Bruce Spingsteen: la stampa ha abbandonato il Paese

THE PRESS HAS LET THE COUNTRY DOWN (“La stampa ha abbandonato il paese”)
 


di  Stefano Marcelli*24 Oct 2004
 “Sono italiano e per questo sono qui con un po’ di imbarazzo. Il mio è il Paese dove un solo uomo controllo tre reti televisive private, che possiede, e le tre pubbliche, che controlla come Primo Ministro. Dove i giornalisti scomodi vengono cacciati o emarginati e molti degli altri tendono ad adeguarsi . Il mio è il Paese che propone come commissario europeo Rocco Buttiglione, un uomo che teorizza tranquillamente che i gay sono “peccatori” , che “l’omosessualità è segno di disordine morale” , che le donne “devono stare a casa a fare figli”. E in Italia nessuno insorge e lo tratta come il “fanatico integralista“ che è. Per questo mi coglie un certo pudore a parlare di libertà di informazione in contesti internazionali. Forse dovrei tacere e ascoltare? Faccio il giornalista da trent’anni e da venti alla Televisione di Stato. E per questo provo una certa emozione a prendere la parola qui dove nacque la BBC, il primo e più autorevole servizio pubblico televisivo del mondo”. 

“Noi del sindacato dei giornalisti italiani abbiamo sempre visto la BBC come modello di autonomia e obbiettività a cui anche la nostra RAI, afflitta dalla subordinazione ai partiti, doveva ispirarsi. Un mito che ha retto fino all’estate di un anno fa quando, dopo aver onorato la propria storia denunciando la falsità delle motivazioni addotte da Blair e da Bush per la guerra in Iraq, la BBC capitolava sotto i colpi di un governo laburista”.

“L’emarginazione di Gilligan, la rivelazione del nome di Kelly e il suo suicidio e le dimissioni del direttore generale, assestavano un duro colpo al patrimonio di credibilità e di autonomia della televisione di Stato inglese. La BBC aveva smascherato la Grande Bugia all’origine di questa guerra ideologica (oggi lo ammettono anche Bush e Blair), ma l’assalto alla stampa libera è partito e non si fermerà”.

“Ogni guerra è anche guerra di propaganda, di controinformazione e disinformazione. Si dice da sempre che la prima vittima della guerra è la verità. Ma la prima verità è che la pressione dei grandi poteri politici ed economici sui media nasce prima ed esplode poi clamorosamente con Enduring Freedom. E il rischio che voglio qui denunciare è che questa tendenza alla resa dei media e del mondo intellettuale, imbelle di fronte a censure e manipolazioni, continui anche dopo l’eventuale e auspicata vittoria di Kerry o di altri leader di sinistra”.

“La deriva autoritaria delle nostre democrazie propone modelli di governo che prevedono lo stretto controllo dei media e la sostituzione dell’informazione con la comunicazione di propaganda. Che un leader laburista come Blair si fosse alleato con testate giornalistiche come The Sun e con il più potente e reazionario imprenditore televisivo come Rupert Murdoch , già al tempo della propria elezione, la dice lunga su come la BBC rappresentasse in realtà un obbiettivo delle grandi strategie politico-medianiche”.

“E che dire delle testate giornalistiche degli Stati Uniti, tanto autonome da essere considerate vere e proprie “institutions” che fanno riferimento direttamente al Primo Emendamento della Costituzione, e che in passato hanno fatto cadere un presidente potente e guerriero come Richard Nixon. Oggi tivù e giornali si autocensurano nascondendo all’America le bare dei marines caduti in Iraq e le lacrime e le proteste delle madri e delle vedove. Per vedere queste immagini bisogna andare al cinema e guardare Fahreneit 11/9 di Michael Moore”.

“Dobbiamo allora constatare con preoccupazione a amarezza che vi è stata una resa del giornalismo indipendente alle “ragioni della guerra”. A fronte di testate militanti come il Washington Times e Fox News che si sono schierate apertamente a fianco di Bush e dell’esercito americano, le grandi testate di giornali e tivù si sono rifugiate in una sorta di limbo politically correct”.

“Il rispetto della verità negli Stati Uniti è lentamente degenerato nella scelta di non schierarsi, di accomodarsi in una superficiale analisi dei fatti”, ha scritto Brett Cunningham sulla American Journalism Review. Anchorman e columnist, hanno sotterrato la tradizionale ascia delle domande imbarazzanti, la rivendicazione della verità e della coerenza in nome della Nazione, lasciando libera l’Amministrazione di sviluppare la propria imponente campagna di comunicazione a livello globale. Nella migliore delle ipotesi, fanno notare gli osservatori più critico del panorama mediatico statunitense, i media si sono limitati a contrapporre asetticamente due versioni. Si potrà dire che lo shock epocale dell’attentato al World Trade Center ha congelato opinione pubblica e media americani portandoli a schierarsi patriotticamente dietro la star and strike e il Presidente”.

“Ma un profondo interprete dei sentimenti americani come Bruce Spingsteen non è di questo parere. Schierandosi clamorosamente nella campagna elettorale a fianco dei Democratici, the Boss ha spiegato di essersi sentito tradito e ha additato come principali responsabili accanto a Gorge Bush, proprio i media: “ The press has let the country down:. (la stampa ha abbandonato il Paese ndr), ha preso una posizione molto amorale, nel senso che questioni fondamentali sono spesso riportate come una parte dice questo e una parte dice quest’altro. Credo che Fox News e la destra repubblicana abbiano intimidito la stampa insinuandole un terribile imbarazzo per apparire obbiettiva, mettendola in un angolo. Questa sarà una questione da affrontare dopo le elezioni. Non so se sia iniziato con la guerra in Iraq. La stampa dovrebbe essere l’ancora di salvezza della democrazia”.

Il vecchio Boss ci offre quindi una bella analisi che spiega quanto siamo nel cuore di una questione a pieno titolo politica. Tanto che i repubblicani sono impegnati nel boicottaggio dei concerti di Springsteen. Ma è anche vero che ai giornalisti della Washington Post è vietato, per motivi di equidistanza politica, di acquistarne i biglietti. “Ho sempre pensato”, dice ancora il cantante nella sua intervista a Rolling Stones, ” che il mestiere di musicista sia quello di fornire una fonte alternativa di informazione”. E il Boss ha ragione. Infatti la ITC , l’autorità che vigila sulle telecomunicazioni in Gran Bretagna, ha imposto a radio e tivù di escludere dalle proprie trasmissioni tutte le canzoni e i video che facciano riferimento in qualunque modo alla guerra. Risultano vittime della censura canzoni apertamente pacifiste ma anche Bandages degli Hot Hot Heat o Sex Bomb”.

“Contemporaneamente, i siti sulle novità editoriali censurano il nuovo libro del premio nobel colombiano Gabriel Garcia Marquez perché contiene nel titolo la parola “puttana”. Non c’è quindi da stupirsi se, all’interno di questo clima incline a censure ed autocensure, alcuni ministri provenienti dall’ex partito neofascista italiano, riescono a far sequestrare il sito di Indimedia, colpevole di aver denunciato gli abusi compiuti da alcuni reparti delle forze dell’ordine durante il G8 di Genova”.

“Ho tentato qui di disegnare uno scenario generale che accompagna nei media la Guerra in Iraq perché sono convinto che siamo all’interno di un processo che è partito prima e che continuerà dopo la vicenda mediorientale. Ci sono invece aspetti specifici dello scenario di guerra in Iraq. Il primo è racchiuso in un dato agghiacciante. Sono quarantasei i giornalisti uccisi dall’inizio della guerra. Molti dalle forze militari americane. Qualcuno inserito recentemente dalle misteriose sigle terroristiche che si muovono sul fronte irakeno nell’agghiacciante sequenza sanguinario – mediatica delle esecuzioni via satellite o internet”.

“L’8 aprile di un anno fa, al momento della liberazione di Bagdad, le forze americane bombardarono l’Hotel Palesatine e le sedi delle televisioni al Jazeera e Abu Dhabi tivù: tre giornalisti morti. Commento della portavoce del Pentagono Victoria Clarke: “Abbiamo sempre sostenuto che Baghdad non era un posto sicuro per i media”. Tutti sapevano che quei luoghi erano pieni di giornalisti. Ma chi voleva andare in Iraq doveva iscriversi negli elenchi degli embedded, giornalisti inquadrati nelle file dell’esercito della Coalizione tenuti a scrivere solo quanto veniva autorizzato dai vertici militari”.

“Il risultato è una guerra irraccontabile. Molti inviati hanno parlato di “sabbia” e “nebbia” per spiegare come pure stando in prima linea e rischiando la vita, non riuscivano a sapere niente. Sono arrivati i canali satellitari arabi come Al Jazeera, Abu Dhabi o Al Arabija a mostrare l’altra faccia della guerra patriottica dei marines “ours boys” per Fox News. E per un po’ ha retto una vecchia regola delle guerre asimmetriche. Se il potente esercito americano minacciava i giornalisti per piegarli alla logica della propaganda, i guerriglieri accoglievano li inviati stranieri per far filtrare presso le opinioni pubbliche occidentali i danni umani di quella guerra di occupazione”.

“Ma poi è nato l’ultimo fenomeno militare e mediatico: il terrorismo dei rapimenti e delle esecuzioni. Scrive Lorenzo Bianchi, inviato di guerra di lungo corso per il Quotidiano Nazionale: “Il giornalista indipendente è l’agnello sacrificale del conflitto. Da un lato la macchina militare che tende ad essere sempre più impenetrabile per il reporter. Dall’altra un terrorismo, quello di Al Quaida, che considera i media alla stregua di puri altoparlanti. Nelle altre guerriglie, quelle dell’America Latina, il reporter era il testimone intoccabile, la finestra del mondo sulla loro lotta. Il pacifista Enzo Baldoni è stato rapito e ucciso. Era italiano e quindi un nemico. Punto”.

“Una guerra senza testimoni, dunque, dove si scontrano direttamente due ideologie di guerra e di scontro: da una parte Bush che vuole compattare dietro la propria leadership tutto l’Occidente e dall’altra Bin Laden (o chissà chi altro) che vuol fare lo stesso con l’Oriente musulmano, ricompattato nell’antico Califfato sannita. Siamo ben oltre la fisiologia delle bugie e della propaganda di guerra. Quella che è in atto è una vera e propria campagna ideologica che vuol mettere radici nelle nostre coscienze per dar vita a una guerra che già all’origine è definita duratura (Enduring)”.

“In Italia due direttori di giornale vicini al governo, Feltri di Libero e Ferrara del Foglio, teorizzano che dovremmo far vedere ai nostri figli le foto delle decapitazioni che pubblicano regolarmente sulle loro prime pagine. Per educarli, dicono. A cosa? All’odio e alla violenza. Non chiederei mai una censura”.

“E’ bene che anche Feltri e Ferrara (che ha confessato di essere sul libro paga della CIA), possano scrivere queste cose. Ci aiutano a capire qual è il rischio più grande. Recentemente,in Israele ho intervistato il mio vecchio amico, il professor Zwi Schuldiner, chiedendogli la dimensione esistenziale della vita nel terrore. Lui mi ha spiegato che tutto nasce da un paradosso: “Israele, che è una la più grande potenza militare del Medio Oriente, ha paura dei palestinesi che sono poveri e armati in modo artigianale. La nostra violenza spropositata nasce dalla paura, una paura irrazionale creata dai kamikaze e dilatata dal Governo”.

“Ogni giorno l’opinione pubblica occidentale incamera dalle tivù solo paura e odio e li associa agli arabi e all’islam. Che si può fare? Rivendicare il rispetto di norme internazionali e nazionali a tutela della libera informazione, denunciare le forme di censura esplicite e striscianti. Richiamare i giornalisti alla propria missione di testimoni e garanti delle pubbliche opinioni e sostenerli assieme alle organizzazioni di categoria”.

“Con Informazione senza frontiere, l’associazione italiana per la libertà di stampa che rappresento,stiamo lavorando a un rapporto su questi fenomeni, dedicato a media e democrazia, coordinato dal professor Roberto Reale, che pubblicheremo a maggio. Ma non basta. E’ necessario che il mondo della pace, del dialogo e delle libertà lanci un’offensiva culturale mobilitando gli intellettuali occidentali e orientali su questi temi elaborando piattaforme comuni che contrastino la campagna ideologica della destra”.

“Una comunità di uomini liberi non si identifica sotto una bandiera, in una lingua, in una o due civiltà, e soprattutto non può nascere all’ombra di guerre di occupazione. Una comunità di uomini liberi la costruiscono insieme, pezzo per pezzo, in una lavoro comune, uomini che si rispettano e si considerano uguali”.

“A Firenze, con l’aiuto di Aidan White e dell’IFJ e dei nostri amici arabi, proveremo a dare un contributo a questo percorso in un workshop ai primi di dicembre. Cominceremo dai giornalisti, perché questo è il nostro mestiere. Lo stesso: in Europa e in Medio Oriente”.
(Relazione letta al Forum Sociale Europeo di Londra nel corso del seminario “The lies of war – exposing propaganda and fighting censorship”)

Stefano Marcelli
(* Giornalista, Segretario generale di “Informazione senza frontiere”)

Bruce Spingsteen: la stampa ha abbandonato il Paese Leggi l'articolo »

SENZA PACE: David Hirst sul conflitto israelo-palestinese

L’ASSE DEL MALE: L’AMERICA ADOTTA COME PROPRI I
NEMICI D’ISRAELE

 

Lungi dal preoccuparsi per la dubbia compagnia che seguita a
frequentare, l’America di George Bush figlio e dei suoi tirapiedi
neoconservatori intrattiene con essa rapporti più stretti che mai.
Dopo l’11 settembre si è quasi schierata con Sharon, “l’uomo di pace di
Bush”, ha quasi assimilato la sua guerra con Arafat e i palestinesi alla
propria contro “l’asse del male”, al-Qaeda e il terrorismo internazionale.
C’è stato, è vero, un periodo di incertezza e tentennamento, in cui
sembrava che Bush avesse intuito che le politiche mediorientali
dell’America, e non solo i suoi valori, avevano qualcosa a che fare con le
avversità che l’avevano colpita. Fu, probabilmente, una genuflessione
davanti a Colin Powell e a quella parte più equilibrata e ragionevole, ma
più debole, della sua Amministrazione, che il suo segretario di stato
sembrava rappresentare. Iniziò con una dichiarazione del presidente circa
la necessità di uno stato palestinese, una dichiarazione a lungo attesa e
tutt’altro che rivoluzionaria, ma sufficiente perché la Lobby e la sua
claque al Congresso la denunciassero come un segno di
“arrendevolezza”. “Significa”, ha detto Mortimer Zuckerman, a capo
della Conferenza dei Presidenti delle Principali Organizzazioni Ebree
Americane, “che se attacchi l’America ottieni qualche cosa”. Sharon
stesso si spinse oltre: per lui quella posizione sapeva di Cecoslovacchia,
di Monaco nel 1938. Ma il tentennamento non durò a lungo. Nell’estate
del 2002 Bush aveva già fissato la sua nuova linea di condotta: “cambio
di regime” e riforma dei mondi arabo e musulmano e, laddove
necessario, l’intervento militare americano per conseguire tali scopi.

Fu così che l’America che all’inizio del XX secolo aveva insistito,
provocando la costernazione delle potenze coloniali europee, sulla
necessità di tener conto dei desideri liberamente e democraticamente
espressi dai popoli arabi, ora intendeva imporre ad essi la “democrazia”
con le armi. Era il nuovo imperialismo “transatlantico” del XXI secolo
sotto un altro nome. Si cominciò con l’Iraq: dopo l’Afghanistan, fu lì che
ebbe luogo la promessa “fase due” della “guerra al terrorismo”, fu lì che
s’ingaggiò la battaglia decisiva tra il bene e il male. Fino a quel
momento, si era pensato che la “connessione” tra le due problematiche
rendesse molto difficile, se non impossibile, che gli Stati Uniti potessero
muovere guerra in una delle due grandi zone interessate dalla crisi
mediorientale, l’Iraq e il Golfo, prima di aver almeno in parte risolto i
problemi più annosi ed esplosivi nell’altra area, la Palestina. Conquistare
e occupare l’Iraq, permettendo al contempo a Israele di continuare a
depredare la Palestina, equivaleva a una nuova, terribile, espansione
della politica dei due pesi e delle due misure; fu vista come
un’aggressione contro l’intero mondo arabo. Ma la risposta dei
neoconservatori era quanto mai semplice; si limitarono a capovolgere la
questione. La strada per muovere guerra all’Iraq non passava più per la
pace in Palestina; era piuttosto la pace in Palestina o, per essere più
precisi, la totale sottomissione dei palestinesi, che passava per la guerra a
Baghdad. La nuova teoria fu esposta esaurientemente, in tutta la sua
megalomania, da Norman Podhoretz, il veterano dei luminari intellettuali
neoconservatori, nel numero di settembre 2002 della sua rivista
Commentary. I cambi di regime, proclamava, erano “la conditio sine qua
non in tutta la regione”. E quelli che “meritano ampiamente di essere
rovesciati e sostituiti non si limitavano” ai due membri mediorientali
ufficialmente designati dell’asse del male di Bush. “Quanto meno, l’asse
va allargato alla Siria, al Libano e alla Libia, nonché ad ‘amici’
dell’America come la famiglia reale saudita e Husni Mubarak d’Egitto,
oltre all’Autorità Palestinese, sia essa guidata da Arafat o da uno dei suoi
scagnozzi”.

Un’epurazione così estesa, diceva, avrebbe potuto “spianare la strada a
quella riforma internazionale e modernizzazione dell’Islam attese da
tempo”. D’altro canto, poteva anche non riuscirci. “È innegabile che
l’alternativa a questi regimi potrebbe facilmente dimostrarsi peggiore,
anche (o specialmente) se assume il potere in seguito a elezioni
democratiche” perché “un gran numero di persone nel mondo
musulmano simpatizza con Osama bin Laden e voterebbe per candidati
islamici radicali della sua specie se gliene venisse data la possibilità”.
“Ciò nonostante”, proseguiva impavido, “c’è una politica che può
scongiurare questa evenienza, purché gli Stati Uniti siano disposti a
combattere la Quarta Guerra Mondiale – la guerra contro l’Islam
militante – per vincerla e purché poi abbiamo il fegato di imporre agli
sconfitti una nuova cultura politica”.

Questa, ovviamente, era un’elaborazione compiuta e definitiva di quel
progetto, A Clean Break (Un taglio netto), che alcuni spiriti affini a
Podhoretz, avevano presentato al premier israeliano Binyamin
Netanyahu già nel 1996. Era l’apoteosi della “alleanza strategica”, un
grandioso disegno americano almeno quanto israeliano, e forse ancora di
più. Con il pretesto di privare l’Iraq delle sue armi di distruzione di
massa, gli Stati Uniti cercano di “ridisegnare” l’intero Medio Oriente,
facendo di questo paese fondamentale e riccamente dotato il fulcro di un
nuovo ordine geopolitico filo-americano. Assistendo a una
manifestazione così schiacciante della volontà e potenza americane, altri
regimi, e in particolare la Siria che sostiene gli hezbollah, dovranno o
piegarsi ai fini americani o subire una sorte analoga.

Con l’aggressione dell’Iraq, gli Stati Uniti non adottavano
semplicemente i metodi consolidati di Israele – dell’iniziativa,
dell’offesa e della prevenzione – ma ne adottavano anche gli avversari
come propri. L’Iraq era sempre stato tra i primi della lista; insieme
all’Iran era uno dei cosiddetti nemici “lontani”, che ormai apparivano più
minacciosi di quelli “vicini”, i palestinesi e gli stati arabi confinanti,
soprattutto da quando avevano iniziato a sviluppare armi di distruzione
di massa. Israele aveva sempre propagandato l’implacabile
determinazione a preservare il proprio monopolio in quel campo. Aveva
nutrito grandi speranze che George Bush padre distruggesse Saddam
Hussein e il suo regime con la Tempesta nel Deserto. Quelle speranze si
erano infrante, ma la prospettiva che George Bush figlio completasse il
lavoro che il padre aveva lasciato incompiuto produsse in Israele un
consenso raro. Non fu solo Sharon, il superfalco del Likud, a incitarlo a
procedere senza indugi, ma anche Shimon Peres, il suo ministro degli
esteri laburista, ritenuto un moderato. Autore di tanti inganni e
stratagemmi spudorati a spese degli Usa nei primi anni della
nuclearizzazione israeliana, questi ora ammoniva solennemente una
platea di Washington che posporre un attacco all’Iraq avrebbe significato
“assumersi forse lo stesso rischio che l’Europa si assunse nel 1939 di
fronte all’emergenza rappresentata da Hitler”.

Sharon era così eccitato per questo nuovo assetto mediorientale in
formazione, che disse al Times di Londra che “il giorno dopo” l’Iraq,
Stati Uniti e Gran Bretagna si sarebbero dovuti occupare dell’altro
nemico “lontano”. Israele, infatti, aveva sempre considerato l’Iran degli
ayatollah come la minaccia maggiore tra le due, a causa del suo peso
intrinseco, della sua leadership fondamentalista, teologicamente anti-
sionista, del suo programma di armamenti nucleari più serio,
diversificato e, si supponeva, assistito dalla Russia, e della sua affinità
ideologica con organizzazioni islamiche come Hamas o gli hezbollah,
che forse sosteneva direttamente. Nulla, in effetti, illustrava meglio
dell’Iran l’ascendente che Israele e gli “amici d’Israele” in America
avevano sulle decisioni politiche americane. Molto semplicemente,
diceva l’esperto di questioni iraniane James Bill, gli “Stati Uniti
osservano l’Iran attraverso occhiali fabbricati in Israele”. A ben
guardare, Israele non era soltanto l’unico beneficiario, bensì il
sostenitore di quelle sanzioni commerciali, molto dannose per gli
interessi economici americani, che il Presidente Clinton aveva imposto
all’Iran nel 1995 e che Bush, superato in astuzia dalla Lobby, aveva
rinnovato nel 2001, sia pure con riluttanza. L’effetto deformante di
quell’influenza è tale che, secondo il Washington Post, Israele, con
l’aiuto del Congresso, fu determinante a far sì che la CIA, a spese della
propria obiettività professionale, adottasse una valutazione allarmistica
della minaccia missilistica rappresentata per gli Stati Uniti da paesi
“canaglia” come l’Iran, una valutazione che contraddiceva totalmente la
sua precedente ortodossia.

Convincere gli Stati Uniti della gravità della minaccia iraniana era da
tempo una delle prime preoccupazioni israeliane. All’inizio degli anni
Novanta, il deputato laburista ed ex ministro Moshe Sneh dichiarò a un
convegno presso lo Yaffe Center for Stategic Studies che Israele “non
poteva assolutamente accettare l’idea di una bomba atomica in mano agli
iraniani”. Un simile evento poteva e doveva essere evitato
collettivamente, disse, “perché l’Iran minaccia gli interessi di tutti gli
stati ragionevoli in Medio Oriente”. Tuttavia, “se gli stati occidentali non
fanno il loro dovere, Israele si vedrà costretto ad agire da solo e assolverà
al suo compito con ogni mezzo [vale a dire, anche nucleare]”. L’accenno
di ricatto anti-americano contenuto in quell’osservazione non era niente
di eccezionale; era sempre stato un motivo conduttore dei discorsi
israeliani sull’argomento.

Un altro esperto, Daniel Lesham, incitava Israele a enfatizzare il
terrorismo iraniano e a “spiegare al mondo” l’urgente necessità di
provocare alla guerra quel paese. Altri ancora sostenevano che gli Stati
Uniti avrebbero dovuto demonizzare e isolare l’Iran assediandone le
coste e “stazionando navi da guerra, soprattutto sottomarini nucleari,
minacciosamente vicini” . La resa dei conti con l’Iraq non ha fatto altro
che incoraggiare questo modo di pensare, tanto più visto che, a quanto
riferiscono alcuni, l’impianto nucleare costruito dai russi a Bushire, che
iraniani e russi sostengono abbia scopi pacifici, mentre israeliani e
americani ritengono sia per scopi militari, entrerà in funzione a breve.
“Nel giro di due anni”, ha detto John Pike, direttore di
Globalsecurity.org, “o gli Usa o Israele attaccheranno [i siti nucleari]
dell’Iran o accetteranno il fatto che l’Iran sia uno stato nuclearizzato”.


SENZA PACE ed. Nuovi Mondi Media.
Traduzione di Giuliana Lupi.

SENZA PACE: David Hirst sul conflitto israelo-palestinese Leggi l'articolo »

Quanto guadagna? lo stipendio di Simona Pari e Simona Torretta 2

Catene di S. Antonio
In Internet sta girando una nuova catena di S. Antonio, questa volta contro le due Simone rapite e liberate in Iraq.
Nella catena si legge che Simona Torretta e Simona Pari venivano pagate 8000 euro al mese per fare le volontarie. Si dice che il rapimento potrebbe essere stato un falso per intascarsi il risarcimento pagato.
Infine si chiedono 50 centesimi da donare alla resistenza irachena per riprendersele.
Ovviamente si tratta di una bufala.
Se volete sapere come funziona (e quanto viene retribuito) il lavoro dei volontari di Un ponte per Baghdad

Quanto guadagna? lo stipendio di Simona Pari e Simona Torretta 2 Leggi l'articolo »

Will they ever trust us again ?”. “The Official Fahrenheit 9/11

Ciclone Moore travolge un timoroso Jay Leno.
‘Perchè lo spot anti-Kerry va in onda e Fahrenheit 9/11 no?’

 

Leno -Il primo ospite di stasera è il regista di “Fahrenheit 9/11”. Ha scritto due libri: “The Official Fahrenheit 9/11 Reader ” e “Will they ever trust us again ?”. Benvenuto. So che sei tra gli elettori indecisi…

Moore – Penso di aver deciso, adesso. Ormai le elezioni sono vicine…

L – Il clima è entusiasmante.

M – E’ vero. E’ merito della democrazia. Ci sentiamo tutti coinvolti.

L – Sì, è come una partita di football. Il gioco è guidato da chi ha la palla.
Alcuni si accaniscono contro colui che possiede la palla e altri lo tifano.
Non penso ci sia nulla di male nella competitività, ma spesso è eccessiva.

M – I cittadini non devono solo assistere, ma devono partecipare al gioco.
Tutti, democratici e repubblicani devono scendere in campo. Questo è il nostro Paese, diamoci da fare !

L – Avrai sicuramente seguito i dibattiti. Cosa ne pensi ?

M – Mi sembra palese che Kerry ne abbia vinti tre su tre…

L – Ma…

M – Bisogna dare credito a Bush per la sua comicità, non credi? Durante il primo dibattito, continuava a ripetere quanto sia difficile essere presidente. “E’ faticoso. E’ faticoso. E’ faticoso…” Ho pensato: “Infatti. E’ il momento che tu vada in vacanza per sempre !”.
“Lascia il posto a qualcuno che ne sia davvero all’altezza !” E’ buffo. – Ha una comicità straordinaria! Sfida l’avversario a colpi di freddure. Come: “E la Polonia ?”. Non ha fatto ridere. Ahimè !

L – Stai facendo un tour di propaganda. Come procede?

M – Siamo già stati in 27 città, e ne visiteremo altre 33. E’ un tour contro l’astensionismo.

L – Cosa significa ?

M – Il 50% degli americani non vota. Quest’anno io spero di convincerli a votare. Sembra che gli astensionisti non appartengano ai ceti privilegiati, ma sono soprattutto i poveri, le madri lavoratrici e single, e i giovani.

L – Non hai stimolato i sostenitori di entrambe le parti? Forse qualcuno dirà: “Ora voterò Bush per fare un dispetto a quel Moore !”.

M – E’ probabile. Finora il mio tour mi ha scioccato: a Tucson sono venuti in 16.000, ben 12.000 ad Albuquerque e 10.000 qui. Ora un autobus di californiani farà propaganda in Nevada e Arizona.

L – Cos’è successo alla Cal State San Marcos, a San Diego?

M – Gli studenti hanno votato a favore di un mio intervento. Ma il rettorato ha dichiarato tale votazione illegale. Perché? Secondo loro, non si deve parlare di politica in un college californiano.

L – Come no?! L’università è il luogo ideale!

M – Anzi, dovrebbero intervenire i sostenitori di entrambe le parti.

L – E’ perché sei tu? In passato, non ci sono stati problemi simili.

M – E’ così, è perché sono io.

L – Forse dovresti vestire più elegante.

M – Io mi vesto come gli studenti! Gli studenti di quel college hanno organizzato l’incontro off-campus. L’auditorium che avevano scelto poteva contenere solo 1200 persone, così mi hanno fatto andare allo stadio Del Mar e sono venute 12.000 persone. L’affluenza è stata 10 volte superiore a quella prevista.

L – Il rettorato si è giustificato in qualche modo ?

M – No! Hanno detto: “Non possiamo invitare uno di parte in fase pre-elettorale”. Ecco perché ho intenzione di stanziare una borsa di studio in quel college. Darò 5000 dollari allo studente che pianterà più grane al rettore.

L – Che bella iniziativa !

M – Già.

L – Ho letto che sei stato accusato di aver corrotto gli studenti, è vero ?

M – Durante ogni tappa del mio tour, ho chiesto a chi non aveva votato alle ultime elezioni di alzarsi. Avrei premiato chiunque avesse promesso di votare quest’anno. Il premio consisteva in una fornitura gratis di minestra in scatola. Minestra oppure mutande pulite. –

L – Mutande pulite ?

M – Sì.

L – Non le tue, spero.

M – No.

L – Le avrebbero potute usare come telo per coprire l’auto! Scusa tanto… Avrebbero potuto coprire la loro Volkswagen.

M – Oppure avrebbero potuto usarle per coprire il tuo testone !

L – Pungente! Che colpo basso! (Moore beve) Ti rinfreschi l’ugola dopo questa frecciata?
Complimenti per il tuo film. Quanto ha incassato finora ?

M – Circa 120 milioni di dollari in America e 500 nel mondo.

L – Ottimo! E il DVD ?

M – E’ il documentario in DVD più venduto in assoluto.

L – Cosa vedremo in questa clip ?

M – Questa è la facciata… Dell’ambasciata dell’Arabia Saudita. Ci sono andato perché lì ci sono tanti amici della famiglia Bush.

L – Vediamo.

M – (Moore intervista un giornalista) Questa è l’ambasciata dell’Arabia Saudita. Quanto denaro hanno investito i sauditi in America ?

Giornalista – Intorno agli 860 miliardi di dollari.

M – A quale percentuale dell’economia americana corrisponde ?

G – Al 6 o 7%.

M – (Moore intervista un poliziotto) Posso farti qualche domanda ?

Agente Steve Kimball. Stai girando un documentario ?

M – Sì.

M – Nonostante fossimo lontani dalla Casa Bianca, un agente ci ha chiesto perché fossimo davanti a quell’ambasciata.

M – Controllate sempre le ambasciate straniere ?

Poliziotto – Non sempre.

M – I sauditi vi danno dei problemi ?

Poliziotto – No comment.

M – Lo prendo come un sì. (fine clip)

L – So che volevi mandare in onda il tuo film la sera prima delle elezioni.

M – Avevo già firmato il contratto.

L – Davvero ?

M – Sì. Non ho potuto proporre il mio film agli Oscar come miglior documentario perché non si può candidare un film se è già stato trasmesso in TV. Quindi ho preferito mostrarlo agli americani e rinunciare all’Oscar.

L – Perciò…

M – In seguito è arrivato un accordo con la In Demand, la TV payperview. E’ come pagare per vedere un incontro di boxe. Ma meno costoso. Avevamo concordato che il film sarebbe andato in onda prima delle elezioni, ma ieri hanno annullato il contratto, perciò…
Sempre ieri, abbiamo scoperto che la Sinclair ha annunciato che trasmetterà uno spot anti-Kerry su 62 reti TV. La FCC le ha concesso il permesso, ma ha cancellato il mio film.

L – Io seguo sempre “Judge Judy”: i contratti sono inviolabili. Il giudice Judy non mette in discussione un documento firmato…

M – Certo. Funziona sempre così, Jay ! Comunque, non demorderò su questa faccenda.

L – Io non capisco… Non riesco a spiegarmi certe cose. La In Demand ha forse temuto di essere segnalata alla FCC dai repubblicani.

M -Tagliano un film che si può scegliere di vedere perché è a pagamento, ma non lo spot anti-Kerry?!

L – Cosa ti hanno detto? Ti hanno dato una motivazione? Qualcuno ti ha chiamato e ti ha detto che i repubblicani si sono opposti ?

M – Hanno detto: “Per motivi legali”.

L – Ovvero?

M – Appunto: ovvero? Mi hanno spiegato che temevano una reazione dell’altra parte. Ho detto: “Perché la Sinclair può mandare in onda lo spot anti-Kerry?”. Non mi hanno saputo rispondere.

L – In America, si sa, il denaro vince su tutto. “Non posso farlo, è sleale.” “Ti pago.” “Allora ok”.

M – E’ vero, ma “Fahrenheit 9/11” è un caso particolare. La Disney ha prodotto il film, ma non ha voluto distribuirlo. Ho detto: “Vi farà guadagnare” e loro: “Non importa, è troppo politico.” Sono stati investiti 6 milioni di dollari per realizzare questo film. Quindi hanno rinunciato ai 500 milioni di dollari incassati ai botteghini. Stiamo vivendo in un clima politico molto teso e complesso. Molti, soprattutto tra i repubblicani, sono diventati troppo dispettosi. A tal proposito, voglio fare una proposta alla Sinclair.

L – Loro negano di essere di parte. Darai il tuo film gratis?

M – Sì. Mi appello alla Sinclair: trasmettete il mio film gratuitamente. Così facendo, dimostrerete di non essere di parte. Ecco…

L – Perbacco! Avevi già avanzato questa offerta?

M – No, te l’ho detto nel backstage…

L – E’ la prima volta che la avanzi?

M – Sì. Te l’ho detto prima, ricordi?

L – Abbiamo parlato del diritto di libertà di espressione per tutti, della correttezza e della lealtà… A proposito, O’Reilly… Cosa ne pensi?

M – Per citare le parole di O’Reilly, “Una persona è innocente finché…”

L – No, lui non lo dice! “Colpevole !”

M – Non capisco come si possa fare una telefonata erotica, se continua a urlare: “Taci ! Silenzio!”.

L – Il tuo prossimo film riguarderà il settore dell’assistenza sanitaria ?

M – Sì, l’assistenza sanitaria e le compagnie farmaceutiche. Questi due settori l’hanno saputo e… La Pfizer…

L – Sei un adorabile rompiscatole!

M – Ma per una nobile causa !

L – E’ vero, continua.

M – Parliamo di assistenza sanitaria, devo rompere le scatole! (Mostra il volantino della Pfizer) La Pfizer lo ha diffuso…

L – Ma chi non ti riconosce ?

M – Infatti. Ora tutte le filiali hanno la mia descrizione.

L – Come l’hai avuta ?

M – Me l’ha dato un impiegato della Pfizer arrabbiato nero con i suoi superiori. Si legge: “Se avvistate un uomo barbuto e di corporatura grossa, dall’abbigliamento trasandato e con in mano un microfono, badate a come rispondete alle sue domande”.”Temiamo che Michael Moore giri un film sulle compagnie farmaceutiche.” “Non sappiamo se pro o ‘con’…” “Se vi si avvicina, vi consigliamo di…” C’è un numero verde da chiamare qualora io entrassi alla Pfizer. Ho dato il numero verde ad alcuni amici e ho chiesto loro di chiamarlo, e di dire: “E’ entrato nell’edificio”.”E’ qui, accanto al mio tavolo. Mandate qualcuno della sicurezza!”

L – Grazie, Michael. Torna a parlarci del tuo nuovo libro. Leggetelo: contiene le lettere dei soldati in Iraq.

M – In tutto questo periodo elettorale, non si è parlato delle nostre truppe. Mi hanno mandato 3000 lettere, raccontando la loro esperienza.

L – E’ un libro toccante, leggetelo. Grazie, Michael

Will they ever trust us again ?”. “The Official Fahrenheit 9/11 Leggi l'articolo »

Roma: Concerto per ricordare Enzo Baldoni

Un ponte per…, in collaborazione con il settimanale Diario, organizza per giovedi’ 28 ottobre, presso il Teatro Ambra Jovinelli un concerto di musica iraniana del gruppo SARAWAN-tamburi d’Iran con la partecipazione di Behedad Babaeì. Un concerto per Enzo, a tre mesi dalla sua morte, un omaggio ad un amico straordinario, uno di noi. Per l’occasione la redazione di Diario allestirà nel foyer del teatro una mostra di fotografie ed articoli.

Gli artisti
SARAWAN è un ensemble che nasce intorno allo studio e alla pratica degli strumenti a percussione delle varie tradizioni popolari dell’area iranica per approdare poi alla pratica delle scuole ‘classiche’. Il repertorio affonda le radici pienamente nella koiné popolare iraniana ma con reinterpretazioni originali derivanti dalla particolare attenzione agli strumenti a percussione, agli intrecci timbrico-ritmici arricchiti dai fraseggi rapidi e argentini di liuti e voce femminile. L’arte del Radif, radice della musica persiana, si sposa con la poesia di Hafez, uno di massimi poeti mistici persiani.

Behedad Babaeì, nato nel 1974 a Dohe Ghatar negli Emirati Arabi Uniti, è uno dei più grandi interpreti della tradizione classica persiana nonché tra i massimi virtuosi di setâr, strumento della famiglia dei liuti lunghi. Ha collaborato con i più grandi interpreti della musica “d’arte” persiana come Bahari, Farhângfar, Kasai, e Musavi. Dal 1993 è membro stabile dell’ensemble Aref ed ha partecipato a numerosi festival e concerti in tutto il mondo.

Roma: Concerto per ricordare Enzo Baldoni Leggi l'articolo »

Il viaggio di Mohammed il ragazzo che Enzo Baldoni…

IN EDICOLA

 

Il viaggio di Mohammed: il ragazzo senza gambe che Enzo Baldoni voleva aiutare è arrivato da Emergency. speciale elezioni Usa. La pista americana per le stragi del ’92-’93. La morte di Derrida. E il nuovo Diario pronto a debuttare
di Diario

Dalla prossima settimana avrete in mano un nuovo Diario. Secondo noi, qui in via Melzo numero 9, Milano, è molto bello. E dire che qui c’è gente ormai incallita, gente che ricorda l’uscita del primo numero, otto anni fa. C’è chi dice che gli piace la nuova testata, chi dice che finalmente non ci si deve cavare più gli occhi, chi dice che la carta è più croccanta, che le fotografie vengono meglio, che gli spazi sono meglio distribuiti.

I cambiamenti sono sempre difficili da fare, essendo la pigrizia una delle migliori virtù. Ma noi dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi per averci spinto all’intraprendenza. Da quando lui è al governo, ha fatto sì che noi non avessimo la pubblicità che costituiva più o meno un terzo del nostro bilancio. Fortunatamente abbiamo resistito, coprendo questa mancanza di entrare con l’aumento di vendite e di abbonamenti.

Ora vi presentiamo un nuovo Diario, all’inizio del suo nonno anno di vita, in grado di poter fare a meno del signor Berlusconi e della sua ghenga, e abbastanza fieri, nel contempo, di piantargli costantemente qualche dente in pancia.

Niente di personale, per carità. E’ solo che ci da un sacco di occasioni. Dall’altra parte, in redazione, abbiamo un cartello che dice: “Giornalisti, cercate la verità. Nel dubbio, un po’ a sinistra”.
Cari lettori, sapete che c’è? C’è che fare un giornale libero è una gran bella cosa. A noi piace. Al nostro editore anche. A Fabrizio Confalonieri che vi presenterà la settimana prossima la veste del nuovo Diario, anche.

Con molte grazie.

QUESTA SETTIMANA IN EDICOLA
Enzo Baldoni sarebbe contento. La storia di Mohammed Ali Sharan, il ragazzo senza gambe che Baldoni voleva portare a curarsi a SUlaymania, si è conclusa a Sulaymania. Una bella storia dentro una brutta storia. Come diceva Enzo Baldoni: “Dal male nasce il bene”.

Il viaggio di Mohammed il ragazzo che Enzo Baldoni… Leggi l'articolo »

I reporter francesi sono vivi e lavorano

Jean Marie Benjamin: “I reporter francesi sono vivi e lavorano a fianco della resistenza irachena…”

di Roberto di Nunzio

Padre Benjamin, lei ha contatti diretti con i rapitori dei reporter francesi?
“Si, ho contatti diretti con un emissario del gruppo che ospita attualmente i reporter francesi…”

Che “ospita”…?
“Certo, George Malbrunot e Christian Chesnot non possono essere considerati “rapiti” ma, appunto, ospiti di uno dei maggiori gruppi della resistenza irachena. Hanno deciso di comune accordo di rimanere in Iraq per documentare le azioni della resistenza, lavorando fra mille difficoltà. Le posso dire di più, i rappresentanti della resistenza hanno dato ai due reporter molto materiale audio-video che documenta quello che davvero accade a Falluja, tempestata dai bombardamenti americani, nonché l’impegno delle forze della resistenza per aiutare la popolazione. Sono video e foto che non piaceranno a Washington. Posso anticiparle che tra pochi giorni i due reporter saranno accompagnati ad una frontiera e saranno lasciati liberi di rientrare a Parigi con tutta la documentazione raccolta”.

Lei ha avuto contatti diretti con i giornalisti “ospiti”?

“No. Le mie sono informazioni di prima mano, ma non ho avuto contatti diretti con i due reporter, sarebbe molto pericoloso per loro, potrebbero essere localizzati con grande facilità. Le ripeto che ho avuto ripetuti contatti con emissari del gruppo della resistenza che li ospita”.

Di quale organizzazione si tratta?

“A questa domanda, può capirlo, non posso rispondere…”

Lei è stato recentemente in Siria, è da lì che ha potuto mettersi in contatto con il gruppo della resistenza irachena che ospita Malbrunot e Chesnot?

“Non solo da Damasco, anche dal Libano ho avuto i miei contatti”.

(Abbiamo raggiunto ieri Padre Jean Marie Benjamin, autorevole studioso e conoscitore del mondo musulmano, nella sua casa di Assisi. Molte le cose delle quali padre Benjamin parla in esclusiva con Reporter Associati, e tutte di grandissimo interesse e attualità: il rapimento delle “2 Simone”, la fine di Enzo Baldoni. E ancora le prossime elezioni presidenziali Usa, il processo istruito dagli americani contro Saddam Hussein e Tareq Aziz. Senza dimenticare la resistenza irachena, più viva che mai. rdn)

Padre Benjamin, lei è tornato da pochi giorni da un giro in alcuni paesi del Medio oriente, mi ha colpito una sua affermazione” in Iraq è meglio che non vi entri più…”, perchè?

“Ormai in Iraq non si può entrare senza rischiare la propria vita, e per me andare per rimanere chiuso in un convento non serve a nulla, la popolazione ha bisogno ora più che mai di aiuto, non funziona nulla, manca tutto”.

Come definirebbe la situazione attuale in Iraq?

“Ci sarebbero tante definizioni che si potrebbero usare. In sintesi diciamo che in Iraq attualmente regna un grande disordine unito ad una grandissima mistificazione della realtà portata avanti dagli americani e dai loro alleati”.

Si può parlare di libere elezioni in un paese occupato?

“In Iraq ormai tutto è fuori dalle leggi internazionali, la guerra è stata illegale, l’occupazione è illegale, non c’è un Parlamento, il governo è un fantoccio messo lì dalle forze di occupazione. Il primo ministro Allawi è un personaggio che ha vissuto oltre 20 anni tra Londra e gli Stati Uniti pagato dalla CIA (e dai contribuenti americani). In Iraq attualmente vige la legge tutta americana del più forte: “Chi si oppone a noi è fuori legge”. Chi si oppone viene arrestato, torturato e come rappresaglia per le azioni della resistenza gli americani bombardano Falluja portando dolore, morte e distruzione tra la popolazione”.

Come descrivere la diversità delle azioni della resistenza dai sequestri, le decapitazioni…

“Ecco, questo è il cuore del problema. In Iraq sono entrate da paesi vicini (e, non solo vicini…) delle formazioni legate al fondamentalismo islamico che mai prima della guerra si erano manifestate sotto il regime di Saddam Hussein. Questo uno degli effetti più devastanti che ha portato la guerra e l’attuale occupazione militare”.

“Ricordiamoci che Saddam Hussein, del quale non ho alcuna nostalgia per come gestiva il suo potere, era ed è un laico e in Iraq si viveva un clima di coabitazione fra musulmani e cristiani davvero unico in tutto il mondo arabo. Tanto che Bin Laden, più di una volta, parlando dell’Iraq la descriveva come “una repubblica infedele e miscredente”.

“Ricordo che incontrai l’ex ministro degli eseteri Tareq Aziz nel 2001 al quale chiesi come poteva un ministro cristiano convivere con un governo musulmano. Mi rispose che c’era una straordinaria vicinanza e cooperazione. A ricordare oggi, a distanza di soli due anni, questa dichiarazione sembra davvero incredibile”.

“Al-Zarquawi, che è giordano e non iracheno, è a capo di molte di queste formazioni islamiche che sono entrate in Iraq, ed egli è certamente il più potente tra i grupi fondamentalisti, ma non bisogna dimenticare che vi sono altri gruppi estremisti che prendono ordini direttamente dall’Arabia Saudita. Al-Zarquawi ha un gruppo molto ben strutturato e ben organizzato in 62 sotto-gruppi e ogni gruppo gestisce e controlla una porzione di territorio iracheno ben definito, come una scacchiera”.

“Personalmente non credo neppure che Al-Zarquawi si trovi a Falluja, come sostiene la propaganda Usa. Mi sa tanto di un pretesto per continuare ad assediare la città per cercare di piegare le forze della resistenza che lì si concentreranno in gran numero. Il comando americano non sa come annientare la resistenza e devono per forza trovare un motivo per uccidere innocenti e bombardare Falluja”.

Sequestri e decapitazioni, quindi, farebbero il gioco agli americani?

“Assolutamente sì, anche se la diffusione di queste terribili e inaccettabili pratiche terroristiche sono diventate un fenomeno mediatico tutto italiano. I reportage dall’Iraq delle tv francesi, della Bbc e di moltre altre tv europee sono più precisi e attenti e dividono con molta attenzione tra azioni terroristiche e azioni della resistenza”.

“Mentre in italia tutto viene mediaticamente classificato come “terrorismo”. Questo per giustficare davanti all’opinione pubblica interna la presenza delle truppe italiane tra le forze di occupazione”.

“In Iraq si muore tutti i giorni sotto le bombe americane e i primi a morire sono gli uomini, le donne e i bambini iracheni. Ma di questo nessuno parla, soprattutto in Italia”.

“Alcuni giorni fa, ricorderà, c’è stata una violenta esplosione nei pressi della cosiddetta green-zone di Baghdad. Subito dopo mi ha chiamato un ragazzo che è stato più volte ospite da noi ad Assisi, era terrorizzato, insieme al padre e al fratello possedeva un piccolo negozio proprio lì dove è avvenuta l’esplosione”.

“Subito dopo, accendendo la mia tv satellitare ho ascoltato dalle news francesi e inglesi che vi erano stati almeno 20 morti tra i soldati americani oltre 70 i feriti. Contemporaneamente la tv italiana parlava di 3 americani uccisi.Questo episodio mi ha fatto riflettere: se su una notizia del genere viene raccontata ai telespettatori italiani nella misura del 10% della verità, allora mi chiedo, in un anno di guerra e di occupazione quante bugie avranno mai raccontato?”.

Padre Benjamin, è in possesso di notizie sui rapimenti dei cittadini italiani?

“Sul rapimento dell’architetto italo-iracheno Ajad Anwer Wali no. Su Simona Torretta e Simona Pari si, ma non voglio fare nomi né posso riferire circostanze delle quali sono a conoscenza. Posso solo dire che è una fortuna che le due ragazze siano ormai libere e a casa”.

Posso chiederle se è a conoscenza del pagamento di un riscatto per la liberazione delle “2 Simone”?

“Sicuramente per le due ragazze di “Un Ponte per… è stato pagato un compenso più che un riscatto”.

Cosa intende per “compenso”? Un “compenso” per cosa?

“(Padre Benjamin ride..ndr) Mi spiace, non posso dirle di più. Fermiamoci qui con questa risposta… Possiamo dire che è stato un rapimento molto mediatico. Per la prima volta hanno rapito due donne e la loro liberazione è avvenuta sotto l’occhio di una telecamera…Un giudizo lo possono trarre tutti”.

Può parlarci, se ne è a conoscenza, della presenza di un mediatore che avrebbe favorito i contatti con i rapitori e poi la loro liberazione?

“Un mediatore? Si cero che c’era un mediatore…”

Italiano?

“No, non era italiano. Ma le ho detto che su questa vicenda io mi fermo qui”.

E con Enzo Baldoni cosa è accaduto?

“Durante le primissime fasi del rapimento di Enzo Baldoni è intercorso un fatto nuovo che nulla aveva a che vedere con i suoi sequestratori”.

Può spiegarsi meglio?

“Diciamo che la responsabiltà della sua morte non è attribuibile solo ai suoi rapitori…sono intevenuti personaggi vicini all’intelligence.

Intelligence italiana?

“Intelligence…”

Quindi?

“Deve sapere che questo del rapimento di Enzo Baldoni è stato un capitolo molto misterioso dove troppi hanno giocato un ruolo sporco. Enzo Baldoni conosceva molto bene cosa era la resistenza irachena e da chi era formata. Sapeva qualcosa di troppo e questo “troppo” decisamente non è piaciuto a qualcuno”.

“Ripeto, la responsabiltà della morte di Baldoni deve essere almeno condivisa tra coloro che lo hanno sequestrato e qualcun altro…diciamo così”.

Le ripeto, per favore, può spiegarsi meglio?

“No. Non posso, capirà…”

Va bene. Cambiamo discorso, allora. Il giorno delle elezioni americane si avvicina: qualora venisse eletto John Kerry, sarebbe in grado di cambiare effettivamente le cose in Iraq?

“Le rispondo con una battuta: gli americani hanno rotto l’uovo e ora non sanno più come cucinarlo, cambiare il cuoco può non essere sufficiente, dovranno cambiare anche il menù… Finchè ci sarà anche un solo americano in Iraq sarà viva la resistenza. Troppe cose l’amministarzione Usa dovrà cambiare per poter uscire in qualche modo dall’Iraq”.

Crede che la Lega Araba e la Ue dovrebbero dimostrare un maggiore impegno sulla questione?

“L’impegno della Lega Araba è fondamentale, ma la Lega non farà una sola mossa finchè vi sarà l’occupazione”.

Saddam Hussein e Tareq Aziz, sono ormai prigionieri degli americani. Ci sarà mai un processo?

“Saddam e Aziz sono due figure completamente diverse, Aziz è un diplomatico apprezzato, di Saddam Hussein sinceramente non me ne sono mai occupato. Non l’ho mai incontrato e mai ho fatto niente per accattivarmi la sua simpatia”.

“Con Tareq Aziz era molto diverso, ci conoscevamo e tra noi si era instaurata una forma di grande rispetto e sincera e disinteressata amicizia. Ho incontrato recentemente la famiglia di Tareq Aziz,che non nasconde tutta la preoccupazione per la sorte del loro congiunto. Aziz non ha mai preso decisioni determinanti per il regime di Saddam. Il suo era un ruolo di squisitamente diplomatico”.

“Anzi nel 1991 sconsigliò a Saddam Hussein di entrare con la forza in Kuwait ma non venne ascoltato. Saddam venne influenzato in modo determinante dal figlio Udai. E sappiamo cosa è successo”.

Cosa mi può dire dell’annuncio della morte di Tareq Aziz battuto da tutte le agenzie stampa la scorsa settimana?

“Ogni notizia riguardante la sorte e la posizione processuale di Saddam Hussein e Tareq Aziz prima di essere trasmessa nei circuiti internazionali deve ottenere l’ok del comando Usa. Quindi cosa è accaduto non so, ma capisco che si potrebbe trattare di una guerra mediatica dai contorni oscuri”.

“Il processo a Saddam e Aziz (ricordiamo che Aziz è difeso dal’avvocato italiano Marco Bezicheri, che è a l’unico poter parlare dei fatti processuali con cognizione di causa) è iniziato in modo molto difficile per le autorità Usa. Sarà inevitabile che usciranno i documenti del 1979 che metteranno in grande imbarazzo gli Stati Uniti. Non credo che l’amministrazione Bush o, chissà, forse la futura amministrazione Kerry, sia particolarmente entusiasta nel veder diffusi dossier che provano come gli Usa appoggiavano,armavano e finanziavano la dittatura di Saddam”.

“Sono convinto che questo processo alla lunga potrà rivelarsi un boomerang per il governo americano”.

Gran parte dell’opinione pubblica ormai si dichiara contro questa guerra e contro l’occupazione dell’Iraq…

“…Meno male, considero questo una speranza per l’umanità”.

Riuscirà la forza e il pensiero dell’opinione pubblica a prevalere sulla logica della guerra?

“Speriamo di sì. Altrimenti il mondo rischierebbe di andare alla deriva, sarebbe un vero disastro”

Che giudizio ha della posizione del governo italiano circa la crisi irachena?

“Non vorrei entrare in faccende italiane interne anche se ho la netta impressione che l’Italia, ricopra più che altro il ruolo di pappagallo degli Usa. Palazzo Chigi appare ormai più come un dipartimento del governo americano, piuttosto che il governo di uno stato indipendente”.

“Sono in Italia da 31 anni e quest’Italia non la riconosco più. Da quando c’è questo governo trovo che l’attuale classe dirigente sia composta da uomini arroganti, impreparati. Privi di un atteggiamento prudente e politico. Ora si trovano, in Iraq, in una situazione ingestibile e non possono ammettere l’errore di aver appoggiato acriticamente gli anglo-americani in questa guerra della quale non si intravede ancora la più piccola via d’uscita”.

“Credo che l’Italia dovrebbe avere una politica più indipendente e parallela dagli Stati Uniti. Essere alleati non significa necessariamente allineati, soprattutto quando si vìolano sistematicamente tutti i diritti internazionali buttandosi a testa bassa in una guerra e in un’occupazione del tutto illegale”.

Roberto di Nunzio

I reporter francesi sono vivi e lavorano Leggi l'articolo »

L’agonia del Darfur

Stefano Squarcina

Nella regione dell’ovest sudanese, martoriata dai miliziani Janjaweed, i morti sono oltre 30mila e i profughi un milione e 300mila. Una situazione che il regime di Khartoum ha provocato e continua a minimizzare. Mentre l’Unione africana manda osservatori, Usa e Ue hanno posizioni divergenti su come risolvere la crisi

 

Si vedono a migliaia. Sono puntini blu, bianchi e gialli, sparsi su decine di chilometri quadrati nella piana desertica e polverosa attorno a El Fasher, seconda città del Sudan. Sono i campi profughi del Darfur, visti dall’alto. Sono i colori dei teli di plastica dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che vengono stesi sopra improbabili capanne di paglia e legno per ripararsi dal sole (le temperature raggiungono i 48°), dopo essere serviti a portare riso e farina ad alto contenuto calorico.

Sono gironi danteschi, dove sopravvivono almeno un milione e trecentomila sudanesi fuggiti dagli scontri tra i due movimenti guerriglieri (l’Esercito di liberazione sudanese – Sla, e il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza – Jem) e le forze regolari e paramilitari controllate dal governo di Khartoum.

Almeno duecentomila profughi hanno raggiunto il Ciad e si trovano ora sotto la protezione dell’esercito francese, che dice di essersi precipitato ad Abeche per «calmare gli animi». In realtà, sono qui per salvare la pelle politica al vecchio leone di N’Djamena, discusso amico personale di Jacques Chirac, il presidente ciadiano Idriss Deby.

L’Antonov-24 della non rassicurante compagnia privata Mars Land – aereo kirghizo, equipaggio bielorusso –, atterra a El Fasher. La sensazione è di essere atterrati su Marte. Attorno alla città, enormi campi profughi recintati, sorvegliati dalla polizia sudanese (che poi è quella da cui sono fuggiti le centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini), in attesa che un camion di qualche organizzazione non governativa porti sacchi di farina. Tra questi campi non ci sono collegamenti, solo deserto e sabbia che le potenti Toyota dell’Unione africana riescono a malapena ad affrontare.

Popolazioni inermi

Tutto è cominciato nel marzo del 2003, quando Sla e Jem lanciano un’offensiva militare su larga scala nei tre stati che compongono il Grande Darfur, attaccando pesantemente El Fasher, Geneina e Nyala. Questi movimenti non hanno una piattaforma separatista, non chiedono l’indipendenza: hanno deciso di sostenere con le armi le loro ragioni, dopo che il regime di Khartoum ha prodotto solo emarginazione e povertà tra la popolazione. Il governo centrale sudanese è corrotto, scippato da una élite che vuole imporre la legge islamica in tutto il paese.

Il fatto è che il Sudan è composto di centinaia di etnie, di popolazioni con una propria tradizione e cultura, che male sopportano un dominio politico, economico, culturale e religioso centralizzato. «Per centinaia di anni, tutti i popoli del Darfur hanno convissuto pacificamente – dice Adris Yousif Ahmes, capo del consiglio consultivo dell’etnia fur. – Quando, nel 1969, arrivò al potere, Mohamed Nimeiri impose un nuovo, ferreo controllo sulle province: furono armate le tribù locali e stravolte le leggi tradizionali».

In Darfur, il governo sudanese ha imposto un “patto territoriale” con le milizie paramilitari: in cambio della non belligeranza, Khartoum garantisce soldi e impunità. Da qui il fenomeno dei Janjaweed, le squadracce che – su ordine diretto di Khartoum – a dorso di cavallo e di dromedario hanno seminato il terrore nel Darfur, per combattere quelli che loro chiamano i «terroristi del Jem/Sla». «I militari di Khartoum non possono entrare in forza nel Darfur, sia perché non controllano il territorio, sia perché il 60% dell’esercito è composto da uomini che vengono da El Fasher, Nyala, Geneina», spiega il colonnello britannico Stamp, che ad Addis Abbeba forma il personale militare dell’Unione africana.

«Era buio, ho sentito delle jeep avvicinarsi al villaggio: sono fuggita. Sparavano su tutto e tutti, hanno violentato molte donne e bruciato le nostre case», racconta Thoriya, ospite del campo profughi di Zam Zam. La sua vita, ora, dipende dal Programma alimentare mondiale. «Stavamo lavando dei panni al fiume, quando è arrivato un elicottero e ha cominciato a sparare razzi sul villaggio. Venite, venite a vedere», piange Siddig Mohmed, di etnia zagawa, prendendomi per mano nel terribile campo di Gabala, dove si possono vedere i resti – tubi di alluminio – dei razzi sparati alcuni giorni prima.

«Le milizie Janjaweed, incapaci di affrontare militarmente Sla/Jem, attaccano la popolazione inerme. Sono crimini contro l’umanità», afferma un responsabile europeo di Oxfam, un consorzio di ong che si batte contro povertà e ingiustizia. «Non ci sono dati obbiettivi sulle vittime. Ma, per me, non ci sono stati meno di trentamila morti», è il commento sconsolato di Jurg Montani, capo operativo della Croce Rossa in Sudan.

 

Si tratta ad Abuja

Khartoum ha cercato di negare i suoi legami con i Janjaweed, dicendo che dei «fuorilegge» erano responsabili di questo disastro umanitario. Niente di più falso: in ognuno dei tre stati del Darfur c’è una struttura centrale dei Janjaweed, collegata direttamente ai servizi segreti sudanesi. Nel Nord Darfur, il temibile comandante Musa Hilal ha i suoi quartieri generali a Misterieya e Um Sayala.

Secondo le informazioni di intelligence di un’ambasciata europea, Hilal tornò in Darfur nell’aprile 2003 sotto scorta sudanese, compiendo massacri e stupri su larga scala per conto dei militari. Nel Sud Darfur, nel villaggio di Gardud, operano milizie legate al ministro dell’interno, il gen. Rahim Hussein. Mentre il comandante Haraika Assad Shukurtalla spadroneggia nel Darfur occidentale.

Il governo di Khartoum ha dovuto riconoscere i suoi legami con i Janjaweed, quando ha accettato la risoluzione 1556 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che gli «impone di identificare e smantellare le milizie sotto la sua influenza, imponendo loro di deporre le armi». A tal fine, dall’8 aprile 2004, vige nel Darfur un accordo umanitario di cessate-il-fuoco, firmato a N’Djamena, nel Ciad. A controllarne il rispetto è stata chiamata l’Unione africana (Ua) che, con l’aiuto finanziario dell’Unione europea (12 milioni di euro), ha creato un’apposita commissione (Aucfc).

In sé è qualcosa di storico: per la prima volta, l’Ua si è data compiti militari di monitoraggio in uno stato membro, cosa che alcuni governi africani vedono male, perché preferirebbero massacrare la popolazione civile senza scocciatori tra i piedi… L’idea sembra buona, solo che per controllare il Darfur, un territorio vasto quanto la Francia, la struttura militare della Aucfc è composta da 137 osservatori militari non armati africani (130 ruandesi, quattro egiziani, tre algerini), agli ordini del generale nigeriano Festus Okonkwo e del colonnello francese Georges Davoine.

Questi osservatori disarmati hanno il compito d’investigare solo sulle denunce di violazione del cessate-il-fuoco. Nulla di più. E sono protetti da 300 militari nigeriani e ruandesi armati. «Abbiamo ventiquattro jeep e tre elicotteri di ricognizione. Ma, in realtà, non abbiamo nessuna reale capacità operativa», dice sconsolato il coll. Davoine. Ammette un alto militare europeo: «Nel quartier generale Aucfc, in Etiopia, non hanno idea di come organizzare il monitoraggio del territorio. Siamo di fronte a una finzione che almeno permette ai politici di dire che qualcosa si sta facendo… ».

Tutti sono d’accordo: non c’è soluzione militare per la crisi del Darfur. Anche perché i Janjaweed stanno subendo una forte pressione internazionale, il governo sudanese non può permettersi altri massacri, la guerriglia Sla/Jem si accontenta, per il momento, di controllare aree dove lascia affluire aiuti umanitari e dove Khartoum non osa entrare. L’attenzione dei media – soprattutto statunitensi – ha imposto alle parti l’apertura di un processo politico-negoziale, il cosiddetto “tavolo di Abuja”, in Nigeria.

Da mesi ormai si cerca un accordo politico per metter fine agli scontri e creare le condizioni di un ritorno volontario delle popolazioni civili (a cui nessuno crede, almeno nel medio termine). Ad Abuja è stato concluso, ma non ancora firmato, un “pre-accordo umanitario” per permettere all’Onu di operare. E si sta parlando di nuove istituzioni regionali, di condivisione delle ricchezze petrolifere, di smantellamento delle milizie, del controllo delle armi, di elezioni; del futuro del Sudan, insomma. L’idea è di ripetere l’esperienza degli accordi di Naivasha (Kenya) che hanno posto fine – almeno sulla carta – a più di vent’anni di guerra nel Sud Sudan, segnata dalla leadership politica e militare del capo dell’Spla (Esercito per la liberazione del Sudan), Jonh Garang.

Secondo l’accordo di Naivasha, dev’essere formato a breve un governo di unità nazionale che, entro tre anni dal suo insediamento, porterà il Sudan a elezioni generali. Ma nel paese ci sono quattro incerti fronti militari: oltre al Darfur e al Sud Sudan, non dobbiamo dimenticare la situazione dei Monti Nuba e, soprattutto, l’esplosiva situazione nell’est, negli stati di Kassala e Gedaref, di cui sentiremo parlare ancora: il Free Lion Movement e il Beja Congress – finanziati dall’Eritrea e dagli Usa – hanno già incontrato gli emissari di Khartoum in Egittto, al Cairo. Per il momento, con un nulla di fatto.

Ma c’è un “quinto fronte” che il gen. Omar al-Bashir, presidente del Sudan, non intende affatto aprire: il fronte interno della democrazia e della riconciliazione. Ahmed Ibrahim al-Tahir, il temibile e potentissimo capo del parlamento sudanese, vede così la crisi del Darfur: «Sono i media a esagerare. E poi non parlano mai dei massacri compiuti dai ribelli. Certo, abbiamo dei problemi, ma non permetteremo mai che la guerriglia porti alla disintegrazione del Sudan, come certi paesi vorrebbero».

Il “nemico” del regime sudanese sono gli Usa: non a caso la questione Darfur è molto discussa negli ambienti dell’Amministrazione Bush. Il Sudan è considerato uno degli “stati canaglia” che fanno parte del cosiddetto “asse del male”, con l’allora Iraq di Saddam, l’Iran e la Corea del Nord. Per molti anni il Sudan ha ospitato anche Bin Laden, in fuga dall’Arabia Saudita su pressione di Bill Clinton.

 

Falchi Usa

La crisi del Darfur è usata dai falchi Usa, come Dick Cheney, Paul Wolfowitz o Donald Rumsfeld, per cercare di abbattere il governo sudanese. La pressione si è intensificata con la campagna elettorale americana, con George W. Bush che fa della «lotta al terrorismo globale» la sua ragione di esistere. In più, esiste una forte lobby in seno al Dipartimento di stato che spinge per la spartizione del Sudan in almeno tre aree (il Sud Sudan con i suoi giacimenti, l’est di Port Soudan con le sue pipeline petrolifere, il resto del paese). È in quest’ottica che vanno lette anche le dichiarazioni di Colin Powell o del Congresso americano sul “genocidio” del Darfur.

Inevitabilmente diversa è la politica europea, o almeno delle ambasciate dei sei stati membri dell’Ue presenti a Khartoum: Gran Bretagna, Francia, Italia, Grecia, Germania e Olanda. Questa l’analisi di un ambasciatore europeo: «Dobbiamo partire da alcuni dati di fatto.

Primo: non c’è alternativa a questo governo militare, sia perché è un regime repressivo di polizia, sia perché hanno fatto sparire i migliori elementi della classe dirigente alternativa.

Secondo: chiedere al governo sudanese di smantellare i Janjaweed è come chiedergli di tagliarsi le mani e di abdicare al controllo di una parte strategica del suo territorio.

Terzo: se la situazione militare si complica e il Sudan scoppia, saltano per aria anche Etiopia, Eritrea, Egitto e Ciad, solo per cominciare. Quarto: ricordatevi che non c’è nessuna volontà politica della comunità internazionale di inviare truppe o forze dell’Onu o dei singoli stati. La Somalia vi dice qualcosa?». C’è chi sostiene anche che la crisi del Darfur è stata voluta dal leader religioso Hasan al-Turabi, già presidente del parlamento, uomo vicino a El-Beshir, ora agli arresti domiciliari. «I suoi contatti nel Darfur sono noti», sostengono Ali Hussein Eldin, leader zagawa nel Nord Darfur, e Muddna Husien Dossa, attivista politica.

La crisi nel Darfur, insomma, è tutt’altro che una crisi umanitaria. Ha un potenziale dirompente, ma può essere ricomposta in un quadro negoziale. Ciò passa per il mantenimento di una forte pressione politica sul regime sudanese, abile nello sfruttare le amicizie (Cina e Russia soprattutto, con diritto di veto all’Onu) e la divergenza di vedute di Usa ed Europa. Il governo di Khartoum non negozierà a tutti i costi. Sta aspettando di vedere se tra qualche mese, quando i mass media si saranno stancati del Darfur, la pressione calerà.

Ecco perché oggi bisogna insistere per un embargo Onu sulle armi al Sudan (spende il 50% del suo bilancio statale in armi), per sanzioni mirate contro gli averi del regime, per il rilancio del processo di Abuja, per l’applicazione degli accordi di Naivasha, per il potenziamento del ruolo politico e militare dell’Unione africana. Questa è già un’agenda politica intensa per la comunità internazionale, a condizione che ci sia davvero la volontà di aiutare la popolazione sudanese a risollevarsi dalla dittatura militare di Khartoum.

 


 

 

Risoluzioni Ue e Onu

Il 16 settembre, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha adottato all’unanimità una risoluzione sulla crisi in Darfur. Prima firmataria, Luisa Morgantini, eurodeputata e presidente della Commissione sviluppo e cooperazione, che ha guidato una missione di indagine nel Darfur dal 2 al 7 settembre 2004.

I punti salienti. Si condanna il governo del Sudan per il deliberato sostegno nel Darfur agli attacchi nei confronti di civili di determinate comunità, il che include uccisioni, violenze sessuali contro le donne, saccheggi e molestie generali. Si esortano le autorità sudanesi a porre fine all’impunità e a tradurre alla giustizia i responsabili di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e violazioni di diritti umani che possono raggiungere le proporzioni di un genocidio.

Si ritiene che, se il Sudan non sarà in grado di esercitare la propria sovranità, la comunità internazionale dovrà trovare il mezzo per garantire che i responsabili siano giudicati, compresi i responsabili del regime attuale. S’invita il Consiglio di sicurezza dell’Onu a tenere seriamente conto della possibilità di porre un embargo sugli armamenti contro il Sudan e di applicare altre sanzioni mirate contro i responsabili di abusi massicci dei diritti umani e di altre atrocità, assicurandosi che tali sanzioni non aumentino le sofferenze della popolazione sudanese.

S’invita il governo del Sudan ad accettare la creazione di una commissione internazionale per i diritti umani con il compito di valutare in modo indipendente i crimini commessi nel Darfur dall’aprile 2003. S’invitano tutte le parti coinvolte nel conflitto ad astenersi dal reclutare e utilizzare bambini soldato di meno di 18 anni, e si esortano le autorità sudanesi a proteggere i bambini sfollati, in particolare i minori non accompagnati, come stabilito dalle relative convenzioni.

Il 18 settembre, il consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato la risoluzione 1564. Nel documento, approvato da 11 paesi su 15 (si sono astenuti Cina, Russia, Pakistan e Algeria), vengono minacciate misure aggiuntive, tra cui sanzioni (economiche, logistiche e diplomatiche previste dall’articolo 41 della Carta dell’Onu) ai danni del governo di Khartoum o di suoi singoli esponenti, oltre che nel settore petrolifero. Il consiglio dei ministri del Sudan, in una seduta straordinaria presieduta dal vicepresidente Ali Osman Taha, ha dichiarato di accettare la risoluzione Onu pur ritenendola “ingiusta”.

www.nigrizia.it

L’agonia del Darfur Leggi l'articolo »

inquinamento in Italia: A Milano, Palermo Trieste, 15 sigarette

Passeggiare e fumare
Ecco un quadro della situazione inquinamento in Italia. I
dati sono del dipartimento di Medicina del Lavoro
dell’Ospedale Civile di Sesto S. Giovanni.
Passeggiare un giorno a Napoli equivale a fumare da 9 a
11 sigarette.
Un giorno per Firenze, Genova, Torino e Verona
equivale a 7-8 sigarette.
A Milano, Palermo o Trieste, 15 sigarette.
5-6 a Roma, Catania, Foggia e Livorno.
4-5 a Bari, Bologna, Brescia, Parma, Taranto, Padova e
Venezia.
I dati si riferiscono a rilevazioni del 2000 e quindi la
situazione potrebbe essere notevolmente peggiorata.

inquinamento in Italia: A Milano, Palermo Trieste, 15 sigarette Leggi l'articolo »

la lista dei martiri: Israele ha ucciso 129 palestinesi

Avevano bisogno di qualcosa di cui pentirsi Gli israeliani festeggiano il “pentimento”. Immolando 129 palestinesi in un’orgia di sacrifici umani.
 – Durante l’Operazione ‘Giorni di Pentimento’, nella striscia di Gaza, sono rimasti uccisi 129 palestinesi. Lo afferma il quotidiano Haaretz. L’operazione è stata lanciata dall’esercito israeliano col pretesto di rimuovere la “minaccia dei razzi palestinesi dal Neghev settentrionale”. Dei 129 uccisi – dice Haaretz – 86 erano membri attivi dei ‘bracci armati’ di Hamas, di al-Fatah o della Jihad islamica. I rimanenti (32,5% degli uccisi) erano civili fra cui: bambini, ragazzi, adolescenti, anziani e donne.

LE CIFRE:

Di seguito i palestinesi ammazzati da Israele dal 1° gennaio al 12 ottobre 2004. Tra parentesi le età delle vittime, in grassetto quando si tratta di minorenni. 
FONTE: Collectif Judeo-arab et citoyen pour la Paix, Strasbourg

Bachir Abou Armana (12), Sameh Arar (27), Ahmed Nazal (28), Mohamed Gelita, Jamal Mohammad Al-Afify (45), Louai Abou Hamdeh, Mohammad Zo’rob (28), Mo’een Abou Sharkh (18), Rifat Al-Sha’er (32). Oussama Youssef Al-Maghari (33), Mohannad Abou-Hatab et Mowaffak Al-A’raj. Zakariya Mahmoud ‘Eid (26), Mohamed Sabel Rayan (26), Mohamed Saleh Bedwan (20), Abou Nabil, Abou ‘Eid, Mahmoud Jouda (36), Ayman (25), Amin al-Dahdouh (33), Riyadh Saïd Abou Shalal (15), Khalil al-Ziban (59), Mahmoud Abou Raja (27), Ammar Hassan (25), Ibrahim Al-Deiri (38), Tarad Al-Jamal (24), Qaïs Ofah (18), Mohamed Saleh Bedwan (21). Mohammad Othmane (14), Awni Kallab, Tha’er Abou Serriya (19), Yousef Younis (8) ; Mohammed Amer Abou Zuraiq (10) ; Mohammed Ali Bedawi (15) ; Haitham Mohammed Al Issawi (17), Mohammed Ismail Al-Shatali (22), Shadi Abed As-Saidni (21), Faris Fatehi Al-Hawajri (23), Omar Mohammed Al-Jamal (18), Hazem Rauhi Aqel (23), Ahmed Hassan Harb (22), Khaled Qassem Al-Hazqi (24), Moussa Manar Hemo (25), Yousef Mahmoud As-Sinwar (25), Hassan Ahmed Zuhud (42), Khaled Madi (16), Khaled Madi (36) , Dalal Al-Sabagh (23), Eitimad Kullab (34) Ihab Abou Ja’far, Mohammed Khairallah, Ayman Saba’na, Amer Al Sakhel, Basel Awwad, Tha’er Halayqa (15). Mohammad Habboush (20), Sa’id Mreish (20), Mahmoud Oleiwa (23), Mohammad Al-Mobayyed (24), Ahmad Hamdan (22), Mos¹ad Rmeilat (27) Hasni Sarfiti (ca. 30), Mohammad Yassine (ca. 30), Faraj Abou Jazar (22), Mahmoud Abou Nahel (42), Mosbah Mawafi (15), Mahmoud Jodah (30), Ayman Al-Dahdouh (32) et Amin Al-Dahdouh (42). Adli Mohammad Abou Taha (27), Aymen Abu Hashem (23), Mohammad Hasan Eshtewy (17), Fatima Al-Jallad, Bassem Qdeih (39) und seine Ehefrau Sanaa (34), ‘Abdul Rahman Zaki al-Dardissi (25), Ra’fat Ibrahim Abou Tu’aima (20), Thana’ei ‘Olayan Qdeih (15), cheikh Ahmed Yassine Mo’men Ibrahim al-Yazouri (67), Rateb ‘Abdul Rahman al-‘Aloul (35), Khamis Mushtaha (32), Ameer Ahmed ‘Abdul ‘Aal (25), Rabi’ ‘Abdul Hai ‘Abdul ‘Aal (18), Ayoub Ahmed ‘Atallah (26), Khalil ‘Abdul, Elah Abou Jayab (30), Mos¹ab Al-Ghalban (13), Riyadh Zo’rob (23), Oussama Al-Afandy, Ahmad Ghabayen, Mohammed Abou Khalimi, Abdullah Al- Mogheir (22), Tareq Al-Allameh (31), Hammam Abou Al-Oumarein, Jihad Awaja (19), Ibrahim Al-Ghandour (65), Zakariyya Abou Zour (18), Ishaq Nassar (18), Mahmoud Zghari (20), Ahmad Al-Aabed (22), Khaled Maher Walweel (7), Talab Al-Tal (34), Mahmoud Abou Odeh (27). Nassar Issa Hajahjeh (16), Yousef Alnatour, Zohair Al-Arda (18), Mohammed Abou Ruweida (18), Ammar Al Rajoudi (18), Mohammed Abu Samhadaneh (19), Adham Hesham (30), Khaled Jamal Khariosh (26), Tami Al Khalili, Ibrahim Abou Sharif (17), Iman Abou Tulba (11), Mohammed Abou Kaber (36), Ali Amar (22). Mahmoud Barhoum (19), Mahmoud Hussein Awad (17), Mustafa Sarsour, Abdelaziz al-Rantissi (56), Fathy Abou-Ghali (22), Mujahed Abou Awad (20), Dia’ Abou-Eid (24), Ibrahim Rayyan (16), Mohammad Al-Tanany (17), Khaldoun Abou-Jarad (21), Mo’tasem Nsseir (14), Mohammad Al-Hinnawy (16), Mohammad Abdel Rahman Ajjoury (18), Mohammed al-Rantissi (22), Yousef Al Da’our (12), Ayyoub Karsou’ (18), Ziyad Abou Hamada (16), Omar Ahmad (19), Mohammed Hamatto (16), Mohammed Al Malfouh (16), Rafat Abou Hasseirah (28) Suheil Al-Harsh (24). Mona Abou Tabak (9), Asma Abou Kleyk (4), Bilal Abou Amsheh (32), Ayman Barahmeh (28), Ghanem Ghanem (34), Dr Yasser Abou Laimon (32), Abdel Rahman Nazzal (ignota), Mohammad Nazzal (ignota), Mahmoud Odeh Kamal Daraghme (ignota), Said Al-Hroub (ignota), Mohammad Azzouqa (13), Mousa Al-Maqid (14), Amjad Amara (21), Ashraf Naffa’ (23), Islam Zahran (13), Thaër Abou Srour (20), Sabeeha Abou-Labbada (50), Jamal Hamdan (22), Nader Mohammed ‘Abdul Hafiz Abou al-Lail (26), Hashem Daoud Eshtaiwi Abou Hamdan (25), Mohammed Hussein Hamdan Abou Hamdan (24), Na’el Ziad Hassanain (21), Khaled Abou Elba (16), Amil Walid Mohammed Abu Mustafa (17), Bilal Mohammed Hamdan (25), Baha Abou Zaytoun (9), Imad Janajreh (30), Abdullah Abdel-Fattah (35), assine Adel Al-Joulani (20), Raafat Obeid (22), Montaser Thiab (20), Basem Kalbona (18), Saïd Maseiey (28), Wa’el Rabbah (28), Nahed Mohammed Abou Haddaf (22), Fadi Sha’lan Baher (19), ‘Ammar ‘Awad al-Jirjawi (24), Fadi Ibrahim Nassar (18), Mohammed Faraj ‘Adas (20), Ahmed Salem al-Swairki (16), Kamal Jihazi (18), Fawzi Al Madhoun (32), Mohammed Yassin, Mohammed Moshtaha (22), Eihab Jamal Yousef (19), Mohammed ¹Azmi al-Bouji (19), Hani Mohammed al-Mughayar (20), Ramez Jamal Abou Ghali (23), Hassan Khader ‘Awaja (18), Fu’ad Khaled Abou Hashem (19), corpi non identificati, Ahmed Mohammed al-Yaqoubi (19), Sami Yousef Abou Jazar (22), Mohammed Mousa Mowafi (15), Hamed Fayez Abou Hamra (18), Mahmoud Jamal al-Siksik (18), Akram Abou Al-Naja (27), Ashraf Kachta (30), Abdulaziz Al-Kilani (19), Ibrahim Shahin (20), Shihada Hamed (24), Walid Mousa Abou Jazer (26), Mohammed Khalil al-Jundi (24), Mohammed Abdul Rahman al-Nawajha (31), Hani Mohammed Quffa (18), Tareq Ahmed Sheikh-Eid (24), Ibrahim Ismail al-Ballawi (18), Mohammed Jasser al-Sha’er (17), Ahmed Jasser al-Sha’er (18), Ziad Hussein Shabana (22), Emad Fadel al-Mughari (34), Mahmoud Ismail Abou Touq (34), Hani Qafa (17), Said Al Mugeer (42), Ahmad (11) e suoa sorella Asma al Mougheir (15), Nidal Abdel-Rahman Okasha (22), Walid Naji Abou Qamar (10), Mubarak Salim Al Hashash (11), Mahmoud Tareq Mansour
(13), Mohammed Talal Abou Sha’ar (20), Alla Musalam Sheikh-Eid (20), Fuad Khamis Al-Saqqa (31) Mohammad Al-Nawajha (21), Mohammad Al-Jubdi (24), Ibrahim Darwish (27), Ibrahim Ismail Al-Balaawy (18), Hani Qaffa (17), Ahmad Jasser Al-Shaer (17), Imad Al-Maghari (34), Mahmoud Abou Touq (34), Ziad Shabaneh (22), Said Al-Mughir (22), Ibrahim Qandil (26), Ahmad Al-Moghir (13), Taiseer Kallab, Ibrahim Al-Qin (18), Yousef Qahoush, Mohammad Zo’rob, Khalil Abou Asad (37), Saber Abou Libdeh (13), Walid Abou-Jazar (26), Saber Abou Libdeh (13), Mohammad Abou Nasser (16), Usama Abou Nasser (24), Mohammed Hussein Turkman (21), Issam Arafat (24), Ayman Abou Jalhoum (18). Mahmoud Najib Al-Akhras (18), Wael Mohammed Abou Jazar (18), Mahmoud Fateh Deib (22), Yousef Mahmoud al-Mugari (21), Hamed Yassin Bahloul (18), Mohammed Ibrahim Jaber (27), Jamal Awad al-Assar (39), Mohammad Hassanieh (13), Mazen Yassin, Eyad Affaneh (18), Rawan Abou Zeid (3), Mohammad Al-Hamas (16), As’ad Bouriny (16), Adnan Al-Bahsh (12), Mahmoud Zo’rob (42), Emad Abou Eid (17), Tayseer Mohammed Suleiman ‘Awad (30), Ayman Khamis Hassanein (25), Wa’el Nassar (38), Mohammed Sarsour (33), Madi Madi (18), Bilal ‘Omar Yousef Abu Zaid (18), Mohammed Jamal Subhi Nabhan (17), ‘Arafat Ibrahim Ya’qoub (31), ‘Omar ‘Abdul Jabbar ‘Abdul Fattah Farekh (26), Walid ‘Awad ‘Aashour (22). Mohammed Jamal Abu Musabbeh (15),  Mohammed Jamal Baraka (19), Ahmed Maher Abu Shawish, (19), Shadi Samir Abu Ghurab (18),  Munir Sha’ban al-Sindi (16), Wissam Mohammed Abu Zarqa (19), Eihab Mohammed al-Deeb (23), Ussama ‘Awni Hajaliya (26), Sa’id Yasser ‘Ouda (25),  Mo’tassem Fu¹ad Al-Zarbatli (23), Ghassan ¹Obaid (23), Mohammed ‘Omar Jindiya, (21), ‘Aaref Qassem Jindiya (20), Ahmed Khairi Eskafi (25), Adham Karim Quraiqe’ (22),  Bilal Fayez Quraiqe’  (22), Mohammed ‘Abdullah Qanou’ (18), ‘Ezzat Ahmed al-Wadiya (19), Fares Sa’di al-Sirsawi (22), Ayman Khazzaa’ Farahat (18), Mohammed ‘Ali al-Haj ‘Ali (24), Munir Anwar al-Daqas (10), Mohammed Yousef ‘Ezziddin (22), Mahmoud Mohammed Darabeih, (29) ‘Abdul ‘Aziz ‘Abdul Latif al-Ashqar (ignota), Saleh Tayseer Abu Hazzaa’ (17), ‘Abdullah Hisham ‘Aashour Nasser (ignota), Mohammed ‘Abdullah Jad al-Haq (17), Daoud ‘Abdullah Abu Jazar (19), Rawad Ibrahim al-Sowairki (26), Mulhem ‘Afif Ibrahim Abu Jamila (26), ‘Abdul Halim Sa’ij (21), Hani Ahmed Fathi al-‘Aqqad (24), Nader Ibrahim Rida al-Aswad (27), Mohammed Rebhi Sa’id Mar’ei (20),  Raghda ‘Adnan al-‘Assar (10), Bariz Durgham D’ib al-Minawi (19), Salm ‘Abdul Qader Abu Shabab (32), Khaled Mohammed ¹Abdul Hamid Abu Silmiya (33), Rabah Darwish Zaqqout (37), Nabil Ibrahim al-Su¹aidi (38), Falah Hassan Na’im Masharqa (30), Hussam Fathi Abu Naja (18), Ahmed ‘Ali Abu ‘Abdullah (50), Ahmed Nidal al-Teerawi (18), ‘Ammar Da’san ‘Ali Abu Nafeesa (24), Saleh Ibrahim Yahia Balalwa (47), Mahmoud Nasser Nafe’ Bazour (17), Tawfiq Mohammed al-Sherafi (24), Sa¹ed Mohammed Hiddu Abu al-‘Eish (14), Ahmed Ibrahim ‘Abdul Fattah Madi (14), Fathi Ahmed al-Sawawin (21), Khalil Khalil Naji (31), Mohammed Talal Hussein Jaber (17), Rateb Ahmed Taleb Qassem (51), Mohammed Ibrahim ‘Abdullah Beetar (25), Lo’ai Ayman Mohammed al-Najjar  (4), Iman Samir al-Hams (13), Mahmoud Mohammed al-Hashash (62), Mahmoud Tharwat Mohammed ‘Abdul Qader, (12) und Lam’eya Qassem ‘Abdul Ghani Kulaib (70), Mohammed Mahmoud Khalfallah (15), Fawaz Mashour Mohammed Fahana (28), Ibrahim Ahmed Nasser al-Tawai’a (35), Mousa Mohammed Hamed Jabarin (45), Mohammed Rasem Rashid Raddad (16), Mahdi Jamal Mushtaha (30), Khaled Ramadan al-‘Amreeti (28), Bashir Khalil al-Dabash (42), Zarif Yousef al-‘Are’ir (30), Re’fat Rafiq Jadallah (25), Sufian Shafiq Abu al-Jedian (33), Hamza Ahmed (29), Mohammed al-Masri (29), Mohammed ‘Abdul Karim al-Ja¹beer (19), Hazem Hussein Farajallah (24), Mohammed Khaled Reehan, (15), ‘Aatef Jamal Rajab al-Ashqar (27), Mahmoud Mohammed Abu al-Jedian (23), Mohammed Khaled Raihan, (14), Ziad ‘Alaa’ Shams (14), Mohammed Ra’fat al-Reefi (17), Mo’taz ‘Abdul Malek al-Bakr (17), Nidal Sa’id al-Bishawi (16), Sultan Sa’id al-Beeshawi (14), Mahmoud Mo’een al-Madhoun (20), Ahmed ‘Adnan al-Bora’ei (16), bambino non identificato, Eyad Zaqqout (30), Jadallah Abu Sukhaila (27), Meqbel Hazin (25), Diaa’ al-Din Ahmed al-Kahlout (17), Yahia Akram Hammad (16), Tamer ‘Abdul ‘Aziz Abu Eshkayan (14), Mohammed Jamil al-Ustath (25), ‘Arafat Bilal Yassin (24), Mohammed Mahmoud Abu Hassira (ignota), Jihad Mahmoud Abu al-Jabeen (26), Mustafa Hamash (27), Ibrahim ‘Ali ‘Asaliya (29), Nidal ‘Omar Matar (29), Wassim Mustafa al-Nateel (18), Hani Sa’id Mushtaha (17), Ibrahim Mahmoud Abu al-Qumsan (21), Fathi ‘Abdul Rahman ‘Afana (26), ‘Eid Mohammed ‘Afana (39), Ibrahim Hassan Hamdan (46), Waheed Talal ‘Abdul Rahman (23), Yasser Mohammed Abu Ghubait (20), Rani Akram Quddas (22), Musbah Hussein al-Zinati (20), Mohammed Ibrahim al-Sherafi (22), Ra’ed Suleiman Abu Wawi (36), Fadi Fareed al-Za’aneen (23), Maher Jameel Zaqqout (26), Saber Ibrahim ‘Asaliya (14), Nidal Muhsen al-Madhoun (14), Fares ‘Omar al-Habel (21), Romel Mohammed al-Barrawi (20), Isma’il Ibrahim Shihda (21), Mohammed Saber al-Baba (23), Mohammed Mousa al-Hissi (27), Ramzi Shihda Hasaballah (21), Islam Maher Dwaidar (15), Wafi Salem ‘Asaliya (30), ‘Abdullah Nadi Dardouna (24), Hussam Mohammed al-Ras (24), 2 fratelli: Mousa ‘Abdul Hai Darwish (24) e Hassan ‘Abdul Hai Darwish (30), ‘Abdullah Hussein Qamhan (17), Hamdan Baraka ‘Obaid (50) e suo figlio Hammouda (22). Ra’ed Ziad Ahmed Abu Zaid (15), Suleiman ‘Abed Hussein Abu Ful (16), Mohammed Tuhami Abu Saif (16), Lo’ai Jamal Hamad (22), Hassan Joma’a al-Sharatha (13), Ra¹ed Mohammed al-Mabhouh (22), Yousef Mamdouh Abu Saif (21), Siham Sameer Musleh (10), Mohammed Nabil Motawe’ Subeh (18); Yasser Saleh al-Khatib (18), Salama Isma’il Abu Sala’a (25), Mohammed Yahia ‘Edwan (22),  ‘Arafat Fu’ad Nasser (23), ‘Abdul Ra’ouf Hassan Nabhan (27), Ameen Mahmoud Salem (36), Sufian Mousa Salem (28), Maher Mahmoud Zaqqout, un respobile dell’Unwra (39), Sameh Zamel al-Wehaidi (22), Ahmed Zaki Ramadan (22), Mohammed Akram Ma’rouf (25), Kahder Mohammed al-Talouli (28), Jihad Ameen Abu Mousa (37), Rezeq Hassan al-Zaini (37), Mohammed Sa’id al-Masri (25), Ramzi Isma’il Abu Shaqfa (24), Nidal Harb Mas’oud (20) e Mohye al-Din Maher al-Madhoun (19), Ghadeer Jaber Mukhaimer (11), Jihad Hassan Barhoum (16), ‘Emad Yahia Khalil Bader (24), Saqer ‘Awni Saqer

la lista dei martiri: Israele ha ucciso 129 palestinesi Leggi l'articolo »

Blackout: Beppe Grillo, culturismo o cultura??

Dio non vota

 

Chi confonde il culturismo con la cultura è pericoloso. Confonde la forza con la ragione

Internazionale 561, 14 ottobre 2004

Il 2 novembre si sceglierà tra Bush e Kerry anche a La California, frazione di Bibbona (Livorno). Se il presidente degli Stati Uniti si comporta come signore del mondo, perché devono votarlo solo gli statunitensi? Ci sarò anch’io.

Così ho guardato in televisione i congressi dei democratici e dei repubblicani. Li chiamano “convention” ma ormai sono dei festival. Da quando sono i pubblicitari a scrivere i programmi dei candidati, a scegliere i loro slogan e le loro cravatte, molti parlano di politica-spettacolo. Ma oggi siamo oltre: la politica lascia il posto allo spettacolo.

Credevo di aver sbagliato canale con il telecomando: alla convention repubblicana ho visto proprio Terminator, il più violento e muscoloso degli attori statunitensi. Non volevo crederci, ma ora è presidente della regione California. Lo chiamo così perché se i giornalisti italiani chiamano governatore Formigoni, cioè il presidente della regione Lombardia, allora Terminator, governatore della California, lo si può chiamare presidente della regione California. Tanto per capirci.

Terminator, gonfio di orgoglio come molti culturisti sono gonfi di anabolizzanti, ha formulato una critica molto articolata ai democratici: “Sono femminucce”. Ci pensate? Gli Stati Uniti sono l’unica nazione con la pretesa di essere il modello di libertà e tolleranza per il mondo. Un mondo che va convinto – o almeno conquistato – anche a forza di bombardieri, carri armati, campi di prigionia e di tortura, pena di morte. Ma gli Usa sono anche la nazione dove culturisti e altri energumeni hanno le maggiori chance in politica. Già, se la politica è un gioco pesante, perché non ricorrere ai pesi massimi?

Il primo tra i maneschi passati in politica fu il campione di wrestling Jesse “the Body” Ventura, ex attore nel film Predator, governatore del Minnesota dal 1999 al 2003. “Abbiamo bisogno di mettere un wrestler alla Casa Bianca nel 2008”, ha detto, aprendo inaspettate prospettive per la difesa dal terrorismo islamista. Perché ricorrere all’intelligence quando bastano gli anabolizzanti? Basta mettere su un capo che sia grande, grosso e manesco: bin Laden, gracile e malaticcio, si spaventa e scappa. Il successo di una mente così fina ha spronato altri energumeni a buttarsi in politica.

Il più fortunato è appunto Terminator, che ora comanda in California. Nel 2003 gli Stati Uniti avevano due governatori maneschi su 50, il 4 per cento. Se fosse indipendente, la California sarebbe la quinta nazione del G7, davanti a Canada e Italia. Roba da brividi. Un decimo della popolazione e un sesto dell’economia negli Usa hanno scelto governatori che hanno passato in palestra più ore che all’università e lo dimostrano ogni volta che aprono la camicia o la bocca.

Qualcuno sostiene che Predator e Terminator siano diventati politici saggi. Eppure con le loro raffinate dichiarazioni dimostrano che per loro la politica è la continuazione del culturismo con altri mezzi. C’è da preoccuparsi: se più di un decimo del paese più potente e più armato del mondo è governato da palestrati eletti dal popolo, vuol dire che quel popolo non riesce più a distinguere tra culturismo e cultura. Per governare una nazione la prima cosa che devi conoscere è la sua cultura. Per aspirare a guidare il mondo, devi conoscere anche la cultura delle altre nazioni. La palestra non basta.

Un generale statunitense ha detto che invadere l’Iraq come risposta all’11 settembre è come se si fosse invaso il Messico in risposta a Pearl Harbor. Il dilagare del culturismo e della confusione nella cultura Usa spiega forse un fatto inquietante: nei primi due dibattiti televisivi per le presidenziali, tre dei quattro candidati (Bush, Kerry, Edwards) hanno detto bin Laden in una frase in cui volevano dire Saddam e viceversa. Si sono subito corretti. Per fortuna nel frattempo non hanno bombardato nessuno.

Chi confonde il culturismo con la cultura è pericoloso. Confonde la forza con la ragione. È quello che stanno facendo gli Usa da anni: ora in Iraq e in Afghanistan; prima in Vietnam, oppure appoggiando colpi di stato, dittatori e massacri in Cile e in sud e centro America, in Indonesia e in Congo negli anni sessanta, in Iran nel 1953.

Credevo che la convention democratica fosse meglio di quella repubblicana. Invece che delusione! Sapete qual è il pensiero più articolato che ho sentito da John Kerry? Bush – afferma Kerry – dice che Dio sta dalla sua parte. Noi invece speriamo di stare dalla parte di Dio!

Ecco la grande democrazia statunitense, quella che tutto il mondo dovrebbe imitare! Non potete scegliere tra la guerra e la pace, per voi hanno già scelto i grandi boss dell’industria del petrolio e delle armi. Però potete fare una scelta ben più importante, quella tra due candidati molto diversi, uno con Dio che combatte dalla sua parte e uno che – invece – spera di combattere dalla parte di Dio. Ah! Questa sì che è democrazia! Peccato che negli Stati Uniti Dio non possa votare. Vogliono tutti portarlo in guerra. Ma nessuno gli chiede se è d’accordo. Poi dicono che i musulmani sono pericolosi perché hanno una religione bellicosa.

www.internazionale.it

Blackout: Beppe Grillo, culturismo o cultura?? Leggi l'articolo »

il “titolo nativo” agli aborigeni di Kimberley.

Restituita la terra ai legittimi proprietari


La Corte federale australiana ha riconosciuto il “titolo
nativo” agli aborigeni di un’area di 60mila chilometri
quadrati nell’altopiano di Kimberley. Dal 1829 le terre
erano di proprietà statale e utilizzate per la pastorizia, la
pesca e lo sfruttamento minerario.
Le popolazioni indigene di Ngarinyin, Wunambal e
Worora avevano abitato quella zona per 26mila anni.

il “titolo nativo” agli aborigeni di Kimberley. Leggi l'articolo »

Torna in alto