Da quando Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti di guerra alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite. La maggior parte di questi pagamenti – il 78%– è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo “risarcimenti” dall’Iraq: Halliburton, Bechtel, Mobil, Shell, Nestle, Pepsi, Philip Morris, Sheraton, Kentucky Fried Chicken e Toys R Us. Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto le loro proprietà – ma solo di “aver perso profitti” o, come nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”.
La prossima settimana qualcosa smaschererà la moralità capovolta che c’è dietro l’invasione e l’occupazione dell’Iraq. Il 21 ottobre l’Iraq pagherà ad alcuni tra i paesi e alle multinazionali più ricche del mondo 200 milioni di dollari per risarcimenti di guerra.
Sembra essere un passo indietro, e in effetti lo è. Agli iracheni non sono mai stati concessi risarcimenti per nessuno dei crimini che hanno subito sotto Saddam, o per il regime di sanzioni brutali che hanno spazzato via le vite di almeno mezzo milione di persone, o per l’invasione, guidata dagli Stati Uniti, che il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha recentemente definito “ illegale”. Anzi, gli iracheni sono ancora obbligati a pagare risarcimenti per crimini commessi dal loro ex dittatore.
Indipendentemente dallo schiacciante debito nazionale di 125 miliardi di dollari, l’Iraq ha pagato 18,8 miliardi di dollari di risarcimenti a causa dell’invasione e dell’occupazione del Kuwait, nel 1990, da parte di Saddam Hussein. Ciò non è di per sè sorprendente: Saddam acconsentì a risarcire i danni provocati dall’invasione stessa come condizione per il cessate il fuoco che, nel 1991, mise fine alla guerra del Golfo. Più di cinquanta paesi ne hanno fatto richiesta, con la maggior parte del denaro assegnato al Kuwait. Ciò che è sorprendente è che i pagamenti da parte dell’Iraq siano continuati persino dopo la sconfitta di Saddam.
Da quando, in aprile, Saddam è stato destituito, l’Iraq ha sborsato 1,8 miliardi di dollari di risarcimenti alla Commissione di Compensazione delle Nazioni Unite (UNCC), lo pseudo-tribunale con sede a Ginevra che valuta le richieste ed eroga il denaro. Di questi, 37 milioni di dollari sono andati alla Gran Bretagna e 32,8 milioni agli Stati Uniti. Benissimo: negli ultimi 18 mesi gli invasori dell’Iraq hanno riscosso, dalla gente disperata di cui occupano il territorio, 69,8 milioni di dollari di risarcimenti. Ma c’è di peggio: la maggior parte di questi pagamenti – il 78 per cento – è andato, secondo le statistiche del sito web dell’UNCC, alle multinazionali.
Senza alcuna critica da parte dei media, questa situazione sta andando avanti da anni. Naturalmente, molte delle richieste che sono state sottoposte al giudizio dell’UNCC sono per perdite legittime: alcuni risarcimenti sono stati assegnati a kuwaitiani che hanno perso familiari o proprietà o che sono stati mutilati a causa dell’esercito di Saddam. Ma erogazioni ben più cospicue sono andate a multinazionali– solo all’industria petrolifera sono andati, del totale che l’UNCC ha distribuito per i risarcimenti della guerra del Golfo, 21,5 miliardi di dollari. Jean-Claude Aimé, il diplomatico delle Nazioni Uniti che ha guidato l’UNCC fino al dicembre del 2000, ha pubblicamente contestato tale prassi:“Questa è, per quanto ne sappia, la prima volta che le Nazioni Unite sono impegnate a far recuperare alle multinazionali le perdite di beni e profitti”, ha dichiarato al Wall Street Journal nel 1997, e poi ha osservato: “Mi chiedo spesso se tutto questo sia giusto”.
Tuttavia, gli esborsi alle multinazionali da parte dell’UNCC si sono solo velocizzati. Ecco un piccolo esempio di chi sta ricevendo contributi di “risarcimento” dall’Iraq: Halliburton (18 milioni di dollari), Bechtel (7 milioni di dollari), Mobil (2,3 milioni di dollari), Shell (1,6 milioni di dollari), Nestle (2,6 milioni di dollari), Pepsi (3,8 milioni di dollari), Philip Morris (1,3 milioni di dollari), Sheraton (11 milioni di dollari), Kentucky Fried Chicken (321 migliaia di dollari) e Toys R Us (189.449 dollari). Nella maggior parte dei casi, queste multinazionali non dichiarano che le forze di Saddam hanno distrutto loro proprietà in Kuwait – ma solo di “aver perso profitti” o, nel caso dell’American Express, di aver subito “un declino negli affari”, a causa dell’invasione e occupazione del Kuwait. La Texaco che, nel 1999 ha ricevuto 505 milioni di dollari, è stata una tra le maggiori trionfatrici. Secondo un portavoce dell’UNCC, solo il 12 per cento di questi indennizzi è stato pagato, il che significa che ancora centinaia di milioni devono uscire dalle casse dell’Iraq dopo Saddam.
Il fatto che gli iracheni debbano pagare risarcimenti ai loro occupanti è ancora più scioccante se inserito nel quadro di quanto poco questi paes abbiano effettivamente speso in aiuti all’Iraq. Il Washington Post stima che, nonostante i 18,4 miliardi di dollari di tasse degli Stati Uniti destinati alla ricostruzione dell’Iraq, ne siano stati usati, globalmente per acqua, fognature, sanità, strade, ponti e sicurezza pubblica solo 29 milioni. E a luglio (ultima cifra disponibile), il Dipartimento della Difesa stimava che, per compensare quegli iracheni che, come risultato diretto dell’occupazione, erano rimasti feriti o che avevano perso membri della famiglia o proprietà, erano stati spesi solo 4 milioni di dollari; una minima parte di quanto gli Stati Uniti hanno ricevuto come risarcimento dall’Iraq da quando ne è cominciata l’occupazione.
Per anni ci sono stati reclami a proposito di un possibile uso dell’UNCC come fondo nero per le multinazionali e gli emirati ricchi di petrolio – un sistema poco chiaro delle corporation per recuperare quei soldi che, a causa delle sanzioni contro l’Iraq, guadagnavano con più difficoltà. Questi argomenti hanno, per ovvie ragioni, ricevuto poca attenzione durante gli anni del regime di Saddam.
Ma ora Saddam non c’è più e il fondo nero sopravvive. E ogni dollaro mandato a Ginevra è un dollaro non speso per aiuti umanitari e per la ricostruzione dell’Iraq. Per di più se l’Iraq del dopo-Saddam non fosse obbligato a pagare questi risarcimenti, potrebbe essere evitato il prestito d’emergenza di 437 milioni di dollari che il Fondo Monetario Internazionale ha approvato lo scorso 29 settembre. Nonostante le mobilitazioni per il condono del debito iracheno, il paese viene, invece, ancora più affossato in quanto obbligato a prendere soldi in prestito dal FMI, e ad accettare tutte le condizioni e le restrizioni che ne conseguono. L’UNCC, nel frattempo, continua a valutare le richieste e a concedere nuovi indennizzi: soltanto il mese scorso sono stati concessi, a fronte di nuove richieste, 377 milioni di dollari.
Fortunatamente c’è un modo semplice per porre fine a questi grotteschi sussidi alle multinazionale. In ottemperanza alla risoluzione n.687 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha creato il programma dei risarcimenti, i pagamenti da parte dell’Iraq devono “tenere in conto le esigenze del popolo iracheno, la capacità di pagare dell’Iraq e le necessità dell’economia irachena”. Se uno solo di questi tre punti fosse preso veramente in considerazione, il Consiglio di Sicurezza voterebbe subito per mettere fine a questi ingenti esborsi.
E la richiesta del Jubilee Iraq, un’organizzazione di Londra per la cancellazione del debito, è questa. Il gruppo sostiene che i risarcimenti siano dovuti alle vittime di Saddam Hussein, tanto in Iraq quanto in Kuwait. Ma che non dovrebbero essere pagati dalla popolazione irachena, che è stata la vittima principale di Saddam. I risarcimenti dovrebbero essere invece a carico di quei governi che hanno prestato miliardi a Saddam, pur sapendo che il denaro sarebbe stato speso per acquistare armi per intraprendere una guerra contro i propri vicini e la propria gente. “Se negli affari internazionali prevalesse la giustizia, e non il potere, allora gli stessi creditori di Saddam risarcirebbero il Kuwait, e anche il popolo iracheno”, dice Justin Alexander, coordinatore di Jubilee Iraq.
Adesso sta succedendo esattamente l’opposto: i risarcimenti, invece di affluire in Iraq, stanno defluendo. È tempo che il flusso cambi direzione.
Traduzione di Antonella Acquisti per Nuovi Mondi Media