Acrassicauda: Metallari a Baghdad

Rock
Metallari a Baghdad

Diciotto mesi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein”, scrive il mensile britannico Q, “una nuova generazione di band sta importando in Iraq la musica occidentale”.

Capofila di questo nuovo movimento musicale sono gli Acrassicauda, gruppo heavy metal che si ispira ai Metallica e il cui nome significa “scorpione nero”. Secondo il giovane bassista Firas Allatif le persone di una certa età continuano a non amare la loro musica perché sono convinti che sia una cosa diabolica, ma il giornalista Muhammed Haydar spiega che le loro canzoni sono uno specchio fedele della rabbia e del risentimento che provano i giovani iracheni.

Una rabbia che risale ai tempi in cui il regime baathista li obbligava a chiedere permessi speciali per esibirsi in pubblico e in cui i dischi statunitensi e britannici erano banditi. Se durante gli anni di Saddam alcuni di questi musicisti sono addirittura finiti in carcere, accusati di proporre valori antinazionali, non è che adesso ci siano troppi motivi di gioire: in questo periodo ascoltare musica non è la prima preoccupazione dei giovani iracheni. “Tuttavia, tutte queste giovani band hanno una cosa in comune: la determinazione”, conclude Haydar

www.internazionale.it

Acrassicauda: Metallari a Baghdad Leggi l'articolo »

Annetta Flanigan, Shqipe Hebibi, Nayan,

Al Jazeera ha trasmesso un video con i tre dipendenti dell’Onu, due donne e un uomo, sequestrati giovedì a Kabul. I tre, l’irlandese Annetta Flanigan, la kosovara Shqipe Hebibi e il diplomatico filippino Angelito Nayan, sono stati mostrati accovacciati, coi volti stanchi e tesi, con un terrorista col volto coperto accanto. Gli autori del sequestro, appartenenti a Jaishul Muslimeen (L’esercito musulmano), un gruppo di Taliban, hanno fissato un ultimatum di 72 ore perché le forze straniere lascino l’Afghanistan; l’Onu cessi le sue attività nel Paese; il governo delle Filippine condanni l’operato delle Nazioni unite e “l’invasione dell’Afghanistan da parte di force straniere”; e gli americani rilascino i Taliban e i militanti di al Qaeda detenuti in patria e nella base americana di Guantanamo Bay, a Cuba. Il mullah Mohammad Ishaq, portavoce del gruppo, ha minacciato che se alla scadenza dell’ultimatum, le 12 di mercoledì (le 8.30 ora italiana), le condizioni non saranno state soddisfatte i governi dei Paesi da cui provengono i tre ostaggi “assisteranno” alla loro morte.

Annetta Flanigan, Shqipe Hebibi, Nayan, Leggi l'articolo »

Risarcimenti al contrario di Naomi Klein

Da quando Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti di guerra alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite. La maggior parte di questi pagamenti – il 78%– è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo “risarcimenti” dall’Iraq: Halliburton, Bechtel, Mobil, Shell, Nestle, Pepsi, Philip Morris, Sheraton, Kentucky Fried Chicken e Toys R Us. Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto le loro proprietà – ma solo di “aver perso profitti” o, come nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”.

La prossima settimana qualcosa smaschererà la moralità capovolta che c’è dietro l’invasione e l’occupazione dell’Iraq. Il 21 ottobre l’Iraq pagherà ad alcuni tra i paesi e alle multinazionali più ricche del mondo 200 milioni di dollari per risarcimenti di guerra.

Sembra essere un passo indietro, e in effetti lo è. Agli iracheni non sono mai stati concessi risarcimenti per nessuno dei crimini che hanno subito sotto Saddam, o per il regime di sanzioni brutali che hanno spazzato via le vite di almeno mezzo milione di persone, o per l’invasione, guidata dagli Stati Uniti, che il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha recentemente definito “ illegale”. Anzi, gli iracheni sono ancora obbligati a pagare risarcimenti per crimini commessi dal loro ex dittatore.

Indipendentemente dallo schiacciante debito nazionale di 125 miliardi di dollari, l’Iraq ha pagato 18,8 miliardi di dollari di risarcimenti a causa dell’invasione e dell’occupazione del Kuwait, nel 1990, da parte di Saddam Hussein. Ciò non è di per sè sorprendente: Saddam acconsentì a risarcire i danni provocati dall’invasione stessa come condizione per il cessate il fuoco che, nel 1991, mise fine alla guerra del Golfo. Più di cinquanta paesi ne hanno fatto richiesta, con la maggior parte del denaro assegnato al Kuwait. Ciò che è sorprendente è che i pagamenti da parte dell’Iraq siano continuati persino dopo la sconfitta di Saddam.

Da quando, in aprile, Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite (UNCC), lo pseudo-tribunale con sede a Ginevra che valuta le richieste ed eroga il denaro. Di questi, 37 milioni di dollari sono andati alla Gran Bretagna e 32,8 milioni agli Stati Uniti. Benissimo: negli ultimi 18 mesi gli invasori dell’Iraq hanno riscosso, dalla gente disperata di cui occupano il territorio, 69,8 milioni di dollari di risarcimenti. Ma c’è di peggio: la maggior parte di questi pagamenti – il 78 per cento – è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali.

Senza alcuna critica da parte dei media, questa situazione sta andando avanti da anni. Naturalmente, molte delle richieste che sono state sottoposte al giudizio dell’UNCC sono per perdite legittime: alcuni risarcimenti sono stati assegnati a kuwaitiani che hanno perso familiari o proprietà o che sono stati mutilati a causa dell’esercito di Saddam. Ma erogazioni ben più cospicue sono andate a multinazionali– solo all’industria petrolifera sono andati, del totale che l’UNCC ha distribuito per i risarcimenti della guerra del Golfo, 21,5 miliardi di dollari. Jean-Claude Aimé, il diplomatico delle Nazioni Uniti che ha guidato l’UNCC fino al dicembre del 2000, ha pubblicamente contestato tale prassi:“Questa è, per quanto ne sappia, la prima volta che le Nazioni Unite sono impegnate a far recuperare alle multinazionali le perdite di beni e profitti”, ha dichiarato al Wall Street Journal nel 1997, e poi ha osservato: “Mi chiedo spesso se tutto questo sia giusto”.

Tuttavia, gli esborsi alle multinazionali da parte dell’UNCC si sono solo velocizzati. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo contributi di “risarcimento” dall’Iraq: Halliburton (18 milioni di dollari), Bechtel (7 milioni di dollari), Mobil (2,3 milioni di dollari), Shell (1,6 milioni di dollari), Nestle (2,6 milioni di dollari), Pepsi (3,8 milioni di dollari), Philip Morris (1,3 milioni di dollari), Sheraton (11 milioni di dollari), Kentucky Fried Chicken (321 migliaia di dollari) e Toys R Us (189.449 dollari). Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto loro proprietà in Kuwait – ma solo di “aver perso profitti” o, nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”, a causa dell’invasione e occupazione del Kuwait. La Texaco che, nel 1999 ha ricevuto 505 milioni di dollari, è stata una tra le maggiori trionfatrici. Secondo un portavoce dell’UNCC, solo il 12 per cento di questi indennizzi è stato pagato, il che significa che ancora centinaia di milioni devono uscire dalle casse dell’Iraq dopo Saddam.

Il fatto che gli iracheni debbano pagare risarcimenti ai loro occupanti è ancora più scioccante se inserito nel quadro di quanto poco questi paes abbiano effettivamente speso in aiuti all’Iraq. Il Washington Post stima che, nonostante i 18,4 miliardi di dollari di tasse degli Stati Uniti destinati alla ricostruzione dell’Iraq, ne siano stati usati, globalmente per acqua, fognature, sanità, strade, ponti e sicurezza pubblica solo 29 milioni. E a luglio (ultima cifra disponibile), il Dipartimento della Difesa stimava che, per compensare quegli iracheni che, come risultato diretto dell’occupazione, erano rimasti feriti o che avevano perso membri della famiglia o proprietà, erano stati spesi solo 4 milioni di dollari; una minima parte di quanto gli Stati Uniti hanno ricevuto come risarcimento dall’Iraq da quando ne è cominciata l’occupazione.

Per anni ci sono stati reclami a proposito di un possibile uso dell’UNCC come fondo nero per le multinazionali e gli emirati ricchi di petrolio – un sistema poco chiaro delle corporation per recuperare quei soldi che, a causa delle sanzioni contro l’Iraq, guadagnavano con più difficoltà. Questi argomenti hanno, per ovvie ragioni, ricevuto poca attenzione durante gli anni del regime di Saddam.

Ma ora Saddam non c’è più e il fondo nero sopravvive. E ogni dollaro mandato a Ginevra è un dollaro non speso per aiuti umanitari e per la ricostruzione dell’Iraq. Per di più se l’Iraq del dopo-Saddam non fosse obbligato a pagare questi risarcimenti, potrebbe essere evitato il prestito d’emergenza di 437 milioni di dollari che il Fondo Monetario Internazionale ha approvato lo scorso 29 settembre. Nonostante le mobilitazioni per il condono del debito iracheno, il paese viene, invece, ancora più affossato in quanto obbligato a prendere soldi in prestito dal FMI, e ad accettare tutte le condizioni e le restrizioni che ne conseguono. L’UNCC, nel frattempo, continua a valutare le richieste e a concedere nuovi indennizzi: soltanto il mese scorso sono stati concessi, a fronte di nuove richieste, 377 milioni di dollari.

Fortunatamente c’è un modo semplice per porre fine a questi grotteschi sussidi alle multinazionale. In ottemperanza alla risoluzione n.687 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha creato il programma dei risarcimenti, i pagamenti da parte dell’Iraq devono “tenere in conto le esigenze del popolo iracheno, la capacità di pagare dell’Iraq e le necessità dell’economia irachena”. Se uno solo di questi tre punti fosse preso veramente in considerazione, il Consiglio di Sicurezza voterebbe subito per mettere fine a questi ingenti esborsi.

E la richiesta del Jubilee Iraq, un’organizzazione di Londra per la cancellazione del debito, è questa. Il gruppo sostiene che i risarcimenti siano dovuti alle vittime di Saddam Hussein, tanto in Iraq quanto in Kuwait. Ma che non dovrebbero essere pagati dalla popolazione irachena, che è stata la vittima principale di Saddam. I risarcimenti dovrebbero essere invece a carico di quei governi che hanno prestato miliardi a Saddam, pur sapendo che il denaro sarebbe stato speso per acquistare armi per intraprendere una guerra contro i propri vicini e la propria gente. “Se negli affari internazionali prevalesse la giustizia, e non il potere, allora gli stessi creditori di Saddam risarcirebbero il Kuwait, e anche il popolo iracheno”, dice Justin Alexander, coordinatore di Jubilee Iraq.

Adesso sta succedendo esattamente l’opposto: i risarcimenti, invece di affluire in Iraq, stanno defluendo. È tempo che il flusso cambi direzione.
Traduzione di Antonella Acquisti per Nuovi Mondi Media

Risarcimenti al contrario di Naomi Klein Leggi l'articolo »

Monica Guerritore e il cuor di leone Giorgio Panariello

 NEWS – Censura infinita: ora è il turno di Monica Guerritore

 STEFANO SANTACHIARA

 

Prosegue la tragicommedia del regimetto. Oltre alla satira politica di Paolo Hendel (stasera sarà ospite, bavagli dell’ultim’ora permettendo, del programma di Serena Dandini, “Parla con me” ore 23, RaiTre), nel programma di Panariello non si può recitare un testo di Franca Rame.
E dalla famosa canzone di Fossati “Dedicato” deve sparire la strofa che dice “ai politici da fiera”. E’ questo il surreale diktat imposto a Monica Guerritore, la quale dopo un pomeriggio di prove a Montecatini ha deciso di andarsene. “Volevo recitare il monologo di Franca Rame che racconta una donna che ritorna a casa e fruga nella borsa alla ricerca delle chiavi senza trovarle e comincia a ricordare tutto quel che ha fatto nella sua giornata troppa piena. E scopre di aver dimenticato anche il latte, il figlio…” racconta oggi la Guerritore prima di aggiungere: “Franca era contentissima, diceva “.

Ma quell’innocuo monologo non andava bene: la logica della censura ad personam si applica anche in modo indiretto agli assenti.
“Volevo cantare la canzone di Fossati”, prosegue Monica Guerritore, “ma Panariello voleva cantare con me e quindi hanno fatto scorrere il gobbo con il testo. Quando siamo arrivati alla strofa che dice “dedicato ai politici da fiera” sul gobbo c’era invece “dedicato alla faccia che ho stasera”. Ho detto è sbagliato, vi ho portato io il testo, è diverso”. Non essendo presente alle prove nessuno della direzione Rai, forse Monica Guerritore avrà creduto per un momento di dover improvvisare una parodia della censura, come i vecchi sketch di Gianni Agus e Raimondo Vianello dove si depennavano parole come “politici” e “sesso”, ma ben presto si è accorta della grottesca realtà.

Pare infatti che il cuor di leone Giorgio Panariello, che in comune con Benigni, Pieraccioni, Hendel, Riondino ha solo la terra d’origine, abbia preferito sostituire le parolette incriminate e offensive per i nostri optimates: politici da fiera.
Un accostamento terrorizzante per chi nel servizio privato CensuRai ormai vive sull’orlo di una crisi di nervi.
Pensare alle facce dei poveri censori quando martedì sera a Ballarò Paolo Hendel ha introdotto la puntata parlando di Giustizia, avvo-deputati alla Taormina (“Da Cogne a Saddam, la linea difensiva? E’ stato il vicino”), leggi tendenti all’impunità e inginocchiandosi al cospetto del Ministro Castelli in persona (“Lei ha salterellato al grido di . E’ finlandese, per caso?”). Roba da crisi isterica. Urgeva reazione uguale e contraria per salvare l’immagine e la posizione dell’Italia nel mondo, tuttora forte del 53esimo posto in coabitazione con Panama e subito dietro Paraguay e Ghana nelle classifiche internazionali sulla libertà d’informazione.

E così la censura del regimetto non lascia, ma raddoppia: in una sola serata, la serata principe della rete ammiraglia col programma nazional-popolare più seguito, mette il bavaglio al comico Hendel e all’attrice Monica Guerritore, che ora si trovano in buona compagnia con Enzo Biagi, Daniele Luttazzi, Michele Santoro, Sabina Guzzanti, Ferruccio de Bortoli, Marco Travaglio, Paolo Rossi, Indro Montanelli, Massimo Fini, Oliviero Beha, Beppe Grillo e gli altri. Chissà se anche Monica Guerritore rientrerà nella categoria dei “professionisti del martirio” coniata dal fine pensatore Aldo Grasso. Come infatti ricordava ieri nell’articolo “Video e Bavagli” sul Corriere della Sera, si tratterebbe di coloro che “allestiscono programmi cosi brutti e settari da cercare apposta un pretesto per giocare a fare le vittime”.
Il geniale Grasso applica infatti il cerchiobottismo alla censura, come se si parlasse di tasse e di pensioni, dipingendo chi fa censura e chi la subisce (o la denuncia) come opposti estremismi, equilontani dal buonsenso di ogni buon moderato.
Spremute le meningi, trova anche il tempo per dire: “Buttiamola in ridere: se c’è una censura significa che c’è ancora scontro, ancora qualcosa su cui esercitare la censura. C’è un futuro. Meglio che niente. Meglio che l’indifferenza assoluta. Orribile è solo il bavaglio spalmato di miele”. Non ha colpa: il concetto di censura è più grande di lui

Monica Guerritore e il cuor di leone Giorgio Panariello Leggi l'articolo »

enzo due mesi fa

“Mi sa che, come diceva Graham Greene nel Tranquillo Americano, non sono adatto a fare il giornalista – al massimo il reporter. Come uomo, ho il cuore infranto. Come reporter, ho un culo incredibile. E in fondo non è così sicuro che i reporter siano uomini.” Enzo B. – Reporter

enzo due mesi fa Leggi l'articolo »

atrocità dei coloni, ucciso pastore dissanguato

I coloni hanno impedito di soccorrere in tempo il palestinese assassinato ieri
 
Tel Aviv, – Stando al quotidiano Haaretz, il palestinese assassinato ieri da un colono in un insediamento illegale nei Territori occupati della Cisgiordania era già morto all’arrivo dell’ambulanza, perché i complici dell’assassino, altri coloni, hanno impedito ai soccorsi di arrivare in tempo. Tra coloni e soldati, giunti sul luogo, ci sarebbero stati persino dei tafferugli. 

pare che il palestinese ucciso, un ragazzo di 18 anni, si si avicinato agli insediamenti per riprendere delle pecore che stava pascolando

atrocità dei coloni, ucciso pastore dissanguato Leggi l'articolo »

Arafat, the family

costretto alla prigionia dall’esercito israeliano fra le macerie di un palazzo distrutto a Ramallah,
per 4 anni Arafat non ha potuto incontrare la moglie Suha e la figlia Zahva.
 
Ha ricevuto ieri la loro visita  dinnanzi al suo capezzale.
 
ma pare troppo tardi.

Arafat, the family Leggi l'articolo »

Arafat ricoverato a Parigi. I medici parlano di «problemi nel sangue»

L’immagine è di quelle che segnano la fine di un epoca e il tramonto di un leader. A mandarla in onda è la televisione palestinese. Abu Ammar ha smesso la divisa e la kefyah a cui da sempre era legata la sua immagine: quella del condottiero vincente, del simbolo vivente dell’irredentismo palestinese. Agli occhi di palestinesi, israeliani, del mondo intero appare un Arafat magro ma sorridente, con una barba bianca, seduto fra i suoi medici. Indossa un pigiama azzurro e un berretto. Sarà quest’uomo malato, costretto sulla sedia rotelle, che stamani alle 6:30 abbandonerà la Muqata, il quartier generale di Ramallah dove, su imposizione di Israele, l’anziano raìs ha vissuto come un prigioniero per quasi tre anni. Ad attenderlo, nel piazzale del compound, ci saranno due elicotteri dell’aviazione militare giordana che porteranno Arafat e il suo seguito ad Amman, dove l’anziano raìs sarà imbarcato su un areo francese alla volta di Parigi. Ed è lì, in un ospedale della capitale francese, che «Abu Ammar» combatterà l’a più difficile tra le battaglie, quella tra la vita e la morte.

 

Ad accompagnarlo in questo «viaggio della speranza» è la moglie Suha, giunta ieri pomeriggio da Parigi dove vive da tempo. Le telecamere delle televisioni di mezzo mondo hanno seguito a lungo la sua automobile con le tendine chiuse che lasciavano trapelare solo qualche ombra. Il presidente palestinese e sua moglie non si vedevano da quasi quattro anni, dall’esplosione della seconda Intifada. Israele ha dato il suo assenso al trasferimento del raìs gravemente malato e sarebbe disposto, dichiara Dov Weisglass, capo di gabinetto del premier Ariel Sharon, anche a consentire ad Arafat di rientrare nei Territori. In Cisgiordania e Gaza però non pochi ritengono che questo sia l’ultimo viaggio del presidente. È una folla muta di palestinesi con il volto segnato dalla tristezza e rigato dalle lacrime, quella riunita dall’altra notte davanti all’ufficio di Arafat in attesa di informazioni più precise sulle condizioni di salute dell’anziano raìs. Le notizie confortanti, su lievi segni di ripresa mostrati dal settantacinquenne presidente palestinese, sono immancabilmente seguite da voci di un aggravamento delle sue condizioni. Speranza e disperazione si alternano per tutta la giornata. L’ipotesi di un male terribile che sta uccidendo Arafat si fa più concreta nel corso del pomeriggio, dopo gli esami condotti dai medici giordani ed egiziani giunti alla Muqata. «Ha problemi nel sangue, la causa non è nota», rivelano, in condizioni di anonimità, alcuni funzionari palestinesi a contatto con i sanitari. La strada di Parigi si è fatta obbligata per Arafat poiché l’ospedale di Ramallah non è attrezzato per le cure necessarie. Il presidente palestinese lascia con riluttanza la Muqata e, soprattutto, la sua terra dove era rientrato dieci anni fa e in cui spera di poter far ritorno. In questi giorni ha ripetuto di voler morire come «shahid» (martire) nel quartiere generale di Ramallah, divenuto il simbolo della resistenza di «Mr.Palestine».

I palestinesi temono per la sua sorte e in tanti hanno seguito il viavai di notabili e uomini politici alla Muqata nella speranza di ascoltare qualche «buona notizia». «Sto pregando Dio per salvarlo, non voglio che muoia, lui è la nostra forza il nostro futuro», dice Dima Nassar, 16 anni, con il velo islamico e gli occhi gonfi di pianto. Di Arafat la ragazza ha conosciuto solo gli ultimi turbolenti anni, quelli della prima e della seconda Intifada, non lo ha visto alla guida dei fedayn lungo la frontiera tra la Giordania e Israele e nemmeno sulla nave dell’esilio che nel 1982 da Beirut lo portò a Tunisi. Era solo una bimba ai tempi della storica firma degli accordi di Oslo (1993). «In casa – aggiunge Dima – siamo tutti sostenitori del presidente, io sono una ragazzina ma mio padre e i miei fratelli più grandi mi hanno sempre parlato di lui e delle sue azioni a favore del popolo palestinese».
Ramallah è rimasta tranquilla. In centro la gente ha affollato i negozi colmi di dolci, datteri e altra frutta secca tipica del mese di Ramadan. I ragazzi sono andati a scuola regolarmente. Le radioline però sono rimaste sempre accese, in ogni casa, in ogni luogo di lavoro, sintonizzate sulle frequenza di Voce della Palestina, la radio dell’Autorità nazionale palestinese che sta seguendo dall’altra notte, con lunghe dirette dalla Muqata, l’evolversi della situazione. A Ramallah, come in tutti i Territori, si respira un’atmosfera fatta di mestizia, di dolore. E di timore per un futuro reso ancora più incerto dall’uscita di scena del vecchio presidente. «La gente ha paura di una possibile instabilità politica e s’interroga su chi succederà ad Arafat«, dice Aziz Halawah, proprietario di una pasticceria nel centro di Ramallah.
Ufficialmente, il tema della successione al presidente Arafat continua in casa palestinese a rimanere tabù. Dietro le quinte tuttavia i massimi dirigenti dell’Olp e dell’Anp discutono di tutte le eventualità, inclusa quella della nomina di un presidente provvisorio.

Accanto alla successione «istituzionale» c’è però anche quella politica, che scaturirà dai rapporti di forza tra quei dirigenti palestinesi che in questi ultimi anni sono riusciti a creare delle proprie correnti all’interno di Al Fatah, il movimento di maggioranza, e persino delle vere e proprie milizie attraverso le quali dettare legge nei Territori. Le maggiori fazioni palestinese, comprese Hamas e la Jihad islamica, promettono di rispettare, nel nome di Arafat, l’imperativo della coesione nazionale. Questo nell’immediato. La soluzione transitoria più probabile, concordano gli analisti palestinesi, è quella che dovrebbe portare alla designazione dell’ex premier Mahmud Abbas (Abu Mazen) come presidente a interim in quanto Segretario generale del Consiglio eseutivo dell’Olp, che equivale a «numero due» di Arafat. Ma nei Territori sono in molti a temere che questa transizione indolore, destinata a portare alle elezioni del nuovo presidente e a quelle politiche generali, avrà un peso solo nella fase immediatamente successiva all’eventuale uscita di scena di Arafat. Subito dopo potrebbe scatenarsi la lotta per la conquista del potere effettivo. Una lotta all’ultimo sangue.

www.unità.it

Arafat ricoverato a Parigi. I medici parlano di «problemi nel sangue» Leggi l'articolo »

Israele pensa già alla sepultura di Arafat, dove e come

senza pietà

Tel Aviv. Le forze di difesa israeliane si preparano da tempo a gestire il ‘dopo Arafat’, il rischio cioe’ di situazioni di emergenza provocate dall’eventuale scomparsa del leader palestinese. Il piano su cui il comando centrale delle forze armate ha lavorato negli ultimi 12 mesi – scrive oggi ‘Ha’aretz’ sul suo sito – ha un nome, ”Una nuova foglia’, e non trascura nessun dettaglio: nel corso della sua elaborazione si e’ anche discusso di un possibile luogo di sepoltura per il leader dell’Anp. Lo stesso Arafat aveva una volta espresso il desiderio di poter essere sepolto sul Monte del Tempio, a Gerusalemme, una richiesta che difficilmente potrebbe essere accolta da Israele, osserva il quotidiano. Due le ipotesi allora prese in considerazione nel piano israeliano: la prima quella di seppellirlo a Abu Dis, alla periferia di Gerusalemme est, da dove e’ possibile vedere il Monte del Tempio. La seconda di seppellirlo nella Striscia di Gaza. I militari israeliani hanno persino individuato un posto specifico a Abu Dis: e il tracciato del Muro di separazione e’ tale da lasciare quel preciso punto in territorio palestinese.

Israele pensa già alla sepultura di Arafat, dove e come Leggi l'articolo »

Processo andreotti: sei un mafioso!

Il settimanale Diario riassume la situazione di Andreotti:
La sentenza della Cassazione del 15 ottobre scorso
afferma:
che l’imputato ha intrattenuto fino al 1980 “amichevoli e
dirette relazioni con gli esponenti di spicco della
cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra”.
“Che il senatore Andreotti ha avuto piena
consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano
amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi”.
“Che ha omesso di denunciare le loro responsabilita’, in
particolare in relazione all’omicidio del presidente
Mattarella (della Regione Sicilia nda), malgrado potesse,
al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”.
“I fatti non posso interpretarsi come una semplice
manifestazione di un comportamento solo moralmente
scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma
indicano una vera e propria partecipazione alla
associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel
tempo.”
Andreotti e’ stato assolto perche’ i reati, provati, sono
stati commessi prima del 1980 e quindi caduti in
prescrizione.
Che soddisfazione poter urlare “Andreotti mafioso” con
l’avvallo della Corte di Cassazione.
Andreotti sei un mafioso.
Che vergogna tutti i giornalisti del TG nazionali che
hanno invece titolato: “Assolto Andreotti dalle accuse di
mafia”.

Processo andreotti: sei un mafioso! Leggi l'articolo »

cancellato una parte del debito del Congo

L’Italia ha cancellato una parte del debito estero della
Repubblica democratica del Congo.
Questa seconda tranche da 45 milioni di euro ne segue
una precedente da 569 milioni di euro nel 2003.
Entro il 2006 il debito verra’ cancellato completamente,
per un totale di 1,3 miliardi di euro.
Dall’ottobre 2001 l’Italia ha firmato 31 accordi bilaterali
di cancellazione debitoria con 22 paesi, per un
ammontare complessivo di circa 2,5 miliardi di euro.
(Fonte: www.Adnkronos.it )

cancellato una parte del debito del Congo Leggi l'articolo »

La nave fantasma e Mai morti

Antifascismo a teatro
“I me ciamava per nome: 44.787”, tratto dalle testimonianze di ex deportati sulla Risiera di San Sabba a Trieste, e lo scandaloso “Mai morti”, monologo sulle barbarie fasciste passate e presenti, interpretato da un eccezionale Bebo Storti.
Sono due degli spettacoli in programma per la quarta stagione del Teatro della Cooperativa di Milano, dedicata al Sessantesimo Anniversario della Liberazione. Il 4 novembre, prima assoluta de “La nave fantasma”, spettacolo che affronta il tema dell’immigrazione attraverso il racconto del tragico naufragio in cui, al largo delle coste siciliane, la notte di Natale del 1996, trovarono la morte 283 persone: in scena, Bebo Storti e Renato Sarti, regista e direttore artistico, in una sorta di cabaret-tragico, estremo, scioccante, tentano di capire come sia stato possibile che due Governi (quello Prodi e quello Berlusconi) abbiano volutamente ignorato la tragedia.

La nave fantasma e Mai morti Leggi l'articolo »

Allerca: eccovi il gatto clonato

Un’azienda di biotecnologia della California, la Allerca, ha cominciato a prendere gli ordini per un gatto che non provoca allergie nelle persone. Il gatto nascerà nel 2007; secondo i creatori, ha un enorme mercato potenziale: il 10 per cento della popolazione Usa soffre di allergie da animali domestici, ma vive lo stesso “grazie a farmaci o a costose cure mediche” in compagnia di questi animali. Molte famiglie con bambini potrebbero avere così un piccolo animale domestico senza rischiare. Ma quale razza di gatto modificare geneticamente per renderlo ipoallergico? L’ingegneria genetica non sembra avere confini, ma la scelta iniziale è caduta sullo Shorthairs britannico, considerato un animale domestico ideale. Per comprarne uno occorre depositare una caparra di 250 dollari e aspettare due anni. Poi spenderne 3.500. Un bel business per l’azienda californiana, che pensa di venderne circa 200.000 l’anno. Proteste degli animalisti permettendo.

Allerca: eccovi il gatto clonato Leggi l'articolo »

momenti di trepidante attesa (insciallah Arafat quaiss)

insciallah il Rais di Palestina,

il simbolo carnale della lotta di liberazione palestinese,

domani presti ancora alla sua gente il sorriso coinvolgente che un inno alla speranza per la sua gente.

insciallah.

 

perchè pensare ad una Palestina senza + Arafat

sarebbe come immaginare la bandiera palestinese senza colori,

solo un rosso sangue dominante.

 

insciallah

momenti di trepidante attesa (insciallah Arafat quaiss) Leggi l'articolo »

Torna in alto