Ottobre 2004

Il viaggio di Mohammed il ragazzo che Enzo Baldoni…

IN EDICOLA

 

Il viaggio di Mohammed: il ragazzo senza gambe che Enzo Baldoni voleva aiutare è arrivato da Emergency. speciale elezioni Usa. La pista americana per le stragi del ’92-’93. La morte di Derrida. E il nuovo Diario pronto a debuttare
di Diario

Dalla prossima settimana avrete in mano un nuovo Diario. Secondo noi, qui in via Melzo numero 9, Milano, è molto bello. E dire che qui c’è gente ormai incallita, gente che ricorda l’uscita del primo numero, otto anni fa. C’è chi dice che gli piace la nuova testata, chi dice che finalmente non ci si deve cavare più gli occhi, chi dice che la carta è più croccanta, che le fotografie vengono meglio, che gli spazi sono meglio distribuiti.

I cambiamenti sono sempre difficili da fare, essendo la pigrizia una delle migliori virtù. Ma noi dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi per averci spinto all’intraprendenza. Da quando lui è al governo, ha fatto sì che noi non avessimo la pubblicità che costituiva più o meno un terzo del nostro bilancio. Fortunatamente abbiamo resistito, coprendo questa mancanza di entrare con l’aumento di vendite e di abbonamenti.

Ora vi presentiamo un nuovo Diario, all’inizio del suo nonno anno di vita, in grado di poter fare a meno del signor Berlusconi e della sua ghenga, e abbastanza fieri, nel contempo, di piantargli costantemente qualche dente in pancia.

Niente di personale, per carità. E’ solo che ci da un sacco di occasioni. Dall’altra parte, in redazione, abbiamo un cartello che dice: “Giornalisti, cercate la verità. Nel dubbio, un po’ a sinistra”.
Cari lettori, sapete che c’è? C’è che fare un giornale libero è una gran bella cosa. A noi piace. Al nostro editore anche. A Fabrizio Confalonieri che vi presenterà la settimana prossima la veste del nuovo Diario, anche.

Con molte grazie.

QUESTA SETTIMANA IN EDICOLA
Enzo Baldoni sarebbe contento. La storia di Mohammed Ali Sharan, il ragazzo senza gambe che Baldoni voleva portare a curarsi a SUlaymania, si è conclusa a Sulaymania. Una bella storia dentro una brutta storia. Come diceva Enzo Baldoni: “Dal male nasce il bene”.

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I reporter francesi sono vivi e lavorano

Jean Marie Benjamin: “I reporter francesi sono vivi e lavorano a fianco della resistenza irachena…”

di Roberto di Nunzio

Padre Benjamin, lei ha contatti diretti con i rapitori dei reporter francesi?
“Si, ho contatti diretti con un emissario del gruppo che ospita attualmente i reporter francesi…”

Che “ospita”…?
“Certo, George Malbrunot e Christian Chesnot non possono essere considerati “rapiti” ma, appunto, ospiti di uno dei maggiori gruppi della resistenza irachena. Hanno deciso di comune accordo di rimanere in Iraq per documentare le azioni della resistenza, lavorando fra mille difficoltà. Le posso dire di più, i rappresentanti della resistenza hanno dato ai due reporter molto materiale audio-video che documenta quello che davvero accade a Falluja, tempestata dai bombardamenti americani, nonché l’impegno delle forze della resistenza per aiutare la popolazione. Sono video e foto che non piaceranno a Washington. Posso anticiparle che tra pochi giorni i due reporter saranno accompagnati ad una frontiera e saranno lasciati liberi di rientrare a Parigi con tutta la documentazione raccolta”.

Lei ha avuto contatti diretti con i giornalisti “ospiti”?

“No. Le mie sono informazioni di prima mano, ma non ho avuto contatti diretti con i due reporter, sarebbe molto pericoloso per loro, potrebbero essere localizzati con grande facilità. Le ripeto che ho avuto ripetuti contatti con emissari del gruppo della resistenza che li ospita”.

Di quale organizzazione si tratta?

“A questa domanda, può capirlo, non posso rispondere…”

Lei è stato recentemente in Siria, è da lì che ha potuto mettersi in contatto con il gruppo della resistenza irachena che ospita Malbrunot e Chesnot?

“Non solo da Damasco, anche dal Libano ho avuto i miei contatti”.

(Abbiamo raggiunto ieri Padre Jean Marie Benjamin, autorevole studioso e conoscitore del mondo musulmano, nella sua casa di Assisi. Molte le cose delle quali padre Benjamin parla in esclusiva con Reporter Associati, e tutte di grandissimo interesse e attualità: il rapimento delle “2 Simone”, la fine di Enzo Baldoni. E ancora le prossime elezioni presidenziali Usa, il processo istruito dagli americani contro Saddam Hussein e Tareq Aziz. Senza dimenticare la resistenza irachena, più viva che mai. rdn)

Padre Benjamin, lei è tornato da pochi giorni da un giro in alcuni paesi del Medio oriente, mi ha colpito una sua affermazione” in Iraq è meglio che non vi entri più…”, perchè?

“Ormai in Iraq non si può entrare senza rischiare la propria vita, e per me andare per rimanere chiuso in un convento non serve a nulla, la popolazione ha bisogno ora più che mai di aiuto, non funziona nulla, manca tutto”.

Come definirebbe la situazione attuale in Iraq?

“Ci sarebbero tante definizioni che si potrebbero usare. In sintesi diciamo che in Iraq attualmente regna un grande disordine unito ad una grandissima mistificazione della realtà portata avanti dagli americani e dai loro alleati”.

Si può parlare di libere elezioni in un paese occupato?

“In Iraq ormai tutto è fuori dalle leggi internazionali, la guerra è stata illegale, l’occupazione è illegale, non c’è un Parlamento, il governo è un fantoccio messo lì dalle forze di occupazione. Il primo ministro Allawi è un personaggio che ha vissuto oltre 20 anni tra Londra e gli Stati Uniti pagato dalla CIA (e dai contribuenti americani). In Iraq attualmente vige la legge tutta americana del più forte: “Chi si oppone a noi è fuori legge”. Chi si oppone viene arrestato, torturato e come rappresaglia per le azioni della resistenza gli americani bombardano Falluja portando dolore, morte e distruzione tra la popolazione”.

Come descrivere la diversità delle azioni della resistenza dai sequestri, le decapitazioni…

“Ecco, questo è il cuore del problema. In Iraq sono entrate da paesi vicini (e, non solo vicini…) delle formazioni legate al fondamentalismo islamico che mai prima della guerra si erano manifestate sotto il regime di Saddam Hussein. Questo uno degli effetti più devastanti che ha portato la guerra e l’attuale occupazione militare”.

“Ricordiamoci che Saddam Hussein, del quale non ho alcuna nostalgia per come gestiva il suo potere, era ed è un laico e in Iraq si viveva un clima di coabitazione fra musulmani e cristiani davvero unico in tutto il mondo arabo. Tanto che Bin Laden, più di una volta, parlando dell’Iraq la descriveva come “una repubblica infedele e miscredente”.

“Ricordo che incontrai l’ex ministro degli eseteri Tareq Aziz nel 2001 al quale chiesi come poteva un ministro cristiano convivere con un governo musulmano. Mi rispose che c’era una straordinaria vicinanza e cooperazione. A ricordare oggi, a distanza di soli due anni, questa dichiarazione sembra davvero incredibile”.

“Al-Zarquawi, che è giordano e non iracheno, è a capo di molte di queste formazioni islamiche che sono entrate in Iraq, ed egli è certamente il più potente tra i grupi fondamentalisti, ma non bisogna dimenticare che vi sono altri gruppi estremisti che prendono ordini direttamente dall’Arabia Saudita. Al-Zarquawi ha un gruppo molto ben strutturato e ben organizzato in 62 sotto-gruppi e ogni gruppo gestisce e controlla una porzione di territorio iracheno ben definito, come una scacchiera”.

“Personalmente non credo neppure che Al-Zarquawi si trovi a Falluja, come sostiene la propaganda Usa. Mi sa tanto di un pretesto per continuare ad assediare la città per cercare di piegare le forze della resistenza che lì si concentreranno in gran numero. Il comando americano non sa come annientare la resistenza e devono per forza trovare un motivo per uccidere innocenti e bombardare Falluja”.

Sequestri e decapitazioni, quindi, farebbero il gioco agli americani?

“Assolutamente sì, anche se la diffusione di queste terribili e inaccettabili pratiche terroristiche sono diventate un fenomeno mediatico tutto italiano. I reportage dall’Iraq delle tv francesi, della Bbc e di moltre altre tv europee sono più precisi e attenti e dividono con molta attenzione tra azioni terroristiche e azioni della resistenza”.

“Mentre in italia tutto viene mediaticamente classificato come “terrorismo”. Questo per giustficare davanti all’opinione pubblica interna la presenza delle truppe italiane tra le forze di occupazione”.

“In Iraq si muore tutti i giorni sotto le bombe americane e i primi a morire sono gli uomini, le donne e i bambini iracheni. Ma di questo nessuno parla, soprattutto in Italia”.

“Alcuni giorni fa, ricorderà, c’è stata una violenta esplosione nei pressi della cosiddetta green-zone di Baghdad. Subito dopo mi ha chiamato un ragazzo che è stato più volte ospite da noi ad Assisi, era terrorizzato, insieme al padre e al fratello possedeva un piccolo negozio proprio lì dove è avvenuta l’esplosione”.

“Subito dopo, accendendo la mia tv satellitare ho ascoltato dalle news francesi e inglesi che vi erano stati almeno 20 morti tra i soldati americani oltre 70 i feriti. Contemporaneamente la tv italiana parlava di 3 americani uccisi.Questo episodio mi ha fatto riflettere: se su una notizia del genere viene raccontata ai telespettatori italiani nella misura del 10% della verità, allora mi chiedo, in un anno di guerra e di occupazione quante bugie avranno mai raccontato?”.

Padre Benjamin, è in possesso di notizie sui rapimenti dei cittadini italiani?

“Sul rapimento dell’architetto italo-iracheno Ajad Anwer Wali no. Su Simona Torretta e Simona Pari si, ma non voglio fare nomi né posso riferire circostanze delle quali sono a conoscenza. Posso solo dire che è una fortuna che le due ragazze siano ormai libere e a casa”.

Posso chiederle se è a conoscenza del pagamento di un riscatto per la liberazione delle “2 Simone”?

“Sicuramente per le due ragazze di “Un Ponte per… è stato pagato un compenso più che un riscatto”.

Cosa intende per “compenso”? Un “compenso” per cosa?

“(Padre Benjamin ride..ndr) Mi spiace, non posso dirle di più. Fermiamoci qui con questa risposta… Possiamo dire che è stato un rapimento molto mediatico. Per la prima volta hanno rapito due donne e la loro liberazione è avvenuta sotto l’occhio di una telecamera…Un giudizo lo possono trarre tutti”.

Può parlarci, se ne è a conoscenza, della presenza di un mediatore che avrebbe favorito i contatti con i rapitori e poi la loro liberazione?

“Un mediatore? Si cero che c’era un mediatore…”

Italiano?

“No, non era italiano. Ma le ho detto che su questa vicenda io mi fermo qui”.

E con Enzo Baldoni cosa è accaduto?

“Durante le primissime fasi del rapimento di Enzo Baldoni è intercorso un fatto nuovo che nulla aveva a che vedere con i suoi sequestratori”.

Può spiegarsi meglio?

“Diciamo che la responsabiltà della sua morte non è attribuibile solo ai suoi rapitori…sono intevenuti personaggi vicini all’intelligence.

Intelligence italiana?

“Intelligence…”

Quindi?

“Deve sapere che questo del rapimento di Enzo Baldoni è stato un capitolo molto misterioso dove troppi hanno giocato un ruolo sporco. Enzo Baldoni conosceva molto bene cosa era la resistenza irachena e da chi era formata. Sapeva qualcosa di troppo e questo “troppo” decisamente non è piaciuto a qualcuno”.

“Ripeto, la responsabiltà della morte di Baldoni deve essere almeno condivisa tra coloro che lo hanno sequestrato e qualcun altro…diciamo così”.

Le ripeto, per favore, può spiegarsi meglio?

“No. Non posso, capirà…”

Va bene. Cambiamo discorso, allora. Il giorno delle elezioni americane si avvicina: qualora venisse eletto John Kerry, sarebbe in grado di cambiare effettivamente le cose in Iraq?

“Le rispondo con una battuta: gli americani hanno rotto l’uovo e ora non sanno più come cucinarlo, cambiare il cuoco può non essere sufficiente, dovranno cambiare anche il menù… Finchè ci sarà anche un solo americano in Iraq sarà viva la resistenza. Troppe cose l’amministarzione Usa dovrà cambiare per poter uscire in qualche modo dall’Iraq”.

Crede che la Lega Araba e la Ue dovrebbero dimostrare un maggiore impegno sulla questione?

“L’impegno della Lega Araba è fondamentale, ma la Lega non farà una sola mossa finchè vi sarà l’occupazione”.

Saddam Hussein e Tareq Aziz, sono ormai prigionieri degli americani. Ci sarà mai un processo?

“Saddam e Aziz sono due figure completamente diverse, Aziz è un diplomatico apprezzato, di Saddam Hussein sinceramente non me ne sono mai occupato. Non l’ho mai incontrato e mai ho fatto niente per accattivarmi la sua simpatia”.

“Con Tareq Aziz era molto diverso, ci conoscevamo e tra noi si era instaurata una forma di grande rispetto e sincera e disinteressata amicizia. Ho incontrato recentemente la famiglia di Tareq Aziz,che non nasconde tutta la preoccupazione per la sorte del loro congiunto. Aziz non ha mai preso decisioni determinanti per il regime di Saddam. Il suo era un ruolo di squisitamente diplomatico”.

“Anzi nel 1991 sconsigliò a Saddam Hussein di entrare con la forza in Kuwait ma non venne ascoltato. Saddam venne influenzato in modo determinante dal figlio Udai. E sappiamo cosa è successo”.

Cosa mi può dire dell’annuncio della morte di Tareq Aziz battuto da tutte le agenzie stampa la scorsa settimana?

“Ogni notizia riguardante la sorte e la posizione processuale di Saddam Hussein e Tareq Aziz prima di essere trasmessa nei circuiti internazionali deve ottenere l’ok del comando Usa. Quindi cosa è accaduto non so, ma capisco che si potrebbe trattare di una guerra mediatica dai contorni oscuri”.

“Il processo a Saddam e Aziz (ricordiamo che Aziz è difeso dal’avvocato italiano Marco Bezicheri, che è a l’unico poter parlare dei fatti processuali con cognizione di causa) è iniziato in modo molto difficile per le autorità Usa. Sarà inevitabile che usciranno i documenti del 1979 che metteranno in grande imbarazzo gli Stati Uniti. Non credo che l’amministrazione Bush o, chissà, forse la futura amministrazione Kerry, sia particolarmente entusiasta nel veder diffusi dossier che provano come gli Usa appoggiavano,armavano e finanziavano la dittatura di Saddam”.

“Sono convinto che questo processo alla lunga potrà rivelarsi un boomerang per il governo americano”.

Gran parte dell’opinione pubblica ormai si dichiara contro questa guerra e contro l’occupazione dell’Iraq…

“…Meno male, considero questo una speranza per l’umanità”.

Riuscirà la forza e il pensiero dell’opinione pubblica a prevalere sulla logica della guerra?

“Speriamo di sì. Altrimenti il mondo rischierebbe di andare alla deriva, sarebbe un vero disastro”

Che giudizio ha della posizione del governo italiano circa la crisi irachena?

“Non vorrei entrare in faccende italiane interne anche se ho la netta impressione che l’Italia, ricopra più che altro il ruolo di pappagallo degli Usa. Palazzo Chigi appare ormai più come un dipartimento del governo americano, piuttosto che il governo di uno stato indipendente”.

“Sono in Italia da 31 anni e quest’Italia non la riconosco più. Da quando c’è questo governo trovo che l’attuale classe dirigente sia composta da uomini arroganti, impreparati. Privi di un atteggiamento prudente e politico. Ora si trovano, in Iraq, in una situazione ingestibile e non possono ammettere l’errore di aver appoggiato acriticamente gli anglo-americani in questa guerra della quale non si intravede ancora la più piccola via d’uscita”.

“Credo che l’Italia dovrebbe avere una politica più indipendente e parallela dagli Stati Uniti. Essere alleati non significa necessariamente allineati, soprattutto quando si vìolano sistematicamente tutti i diritti internazionali buttandosi a testa bassa in una guerra e in un’occupazione del tutto illegale”.

Roberto di Nunzio

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L’agonia del Darfur

Stefano Squarcina

Nella regione dell’ovest sudanese, martoriata dai miliziani Janjaweed, i morti sono oltre 30mila e i profughi un milione e 300mila. Una situazione che il regime di Khartoum ha provocato e continua a minimizzare. Mentre l’Unione africana manda osservatori, Usa e Ue hanno posizioni divergenti su come risolvere la crisi

 

Si vedono a migliaia. Sono puntini blu, bianchi e gialli, sparsi su decine di chilometri quadrati nella piana desertica e polverosa attorno a El Fasher, seconda città del Sudan. Sono i campi profughi del Darfur, visti dall’alto. Sono i colori dei teli di plastica dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che vengono stesi sopra improbabili capanne di paglia e legno per ripararsi dal sole (le temperature raggiungono i 48°), dopo essere serviti a portare riso e farina ad alto contenuto calorico.

Sono gironi danteschi, dove sopravvivono almeno un milione e trecentomila sudanesi fuggiti dagli scontri tra i due movimenti guerriglieri (l’Esercito di liberazione sudanese – Sla, e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – Jem) e le forze regolari e paramilitari controllate dal governo di Khartoum.

Almeno duecentomila profughi hanno raggiunto il Ciad e si trovano ora sotto la protezione dell’esercito francese, che dice di essersi precipitato ad Abeche per «calmare gli animi». In realtà, sono qui per salvare la pelle politica al vecchio leone di N’Djamena, discusso amico personale di Jacques Chirac, il presidente ciadiano Idriss Deby.

L’Antonov-24 della non rassicurante compagnia privata Mars Land – aereo kirghizo, equipaggio bielorusso –, atterra a El Fasher. La sensazione è di essere atterrati su Marte. Attorno alla città, enormi campi profughi recintati, sorvegliati dalla polizia sudanese (che poi è quella da cui sono fuggiti le centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini), in attesa che un camion di qualche organizzazione non governativa porti sacchi di farina. Tra questi campi non ci sono collegamenti, solo deserto e sabbia che le potenti Toyota dell’Unione africana riescono a malapena ad affrontare.

Popolazioni inermi

Tutto è cominciato nel marzo del 2003, quando Sla e Jem lanciano un’offensiva militare su larga scala nei tre stati che compongono il Grande Darfur, attaccando pesantemente El Fasher, Geneina e Nyala. Questi movimenti non hanno una piattaforma separatista, non chiedono l’indipendenza: hanno deciso di sostenere con le armi le loro ragioni, dopo che il regime di Khartoum ha prodotto solo emarginazione e povertà tra la popolazione. Il governo centrale sudanese è corrotto, scippato da una élite che vuole imporre la legge islamica in tutto il paese.

Il fatto è che il Sudan è composto di centinaia di etnie, di popolazioni con una propria tradizione e cultura, che male sopportano un dominio politico, economico, culturale e religioso centralizzato. «Per centinaia di anni, tutti i popoli del Darfur hanno convissuto pacificamente – dice Adris Yousif Ahmes, capo del consiglio consultivo dell’etnia fur. – Quando, nel 1969, arrivò al potere, Mohamed Nimeiri impose un nuovo, ferreo controllo sulle province: furono armate le tribù locali e stravolte le leggi tradizionali».

In Darfur, il governo sudanese ha imposto un “patto territoriale” con le milizie paramilitari: in cambio della non belligeranza, Khartoum garantisce soldi e impunità. Da qui il fenomeno dei Janjaweed, le squadracce che – su ordine diretto di Khartoum – a dorso di cavallo e di dromedario hanno seminato il terrore nel Darfur, per combattere quelli che loro chiamano i «terroristi del Jem/Sla». «I militari di Khartoum non possono entrare in forza nel Darfur, sia perché non controllano il territorio, sia perché il 60% dell’esercito è composto da uomini che vengono da El Fasher, Nyala, Geneina», spiega il colonnello britannico Stamp, che ad Addis Abbeba forma il personale militare dell’Unione africana.

«Era buio, ho sentito delle jeep avvicinarsi al villaggio: sono fuggita. Sparavano su tutto e tutti, hanno violentato molte donne e bruciato le nostre case», racconta Thoriya, ospite del campo profughi di Zam Zam. La sua vita, ora, dipende dal Programma alimentare mondiale. «Stavamo lavando dei panni al fiume, quando è arrivato un elicottero e ha cominciato a sparare razzi sul villaggio. Venite, venite a vedere», piange Siddig Mohmed, di etnia zagawa, prendendomi per mano nel terribile campo di Gabala, dove si possono vedere i resti – tubi di alluminio – dei razzi sparati alcuni giorni prima.

«Le milizie Janjaweed, incapaci di affrontare militarmente Sla/Jem, attaccano la popolazione inerme. Sono crimini contro l’umanità», afferma un responsabile europeo di Oxfam, un consorzio di ong che si batte contro povertà e ingiustizia. «Non ci sono dati obbiettivi sulle vittime. Ma, per me, non ci sono stati meno di trentamila morti», è il commento sconsolato di Jurg Montani, capo operativo della Croce Rossa in Sudan.

 

Si tratta ad Abuja

Khartoum ha cercato di negare i suoi legami con i Janjaweed, dicendo che dei «fuorilegge» erano responsabili di questo disastro umanitario. Niente di più falso: in ognuno dei tre stati del Darfur c’è una struttura centrale dei Janjaweed, collegata direttamente ai servizi segreti sudanesi. Nel Nord Darfur, il temibile comandante Musa Hilal ha i suoi quartieri generali a Misterieya e Um Sayala.

Secondo le informazioni di intelligence di un’ambasciata europea, Hilal tornò in Darfur nell’aprile 2003 sotto scorta sudanese, compiendo massacri e stupri su larga scala per conto dei militari. Nel Sud Darfur, nel villaggio di Gardud, operano milizie legate al ministro dell’interno, il gen. Rahim Hussein. Mentre il comandante Haraika Assad Shukurtalla spadroneggia nel Darfur occidentale.

Il governo di Khartoum ha dovuto riconoscere i suoi legami con i Janjaweed, quando ha accettato la risoluzione 1556 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che gli «impone di identificare e smantellare le milizie sotto la sua influenza, imponendo loro di deporre le armi». A tal fine, dall’8 aprile 2004, vige nel Darfur un accordo umanitario di cessate-il-fuoco, firmato a N’Djamena, nel Ciad. A controllarne il rispetto è stata chiamata l’Unione africana (Ua) che, con l’aiuto finanziario dell’Unione europea (12 milioni di euro), ha creato un’apposita commissione (Aucfc).

In sé è qualcosa di storico: per la prima volta, l’Ua si è data compiti militari di monitoraggio in uno stato membro, cosa che alcuni governi africani vedono male, perché preferirebbero massacrare la popolazione civile senza scocciatori tra i piedi… L’idea sembra buona, solo che per controllare il Darfur, un territorio vasto quanto la Francia, la struttura militare della Aucfc è composta da 137 osservatori militari non armati africani (130 ruandesi, quattro egiziani, tre algerini), agli ordini del generale nigeriano Festus Okonkwo e del colonnello francese Georges Davoine.

Questi osservatori disarmati hanno il compito d’investigare solo sulle denunce di violazione del cessate-il-fuoco. Nulla di più. E sono protetti da 300 militari nigeriani e ruandesi armati. «Abbiamo ventiquattro jeep e tre elicotteri di ricognizione. Ma, in realtà, non abbiamo nessuna reale capacità operativa», dice sconsolato il coll. Davoine. Ammette un alto militare europeo: «Nel quartier generale Aucfc, in Etiopia, non hanno idea di come organizzare il monitoraggio del territorio. Siamo di fronte a una finzione che almeno permette ai politici di dire che qualcosa si sta facendo… ».

Tutti sono d’accordo: non c’è soluzione militare per la crisi del Darfur. Anche perché i Janjaweed stanno subendo una forte pressione internazionale, il governo sudanese non può permettersi altri massacri, la guerriglia Sla/Jem si accontenta, per il momento, di controllare aree dove lascia affluire aiuti umanitari e dove Khartoum non osa entrare. L’attenzione dei media – soprattutto statunitensi – ha imposto alle parti l’apertura di un processo politico-negoziale, il cosiddetto “tavolo di Abuja”, in Nigeria.

Da mesi ormai si cerca un accordo politico per metter fine agli scontri e creare le condizioni di un ritorno volontario delle popolazioni civili (a cui nessuno crede, almeno nel medio termine). Ad Abuja è stato concluso, ma non ancora firmato, un “pre-accordo umanitario” per permettere all’Onu di operare. E si sta parlando di nuove istituzioni regionali, di condivisione delle ricchezze petrolifere, di smantellamento delle milizie, del controllo delle armi, di elezioni; del futuro del Sudan, insomma. L’idea è di ripetere l’esperienza degli accordi di Naivasha (Kenya) che hanno posto fine – almeno sulla carta – a più di vent’anni di guerra nel Sud Sudan, segnata dalla leadership politica e militare del capo dell’Spla (Esercito per la liberazione del Sudan), Jonh Garang.

Secondo l’accordo di Naivasha, dev’essere formato a breve un governo di unità nazionale che, entro tre anni dal suo insediamento, porterà il Sudan a elezioni generali. Ma nel paese ci sono quattro incerti fronti militari: oltre al Darfur e al Sud Sudan, non dobbiamo dimenticare la situazione dei Monti Nuba e, soprattutto, l’esplosiva situazione nell’est, negli stati di Kassala e Gedaref, di cui sentiremo parlare ancora: il Free Lion Movement e il Beja Congress – finanziati dall’Eritrea e dagli Usa – hanno già incontrato gli emissari di Khartoum in Egittto, al Cairo. Per il momento, con un nulla di fatto.

Ma c’è un “quinto fronte” che il gen. Omar al-Bashir, presidente del Sudan, non intende affatto aprire: il fronte interno della democrazia e della riconciliazione. Ahmed Ibrahim al-Tahir, il temibile e potentissimo capo del parlamento sudanese, vede così la crisi del Darfur: «Sono i media a esagerare. E poi non parlano mai dei massacri compiuti dai ribelli. Certo, abbiamo dei problemi, ma non permetteremo mai che la guerriglia porti alla disintegrazione del Sudan, come certi paesi vorrebbero».

Il “nemico” del regime sudanese sono gli Usa: non a caso la questione Darfur è molto discussa negli ambienti dell’Amministrazione Bush. Il Sudan è considerato uno degli “stati canaglia” che fanno parte del cosiddetto “asse del male”, con l’allora Iraq di Saddam, l’Iran e la Corea del Nord. Per molti anni il Sudan ha ospitato anche Bin Laden, in fuga dall’Arabia Saudita su pressione di Bill Clinton.

 

Falchi Usa

La crisi del Darfur è usata dai falchi Usa, come Dick Cheney, Paul Wolfowitz o Donald Rumsfeld, per cercare di abbattere il governo sudanese. La pressione si è intensificata con la campagna elettorale americana, con George W. Bush che fa della «lotta al terrorismo globale» la sua ragione di esistere. In più, esiste una forte lobby in seno al Dipartimento di stato che spinge per la spartizione del Sudan in almeno tre aree (il Sud Sudan con i suoi giacimenti, l’est di Port Soudan con le sue pipeline petrolifere, il resto del paese). È in quest’ottica che vanno lette anche le dichiarazioni di Colin Powell o del Congresso americano sul “genocidio” del Darfur.

Inevitabilmente diversa è la politica europea, o almeno delle ambasciate dei sei stati membri dell’Ue presenti a Khartoum: Gran Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Germania e Olanda. Questa l’analisi di un ambasciatore europeo: «Dobbiamo partire da alcuni dati di fatto.

Primo: non c’è alternativa a questo governo militare, sia perché è un regime repressivo di polizia, sia perché hanno fatto sparire i migliori elementi della classe dirigente alternativa.

Secondo: chiedere al governo sudanese di smantellare i Janjaweed è come chiedergli di tagliarsi le mani e di abdicare al controllo di una parte strategica del suo territorio.

Terzo: se la situazione militare si complica e il Sudan scoppia, saltano per aria anche Etiopia, Eritrea, Egitto e Ciad, solo per cominciare. Quarto: ricordatevi che non c’è nessuna volontà politica della comunità internazionale di inviare truppe o forze dell’Onu o dei singoli stati. La Somalia vi dice qualcosa?». C’è chi sostiene anche che la crisi del Darfur è stata voluta dal leader religioso Hasan al-Turabi, già presidente del parlamento, uomo vicino a El-Beshir, ora agli arresti domiciliari. «I suoi contatti nel Darfur sono noti», sostengono Ali Hussein Eldin, leader zagawa nel Nord Darfur, e Muddna Husien Dossa, attivista politica.

La crisi nel Darfur, insomma, è tutt’altro che una crisi umanitaria. Ha un potenziale dirompente, ma può essere ricomposta in un quadro negoziale. Ciò passa per il mantenimento di una forte pressione politica sul regime sudanese, abile nello sfruttare le amicizie (Cina e Russia soprattutto, con diritto di veto all’Onu) e la divergenza di vedute di Usa ed Europa. Il governo di Khartoum non negozierà a tutti i costi. Sta aspettando di vedere se tra qualche mese, quando i mass media si saranno stancati del Darfur, la pressione calerà.

Ecco perché oggi bisogna insistere per un embargo Onu sulle armi al Sudan (spende il 50% del suo bilancio statale in armi), per sanzioni mirate contro gli averi del regime, per il rilancio del processo di Abuja, per l’applicazione degli accordi di Naivasha, per il potenziamento del ruolo politico e militare dell’Unione africana. Questa è già un’agenda politica intensa per la comunità internazionale, a condizione che ci sia davvero la volontà di aiutare la popolazione sudanese a risollevarsi dalla dittatura militare di Khartoum.

 


 

 

Risoluzioni Ue e Onu

Il 16 settembre, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha adottato all’unanimità una risoluzione sulla crisi in Darfur. Prima firmataria, Luisa Morgantini, eurodeputata e presidente della Commissione sviluppo e cooperazione, che ha guidato una missione di indagine nel Darfur dal 2 al 7 settembre 2004.

I punti salienti. Si condanna il governo del Sudan per il deliberato sostegno nel Darfur agli attacchi nei confronti di civili di determinate comunità, il che include uccisioni, violenze sessuali contro le donne, saccheggi e molestie generali. Si esortano le autorità sudanesi a porre fine all’impunità e a tradurre alla giustizia i responsabili di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e violazioni di diritti umani che possono raggiungere le proporzioni di un genocidio.

Si ritiene che, se il Sudan non sarà in grado di esercitare la propria sovranità, la comunità internazionale dovrà trovare il mezzo per garantire che i responsabili siano giudicati, compresi i responsabili del regime attuale. S’invita il Consiglio di sicurezza dell’Onu a tenere seriamente conto della possibilità di porre un embargo sugli armamenti contro il Sudan e di applicare altre sanzioni mirate contro i responsabili di abusi massicci dei diritti umani e di altre atrocità, assicurandosi che tali sanzioni non aumentino le sofferenze della popolazione sudanese.

S’invita il governo del Sudan ad accettare la creazione di una commissione internazionale per i diritti umani con il compito di valutare in modo indipendente i crimini commessi nel Darfur dall’aprile 2003. S’invitano tutte le parti coinvolte nel conflitto ad astenersi dal reclutare e utilizzare bambini soldato di meno di 18 anni, e si esortano le autorità sudanesi a proteggere i bambini sfollati, in particolare i minori non accompagnati, come stabilito dalle relative convenzioni.

Il 18 settembre, il consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato la risoluzione 1564. Nel documento, approvato da 11 paesi su 15 (si sono astenuti Cina, Russia, Pakistan e Algeria), vengono minacciate misure aggiuntive, tra cui sanzioni (economiche, logistiche e diplomatiche previste dall’articolo 41 della Carta dell’Onu) ai danni del governo di Khartoum o di suoi singoli esponenti, oltre che nel settore petrolifero. Il consiglio dei ministri del Sudan, in una seduta straordinaria presieduta dal vicepresidente Ali Osman Taha, ha dichiarato di accettare la risoluzione Onu pur ritenendola “ingiusta”.

www.nigrizia.it

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inquinamento in Italia: A Milano, Palermo Trieste, 15 sigarette

Passeggiare e fumare
Ecco un quadro della situazione inquinamento in Italia. I
dati sono del dipartimento di Medicina del Lavoro
dell’Ospedale Civile di Sesto S. Giovanni.
Passeggiare un giorno a Napoli equivale a fumare da 9 a
11 sigarette.
Un giorno per Firenze, Genova, Torino e Verona
equivale a 7-8 sigarette.
A Milano, Palermo o Trieste, 15 sigarette.
5-6 a Roma, Catania, Foggia e Livorno.
4-5 a Bari, Bologna, Brescia, Parma, Taranto, Padova e
Venezia.
I dati si riferiscono a rilevazioni del 2000 e quindi la
situazione potrebbe essere notevolmente peggiorata.

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la lista dei martiri: Israele ha ucciso 129 palestinesi

Avevano bisogno di qualcosa di cui pentirsi Gli israeliani festeggiano il “pentimento”. Immolando 129 palestinesi in un’orgia di sacrifici umani.
 – Durante l’Operazione ‘Giorni di Pentimento’, nella striscia di Gaza, sono rimasti uccisi 129 palestinesi. Lo afferma il quotidiano Haaretz. L’operazione è stata lanciata dall’esercito israeliano col pretesto di rimuovere la “minaccia dei razzi palestinesi dal Neghev settentrionale”. Dei 129 uccisi – dice Haaretz – 86 erano membri attivi dei ‘bracci armati’ di Hamas, di al-Fatah o della Jihad islamica. I rimanenti (32,5% degli uccisi) erano civili fra cui: bambini, ragazzi, adolescenti, anziani e donne.

LE CIFRE:

Di seguito i palestinesi ammazzati da Israele dal 1° gennaio al 12 ottobre 2004. Tra parentesi le età delle vittime, in grassetto quando si tratta di minorenni. 
FONTE: Collectif Judeo-arab et citoyen pour la Paix, Strasbourg

Bachir Abou Armana (12), Sameh Arar (27), Ahmed Nazal (28), Mohamed Gelita, Jamal Mohammad Al-Afify (45), Louai Abou Hamdeh, Mohammad Zo’rob (28), Mo’een Abou Sharkh (18), Rifat Al-Sha’er (32). Oussama Youssef Al-Maghari (33), Mohannad Abou-Hatab et Mowaffak Al-A’raj. Zakariya Mahmoud ‘Eid (26), Mohamed Sabel Rayan (26), Mohamed Saleh Bedwan (20), Abou Nabil, Abou ‘Eid, Mahmoud Jouda (36), Ayman (25), Amin al-Dahdouh (33), Riyadh Saïd Abou Shalal (15), Khalil al-Ziban (59), Mahmoud Abou Raja (27), Ammar Hassan (25), Ibrahim Al-Deiri (38), Tarad Al-Jamal (24), Qaïs Ofah (18), Mohamed Saleh Bedwan (21). Mohammad Othmane (14), Awni Kallab, Tha’er Abou Serriya (19), Yousef Younis (8) ; Mohammed Amer Abou Zuraiq (10) ; Mohammed Ali Bedawi (15) ; Haitham Mohammed Al Issawi (17), Mohammed Ismail Al-Shatali (22), Shadi Abed As-Saidni (21), Faris Fatehi Al-Hawajri (23), Omar Mohammed Al-Jamal (18), Hazem Rauhi Aqel (23), Ahmed Hassan Harb (22), Khaled Qassem Al-Hazqi (24), Moussa Manar Hemo (25), Yousef Mahmoud As-Sinwar (25), Hassan Ahmed Zuhud (42), Khaled Madi (16), Khaled Madi (36) , Dalal Al-Sabagh (23), Eitimad Kullab (34) Ihab Abou Ja’far, Mohammed Khairallah, Ayman Saba’na, Amer Al Sakhel, Basel Awwad, Tha’er Halayqa (15). Mohammad Habboush (20), Sa’id Mreish (20), Mahmoud Oleiwa (23), Mohammad Al-Mobayyed (24), Ahmad Hamdan (22), Mos¹ad Rmeilat (27) Hasni Sarfiti (ca. 30), Mohammad Yassine (ca. 30), Faraj Abou Jazar (22), Mahmoud Abou Nahel (42), Mosbah Mawafi (15), Mahmoud Jodah (30), Ayman Al-Dahdouh (32) et Amin Al-Dahdouh (42). Adli Mohammad Abou Taha (27), Aymen Abu Hashem (23), Mohammad Hasan Eshtewy (17), Fatima Al-Jallad, Bassem Qdeih (39) und seine Ehefrau Sanaa (34), ‘Abdul Rahman Zaki al-Dardissi (25), Ra’fat Ibrahim Abou Tu’aima (20), Thana’ei ‘Olayan Qdeih (15), cheikh Ahmed Yassine Mo’men Ibrahim al-Yazouri (67), Rateb ‘Abdul Rahman al-‘Aloul (35), Khamis Mushtaha (32), Ameer Ahmed ‘Abdul ‘Aal (25), Rabi’ ‘Abdul Hai ‘Abdul ‘Aal (18), Ayoub Ahmed ‘Atallah (26), Khalil ‘Abdul, Elah Abou Jayab (30), Mos¹ab Al-Ghalban (13), Riyadh Zo’rob (23), Oussama Al-Afandy, Ahmad Ghabayen, Mohammed Abou Khalimi, Abdullah Al- Mogheir (22), Tareq Al-Allameh (31), Hammam Abou Al-Oumarein, Jihad Awaja (19), Ibrahim Al-Ghandour (65), Zakariyya Abou Zour (18), Ishaq Nassar (18), Mahmoud Zghari (20), Ahmad Al-Aabed (22), Khaled Maher Walweel (7), Talab Al-Tal (34), Mahmoud Abou Odeh (27). Nassar Issa Hajahjeh (16), Yousef Alnatour, Zohair Al-Arda (18), Mohammed Abou Ruweida (18), Ammar Al Rajoudi (18), Mohammed Abu Samhadaneh (19), Adham Hesham (30), Khaled Jamal Khariosh (26), Tami Al Khalili, Ibrahim Abou Sharif (17), Iman Abou Tulba (11), Mohammed Abou Kaber (36), Ali Amar (22). Mahmoud Barhoum (19), Mahmoud Hussein Awad (17), Mustafa Sarsour, Abdelaziz al-Rantissi (56), Fathy Abou-Ghali (22), Mujahed Abou Awad (20), Dia’ Abou-Eid (24), Ibrahim Rayyan (16), Mohammad Al-Tanany (17), Khaldoun Abou-Jarad (21), Mo’tasem Nsseir (14), Mohammad Al-Hinnawy (16), Mohammad Abdel Rahman Ajjoury (18), Mohammed al-Rantissi (22), Yousef Al Da’our (12), Ayyoub Karsou’ (18), Ziyad Abou Hamada (16), Omar Ahmad (19), Mohammed Hamatto (16), Mohammed Al Malfouh (16), Rafat Abou Hasseirah (28) Suheil Al-Harsh (24). Mona Abou Tabak (9), Asma Abou Kleyk (4), Bilal Abou Amsheh (32), Ayman Barahmeh (28), Ghanem Ghanem (34), Dr Yasser Abou Laimon (32), Abdel Rahman Nazzal (ignota), Mohammad Nazzal (ignota), Mahmoud Odeh Kamal Daraghme (ignota), Said Al-Hroub (ignota), Mohammad Azzouqa (13), Mousa Al-Maqid (14), Amjad Amara (21), Ashraf Naffa’ (23), Islam Zahran (13), Thaër Abou Srour (20), Sabeeha Abou-Labbada (50), Jamal Hamdan (22), Nader Mohammed ‘Abdul Hafiz Abou al-Lail (26), Hashem Daoud Eshtaiwi Abou Hamdan (25), Mohammed Hussein Hamdan Abou Hamdan (24), Na’el Ziad Hassanain (21), Khaled Abou Elba (16), Amil Walid Mohammed Abu Mustafa (17), Bilal Mohammed Hamdan (25), Baha Abou Zaytoun (9), Imad Janajreh (30), Abdullah Abdel-Fattah (35), assine Adel Al-Joulani (20), Raafat Obeid (22), Montaser Thiab (20), Basem Kalbona (18), Saïd Maseiey (28), Wa’el Rabbah (28), Nahed Mohammed Abou Haddaf (22), Fadi Sha’lan Baher (19), ‘Ammar ‘Awad al-Jirjawi (24), Fadi Ibrahim Nassar (18), Mohammed Faraj ‘Adas (20), Ahmed Salem al-Swairki (16), Kamal Jihazi (18), Fawzi Al Madhoun (32), Mohammed Yassin, Mohammed Moshtaha (22), Eihab Jamal Yousef (19), Mohammed ¹Azmi al-Bouji (19), Hani Mohammed al-Mughayar (20), Ramez Jamal Abou Ghali (23), Hassan Khader ‘Awaja (18), Fu’ad Khaled Abou Hashem (19), corpi non identificati, Ahmed Mohammed al-Yaqoubi (19), Sami Yousef Abou Jazar (22), Mohammed Mousa Mowafi (15), Hamed Fayez Abou Hamra (18), Mahmoud Jamal al-Siksik (18), Akram Abou Al-Naja (27), Ashraf Kachta (30), Abdulaziz Al-Kilani (19), Ibrahim Shahin (20), Shihada Hamed (24), Walid Mousa Abou Jazer (26), Mohammed Khalil al-Jundi (24), Mohammed Abdul Rahman al-Nawajha (31), Hani Mohammed Quffa (18), Tareq Ahmed Sheikh-Eid (24), Ibrahim Ismail al-Ballawi (18), Mohammed Jasser al-Sha’er (17), Ahmed Jasser al-Sha’er (18), Ziad Hussein Shabana (22), Emad Fadel al-Mughari (34), Mahmoud Ismail Abou Touq (34), Hani Qafa (17), Said Al Mugeer (42), Ahmad (11) e suoa sorella Asma al Mougheir (15), Nidal Abdel-Rahman Okasha (22), Walid Naji Abou Qamar (10), Mubarak Salim Al Hashash (11), Mahmoud Tareq Mansour
(13), Mohammed Talal Abou Sha’ar (20), Alla Musalam Sheikh-Eid (20), Fuad Khamis Al-Saqqa (31) Mohammad Al-Nawajha (21), Mohammad Al-Jubdi (24), Ibrahim Darwish (27), Ibrahim Ismail Al-Balaawy (18), Hani Qaffa (17), Ahmad Jasser Al-Shaer (17), Imad Al-Maghari (34), Mahmoud Abou Touq (34), Ziad Shabaneh (22), Said Al-Mughir (22), Ibrahim Qandil (26), Ahmad Al-Moghir (13), Taiseer Kallab, Ibrahim Al-Qin (18), Yousef Qahoush, Mohammad Zo’rob, Khalil Abou Asad (37), Saber Abou Libdeh (13), Walid Abou-Jazar (26), Saber Abou Libdeh (13), Mohammad Abou Nasser (16), Usama Abou Nasser (24), Mohammed Hussein Turkman (21), Issam Arafat (24), Ayman Abou Jalhoum (18). Mahmoud Najib Al-Akhras (18), Wael Mohammed Abou Jazar (18), Mahmoud Fateh Deib (22), Yousef Mahmoud al-Mugari (21), Hamed Yassin Bahloul (18), Mohammed Ibrahim Jaber (27), Jamal Awad al-Assar (39), Mohammad Hassanieh (13), Mazen Yassin, Eyad Affaneh (18), Rawan Abou Zeid (3), Mohammad Al-Hamas (16), As’ad Bouriny (16), Adnan Al-Bahsh (12), Mahmoud Zo’rob (42), Emad Abou Eid (17), Tayseer Mohammed Suleiman ‘Awad (30), Ayman Khamis Hassanein (25), Wa’el Nassar (38), Mohammed Sarsour (33), Madi Madi (18), Bilal ‘Omar Yousef Abu Zaid (18), Mohammed Jamal Subhi Nabhan (17), ‘Arafat Ibrahim Ya’qoub (31), ‘Omar ‘Abdul Jabbar ‘Abdul Fattah Farekh (26), Walid ‘Awad ‘Aashour (22). Mohammed Jamal Abu Musabbeh (15),  Mohammed Jamal Baraka (19), Ahmed Maher Abu Shawish, (19), Shadi Samir Abu Ghurab (18),  Munir Sha’ban al-Sindi (16), Wissam Mohammed Abu Zarqa (19), Eihab Mohammed al-Deeb (23), Ussama ‘Awni Hajaliya (26), Sa’id Yasser ‘Ouda (25),  Mo’tassem Fu¹ad Al-Zarbatli (23), Ghassan ¹Obaid (23), Mohammed ‘Omar Jindiya, (21), ‘Aaref Qassem Jindiya (20), Ahmed Khairi Eskafi (25), Adham Karim Quraiqe’ (22),  Bilal Fayez Quraiqe’  (22), Mohammed ‘Abdullah Qanou’ (18), ‘Ezzat Ahmed al-Wadiya (19), Fares Sa’di al-Sirsawi (22), Ayman Khazzaa’ Farahat (18), Mohammed ‘Ali al-Haj ‘Ali (24), Munir Anwar al-Daqas (10), Mohammed Yousef ‘Ezziddin (22), Mahmoud Mohammed Darabeih, (29) ‘Abdul ‘Aziz ‘Abdul Latif al-Ashqar (ignota), Saleh Tayseer Abu Hazzaa’ (17), ‘Abdullah Hisham ‘Aashour Nasser (ignota), Mohammed ‘Abdullah Jad al-Haq (17), Daoud ‘Abdullah Abu Jazar (19), Rawad Ibrahim al-Sowairki (26), Mulhem ‘Afif Ibrahim Abu Jamila (26), ‘Abdul Halim Sa’ij (21), Hani Ahmed Fathi al-‘Aqqad (24), Nader Ibrahim Rida al-Aswad (27), Mohammed Rebhi Sa’id Mar’ei (20),  Raghda ‘Adnan al-‘Assar (10), Bariz Durgham D’ib al-Minawi (19), Salm ‘Abdul Qader Abu Shabab (32), Khaled Mohammed ¹Abdul Hamid Abu Silmiya (33), Rabah Darwish Zaqqout (37), Nabil Ibrahim al-Su¹aidi (38), Falah Hassan Na’im Masharqa (30), Hussam Fathi Abu Naja (18), Ahmed ‘Ali Abu ‘Abdullah (50), Ahmed Nidal al-Teerawi (18), ‘Ammar Da’san ‘Ali Abu Nafeesa (24), Saleh Ibrahim Yahia Balalwa (47), Mahmoud Nasser Nafe’ Bazour (17), Tawfiq Mohammed al-Sherafi (24), Sa¹ed Mohammed Hiddu Abu al-‘Eish (14), Ahmed Ibrahim ‘Abdul Fattah Madi (14), Fathi Ahmed al-Sawawin (21), Khalil Khalil Naji (31), Mohammed Talal Hussein Jaber (17), Rateb Ahmed Taleb Qassem (51), Mohammed Ibrahim ‘Abdullah Beetar (25), Lo’ai Ayman Mohammed al-Najjar  (4), Iman Samir al-Hams (13), Mahmoud Mohammed al-Hashash (62), Mahmoud Tharwat Mohammed ‘Abdul Qader, (12) und Lam’eya Qassem ‘Abdul Ghani Kulaib (70), Mohammed Mahmoud Khalfallah (15), Fawaz Mashour Mohammed Fahana (28), Ibrahim Ahmed Nasser al-Tawai’a (35), Mousa Mohammed Hamed Jabarin (45), Mohammed Rasem Rashid Raddad (16), Mahdi Jamal Mushtaha (30), Khaled Ramadan al-‘Amreeti (28), Bashir Khalil al-Dabash (42), Zarif Yousef al-‘Are’ir (30), Re’fat Rafiq Jadallah (25), Sufian Shafiq Abu al-Jedian (33), Hamza Ahmed (29), Mohammed al-Masri (29), Mohammed ‘Abdul Karim al-Ja¹beer (19), Hazem Hussein Farajallah (24), Mohammed Khaled Reehan, (15), ‘Aatef Jamal Rajab al-Ashqar (27), Mahmoud Mohammed Abu al-Jedian (23), Mohammed Khaled Raihan, (14), Ziad ‘Alaa’ Shams (14), Mohammed Ra’fat al-Reefi (17), Mo’taz ‘Abdul Malek al-Bakr (17), Nidal Sa’id al-Bishawi (16), Sultan Sa’id al-Beeshawi (14), Mahmoud Mo’een al-Madhoun (20), Ahmed ‘Adnan al-Bora’ei (16), bambino non identificato, Eyad Zaqqout (30), Jadallah Abu Sukhaila (27), Meqbel Hazin (25), Diaa’ al-Din Ahmed al-Kahlout (17), Yahia Akram Hammad (16), Tamer ‘Abdul ‘Aziz Abu Eshkayan (14), Mohammed Jamil al-Ustath (25), ‘Arafat Bilal Yassin (24), Mohammed Mahmoud Abu Hassira (ignota), Jihad Mahmoud Abu al-Jabeen (26), Mustafa Hamash (27), Ibrahim ‘Ali ‘Asaliya (29), Nidal ‘Omar Matar (29), Wassim Mustafa al-Nateel (18), Hani Sa’id Mushtaha (17), Ibrahim Mahmoud Abu al-Qumsan (21), Fathi ‘Abdul Rahman ‘Afana (26), ‘Eid Mohammed ‘Afana (39), Ibrahim Hassan Hamdan (46), Waheed Talal ‘Abdul Rahman (23), Yasser Mohammed Abu Ghubait (20), Rani Akram Quddas (22), Musbah Hussein al-Zinati (20), Mohammed Ibrahim al-Sherafi (22), Ra’ed Suleiman Abu Wawi (36), Fadi Fareed al-Za’aneen (23), Maher Jameel Zaqqout (26), Saber Ibrahim ‘Asaliya (14), Nidal Muhsen al-Madhoun (14), Fares ‘Omar al-Habel (21), Romel Mohammed al-Barrawi (20), Isma’il Ibrahim Shihda (21), Mohammed Saber al-Baba (23), Mohammed Mousa al-Hissi (27), Ramzi Shihda Hasaballah (21), Islam Maher Dwaidar (15), Wafi Salem ‘Asaliya (30), ‘Abdullah Nadi Dardouna (24), Hussam Mohammed al-Ras (24), 2 fratelli: Mousa ‘Abdul Hai Darwish (24) e Hassan ‘Abdul Hai Darwish (30), ‘Abdullah Hussein Qamhan (17), Hamdan Baraka ‘Obaid (50) e suo figlio Hammouda (22). Ra’ed Ziad Ahmed Abu Zaid (15), Suleiman ‘Abed Hussein Abu Ful (16), Mohammed Tuhami Abu Saif (16), Lo’ai Jamal Hamad (22), Hassan Joma’a al-Sharatha (13), Ra¹ed Mohammed al-Mabhouh (22), Yousef Mamdouh Abu Saif (21), Siham Sameer Musleh (10), Mohammed Nabil Motawe’ Subeh (18); Yasser Saleh al-Khatib (18), Salama Isma’il Abu Sala’a (25), Mohammed Yahia ‘Edwan (22),  ‘Arafat Fu’ad Nasser (23), ‘Abdul Ra’ouf Hassan Nabhan (27), Ameen Mahmoud Salem (36), Sufian Mousa Salem (28), Maher Mahmoud Zaqqout, un respobile dell’Unwra (39), Sameh Zamel al-Wehaidi (22), Ahmed Zaki Ramadan (22), Mohammed Akram Ma’rouf (25), Kahder Mohammed al-Talouli (28), Jihad Ameen Abu Mousa (37), Rezeq Hassan al-Zaini (37), Mohammed Sa’id al-Masri (25), Ramzi Isma’il Abu Shaqfa (24), Nidal Harb Mas’oud (20) e Mohye al-Din Maher al-Madhoun (19), Ghadeer Jaber Mukhaimer (11), Jihad Hassan Barhoum (16), ‘Emad Yahia Khalil Bader (24), Saqer ‘Awni Saqer

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Blackout: Beppe Grillo, culturismo o cultura??

Dio non vota

 

Chi confonde il culturismo con la cultura è pericoloso. Confonde la forza con la ragione

Internazionale 561, 14 ottobre 2004

Il 2 novembre si sceglierà tra Bush e Kerry anche a La California, frazione di Bibbona (Livorno). Se il presidente degli Stati Uniti si comporta come signore del mondo, perché devono votarlo solo gli statunitensi? Ci sarò anch’io.

Così ho guardato in televisione i congressi dei democratici e dei repubblicani. Li chiamano “convention” ma ormai sono dei festival. Da quando sono i pubblicitari a scrivere i programmi dei candidati, a scegliere i loro slogan e le loro cravatte, molti parlano di politica-spettacolo. Ma oggi siamo oltre: la politica lascia il posto allo spettacolo.

Credevo di aver sbagliato canale con il telecomando: alla convention repubblicana ho visto proprio Terminator, il più violento e muscoloso degli attori statunitensi. Non volevo crederci, ma ora è presidente della regione California. Lo chiamo così perché se i giornalisti italiani chiamano governatore Formigoni, cioè il presidente della regione Lombardia, allora Terminator, governatore della California, lo si può chiamare presidente della regione California. Tanto per capirci.

Terminator, gonfio di orgoglio come molti culturisti sono gonfi di anabolizzanti, ha formulato una critica molto articolata ai democratici: “Sono femminucce”. Ci pensate? Gli Stati Uniti sono l’unica nazione con la pretesa di essere il modello di libertà e tolleranza per il mondo. Un mondo che va convinto – o almeno conquistato – anche a forza di bombardieri, carri armati, campi di prigionia e di tortura, pena di morte. Ma gli Usa sono anche la nazione dove culturisti e altri energumeni hanno le maggiori chance in politica. Già, se la politica è un gioco pesante, perché non ricorrere ai pesi massimi?

Il primo tra i maneschi passati in politica fu il campione di wrestling Jesse “the Body” Ventura, ex attore nel film Predator, governatore del Minnesota dal 1999 al 2003. “Abbiamo bisogno di mettere un wrestler alla Casa Bianca nel 2008”, ha detto, aprendo inaspettate prospettive per la difesa dal terrorismo islamista. Perché ricorrere all’intelligence quando bastano gli anabolizzanti? Basta mettere su un capo che sia grande, grosso e manesco: bin Laden, gracile e malaticcio, si spaventa e scappa. Il successo di una mente così fina ha spronato altri energumeni a buttarsi in politica.

Il più fortunato è appunto Terminator, che ora comanda in California. Nel 2003 gli Stati Uniti avevano due governatori maneschi su 50, il 4 per cento. Se fosse indipendente, la California sarebbe la quinta nazione del G7, davanti a Canada e Italia. Roba da brividi. Un decimo della popolazione e un sesto dell’economia negli Usa hanno scelto governatori che hanno passato in palestra più ore che all’università e lo dimostrano ogni volta che aprono la camicia o la bocca.

Qualcuno sostiene che Predator e Terminator siano diventati politici saggi. Eppure con le loro raffinate dichiarazioni dimostrano che per loro la politica è la continuazione del culturismo con altri mezzi. C’è da preoccuparsi: se più di un decimo del paese più potente e più armato del mondo è governato da palestrati eletti dal popolo, vuol dire che quel popolo non riesce più a distinguere tra culturismo e cultura. Per governare una nazione la prima cosa che devi conoscere è la sua cultura. Per aspirare a guidare il mondo, devi conoscere anche la cultura delle altre nazioni. La palestra non basta.

Un generale statunitense ha detto che invadere l’Iraq come risposta all’11 settembre è come se si fosse invaso il Messico in risposta a Pearl Harbor. Il dilagare del culturismo e della confusione nella cultura Usa spiega forse un fatto inquietante: nei primi due dibattiti televisivi per le presidenziali, tre dei quattro candidati (Bush, Kerry, Edwards) hanno detto bin Laden in una frase in cui volevano dire Saddam e viceversa. Si sono subito corretti. Per fortuna nel frattempo non hanno bombardato nessuno.

Chi confonde il culturismo con la cultura è pericoloso. Confonde la forza con la ragione. È quello che stanno facendo gli Usa da anni: ora in Iraq e in Afghanistan; prima in Vietnam, oppure appoggiando colpi di stato, dittatori e massacri in Cile e in sud e centro America, in Indonesia e in Congo negli anni sessanta, in Iran nel 1953.

Credevo che la convention democratica fosse meglio di quella repubblicana. Invece che delusione! Sapete qual è il pensiero più articolato che ho sentito da John Kerry? Bush – afferma Kerry – dice che Dio sta dalla sua parte. Noi invece speriamo di stare dalla parte di Dio!

Ecco la grande democrazia statunitense, quella che tutto il mondo dovrebbe imitare! Non potete scegliere tra la guerra e la pace, per voi hanno già scelto i grandi boss dell’industria del petrolio e delle armi. Però potete fare una scelta ben più importante, quella tra due candidati molto diversi, uno con Dio che combatte dalla sua parte e uno che – invece – spera di combattere dalla parte di Dio. Ah! Questa sì che è democrazia! Peccato che negli Stati Uniti Dio non possa votare. Vogliono tutti portarlo in guerra. Ma nessuno gli chiede se è d’accordo. Poi dicono che i musulmani sono pericolosi perché hanno una religione bellicosa.

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il “titolo nativo” agli aborigeni di Kimberley.

Restituita la terra ai legittimi proprietari


La Corte federale australiana ha riconosciuto il “titolo
nativo” agli aborigeni di un’area di 60mila chilometri
quadrati nell’altopiano di Kimberley. Dal 1829 le terre
erano di proprietà statale e utilizzate per la pastorizia, la
pesca e lo sfruttamento minerario.
Le popolazioni indigene di Ngarinyin, Wunambal e
Worora avevano abitato quella zona per 26mila anni.

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Harvey White Woman, ultimo discendente di Cavallo Pazzo

Non fate arrabbiare i Sioux
Harvey White Woman, ultimo discendente di Cavallo Pazzo, uno dei piu’ grandi capi dei pellirosse, ha inviato una lettera di protesta al locale parigino Crazy Hourse (Cavallo Pazzo).
Non e’ gradito il fatto che uno dei piu’ famosi locali di spogliarello del mondo abbia il nome dell’eroe che nel 1876 batte’ il Generale Custer.
Se il nome del locale non verra’ cambiato i Sioux ricorreranno alle vie legali.
.
(Fonte: AGI)

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Mario Boccia: le due simona . Sono due persone speciali, rare,

intervista a Mario Boccia

Dopo il sequestro a Baghdad di Margaret Hassan, la responsabile britannica dell’organizzazione umanitaria “Care International”, si riapre il dibattito sul ruolo e sui rischi per la cooperazione nelle zone di conflitto

di Fabio Dessì

«Sei scomodo per chiunque voglia uno scontro tra civiltà, gli opposti estremismi vedono di cattivo occhio qualunque cosa si muova al di fuori di questa logica. Chi si intromette muore. È questo l’avvertimento che viene dall’Iraq». Mario Boccia è un free lance di 49 anni che non smette di girare il mondo per raccontare attraverso le sue immagini la guerra. È stato a Baghdad tre volte: durante la prima Guerra del Golfo, negli anni dell’embargo e dal 23 agosto al 4 settembre scorsi, quando è stato ospite della “Casa degli italiani”, l’edificio di due piani in cui si trova la sede di Un ponte per, Ics e Intersos. Era lì quando un missile, per errore o per avvertimento, ha sfiorato la sede delle organizzazioni umanitarie. Per due settimane ha vissuto con Simona Pari e Simona Torretta, realizzando le immagini che pubblichiamo in queste pagine. Ha conosciuto Raad Alì Abdulaziz e Manhaz Bassam, gli altri due ostaggi iracheni rapiti il 7 settembre. Nei giorni precedenti al rapimento Mario Boccia era l’unico fotografo italiano nella capitale irachena. E nell’intervista che ci ha concesso (realizzata, come il resto del servizio, quando ancora non giungono notizie sulla loro sorte) descrive una città profondamente diversa da quella che conosceva. «Nel ’91 – racconta – il giorno in cui catturano i piloti italiani Bellini e Cocciolone mi trovavo nel rifugio dell’Hotel Rashid, pieno di iracheni. Quando la tv mostrò i prigionieri americani e inglesi tutti li insultavano. Poi apparvero i nostri connazionali: ero terrorizzato, ma in molti si avvicinarono per tranquillizzarmi…».

Allora è vero che agli italiani da quelle parti gli vogliono bene…
È quello che continuano a ripetere Emilio Fede e Bruno Vespa, ma non è più così. Oggi italiano significa occupante. Un esempio? Dovevo fotografare un centro per ragazzi di strada di Terres des hommes (organizzazione umanitaria svizzera, ndr) in un quartiere del centro di Baghdad. Con il mio accompagnatore – un muktar, una sorta di autorità locale – avevamo concordato un giro di 15 minuti. Dopo avermi chiesto la nazionalità è letteralmente impallidito, il giro è diventato di cinque minuti. Aveva paura, sudava, accendeva una sigaretta dietro l’altra. Io dovevo seguire ogni suo ordine: adesso no, scatta ora, basta, cammina, fermati…

È possibile lavorare in queste condizioni?
No, fare giornalismo non può prescindere dal contatto con le persone, da una confidenza con le storie che cerchi e poi racconti. A Baghdad non puoi girare tranquillamente, devi travestirti, cercare di assomigliare il più possibile a un qualunque iracheno, usare automobili scassate e mettere in conto che le persone che ti accompagnano rischiano quanto te. Provate a immaginare che cosa significa per un fotografo girare con la macchina fotografica e un solo obiettivo nascosti in una busta di plastica. Ti senti una spia, non incroci sorrisi nelle facce che incontri…

Ti sentivi in pericolo?
Ti senti in pericolo ancora prima di atterrare. Per raggiungere Baghdad bisogna prendere un volo da Amman con la compagnia americana Air Serv. È un piccolo aereo da 18 posti che per evitare di essere colpito fa un atterraggio “a vite”, arriva altissimo sopra l’aeroporto e scende a terra disegnando dei cerchi sempre più stretti. Poi un autobus scassato ti porta fino al check point, a cinque chilometri di distanza. Lì ti deve venire a prendere qualcuno, la strada che porta dentro Baghdad è molto rischiosa perché battuta da stranieri o da iracheni che hanno relazioni con il governo. Giunto a destinazione, mischiato tra la folla, raramente ritrovi l’Iraq che conoscevi: la gente che ti aspetta, che ti sorride. La sensazione è che sono “quasi” contenti di vederti…

Quasi?
La tua presenza può essere un catalizzatore di azioni che comportano parecchi rischi per chi ti sta vicino. Stare in una scuola e pensare che qualcuno può farsi saltare in aria solo perché sei lì ti fa sentire responsabile della vita di tutti quei bambini. È inaccettabile. Per questo non vedevo l’ora di andar via. Non l’ho mai pensato in nessun’altra parte del mondo, neanche a Sarajevo sotto l’assedio. Lì c’era una dimensione collettiva del rischio, in Iraq ti senti gli occhi addosso come se il problema fossi tu. Sei un target, un obiettivo.

C’è un episodio che ti ha colpito più di altri?
Sì, nel posto che più amo a Baghdad, al mercato del libro di Mutanabi. Lì puoi trovare di tutto, dalle biografie di Saddam a quelle di Lenin, dal Corano a Donna moderna, Topolino, Linus, manuali d’informatica e sull’arte islamica. Ero nel Caffè degli artisti e l’aria era molto tesa. Dopo pochi minuti una persona mi dice qualcosa in arabo. «Qui è pieno di ladri, per la vostra sicurezza è meglio che andate via prima possibile» ha tradotto il mio accompagnatore di turno. Ma resto convinto che non si stavano preoccupando per il mio portafogli.

Qual è il ruolo dell’informazione in uno scenario come quello iracheno?
Starci e raccontare il più possibile quello che succede. Il ruolo più importante lo stanno svogendo i media arabi, gli unici a poter realizzare sia immagini che interviste. Un occidentale invece deve limitare al massimo gli spostamenti. Ma in questo modo è impossibile lavorare decentemente. Io per esempio non amo le immagini rubate, mi piacciono quelle che rappresentano la testimonianza di un rapporto con chi fotografi. E quello che mi è mancato è proprio il non essere accettato, nella migliore delle ipotesi ero guardato con sospetto. Paradossalmente un giornalista embedded, mantenendo autonomia di pensiero, può conservare un certo margine per fare bene il suo lavoro. Penso all’immagine scattata da un giornalista francese dell’Associated press vincitrice del World press photo, che prima dello scandalo di Abu Ghraib ritrae un uomo dietro il filo spinato: incappucciato, con le mani legate e ai suoi piedi un bambino, presumibilmente il figlio.

Torneresti in Iraq come embedded?
Sì, se è l’unico modo per fare informazione. Qualche mese fa avrei detto il contrario, ora è una possibilità. Non certo per fare foto finte al soldato che porta da mangiare al vecchietto. Un servizio del Time dopo l’attentato alla sede Onu ritrae soldati americani disperati in mezzo alle macerie, sembrano le foto del Vietnam dopo la ritirata. Anche in quel caso il fotografo era un “arruolato”. Dipende da come orienti l’obiettivo, da quello che vuoi dire. Credo che per gli occidentali in questo momento non ci siano alternative.

Per il mondo della cooperazione, così duramente colpito, è ancora possibile una terza posizione tra i combattenti?
Nella ex Jugoslavia le ong svolgevano un’attività pratica di sostegno alle popolazioni vittime della guerra e indirettamente rappresentavano una posizione contro i nazionalismi. Era il modo per comunicare il tuo punto di vista, per metterti in gioco. In Iraq è molto difficile farlo. Io rispetto il punto di vista delle due Simone e di Un ponte per, che della trasparenza ha fatto una bandiera. Io dicevo che il rischio era troppo alto, ma loro si sentivano al sicuro per le ottime relazioni che avevano con la popolazione. Ed era vero, io stesso sono testimone di dimostrazioni di affetto reciproco straordinarie…

Quali per esempio?
Il 28 agosto ero a una festa organizzata da Simona Pari in una scuola elementare. Sembrava la Svizzera: classi di informatica, ceramica, canto, disegno. I bambini hanno fatto una rappresentazione teatrale sull’igiene personale. Alla fine erano tutti intorno a Simona: madri, padri e figli. In una situazione così ti senti parte di una comunità, anche se a pochi chilometri le persone continuano a morire, combattendo o semplicemente restando nelle proprie case.

Che cosa dovrebbero fare adesso le organizzazioni umanitarie?
Seguire i progetti dall’esterno e sottrarsi alla logica che ti fa essere parte del problema e non della soluzione. Bisogna chiedersi se è utile rimanere o se la tua presenza rischia di peggiorare il quadro. Vorrei essere smentito, ma torno con un peso sulla coscienza: non essere riuscito a convincere due persone speciali come Simona Torretta e Simona Pari a venir via da lì il prima possibile. Questi sono stati i termini della nostra ultima discussione, due giorni dopo l’esplosione di un missile a pochi metri dal cortile in cui stavamo cenando…

Che cosa è successo in quel momento?
Dopo lo scoppio mi sono abbracciato con Simona Torretta (la Pari quella sera non era in casa, ndr). Cercavo di calmarla ma lei si è immediatamente preoccupata per Carla e Caterina, cinque e otto anni, le figlie della padrona di casa. La seconda preoccupazione è stata curare la madre, lievemente ferita alla caviglia. Infine, prendersela con me, colpevole di «creare allarmismo». La parola d’ordine era minimizzare: in Italia c’è chi si preoccupa e qui il lavoro deve andare avanti. Sono due persone speciali, rare, testarde. Talmente innamorate del loro lavoro da non arrandersi alla realtà.

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padre Jean Marie Benjamin in un’intervista a Reporter Associati:

Iraq, padre Benjamin: Baldoni ucciso perché sapeva troppo

 

Sapeva “qualcosa di troppo” che “non è piaciuto a qualcuno. Così parla di Enzo Baldoni padre Jean Marie Benjamin in un’intervista a Reporter Associati. “Durante le primissime fasi del rapimento di Enzo Baldoni è intercorso un fatto nuovo che nulla aveva a che vedere con i suoi sequestratori – dice il religioso di nazionalità francese, con un passato di funzionario dell’Onu e dell’Unicef, impegnato da anni per il popolo iracheno – Diciamo che la responsabilità della sua morte non è attribuibile solo ai suoi rapitori. Sono intervenuti personaggi vicini all’intelligence”. Padre Benjamin non specifica di che intelligence si tratti, ma ribadisce: “il rapimento di Enzo Baldoni è stato un capitolo molto misterioso, dove troppi hanno giocato un ruolo sporco.

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15 ottobre, inizio del ramadan. invito al digiuno

Invito al digiuno.
 al raccoglimento,
a partecipare in prima persona all’inizio del Ramadan.
domani.
 
Invito diretto ai non musulmani, agli agnostici, ai non credenti soprattutto.
Innanzitutto come momento di purifcazione,
Tutte le grandi religioni prevedono un periodo di digiuno, dall’induismo al cristianesimo,
Ed io lo avverto,
 soprattutto come uno stimolo alla meditazione,
alla mediazione fra anima e carne.
Alla riappropiazioni delle nostre poderose facoltà spirituali.
al controllo del nostro corrotto corpo,
una possibilità per prendere distanza dal mondo materiale in cui ci ” costringiamo”  a far parte.
L’autodisciplina
e la determinazione del sè come essenza spirituale e mentale
prima ancora che carne e pulsione sessuale o ingordigia affamata.
 
Un rituale di sacrificio che costringendoci alla rinuncia di cibo,
ci induce però forza interiore.
 
Infine,
incluso nell’iniziale invito,
c’è la  voluta intenzione a  partecipare al digiuno
insieme a quel miliardo di persone devote all’Islam per cui questo momento è così solenne,
individui dipinti da sempre più parti come barbari a noi ostili ma che in realtà non sono altro che nostri fratelli la cui  differenza è aspirare ad una mezza luna
piuttosto che ad una croce.
 
guerrilla radio

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Margaret Hassan

Margaret Hassan, nata a Londra e sposata con un iracheno,
ha doppia cittadinanza. Da 10 anni con “Care International”Rapita britannica capo Ong
Al Jazeera mostra video La responsabile dell’associazione in un filmato di un gruppo sconosciuto di terroristi. Hoon: “Sviluppo inquietante”

Margaret Hassan

BAGDAD – Le organizzazioni non governative di nuovo nel mirino dei sequestratori iracheni. E dopo Simona Pari e Simona Torretta, un’altra donna finisce nelle mani dei terroristi: Magaret Hassan, capo delle operazioni dell’ong britannica ‘Care International’ è stata rapita oggi a Bagdad. La televisione del Qatar Al Jazeera ha mostrato un video in cui la donna compare seduta in una stanza con l’aria spaventata, poi una ripresa da vicino dei documenti di identità e una rivendicazione da parte di un gruppo sconosciuto.

La Hassan, che è nata a Londra e ha sposato un iracheno, ha doppia cittadinanza e vive da circa trent’anni in Iraq. Da dieci circa lavora in programmi di solidarietà per l’associazione no profit Care, che ha iniziato a operare nel Paese agli inizi degli anni Novanta.

Care International è una delle maggiori organizzazioni indipendenti di progetti di aiuti e sviluppo, con attività in oltre 72 paesi. E’ anche una delle poche organizzazioni ad aver mantenuto una presenza costante in Iraq mentre le altre hanno abbandonato il Paese dopo il sequestro delle due Simone. L’organizzazione, che ha da subito confermato il rapimento della responsabile dei progetti associativi in Iraq, non ha però voluto fornire dettagli sul rapimento della Hassan.

Il ministro della Difesa britannico, Geoff Hoon, ha definito il sequestro “uno sviluppo inquietante”. “Siamo vicini alla famiglia di Margaret Hassan” ha detto Hoon, “da quello che abbiamo saputo di tratta di una persona che conosce a fondo l’Iraq e che ha sempre lavorato per il bene di quel popolo. Ciò che è successo non fa che dimostrare gli abomini cui questi terroristi sono capaci di arrivare”.

www.care.org

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