. “Erano impaurite”- afferma lo sceicco -“Mi hanno detto che qualcuno le ha minacciate”. Alla domanda su chi vi fosse dietro queste minaccie, Kubaisi ha risposto “sospettiamo l’intelligence internazionale”.

Per Kubaisi, la rivendicazione del rapimento è inusuale; egli è legato a gruppi della resistenza ed ha mediato il rilascio di diversi ostaggi. Le dichiarazioni di Kubaisi sono state ampiamente riportate sui media arabi e su quelli italiani, mentre sono assenti sulla stampa di lingua inglese. I giornalisti occidentali sono contrari a parlare di spie e cospirazioni, soprattutto per paura.

Ma in Iraq, spionaggio ed operazioni segrete non costituiscono cospirazioni; sono la realtà quotidiana.

Secondo James L. Pavitt, direttore della CIA, l’Iraq è il paese con più basi d’intelligence Usa dai tempi della guerra in Viet Nam, con circa 500/600 agenti sul territorio. Allawi stesso ha collaborato con CIA, MI6 e Mukhabarat nell’eliminazione dei nemici del regime di Saddam.

Un Ponte Per Baghdad è sempre stato contrario all’occupazione militare. Durante l’assedio di Falluja in aprile, ha coordinato, rischiando in prima persona, diverse missioni umanitarie. Le forze americane hanno chiuso le strade per Falluja e vietato l’accesso ai giornalisti, mentre si preparaveno a punire l’intera città per l’orrendo assassinio di 4 mercenari americani.

In agosto, quando la marina statunitense toglieva l’assedio da Najaf, Un Ponte Per Baghdad andò dove le forze militari d’occupazione non volevano testimoni. E il giorno prima del loro rapimento, Simona Torretta e Simona Pari avevano detto allo sceicco Kubaisi che stavano progettando un’altra rischiosa missione a Falluja. Negli otto giorni dal sequestro, appelli per il loro rilascio sono giunti da ogni parte del mondo e da ogni comunità religiosa e culturale: Jihad islamica, Hezbullah, Associazione degli studenti islamici ed altr diversi gruppi della resistenza iraqena hanno condannato l’azione.

Un gruppo della resistenza parlando da Falluja ha detto che il rapimento lascia pensare ad un collegamento con le forze d’intelligence internazionali. Particolarmente evidente è l’assenza di importanti voci, come quella della Casa Bianca e dell’ufficio di Allawi. Nessuno dei due ha detto una sola parola sul sequestro.

Quello che vogliamo far saper è questo: se il rapimento finirà nel sangue, Washington, Roma ed il governo “fantoccio” iraqeno ne approfitteranno per giustificare la brutale occupazione dell’Iraq; un’occupazione per la quale Simona Torretta, Simona Pari, Ra’ad Ali Abdul Aziz e Mahnouz Bassam hanno rischiato la loro vita per opporvisi.

E noi non ci sorprenderemo se si scoprisse che il piano era questo da sempre.

Naomi Klein e Jeremy Scahil

Fonte: The Guardian
Grazie a Cecile Landman

Jeremy Scahill, attivista di “Democracy Now”, è una giornalista free-lance e lavora negli Usa per stazioni radio e tv indipendenti
Naomi Klein, scrittrice, è l’autrice di “No Logo” e di “Fences and Windows”

(traduzione per Reporter Associati di Tito Gandini e Stefano Minutillo Turtur )

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Uomo del mio tempo

“Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

S. Quasimodo

 

thanx to strega

Uomo del mio tempo Leggi l'articolo »

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