IL RACCONTO “Pensavo tanto a mio nipotino
lui mi ha salvata dalla paura” di CONCITA DE GREGORIO
Simona Torretta
CERTO che ha avuto paura. Di morire, sì. “Paura che finisse così. Mi sembrava presto. Sarà banale ma è questo che pensi quando credi che non ti resti altro tempo. Pensi: è troppo presto”. Poi pensi a quelli che lasci, “perché se tu muori è un momento, ma gli altri restano, e come fanno a sopportare il dolore?”. Ci sono stati momenti difficili, proprio difficili, “però meno male che c’era Simona. Ci siamo fatte tanto coraggio, siamo state sempre insieme, sempre. Quando una sembrava che non ce la facesse c’era l’altra ad abbracciarla, a parlare piano, a tenerle la mano. Anche solo stare insieme in silenzio. Va bene anche quello”.
Simona Torretta parla lentamente e pensa ogni parola come se prima di dire rivedesse un film. È stanca, però ride. È gentile, e a tratti non è qui. È ancora in quella stanza, nella sua prigione: dopo ventuno giorni con la paura che ciascuno sia l’ultimo non se ne esce in una notte, chissà quanto ci vorrà e se basterà il tempo. Ora c’è sua madre che le tiene la mano, non l’altra Simona. “Però lei mi manca”. C’è una piazza imbandierata di colori arcobaleno e la gente che grida il suo nome. “Però penso a quelli che ho lasciato lì, ai bambini, alle madri”. C’è il sindaco di Roma che la fa sedere su una poltrona di raso e di stucchi davanti a una finestra sul Foro romano, e che prova a farla ridere, anche. “Però l’Iraq è bellissimo”.
Porta al collo una sciarpa marrone con dei ricami gialli. “Me l’hanno regalata loro”. Loro, gli iracheni. Ora che i rumori di fuori arrivano ovattati, ora che è da sola in questa stanza i ricordi arrivano a onde. “I sequestratori non li ho mai visti, non li abbiamo mai visti. Con loro parlavamo in inglese. Eravamo sempre a capo coperto tranne quando stavamo da sole. Il primo giorno ci hanno dato quegli abiti con cui siamo arrivate a Ciampino. Belli, vero? No, non sono abiti da cerimonia, sono da casa. Bellissimi, con quei colori avorio e rosa, e i ricami. Lo terrò per sempre. Gli uomini che ci hanno tenute prigioniere – tutti uomini, sì – pregavano molto, passavano davvero tanto tempo a pregare. Io parlo un po’ di arabo, l’ho studiato qui a Roma, e qualcosa di tanto in tanto capivo. È stato importante, molte volte capirli mi ha tranquillizzata”.
Chiamano al telefono di continuo. Arrivano amici. Più tardi, mentre è al balcone che saluta la piazza del Campidoglio telefona Simona Pari. “Simo, Simo. Vedessi, è bellissimo. Ti aspetto, Simo. Dai sì, ti aspetto”. Adesso però ancora un po’ di quiete, un bicchier d’acqua. Ancora il film di quei giorni. I sequestratori, voci senza volti. “Mi sono fatta l’idea, nelle settimane, che fossero un gruppo sunnita molto religioso della resistenza irachena. Di certo non delinquenti comuni, questo proprio no. Erano assai ben organizzati, pregavano, seguivano un progetto. Molto rispettosi, con noi. Non avrebbero mai toccato una donna, quando era necessario ci toccavano solo la manica della tunica. Mi hanno dato delle medicine quando sono stata malata. Ci hanno dato dei libri da leggere, in inglese, fin dai primi giorni. Hanno capito che tipo di lavoro stavamo facendo nel loro paese, e ci hanno rispettate per questo. Quando ci hanno rilasciate ci hanno chiesto scusa”. Scusa? “Sì, in una forma che vuol dire più o meno: ci dispiace per il disagio. Ci hanno regalato dolci e caramelle per il viaggio, e il Corano”. Era in quella scatola che tenevi in mano al momento del rilascio, quella scatola di cartone? “Sì, era lì. Dieci volumi, in inglese. Da leggere a casa, mi hanno detto”. A Roma, quando è scesa a Ciampino, la busta di plastica dove li aveva trasferiti si è rotta. Li ha raccolti qualcuno fra le autorità, c’è stato un momento di stupore. Dieci volumi, molto pesanti. “Ho già cominciato a leggerli”.
Arrivano in Campidoglio Fassino e Gasbarra, Achille Serra e i vertici dei Carabinieri. La famiglia Torretta è tutta da Veltroni, quindici persone almeno, forse venti. Gli zii, le cugine, i nipoti: gente silenziosa, sorridente. Un bambino di due mesi e mezzo nel marsupio della madre, Valerio. Il battesimo sarà domenica. “Ho pensato tanto a Valerio, davvero, quando avevo paura. Cercavo dentro di me le cose belle, i pensieri a cui legare la speranza. Valerio, che è così piccolo e non sa niente, è stato il più grande di tutti. Me lo immaginavo e stavo meglio. Poi cercavo di mettermi in comunicazione col pensiero con mia madre. Volevo comunicarle tutta l’energia positiva, farle sapere che stavo bene. Lo so che è successo. Lo so che lei mi ha sentita come io sentivo lei. Non si meritava questo dolore. È stata fortissima, me lo dicono tutti. Sono fiera di lei”.
Qualcuno si avvicina, le racconta del “comizio” della madre durante la Notte bianca, in Campidoglio. La madre è qui. Simona ride, la stringe. “Un comizio, mamma? Veramente incredibile”. “Ma no, che comizio, due parole. Parlavo con te”. Altri ricordi, altre onde. “La mattina che sono venuti a prenderci non avevano nessuna lista di nomi. Almeno, non mi è proprio sembrato. Ci hanno portati tutti fuori, ci hanno chiesto di dire i nostri nomi. Li abbiamo detti, ci hanno prese. Fino a quel momento non avevamo mai avuto paura di essere rapite, mai. Non ce lo aspettavamo davvero. I primi tre giorni sono stati i più duri. Poi siamo entrati in comunicazione, abbiamo visto come ci trattavano, ci hanno ascoltate. Dopo è stato meglio”. Fabio Alberti, il presidente di “Un ponte per…” la accudisce e la segue ogni istante: le tiene un braccio, la accompagna, rilegge il testo che Simona ha scritto per il discorso.
Lei lo cerca continuamente con lo sguardo, chiede approvazione, lo chiama quando si allontana anche di poco. “Vorrei scendere in piazza”, dice la ragazza. “Il suo posto è fra la gente”, insiste Alberti. La sicurezza le spiega che è meglio di no. Il foglietto che ha scritto nei venti minuti di tempo che ha chiesto per restare da sola e pensare non le serve, adesso. Parla a braccio, ripete penso al popolo iracheno, “non lo dobbiamo dimenticare perché quella gente sta soffrendo”. Prende la mano di sua madre. Parla con una cantilena dolorosa che ricorda quella di Rosaria Schifani in cattedrale a Palermo. Lei vorrebbe la pace, vorrebbe “il ritiro delle truppe dall’Iraq”. Ringrazia, in pubblico, “la comunità musulmana di tutto il mondo”. Ancora un momento da sola. Prima di uscire fuori di nuovo deve stare un po’ tranquilla, si raccomanda Alberti. La madre la segue con lo sguardo, si stringe alle altre figlie. Simona si stringe nel golfino rosa, si accarezza la sciarpa che le hanno regalato laggiù. “Non lascerò il mio lavoro. L’ho saputo subito, questo. Non lo lascerò perché è la mia vita. Non è certo il momento di parlarne adesso, ma sicuro che se potessi tornerei in Iraq. Adesso mi devo occupare della mia famiglia e far dimenticare anche a loro tutta la sofferenza. Però è così: non posso pensare di abbandonare quei bambini, quella gente”. Ne ha parlato con Simona a lungo, nei giorni della prigionia facevano progetti per farsi forza: “Quando usciremo abbiamo ancora da fare questo, ti ricordi?, e poi quest’altro – ci dicevamo. Ci facevamo l’elenco delle questioni sospese. Anche in aereo, mentre stavamo tornando: “Dunque, cosa ci resta da fare?”, ci dicevamo ridendo, ma in fondo sul serio”. Le hanno raccontato, in volo, delle manifestazioni, delle folle di popolo, degli appelli dei paesi islamici, del lavoro dei politici. “Sono contenta che la nostra storia sia servita a far ritrovare l’armonia politica”, ride.
“Quando dall’aereo sopra Roma abbiamo visto il Colosseo illuminato e ci hanno detto: “Quello è per voi”, non ci potevo credere. Non siamo mica così importanti”. Il Colosseo si illumina ogni volta che una condanna a morte viene annullata, le ha spiegato poco fa Veltroni. Certo: una condanna a morte. Certo: annullata. La madre Annamaria si fa più vicina. “Vieni Simona, ora andiamo a casa. È tutto passato”. Simona sorride, non dice nulla. È molto stanca, molto. Chiede: “Adesso cosa dobbiamo fare?”. Non devi fare niente, Simo, devi fare quello che ti senti. “Allora possiamo tornare a casa?”. Certo, sì. Fuori c’è Valerio, minuscolo, che dorme nel suo marsupio. C’è la piazza piena di bandiere della pace, la luce rosa di Roma al tramonto. Si ferma un momento: “Che meraviglia”. Una ragazza piena di ricci biondi la abbraccia strettissimo e piange. “Non piangere, grazie, non piangere”. Poi stringe la sciarpa come un amuleto, con tutte e due le mani, e se ne va.