Harvey White Woman, ultimo discendente di Cavallo Pazzo
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Non fate arrabbiare i Sioux
Harvey White Woman, ultimo discendente di Cavallo Pazzo, uno dei piu’ grandi capi dei pellirosse, ha inviato una lettera di protesta al locale parigino Crazy Hourse (Cavallo Pazzo).
Non e’ gradito il fatto che uno dei piu’ famosi locali di spogliarello del mondo abbia il nome dell’eroe che nel 1876 batte’ il Generale Custer.
Se il nome del locale non verra’ cambiato i Sioux ricorreranno alle vie legali.
.
(Fonte: AGI)
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intervista a Mario Boccia
Dopo il sequestro a Baghdad di Margaret Hassan, la responsabile britannica dell’organizzazione umanitaria “Care International”, si riapre il dibattito sul ruolo e sui rischi per la cooperazione nelle zone di conflitto
di Fabio Dessì
«Sei scomodo per chiunque voglia uno scontro tra civiltà, gli opposti estremismi vedono di cattivo occhio qualunque cosa si muova al di fuori di questa logica. Chi si intromette muore. È questo l’avvertimento che viene dall’Iraq». Mario Boccia è un free lance di 49 anni che non smette di girare il mondo per raccontare attraverso le sue immagini la guerra. È stato a Baghdad tre volte: durante la prima Guerra del Golfo, negli anni dell’embargo e dal 23 agosto al 4 settembre scorsi, quando è stato ospite della “Casa degli italiani”, l’edificio di due piani in cui si trova la sede di Un ponte per, Ics e Intersos. Era lì quando un missile, per errore o per avvertimento, ha sfiorato la sede delle organizzazioni umanitarie. Per due settimane ha vissuto con Simona Pari e Simona Torretta, realizzando le immagini che pubblichiamo in queste pagine. Ha conosciuto Raad Alì Abdulaziz e Manhaz Bassam, gli altri due ostaggi iracheni rapiti il 7 settembre. Nei giorni precedenti al rapimento Mario Boccia era l’unico fotografo italiano nella capitale irachena. E nell’intervista che ci ha concesso (realizzata, come il resto del servizio, quando ancora non giungono notizie sulla loro sorte) descrive una città profondamente diversa da quella che conosceva. «Nel ’91 – racconta – il giorno in cui catturano i piloti italiani Bellini e Cocciolone mi trovavo nel rifugio dell’Hotel Rashid, pieno di iracheni. Quando la tv mostrò i prigionieri americani e inglesi tutti li insultavano. Poi apparvero i nostri connazionali: ero terrorizzato, ma in molti si avvicinarono per tranquillizzarmi…».
Allora è vero che agli italiani da quelle parti gli vogliono bene…
È quello che continuano a ripetere Emilio Fede e Bruno Vespa, ma non è più così. Oggi italiano significa occupante. Un esempio? Dovevo fotografare un centro per ragazzi di strada di Terres des hommes (organizzazione umanitaria svizzera, ndr) in un quartiere del centro di Baghdad. Con il mio accompagnatore – un muktar, una sorta di autorità locale – avevamo concordato un giro di 15 minuti. Dopo avermi chiesto la nazionalità è letteralmente impallidito, il giro è diventato di cinque minuti. Aveva paura, sudava, accendeva una sigaretta dietro l’altra. Io dovevo seguire ogni suo ordine: adesso no, scatta ora, basta, cammina, fermati…
È possibile lavorare in queste condizioni?
No, fare giornalismo non può prescindere dal contatto con le persone, da una confidenza con le storie che cerchi e poi racconti. A Baghdad non puoi girare tranquillamente, devi travestirti, cercare di assomigliare il più possibile a un qualunque iracheno, usare automobili scassate e mettere in conto che le persone che ti accompagnano rischiano quanto te. Provate a immaginare che cosa significa per un fotografo girare con la macchina fotografica e un solo obiettivo nascosti in una busta di plastica. Ti senti una spia, non incroci sorrisi nelle facce che incontri…
Ti sentivi in pericolo?
Ti senti in pericolo ancora prima di atterrare. Per raggiungere Baghdad bisogna prendere un volo da Amman con la compagnia americana Air Serv. È un piccolo aereo da 18 posti che per evitare di essere colpito fa un atterraggio “a vite”, arriva altissimo sopra l’aeroporto e scende a terra disegnando dei cerchi sempre più stretti. Poi un autobus scassato ti porta fino al check point, a cinque chilometri di distanza. Lì ti deve venire a prendere qualcuno, la strada che porta dentro Baghdad è molto rischiosa perché battuta da stranieri o da iracheni che hanno relazioni con il governo. Giunto a destinazione, mischiato tra la folla, raramente ritrovi l’Iraq che conoscevi: la gente che ti aspetta, che ti sorride. La sensazione è che sono “quasi” contenti di vederti…
Quasi?
La tua presenza può essere un catalizzatore di azioni che comportano parecchi rischi per chi ti sta vicino. Stare in una scuola e pensare che qualcuno può farsi saltare in aria solo perché sei lì ti fa sentire responsabile della vita di tutti quei bambini. È inaccettabile. Per questo non vedevo l’ora di andar via. Non l’ho mai pensato in nessun’altra parte del mondo, neanche a Sarajevo sotto l’assedio. Lì c’era una dimensione collettiva del rischio, in Iraq ti senti gli occhi addosso come se il problema fossi tu. Sei un target, un obiettivo.
C’è un episodio che ti ha colpito più di altri?
Sì, nel posto che più amo a Baghdad, al mercato del libro di Mutanabi. Lì puoi trovare di tutto, dalle biografie di Saddam a quelle di Lenin, dal Corano a Donna moderna, Topolino, Linus, manuali d’informatica e sull’arte islamica. Ero nel Caffè degli artisti e l’aria era molto tesa. Dopo pochi minuti una persona mi dice qualcosa in arabo. «Qui è pieno di ladri, per la vostra sicurezza è meglio che andate via prima possibile» ha tradotto il mio accompagnatore di turno. Ma resto convinto che non si stavano preoccupando per il mio portafogli.
Qual è il ruolo dell’informazione in uno scenario come quello iracheno?
Starci e raccontare il più possibile quello che succede. Il ruolo più importante lo stanno svogendo i media arabi, gli unici a poter realizzare sia immagini che interviste. Un occidentale invece deve limitare al massimo gli spostamenti. Ma in questo modo è impossibile lavorare decentemente. Io per esempio non amo le immagini rubate, mi piacciono quelle che rappresentano la testimonianza di un rapporto con chi fotografi. E quello che mi è mancato è proprio il non essere accettato, nella migliore delle ipotesi ero guardato con sospetto. Paradossalmente un giornalista embedded, mantenendo autonomia di pensiero, può conservare un certo margine per fare bene il suo lavoro. Penso all’immagine scattata da un giornalista francese dell’Associated press vincitrice del World press photo, che prima dello scandalo di Abu Ghraib ritrae un uomo dietro il filo spinato: incappucciato, con le mani legate e ai suoi piedi un bambino, presumibilmente il figlio.
Torneresti in Iraq come embedded?
Sì, se è l’unico modo per fare informazione. Qualche mese fa avrei detto il contrario, ora è una possibilità. Non certo per fare foto finte al soldato che porta da mangiare al vecchietto. Un servizio del Time dopo l’attentato alla sede Onu ritrae soldati americani disperati in mezzo alle macerie, sembrano le foto del Vietnam dopo la ritirata. Anche in quel caso il fotografo era un “arruolato”. Dipende da come orienti l’obiettivo, da quello che vuoi dire. Credo che per gli occidentali in questo momento non ci siano alternative.
Per il mondo della cooperazione, così duramente colpito, è ancora possibile una terza posizione tra i combattenti?
Nella ex Jugoslavia le ong svolgevano un’attività pratica di sostegno alle popolazioni vittime della guerra e indirettamente rappresentavano una posizione contro i nazionalismi. Era il modo per comunicare il tuo punto di vista, per metterti in gioco. In Iraq è molto difficile farlo. Io rispetto il punto di vista delle due Simone e di Un ponte per, che della trasparenza ha fatto una bandiera. Io dicevo che il rischio era troppo alto, ma loro si sentivano al sicuro per le ottime relazioni che avevano con la popolazione. Ed era vero, io stesso sono testimone di dimostrazioni di affetto reciproco straordinarie…
Quali per esempio?
Il 28 agosto ero a una festa organizzata da Simona Pari in una scuola elementare. Sembrava la Svizzera: classi di informatica, ceramica, canto, disegno. I bambini hanno fatto una rappresentazione teatrale sull’igiene personale. Alla fine erano tutti intorno a Simona: madri, padri e figli. In una situazione così ti senti parte di una comunità, anche se a pochi chilometri le persone continuano a morire, combattendo o semplicemente restando nelle proprie case.
Che cosa dovrebbero fare adesso le organizzazioni umanitarie?
Seguire i progetti dall’esterno e sottrarsi alla logica che ti fa essere parte del problema e non della soluzione. Bisogna chiedersi se è utile rimanere o se la tua presenza rischia di peggiorare il quadro. Vorrei essere smentito, ma torno con un peso sulla coscienza: non essere riuscito a convincere due persone speciali come Simona Torretta e Simona Pari a venir via da lì il prima possibile. Questi sono stati i termini della nostra ultima discussione, due giorni dopo l’esplosione di un missile a pochi metri dal cortile in cui stavamo cenando…
Che cosa è successo in quel momento?
Dopo lo scoppio mi sono abbracciato con Simona Torretta (la Pari quella sera non era in casa, ndr). Cercavo di calmarla ma lei si è immediatamente preoccupata per Carla e Caterina, cinque e otto anni, le figlie della padrona di casa. La seconda preoccupazione è stata curare la madre, lievemente ferita alla caviglia. Infine, prendersela con me, colpevole di «creare allarmismo». La parola d’ordine era minimizzare: in Italia c’è chi si preoccupa e qui il lavoro deve andare avanti. Sono due persone speciali, rare, testarde. Talmente innamorate del loro lavoro da non arrandersi alla realtà.
Mario Boccia: le due simona . Sono due persone speciali, rare, Leggi l'articolo »
Sapeva “qualcosa di troppo” che “non è piaciuto a qualcuno. Così parla di Enzo Baldoni padre Jean Marie Benjamin in un’intervista a Reporter Associati. “Durante le primissime fasi del rapimento di Enzo Baldoni è intercorso un fatto nuovo che nulla aveva a che vedere con i suoi sequestratori – dice il religioso di nazionalità francese, con un passato di funzionario dell’Onu e dell’Unicef, impegnato da anni per il popolo iracheno – Diciamo che la responsabilità della sua morte non è attribuibile solo ai suoi rapitori. Sono intervenuti personaggi vicini all’intelligence”. Padre Benjamin non specifica di che intelligence si tratti, ma ribadisce: “il rapimento di Enzo Baldoni è stato un capitolo molto misterioso, dove troppi hanno giocato un ruolo sporco.
padre Jean Marie Benjamin in un’intervista a Reporter Associati: Leggi l'articolo »
Invito al digiuno.
al raccoglimento,
a partecipare in prima persona all’inizio del Ramadan.
domani.
Invito diretto ai non musulmani, agli agnostici, ai non credenti soprattutto.
Innanzitutto come momento di purifcazione,
Tutte le grandi religioni prevedono un periodo di digiuno, dall’induismo al cristianesimo,
Ed io lo avverto,
soprattutto come uno stimolo alla meditazione,
alla mediazione fra anima e carne.
Alla riappropiazioni delle nostre poderose facoltà spirituali.
al controllo del nostro corrotto corpo,
una possibilità per prendere distanza dal mondo materiale in cui ci ” costringiamo” a far parte.
L’autodisciplina
e la determinazione del sè come essenza spirituale e mentale
prima ancora che carne e pulsione sessuale o ingordigia affamata.
Un rituale di sacrificio che costringendoci alla rinuncia di cibo,
ci induce però forza interiore.
Infine,
incluso nell’iniziale invito,
c’è la voluta intenzione a partecipare al digiuno
insieme a quel miliardo di persone devote all’Islam per cui questo momento è così solenne,
individui dipinti da sempre più parti come barbari a noi ostili ma che in realtà non sono altro che nostri fratelli la cui differenza è aspirare ad una mezza luna
piuttosto che ad una croce.
guerrilla radio
15 ottobre, inizio del ramadan. invito al digiuno Leggi l'articolo »
Margaret Hassan, nata a Londra e sposata con un iracheno,
ha doppia cittadinanza. Da 10 anni con “Care International”Rapita britannica capo Ong
Al Jazeera mostra video La responsabile dell’associazione in un filmato di un gruppo sconosciuto di terroristi. Hoon: “Sviluppo inquietante”
Margaret Hassan
BAGDAD – Le organizzazioni non governative di nuovo nel mirino dei sequestratori iracheni. E dopo Simona Pari e Simona Torretta, un’altra donna finisce nelle mani dei terroristi: Magaret Hassan, capo delle operazioni dell’ong britannica ‘Care International’ è stata rapita oggi a Bagdad. La televisione del Qatar Al Jazeera ha mostrato un video in cui la donna compare seduta in una stanza con l’aria spaventata, poi una ripresa da vicino dei documenti di identità e una rivendicazione da parte di un gruppo sconosciuto.
La Hassan, che è nata a Londra e ha sposato un iracheno, ha doppia cittadinanza e vive da circa trent’anni in Iraq. Da dieci circa lavora in programmi di solidarietà per l’associazione no profit Care, che ha iniziato a operare nel Paese agli inizi degli anni Novanta.
Care International è una delle maggiori organizzazioni indipendenti di progetti di aiuti e sviluppo, con attività in oltre 72 paesi. E’ anche una delle poche organizzazioni ad aver mantenuto una presenza costante in Iraq mentre le altre hanno abbandonato il Paese dopo il sequestro delle due Simone. L’organizzazione, che ha da subito confermato il rapimento della responsabile dei progetti associativi in Iraq, non ha però voluto fornire dettagli sul rapimento della Hassan.
Il ministro della Difesa britannico, Geoff Hoon, ha definito il sequestro “uno sviluppo inquietante”. “Siamo vicini alla famiglia di Margaret Hassan” ha detto Hoon, “da quello che abbiamo saputo di tratta di una persona che conosce a fondo l’Iraq e che ha sempre lavorato per il bene di quel popolo. Ciò che è successo non fa che dimostrare gli abomini cui questi terroristi sono capaci di arrivare”.
www.care.org
Margaret Hassan Leggi l'articolo »
Il prigioniero politico palestinse Fawaz Al-Bulbul è morto a settembre nella sua cella in carcere
perchè i soldati israeliani si sono rifiutati di condurla in ospedale
in ricordo di Fawaz Al-Bulbul Leggi l'articolo »
di Hans Blix da The Independent
Al pari dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, la squadra di Duelfer non ha trovato, in Iraq, nessun segno di una nuova applicazione di un programma nucleare. L’ispettore dice, anzi, che nel 2003 l’Iraq era più lontano dal costruire la bomba atomica di quanto lo fosse nel 1991. Se anche voi aveste visto quello che ho visto io…
La scorsa settimana, gli ispettori incaricati dall’amministrazione Bush di cercare le armi di distruzione di massa (ADM) in Iraq hanno dovuto riconoscere, nel loro rapporto, che la realtà sul campo era totalmente diversa da quella virtuale che era stata diffusa. Sia Charles Duelfer, il capo degli ispettori incaricati di valutare la situazione irachena, che David Kay, il suo predecessore, si erano dichiarati favorevoli alla guerra in Iraq. Tuttavia, se da un lato hanno cercato di trovare all’amministrazione degli appigli a cui aggrapparsi, dall’altro sono dei professionisti e, dopo diverse ispezioni sul campo, un attento esame della voluminosa documentazione ora disponibile e vari interrogatori, compresi quelli a Saddam Hussein e ad altre persone arrestate, hanno dovuto ammettere che l’interpretazione da loro stessi avallata era sbagliata.
Il rapporto Duelfer sembra contraddire in alcuni punti, già accolti da vari governi, quello provvisorio di Kay. Quest’ultimo, per esempio, affermò che la sua squadra aveva scoperto dozzine di “attività legate alla produzione di armi di distruzione di massa”, richiamando l’attenzione su una fiala di botulino rinvenuta nel frigorifero di uno scienziato e che erano stati ritrovati diversi laboratori clandestini per lo sviluppo di armi chimiche e biologiche. Duelfer, invece, ritiene che questi rinvenimenti non siano significativi.
Inoltre, Duelfer sostiene che, nell’estate del 1991, l’Iraq abbia distrutto le armi di distruzione di massa in suo possesso poichè, dopo quella data, non esiste nessuna prova che ne documenti l’esistenza. Il rapporto va in tutt’altra direzione rispetto a quanto affermato da Tony Blair, secondo cui Saddam “aveva tutte le intenzioni di riattivare le ricerche relative alle armi di distruzione di massa”; anzi indica che gli ispettori hanno avuto l’impressione che Saddam volesse riprendere le ricerche “se le sanzioni fossero state cancellate”. È questo il nuovo appiglio a cui i governi interessati hanno iniziato ad aggrapparsi.
Quando avrebbero potuto essere annullate le sanzioni? Duelfer non dice nulla a riguardo ma, a sostegno della sua tesi sulla giustificazione della guerra, ha dichiarato alla commissione per i servizi armati del senato che non era sicuro che le sanzioni fossero “sostenibili”. Con ciò lasciava intendere che, prima o poi, avrebbero potuto decadere e Saddam avrebbe avuto così la possibilità di riprendere impunemente le ricerche sulle armi di distruzione di massa. Alla domanda se le sanzioni fossero “sostenibili”, almeno per la durata delle ispezioni, Duelfer – temendo evidentemente ripercussioni negative sull’amministrazione che lo aveva nominato – ha dichiarato di non poter rispondere.
Egli doveva, però, aggiungere che, anche se in un futuro le sanzioni venissero cancellate o alleggerite, niente indica che il Consiglio di Sicurezza mitigherebbe il divieto sull’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq. Le risoluzioni vincolanti prevedevano, anzi, “di potenziare il sistema di monitoraggio e di verifica”, senza fissarne il termine. Ammesso quindi che le sanzioni fiscali fossero state annullate, una minima “distrazione” da parte di Saddam avrebbe fatto risuonare più di un campanello d’allarme.
Il rapporto Duelfer conferma che le sanzioni delle Nazioni Unite, le ispezioni e le pressioni esterne – comprese le «no-fly zones» – sono riuscite a tenere a freno Saddam. Come ho scritto nel mio libro, Disarmare l’Iraq, il mondo, senza saperlo, è stato capace di disarmare il dittatore iracheno.
Il principale obiettivo politico di Saddam era, secondo il rapporto, liberarsi delle sanzioni. È questo il motivo per cui nel 1991, con molta probabilità, aveva annullato i programmi di ricerca sulle armi di distruzione di massa. Duelfer giunge alla mia stessa conclusione, e cioè che Saddam abbia deliberatamente voluto dare l’impressione di avere ADM, per sembrare più grande e pericoloso di quanto fosse in realtà.
Al pari dell’agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), la squadra di Duelfer non ha trovato nessun segno di una nuova applicazione di un programma nucleare. L’ispettore dice, anzi, che nel 2003 l’Iraq era più lontano dal costruire la bomba atomica di quanto lo fosse nel 1991. Non aveva approfittato del periodo compreso tra il 1999 e il 2002, in cui non c’erano state ispezioni. Così, proprio quando George Bush sosteneva che Saddam era “una minaccia crescente”, in realtà il pericolo da lui rappresentato diventava sempre più trascurabile per i paesi confinanti e per il mondo intero.
Bush da sempre ripete che Saddam odiava gli Stati Uniti. Duelfer sostiene, invec,e che l’interesse di Saddam per le armi di distruzione di massa nascesse da preoccupazioni riguardo l’Iran e Israele.
Duelfer sottolinea l’importanza fondamentale sul territorio degli ispettori – cosa che non sorprende, considerando che gran parte delle informazioni attendibili a disposizione dell’intelligence americana e britannica proveniva dagli ispettori delle Nazioni Unite e dell’IAEA, e che gran parte dei loro errori, invece, dipendeva da loro stessi e dai loro contatti con iracheni in esilio.
È possibile sperare che di tutto ciò si faccia tesoro in futuro, quando saranno necessari controlli e verifiche in paesi come l’Iran, la Libia e la Corea del Nord?
Io non sono contrario all’intelligence. Ritengo anzi che in alcuni casi sia indispensabile, soprattutto per la lotta al terrorismo. Inoltre, può essere utile la cooperazione tra intelligence e autorità internazionali preposte alle ispezioni per identificare la produzione o l’esistenza di ADM. L’intelligence ha, infatti, fonti che gli ispettori non hanno, ma gli ispettori hanno il diritto di lavorare sul campo e di richiedere informazioni. In più, non dipendono da nessun governo. In politica estera, come nel campo medico, le operazioni per riuscire devono avere alle spalle una diagnosi corretta.
Hans Blix è presidente della commissione sulle armi di distruzione di massa ed ex capo degli ispettori degli armamenti delle Nazioni Unite
©2004 Independent Digital (UK) Ltd
Traduzione di Rosaria Contestabile
a destra: bambina in una classe in qualsiasi luogo del mondo
a sinistra: bambina in una classe di Gaza, palestina
Ghadeer Mukhaimer Leggi l'articolo »
12/10 storie e reportage, IRAQ: Un video, probabilmente ripreso da un elicottero, mostra il lancio di un missile su una strada di Falluja. La sequenza, diffusa dal network britannico Channel 4, è stata acquisita dal Pentagono, e secondo alcuni esperti potrebbe dimostrare che è stato commesso un crimine di guerra
12 ottobre 2004 – La guerra vista attraverso gli occhi di una telecamera posta nella cabina di un elicottero: ombre sulla strada, ordini concitati e l’ok al lancio di un missile. Poi lo scoppio.Prima del lancio del missile si vedono dei pedoni camminare per una strada di Falluja. Un membro dell’equipaggio, parlando col controllo li definisce “individui numerosi sulla strada” e chiede “di farli fuori” (“take them out”)
10 secondi dopo la richiesta di fuoco è confermata dal controllo. La foto mostra l’esplosione iniziale.
La nube dell’esplosione è ben visibile e uno dell’equipaggio esclama: “accidenti ragazzi!” (oh dude!”). Nell’immagine si vedono le coordinate di tiro e le indicazioni del trasferimento della registrazione al satellite per l’invio alla base centrale. La dimensione della nube fa pensare che un numero elevato di passanti possa essere stato ucciso o ferito seriamente.
Queste immagini sono state diffuse da Channel 4, una televisione inglese e fanno parte di un video di 59 secondi.. Il video include una pista audio con una conversazione tra il pilota e il controllo di missione. In nessuna fase della conversazione col controllo si fa cenno alla potenziale minaccia rappresentata dalle persone inquadrate dalla camera.
Il filmato era già noto ed un sito islamico, ‘Alezah.com’, lo aveva mostrato il 25 settembre scorso. Era contenuto in un agghiacciante documentario dal titolo “Il destino di un traditore”, nel quale le sequenze del bombardamento erano montate con la ripresa della decapitazione di un autista egiziano, Mohamed Fawzy Abdel Al.
In quella prima diffusione l’ostaggio, prima di morire, confessava di essere una spia. L’uomo, che indossava una galabia a losanghe grigie ed era inginocchiato e con le mani legate dietro la schiena, commentava una inquadratura nella quale si vedevano di due piccole capsule metalliche, contenute in un blister di plastica. Secondo le parole dell’egiziano si trattava di strumenti tecnologici in grado di permettere l’individuazione di obiettivi da parte dei sistemi di puntamento degli aerei. Mohammed a quel punto affermava di aver lanciato lui stesso oggetti simili contro un gruppo di mujahiddin, subito dopo uccisi in un raid dell’aviazione statunitense. Seguivano le immagini della sua esecuzione.
Il Pentagono, in relazione al video dell’incursione dal cielo, ha affermato che esperti stanno studiando la sequenza per comprendere la dinamica dell’attacco di militari americani a “cittadini iracheni sconosciuti”. Il tenente colonnello Steven Boylan, del Combined Press Information Centre di Baghdad, per spiegare l’accaduto ha dichiarato: “Il pilota ha visto un gruppo di persone che usciva di corsa dal palazzo, girava l’angolo della strada e si dirigeva verso un gruppo di marines che stavano subendo un attacco. Quando il pilota ha chiesto cosa fare al comando di missione ha ricevuto l’ordine di aprire il fuoco, perché quelle persone erano gli aggressori dei militari americani”.
La ricostruzione è giudicata dal giornalista di Channel 4, che ha intervistato l’ufficiale Usa, poco verosimile. Nella prima parte del filmato, in campo largo, non si vedono marines attaccati, la folla non corre e non è possibile affermare che escano da un palazzo. Inoltre è poco logico pensare a un gruppo di guerriglieri in gruppo, a passeggio al centro di una strada e allo scoperto, mentre un caccia bombardiere li sta sorvolando. Il reporter di Channel 4 conclude sostenendo che il network ha fatto esaminare il documento filmato a due tra i massimi esperti di cose militari a Londra. I due tecnici hanno ritenuto improbabile la ricostruzione fatta da Boylan. Secondo un altro quotidiano inglese, ‘The Indipendent’, alcuni critici sostengono che l’episodio potrebbe configurarsi come crimine di guerra (Critics say it proves war crimes are being committed).
aFalluja bombe USA sui passanti: crimine di guerra Leggi l'articolo »
Enzo Baldoni come Antonio Russo: la loro vita per la verità «Dopo la morte di Enzo ci siamo chiusi nel nostro dolore ed abbiamo rifuggito interviste e partecipazioni. Quando però ci è giunto l’invito al premio Antonio Russo non abbiamo potuto rifiutare. Abbiamo trovato molto del nostro Enzo nella storia di Antonio. E, dunque, siamo qui. Grazie per averci dato una mano ad uscire fuori e a condividere l’amore per Enzo».
Raffaele Baldoni, fratello del freelance ucciso in Iraq, è visibilmente emozionato, fa fatica a pronunciare le parole davanti alla platea che assiste alla consegna dei premi per la terza edizione del premio Antonio Russo svoltosi a Francavilla al mare (Ch), nel quarto anniversario dalla morte del giornalista di radio Radicale.
La consegna del premio alla memoria ai fratelli di Baldoni (c’era anche la sorella) è stato il momento culminante della serata che ha visto una sfilata di grandi nomi del giornalismo di guerra.
La fondazione intitolata ad Antonio Russo (morto a 40 anni il 16 ottore 2000) è riuscita nel suo intento: quello di creare un evento a cadenza annuale che possa valorizzare e mettere in luce gli sforzi di tanti professionisti che ogni giorno “combattono” per cercare di far entrare nelle nostre case un po’ di verità in questi tempi in cui infuriano le guerre.
La giuria, composta fra gli altri, da Fausto Biloslavo (il Giornale), Aldo Forbice (Radio 1), Tony Capuozzo (Canale 5), ha premiato per la sezione video Pino Scaccia del Tg1, per la carta stampata l’inviata della Novaya Gazeta di Mosca, Anna Politkovskaya, per l’inviato di guerra radiofonico Ferdinando Pellegrini del Gr1, per la fotografia Marco Di Lauro di Getty Images. Infine il premio alla memoria ad Enzo Baldoni.
Pellegrini del Gr Rai: «Vorrei che ci fossero meno premi alla memoria di giornalisti. Vorrei che ci fosse più rispetto per i giornalisti in guerra, vorrei più giornalisti che come Antonio Russo, Mariagrazia Cutuli ed Enzo Baldoni continuino a cercare la verità, prima di tutto».
«Vorrei scrivere un libro sulle madri degli inviati», ha detto Scaccia del Tg1, «la mia ogni volta che parto mi dice “stai attento là c’è la guerra” ed io “mamma vado apposta altrimenti non ci andrei: faccio l’inviato di guerra”». Inoltre Scaccia ha consegnato ai fratelli di Baldoni una cassetta con le interviste che aveva realizzato al povero freelance ucciso in Iraq dopo il suo ferimento per lo scoppio di una bomba.
«In quella occasione ci siamo conosciuti», ha proseguito Scaccia, «da allora non ci siamo più lasciati ed è subito scoppiata una sintonia ed un’amicizia vera strappata solo dalla morte. Enzo mi aveva rimproverato bonariamente per averlo mandato a reti unificate su tutti i tg ed a lui promisi di fargli avere la cassetta originale. Non ho fatto in tempo a dargliela».
Il premio si è aperto con la proiezione di ampie sequenze de “L’inquilino di via Nikoladze” il film, voluto fortemente dopo un reportage sulla morte di Russo, del regista Massimo Guglielmi con Gianmarco Tognazzi che uscirà nelle sale nei prossimi mesi. Il film è una attenta e meticolosa ricostruzione sugli ultimi giorni di vita di Russo e fonda su documenti scovati la tesi dell’omicidio su commissione per eliminare «un giornalista che stava creando molti problemi a Mosca sulla questione Cecena».
Vorrei che ci fossero meno premi alla memoria di giornalisti Leggi l'articolo »
17/10 storie e reportage, IRAQ: Ecco Mohammed, il giovane iracheno cui Enzo Baldoni aveva promesso aiuto. Emergency lo ha cercato per più di un mese e finalmente lo ha trovato
14 ottobre 2004 – Mohammed è un ragazzo iracheno di poco più di venti anni che vive a Baghdad. Come molti della sua età si sposa giovane e aspetta il suo primo figlio quando la guerra arriva a devastargli per sempre la vita. Nel suo caso è un attacco statunitense a cambiare il corso delle cose, come capita a tanti iracheni. Mohammed vede morire la moglie e il bimbo che lei portava in grembo durante l’attacco e perde entrambe le gambe all’altezza delle ginocchia.
La sua storia è parte di una storia più grande. Quella di quasi tutti gli iracheni che, ininterrottamente dal 1980, anno della guerra tra l’Iran e l’Iraq, hanno avuto l’esistenza segnata dalla violenza e dalla morte. Dopo l’Iran è stata la volta dell’invasione del Kuwait e dell’attacco della coalizione guidata dagli Stati Uniti nel 1991. Poi dieci anni di embargo soffocante, fino al secondo attacco, nel marzo del 2003, da parte degli Usa e dei loro alleati.
Mohammed quindi non rappresenta certo un caso raro in un Paese come l’Iraq, ma un giorno di agosto del 2004, la sua vita cambia ancora. Questa volta in meglio. Tutto accade grazie all’amore per gli altri di un uomo venuto da lontano, venuto dall’Italia rischiando la vita per raccontare a quelli che la guerra la vedono solo in televisione la storia di tutti i Mohammed dell’Iraq.
Quell’uomo è Enzo Baldoni. Un pubblicitario di successo, un uomo che poteva godersi la vita lontano da chi sopravvive a fatica. Ma Enzo non era così. Il suo tempo libero amava spenderlo a raccontare le storie delle persone che vivono quotidianamente la tragedia della violenza. Colombia e Birmania, Chiapas e Timor Est, sempre dietro a tutti i Mohammed del mondo, sempre con la passione di scrivere per raccontarne le storie, magari in un blog (http://bloghdad.splinder.com/) su internet.
Così, il 6 agosto del 2004, Enzo parte per l’Iraq. Con un volo per organizzazioni non governative arriva a Baghdad da Amman, in Giordania. Alloggia all’hotel Palestine. Poi conosce Ghareeb, un giordano-palestinese di cui si fida e con cui decide di girare il Paese in fiamme. Il 9 agosto del 2004 parte a bordo della jeep Nissan di Ghareeb alla volta di Falluja, la città dove secondo le forze della coalizione si nascondono gli irriducibili della guerriglia, gli uomini di quel Abu al-Zarqawi che sarebbe l’uomo di Osama bin Laden in Iraq. Enzo e Ghareeb, durante il viaggio, fanno una sosta per ristorarsi a casa di alcuni amici del giordano. Qui Enzo conosce Mohammed.
”Lo so, di lettere così ne ricevi a dozzine, ma Mohammed, che vive in campagna, stava accompagnando la moglie a partorire giusto mentre gli americani stavano entrando a Baghdad. Un Bradley (carro armato leggero ndr) ha cannoneggiato l’ambulanza. Mohammed è stato sbalzato fuori senza le gambe e ha visto la moglie morire bruciata con il bambino che stava nascendo. Una qualche associazione benefica gli ha dato due piedi spaiati, un 37 e un 38, e gli manca una rotula. Si può fare qualcosa per questo ragazzo di Baghdad che mi sono preso a cuore? Si è appena risposato. Lui ha un sorriso che riempie il cuore d’allegria, ma la nuova moglie si vergogna di presentarlo ai genitori senza gambe. Ti abbraccio”, firmato Enzo Baldoni.
Il destinatario della mail è Teresa Sarti, presidente della ong italiana Emergency, che si occupa da sempre delle vittime civili dei conflitti ed è presente da nove anni in Iraq. L’associazione si mobilita e promette ad Enzo che Mohammed avrà le sue protesi. Mette in contatto il reporter italiano con il centro di riabilitazione che Emergency gestisce a Sulaymania, nel nord dell’Iraq. Lì potranno prendersi cura di Mohammed, e lui potrà camminare, e con due piedi della stessa misura. Per potersi sposare. E perché tutti devono poter camminare.
“Sei un angelo, Teresa. Provvederò personalmente a trasportare Mohammed a Sulaymania e a procurarmi tutti i lasciapassare. (Scusami: in questo momento mi stanno venendo i lucciconi. Stupida emotività)”, risponde Enzo, allegando una foto che arriva dritto al cuore, una foto in cui lui e Mohammed sono seduti vicino e tengono in mano le due protesi spaiate. Ma soprattutto sorridono, sorridono della follia della morte e della follia della vita, dove degli stranieri ti tolgono tutto e degli altri stranieri ti restituiscono la vita.
Nell’attesa di poter organizzare il viaggio al nord, Baldoni va a Najaf, dove la guerra divampa e si combatte per le strade, e la gente stremata ha bisogno d’aiuto. È il 15 agosto quando Enzo, assieme ad un convoglio umanitario, arriva a Najaf. Il 16 agosto Baldoni è nuovamente a Baghdad: si è lussato una spalla e teme di dover interrompere il viaggio. Il 19 agosto un nuovo convoglio di aiuti, con a bordo persone e materiali della Croce Rossa Italiana, che Enzo aveva fortemente voluto e sollecitato, parte per Najaf. Enzo è con loro. Da questo momento in poi tutto è avvolto dal mistero. Per il settimanale Diario, con il quale Enzo collaborava, il convoglio arriva a Najaf. Per gli organizzatori della Croce Rossa Internazionale si è fermato a Kufa (circa 15 chilometri da Najaf). Sulla via del ritorno, nei pressi di Mahmudiya, una mina esplode sotto la macchina che apriva il convoglio. E sulla quale viaggiavano proprio Enzo e Ghareeb.
Quello che sembra ormai certo è che il convoglio prosegue per Baghdad per motivi di sicurezza. Ghareeb muore nell’esplosione. Enzo viene rapito e per cinque giorni non si hanno sue notizie. La Croce Rossa e il governo italiano sanno che si tratta di un rapimento o quanto meno che qualche cosa di drammatico è accaduto, ma per il momento accreditano la versione dello sprovveduto che si è avventurato in Iraq privo anche di un telefono satellitare.
Il 24 agosto 2004 viene recapitato alla televisione al-Jazeera un video di Baldoni in cui il rapimento viene rivendicato da un gruppo che si fa chiamare ‘Gruppo Islamico dell’Iraq’. I sequestratori chiedono il ritiro del contingente italiano dall’Iraq entro 48 ore, altrimenti uccideranno Enzo.
Seguono ore terribili, scandite dagli appelli di Guido e Gabriella, i figli di Enzo, che chiedono di liberare “un uomo di pace”.
Il 26 agosto 2004 arriva la notizia più temuta: Enzo Baldoni è stato assassinato. Prima si parla di un video, ma poi si avrà solo una fotografia sbiadita. Nessuna notizia del cadavere di Enzo. E’ l’ora del dolore e del cordoglio.
Intanto in Iraq un uomo di nome Hawar, un curdo che da anni lavora con Emergency, non si dà per vinto. Ha una promessa da mantenere. Fa stampare un manifesto con la foto di Mohammed. Migliaia di copie vengono distribuite in tutto il Paese. Fa pubblicare annunci su quei pochi giornali che riescono a circolare nonostante la guerra. Manda annunci alle televisioni, alle radio. Arriva una prima telefonata al numero che viene dato per eventuali segnalazioni. “Lo conosco”, dice una persona, “si trova ad al-Amarah”.
La persona dà anche un numero di telefono. Hawar tenta in tutti i modi di comunicare con questo numero, ma tutto è difficile nell’Iraq della guerra. Allora chiama un amico d’infanzia che vive a Najaf e gli chiede di andare di persona a controllare. Sherazade, questo il nome dell’amico di Hawar, parte alla volta di al-Amarah, ma al suo arrivo trova un’inaspettata sorpresa: il numero corrisponde al locale comando dei pompieri.
In questa località Sherazade mostra la foto di Mohammed e un pompiere gli risponde che sa dove si trova il ragazzo, anche se nessuno può dire chi ha telefonato ad Emergency. Chiede all’amico di Hawar di tornare il giorno dopo. Il pompiere si presenta con un altro ragazzo. Si chiama anche lui Mohammed e anche lui non ha le gambe. E’ parte anche lui di quella storia più grande, Emergency può aiutarlo e lo farà. Ma non è il Mohammed di Enzo. Hawar non si rassegna e non smette di cercare e fa trasmettere un appello da alcune televisioni locali. “Se non funziona neanche questo”, decide Hawar, “mi rivolgerò ad al-Jazeera”.
In tanto Sherazade viene mandato a Nassirya, dove c’è il contingente italiano. Enzo lì lo hanno conosciuto tutti, magari qualcuno sa qualcosa di Mohammed. Nessuna informazione dai militari, nessuna informazione dalla Croce Rossa, nessuno dei tanti autisti di taxi che vanno fuori città ha mai visto il ragazzo .
In compenso arrivano molte telefonate: tutti si presentano come Mohammed, tutti dicono di essere amici di Enzo. Tutti hanno bisogno di gambe. Hanno ragione Enzo e tutti quelli che la pensano come lui: in guerra ci sono tanti Mohammed da aiutare, tanti Mohammed di cui raccontare la storia. Emergency fa quello che può per tutti loro e non dimentica che c’è una promessa da mantenere.
Hawar decide di spostare il raggio delle ricerche nella zona di Baghdad. Coinvolge nelle ricerche tutta la famiglia. E’ un suo parente a girare tutto il cosiddetto triangolo sannita, esponendosi a un grave rischio personale. Tutti gli ospedali di Baghdad, Falluja e Ramadi, ma di Mohammed nessuna traccia.
Jamal ha un’intuizione: l’unico che può sapere qualcosa è il ‘mukhtar’. In un Paese devastato da una guerra terribile, il mukhtar è una sorta di capo-rione, l’unica autorità realmente riconosciuta. Magari quest’autorità è legata solo ad un quartiere, ma è risolutiva.
Proprio il mukhtar di un sobborgo di Abu Ghraib, nei pressi di Baghdad, è l’uomo giusto. Ieri Hawar, che si trova a Milano, viene raggiunto dalla telefonata. “L’ho trovato!!!”, urla trafelato al telefono, “Chi? Chi hai trovato?”, risponde basito Hawar, “Mohammed, ho trovato Mohammed!!!”
Una gioia incontenibile. Subito parte la procedura per portare il ragazzo nelle strutture di Emergency, a Suleymania. Da Abu Ghraib hanno avvisato a Baghdad e da qui hanno chiamato al nord, dove c’è l’ospedale di Emergency. Per parlare direttamente con Mohammed si dovrà aspettare. Hawar non sta più nella pelle, ma trova la lucidità per dire: “Devo telefonare a Giusi. Lo voglio fare io”. Giusi è la compagna di Enzo, è giusto che sia lei la prima a sapere. Hawar la chiama dalla nostra redazione. “Hi Giusi, I’m Hawar, Emergency. Do you remember of Mohammed? We found him”. Certo che Giusi ricorda, ricorda quanto l’uomo della sua vita si era affezionato a Mohammed.
Teresa Sarti e tutta Emergency accolgono con emozione la notizia. Si telefona subito a Enrico Deaglio, il direttore di Diario. Deve saperlo anche lui, che a Enzo voleva bene. Dopo più di un mese, ecco Mohammed. Adesso è a Sulaymania. E’ stato visitato, ha già cominciato la riabilitazione. Avrà le sue protesi, potrà presentarsi alla moglie. Del corpo di Enzo Baldoni ancora nessuna traccia, ma una promessa fatta ad un amico è stata mantenuta.
www.emergency.it
sorridono della follia della morte e della follia della vita, Leggi l'articolo »
Microcredito: regina Rania lo promuove per donne
di Gabriella Meroni (g.meroni@vita.it)
13/10/2004
Stando alle statistiche del Fondo Microcredito per le Donne, sono attualmente attivi in Giordania 11.733 prestiti
La regina Rania di Giordania, strenua sostenitrice e promotrice delle politiche di micro-finanziamento, ha suggerito la creazione di ”incubatrici di affari”, luoghi cioe’ dove piu’ titolari di un prestito possano lavorare insieme, dividere le spese (elettricita’, acqua e attrezzature) e quindi ridurre i costi. La proposta e’ stata discussa in occasione del Summit sul Microcredito per il Medio Oriente e l’Africa, tenutosi ad Amman, nella sezione riservata ai prestiti per le donne.
Molte di esse hanno infatti evidenziato la difficolta’ di lavorare in casa e di quantificare e separare i costi produttivi da quelli familiari. Lo spazio comune suggerito dalla sovrana, che vuole essere anche un luogo di incontro, di scambio e di arricchimento di idee, e’ gia’ stato sperimentato nella capitale e dovrebbero nascerne di piu’ e in piu’ luoghi per ovviare alle difficolta’ e incrementare i guadagni, secondo la regina.
Stando alle statistiche del Fondo Microcredito per le Donne, sono attualmente attivi in Giordania 11.733 prestiti. I 19.628 clienti registrati nel corso del 2003 hanno utilizzato tali finanziamenti per avviare attivita’ commerciali nel 67,17% dei casi e per la produzione di articoli artigianali tradizionali nel 18,7%. Il 98,5% dei richiedenti sono donne. Le micro-imprenditrici presenti al Summit guadagnavano in media 117 euro al mese prima di accedere al credito. Oggi il loro guadagno oscilla tra i 225 e i 2.352 euro mensili
www.vita.it
La bellissima regina Rania di Giordania promuove il microcredito Leggi l'articolo »
Indipendenza dal petrolio?
La risposta potrebbe essere nelle auto ibride (elettriche e
a benzina). Se nel prossimo decennio convertissimo il
parco macchine degli USA con auto ibride, potremmo
ridurre i consumi di benzina della meta’. E questo senza
limitare gli spostamenti, i km percorsi e il numero di
auto in circolazione.
Attualmente il mercato offre diversi modelli ibridi: la
Toyota Prius, la Honda Insight e la Honda Civic.
La Ford ha appena messo sul mercato il modello ibrido
della SUV Escare e la Honda sta per lanciare la versione
ibrida della sua Accord Sedan. La General Motors ha
invece consegnato 235 bus ibridi alla citta’ di Seattle.
Il modello migliore fra tutti sembrerebbe essere la
Toyota Prius, 100 km (in citta’ e in autostrada) con 4,28
litri di benzina.
auto ibride Leggi l'articolo »
Notizie
Il Papa e la Ferrari
Il Papa con una Ferrari? Luca di Montezemolo ha affermato che succederà. Sabato, il Pontefice Giovanni Paolo II festeggerà il suo 26° anno a capo della Chiesa Cattolica, e il presidente della Ferrari ha dichiarato che il team campione del mondo di F1 vuole celebrare l’occasione. “Costruiremo una Ferrari di Formula 1 speciale per il papa,” ha dichiarato a un reporter in visita al Vaticano, secondo l’agenzia di stampa AFP.
Un portavoce della Ferrari ha rivelato che la vettura del Papa sarà una versione in scala ridotta dell’attuale F2004 di Michael Schumacher. Montezemolo e il Papa si sono incontrati prima, nel 1990, quando Giovanni Paolo II fece un giro della pista di Fiorano su una Ferrari.
A Cristo neanche un passaggio durante la via crucis.. Leggi l'articolo »
risultati di una ricerca svedese
Più tumori all’orecchio con il cellulare
Il rischio di neuroma acustico aumenta di quattro volte nelle persone che usano il cellulare da oltre 10 anni
STOCCOLMA
www.corriere.it
– L’uso del cellulare per più di dieci anni aumenta il pericolo di sviluppare tumori benigni al nervo acustico. Lo afferma una ricerca condotta dall’Istituto svedese di medicina ambientale (Imm).
«Quando abbiamo preso in esame il lato della testa su cui viene di solito tenuto il telefono» si legge in una nota dell’istituto, «abbiamo scoperto che il rischio di neuroma acustico era quattro volte più alto rispetto al lato su cui non viene poggiato l’apparecchio».
LA RICERCA – Lo studio, che ha preso in esame 750 persone, tra cui 150 con neuroma acustico, è stata condotta usando solo telefoni Tacs (vecchia generazione) e non è attendibile sui Gsm. Inoltre deve essere confermata da altri studi – come hanno sottolineato all’Imm – prima di poter giungere a conclusioni. I neuroma non sono letali, ma possono crescere fino a sviluppare una massa che preme sul cervello.
l’uso di telefoni cellulari provoca tumori Leggi l'articolo »
Washington, 20:28 Iraq, 19 riservisti Usa si ammutinano: no a missione suicida
Diciannove soldati americani si sono rifiutati di partecipare a una azione di trasporto che consideravano “una missione suicida”: i veicoli erano usurati e la protezione inesistente. I militari ribelli appartengono alla Compagnia 343 formata da riservisti incaricati di trasportare carburante, viveri e bevande alle unità americane dislocate in zone di combattimento.
I diciannove, che avevano protestato in precedenza per le cattive condizioni dei veicoli disponibili, si sono rifiutati di presentarsi mercoledì mattina a un punto di riunione nella base militare di Tallil. Da qui avrebbero dovuto raggiungere, con un convoglio di cisterne protetto da altri veicoli militari, la cittadina di Taji (a nord di Baghdad) per consegnare il combustibile
www.repubblica.it
ammutinamento di soldati americani Leggi l'articolo »
Good news, very very good
Jeb Bush, fratello del presidente George W. Bush e governatore della Florida fino al 2006, ha dichiarato che non si candidera’ alla presidenza degli Stati Uniti nel 2008.
(www.worldnews.com)
Jeb Bush non si candidera’ alla presidenza degli usa nel 2008 Leggi l'articolo »
Un sito da cui compare artigianato africano per sostenere le persone che vivono nella baraccopoli di Korogocho, a Nairobi. L’idea è venuta a un’associazione di Rovereto, Tam Tam per Korogocho, in supporto a un’altra associazione di Nairobi.
“Nairobi, la capitale del Kenya, è la prima città del mondo per numero di baraccati. E’ un numero enorme, oltre 2 milioni di persone che vivono nel 5% della terra disponibile.
Korogocho è la terza baraccopoli di Nairobi per grandezza, al suo interno vivono oggi circa 200 mila persone. Lo slum confina con la discarica di Dandora dove confluiscono i rifiuti di tutta l’area urbana di Nairobi e che costituisce una tragica risorsa per i numerosi “cercatori” che vivono grazie alla loro attività di recupero e separazione dei rifiuti.
Da oltre 10 anni all’interno dello slum è nato il BEGA KWA BEGA (espressione kiswahili che significa “spalla a spalla”). Si tratta di una cooperativa che coordina il lavoro dei gruppi di auto-aiuto impegnati nella produzione di prodotti artigianali di varia natura, alla ricerca di una via di uscita dalla disperata situazione della baraccopoli.
Attualmente il BKB è formato da 4 gruppi: Mama Vyondo, Dolls, Kochkanga e Udada che producono, coinvolgendo complessivamente circa 60 persone, cesteria e borsetteria varia utilizzando sisal, foglie di banano e stoffe tradizionali africane, borsetteria kikoy e borsetteria con stoffe tye and dye, magliette e tovaglie tye and dye e batik, collane e bigiotteria tradizionale africana.
L’Associazione Tam Tam per Korogocho di Rovereto che da alcuni anni cerca di affiancare le persone dello slum nel loro difficile cammino di riscatto, ha realizzato ora un sito web [www.begakwabega.com] dove, oltre alla storia della cooperativa e dei singoli gruppi, è possibile scoprire, in foto, i vari prodotti realizzati e tenersi informati sulle vicende di queste piccolo angolo di mondo africano. Il sito ospita anche delle pagine in inglese nel tentativo di far conoscere la realtà di Korogocho ad un pubblico più ampio di quello italiano già sensibilizzato dall’azione di p. Alex Zanotelli che vi ha testimoniato la propria missione fino a pochi mesi fa e di p. Daniele Moschetti e Gino Filippini che continuano l’esperienza di condivisione all’interno della baraccopoli.
Nel sito si trovano anche i collegamenti con tutti gli aggiornamenti e gli sviluppi della campagna “W Nairobi W” che è stata lanciata all’inizio del 2004 relativamente al problema degli sfratti dagli slums di Nairobi, e tutte le informazioni sugli strumenti disponibili per approfondire la conoscenza del problema: dalle cassette VHS e DVD, al libro fotografico, alla grande mostra fotografica composta da oltre 60 pannelli”.
L’associazione di Rovereto invita a navigare su www.begakwabega.com per camminare per alcuni istanti sulle strade polverose della baraccopoli kenyana e per conoscere quanto di positivo possa nascere anche da una realtà difficile ed estrema come quella di Korogocho
www.vita.it
L’Associazione Tam Tam per Korogocho: sito BEGA KWA BEGA nairobi Leggi l'articolo »
Thomas Jefferson
18/10/2004
“La nostra libertà dipende dalla libertà di stampa, ed essa non può essere limitata senza che vada perduta.”
Thomas Jefferson
troppo tardi jefferson…
Thomas Jefferson Leggi l'articolo »