Domande difficili per Hamas di Haidar Eid

Una critica costruttiva e doverosa sul fallimento del movimento islamista vincitore delle elezioni democratiche del 2006 da parte di Haidar Eid, professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese all’università Al-Aqsa di Gaza e uno dei fondatori del  One Democratic State Group(ODSG) e della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI).

Vik da Gaza city

La vittoria di Hamas nel 2006 alle elezioni per il Consiglio Legislativo Palestinese colse tutti di sorpresa, compresi i suoi stessi membri e dirigenti. Molti attivisti locali e internazionali si sentirono molto sollevati, dal momento che quella vittoria appariva come un duro colpo nei confronti della “dottrina Bush” sul Medio Oriente. E fu anche un test sulla credibilità e applicabilità che un approccio liberale democratico poteva avere nella regione.

Questo articolo non ha a che fare con le reazioni e i tentativi nazionali o esteri di far cadere l’unica esperienza democratica vissuta dal mondo arabo. Vuole, piuttosto, affrontare il fallimento di Hamas nel cercare di essere all’altezza degli impegni presi con i suoi elettori, molti dei quali non erano nemmeno necessariamente sostenitori del movimento stesso. Si vuole anche esaminare il grado di credibilità che Hamas ha avuto nel rispettare i termini di quel contratto sociale che è alla base delle più importanti democrazie e che si basa sul rispetto dei singoli cittadini e sulla salvaguardia della loro dignità. Ricordando anche che questo contratto, in queste democrazie, viene applicato non solo agli individui di sesso maschile, ma anche a quelli di sesso femminile.

In primo luogo, si dovrebbe ricordare il fatto che Hamas è parte integrante del movimento di resistenza. Oltre agli enormi sacrifici che molti dei suoi dirigenti e quadri hanno fatto, le azioni di Hamas, se impegnate in modo creativo, sostengono fondamentalmente gli interessi della causa palestinese. E ciò ci porta a formulare la seguente domanda: Hamas è stato davvero capace di costruire su quest’enorme base di impegno e di sacrificio e di farlo non solo per il movimento stesso, ma in generale per la causa di tutti i palestinesi?

Nonostante le sue dichiarazioni molto infervorate, la predisposizione e la volontà di Hamas a venire a patti con le proposte degli americani sono davvero sorprendenti. A quanto mi risulta, dopo la fine del mandato presidenziale di Gorge W. Bush, sono state inviate due lettere alla nuova amministrazione Obama. Gli americani hanno sottolineato che si sono rifiutati di accettare la prima lettera. Tuttavia, quello che è davvero significativo è il contenuto delle lettere e il modo in cui esse rispecchiano le aspirazioni dei palestinesi – sia nella Palestina storica, sia nella Diaspora.

Il contenuto di queste lettere insieme con le dichiarazioni rilasciate agli Stati Uniti da alcuni alti dirigenti di Hamas indicano chiaramente l’accettazione e l’impegno di Hamas nei confronti della soluzione dei due Stati, cioè la creazione di uno Stato palestinese indipendente sui territori occupati da Israele nel 1967. Tuttavia, molti leader di Hamas contemporaneamente hanno invece dichiarato il loro fermo rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele e di accettare la soluzione dei due Stati! In parole povere, la leadership palestinese eletta dalla maggioranza di un terzo del popolo palestinese, vale a dire dalla popolazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ha espresso il suo impegno per una soluzione razzista che non tiene conto dei diritti di 6-7 milioni di profughi palestinesi, ed i diritti nazionali e culturali di 1,4 milioni di palestinesi in Israele.

Il pericolo grave alla base di questa posizione sta nel fatto che essa è conseguenza di un processo derivante dal dominio della destra laica sulla leadership palestinese a partire dal 1960. Ed è anche conseguenza della caduta della sinistra stalinista palestinese, la cui leadership è stata cooptata dai settori organizzativi non governativi e dall’Autorità palestinese, requisendo così tutto il potere e la libertà decisionale interna delle singole organizzazioni palestinesi. Tutto ciò ha portato all’adozione di posizioni radicalmente diverse da quelle che avevano storicamente sostenuto. Infatti, tali posizioni sono state abbandonate, con giustificazioni pragmatiche totalmente antitetiche rispetto a quei quesiti ai quali la sinistra dovrebbe essere in grado di rispondere in modo creativo, come la soluzione dei due Stati e l’appartenenza al dirottato e screditato OLP.

Di conseguenza, molti sostenitori internazionali e attivisti palestinesi contrari agli accordi di Oslo, o alla seconda Nakba così come il defunto Edward Said l’aveva descritta, nutrirono speranze spropositate. Il successo di Hamas nelle elezioni del 2006 si basò principalmente sul fatto che il movimento nazionale palestinese non riuscì a raggiungere gli obiettivi che aveva dichiarato, abbandonò il suo “programma ad interim” e accettò eccezionalmente una soluzione razzista che nega quei diritti storici legittimati internazionalmente. Tuttavia, l’accettazione di Hamas della soluzione dei due Stati, o di uno Stato palestinese “entro i confini del 1967” come viene spesso chiamata, non è politicamente in contrasto nè con l’ala sinistra o di destra del movimento nazionale.

Ma come dovrebbe essere esattamente questo stato? E Hamas ha una alternativa a questa soluzione dei “due stati” o meglio delle “due prigioni” che è diventata ormai impossibile da raggiungere?

L’esperienza di governo di Hamas nella Striscia di Gaza ci offre un modello in miniatura di uno stato islamico, mentre la Cisgiordania rappresenta lo Stato Bantustan che sarà presentato nel mese di novembre 2011. E’ risaputo che Gaza è stata recentemente sottoposta a delle trasformazioni ideologiche sociali tramite l’imposizione di leggi che vengono applicate senza neppure essere state emanate. Tali leggi hanno come obiettivo le libertà individuali, in particolare quelle delle donne, che non sono più autorizzate a fumare narghilè in pubblico o a potersi muovere insieme ai propri mariti sul motorino. Così come le studentesse sono ora costrette ad indossare la jilbab e l’hijab, mentre le avvocatesse devono indossare l’hijab. Naturalmente, queste pratiche vengono imposte con la scusa di “proteggere i nostri costumi e le nostre tradizioni”, ma esiste forse un testo tradizionale che impedisca alle donne di fumare, per esempio? La democrazia che è stata la base delle elezioni del 2006 si fonda sulla necessità di garantire le libertà individuali. E in molte dichiarazioni rilasciate dai leader di Hamas all’interno e all’esterno di Gaza prima delle elezioni, si sottolineava che i leader, se eletti, avrebbero rispettato tali libertà.

La trasformazione di molti membri della resistenza, che sono stati disposti a sacrificare la vita per la loro patria e che hanno compiuto sforzi incredibili per difendere Gaza nel 2009, in membri di una polizia religiosa, come quelle che troviamo in Arabia Saudita, richiede una riflessione seria e critica da parte di Hamas.

E’ quindi evidente che Hamas non è in grado di rendersi conto che la guerra a Gaza del 2009 ha creato una nuova realtà politica sfruttando la quale Israele ha innescato l’interesse sulla soluzione razzista dei due stati/due prigioni. Hamas insiste sull’adozione di questo approccio affermando che si tratta solo di una tattica temporanea da sostenere fino a quando l’equilibrio del potere si sposterà, dal momento che Hamas è convinto che questo avverrà sicuramente nell’arco di un periodo di tregua di dieci o venti anni. Durante questo periodo, Hamas intenderebbe costruire uno Stato basato sul modello di quello costruito a Gaza. Tutto ciò indica solo la mancanza di una chiara visione strategica per porre fine al conflitto, quella visione ispirata alle lotte combattute in passato contro il colonialismo, in particolare contro l’agghiacciante regime di apartheid del Sud Africa, crollato clamorosamente nel 1994.

Purtroppo, non vi è stata alcuna indicazione, in base alla mia lettura di molte dichiarazioni fatte dai leader di Hamas, di una chiara comprensione all’interno del movimento sia dell’approccio “apartheid oriented” dello Stato di Israele sia degli strumenti utilizzati dal movimento anti-apartheid in Sud Africa. Uno di questi strumenti è la campagna di boicottaggio internazionale, senza la quale il regime di apartheid non sarebbe mai finito. Questo dimostra l’incapacità di Hamas di comprendere il ruolo del movimento BDS (Boycott Disinvestment Sanctions). Come un recente rapporto del Reut Institute israeliano sottolinea, anche gli israeliani stanno cominciando a preoccuparsi del grande impulso che sta caratterizzando il movimento BDS. Nonostante ciò, non c’è alcuna dichiarazione, nè nei discorsi pubblici dei funzionari di Hamas nè nelle sue pubblicazioni, che indichi la comprensione di questi sforzi che, come ha sostenuto Reut, servono a “delegittimare Israele” e sono “una minaccia per la sua stessa esistenza.”

Come il movimento di boicottaggio contro il regime dell’apartheid sudafricano, anche il movimento BDS è guidato da un comitato di boicottaggio nazionale, il BDS National Committee (BNC) e, in modo particolare, dalla Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI). La differenza tra le due esperienze è che in Sud Africa il United Democratic Front (UDF) – una vasta coalizione di gruppi della società civile che lottò contro l’apartheid – fondò il suo movimento di base sul collegamento tra la resistenza popolare e la solidarietà internazionale. E questo era particolarmente vero per la campagna di boicottaggio. Il fallimento della parte nazionalista e di quella islamista della leadership palestinese nel cercare di studiare, sviluppare e collegare l’esperienza sud africana con la storia della resistenza palestinese dovrebbe essere immediatamente corretto.

Ed è comunque evidente che lo sviluppo di una leadership alternativa non può più essere rimandato. Come punto di riferimento nella storia della lotta palestinese, la formazione del BNC, con i suoi principali obiettivi, è riuscita a ricreare una connessione tra i vari segmenti del popolo palestinese che insieme, coesi, possono affrontare l’occupazione, la colonizzazione e la discriminazione razzista istituzionalizzata contro i cittadini palestinesi di Israele, e pretendere il ritorno in patria dei rifugiati. Queste richieste irrinunciabili e non separabili contraddistinguono la nuova strategia alternativa palestinese. Ma la domanda rimane: Gaza è disposta ad interagire costruttivamente con questo tipo di sviluppo così positivo per la lotta palestinese, anche aprendosi nei confronti di altri possibili attori nazionali e abbandonando una visione limitata e limitante delle singole fazioni?

Di Haidar Eid

(traduzione per http://guerrillaradio.iobloggo.com/ di Guerrilla-Nenna)

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