L’agonia del Darfur

Stefano Squarcina

Nella regione dell’ovest sudanese, martoriata dai miliziani Janjaweed, i morti sono oltre 30mila e i profughi un milione e 300mila. Una situazione che il regime di Khartoum ha provocato e continua a minimizzare. Mentre l’Unione africana manda osservatori, Usa e Ue hanno posizioni divergenti su come risolvere la crisi

 

Si vedono a migliaia. Sono puntini blu, bianchi e gialli, sparsi su decine di chilometri quadrati nella piana desertica e polverosa attorno a El Fasher, seconda città del Sudan. Sono i campi profughi del Darfur, visti dall’alto. Sono i colori dei teli di plastica dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che vengono stesi sopra improbabili capanne di paglia e legno per ripararsi dal sole (le temperature raggiungono i 48°), dopo essere serviti a portare riso e farina ad alto contenuto calorico.

Sono gironi danteschi, dove sopravvivono almeno un milione e trecentomila sudanesi fuggiti dagli scontri tra i due movimenti guerriglieri (l’Esercito di liberazione sudanese – Sla, e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – Jem) e le forze regolari e paramilitari controllate dal governo di Khartoum.

Almeno duecentomila profughi hanno raggiunto il Ciad e si trovano ora sotto la protezione dell’esercito francese, che dice di essersi precipitato ad Abeche per «calmare gli animi». In realtà, sono qui per salvare la pelle politica al vecchio leone di N’Djamena, discusso amico personale di Jacques Chirac, il presidente ciadiano Idriss Deby.

L’Antonov-24 della non rassicurante compagnia privata Mars Land – aereo kirghizo, equipaggio bielorusso –, atterra a El Fasher. La sensazione è di essere atterrati su Marte. Attorno alla città, enormi campi profughi recintati, sorvegliati dalla polizia sudanese (che poi è quella da cui sono fuggiti le centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini), in attesa che un camion di qualche organizzazione non governativa porti sacchi di farina. Tra questi campi non ci sono collegamenti, solo deserto e sabbia che le potenti Toyota dell’Unione africana riescono a malapena ad affrontare.

Popolazioni inermi

Tutto è cominciato nel marzo del 2003, quando Sla e Jem lanciano un’offensiva militare su larga scala nei tre stati che compongono il Grande Darfur, attaccando pesantemente El Fasher, Geneina e Nyala. Questi movimenti non hanno una piattaforma separatista, non chiedono l’indipendenza: hanno deciso di sostenere con le armi le loro ragioni, dopo che il regime di Khartoum ha prodotto solo emarginazione e povertà tra la popolazione. Il governo centrale sudanese è corrotto, scippato da una élite che vuole imporre la legge islamica in tutto il paese.

Il fatto è che il Sudan è composto di centinaia di etnie, di popolazioni con una propria tradizione e cultura, che male sopportano un dominio politico, economico, culturale e religioso centralizzato. «Per centinaia di anni, tutti i popoli del Darfur hanno convissuto pacificamente – dice Adris Yousif Ahmes, capo del consiglio consultivo dell’etnia fur. – Quando, nel 1969, arrivò al potere, Mohamed Nimeiri impose un nuovo, ferreo controllo sulle province: furono armate le tribù locali e stravolte le leggi tradizionali».

In Darfur, il governo sudanese ha imposto un “patto territoriale” con le milizie paramilitari: in cambio della non belligeranza, Khartoum garantisce soldi e impunità. Da qui il fenomeno dei Janjaweed, le squadracce che – su ordine diretto di Khartoum – a dorso di cavallo e di dromedario hanno seminato il terrore nel Darfur, per combattere quelli che loro chiamano i «terroristi del Jem/Sla». «I militari di Khartoum non possono entrare in forza nel Darfur, sia perché non controllano il territorio, sia perché il 60% dell’esercito è composto da uomini che vengono da El Fasher, Nyala, Geneina», spiega il colonnello britannico Stamp, che ad Addis Abbeba forma il personale militare dell’Unione africana.

«Era buio, ho sentito delle jeep avvicinarsi al villaggio: sono fuggita. Sparavano su tutto e tutti, hanno violentato molte donne e bruciato le nostre case», racconta Thoriya, ospite del campo profughi di Zam Zam. La sua vita, ora, dipende dal Programma alimentare mondiale. «Stavamo lavando dei panni al fiume, quando è arrivato un elicottero e ha cominciato a sparare razzi sul villaggio. Venite, venite a vedere», piange Siddig Mohmed, di etnia zagawa, prendendomi per mano nel terribile campo di Gabala, dove si possono vedere i resti – tubi di alluminio – dei razzi sparati alcuni giorni prima.

«Le milizie Janjaweed, incapaci di affrontare militarmente Sla/Jem, attaccano la popolazione inerme. Sono crimini contro l’umanità», afferma un responsabile europeo di Oxfam, un consorzio di ong che si batte contro povertà e ingiustizia. «Non ci sono dati obbiettivi sulle vittime. Ma, per me, non ci sono stati meno di trentamila morti», è il commento sconsolato di Jurg Montani, capo operativo della Croce Rossa in Sudan.

 

Si tratta ad Abuja

Khartoum ha cercato di negare i suoi legami con i Janjaweed, dicendo che dei «fuorilegge» erano responsabili di questo disastro umanitario. Niente di più falso: in ognuno dei tre stati del Darfur c’è una struttura centrale dei Janjaweed, collegata direttamente ai servizi segreti sudanesi. Nel Nord Darfur, il temibile comandante Musa Hilal ha i suoi quartieri generali a Misterieya e Um Sayala.

Secondo le informazioni di intelligence di un’ambasciata europea, Hilal tornò in Darfur nell’aprile 2003 sotto scorta sudanese, compiendo massacri e stupri su larga scala per conto dei militari. Nel Sud Darfur, nel villaggio di Gardud, operano milizie legate al ministro dell’interno, il gen. Rahim Hussein. Mentre il comandante Haraika Assad Shukurtalla spadroneggia nel Darfur occidentale.

Il governo di Khartoum ha dovuto riconoscere i suoi legami con i Janjaweed, quando ha accettato la risoluzione 1556 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che gli «impone di identificare e smantellare le milizie sotto la sua influenza, imponendo loro di deporre le armi». A tal fine, dall’8 aprile 2004, vige nel Darfur un accordo umanitario di cessate-il-fuoco, firmato a N’Djamena, nel Ciad. A controllarne il rispetto è stata chiamata l’Unione africana (Ua) che, con l’aiuto finanziario dell’Unione europea (12 milioni di euro), ha creato un’apposita commissione (Aucfc).

In sé è qualcosa di storico: per la prima volta, l’Ua si è data compiti militari di monitoraggio in uno stato membro, cosa che alcuni governi africani vedono male, perché preferirebbero massacrare la popolazione civile senza scocciatori tra i piedi… L’idea sembra buona, solo che per controllare il Darfur, un territorio vasto quanto la Francia, la struttura militare della Aucfc è composta da 137 osservatori militari non armati africani (130 ruandesi, quattro egiziani, tre algerini), agli ordini del generale nigeriano Festus Okonkwo e del colonnello francese Georges Davoine.

Questi osservatori disarmati hanno il compito d’investigare solo sulle denunce di violazione del cessate-il-fuoco. Nulla di più. E sono protetti da 300 militari nigeriani e ruandesi armati. «Abbiamo ventiquattro jeep e tre elicotteri di ricognizione. Ma, in realtà, non abbiamo nessuna reale capacità operativa», dice sconsolato il coll. Davoine. Ammette un alto militare europeo: «Nel quartier generale Aucfc, in Etiopia, non hanno idea di come organizzare il monitoraggio del territorio. Siamo di fronte a una finzione che almeno permette ai politici di dire che qualcosa si sta facendo… ».

Tutti sono d’accordo: non c’è soluzione militare per la crisi del Darfur. Anche perché i Janjaweed stanno subendo una forte pressione internazionale, il governo sudanese non può permettersi altri massacri, la guerriglia Sla/Jem si accontenta, per il momento, di controllare aree dove lascia affluire aiuti umanitari e dove Khartoum non osa entrare. L’attenzione dei media – soprattutto statunitensi – ha imposto alle parti l’apertura di un processo politico-negoziale, il cosiddetto “tavolo di Abuja”, in Nigeria.

Da mesi ormai si cerca un accordo politico per metter fine agli scontri e creare le condizioni di un ritorno volontario delle popolazioni civili (a cui nessuno crede, almeno nel medio termine). Ad Abuja è stato concluso, ma non ancora firmato, un “pre-accordo umanitario” per permettere all’Onu di operare. E si sta parlando di nuove istituzioni regionali, di condivisione delle ricchezze petrolifere, di smantellamento delle milizie, del controllo delle armi, di elezioni; del futuro del Sudan, insomma. L’idea è di ripetere l’esperienza degli accordi di Naivasha (Kenya) che hanno posto fine – almeno sulla carta – a più di vent’anni di guerra nel Sud Sudan, segnata dalla leadership politica e militare del capo dell’Spla (Esercito per la liberazione del Sudan), Jonh Garang.

Secondo l’accordo di Naivasha, dev’essere formato a breve un governo di unità nazionale che, entro tre anni dal suo insediamento, porterà il Sudan a elezioni generali. Ma nel paese ci sono quattro incerti fronti militari: oltre al Darfur e al Sud Sudan, non dobbiamo dimenticare la situazione dei Monti Nuba e, soprattutto, l’esplosiva situazione nell’est, negli stati di Kassala e Gedaref, di cui sentiremo parlare ancora: il Free Lion Movement e il Beja Congress – finanziati dall’Eritrea e dagli Usa – hanno già incontrato gli emissari di Khartoum in Egittto, al Cairo. Per il momento, con un nulla di fatto.

Ma c’è un “quinto fronte” che il gen. Omar al-Bashir, presidente del Sudan, non intende affatto aprire: il fronte interno della democrazia e della riconciliazione. Ahmed Ibrahim al-Tahir, il temibile e potentissimo capo del parlamento sudanese, vede così la crisi del Darfur: «Sono i media a esagerare. E poi non parlano mai dei massacri compiuti dai ribelli. Certo, abbiamo dei problemi, ma non permetteremo mai che la guerriglia porti alla disintegrazione del Sudan, come certi paesi vorrebbero».

Il “nemico” del regime sudanese sono gli Usa: non a caso la questione Darfur è molto discussa negli ambienti dell’Amministrazione Bush. Il Sudan è considerato uno degli “stati canaglia” che fanno parte del cosiddetto “asse del male”, con l’allora Iraq di Saddam, l’Iran e la Corea del Nord. Per molti anni il Sudan ha ospitato anche Bin Laden, in fuga dall’Arabia Saudita su pressione di Bill Clinton.

 

Falchi Usa

La crisi del Darfur è usata dai falchi Usa, come Dick Cheney, Paul Wolfowitz o Donald Rumsfeld, per cercare di abbattere il governo sudanese. La pressione si è intensificata con la campagna elettorale americana, con George W. Bush che fa della «lotta al terrorismo globale» la sua ragione di esistere. In più, esiste una forte lobby in seno al Dipartimento di stato che spinge per la spartizione del Sudan in almeno tre aree (il Sud Sudan con i suoi giacimenti, l’est di Port Soudan con le sue pipeline petrolifere, il resto del paese). È in quest’ottica che vanno lette anche le dichiarazioni di Colin Powell o del Congresso americano sul “genocidio” del Darfur.

Inevitabilmente diversa è la politica europea, o almeno delle ambasciate dei sei stati membri dell’Ue presenti a Khartoum: Gran Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Germania e Olanda. Questa l’analisi di un ambasciatore europeo: «Dobbiamo partire da alcuni dati di fatto.

Primo: non c’è alternativa a questo governo militare, sia perché è un regime repressivo di polizia, sia perché hanno fatto sparire i migliori elementi della classe dirigente alternativa.

Secondo: chiedere al governo sudanese di smantellare i Janjaweed è come chiedergli di tagliarsi le mani e di abdicare al controllo di una parte strategica del suo territorio.

Terzo: se la situazione militare si complica e il Sudan scoppia, saltano per aria anche Etiopia, Eritrea, Egitto e Ciad, solo per cominciare. Quarto: ricordatevi che non c’è nessuna volontà politica della comunità internazionale di inviare truppe o forze dell’Onu o dei singoli stati. La Somalia vi dice qualcosa?». C’è chi sostiene anche che la crisi del Darfur è stata voluta dal leader religioso Hasan al-Turabi, già presidente del parlamento, uomo vicino a El-Beshir, ora agli arresti domiciliari. «I suoi contatti nel Darfur sono noti», sostengono Ali Hussein Eldin, leader zagawa nel Nord Darfur, e Muddna Husien Dossa, attivista politica.

La crisi nel Darfur, insomma, è tutt’altro che una crisi umanitaria. Ha un potenziale dirompente, ma può essere ricomposta in un quadro negoziale. Ciò passa per il mantenimento di una forte pressione politica sul regime sudanese, abile nello sfruttare le amicizie (Cina e Russia soprattutto, con diritto di veto all’Onu) e la divergenza di vedute di Usa ed Europa. Il governo di Khartoum non negozierà a tutti i costi. Sta aspettando di vedere se tra qualche mese, quando i mass media si saranno stancati del Darfur, la pressione calerà.

Ecco perché oggi bisogna insistere per un embargo Onu sulle armi al Sudan (spende il 50% del suo bilancio statale in armi), per sanzioni mirate contro gli averi del regime, per il rilancio del processo di Abuja, per l’applicazione degli accordi di Naivasha, per il potenziamento del ruolo politico e militare dell’Unione africana. Questa è già un’agenda politica intensa per la comunità internazionale, a condizione che ci sia davvero la volontà di aiutare la popolazione sudanese a risollevarsi dalla dittatura militare di Khartoum.

 


 

 

Risoluzioni Ue e Onu

Il 16 settembre, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha adottato all’unanimità una risoluzione sulla crisi in Darfur. Prima firmataria, Luisa Morgantini, eurodeputata e presidente della Commissione sviluppo e cooperazione, che ha guidato una missione di indagine nel Darfur dal 2 al 7 settembre 2004.

I punti salienti. Si condanna il governo del Sudan per il deliberato sostegno nel Darfur agli attacchi nei confronti di civili di determinate comunità, il che include uccisioni, violenze sessuali contro le donne, saccheggi e molestie generali. Si esortano le autorità sudanesi a porre fine all’impunità e a tradurre alla giustizia i responsabili di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e violazioni di diritti umani che possono raggiungere le proporzioni di un genocidio.

Si ritiene che, se il Sudan non sarà in grado di esercitare la propria sovranità, la comunità internazionale dovrà trovare il mezzo per garantire che i responsabili siano giudicati, compresi i responsabili del regime attuale. S’invita il Consiglio di sicurezza dell’Onu a tenere seriamente conto della possibilità di porre un embargo sugli armamenti contro il Sudan e di applicare altre sanzioni mirate contro i responsabili di abusi massicci dei diritti umani e di altre atrocità, assicurandosi che tali sanzioni non aumentino le sofferenze della popolazione sudanese.

S’invita il governo del Sudan ad accettare la creazione di una commissione internazionale per i diritti umani con il compito di valutare in modo indipendente i crimini commessi nel Darfur dall’aprile 2003. S’invitano tutte le parti coinvolte nel conflitto ad astenersi dal reclutare e utilizzare bambini soldato di meno di 18 anni, e si esortano le autorità sudanesi a proteggere i bambini sfollati, in particolare i minori non accompagnati, come stabilito dalle relative convenzioni.

Il 18 settembre, il consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato la risoluzione 1564. Nel documento, approvato da 11 paesi su 15 (si sono astenuti Cina, Russia, Pakistan e Algeria), vengono minacciate misure aggiuntive, tra cui sanzioni (economiche, logistiche e diplomatiche previste dall’articolo 41 della Carta dell’Onu) ai danni del governo di Khartoum o di suoi singoli esponenti, oltre che nel settore petrolifero. Il consiglio dei ministri del Sudan, in una seduta straordinaria presieduta dal vicepresidente Ali Osman Taha, ha dichiarato di accettare la risoluzione Onu pur ritenendola “ingiusta”.

www.nigrizia.it

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