Ottobre 2004

negroponte nuovo saddam???

In Iraq un nuovo Saddam?di Prof. Patrick Boylan*

– tratto da www.boylan.it

 

Pesanti ombre si allungano sulla domanda di chi stia dietro e per conto di chi agisca il sedicente «esercito islamico», quello che ha ucciso Enzo Baldoni e che ha rapito prima i due giornalisti francesi ed ora (lo stile è identico) le due coraggiose operatrici di pace italiane. Molti elementi inducono a pensare, infatti, che non si tratti dei cosiddetti «fanatici islamici» bensì degli «squadroni della morte» che, secondo «The Guardian» (9.12.03), da mesi la CIA sta allenando in Israele. Questi ultimi tristi eventi potrebbero significare che ora i famigerati squadroni sono entrati in azione, secondo un copione più volte sperimentato dalla CIA in America Latina (e non solo), per aiutare il Primo Ministro iracheno Allawi a diventare il nuovo Saddam.

 


Fantapolitica? Secondo il Chicago Sun-Times (25.7.04) l’ambasciatore americano in Iraq, Negroponte, ha creato e diretto gli squadroni della morte in Honduras ed altrove per spianare la strada al dittatore di turno. Il giornale americano aggiunge: «E Allawi sta seguendo il copione sudamericano in puro stile Negroponte». Allawi è del resto, secondo il Guardian Weekly (23.7.04) e la BBC Web News (25.5.04), da lungo tempo un collaboratore della CIA e prima ancora dei Servizi segreti britannici – proprio come Saddam. Ora sembra stia facendo esattamente quello che faceva l’ex dittatore iracheno quando prese il potere 40 anni fa con la sponsorizzazione di Washington. 

 

 

Allawi ha ripristinato la pena di morte, ha istituito il coprifuoco e ora potrebbe apprestarsi ad usare gli squadroni della morte per eliminare fisicamente l’opposizione in vista delle elezioni di gennaio prossimo (se non slitteranno). Solo che non ci devono essere testimoni oculari del regno di terrore che sta per iniziare. Non ci devono essere pacifisti ficcanaso, giornalisti non allineati, ONG incontrollate, gente che potrebbe scattare delle foto. Quindi occorre spaventarli, allontanarli, come ha fatto il primo Saddam e come hanno fatto i dittatori latinoamericani portati al potere dalla CIA. (Ricordate quei film sui giovani volontari americani in Honduras o in Cile, eliminati insieme a preti e a suore e allo stesso Mons. Romero da misteriosi squadroni di rapitori/assassini che volevano poter agire contro la popolazione con le mani libere?)

 


Ora, dopo i recenti rapimenti, «la maggior parte del personale delle ONG internazionali si appresta a lasciare l’Iraq» scrive Televideo (8.9.04). E’ fantapolitica, dunque, pensare che questo è proprio ciò che si auguravano Allawi e, dietro le quinte, Negroponte? 

 

Alla luce di ciò si comprende perché i guerriglieri iracheni indipendentisti non vogliano deporre le armi: semplicemente perché non vogliono fare la fine di Enzo Baldoni. Sanno che senza armi per difendersi saranno arrestati dalla polizia (se il governo riesce a trovare accuse) oppure, nel caso contrario, rapiti dagli squadroni della morte. Proprio come avviene non solo in America Latina ma anche, in questi ultimi anni, in Algeria e altrove.

 


Coprifuoco di sangue, dunque. Eliminazione dell’intera opposizione non allineata dietro gli USA. 


Poi il governo indice le “elezioni libere” e… indovinate chi vince.
Perché sto parlando di tutto ciò in un momento così terribile come questo?

 


Perché dobbiamo sì chiedere la restituzione delle due coraggiose italiane rapite, ma a chi di dovere, senza farci abbindolare.
Non dobbiamo fare appelli a presunti «guerriglieri islamici» finché sussistono dubbi sulla loro reale identità. Non dobbiamo interrogarci sul perché i rapitori non abbiano pietà di due ragazze che tanto hanno fatto per aiutare gli iracheni a svilupparsi, per potersi gestire come popolo indipendente, perché è proprio QUESTO il loro torto (per chi le ha fatto rapire).

 

 

Se invece, malauguratamente, dovessimo accettare di usare gli schemi razzisti proposti dai mass media («gli islamici non hanno pietà per nessuno, nemmeno i pacifisti, nemmeno le donne»), non faremmo altro che avvalorare il mito di una mente islamica deviata.


E ciò è proprio quello che vogliono le menti davvero deviate che potrebbero aver commissionato questo rapimento, menti al 100% cristiane e che si trovano non a Saddam City ma nei palazzi del potere occidentale.

 


Le manifestazioni di solidarietà vanno benissimo. E’ giusto che ci riuniamo davanti alla sede di “Un Ponte per…” E’ giusto che esprimiamo il nostro dolore ai familiari ed ai colleghi.
Ma  per dire “no!” ai sequestri e “si!” alla restituzione dei volontari rapiti, per dire che questi eventi non ci disorientano e non ci intimoriscono, per dire che, anzi, questa svolta non fa che avvalorare gli indizi appena elencati, organizziamoci per chiedere la liberazione degli ostaggi a chi di competenza: davanti a Palazzo Chigi e davanti all’ambasciata degli Stati Uniti credo che sarebbe una buona scelta. 

 

*Patrick Boylan, (titoli di studio: Università della California di Berkeley e Università di Parigi Sorbonne), insegna linguistica inglese all’Università di Roma III

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Sesso libero nei bagni dei pub

La decisione di un giudice di Como: assolta coppia di svizzeri
Fare sesso nella toilette del bar non è reato
Non si tratta di «atti osceni in luogo pubblico» perché i due «erano appartati e nessuno li vedeva».
COMO – Sesso libero nei bagni dei pub e dei bar. Basta che nessuno vi veda. Così ha stabilito un giudice di Como. La coppia che consuma sesso nella toilette di un bar non commette atti osceni in luogo pubblico, perché il luogo è comunque appartato. Così si legge nella sentenza del giudice monocratico di Como Luciano Storaci, che ha assolto due svizzeri del Canton Ticino 33 anni lui, 32 lei, sorpresi un anno fa in intimità nel bagno di un pub del centro di Como. La coppia era stata scoperta dal titolare del locale, che era andato a cercarli venti minuti dopo averli visti andare in bagno: «Se il barista mi avesse dato il tempo di rivestirmi non sarebbe successo nulla», si è difesa la donna davanti al giudice.
Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a sei mesi per l’uomo e a cinque per la donna, per atti osceni in luogo pubblico. Secondo il difensore, invece, il comune senso del pudore non era stato violato, perché i due erano appartati e nessuno li vedeva. Alla fine il giudice ha assolto gli imputati dall’imputazione principale, ma ha condannato l’uomo al pagamento di 200 euro per avere rotto la serratura del bagno. A parte, lo svizzero ha poi patteggiato tre mesi per resistenza a pubblico ufficiale, per via della reazione inconsulta avuta all’ intervento della polizia subito dopo il «fattacccio».
www.corriere.it

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liberi da Copyright

Bastian contrari
Teoricamente in Italia dovrebbe essere la Sinistra a
“premere” sull’affermazione dei software liberi da
Copyright.
Praticamente invece il sito internet di Forza Italia è
alimentato da Linux, mentre quelli dei democratici di
sinistra e Rifondazione sono serviti da IIS/Windows.
In America invece il sito di Kerry “gira” su Linux,
mentre Bush è “powered by Microsoft”.

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un modo umano per le anatre

Paté? No, grazie.
Entro il 2012, grazie a una norma approvata dal
governatore Arnold Schwarzenegger, la California porrà
fine alla nutrizione forzata di oche e anatre allevate per
produrre “foie gras”. E non ne consentirà la vendita, a
meno che i produttori non trovino “un modo umano per far
consumare alle anatre grano sufficiente ad aumentare la
misura del loro fegato”.
Certe notizie fanno bene anche al nostro, di fegato.

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circhi senza animali

A Torino si puo’ frequentare un master in circo
contemporaneo. Il corso biennale di alta specializzazione
prevede 1.200 ore di studio con frequenza obbligatoria e a
garanzia della volonta’ di formare artisti preparati e validi
e’ stata costituita un’equipe pedagogica internazionale di
livello professionale. Il ‘nuovo circo’ e’ una nuova forma di
teatro-circo senza alcun animale in scena.
(Fonte: Ansa)

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Negroponte, ambasciatore usa in Iraq a capo di squadroni della.

L’anima nera: un Negroponte per Baghdad
di Noam Chomsky – «Il Manifesto» 15 settembre 2004

Un principio morale che non deve provocare controversie è quello dell’universalità: dobbiamo applicare a noi gli stessi standard che applichiamo agli altri. E, sicuramente, con più zelo. In generale, se gli stati hanno il potere di agire con impunità, rifiutano i principi morali, dato che sono loro che stabiliscono le regole. Questo è un nostro diritto se ci consideriamo esenti dal principio di universalità. E lo facciamo costantemente. Tutti i giorni sorgono nuovi esempi. Soltanto il mese scorso, John Negroponte (nella foto Ap) è arrivato a Baghdad come ambasciatore degli Stati uniti in Iraq, per guidare la missione diplomatica più grande del mondo. La sua intenzione era consegnare la sovranità agli iracheni al fine di mettere in pratica la «missione messianica» di George W. Bush di istaurare la democrazia in Medio Oriente e nel mondo. Al meno è quello che ci è stato solennemente detto.

 

Nessuno però può trascurare un orribile precedente: Negroponte imparò il suo mestiere di ambasciatore degli Stati uniti nell’Honduras degli anni `80, durante la prima guerra contro il terrorismo che i sostenitori di Ronald Reagan dichiararono in Centramerica e in Medio Oriente.
In aprile, Carla Anne Robbins, del Wall Street Journal, ha scritto un articolo sulla nomina di Negroponte in Iraq, dal titolo «Un proconsole moderno». In Honduras, Negroponte era conosciuto come «el procónsul», titolo dato ai potenti governanti dell’epoca coloniale. Là era a capo della seconda ambasciata più grande dell’America latina, dov’era insediata anche la più grossa sede al mondo, in quell’epoca, della Cia. E non era perché l’Honduras fosse il centro del potere mondiale.Robbins ha sottolineato che Negroponte era stato criticato da attivisti di organismi di difesa dei diritti umani per avere «coperto gli abusi dell’esercito honduregno», eufemismo per riferirsi al terrorismo di Stato su grande scala, al fine di «assicurare il flusso degli aiuti statunitensi» a quel paese vitale in quanto «base per la guerra occulta del presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua».

 

 

La guerra occulta fu scatenata dopo che la rivoluzione sandinista prese il controllo del Nicaragua. Il timore di Washington era che nel paese centramericano potesse nascere una seconda Cuba. In Honduras, il compito del proconsole Negroponte era di curarsi delle basi in cui un’esercito di mercenari terroristi, i contras, veniva addestrato, armato e inviato a sconfiggere i sandinisti. Nel 1984, il Nicaragua rispose in modo corretto, come uno Stato rispettoso della legge: portò il caso contro gli Stati uniti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.
La corte ordinò agli Stati uniti di smettere con «l’uso illegale della forza», oppure, per dirla in parole chiare, con il terrorismo internazionale contro il Nicaragua , e di pagargli sostanziosi risarcimenti. Ma Washington ignorò la Corte e poi pose il veto a due risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite nelle quali si appoggiava la decisione e si esigeva che tutti gli stati rispettassero la legge internazionale.

 

Il consulente legale del Dipartimento di Stato, Abraham Sofaer, spiegò la logica della Casa bianca. Dal momento che la maggior parte del mondo «non condivide il nostro punto di vista», dobbiamo «riservarci il potere di decidere» come agiremo e quali problemi «spettino essenzialmente alla giurisdizione degli Stati uniti, così come decidano gli stessi Stati uniti». In questo caso, le operazioni in Nicaragua condannate dalla Corte.

 

Carothers scrive dal punto di vista di conoscitore profondo, oltre che erudito, dato che lavorò al Dipartimento di Stato nell’epoca di Reagan durante il programma di «rafforzamento della democrazia» in America centrale.I programmi dell’era di Reagan sono stati «sinceri», anche se «fallirono», secondo Carothers, dato che Washington poteva tollerare soltanto «cambiamenti democratici molto limitati e dal alto verso il basso, al fine di non mettere in pericolo le strutture tradizionali del potere con cui gli Stati uniti erano alleati da molto tempo». Si tratta di una familiare inibizione storica nella ricerca di miraggi di democrazia, che gli iracheni sembrano capire anche se noi non lo facciamo.
Attualmente il Nicaragua è il secondo paese più povero dell’emisfero (prima di Haiti, altro principale obiettivo degli interventi militari statunitensi durante il secolo XX).

 

 

Circa il 60% dei bambini nicaraguensi al di sotto dei due anni sono affetti da anemia a causa della denutrizione. Uno dei più cupi indicatori di quella che si considera una vittoria della democrazia.Durante le sedute per la conferma di Negroponte, la campagna terroristica internazionale in Nicaragua è stata ricordata solo di passaggio, ma non è stata considerata di particolare importanza, grazie al fatto, sembra, che noi siamo gloriosamente esenti dal principio di universalità.
Diversi giorni dopo la designazione di Negroponte, l’Honduras ha ritirato il suo piccolo contingente militare dall’Iraq. Sarà stata una coincidenza. O forse gli honduregni si sono ricordati di qualcosa del periodo nel quale Negroponte lavorò lì. Qualcosa che noi preferiamo dimenticare.

 

www.ilmanifesto.it

 

 

 

 


Il governo di George W. Bush assicura di voler portare la democrazia in Iraq, utilizzando lo stesso esperto funzionario che utilizzò in Centramerica.

 

 


Il disprezzo di Washington per il verdetto della Corte e la sua arroganza verso la comunità internazionale sono forse rilevanti in relazione all’attuale situazione in Iraq.


La campagna nel Nicaragua lasciò una democrazia succube a un prezzo incalcolabile. Le morti dei civili sono state calcolate in decine di migliaia. Secondo Thomas Carothers, importante storico specializzato nei processi di democratizzazione in America latina, il numero dei morti «è in proporzione molto più alto del numero di statunitensi morti durante la guerra civile negli Stati uniti e in tutte le guerre del XX° secolo messe assieme».

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simona torretta: penso a quelli che ho lasciato lì, i bambini

IL RACCONTO “Pensavo tanto a mio nipotino
lui mi ha salvata dalla paura” di CONCITA DE GREGORIO

Simona Torretta

CERTO che ha avuto paura. Di morire, sì. “Paura che finisse così. Mi sembrava presto. Sarà banale ma è questo che pensi quando credi che non ti resti altro tempo. Pensi: è troppo presto”. Poi pensi a quelli che lasci, “perché se tu muori è un momento, ma gli altri restano, e come fanno a sopportare il dolore?”. Ci sono stati momenti difficili, proprio difficili, “però meno male che c’era Simona. Ci siamo fatte tanto coraggio, siamo state sempre insieme, sempre. Quando una sembrava che non ce la facesse c’era l’altra ad abbracciarla, a parlare piano, a tenerle la mano. Anche solo stare insieme in silenzio. Va bene anche quello”.

Simona Torretta parla lentamente e pensa ogni parola come se prima di dire rivedesse un film. È stanca, però ride. È gentile, e a tratti non è qui. È ancora in quella stanza, nella sua prigione: dopo ventuno giorni con la paura che ciascuno sia l’ultimo non se ne esce in una notte, chissà quanto ci vorrà e se basterà il tempo. Ora c’è sua madre che le tiene la mano, non l’altra Simona. “Però lei mi manca”. C’è una piazza imbandierata di colori arcobaleno e la gente che grida il suo nome. “Però penso a quelli che ho lasciato lì, ai bambini, alle madri”. C’è il sindaco di Roma che la fa sedere su una poltrona di raso e di stucchi davanti a una finestra sul Foro romano, e che prova a farla ridere, anche. “Però l’Iraq è bellissimo”.

Porta al collo una sciarpa marrone con dei ricami gialli. “Me l’hanno regalata loro”. Loro, gli iracheni. Ora che i rumori di fuori arrivano ovattati, ora che è da sola in questa stanza i ricordi arrivano a onde. “I sequestratori non li ho mai visti, non li abbiamo mai visti. Con loro parlavamo in inglese. Eravamo sempre a capo coperto tranne quando stavamo da sole. Il primo giorno ci hanno dato quegli abiti con cui siamo arrivate a Ciampino. Belli, vero? No, non sono abiti da cerimonia, sono da casa. Bellissimi, con quei colori avorio e rosa, e i ricami. Lo terrò per sempre. Gli uomini che ci hanno tenute prigioniere – tutti uomini, sì – pregavano molto, passavano davvero tanto tempo a pregare. Io parlo un po’ di arabo, l’ho studiato qui a Roma, e qualcosa di tanto in tanto capivo. È stato importante, molte volte capirli mi ha tranquillizzata”.
 

Chiamano al telefono di continuo. Arrivano amici. Più tardi, mentre è al balcone che saluta la piazza del Campidoglio telefona Simona Pari. “Simo, Simo. Vedessi, è bellissimo. Ti aspetto, Simo. Dai sì, ti aspetto”. Adesso però ancora un po’ di quiete, un bicchier d’acqua. Ancora il film di quei giorni. I sequestratori, voci senza volti. “Mi sono fatta l’idea, nelle settimane, che fossero un gruppo sunnita molto religioso della resistenza irachena. Di certo non delinquenti comuni, questo proprio no. Erano assai ben organizzati, pregavano, seguivano un progetto. Molto rispettosi, con noi. Non avrebbero mai toccato una donna, quando era necessario ci toccavano solo la manica della tunica. Mi hanno dato delle medicine quando sono stata malata. Ci hanno dato dei libri da leggere, in inglese, fin dai primi giorni. Hanno capito che tipo di lavoro stavamo facendo nel loro paese, e ci hanno rispettate per questo. Quando ci hanno rilasciate ci hanno chiesto scusa”. Scusa? “Sì, in una forma che vuol dire più o meno: ci dispiace per il disagio. Ci hanno regalato dolci e caramelle per il viaggio, e il Corano”. Era in quella scatola che tenevi in mano al momento del rilascio, quella scatola di cartone? “Sì, era lì. Dieci volumi, in inglese. Da leggere a casa, mi hanno detto”. A Roma, quando è scesa a Ciampino, la busta di plastica dove li aveva trasferiti si è rotta. Li ha raccolti qualcuno fra le autorità, c’è stato un momento di stupore. Dieci volumi, molto pesanti. “Ho già cominciato a leggerli”.

Arrivano in Campidoglio Fassino e Gasbarra, Achille Serra e i vertici dei Carabinieri. La famiglia Torretta è tutta da Veltroni, quindici persone almeno, forse venti. Gli zii, le cugine, i nipoti: gente silenziosa, sorridente. Un bambino di due mesi e mezzo nel marsupio della madre, Valerio. Il battesimo sarà domenica. “Ho pensato tanto a Valerio, davvero, quando avevo paura. Cercavo dentro di me le cose belle, i pensieri a cui legare la speranza. Valerio, che è così piccolo e non sa niente, è stato il più grande di tutti. Me lo immaginavo e stavo meglio. Poi cercavo di mettermi in comunicazione col pensiero con mia madre. Volevo comunicarle tutta l’energia positiva, farle sapere che stavo bene. Lo so che è successo. Lo so che lei mi ha sentita come io sentivo lei. Non si meritava questo dolore. È stata fortissima, me lo dicono tutti. Sono fiera di lei”.

Qualcuno si avvicina, le racconta del “comizio” della madre durante la Notte bianca, in Campidoglio. La madre è qui. Simona ride, la stringe. “Un comizio, mamma? Veramente incredibile”. “Ma no, che comizio, due parole. Parlavo con te”. Altri ricordi, altre onde. “La mattina che sono venuti a prenderci non avevano nessuna lista di nomi. Almeno, non mi è proprio sembrato. Ci hanno portati tutti fuori, ci hanno chiesto di dire i nostri nomi. Li abbiamo detti, ci hanno prese. Fino a quel momento non avevamo mai avuto paura di essere rapite, mai. Non ce lo aspettavamo davvero. I primi tre giorni sono stati i più duri. Poi siamo entrati in comunicazione, abbiamo visto come ci trattavano, ci hanno ascoltate. Dopo è stato meglio”. Fabio Alberti, il presidente di “Un ponte per…” la accudisce e la segue ogni istante: le tiene un braccio, la accompagna, rilegge il testo che Simona ha scritto per il discorso.
Lei lo cerca continuamente con lo sguardo, chiede approvazione, lo chiama quando si allontana anche di poco. “Vorrei scendere in piazza”, dice la ragazza. “Il suo posto è fra la gente”, insiste Alberti. La sicurezza le spiega che è meglio di no. Il foglietto che ha scritto nei venti minuti di tempo che ha chiesto per restare da sola e pensare non le serve, adesso. Parla a braccio, ripete penso al popolo iracheno, “non lo dobbiamo dimenticare perché quella gente sta soffrendo”. Prende la mano di sua madre. Parla con una cantilena dolorosa che ricorda quella di Rosaria Schifani in cattedrale a Palermo. Lei vorrebbe la pace, vorrebbe “il ritiro delle truppe dall’Iraq”. Ringrazia, in pubblico, “la comunità musulmana di tutto il mondo”. Ancora un momento da sola. Prima di uscire fuori di nuovo deve stare un po’ tranquilla, si raccomanda Alberti. La madre la segue con lo sguardo, si stringe alle altre figlie. Simona si stringe nel golfino rosa, si accarezza la sciarpa che le hanno regalato laggiù. “Non lascerò il mio lavoro. L’ho saputo subito, questo. Non lo lascerò perché è la mia vita. Non è certo il momento di parlarne adesso, ma sicuro che se potessi tornerei in Iraq. Adesso mi devo occupare della mia famiglia e far dimenticare anche a loro tutta la sofferenza. Però è così: non posso pensare di abbandonare quei bambini, quella gente”. Ne ha parlato con Simona a lungo, nei giorni della prigionia facevano progetti per farsi forza: “Quando usciremo abbiamo ancora da fare questo, ti ricordi?, e poi quest’altro – ci dicevamo. Ci facevamo l’elenco delle questioni sospese. Anche in aereo, mentre stavamo tornando: “Dunque, cosa ci resta da fare?”, ci dicevamo ridendo, ma in fondo sul serio”. Le hanno raccontato, in volo, delle manifestazioni, delle folle di popolo, degli appelli dei paesi islamici, del lavoro dei politici. “Sono contenta che la nostra storia sia servita a far ritrovare l’armonia politica”, ride.

“Quando dall’aereo sopra Roma abbiamo visto il Colosseo illuminato e ci hanno detto: “Quello è per voi”, non ci potevo credere. Non siamo mica così importanti”. Il Colosseo si illumina ogni volta che una condanna a morte viene annullata, le ha spiegato poco fa Veltroni. Certo: una condanna a morte. Certo: annullata. La madre Annamaria si fa più vicina. “Vieni Simona, ora andiamo a casa. È tutto passato”. Simona sorride, non dice nulla. È molto stanca, molto. Chiede: “Adesso cosa dobbiamo fare?”. Non devi fare niente, Simo, devi fare quello che ti senti. “Allora possiamo tornare a casa?”. Certo, sì. Fuori c’è Valerio, minuscolo, che dorme nel suo marsupio. C’è la piazza piena di bandiere della pace, la luce rosa di Roma al tramonto. Si ferma un momento: “Che meraviglia”. Una ragazza piena di ricci biondi la abbraccia strettissimo e piange. “Non piangere, grazie, non piangere”. Poi stringe la sciarpa come un amuleto, con tutte e due le mani, e se ne va.

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