Il conflitto russo-ceceno, un oggetto misterioso. Saperne di più, mobilitarsi, sensibilizzare le cancellerie europee. Da sempre ci provano i radicali, e pochi importanti intellettuali, tra cui André Glucksmann e Adriano Sofri. E’ anche l’ambizione di questo approfondimento. Dalla deportazione dei ceceni voluta da Stalin nel ’44 alle guerre di Eltsin e Putin negli anni ’90, un percorso storico sul rapporto conflittuale tra Russia e ceceni. Ma in gioco in questo conflitto non ci sono solo l’imperialismo e il nazionalismo russo, o la voglia di indipendenza dei ceceni, né in modo determinante sembra agire il “fattore petrolio”. C’è il dramma del terrorismo, quello dei combattenti ceceni contro civili russi, o anche contro gli stessi ceceni filorussi, e quello dei massacri, delle “pulizie”, delle sistematiche violazioni dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra di cui si sono rese responsabili le forze armate russe.Un conflitto che grava quasi interamente sulle spalle delle popolazioni civili, senza che però la comunità internazionale sembri interessata, a differenza di quanto accade per tante altre crisi. Se in Cecenia non ci sono le tv, allora è come se non ci fosse neanche la guerra. Dopo alcune dure prese di posizione iniziali, l’Europa ha chiuso entrambi gli occhi sulla tragedia russo-cecena, preoccupata di privilegiare le sue nuove relazioni con la Russia di Putin, il presidente della scelta “occidentale” del suo Paese. Dopo l’11 settembre 2001, hanno chiuso un occhio anche gli Stati Uniti, sacrificando i ceceni sull’altare dell’alleanza contro il terrorismo, per la quale Putin ha promesso subito totale collaborazione. Così, il conflitto si è radicalizzato. La penetrazione dell’Islam radicale in Cecenia si è fatta più minacciosa. Putin ha scelto la soluzione militare e unilaterale, procedendo ad una “normalizzazione” di facciata. Il presidente indipendentista Maskhadov, eletto sotto la supervisione dell’Osce, ha perso autorità sia rispetto ai russi, perché costretto dal legame con i capi militari più estremisti e con gli islamici radicali, sia rispetto allo stesso fronte ceceno, a causa della sua via moderata e laica all’indipendenza fallita tra il ’96 e il ’99. Il fatto politico nuovo è costituito però dal piano di pace Akhmadov-Maskhadov, reso pubblico nel marzo 2003 e ignorato sia da Putin sia dall’Occidente. Eppure è in esso che sono riposte le maggiori speranze di pace. Propone l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia con il ritiro delle forze armate russe e il disarmo delle fazioni cecene. Il modello Kosovo.
Ma per la Cecenia – e ciò dovrebbe destare profonde preoccupazioni in Europa – passa anche la crisi della società russa. Dalla soluzione di questo conflitto dipendono le sorti del processo di democratizzazione della Russia, che oggi sembra vivere un pericoloso momento di stallo, proprio per l’ondata di nazionalismo, per le restrizioni delle libertà d’espressione, per l’assenza di mobilitazione della società civile e per la scarsa sensibilità per i diritti umani.
Da sempre in prima linea tra i politici europei nella battaglia per la pace in Cecenia, l’europarlamentare radicale Olivier Dupuis è da 35 giorni in sciopero della fame: uno strumento di lotta e di dialogo politico per chiedere all’Unione europea e agli Stati membri di occuparsi del massacro tuttora in atto nel Caucaso. Gli obiettivi. L’iniziativa, in particolare, chiede di prendere atto pubblicamente del Piano di pace proposto dal governo Maskhadov, che prevede l’istituzione di un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia; di stilare, come consentito dal Trattato CE, una lista bianca delle personalità cecene incaricate di promuovere la ricerca di una risoluzione pacifica e politica della tragedia russo-cecena, consentendo a queste persone di risiedere e di viaggiare liberamente sul territorio dell’Unione; di garantire sicurezza e condizioni di vita dignitose alle centinaia di migliaia di ceceni che vivono nei campi profughi, senza neppure godere di questo status; di esigere dalle autorità russe che organizzazioni internazionali, ong e giornalisti possano tornare a lavorare e circolare liberamente in Cecenia.
Fino al 2 febbraio 145 eurodeputati avevano già sottoscritto il piano di pace, ai primi del mese l’europarlamentare ha ottenuto un incontro con la sottosegretaria agli Esteri Margherita Boniver, il 7 febbraio Dupuis ha pubblicato sul quotidiano tedesco Die Tageszeitung una lettera aperta al ministro degli Esteri Joschka Fischer, il 17 è stato ricevuto da Romano Prodi Per la prossima settimana sono previste manifestazioni in oltre venti città europee e americane per ricordare la deportazione subita dai ceceni il 23 febbraio 1944 per volere di Stalin. In Europa: Albi, Saint Etienne, Bruxelles, Copenaghen, Ekaterinburg, Lione, Mosca, Parigi, Praga, Roma, San Pietroburgo, Strasburgo, Tolosa, Vienna, Vilnius, Varsavia. Due manifestazioni avranno luogo il giorno dopo a Bourges e Parigi. Domenica invece manifesterà Berlino. Negli Stati Uniti: Portland, Berkeley UC, Boston e New York.
Qualcosa comincia a muoversi, ha notato venerdì scorso Olivier Dupuis. I ministri degli esteri dell’Unione europea torneranno a discutere lunedì dell’importanza della “coerenza” nei rapporti con Mosca. «Abbiamo passato un periodo se non proprio contraddittorio, per lo meno confuso nei rapporti con Mosca – hanno spiegato fonti comunitarie – in cui non siamo riusciti a far capire bene alla Russia cosa vogliamo. Serve una posizione molto più ferma, coerente e realistica». Paolo Mieli faceva notare, qualche giorno fa nella sua rubrica, che «l’unico leader europeo che ha fatto un gesto concreto in favore di quel popolo in lotta è stato Tony Blair, che a fine novembre ha concesso asilo in Gran Bretagna ad Akhmed Zakaev – ex attore e regista teatrale, già rappresentante della resistenza cecena ai negoziati di Mosca, sostenuto in Inghilterra da Vanessa Redgrave – quel Zakaev che Mosca definisce un “terrorista” ma per Londra è un rifugiato politico. Blair, però, qui in Italia a causa delle sue posizioni sul conflitto in Iraq è considerato da gran parte della sinistra poco meno che un reietto e quando si è mosso per Zakaev nessuno (o quasi) ha riconosciuto il valore del suo gesto».Ma a muoversi sono anche i 200 – tra loro Adriano Sofri e il senatore Natale d’Amico – che hanno preannunciato la loro adesione allo sciopero della fame. In 17 mila, e centinaia di personalità e di parlamentari, hanno già firmato l’appello a sostegno del Piano di Pace del Governo ceceno, così come le centinaia di persone che prenderanno parte alle manifestazioni di lunedì per commemorare il 60mo anniversario della deportazione dei ceceni ad opera di Stalin, commemorazione non autorizzata in Russia dalla municipalità di Mosca, Un altro spunto per interrogarsi sulla situazione della democrazia e dei diritti in Russia. Per Dupuis, Putin sotto accusa: «Per chi riterrebbe di dover ancora approfondire la propria riflessione sull’evoluzione della Russia, questo nuovo attacco a un diritto fondamentale, quello di poter manifestare, potrà forse essere utile per prendere finalmente la misura dell’evoluzione dello Stato di Diritto e della democrazia in Russia dal 1999, data della conquista del potere da parte di Putin. In effetti, non c’è un settore della vita pubblica russa (senza parlare di quanto succede in Cecenia) – che si tratti di giustizia, di libertà di espressione, di libertà di stampa, di libertà di associazione o, come nel caso presente, di libertà di manifestazione – dove non si è assistito a un crescendo di violazioni patenti dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione russa e dalle principali Convenzioni internazionali e, conseguentemente, a un’erosione costante dello Stato di Diritto».