Blitz delle unità speciali russe. Strage nella scuola di Beslan
3 settembre 2004
Si è conclusa con un blitz delle unità speciali la crisi degli ostaggi nella scuola di Belsan in Ossezia del Nord. E anche se i bilanci ufficiali sono per il momento molto cauti cominciano a profilarsi i contorni di una vera e propria strage. Secondo il consigliere del presidente Vladimir Putin per i problemi del Caucaso, il numero delle vittime a Beslan potrebbe essere molto più alto di centocinquanta persone. Prima, l’inviato di Repubblica sul posto, Giampaolo Visetti, aveva riferito di alcune centinaia di morti. «Tutti qui a Beslan – aveva affermato Visetti – dicono che sono circa un migliaio le persone che erano prigioniere nella scuola, tra professori, nonni, genitori, bambini. C’erano anche tantissimi neonati, i nonni e questa è una scuola che può avere ottocento studenti iscritti. Figuriamoci tutti gli altri. Quindi le cifre le vedremo magari nemmeno oggi, domani, dopodomani ma si tratta di cifre alte, molto alte».
Nel primo pomeriggio il ministro degli Esteri olandese, Bernard Bot, «parlando come presidente del Consiglio dell’Unione europea», aveva espresso rammarico per il fatto che la crisi degli ostaggi non potesse essere stata risolta pacificamente, ma aveva dichiarato di comprendere «il difficile dilemma di fronte al quale si è trovato il governo russo». Poco dopo è arrivato anche il commento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Le notizie sulle vittime, tra i quali molti bambini, della cieca barbarie del terrorismo riempiono di sgomento e di dolore, insieme al sollievo per gli ostaggi liberati grazie all’azione delle forze russe». La Casa Bianca ha definito «un atto barbaro di terrorismo» la presa di ostaggi nella repubblica russa dell’Ossezia, aggiungendo di essere al fianco di Mosca.
«Oggi è il giorno del dolore e dello stordimento» – afferma il segretario dei Radicali, Daniele Capezzone. «Eppure, – aggiunge Capezzone – dovrà venire, per l’Occidente, il tempo di una riflessione su quanto abbiamo tollerato in questi anni. Il dramma è in due tempi. Dapprima, abbiamo lasciato che Vladimir Putin proseguisse in Cecenia un vero e proprio genocidio, con autentici campi di concentramento” (i “campi di filtraggio”), con tanto di lingue mozzate, mani tagliate, altre orribili mutilazioni ed elettrodi applicati ai testicoli dei prigionieri. Una capitale, Grozny, è stata rasa al suolo, e la popolazione cecena decimata. Ma da noi, nulla: silenzio e complicità con Putin. Poi, in questi ultimi mesi ed anni, abbiamo lasciato che la cosiddetta “resistenza cecena”, che si era a lungo mossa giocando la carta della elezione democratica del suo Presidente, che in qualche momento aveva anche scelto la carta nonviolenta, finisse invece travolta e risucchiata nella via sciagurata del terrorismo e del legame sempre più stretto con le organizzazioni fondamentaliste. E oggi si raccoglie quel che abbiamo seminato». (r.j.)